I grandi processi della Storia: Al Capone, il “bravo ragazzo”

Per capire le difficoltà che incontrarono gli investigatori nell’incriminare Al Capone e nel portarlo davanti a una corte, è necessario ripercorrere la sua ascesa criminale, a partire dal contesto in cui nacque il piccolo Alphonse.

Il processo ad Alphonse Gabriel Capone durò poco più di due mesi, ma rappresentò il punto di svolta nella vita e nella carriera criminale di quello che viene considerato uno dei più sanguinari gangster che imperversavano nell’America del Proibizionismo degli anni Venti.

Per capire le difficoltà che incontrarono gli investigatori nell’incriminare Al Capone e nel portarlo davanti a una corte, è necessario ripercorrere la sua ascesa criminale, a partire dal contesto in cui nacque il piccolo Alphonse.

Il padre, Gabriel Caponi, era un barbiere italiano emigrato con la moglie Teresa Raiola. All’ingresso negli Stati Uniti fu storpiato per errore il cognome che da quel momento diventò Capone. Si stabilirono a Brooklyn, New York, ed ebbero nove figli. Alphonse, il quarto, nacque il 7 gennaio del 1899 proprio a Brooklyn, in un ambiente degradato che lo mise presto in contatto con la microcriminalità gestita da piccole gang. A scuola l’ambiente non era diverso, basti pensare che suo compagno era Salvatore Lucania, meglio noto,una volta adulto, come Lucky Luciano, uno dei più potenti boss della Cosa Nostra americana. Il giovane Capone si fece comunque riconoscere già in tenera età per il suo temperamento violento: fu espulso da scuola a seguito delle percosse perpetrate ai danni di un insegnante. Da qui mise definitivamente il piede nel crimine organizzato, entrando a far parte della banda dei Five Pointers di Frankie Yale. È in questo periodo che gli viene affibbiato il soprannome di Scarface(Lo sfregiato) per la vistosa cicatrice sulla guancia rimediata con una rasoiata di Frank Galluccio a seguito di commenti pesanti nei confronti della sorella di questo. Sempre in questi anni Al Capone venne arrestato per la prima volta per reati minori, ma in seguito nessuna accusa gli verrà mossa per l’omicidio di due uomini, coperto dall’omertà.

Ed è proprio sull’omertà, oltre che sulla violenza, che si fonderà la sua ascesa nel mondo del crimine. Un’omertà derivata dalla costante pratica della corruzione e delle minacce a testimoni, giurie, poliziotti e politici.

Era il 1919 quando Capone, resosi responsabile di aver ferito gravemente il membro di una banda rivale, venne allontanato da Frankie Yale e spedito, per far calmare le acque, a Chicago, nell’Illinois, dove entrò a far parte della banda di Johnny Torrio, che lo mise a far gavetta nella gestione delle scommesse clandestine. Qui, l’intraprendenza di Al Capone e la sua specializzazione come killer a sangue freddo lo portarono in breve tempo a diventare il braccio destro del capo, arrivando a dirigere per suo conto tutte le attività criminali della banda. Il giorno in cui Torrio, ferito in un attentato, decise di appendere il mitra al chiodo e fare ritorno in Italia, Capone era lì pronto a prenderne il posto come successore designato, diventando per tutti The big fellow (Il bravo ragazzo).

Erano gli anni del proibizionismo e Chicago si distingueva per l’alto tasso di criminalità e per la sfrontatezza delle gang che la controllavano. Al Capone salì in breve tempo in cima alla classifica dei criminali più pericolosi, mischiando intelligentemente le attività illegali di contrabbando di alcolici, di controllo del gioco d’azzardo e della prostituzione, con investimenti in attività perfettamente lecite che fungevano da copertura per gli introiti illeciti. Con la stessa ambivalenza si dimostrò caritatevole verso il popolo schiacciato dalla crisi economica del ’29, distribuendo cibo e vestiti ai bisognosi, ma allo stesso tempo fu il mandante di sanguinosi omicidi che gli consentirono di mantenere il controllo assoluto del territorio. Grazie a una politica di sistematica eliminazione fisica di tutte le bande rivali, infatti, assunse il controllo della malavita di Chicago. Celebre divenne il cosiddetto Massacro di San Valentino del 14 febbraio del 1929, in cui quattro uomini di Capone travestiti da poliziotti irruppero nel quartier generale del boss irlandese“Bugs”Moran, il principale concorrente nel commercio illegale di alcolici, fecero allineare i presenti contro un muro come per un normale controllo di polizia e li colpirono infine alla schiena senza pietà con scariche di mitra Thompson, l’arma preferita dai gangster del tempo.

L’espansione del suo impero malavitoso sembrava non conoscere fine, tanto che, nel sobborgo ribattezzato “Caponeville”, i suoi uomini giravano armati al pari dei poliziotti. Neppure un secondo arresto per possesso illegale di arma da fuoco, sempre nel 1929, riuscì a scalfire il potere di Capone che venne presto rilasciato, arrivando nel 1930 a essere dichiarato dall’FBI il “nemico pubblico numero 1” della città di Chicago ed entrando, a pieno titolo, nella lista dei più ricercati d’America.

Eppure, Capone non si nascondeva, anzi non si preoccupava affatto di ostentare lusso e ricchezza nelle sue uscite pubbliche, indossando completi da 1 milione di dollari e spille per cravatte da 20 milioni e vivendo in una suite del Metropolitan Hotel sempre in compagnia di belle donne e irrinunciabili guardie del corpo. Nel frattempo, in America si discuteva sulla possibilità di tassare anche i redditi provenienti da attività illecite, ed è proprio in quel momento che entrò in gioco una squadra di agenti federali dell’ufficio delle imposte, guidata da Elliot Ness, denominata Gli Intoccabili perché composta da un team di funzionari incorruttibili e fidati. Obiettivo del pool di esperti era affrontare il problema Capone da una nuova prospettiva: se non si riusciva a incriminarlo per i delitti e per le attività criminali, forse lo si sarebbe potuto accusare per reati fiscali. Bastava solo trovare le prove e per farlo ci vollero due anni e l’aiuto di un centinaio di agenti federali, capitanati dagli Intoccabili.

La difficoltà nel catturarlo, infatti, stava proprio nella gestione sempre attenta di Al Capone della sua organizzazione e della sua vita privata. Pur guadagnando, secondo le stime, circa 100 milioni di dollari all’anno, Capone non aveva nulla di intestato a suo nome, né un appartamento, né un conto in banca, né tantomeno portava mai soldi in tasca, e copriva, come detto, i suoi traffici illeciti con gli introiti delle attività legali. A ciò si aggiungeva la protezione omertosa di potenti, sindaco di Chicago in primis, giudici e poliziotti prezzolati e corrotti, la quale andava di pari passo con la violenza e gli omicidi con cui Capone si garantiva invece il silenzio dei propri nemici e dei testimoni scomodi.

Gli Intoccabili, il cui lavoro e impegno fu magistralmente reso su pellicola anni dopo, nel 1987, in un capolavoro cinematografico di Brian De Palma con attori del calibro di Kevin Costner nei panni di Ness, Sean Connery, Andy Garcia e Robert De Niro a impersonare il cattivo, rimasero per mesi alle costole di Al Capone, spulciando ogni movimento finanziario e libro contabile del gangster senza riuscire però a trovare un reale appiglio per la sua incriminazione, proprio per la prassi seguita scrupolosamente da Capone di agire sempre tramite prestanomi e intermediari. La chiave di volta di un’indagine lunga e fino a quel momento infruttuosa la si dovette a un piccolo foglietto di carta nel quale compariva il nome del gangster. Quest’unica scoperta portò ad altre prove concatenate su cui infine si riuscì a costruire tutto l’impianto accusatorio che arrivò a contare ben 23 capi d’accusa tra evasione fiscale, reati finanziari e violazione delle leggi sul commercio di alcolici. Con Al Capone vennero portati alla sbarra anche il fratello Ralph e altri gangster del cosiddetto “Sindacato di Chicago”.

Gli avvocati di Capone tentarono allora la carta del patteggiamento, ma la possibilità di togliere finalmente di mezzo il gangster più ricercato d’America, anche se solo per evasione fiscale, fece propendere i giudici per un rigetto dell’istanza e un rinvio a processo definitivo. C’erano le prove, c’erano giudici non corrotti e c’era l’imputato in manette: mai nell’epopea criminale di Al Capone si era stati più vicini di così a metterlo dietro le sbarre per parecchio tempo.

Ma nonostante Al Capone avesse tutti contro e si trovasse con le spalle al muro, alla vigilia del processo era tranquillo e sicuro di sé, forte della consapevolezza di aver fatto tutto il possibile per garantirsi un’ennesima assoluzione. I suoi uomini, infatti, vista l’ostilità dei giudici, erano riusciti a trovare e a mettere in atto una soluzione di ripiego altrettanto efficace: corrompere e intimidire, a pochi giorni dal processo, l’intera giuria designata a valutarne la colpevolezza o l’innocenza.

Fu sicuramente quello l’apice della carriera criminale di Al Capone che, proprio perché si riteneva indistruttibile, tentò di beffare per l’ennesima volta le autorità che si ostinavano a volergli mettere i bastoni tra le ruote, quasi a voler dimostrare la sua imbattibilità anche e soprattutto nel momento in cui il suo impero pareva più in bilico. Fu quello, infatti, il momento in cui si decideva una volta per tutte da che parte sarebbe pesata la bilancia morale di Chicago: su un piatto l’intera criminalità organizzata della città guidata dal potere sfrontato e arrogante di Al Capone, sull’altro una giustizia che fino a quel momento si era dimostrata inadeguata a fermare un’escalation tanto imponente di violenza, corruzione e illegalità.

