Lucusta, l’avvelenatrice seriale che mise in ginocchio nobili e imperatori

Lucusta, arrivata nella Città Eterna da adolescente come schiava, riuscì negli anni a riscattarsi e ad aprire un emporio sul Palatino. Qui vendeva elisir e veleni di ogni tipo

Lucusta, secondo Alexandre Dumas nel suo Conte di Montecristo, è stata “uno di quegli orribili e misteriosi fenomeni che ciascun secolo produce”. In questo caso specifico parliamo del 1° secolo d.C. e non possiamo che dare ragione allo scrittore che, prima ancora che salisse agli onori della cronaca nera Jack lo Squartatore, senza saperlo, stava descrivendo la prima serial killer riconosciuta della storia.

In effetti, forse, non può essere considerata una vera e propria serial killer così come la definiremmo oggi, ma più un sicario prezzolato ed efficientissimo al soldo, la maggior parte delle volte, dei potenti dell’epoca. I tempi erano, infatti, quelli dell’Impero Romano, in cui le classi più ricche dell’Urbe non esitavano a sbarazzarsi di parenti, amanti e nemici indesiderati, ma erano anche e soprattutto i tempi degli intrighi di palazzo, delle lotte di successione al trono di Roma, terra di vizio, corruzione e potere.

Lucusta, arrivata nella Città Eterna da adolescente come schiava, riuscì negli anni a riscattarsi e ad aprire un emporio sul Palatino. Qui vendeva elisir e veleni di ogni tipo, che preparava lei stessa, grazie alle conoscenze di farmacologia ed erbologia apprese durante la sua infanzia in Gallia, a contatto con i druidi e immersa nella natura. La sua particolare competenza non passò inosservata a Roma tanto che, dei suoi servigi approfittarono anche personaggi illustri del calibro di Messalina, stanca dell’amante Tito, e di Agrippina Minore, interessata a eliminare l’imperatore Claudio, suo marito, per agevolare l’ascesa al trono del proprio figlio Nerone, avuto dal precedente matrimonio con Gneo Domizio Enobardo, ma adottato da Claudio.

Pare che proprio Lucusta, preparò il piatto di funghi della specie Amanita Phalloides, una delle più velenose, che fu letale per l’imperatore. Era il 13 ottobre del 54, festa dei Fontinalia, dedicata al dio Fons. Quel giorno, mentre Agrippina trattenne i figli naturali di Claudio nelle loro stanze nascondendo loro la notizia della morte del padre, Nerone annunciò la triste novella al popolo, convincendolo a proclamare lui come nuovo imperatore.

L’anno successivo Lucusta fu colta in fragrante durante un altro avvelenamento e, secondo una legge del tempo che bandiva maghi, astrologi e streghe, venne condannata a morte. L’intercessione di Nerone, che mandò un tribuno del pretorio a fermare l’esecuzione, le salvò la vita. Ma la clemenza dell’imperatore pretendeva un prezzo in cambio: Nerone le ordinò di avvelenare Britannico, figlio quattordicenne del defunto Claudio e legittimo pretendente al trono. A missione compiuta, Lucusta avrebbe ricevuto la totale impunità delle sue azioni passate e future, oltre che diverse terre in dono.

Lucusta fece diversi tentativi per compiere la sua missione: la prima volta, con l’intento di far sembrare la morte di Britannico un decesso naturale, somministrò una dose di veleno troppo bassa, che provocò solo una scarica di diarrea nella sua vittima. Riprovò testando la sua polvere velenosa su una capra, poi su un maiale e infine su uno schiavo, finché non trovò la giusta dose per uccidere un uomo nel più breve tempo possibile, così come richiesto da Nerone, preoccupato che un protrarsi dell’agonia potesse in qualche modo ritorcerglisi contro.

L’occasione propizia si ebbe a un banchetto a cui partecipava anche Britannico, che però, memore della morte del padre, era solito far assaggiare le pietanze e le bevande prima a uno schiavo. L’intoppo fu risolto in maniera esemplare da Lucusta, che oltre all’efficacia aveva tra le sue caratteristiche anche l’efficienza. Venne servita a Britannico una coppa di vino senza veleno, ma eccessivamente caldo. Al momento dell’assaggio dello schiavo, quindi, questo non ebbe conseguenze letali, però lamentò il fatto che la bevanda fosse troppo calda. Rassicurato Britannico, venne allora aggiunta acqua fredda così da stemperare il vino, con il piccolo accorgimento che la brocca contenente l’acqua era stata avvelenata.

Britannico si accasciò in preda alle convulsioni. Gli occhi dei commensali si puntarono immediatamente su Nerone che, senza battere ciglio, riferì che doveva trattarsi di uno dei tanti attacchi epilettici di cui soffriva il giovane e che presto si sarebbe ripreso. Britannico però fu sepolto la notte stessa, senza clamori né onori, in Campo Marzio.

