I grandi processi della Storia: Al Capone, il “bravo ragazzo”

By 8 Maggio 2019Mondo, Primo piano

Per capire le difficoltà che incontrarono gli investigatori nell’incriminare Al Capone e nel portarlo davanti a una corte, è necessario ripercorrere la sua ascesa criminale, a partire dal contesto in cui nacque il piccolo Alphonse.

Il processo ad Alphonse Gabriel Capone durò poco più di due mesi, ma rappresentò il punto di svolta nella vita e nella carriera criminale di quello che viene considerato uno dei più sanguinari gangster che imperversavano nell’America del Proibizionismo degli anni Venti.

Per capire le difficoltà che incontrarono gli investigatori nell’incriminare Al Capone e nel portarlo davanti a una corte, è necessario ripercorrere la sua ascesa criminale, a partire dal contesto in cui nacque il piccolo Alphonse.

Il padre, Gabriel Caponi, era un barbiere italiano emigrato con la moglie Teresa Raiola. All’ingresso negli Stati Uniti fu storpiato per errore il cognome che da quel momento diventò Capone. Si stabilirono a Brooklyn, New York, ed ebbero nove figli. Alphonse, il quarto, nacque il 7 gennaio del 1899 proprio a Brooklyn, in un ambiente degradato che lo mise presto in contatto con la microcriminalità gestita da piccole gang. A scuola l’ambiente non era diverso, basti pensare che suo compagno era Salvatore Lucania, meglio noto,una volta adulto, come Lucky Luciano, uno dei più potenti boss della Cosa Nostra americana. Il giovane Capone si fece comunque riconoscere già in tenera età per il suo temperamento violento: fu espulso da scuola a seguito delle percosse perpetrate ai danni di un insegnante. Da qui mise definitivamente il piede nel crimine organizzato, entrando a far parte della banda dei Five Pointers di Frankie Yale. È in questo periodo che gli viene affibbiato il soprannome di Scarface(Lo sfregiato) per la vistosa cicatrice sulla guancia rimediata con una rasoiata di Frank Galluccio a seguito di commenti pesanti nei confronti della sorella di questo. Sempre in questi anni Al Capone venne arrestato per la prima volta per reati minori, ma in seguito nessuna accusa gli verrà mossa per l’omicidio di due uomini, coperto dall’omertà.


Ed è proprio sull’omertà, oltre che sulla violenza, che si fonderà la sua ascesa nel mondo del crimine. Un’omertà derivata dalla costante pratica della corruzione e delle minacce a testimoni, giurie, poliziotti e politici.

Era il 1919 quando Capone, resosi responsabile di aver ferito gravemente il membro di una banda rivale, venne allontanato da Frankie Yale e spedito, per far calmare le acque, a Chicago, nell’Illinois, dove entrò a far parte della banda di Johnny Torrio, che lo mise a far gavetta nella gestione delle scommesse clandestine. Qui, l’intraprendenza di Al Capone e la sua specializzazione come killer a sangue freddo lo portarono in breve tempo a diventare il braccio destro del capo, arrivando a dirigere per suo conto tutte le attività criminali della banda. Il giorno in cui Torrio, ferito in un attentato, decise di appendere il mitra al chiodo e fare ritorno in Italia, Capone era lì pronto a prenderne il posto come successore designato, diventando per tutti The big fellow (Il bravo ragazzo).

Erano gli anni del proibizionismo e Chicago si distingueva per l’alto tasso di criminalità e per la sfrontatezza delle gang che la controllavano. Al Capone salì in breve tempo in cima alla classifica dei criminali più pericolosi, mischiando intelligentemente le attività illegali di contrabbando di alcolici, di controllo del gioco d’azzardo e della prostituzione, con investimenti in attività perfettamente lecite che fungevano da copertura per gli introiti illeciti. Con la stessa ambivalenza si dimostrò caritatevole verso il popolo schiacciato dalla crisi economica del ’29, distribuendo cibo e vestiti ai bisognosi, ma allo stesso tempo fu il mandante di sanguinosi omicidi che gli consentirono di mantenere il controllo assoluto del territorio. Grazie a una politica di sistematica eliminazione fisica di tutte le bande rivali, infatti, assunse il controllo della malavita di Chicago. Celebre divenne il cosiddetto Massacro di San Valentino del 14 febbraio del 1929, in cui quattro uomini di Capone travestiti da poliziotti irruppero nel quartier generale del boss irlandese“Bugs”Moran, il principale concorrente nel commercio illegale di alcolici, fecero allineare i presenti contro un muro come per un normale controllo di polizia e li colpirono infine alla schiena senza pietà con scariche di mitra Thompson, l’arma preferita dai gangster del tempo.