Il 17 ottobre del 1931 però ci fu un colpo di scena degno dei migliori legal-thriller. La giuria che occupò i dodici posti in aula non era quella corrotta da Al Capone. Immaginando una possibile interferenza di Capone, la sera prima del processo, con una mossa a sorpresa, il giudice si era premurato di sostituire l’intera giuria e di metterla sotto strettissima protezione. La conseguenza fu un verdetto di colpevolezza per cinque capi d’imputazione sui venti a ascritti all’imputato, sufficienti però per condannare Al Capone a 11 anni di carcere per evasione fiscale, a sei mesi per oltraggio alla corte e a una multa di 80.000 dollari. Una condanna relativamente mite, se si pensa all’intera carriera criminale di Al Capone. In altre circostanze, i reati fiscali non sarebbero probabilmente neanche stati portati all’attenzione della corte, oscurati da crimini ben più gravi, tra cui anche assassinii(si pensa siano più di duecento gli omicidi da lui commissionati).

Eppure, quello fu l’unico modo trovato dal sistema giudiziario americano per incriminare e mettere dietro le sbarre un gangster sanguinario e crudele come Al Capone. Metodo che si rivelò ancora una volta inadeguato a fermare l’ex pericolo pubblico numero 1. Nei due anni successivi, infatti, Capone venne rinchiuso nel carcere di Atlanta in Georgia, uno dei più duri d’America, ma anche qui il gangster non rinnegò affatto il suo modus operandi e tramite la corruzione ottenne presto lussi e privilegi, continuando oltretutto a gestire dal carcere i suoi affari illegali.

Avesse continuato così, probabilmente sarebbe uscito dopo aver scontato la sua condanna e avrebbe ricominciato da dove aveva lasciato, ma intervennero due fattori a bloccare definitivamente il suo impero criminale. Il primo fu il trasferimento, il 22 agosto del 1934, nella cella numero 85 dell’appena aperto carcere di massima sicurezza di Alcatraz, sull’omonima isola al largo di San Francisco. Qui i suoi contatti con l’esterno, nonché i privilegi, vennero completamente interrotti e annullati, tagliandolo fuori dalla gestione degli affari illeciti e sottoponendolo al più duro dei trattamenti carcerari. Il secondo fattore fu un problema di salute, infatti ad Alcatraz gli vennero diagnosticati i primi segni di una forma di demenza dovuta alla sifilide, malattia contratta in gioventù. Fu internato, per questo, in una struttura ospedaliera carceraria dove finì di scontare la sua condanna.

Uscì dal carcere per buona condotta il 16 novembre del 1939, dopo soli 7 anni, 6 mesi e 15 giorni e dopo aver pagato multe e tasse arretrate dovute allo Stato. Nonostante libero, la salute non gli consentì più di tornare quello di un tempo e gestire il crimine organizzato, tanto che decise di ritirarsi in Florida dove, il 25 gennaio del 1947, morì di arresto cardiaco dovuto a un colpo apoplettico.

Nonostante la fine ingloriosa e lontana dai riflettori, quella del “big fellow”, il bravo ragazzo di Chicago, è una storia di successo, senza dubbio, seppur avvenuta nel campo dell’illegalità, non differente da altre vite che pur prendendo strade diverse, lecite, hanno conosciuto altrettanta fortuna.Al Capone, malgrado la violenza di cui si fece mandante, nonostante l’arresto, il disfacimento del suo impero e la morte in solitaria, roso mentalmente e fisicamente dalla malattia, viene però oggi ricordato come un vincente, con il suo perenne ghigno arrogante sul volto. Forse perché, in fondo, è stato veramente lui il vincitore della storia, con più di duecento omicidi a suo carico mai potuti provare e quei pochi anni passati dietro le sbarre per una pretestuosa, seppur validissima, accusa per reati fiscali. Non si può certo dire che sia stato il sistema a sconfiggerlo. Al massimo è stato lui stesso a cadere nella polvere, così come si era innalzato sopra il mondo. La sua arroganza, prima, nel credersi più furbo del giudice che lo ha infine beffato, e la malattia, in seguito, sono stati i suoi veri talloni d’Achille. Non Ness e la sua squadra di Intoccabili, che nonostante il duro lavoro sono stati premiati solo da un evento fortuito come un foglietto con il nome del gangster scritto sopra. E neanche i tanti boss rivali che hanno tentato invano negli anni di eliminarlo fisicamente. Si può dire che sia stato Capone, e solo Capone, l’artefice del proprio successo e della propria miseria.

Perché quella di Al Capone, a ben vedere, è la storia del figlio di un emigrato italiano, campano per la precisione, in America. È la storia della sua ascesa inarrestabile nel mondo della criminalità organizzata nel cosiddetto “Paese delle grandi opportunità”. Ed è la storia della sua caduta, dall’arresto fino alla morte in solitudine. Il processo non occupa che una piccola parte di questa epopea, ma è indiscutibilmente l’evento che rimette con i piedi per terra un arrogante Icaro volato troppo in alto.

Per certi versi, Al Capone non era altro che un figlio della sfibrata morale politica del tempo, che ha saputo far fruttare la propria intraprendenza, in questo caso criminale, sapendo ottimamente approfittare del contesto sociale politico ed economico che lo circondava, in un periodo in cui il tanto decantato proibizionismo significava in realtà poter incontrare nei locali clandestini le stesse persone che imponevano la legge: politici, giudici e magistrati in primis, i quali, non per niente, erano spesso conniventi con “Big Al” e gli fornivano tutta la protezione di cui necessitava.

Ebbene, sono passati 72 anni dalla sua morte e l’era del proibizionismo si è conclusa nel 1933, esattamente nel periodo dell’arresto di Capone e della sua uscita di scena, a dimostrazione che lui stesso ne rappresentasse il contrappeso. Eppure, la fama di quello che è stato il pericolo pubblico numero uno d’America, non è mai morta.Al Capone è stato tante cose: un assassino e un benefattore, un imperatore e un poveraccio, un acclamato e un isolato, eppure oggi, a distanza di anni, la sua figura sembra in qualche modo messa su un piedistallo, diversamente da quella di altri gangster suoi pari. Il suo nome è diventato un cult per la cultura popolare che si rifà continuamente alla sua immagine di gangster in film e romanzi, rappresentando i criminali dell’epoca con l’iconico sigaro di derivazione caponiana e l’immancabile borsalino.

Sulla sua tomba, ancora oggi, c’è sempre un sigaro fresco, omaggio di un fan ignoto e simbolo del fatto che Al Capone, in qualche modo paradossale, sia riuscito infine e nonostante tutto a lasciare un ricordo positivo di sé.

Il caso Sara Tolbert: quando il destino non guarda in faccia a nessuno

Si dice che quando arrivi la tua ora non ci sia niente da fare. E che, se sia destino che tu debba morire in quel preciso giorno e a quella specifica ora, allora morirai esattamente in quel momento. Potrai prendere precauzioni, potrai evitare pericoli, o affidarti alla scaramanzia, ma se deve succedere, succederà.

È l’estate del 1964, a Philadelphia, quando Calvin Jones e Sara Tolbert, 33 anni lui e 23 lei, hanno un’aspra discussione nella loro auto. L’afa di giugno accende ulteriormente l’atmosfera nell’angusto abitacolo, fino a che la miccia non innesca la fatale deflagrazione. Calvin decide di mettere fine al litigio nel peggiore dei modi: afferra un tubo di gomma dura e colpisce ripetutamente, ben 15 volte, la sua fidanzata. Un’aggressione brutale, che fa perdere i sensi alla ragazza.

Le ore successive vedono un Calvin, ancora in preda all’agitazione e alla rabbia, guidare per ore attraverso la città, con il corpo di Sara esanime accanto. Calata finalmente la tensione, Calvin si rende conto che, in un momento imprecisato di quella folle corsa in auto, Sara è morta.

Si reca allora dalla polizia per autodenunciarsi e confessare l’omicidio. L’uomo è un ex detenuto con precedenti penali per tentato omicidio, avendo cercato di avvelenare l’ormai ex moglie. Con un passato del genere e con il nuovo delitto sulla fedina, per lui non c’è possibilità di scampo: la condanna si prospetta certa e lunga.

Eppure, Calvin Jones riesce a evitare l’accusa di omicidio per un caso del destino decisamente raro e imprevedibile, ma quantomai provvidenziale. A seguito dell’autopsia di Sara, infatti, si stabilisce ufficialmente che la ragazza è morta per cause naturali, ribaltando così l’accusa e la difficile posizione di Calvin. La spiegazione dell’apparente e assurda valutazione è specificata nel rapporto del medico legale, il quale rivela che Sara soffriva di anemia falciforme, una rara malattia del sangue derivata da una mutazione genetica ereditaria e che la sera della discussione con Calvin gli restavano poche ore di vita, tanto che in condizioni normali, pestaggio o non pestaggio, non sarebbe arrivata comunque viva alla mattina successiva. Due diversi esaminatori medici giungono quindi alla conclusione che le percosse e le lesioni subite con il tubo di gomma non siano da correlare alla morte della ragazza, rendendo di fatto impossibile provare e avvallare la responsabilità di Calvin Jones.

L’accusa di omicidio verrà quindi necessariamente archiviata, ma Jones sarà comunque condannato dal giudice per aggressione e percosse.

Un destino segnato, quello di Sara, a cui è stata in ogni caso tolta la possibilità di vivere le sue ultime ore serenamente. E allo stesso tempo, una coincidenza a dir poco bizzarra che ha premiato la persona che meno meritava. Già, perché il destino, a volte, non guarda in faccia a nessuno.

I bauli di Brighton: la serie di delitti che ha fatto scervellare la polizia londinese

Il primo baule protagonista di questa storia risale al 1927. Fu rinvenuto nella stazione di Charing Cross a Londra con all’interno il corpo senza vita di Minnie Boniati.

Può sembrare strano che dei bauli siano i protagonisti di una serie di delitti durata ben sette anni. Ancora più strano è il fatto che i delitti in questione non siano correlati tra loro in alcun modo. Unica nota comune è proprio la presenza di bauli, al cui interno sono stati ritrovati alcuni cadaveri di giovani donne.