Lucusta poté così proseguire la sua attività diventando l’avvelenatrice ufficiale di corte e aprendo addirittura una scuola per insegnare le sue arti e conoscenze ad altre giovani donne. La sua escalation di delitti fu interrotta solo con la morte del suo protettore Nerone. Nel 68, infatti, scoppiata l’ultima rivolta contro l’imperatore, fu Lucusta a consegnargli il veleno per potersi suicidare. Nerone non lo usò mai, decidendo di pugnalarsi alla gola, aiutato dal segretario Epafrodito.

Pochi mesi e, il 9 gennaio del 69, durante gli Agonalia dedicati al dio Giano, Lucusta seguì Nerone nella tomba, a seguito della condanna a morte decisa dal nuovo imperatore Galba. Fu riconosciuta responsabile dall’imperatore di 400 delitti, ma oggi si pensa che quelli assolutamente certi non siano più di sette e che probabilmente ne commise altri, senza però toccare le punte millantate da Galba.

Leggenda vuole che la morte di Lucusta sia stata straziante, essendo stata stuprata nella pubblica piazza da una giraffa ammaestrata e in seguito data in pasto a bestie feroci. La versione meno pittoresca, ma altrettanto atroce, è che fu condotta in catene attraverso Roma, poi strangolata e, per finire, il suo cadavere bruciato sul rogo.

Così morì la donna al centro dei maggiori complotti e omicidi politici dell’antica Roma. A chi piace definirla la prima serial killer documentata della storia, si può rispondere che sicuramente fu una pluriomicida, una sicaria eccezionale e tenace, che mise letteralmente in ginocchio nobili e imperatori.

Francesca Alinovi, your not alone any way

Francesca Alinovi, quando incontra la morte, ha 35 anni ed è una dei critici d’arte più affermati sulla scena italiana. È ricercatrice al Dams di Bologna, ma fa anche da talent scout per giovani artisti talentuosi emergenti.

No, quelli nel titolo non sono errori ortografici di chi scrive, ma è la trascrizione esatta di ciò che compare scritto sullo specchio del bagno nell’elegante loft di Francesca Alinovi a Bologna in via del Riccio 7, il 14 giugno del 1983.

Quel giorno la polizia fa irruzione nell’abitazione dopo aver ricevuto l’allerta da parte degli amici della donna, la quale non rispondeva da due giorni alle telefonate, né si presentava agli appuntamenti in agenda.

I poliziotti la trovano distesa sul tappeto del soggiorno, coperta da due grossi cuscini, uno dei quali, quello sul volto, con una rosa deodorante di plastica posata sopra. Francesca è vestita di tutto punto, con tanto di Rolex a movimento automatico al polso e una giacchetta di pelle, indossata nonostante il caldo di quei giorni. Il tappeto sotto di lei è pregno del suo sangue, fuoriuscito a fiotti da un taglio alla carotide e causa del soffocamento mortale. Dei 47 fendenti da arma da taglio, tutti superficiali, presenti sulla parte destra del corpo, tra torace e braccio, solo quello al collo si è rivelato fatale.

E poi c’è quella frase, di difficile interpretazione, scritta sullo specchio del bagno in un inglese sgrammaticato: Your not alone any way (comunque non sei sola). Per il resto l’appartamento è pulito, privo segni di colluttazione o di tracce di sangue evidenti, a parte quella grossa sul tappeto sotto il colo della vittima e una piccola sbavatura rossa sull’interruttore della stanza, come se il responsabile si sia preoccupato di spegnere le luci prima di dileguarsi.

Francesca Alinovi, quando incontra la morte, ha 35 anni ed è una dei critici d’arte più affermati sulla scena italiana. È ricercatrice al Dams di Bologna, ma fa anche da talent scout per giovani artisti talentuosi emergenti. Con uno di questi, Francesco Ciancabilla, pittore e studente 23enne di Pescara, ha avviato da un paio d’anni una relazione strana, quasi morbosa, sicuramente tormentata. Nulla di sessuale però, perché ciò che li unisce è un rapporto platonico mentore-pupillo, a base di una comune passione per l’arte. Non mancano, in ogni caso tra i due, gelosie, litigi violenti e notti brave a base di hashish, cocaina ed eroina.

La notizia della morte circola in fretta in tutto l’ambiente artistico bolognese e gli occhi di tutti, polizia compresa, si puntano subito sul Ciancabilla, tanto che gli amici della vittima lo denunciano in massa. Interrogato, il sospetto non nega di aver trascorso con la vittima qualche ora la domenica pomeriggio, giorno della presunta morte, tra le 15 e le 19,30 e di averla poi lasciata (ancora viva e vegeta) per recarsi alla stazione dove aveva appuntamento con un’amica. Purtroppo per lui, il medico legale colloca la morte in una finestra temporale compatibile con gli orari indicati da Ciancabilla.