L’espansione del suo impero malavitoso sembrava non conoscere fine, tanto che, nel sobborgo ribattezzato “Caponeville”, i suoi uomini giravano armati al pari dei poliziotti. Neppure un secondo arresto per possesso illegale di arma da fuoco, sempre nel 1929, riuscì a scalfire il potere di Capone che venne presto rilasciato, arrivando nel 1930 a essere dichiarato dall’FBI il “nemico pubblico numero 1” della città di Chicago ed entrando, a pieno titolo, nella lista dei più ricercati d’America.

Eppure, Capone non si nascondeva, anzi non si preoccupava affatto di ostentare lusso e ricchezza nelle sue uscite pubbliche, indossando completi da 1 milione di dollari e spille per cravatte da 20 milioni e vivendo in una suite del Metropolitan Hotel sempre in compagnia di belle donne e irrinunciabili guardie del corpo. Nel frattempo, in America si discuteva sulla possibilità di tassare anche i redditi provenienti da attività illecite, ed è proprio in quel momento che entrò in gioco una squadra di agenti federali dell’ufficio delle imposte, guidata da Elliot Ness, denominata Gli Intoccabili perché composta da un team di funzionari incorruttibili e fidati. Obiettivo del pool di esperti era affrontare il problema Capone da una nuova prospettiva: se non si riusciva a incriminarlo per i delitti e per le attività criminali, forse lo si sarebbe potuto accusare per reati fiscali. Bastava solo trovare le prove e per farlo ci vollero due anni e l’aiuto di un centinaio di agenti federali, capitanati dagli Intoccabili.

La difficoltà nel catturarlo, infatti, stava proprio nella gestione sempre attenta di Al Capone della sua organizzazione e della sua vita privata. Pur guadagnando, secondo le stime, circa 100 milioni di dollari all’anno, Capone non aveva nulla di intestato a suo nome, né un appartamento, né un conto in banca, né tantomeno portava mai soldi in tasca, e copriva, come detto, i suoi traffici illeciti con gli introiti delle attività legali. A ciò si aggiungeva la protezione omertosa di potenti, sindaco di Chicago in primis, giudici e poliziotti prezzolati e corrotti, la quale andava di pari passo con la violenza e gli omicidi con cui Capone si garantiva invece il silenzio dei propri nemici e dei testimoni scomodi.

Gli Intoccabili, il cui lavoro e impegno fu magistralmente reso su pellicola anni dopo, nel 1987, in un capolavoro cinematografico di Brian De Palma con attori del calibro di Kevin Costner nei panni di Ness, Sean Connery, Andy Garcia e Robert De Niro a impersonare il cattivo, rimasero per mesi alle costole di Al Capone, spulciando ogni movimento finanziario e libro contabile del gangster senza riuscire però a trovare un reale appiglio per la sua incriminazione, proprio per la prassi seguita scrupolosamente da Capone di agire sempre tramite prestanomi e intermediari. La chiave di volta di un’indagine lunga e fino a quel momento infruttuosa la si dovette a un piccolo foglietto di carta nel quale compariva il nome del gangster. Quest’unica scoperta portò ad altre prove concatenate su cui infine si riuscì a costruire tutto l’impianto accusatorio che arrivò a contare ben 23 capi d’accusa tra evasione fiscale, reati finanziari e violazione delle leggi sul commercio di alcolici. Con Al Capone vennero portati alla sbarra anche il fratello Ralph e altri gangster del cosiddetto “Sindacato di Chicago”.