Il primo baule protagonista di questa storia risale al 1927. Fu rinvenuto nella stazione di Charing Cross a Londra con all’interno il corpo senza vita di Minnie Boniati. Nessun problema per la polizia, in questo caso. L’assassino, John Robinson fu arrestato in pochi giorni, accusato di omicidio e impiccato.

Passarono sette anni e altri due bauli vennero trovati a distanza di un mese l’uno dall’altro. Il primo, rinvenuto il 7 giugno del 1934, si trovava stranamente ancora in una stazione ferroviaria, quella di Brighton questa volta. Aprendolo si scoprì contenere il torso smembrato di una giovane donna, della quale non si riuscì mai a risalire all’identità. Del resto, del corpo furono ritrovate solo le gambe, ancora in una stazione e ancora in un baule, il giorno seguente. Della testa della vittima e delle braccia non si ha notizia, probabilmente occultate in altro modo più sicuro proprio per evitare un’identificazione postuma della vittima. Il caso è tuttora irrisolto e nulla si sa dell’assassino né della vittima, se non che questa, al momento della morte, fosse incinta di cinque mesi.

Durante le indagini la polizia, già in un vicolo cieco, si ritrovò davanti ad una circostanza ancora più paradossale. Effettuando perquisizioni e rastrellamenti a tappeto nella zona, incredibilmente venne trovato un terzo baule, al cui interno vi era il corpo smembrato di un’altra donna. La vittima, in questo caso, fu identificata in Violette Kaye, una prostituta di 42 anni, che risultava sparita da maggio del 1934. Il baule in questione fu ritrovato all’interno dell’appartamento di Tony Mancini, fidanzato della Kaye. Seguì l’arresto e l’accusa di omicidio in capo all’uomo. Se ancora di colpi di scena non ce ne fossero stati abbastanza, al processo accadde qualcosa di imprevisto: la difesa sostenne che il responsabile della morte della donna fosse qualcun altro e che Mancini, una volta trovato il corpo senza vita e preoccupato di poter essere accusato del delitto, aveva deciso di smembrare il cadavere e nasconderlo dentro un baule. Il fatto imprevisto fu che la giuria valutò questa versione assolutamente credibile, assolvendo Mancini.

Solo 42 anni più tardi, nel 1976, Mancini confessò l’omicidio della Kaye, rimanendo però ancora una volta impunito. Secondo le leggi inglesi, infatti, una persona non può essere processata e giudicata due volte per lo stesso reato.

Difficile dire se almeno gli ultimi delitti siano correlati tra loro e, in questo caso, Mancini sarebbe responsabile anche della prima donna trovata smembrata nel baule della stazione di Brighton. L’unica certezza è che la conta dei bauli ripieni di corpi nella zona di Brighton, in quegli anni, abbia raggiunto quota quattro, una coincidenza più unica che rara, che ha dato da riflettere a più di un poliziotto dell’epoca.

Convegni: addio cuffie, arriva il Respeaking, l’ultima frontiera delle traduzioni in simultanea

È rivoluzione nel mondo dei convegni internazionali e dell’interpretariato grazie ad una nuova nuova tecnologia che permette di riportare in formato testo in tempo reale su un grande schermo l’intervento di un relatore direttamente nella lingua di destinazione.

La rivoluzione è rappresentata da software di riconoscimento del parlato, via via perfezionato a partire dalla fine degli anni novanta ad oggi, che permette la trascrizione in simultanea del parlato in un testo che compare come sottotitolo su un monitor. Una tecnologia che agli albori è stata applicata sulle tv di casa, a beneficio delle persone con disabilità uditive.

Il software ha poi conosciuto più ampie applicazioni, passando dal sottotitolaggio, o respeakeraggio, delle trasmissioni in diretta tv a fini di utilità sociale alla sottotitolazione inter-linguistica e intra-linguistica. Come avviene, ad esempio, in occasione di convegni, conferenze o lezioni universitarie davanti a un’audience internazionale per la quale sia richiesta la traduzione simultanea da parte di un interprete.

Il pubblico può così leggere la trascrizione simultanea del testo orale su monitor dedicati installati in sala o, addirittura, sul proprio smartphone o iPad.

L’ultima frontiera dell’interpretariato di simultanea, diventato uno dei servizi di punta di Landoor, tra le prime ad aver portato in Italia il respeaking.

Con vantaggi davvero sorprendenti: il pubblico può assaporare il piacere di ascoltare la voce suadente dell’oratore seguendone perfettamente il discorso grazie ai sottotitoli che compaiono in simultanea e, al contempo, può essere esonerato, magari durante una cena di gala, dall’impaccio di dover indossare le cuffie, fino ad oggi l’unica possibilità per seguire la traduzione simultanea di un oratore di cui non si conosca la lingua.

L’arte del respeaking

Oltre questa apparente semplicità si cela una procedura molto complessa, che vede all’operaprofessionisti altamente specializzati e di elevatissime competenze linguistiche, culturali e tecniche, tradizionale appannaggio di Landoor.

Il respeaking, infatti, rispetto alle altre tipologie di sottotitolazione, prevede la presenza di un professionista, il respeaker, che riformula a voce, traducendolo, il testo orale che sente in diretta. La riformulazione del respeaker viene a sua volta riconosciuta, elaborata e trascritta dal software, chetrasforma l’input vocale del respeaker in un testo scritto che va verificato e, se necessario, corretto prima della trasmissione al pubblico. Verifica e correzione possono essere curate dallo stesso respeaker o da un editor.

Il respeaking viene effettuato all’interno di una cabina insonorizzata installata nella location in cui si svolge l’evento, ma la tecnologia permette oggi al respeaker di lavorare anche a distanza.

Il tutto in una manciata di secondi, affinché i sottotitoli siano sempre sincronizzati al meglio con l’eloquio dell’oratore. E in caso di eventi di una certa durata e complessità per numero di oratori, i respeaker diventano due, in modo da fornire un servizio di traduzione in simultanea del parlato originale.

Dennis Maher: colpevole di coincidenza

Dennis Maher, sergente dell’esercito degli Stati Uniti, si trova invischiato, suo malgrado in una storia di aggressioni sessuali, di cui viene ingiustamente accusato. Eppure, tutte le vittime indicano lui, così come tutte le testimonianze sembrano non lasciare dubbi sull’identità del colpevole.

Quella di Dennis Maher è una storia di errori, strani errori fatali, che hanno cambiato la sua vita per sempre. Errori commessi dalle sue presunte vittime e nelle loro testimonianze, errori compiuti dagli inquirenti e nei tribunali.

Già, perché Dennis Maher, sergente dell’esercito degli Stati Uniti, si trova invischiato, suo malgrado in una storia di aggressioni sessuali, di cui viene ingiustamente accusato. Eppure, tutte le vittime indicano lui, così come tutte le testimonianze sembrano non lasciare dubbi sull’identità del colpevole.

È la sera del 16 novembre 1983, a Lowell, Massachusetts, quando una donna di 28 anni subisce un’aggressione mentre rientra dal lavoro. Lo sconosciuto la avvicina e tenta di attaccare bottone, prima di trascinarla in un cortile dove la violenta.

La sera successiva, a pochi metri di distanza dal primo attacco, un’altra donna sta rientrando dal lavoro. All’improvviso vien spinta a terra da un uomo che brandisce un coltello. Nonostante tutto, lei si ribella e riesce a fuggire. Alla polizia, poco dopo, descriverà il suo aggressore: l’uomo indossava una felpa rossa con cappuccio e una giacca mimetica in stile militare.

L’allarme viene diramato e quella stessa notte viene fermato Dennis Maher mentre esce da un negozio di liquori nella zona dei due attacchi. Ad attirare l’attenzione del poliziotto che lo mette in stato di fermo, la felpa indossata dall’uomo: rossa con cappuccio. Si procede quindi alla perquisizione del veicolo del fermato. Qui, oltre a un impermeabile da pioggia, viene rinvenuta una giacca militare e un coltello. Gli inquirenti non credono alle coincidenze e così l’arresto e la successiva incriminazione diventano poco più di una formalità, anche perché, entrambe le vittime, sottoposte alla procedura di identificazione fotografica del sospetto, indicano Maher come l’aggressore. Oltre al danno, poi, si aggiunge la beffa: alle accuse si aggiunge quella di uno stupro irrisolto avvenuto l’estate precedente ad Ayer, sempre in Massachusetts.

Anche al processo non avvengono particolari colpi di scena. Nonostante non ci siano prove biologiche a collegare Maher agli stupri, le testimonianze e l’identificazione da parte delle vittime non lasciano dubbi, così come, di dubbi, non ne avrà la giuria: carcere a vita per Dennis Maher, un uomo che ha sempre affermato con forza la propria innocenza.

Passano dieci anni e nel 1993 Maher entra in contatto con The Innocent Project, un’organizzazione che si propone di aiutare le persone ingiustamente condannate. Questi cercano ripetutamente di ottenere l’accesso alle prove biologiche raccolte sulle vittime, che sembrerebbero però  essere andate irrimediabilmente e inspiegabilmente perdute. Solo nel 2001, per pura coincidenza, uno studente di giurisprudenza rinviene due scatoloni di prove riguardanti il caso di Lowell nel seminterrato del tribunale della contea di Middlesex. In essi, i pantaloni e la biancheria intima della vittima. Sui primi, con le analisi di laboratorio, vengono trovate possibili macchie di sangue, mentre la biancheria presenta tracce di liquido seminale.

Gli investigatori di The Innocent Project, d’accordo con l’accusa, richiedono immediatamente il test del DNA, inviando tutto al Forensic Science Associates, il quale, sui pantaloni, non giunge a risultati conclusivi. I test sull’intimo producono però un profilo genetico in grado di escludere completamente Dennis Maher. In seguito, nel marzo 2003, vengono rinvenute anche alcune prove del caso di Ayer, sulle quali vengono effettuati i test genetici. Maher, anche in questo caso, viene escluso come fonte di spermatozoi.