Due anni dopo, nel 1985, inizia il processo. I fatti a sostegno dell’accusa si basano su cinque elementi.

Il primo: la porta dell’appartamento non presentava segni di scasso, quindi la vittima conosceva bene il suo aggressore tanto da aprirgli la porta e farlo entrare. Il secondo: l’orario della morte, che secondo la ricostruzione degli inquirenti viene fatta risalire alle ore 18.12, quando cioè, per stessa ammissione del sospetto, Ciancabilla si trovava con la vittima. Il terzo: la relazione tra i due, a detta di tutti turbolenta, con vari episodi di aggressioni e percosse da parte dell’indagato nei confronti dell’Alinovi. Il quarto: Ciancabilla, quel giorno, alle 19.30, telefonò a un’amica riferendo di trovarsi ancora a casa di Francesca e di volerla incontrare alla stazione ferroviaria. Una conferma dell’ammissione già fatta ai poliziotti della sua presenza in casa Alinovi fino a quell’ora. Il quinto: l’orologio automatico della vittima, secondo un calcolo poi rivelatosi errato, dimostrava che l’omicidio era avvenuto in un orario in cui Ciancabilla era ancora insieme alla vittima.

Tutte prove indiziarie, però, in quanto ambivalenti. L’orario della morte, su cui si basano in un modo o nell’altro quasi tutte le accuse, non è poi così certo, potendo essere traslato, secondo alcuni, anche dopo le 19.30. Lo stesso orologio è oggetto di diversi esperimenti che dimostrano che le lancette possono essersi fermate anche in momenti diversi da quello indicato dall’accusa. La telefonata e l’incontro con l’amica ci sono state, è vero, ma Ciancabilla si presenta all’appuntamento immacolato, senza alcuna traccia di sangue visibile e con i vestiti in ordine, cosa questa incompatibile con la dinamica accertata del delitto. A queste diverse interpretazioni delle “prove” dell’accusa si aggiungono alcuni elementi a favore di Ciancabilla, come il fatto che la perizia calligrafica effettuata sulla scritta trovata sullo specchio del bagno scagioni l’indagato, oppure come la presenza del sangue sull’interruttore poteva dimostrare che l’assassino avesse spento la luce prima di andarsene, il che farebbe pensare che il delitto si fosse consumato più tardi delle 19.30, verso il crepuscolo. E dopo quell’ora Ciancabilla era sicuramente sul treno, direzione Pescara.

Tra elementi puramente indiziari a sfavore e altri addirittura a favore dell’indagato, dunque, difficilmente si può montare un’accusa e tanto meno ottenere una condanna al di là di ogni ragionevole dubbio, tanto che in primo grado Ciancabilla viene assolto. Senonché in appello, nonostante l’impianto accusatorio traballante, la sentenza si ribalta, Ciancabilla viene riconosciuto colpevole e condannato a 15 anni di reclusione, poi confermati in Cassazione. L’imputato, che si è sempre dichiarato innocente, non ci sta e si dà alla macchia, prima andando in Brasile, poi in Spagna dove, verso la fine degli anni ’90, dopo una lunga latitanza, viene riconosciuto da un turista italiano. Si scopre così che vive a Madrid da 11 anni sotto falso nome, esponendo le proprie opere e lavorando in un locale gay. All’arresto segue l’estradizione in Italia e il carcere, da cui esce solo nove anni più tardi, tornando a Pescara per dipingere ed esporre i suoi dipinti sotto lo pseudonimo di “Frisco”. Una sua opera in particolare ha suscitato scalpore, in quanto dedicata alla sua musa Francesca Alinovi.

Antonietta Longo, la decapitata di Castel Gandolfo

Antonietta Longo morì il 5 luglio 1955: tante le domande aperte in un caso ancora irrisolto

I suoi ultimi mesi furono a dir poco strani: dopo aver ritirato tutti i suoi risparmi, il 4 aprile del 1955 depositò una valigia in una cassetta del deposito bagagli della stazione di Roma Termini. Due mesi dopo, il 24 giugno, acquistò un’altra valigia, oltre a diversi oggetti, vestiti e biancheria. Passarono due giorni e Antonietta chiese un mese di permesso al suo datore di lavoro, un medico, il signor Gasparri, presso la cui casa prestava servizio come domestica. Il 30 giugno Antonietta ritirò una lettera al fermo posta e il giorno seguente usciva di casa con un biglietto ferroviario direzione Sicilia. Tutto lasciava presagire una partenza, ma la Longo non prese mai quel treno, perchè si fermò alcune notti in una pensione. Il 4 luglio lasciò la seconda valigia nel deposito bagagli della stazione Termini e il 5 luglio, alle ore 18, imbucò una lettera indirizzata alla sua famiglia in Sicilia, in cui avvisava che stava per sposarsi, pur non indicando il nome del futuro sposo. Antonietta Longo non si sposò mai, morì quel giorno, il 5 luglio 1955.