Gli avvocati di Capone tentarono allora la carta del patteggiamento, ma la possibilità di togliere finalmente di mezzo il gangster più ricercato d’America, anche se solo per evasione fiscale, fece propendere i giudici per un rigetto dell’istanza e un rinvio a processo definitivo. C’erano le prove, c’erano giudici non corrotti e c’era l’imputato in manette: mai nell’epopea criminale di Al Capone si era stati più vicini di così a metterlo dietro le sbarre per parecchio tempo.

Ma nonostante Al Capone avesse tutti contro e si trovasse con le spalle al muro, alla vigilia del processo era tranquillo e sicuro di sé, forte della consapevolezza di aver fatto tutto il possibile per garantirsi un’ennesima assoluzione. I suoi uomini, infatti, vista l’ostilità dei giudici, erano riusciti a trovare e a mettere in atto una soluzione di ripiego altrettanto efficace: corrompere e intimidire, a pochi giorni dal processo, l’intera giuria designata a valutarne la colpevolezza o l’innocenza.


Fu sicuramente quello l’apice della carriera criminale di Al Capone che, proprio perché si riteneva indistruttibile, tentò di beffare per l’ennesima volta le autorità che si ostinavano a volergli mettere i bastoni tra le ruote, quasi a voler dimostrare la sua imbattibilità anche e soprattutto nel momento in cui il suo impero pareva più in bilico. Fu quello, infatti, il momento in cui si decideva una volta per tutte da che parte sarebbe pesata la bilancia morale di Chicago: su un piatto l’intera criminalità organizzata della città guidata dal potere sfrontato e arrogante di Al Capone, sull’altro una giustizia che fino a quel momento si era dimostrata inadeguata a fermare un’escalation tanto imponente di violenza, corruzione e illegalità.

Il 17 ottobre del 1931 però ci fu un colpo di scena degno dei migliori legal-thriller. La giuria che occupò i dodici posti in aula non era quella corrotta da Al Capone. Immaginando una possibile interferenza di Capone, la sera prima del processo, con una mossa a sorpresa, il giudice si era premurato di sostituire l’intera giuria e di metterla sotto strettissima protezione. La conseguenza fu un verdetto di colpevolezza per cinque capi d’imputazione sui venti a ascritti all’imputato, sufficienti però per condannare Al Capone a 11 anni di carcere per evasione fiscale, a sei mesi per oltraggio alla corte e a una multa di 80.000 dollari. Una condanna relativamente mite, se si pensa all’intera carriera criminale di Al Capone. In altre circostanze, i reati fiscali non sarebbero probabilmente neanche stati portati all’attenzione della corte, oscurati da crimini ben più gravi, tra cui anche assassinii(si pensa siano più di duecento gli omicidi da lui commissionati).

Eppure, quello fu l’unico modo trovato dal sistema giudiziario americano per incriminare e mettere dietro le sbarre un gangster sanguinario e crudele come Al Capone. Metodo che si rivelò ancora una volta inadeguato a fermare l’ex pericolo pubblico numero 1. Nei due anni successivi, infatti, Capone venne rinchiuso nel carcere di Atlanta in Georgia, uno dei più duri d’America, ma anche qui il gangster non rinnegò affatto il suo modus operandi e tramite la corruzione ottenne presto lussi e privilegi, continuando oltretutto a gestire dal carcere i suoi affari illegali.

Avesse continuato così, probabilmente sarebbe uscito dopo aver scontato la sua condanna e avrebbe ricominciato da dove aveva lasciato, ma intervennero due fattori a bloccare definitivamente il suo impero criminale. Il primo fu il trasferimento, il 22 agosto del 1934, nella cella numero 85 dell’appena aperto carcere di massima sicurezza di Alcatraz, sull’omonima isola al largo di San Francisco. Qui i suoi contatti con l’esterno, nonché i privilegi, vennero completamente interrotti e annullati, tagliandolo fuori dalla gestione degli affari illeciti e sottoponendolo al più duro dei trattamenti carcerari. Il secondo fattore fu un problema di salute, infatti ad Alcatraz gli vennero diagnosticati i primi segni di una forma di demenza dovuta alla sifilide, malattia contratta in gioventù. Fu internato, per questo, in una struttura ospedaliera carceraria dove finì di scontare la sua condanna.