L’ufficio del procuratore distrettuale della contea di Middlesex non potrà fare altro che accettare di archiviare tutte le accuse contro Maher, riconoscendo le testimonianze delle vittime come sbagliate e fuorvianti e le circostanze dell’arresto come una paradossale serie di coincidenze.

Dennis Maher viene dunque liberato dalla prigione, dopo aver trascorso ingiustamente quasi vent’anni della sua vita in una cella. Il vero colpevole non verrà mai trovato, forse graziato proprio da quella coincidenza che ha fatto sì che i riflettori della giustizia si puntassero ciecamente su qualcun altro.

I grandi processi della Storia: Socrate, il martire del libero pensiero

Socrate viene  accusato, tra le altre cose, di “ateismo”, che rientra nell’accusa di empietà, ma essendo ritenute, religione e cittadinanza, un tutt’uno, l’accusa implicita diventa quella di aver cospirato contro le istituzioni e l’ordine pubblico. Ma perché voler processare un settantenne, al contrario delle accuse,  un uomo virtuoso e morigerato, un cittadino modello, timorato degli dei e instancabile nel predicare ai giovani ateniesi virtù e obbedienza nei confronti dei genitori e delle leggi dello Stato?

Il processo che portò alla condanna a morte di Socrate, fa sorgere una domanda: perché voler processare un settantenne, descritto da Senofonte e Platone come di bassa statura e piuttosto brutto, ma buono nell’animo, un uomo virtuoso e morigerato, un cittadino modello, timorato degli dei e instancabile nel predicare ai giovani ateniesi virtù e obbedienza nei confronti dei genitori e delle leggi dello Stato?

Le motivazioni sono da ricercare senza dubbio nel contesto storico-politico in cui è vissuto il noto filosofo greco. Siamo ad Atene nel 399 a.C. e la democrazia ateniese si è appena ricostituita dopo la sconfitta subita nella guerra del Peloponneso contro Sparta e l’avvento nel 404 a.C. del cosiddetto governo dei Trenta Tiranni, un regime oligarchico di matrice spartana capeggiato da Crizia e dalle generazioni più giovani e aristocratiche. Queste seguono con entusiasmo le teorie sofiste, confuse spesso con quelle socratiche, perché critiche nei confronti di ogni principio e verità costituiti dalla religione o dalla tradizione. Di conseguenza, il rinnovato governo democratico volge, per contrasto, il suo sguardo malinconico all’età d’oro di Pericle com’era prima della guerra, tendendo a chiudersi alle novità, di qualunque genere esse siano, e aggrappandosi all’antica religione come caposaldo di coesione sociale. Volendo instaurare un nuovo clima di pacificazione generale, il nuovo regime ha anche eccezionalmente concesso un’amnistia ai nemici del partito, ex seguaci dei Trenta, con il risultato però di mantenere eventuali e future serpi in seno da cui doversi sempre guardare.

Socrate, dal canto suo, pur non essendosi mai schierato apertamente con la fazione aristocratica filo-oligarchica del governo dei Trenta Tiranni, è comunque in ottimi rapporti con alcuni dei suoi esponenti, Crizia in primis, e contestualmente critica duramente alcune procedure democratiche riguardanti l’accesso alle cariche pubbliche che avvengono per sorteggio o per elezione popolare, sostenendo invece la necessità di mettere a capo della città solo persone qualificate e preparate in una materia tanto delicata come la politica. Una visione indipendente, la sua, considerata però spregiudicata e dunque pericolosa per lo status quo politico, anche perché il filosofo si sta facendo un suo seguito di giovani, affascinati dalle teorie filosofiche che va predicando.

Nasce dunque dal timore che la città possa cadere nuovamente vittima di pericolose derivazioni anticonformiste, la volontà di creare un capro espiatorio, così da farne un esempio per chiunque maturi pensieri rivoluzionari. Da qui derivano le accuse mosse a Socrate, perfetto per il ruolo, in quanto considerato un contestatore dei tradizionali valori cittadini.

Eppure, per processare qualcuno ad Atene, va seguita una procedura ben precisa. Innanzitutto, non esiste un pubblico ministero, ma ogni cittadino ha il potere di divenire accusatore inoltrando un’istanza privata. Nel caso di Socrate, a volerlo accusare è Anito, ex esiliato dai Trenta, commerciante e uomo benestante, ora stimato tra i democratici conservatori che rovesciarono la tirannia. La scusa è delle più banali e pretestuose: Anito era preoccupato che suo figlio apprendesse una concezione malsana della vita da un filosofo come Socrate, da lui considerato solo un “sofista” che attacca impunemente e direttamente i politici, nonché un mendicante chiacchierone e bizzarro che rinnega gli dei e attrae i giovani con fascinazioni anticonformiste. Insieme ad Anito si schiera Licone, altro esponente democratico, e i due, avvalendosi di un prestanome, Meleto, accusano il filosofo di corrompere i giovani insegnando loro dottrine antisociali, di non credere negli dei della città e di tentare di introdurne di nuovi.

Socrate viene quindi accusato, tra le altre cose, di “ateismo”, che rientra nell’accusa di empietà, ma essendo ritenute, religione e cittadinanza, un tutt’uno, l’accusa implicita diventa quella di aver cospirato contro le istituzioni e l’ordine pubblico.

Le procedure ateniesi dell’epoca in fatto di processi sono molto garantiste, lasciando sempre una possibilità all’incriminato di sottrarsi alle accuse, preferendo l’esilio a esse. Socrate però non cede e, a questo punto, la legge di una città come Atene, che vanta le migliori scuole di retorica del mondo antico, prevede che, sia l’accusatore che l’accusato possano decidere se avvalersi di un logografo, ossia un oratore professionista a pagamento, o optare per difendere le proprie posizioni da sé. Socrate sceglie l’autodifesa, rifiutando l’offerta di Lisia, esperto oratore del tempo, propostosi come suo logografo.

Inizia così il processo davanti all’Areopago, il consiglio di 501 cittadini di Atene adunatisi per giudicare il filosofo. A garanzia dell’indipendenza dei giudici, le decisioni dell’Aeropago sono prese sempre a scrutinio segreto (e non per alzata di mano, com’è di prassi nelle altre assemblee ateniesi). Il numero di giudici, che può andare da 501 individui fino a 1501, serve a evitare la corruzione e l’intimidazione dei giudici stessi: distribuendo il potere decisionale lo si può meglio controllare, garantendo l’imparzialità.

Analizzando le accuse specifiche a Socrate, ci si rende conto di come esse siano puramente pretestuose. È Socrate stesso a demolirle una alla volta, grazie alla sua logica stringente. La prima accusa, quella di empietà fa riferimento, tra le altre cose, anche agli studi naturalistici fuori dalla norma che si riteneva compisse Socrate. A riprova della considerazione che avevano di Socrate alcuni democratici dell’epoca, Aristofane, nella commedia Le nuvole, mostra il filosofo in una cesta che galleggia a mezz’aria, concentrato in ragionamenti assurdi e bizzarri. Socrate, ben consapevole che le accuse a lui mosse non sono altro che un paravento legale con il quale potersi sbarazzare di lui, si difende da tale accusa dimostrando come il fatto non sussista e chiamando gli stessi suoi giudici a testimoniare di non averlo mai visto impegnato negli studi che gli vengono contestati.Tale accusa comprende poi la corruzione dei giovani. Essa va spiegata con il fatto che Socrate era stato maestro di Crizia e Alcibiade, due figure centrali al tempo del governo dei Trenta Tiranni, in quanto Crizia ne era il capo e Alcibiade, per sfuggire a un processo nei suoi confronti, si era macchiato di tradimento nei confronti di Atene, passando dalla parte di Sparta e combattendo contro i suoi compatrioti. Per Socrate, l’accusa di corruzione dei giovani è assurda quanto quella precedente e lo dimostra con la sua invincibile dialettica: è impossibile che tutti gli ateniesi siano buoni educatori, mentre lui solo sia un cattivo esempio educativo. Inoltre, fa ammettere a Meleto, suo accusatore, che le persone accettino di stare solo con chi apporta loro dei beni, rifuggendo da chi apporta loro dei mali. In tal caso, quindi, o Socrate non può insegnare il male (perché in tal caso nessuno starebbe con lui) oppure lo insegnerebbe inconsapevolmente (perché se lo facesse consapevolmente saprebbe già che nessuno starebbe con lui). Questa deduzione logica è fondamentale perché, per la legge ateniese, chi sbaglia senza saperlo non è punibile, ma va anzi istruito. L’ultima accusa indica Socrate come colpevole non solo di non credere negli dei della città, ma di averne introdotti di nuovi. Qui i suoi detrattori si riferiscono al daimon socratico: per il filosofo, una sorta di divinità minore agli dei ma superiore agli uomini, una voce interiore che lo dissuade dal compiere certe azioni, mantenendolo sulla retta via. Una specie di coscienza morale dell’uomo, come l’interpreterà Kant successivamente. Ebbene, Socrate dimostra ai giudici come il suo daimon non sconfessi le divinità tradizionali, reputando esso inferiore, ma anzi accetti la loro esistenza proprio in virtù della loro superiorità al daimon. Inoltre, fa notare come sia impossibile non credere agli dei, ma allo stesso tempo professarne di nuovi, una contraddizione, questa, insita nell’accusa di Meleto.

Socrate, dunque, decide di non difendersi nel modo tradizionale, portando testimoni a favore che possano parlare di lui in termini positivi o famigliari che impietosiscano i giudici, com’era prassi, ma lo fa rilanciando la palla all’avversario, facendolo cadere in contraddizione e demolendo il castello di false “prove” costruito contro di lui, fino a lasciare l’interlocutore senza parole. Allo stesso tempo si sente in dovere di esaltare il proprio compito educativo nei confronti degli ateniesi, al quale si sente chiamato per ordine divino. Se non esercitasse più la sua filosofia, sarebbe come lasciare la città che ama in balia di sé stessa. Si propone quindi come uomo determinato a compiere sempre e comunque il giusto, spinto solo dalla verità e dal rispetto delle leggi, anche quando ciò va a suo svantaggio. Supplicare la grazia sarebbe, ad esempio, per lui inaccettabile, perché significherebbe far infrangere ai suoi giudici il giuramento di giudicare secondo legge.

Arriva il momento di votare e il responso è di colpevolezza, ma con una maggioranza di soli 30 voti, che su una giuria di 501 persone sono poca cosa. A questo punto la legge ateniese prevede che, sia l’accusatore che l’accusato ritenuto colpevole, facciano ciascuno una proposta di pena adeguata al verdetto. In alternativa, il colpevole può decidere di auto-esiliarsi dalla città.

Meleto senza indugi propone la pena di morte, una punizione fin troppo esagerata considerato lo scarto di voti esiguo, ma fortemente sollecitata dai conservatori che lo sostengono. Socrate, invece, rifiutando l’esilio, compie in seguito una mossa inaspettata e completamente fuori luogo in un processo in cui si deve decidere della sua vita: sfida apertamente e in modo sprezzante il sistema e i giudici dichiarandosi, per il fatto di aver insegnato ai giovani la scienza del bene e del male, addirittura meritevole di essere nutrito a vita e a spese pubbliche nel Pritanèo, un premio ottenuto solo da eroi meritevoli, orfani di guerra e vincitori di gare olimpiche. A completare lo sberleffo nei confronti della giuria, propone in alternativa, una pena consistente nel pagamento di un’ammenda irrisoria, una mina d’argento, cioè tutto ciò che possiede.

Se il risultato della prima votazione (quella sulla colpevolezza o meno) lasciava intendere che i giurati si sarebbero accontentati di condannare Socrate a una pena leggera ma ragionevole, che poteva essere una multa o al massimo l’esilio, con l’atteggiamento tenuto da Socrate le cose cambiano. Nella seconda votazione (quella per decidere la pena)i giudici si trovano a dover scegliere se accettare l’ammenda ridicola proposta in modo sprezzante e irrispettoso dal filosofo (poi alzata a 30 mine d’argento grazie ad alcuni amici che si propongono come suoi garanti, cifra comunque irrisoria) o condannarlo a morte come richiesto da Meleto. L’irritazione generata nei giudici dal sarcasmo di Socrate porta la maggioranza di contrari ad aumentare e lo scarto sale a 80 voti a suo sfavore. Strano anzi che, dopo tale affronto, rimanga ancora qualcuno che parteggi per lui.

E si giunge così al momento della condanna e della punizione. Nell’Atene del tempo sono due i metodi di esecuzione capitale più praticati: la precipitazione in un baratro e una sorta di crocifissione che conduce alla morte attraverso una lunga agonia. Ai più fortunati, oltre che ai più ricchi, è riservata una terza opzione: si somministra del veleno, sicuramente preferibile alle altre due prassi. La cicuta, il veleno utilizzato, è considerato un privilegio di pochi in quanto estremamente rara nella regione e dunque dal costo elevato, considerato anche che è a carico del condannato. Socrate, pur essendo vissuto in estrema povertà, paga per la cicuta, forse aiutato dagli stessi amici che gli hanno fatto da garanti in precedenza.

Ed è proprio da tali amici che arriva anche l’ultima chance per Socrate di sopravvivere. È prassi diffusa dell’epoca che i condannati, per salvarsi dalla pena capitale, trovino stratagemmi per fuggire, senza venire troppo ostacolati da chi dovrebbe vigilare, riparando fuori città auto-esiliandosi. Gli amici di Socrate hanno già provveduto a corrompere i carcerieri del filosofo e a organizzare la fuga. Questa soluzione accontenterebbe un po’ tutti, giudici compresi, i quali sin dall’inizio, come detto, erano poco propensi ad arrivare a una sentenza di morte, preferendo un suo allontanamento, senza morti sulla coscienza.

L’unico che rifiuta l’offerta, ancora una volta, è proprio Socrate, che sceglie consapevolmente e testardamente la morte piuttosto che la fuga e l’esilio. Parrebbe un comportamento insensato, oltre che suicida, ma in realtà non lo è se si considera come ha vissuto tutta la sua vita il filosofo.

Per lui, che è vissuto sempre nel rispetto delle leggi e nella convinzione che anche se una legge la si ritiene sbagliata o ingiusta è comunque giusto sottoporvisi, non sarebbe corretto né tantomeno onorevole violarla, sottraendovisi con un sotterfugio. Il suo stesso pensiero filosofico porta a considerare l’uomo come tale, solo nel suo rapporto con una società retta da leggi. Senza leggi non ci sarebbe la vita in società e dunque non ci si potrebbe considerare uomini.

Inoltre, l’esilio, per Socrate, significherebbe solo continuare a predicare le sue teorie e  mettere in discussione le false verità in un altro luogo, dato che non può farne a meno perché guidato dal suo daimon. Ciò significherebbe ricadere nello stesso astio e nelle stesse accuse che lo hanno condotto già una volta a essere processato e con il risultato di venire cacciato ovunque egli si rechi. Socrate considera quindi l’esilio come un male certo per lui, mentre non altrettanto certo è il male che troverà nella morte, della quale, secondo il suo stesso pensiero, egli sa di non sapere nulla.

Socrate accetta dunque la condanna senza paura né rimpianti, perché ciò che si mette in discussione, con un pretesto politico-religioso, non sono le false accuse di cui viene tacciato, ma implicitamente gli viene chiesto di contraddire un’intera vita che lui ha sempre vissuto con coerenza e nel rispetto dei propri valori. Rifiuta quindi di compromettere la propria integrità morale in nome di una salvezza che lo porterebbe alla corruzione della sua dignità.

La vera domanda da porsi, dunque, è: Socrate voleva immolarsi per una sorta di salvezza morale, diventando di fatto e consapevolmente un martire del libero pensiero? La strategia che adotta durante il processo a suo carico e il comportamento nelle scelte successive porterebbero a optare per una risposta affermativa. Socrate riesce letteralmente a vedere il futuro in maniera chiara e lucida, nonostante i suoi settant’anni. Viene condannato dal tribunale della sua amata Atene, città che, solo sulla carta, si propone come faro di civiltà e di democrazia, ma che in realtà, come Socrate stesso mette in luce, non può e non vuole liberarsi dei propri pregiudizi e della propria chiusura mentale. Il filosofo non può invece che uscire vincitore dal processo con la Storia, che lo assolve a maggioranza piena per la sua coerenza nel lottare fino in fondo a difesa del libero pensiero e del diritto (oltre che del dovere) di vivere, agire e morire secondo coscienza.

A ulteriore dimostrazione di ciò, Socrate trascorre la sua ultima giornata su questa terra così come aveva sempre vissuto: dialogando di filosofia con amici e discepoli, trattando il tema dell’immortalità dell’anima e del destino dell’uomo nell’aldilà.

Li lascia, in seguito, nel modo più enigmatico possibile, mentre già le membra iniziano a paralizzarsi e a diventare insensibili per effetto della cicuta, pronunciando le sue ultime parole rivolgendosi all’amico Critone: “O Critone, noi siamo debitori di un gallo ad Asclepio: dateglielo e non dimenticatevene”.

Varie sono le interpretazioni di queste parole, prima fra tutte e più semplicistica il non voler lasciare debiti irrisolti né con gli uomini né con gli dei, chiedendo di sacrificare un gallo al dio Asclepio come ringraziamento per avergli reso la morte indolore. Altri interpretano le parole di Socrate come ringraziamento per essersi liberato, con la morte, dei suoi nemici e persecutori, così da non doversi piegare al compromesso, abiurando in vita le proprie convinzioni. Alcuni, invece, le spiegano col fatto che, nella mitologia, il gallo, animale sacro ad Asclepio, aveva il potere di allontanare gli influssi maligni anche dopo la morte. Eppure, l’interpretazione più paradossale, se si considera la vita di Socrate, passata a dire sempre ciò che pensava e a riflettere prima di dirlo, potrebbe essere quella sostenuta da diversi autori e che ben si presterebbe inconsapevolmente all’ironia del filosofo: le ultime parole di Socrate, a causa del veleno che gli scorreva in corpo, sarebbero solo il delirio insensato di un moribondo.

Elisabeth Short: l’atroce femminicidio della Dalia Nera è un caso ancora aperto

Era il 15 gennaio del 1947 quando il suo corpo senza vita fu ritrovato abbandonato a Leimert Park, un quartiere meridionale di Los Angeles. Ma il caso è ancora oggi irrisolto. Il crudele assassino, che la torturò prima di ucciderla lasciandone poi il corpo mozzato a metà con i visceri e gli organi genitali  completamente asportati e occultati sotto di esso, lavandone via accuratamente il sangue, non è mai stato trovato.

Un volto capace di ipnotizzare, due occhi azzurri glaciali, contrastati da capelli neri, lunghi e mossi, a circondare una fronte spaziosa e quei tratti del viso duri ma allo stesso tempo delicati. Questo l’aspetto di Elizabeth Short, una ventitreenne arrivata a Los Angeles nell’agosto del 1947. Pareva perfetta per diventare ciò che aveva sempre sognato: una diva di Hollywood, come Marlene Dietrich, la sua preferita. L’epoca era quella giusta, i cosiddetti Anni Ruggenti di Hollywood,quelli in cui cominciava a costituirsi lo star system di attori e celebrità strapagate che imperversavano sulle copertine delle riviste patinate e venivano acclamate dai fan in visibilio come fossero divinità scese in terra.