Uscì dal carcere per buona condotta il 16 novembre del 1939, dopo soli 7 anni, 6 mesi e 15 giorni e dopo aver pagato multe e tasse arretrate dovute allo Stato. Nonostante libero, la salute non gli consentì più di tornare quello di un tempo e gestire il crimine organizzato, tanto che decise di ritirarsi in Florida dove, il 25 gennaio del 1947, morì di arresto cardiaco dovuto a un colpo apoplettico.

Nonostante la fine ingloriosa e lontana dai riflettori, quella del “big fellow”, il bravo ragazzo di Chicago, è una storia di successo, senza dubbio, seppur avvenuta nel campo dell’illegalità, non differente da altre vite che pur prendendo strade diverse, lecite, hanno conosciuto altrettanta fortuna.Al Capone, malgrado la violenza di cui si fece mandante, nonostante l’arresto, il disfacimento del suo impero e la morte in solitaria, roso mentalmente e fisicamente dalla malattia, viene però oggi ricordato come un vincente, con il suo perenne ghigno arrogante sul volto. Forse perché, in fondo, è stato veramente lui il vincitore della storia, con più di duecento omicidi a suo carico mai potuti provare e quei pochi anni passati dietro le sbarre per una pretestuosa, seppur validissima, accusa per reati fiscali. Non si può certo dire che sia stato il sistema a sconfiggerlo. Al massimo è stato lui stesso a cadere nella polvere, così come si era innalzato sopra il mondo. La sua arroganza, prima, nel credersi più furbo del giudice che lo ha infine beffato, e la malattia, in seguito, sono stati i suoi veri talloni d’Achille. Non Ness e la sua squadra di Intoccabili, che nonostante il duro lavoro sono stati premiati solo da un evento fortuito come un foglietto con il nome del gangster scritto sopra. E neanche i tanti boss rivali che hanno tentato invano negli anni di eliminarlo fisicamente. Si può dire che sia stato Capone, e solo Capone, l’artefice del proprio successo e della propria miseria.


Perché quella di Al Capone, a ben vedere, è la storia del figlio di un emigrato italiano, campano per la precisione, in America. È la storia della sua ascesa inarrestabile nel mondo della criminalità organizzata nel cosiddetto “Paese delle grandi opportunità”. Ed è la storia della sua caduta, dall’arresto fino alla morte in solitudine. Il processo non occupa che una piccola parte di questa epopea, ma è indiscutibilmente l’evento che rimette con i piedi per terra un arrogante Icaro volato troppo in alto.

Per certi versi, Al Capone non era altro che un figlio della sfibrata morale politica del tempo, che ha saputo far fruttare la propria intraprendenza, in questo caso criminale, sapendo ottimamente approfittare del contesto sociale politico ed economico che lo circondava, in un periodo in cui il tanto decantato proibizionismo significava in realtà poter incontrare nei locali clandestini le stesse persone che imponevano la legge: politici, giudici e magistrati in primis, i quali, non per niente, erano spesso conniventi con “Big Al” e gli fornivano tutta la protezione di cui necessitava.

Ebbene, sono passati 72 anni dalla sua morte e l’era del proibizionismo si è conclusa nel 1933, esattamente nel periodo dell’arresto di Capone e della sua uscita di scena, a dimostrazione che lui stesso ne rappresentasse il contrappeso. Eppure, la fama di quello che è stato il pericolo pubblico numero uno d’America, non è mai morta.Al Capone è stato tante cose: un assassino e un benefattore, un imperatore e un poveraccio, un acclamato e un isolato, eppure oggi, a distanza di anni, la sua figura sembra in qualche modo messa su un piedistallo, diversamente da quella di altri gangster suoi pari. Il suo nome è diventato un cult per la cultura popolare che si rifà continuamente alla sua immagine di gangster in film e romanzi, rappresentando i criminali dell’epoca con l’iconico sigaro di derivazione caponiana e l’immancabile borsalino.

Sulla sua tomba, ancora oggi, c’è sempre un sigaro fresco, omaggio di un fan ignoto e simbolo del fatto che Al Capone, in qualche modo paradossale, sia riuscito infine e nonostante tutto a lasciare un ricordo positivo di sé.

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