Ebbene, Elizabeth Short aveva tutte le carte in regola per entrare a far parte di quel mondo fantastico: alta e bellissima, aveva, come detto, un aspetto fuori dall’ordinario. E la celebrità, per Elizabeth Short, alla fine arrivò, ma non nel modo in cui avrebbe voluto. Già, perché in quel mondo luccicante e magnifico tanto bramato, lei aveva provato a entrarci dalla porta principale ma, finito l’entusiasmo iniziale, si era scontrata contro l’altra faccia di Hollywood: quella più dura e oscura, quella sotterranea, non contemplata da riviste e notorietà. La porta sul retro di quel mondo, come scoprì presto, conduceva infatti a una carriera fatta di brevi filmati a luci rosse, al tempo illegali in America, e nessuna occasione di fare il grande salto per inserirsi nel jet set che contava. E forse fu proprio questa Hollywood parallela, che Elizabeth non si aspettava di trovare, a trasformarla, suo malgrado, in una celebrità: era il 15 gennaio del 1947 quando il suo corpo senza vita fu ritrovato abbandonato a Leimert Park, un quartiere meridionale di Los Angeles.

Fu in quel preciso momento che Elizabeth Short divenne famosa. Già, perché la sua morte e ciò che ne seguì furono tutt’altro che eventi ordinari, a cominciare dalle condizioni in cui fu rinvenuto il cadavere. Questo fu scoperto alle 10 di mattina dalla signora Betty Bersinger, mentre passeggiava con la figlia di tre anni. Inizialmente le parve un manichino smontato, ma poco dopo scoprì che quell’oggetto nudo, pallido, squarciato in due parti all’altezza della vita e con segni evidenti di tortura, non era affatto un fantoccio. A rendere tutto ancora più inquietante, una lacerazione profonda sul volto, da orecchio a orecchio, una mutilazione chiamata Glasgow Smile, tipica delle gang inglesi degli anni Venti, simile al sorriso di un clown.

 All’arrivo della polizia, la scena del crimine era già stata alterata,presa d’assalto da giornalisti e fotografi, tanto che ancora oggi, facendo una semplice ricerca su Google, è facile trovare alcune foto del corpo così come è stato rinvenuto. In ogni caso in seguito vennero osservate dalla polizia ulteriori manipolazioni del cadavere: i capelli neri della vittima erano stati tinti di rosso dall’assassino, i visceri e gli organi genitali le erano stati completamente asportati dal corpo e occultati sotto di esso, e le era infine stato lavato via accuratamente il sangue.

Furono sufficienti 56 minuti all’FBI per scoprire l’identità della donna: le sue impronte digitali erano in archivio a causa di un precedente arresto a Santa Barbara per assunzione di alcolici all’età di 19 anni. In quell’occasione era stata poi rilasciata perché ritenuta ancora minorenne dalle leggi californiane.

L’altro motivo per cui la Short divenne una celebrità fu per le risorse messe in campo dalle forze dell’ordine per tentare invano di trovare il suo assassino. Furono centinaia, tra agenti, detective e ispettori, a seguire il caso negli anni, mettendo in atto una delle più vaste indagini della storia del Dipartimento di Los Angeles. Così come altrettanti furono i sospettati, tra più di cinquanta mitomani in cerca di fama che si dichiaravano colpevoli e individui innocenti ma corrispondenti al profilo stilato. Nella vicenda furono addirittura tirati in ballo personaggi famosi.

Penalizzati fin da subito dalla sconsiderata contaminazione della scena del crimine da parte della stampa e dall’ampia attenzione mediatica data al caso, gli inquirenti si trovarono in enorme difficoltà. Non sembrava esserci alcun movente in un delitto tanto terrificante e, dunque, per stilare un profilo dell’assassino, dovettero basarsi solamente sulle condizioni del corpo.

La precisione con cui era stato sezionato e svuotato il corpo dal sangue faceva pensare a qualcuno abile con il bisturi, un chirurgo o comunque un medico. Doveva essere una persona meticolosa, dato che aveva ucciso senza fretta e torturato la vittima per ore, e sicuramente sadica, visto lo scempio che aveva fatto del corpo. La mutilazione genitale fece pensare a un assassino dalla personalità malata e perversa, che presumibilmente si sentiva sessualmente inadeguato. Inoltre, sembrava un soggetto sprezzante del pericolo di essere scoperto e, il fatto che avesse lasciato il corpo in bella vista senza tentare di occultarlo in alcun modo, venne interpretato come il gesto di sfida di una persona crudele e narcisista. Ipotesi quest’ultima confermata dall’invio del certificato di nascita e altri oggetti personali appartenuti a Elizabeth da un soggetto ignoto che si definiva il “Vendicatore della Dalia Nera”, con l’intento dichiarato di tenere sempre vivo l’interesse dei media e della polizia sul caso e non farlo cadere nel dimenticatoio. Un gesto di sfida, dunque, da parte del solo e unico assassino che però non verrà mai identificato, celato tra decine di fanatici che si autoaccusavano del delitto o che davano falsi indizi alla polizia solo per poter entrare a far parte del circo mediatico, in cerca di un briciolo di fama. Per loro pochi giorni di carcere, in attesa di scoprire, ogni volta, che con il delitto non c’entravano nulla.

I fascicoli ufficiali del caso mostrano che furono ventidue i sospettati principali sui quali vennero effettivamente svolti seri accertamenti: chirurghi, musicisti, ladruncoli, militari e persino giornalisti. Mancanza di prove e alibi inattaccabili portarono, per ognuno di essi, a un nulla di fatto. Così venne scagionato Robert M. Manley, ultimo a vedere Elizabeth Short viva nella hall del Bitmore Hotel la sera del 9 gennaio 1947. Allo stesso modo venne ritenuto innocente il chirurgo di Los Angeles Walter Bayley, la cui figlia era amica di Elizabeth. O ancora, il fanatico Joseph Dumais, sodato di stanza in New Jersey, uno dei primi ad autoaccusarsi del delitto. E nulla fu trovato per incriminare Woody Gutrhrie, noto cantante folk invischiato in alcune accuse per molestie, che si riteneva fosse collegato al delitto Short. Uno dei sospettati più papabili fu George Hodel, medico accusato di molestie dalla figlia, il quale non solo sembrava aver avuto una relazione con la Short, ma che per la notte dell’omicidio non aveva un alibi. Anni più tardi, addirittura il figlio di Godel, un ex-detective della Polizia di Los Angeles pubblicò un libro in cui affermava la colpevolezza del padre. Come lui però anche Janice Knowlton accusò il proprio padre per lo stesso delitto in un libro da lei pubblicato anni dopo. Perfino personalità di spicco entrarono a far parte dei sospettati. Una ex vicina di casa della famiglia Short accusò addirittura Orson Welles di essere l’assassino, in quanto tre mesi prima della morte di Elizabeth, il regista aveva creato, per il film La signora di Shangai, alcuni manichini che presentavano le stesse mutilazioni inflitte alla ragazza e per il fatto che, nove giorni dopo il delitto, giorno in cui l’assassino fece pervenire un misterioso pacchetto ai quotidiani, Welles lasciò gli Stati Uniti senza aver completato il montaggio di Macbeth, da lui diretto e interpretato, rimanendo per una decina di mesi in Europa e rifiutandosi categoricamente di tornare negli Stati Uniti per terminare il film.

Insomma, tra speculazioni e voci sul conto della  vittima, confessioni fasulle di mitomani, insinuazioni infondate su centinaia di persone, indagini sviate, accuse alla polizia e ai giornali di insabbiamento di prove, possibili collegamenti con delitti reali quali quelli del “Macellaio di Cleveland”, del “Killer del rossetto” e del “Killer dello Zodiaco”, di piste ce ne furono fin troppe. Ciò che mancò sempre furono le prove, il movente e l’identità dell’assassino. Un killer che ancora oggi, se ancora non è morto di vecchiaia, probabilmente si nasconde, perché il caso Short, dato che un omicidio non cade in prescrizione, è ancora aperto, pur essendosi arenato definitivamente quando la stampa perse, infine, interesse nella vicenda. In compenso, tutti i dossier relativi sono stati resi noti e pubblicati dall’FBI, tanto che chiunque può, se crede, cimentarsi nella risoluzione di uno dei più cruenti femminicidi irrisolti della storia, così come hanno fatto scrittori e registi negli anni (The Black Dahlia, romanzo del 1987 dello scrittore James Ellroy, di cui Brian De Palma ha poi girato la pellicola nel 2006; Gardenia Blu, film noir del 1953; Chi è Black Dahlia?, film del 1975 che descrive le vane indagini sul delitto).

Quello di Elizabeth Short è dunque un delitto rimasto insoluto, un cold case. È un peccato che quel soprannome, Black Dahlia, affibbiatole dai giornali in quei giorni e rimastole attaccato per l’eternità, nato dall’incontro di due elementi, l’abitudine della Short a vestirsi spesso di nero e la passione per il film La dalia azzurra con Veronica Lake, fosse stato creato solo in occasione della sua morte, perché sembrava fatto apposta per darle un ruolo da femme fatale in una Hollywood che, di dive, sembrava non averne mai abbastanza.

Ebbene, Elizabeth Short, la Dalia Nera, non è mai stata dimenticata. Questo, paradossalmente, era proprio l’intento del suo assassino quando si rivolse ai giornali nelle vesti del Vendicatore della Dalia Nera: che si continuasse a parlare di lei e del suo caso, in un modo o nell’altro.

I grandi processi della Storia: il Sexgate e l’impeachment a Bill Clinton

Vent’anni fa, il 12 febbraio del 1999, si chiudeva quello che può essere considerato il processo del secolo: riguardava l’uomo più potente e famoso del pianeta, il cosiddetto “leader del mondo libero”, il 42° Presidente degli Stati Uniti d’America, il Democratico William Jefferson Clinton.

Vent’anni fa, il 12 febbraio del 1999, si chiudeva quello che può essere considerato il processo del secolo: riguardava l’uomo più potente e famoso del pianeta, il cosiddetto “leader del mondo libero”, il 42° Presidente degli Stati Uniti d’America, il Democratico William Jefferson Clinton.

In realtà, la vicenda, in un modo o nell’altro, copre tutti gli anni ’90, perché Bill Clinton, già nel 1994, al suo secondo anno da presidente, era stato denunciato dalla giornalista Paula Jones per molestie sessuali verificatesi tre anni prima, quando lui era ancora governatore dell’Arkansas. Clinton respinse le accuse e, alla fine del processo di primo grado, fu assolto per mancanza di prove. È durante questo processo che comparve, senza troppi clamori e per la prima volta, la figura di Monica Lewinsky, una giovane stagista non retribuita,entrata nel 1995 nello staff della Casa Bianca. Monica, in poche settimane di lavoro, aveva stretto con il presidente un rapporto di confidenza, tanto che presto fu assunta dall’ufficio legislativo della Casa Bianca con mansioni chela portavano a consegnare più volte al giorno documenti nello Studio Ovale. Ebbene, proprio a causa di questo suo rapporto diretto con il presidente Clinton, in occasione delle audizioni del processo contro Paula Jones, gli avvocati di questa chiesero alle persone che lavoravano più a stretto contatto con lui, tra le quali anche la Lewinsky, se tra loro ci fossero stati rapporti sessuali. Sia Clinton che la Lewinsky in quella circostanza negarono sotto giuramento e la vicenda si chiuse, come detto, con un’assoluzione.

Nella primavera del 1996, la Lewinsky venne poi trasferita al Pentagono, dove strinse amicizia con una nuova collega, Linda Tripp. Quella stessa estate le confidò, in diverse telefonate,i dettagli della sua relazione, ben più intima della semplice confidenza, con il presidente Clinton. Arrivò l’ottobre del 1997 e Linda Tripp si dimostrò tutto meno che un’amica per Monica Lewinsky: la Tripp, a sua detta “nell’interesse della patria”, incontrò due giornalisti di News Week dicendo loro di essere in possesso di materiale scottante riguardante il presidente Clinton. Nell’ultimo anno, infatti, la donna aveva sistematicamente registrato le telefonate con la Lewinsky. Linda Tripp però non si rivolse solamente ai giornali, ma il 7 gennaio del 1998 incontrò anche Kenneth Starr, procuratore speciale degli Stati Uniti, un Repubblicano conservatore che stava già conducendo, su mandato del Congresso degli Stati Uniti a maggioranza Repubblicana, indagini relative a diversi scandali minori accaduti durante l’amministrazione Clinton.

La Tripp consegnò le registrazioni al procuratore e ne registrò altre in cui fece parlare la Lewinsky della sua relazione con Clinton e di conseguenza della sua falsa testimonianza al processo Jones. In tali occasioni, la Lewinsky le consegnò anche un documento intitolato “Cose da dire durante la testimonianza”. Non passò molto, giusto pochi giorni, perché la bolla esplodesse e facesse venire a galla tutto. Il 17 gennaio il sito internet Drudge Report, famoso per i suoi scoop scandalistici e, pochi giorni dopo, anche il Washington Post, pubblicarono l’inchiesta. È l’inizio di quello che verrà definito Sexgate, termine che fa il verso al precedente scandalo Watergate che aveva coinvolto il presidente Nixon nel 1972.

La stampa di mezzo mondo si scatenò immediatamente e per una settimana la Casa Bianca si chiuse a riccio sulla vicenda non rilasciando commenti, forse cercando il modo migliore di arginare la valanga che stava per sommergere Bill Clinton. Solo il 26 gennaio Bill e la First Lady Hillary si presentarono davanti ai giornalisti indicendo una conferenza stampa. Anche in questa occasione Clinton negò di aver avuto rapporti sessuali con Monica Lewinsky. Nel frattempo, Kenneth Starr, il procuratore incontrato dalla Tripp, aveva preso definitivamente le redini dell’indagine e, se da un lato Clinton continuava testardamente a negare relazioni improprie con la Lewinsky, dall’altro Starr cercava un accordo proprio con questa. Con una piccola differenza rispetto ai giornalisti, però: Starr non era interessato alla presunta relazione in sé, che non costituiva reato e che tanto scandalizzava l’opinione pubblica, ma voleva trovare le prove che la Casa Bianca avesse istruito il testimone (la Lewinsky) di un processo (quello contro la Jones) su cosa dire o non dire al fine di proteggere il presidente.

Furono mesi di fuoco, con i Democratici che accusavano Starr di voler soltanto danneggiare l’amministrazione Clinton a favore dei Repubblicani, i giornalisti che assediavano letteralmente la Lewinsky giorno e notte a casa e dovunque andasse e Linda Tripp, ascoltata altre tre volte, ma messa sotto accusa lei stessa per la liceità delle sue azioni e la possibilità di usare in un eventuale processo a Clinton le registrazioni telefoniche da lei ottenute illegalmente. La bagarre terminò il 28 luglio, giorno in cui Monica Lewinsky chiuse finalmente un accordo con il procuratore Starr: a lei e alla sua famiglia andò la completa immunità in cambio di una piena confessione. Questo costrinse Bill Clinton ad annunciare, il giorno successivo, che si sarebbe presentato spontaneamente a testimoniare. La confessione di Monica non parlava di rapporti sessuali, ma solo di sesso orale da lei praticato al presidente in almeno nove occasioni nello Studio Ovale o nei pressi di questo. Inoltre consegnò all’FBI un suo vestito blu, indossato in una di tali circostanze, asserendo che vi erano sopra tracce di sperma di Bill Clinton. Gli esami di laboratorio sul DNA confermarono le sue parole a riguardo.

Per quanto riguarda Clinton, il 17 agosto del 1998, davanti alla giuria che indagava la sua condotta, ammise finalmente la sua relazione con Monica Lewinsky. Immediatamente dopo la deposizione, Clinton tenne una conferenza stampa in tv, rivolgendosi al popolo americano. Le sue parole contenevano l’ammissione della relazione (“Ho effettivamente avuto relazioni improprie con la signorina Lewinsky”), il pentimento per aver mentito (“È stato sbagliato. È stato un grave errore di giudizio e un fallimento personale del quale sono il solo e unico responsabile”), la spiegazione dei motivi della menzogna (“Innanzitutto il desiderio di proteggere me stesso dall’imbarazzo. Inoltre volevo proteggere la mia famiglia”) e un appello agli americani (“Ora la questione riguarda me e le due persone che amo di più – mia moglie e mia figlia – e il nostro Dio. […] Ma è una questione privata, e intendo riavere indietro le vite della mia famiglia. Non sono affari di nessuno se non nostri. Anche i presidenti hanno vite private”)

Il mese successivo arrivarono al Comitato Giudiziario della Camera 36 scatoloni contenenti tutti i documenti, le prove, le testimonianze, i referti, i video e i verbali riguardanti il caso, raccolti dal procuratore Starr. Il rapporto Starr ci mise poco a diventare di pubblico dominio, grazie alla spinta dei Repubblicani. In esso spiccava la deposizione di Clinton relativa al processo contro Paula Jones. Alla domanda diretta di Starr se in quella circostanza avesse mentito sotto giuramento sulla relazione con Monica, Clinton aveva sostenuto di non aver mentito in quanto non considerava il sesso orale come un “atto sessuale”, perché ricevendolo non era entrato in contatto con nessuna delle parti del corpo della Lewinsky indicate come “zone sessuali”, né era sua intenzione gratificarla dal punto di vista sessuale. Il procuratore generale David Schippers, a capo del team che doveva valutare le prove raccolte da Starr, stabilì che esse erano sufficienti per avviare la procedura di impeachment, cioè di accusa formale del Presidente degli Stati Uniti da parte della Camera.L’8 ottobre del 1998 la Camera dei Rappresentanti, a maggioranza Repubblicana, votò per autorizzare la procedura d’impeachment a Bill Clinton.

Ma cosa prevede la complessa procedura d’impeachment? Innanzitutto essa è contenuta nella Costituzione degli Stati Uniti, la quale recita: “Il presidente, il vice-presidente e tutti gli alti funzionari di stato possono essere destituiti con l’impeachment se condannati per tradimento, corruzione o altri alti crimini e reati”. Nel caso di Clinton l’eventualità che egli potesse aver mentito sotto giuramento rientrerebbe nella fattispecie degli “alti reati”. In ogni caso la procedura d’impeachment deve seguire sempre alcune fasi, a cominciare da un’inchiesta condotta da un pubblico ministero, che per Clinton si identificò appunto nel procuratore Starr. L’incartamento della sua inchiesta, dato che questi ritenne di avere raccolto prove credibili e sostanziose,fu quindi inviato al Congresso.Qui, la Commissione Giustizia della Camera, formata da membri di entrambi i partiti, Democratico e Repubblicano, decise per autorizzare l’impeachment a Clinton con 21 voti a favore e 16 contrari, chiedendo alla Camera di aprire un’inchiesta formale. L’8 ottobre, come detto, la mozione passò con 258 voti a favore (tutti i repubblicani più 31 democratici) e 176 contrari, autorizzando l’inchiesta d’impeachment.

A questo punto tutto passò nuovamente in mano alla Commissione Giustizia che ha il compito di ascoltare le parti interessate. Il procuratore Starr e gli avvocati di Clinton, dunque, testimoniarono davanti a essa, esponendo ciascuno le prove contro o quelle a favore dell’accusato. Terminata questa fase la Commissione ha l’onere di votare su ciascun “articolo di impeachment”, cioè sui capi d’accusa emersi dalla valutazione del caso. Per Bill Clinton furono quattro i capi d’accusa presentati alla Camera: spergiuro per aver mentito sotto giuramento sulla relazione con Monica Lewinsky; spergiuro nella testimonianza su Paula Jones; intralcio alla giustizia per aver cercato di influenzare alcuni testimoni nell’ambito dell’indagine condotta da Kenneth Starr; falsa testimonianza su alcune delle 81 domande rivoltegli dalla Commissione Giustizia. Sarebbe bastata una maggioranza semplice, cioè 218 parlamentari a favore di almeno uno degli articoli d’imputazione per avere l’impeachment e trasformare Bill Clinton ufficialmente in un imputato.

Il 18 dicembre 1998 la decisione sui capi d’accusa e quindi sull’impeachment era ancora tutta in mano agli indecisi. Un sondaggio dell’Associated Press dava 198 voti a favore, 193 contrari, 32 indecisi e 12 che non avevano risposto. A seconda degli schieramenti, c’era chi lo considerava un voto politico, che avrebbe finito per scalzare Clinton,e chi un voto di coscienza, in un periodo in cui l’America non aveva bisogno di altri problemi, essendo già impegnata in una crisi mondiale,nella quale i missili di Clinton piovevano per la terza notte consecutiva come stelle cadenti su Baghdad. La First Lady intanto lanciava gli ultimi appelli al popolo americano e soprattutto alle donne d’America che l’avevano sempre supportata, sollecitando a considerare solo la condotta politica tenuta dal marito fino a quel momento e indicandolo scandalo del Sexgate come fatto privato.

Ebbene, alla fine, dei quattro capi d’accusa, solo due raggiunsero alla Camera il quorum necessario per incriminare Bill Clinton, che diventò così, ufficialmente, il secondo presidente nella storia degli Stati Uniti a subire l’impeachment. Prima di lui vi fu solo il Democratico Andrew Johnson nel 1868. A questo punto, il 7 gennaio 1999, la patata bollente passò al Senato per un iter processuale che sarebbe durato diversi mesi, durante i quali tutte le prove, a favore e contro,dovevano essere presentate all’attenzione e al giudizio dei 100 senatori, due per ciascuno dei 50 stati, che costituivano la giuria. Anche qui, la maggioranza di 55 senatori su 100 era Repubblicana, non abbastanza per raggiungere i due terzi necessari a rimuovere Clinton dalla carica in caso di voto, ma abbastanza da impensierirlo nel caso di franchi tiratori tra i Democratici.

A quasi un anno dallo scoppio del Sexgate, quindi, e nel pieno di una guerra combattuta dall’altro capo del mondo, Bill Clinton si ritrovò una spada di Damocle sulla testa. Dalla sua però c’era il popolo americano, che, stanco di mesi e mesi di speculazioni a base di sesso e colpi bassi dei Repubblicani, continuava, nonostante tutto, a sostenerlo nei sondaggi. La popolarità di Clinton rimase alta grazie anche all’annuale discorso sullo “Stato dell’Unione”, durante il quale il presidente si guardò bene dall’accennare a scandali e processi, ma si mostrò al Paese come leader ancora saldamente al potere, parlando di politica e di programmi da attuare: il salvataggio del sistema pensionistico, la riforma della scuola, le nuove trattative commerciali, l’incremento di aiuti alla Russia e la difesa della pace nel Kosovo e in Iraq. Insomma, se da un lato il popolo lo aveva perdonato, dall’altro i Repubblicani sentivano di non avere i voti necessari per farlo cadere, capendo troppo tardi che, il continuare a trascinarlo nel fango senza ottenere il risultato prefissato si sarebbe ritorto contro di loro. Tutti avevano interesse a chiudere la partita, dunque. Solo la giustizia non accennava a fermarsi, chiusa nelle stanze del Senato.

Il 12 febbraio 1999 fu il giorno del giudizio. Per la prima volta nella storia le telecamere furono accettate nell’aula della Corte Suprema e le immagini vennero poi distribuite a tutte le televisioni del mondo. Il presidente della Corte, William Rehnquist, pronunciò la formula di rito: “Senatori, è William Jefferson Clinton colpevole o non colpevole?”. Uno alla volta, in ordine alfabetico, i senatori si alzarono in piedi e risposero “guilty” o “not guilty” (colpevole o innocente) per ben due volte,una per ognuno dei due capi di imputazione.Servivano almeno 67 voti su 100 per giudicare Clinton colpevole in almeno uno dei capi d’accusa. In tal caso ci sarebbero state tre conseguenze immediate: Clinton sarebbe stato immediatamente rimosso dalla carica, la decisione sarebbe stata notificata al segretario di stato Medeleine Albright e il vicepresidente Al Gore avrebbe prestato contestuale giuramento per subentrare a Clinton fino alle successive elezioni.

Nella prima votazione, quella per falsa testimonianza, ci furono effettivamente alcuni franchi tiratori, ma paradossalmente sul versante opposto: furono 10 i Repubblicani che votarono “non colpevole” e che si aggiunsero ai 45 Democratici favorevoli al presidente. Clinton fu assolto per 55 voti a 45. Per quanto riguarda il secondo capo d’accusa, intralcio alla giustizia, il Senato si divide esattamente a metà con 50 voti contrari e 50 a favore, assolvendo anche in questo caso l’imputato. Fallito quello che i Democratici non hanno esitato a definire un “tentativo di golpe” dei Repubblicani, questi ultimi si giocarono l’ultima disperata carta, presentando una “mozione di censura”, una sorta di condanna morale nei confronti di Clinton per il comportamento “vergognoso, sconsiderato e indifendibile” tenuto dal presidente durante il Sexgate. Si mise allora ai voti la possibilità di procedere con la mozione di censura, ma anche qui i contrari furono più dei favorevoli e il tentativo non approdò a nulla. Solo in corte civile a Clinton viene comminata una multa di 90.000 dollari per falsa testimonianza nel caso Paula Jones e nel 2001 venne sospesa in Arkansas la sua licenza all’esercizio della professione forense per cinque anni, venendo anche radiato dalla possibilità di presentare casi davanti alla Corte Suprema. Nulla di così grave, dunque, considerate le conseguenze ben peggiori dalle quali era riuscito a scampare.

Bill Clinton, che anni prima in campagna elettorale era stato definito il “come back kid” (il ragazzo delle rimonte), si confermò quindi tale anche nel momento più critico della sua presidenza, ribaltando la sorte, ritorcendo contro i Repubblicani le loro stesse congiure e ripulendo la sua fedina dagli errori commessi nella gestione dello scandalo Sexgate. Vien da chiedersi a questo punto come sarebbe stato giudicato oggi, Clinton, alla luce dei recenti scandali sessuali che hanno infangato l’America e, nello specifico,Hollywood. Un’analisi sociologica delle due situazioni spinge a riflettere su alcuni comportamenti che, risultano esattamente opposti: nel 1999 Clinton venne valutato dall’opinione pubblica come un pessimo uomo e marito, ma anche come un ottimo politico e, proprio per questo, ci fu il perdono. Persino il movimento femminista si schierò dalla sua parte e l’impeachment stesso, alla fine, si risolse in un nulla di fatto, confermando la valutazione politica come preminente. Oggi vediamo invece, tanto per fare un nome noto, un Kevin Spacey, attore dal riconosciuto talento, linciato mediaticamente per uno scandalo sessuale, ma questa volta non solo sul piano personale, ma anche lavorativo, essendo stato letteralmente bandito dal jet set e dal mondo che lo ha reso una celebrità.

Oggi è probabile che un Bill Clinton non troverebbe più l’appoggio delle femministe (un tempo trainate dal buon soldato Hillary), perché in 20 anni la società americana ha subito un forte cambiamento. È cambiata la sensibilità a certi temi e sono cambiati i valori. Negli anni Novanta, il fare distinzioni e il porsi domande e perplessità anche sui racconti delle vittime o presunte tali, rendeva il popolo americano più propenso di oggi a cedere al compromesso per salvare l’uomo politico che tanto stava facendo per l’America. A quel tempo sembrava quasi essere il “no”, in risposta alla molestia, la discriminante che rendeva la donna una vittima di abusi, tanto che, ad esempio, non si mise in dubbio il fatto che la Lewinsky fosse o meno vittima di molestie. Lei era semplicemente l’amante consensuale del presidente. Il problema, in quel caso, venne spostato sull’uomo e sull’adulterio di questi(fatto privato) e, ancor più grave secondo i Repubblicani, sul presidente e sulla menzogna al popolo americano (fatto pubblico). Oggi Clinton difficilmente avrebbe scampo sedendosi davanti al severo tribunale dell’opinione pubblica attuale che, bombardata di informazioni spesso contrastanti, fatica a separare racconti, fatti e prove, che non contempla differenze tra consensualità e violazione della volontà altrui, che non dubita più della parola delle presunte vittime. Probabilmente anche l’impeachment sarebbe andato in modo diverso, non tanto a livello legale, ma proprio a causa della pressione dell’attuale società americana alla quale con difficoltà i Senatori, nell’attuale clima post-scandali, potrebbero sottrarsi.

Inoltre, ai tempi del Sexgate l’accusa proveniva solo e unicamente dal lato Repubblicano dell’America, era una forma di strumentalizzazione bella e buona di un fatto senza dubbio biasimabile, ma pur sempre privato. E infatti il tempo ha dato ragione al Clinton politico, pur gettando un’ombra sul Clinton uomo e marito. Oggi l’accusa invece sarebbe a 360°, arriverebbe da ogni lato, da Repubblicani e da Democratici. Se un tempo erano state paradossalmente le femministe a seguire Hillary nel sostenere Clinton, probabilmente oggi sarebbe Hillary ad allinearsi al biasimo delle donne, vittime e non, condannando il marito come uomo e persino come politico. Insomma, se Clinton negli anni Novanta era considerato un buon presidente, un uomo mediocre e un pessimo marito, oggi sarebbe considerato solo un molestatore che ha approfittato del suo potere. Difficile dire quale delle due opinioni sia la più corretta, proprio perché ogni valutazione è figlia del suo tempo.

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