Il corpo fu ritrovato il 10 luglio a Castel Gandolfo, sulle rive del lago Albano, da due uomini, il meccanico Antonio Sollazzi e il sagrestano Luigi Barboni, durante una passeggiata nei pressi del lago. Il cadavere, in avanzato stato di decomposizione, era di una donna, nuda, con solo un orologio al polso e la parte superiore del corpo ricoperta con le pagine di una copia de Il Messaggero datata 5 luglio. La testa della donna era stata staccata di netto dal collo e non fu mai ritrovata.

I due, spaventati, ne denunciarono il ritrovamento solo due giorni dopo ai Carabinieri. Questi accertarono le reali condizioni del corpo: molteplici segni di arma da taglio coprivano il ventre. l’addome e la schiena. La successiva autopsia rilevò che la decapitazione era stata effettuata da una mano capace, con una tecnica conosciuta solo da medici o da esperti di anatomia, inoltre fu riscontrato un recente aborto. Sulle unghie di mani e piedi spiccava il segno di uno smalto rosso e l’orologio al polso destro era fermo alle 3.33, non si sa se di pomeriggio o di notte. Sulla riva del lago, poco distante dal luogo del ritrovamento, venne rinvenuta una fotografia ritraente un uomo e una donna ignoti. I Carabinieri non seppero dire se si trattasse della stessa donna, perché non riuscirono a identificare subito il cadavere, pur stimando che avesse un’età tra i 25 e i 30 anni e fosse alta circa 1 metro e 60.

La svolta nelle indagini arrivò proprio grazie a quell’orologio trovato addosso al cadavere, uno Zeus prodotto solo in 150 esemplari. I carabinieri setacciarono gli orafi intorno a Roma e, al contempo, spulciarono le denunce di scomparsa delle settimane precedenti. Scoprirono chi aveva comprato l’orologio e incrociarono il dato con una denuncia di scomparsa fatta del signor Gasparri. A seguito di un confronto delle impronte digitali trovate in casa Gasparri con quelle del corpo, accertarono l’identità del cadavere: Antonietta Longo, una trentenne alle dipendenze del medico Gasparri.

Gli inquirenti indagarono gli ultimi giorni della Longo e scoprirono i suoi movimenti nei mesi precedenti, così come vennero a conoscenza che tra il 4 e il 5 luglio si era incontrata con un uomo, con il quale si era recata da un sarto per ordinare un vestito, e che qualche giorno prima aveva fatto una telefonata da un bar a un certo Antonio, suo presunto fidanzato. Scoprirono anche che la Longo aveva avuto diversi corteggiatori, ma che era stata fidanzata poi per diverso tempo con un impiegato del ministero dell’Aeronautica. Vennero anche trovate le valigie depositate da Antonietta alla stazione di Roma Termini. Contenevano abiti e un corredo matrimoniale, ma nessuna traccia dei soldi ritirati dalla donna in precedenza, ben 331.000 lire, che all’epoca erano una bella somma.

Il caso della decapitata di Castel Gandolfo è ancora oggi un mistero. Tra i diversi sospettati spiccavano il medico Gasparri, il presunto fidanzato Antonio e i vari corteggiatori della Longo, ma per nessuno di loro vennero trovate prove incriminanti. Si pensò allora a un uomo che, dopo aver corteggiato e illuso la Longo di volerla sposare, decideva di ucciderla rubandole il denaro e sparendo nel nulla. I colpi al ventre potrebbero essere il modo dell’assassino per tentare di rifiutare la gravidanza o nascondere alle forze dell’ordine lo stato interessante della donna, mentre la decapitazione rimane il vero mistero. Forse un tentativo di rallentare l’identificazione del cadavere.

Il caso tornò in auge negli anni successivi in diverse occasioni: la prima volta, un paio di anni più tardi, quando un detenuto di Regina Coeli puntò il dito contro suo cognato Giuseppe Bucceri, indicandolo come un uomo abituato a truffare le donne promettendo di sposarle. Affermò anche che, dopo la minaccia di denuncia di una donna, il cognato l’aveva a sua volta minacciata di tagliarle la testa. Coincidenze interessanti che però non portarono a nulla, solo a una pista inattendibile quanto le precedenti, che venne presto abbandonata.

Nel 1971 a casa Gasparri arrivò una lettera anonima asserente che Antonietta era morta durante un aborto e in seguito sarebbe stata trasportata in riva al lago e qui decapitata. Nello stesso anno altre due lettere anonime, questa volta inviate al procuratore generale della Corte d’Appello di Roma, che confermavano la morte per emorragia della Longo a seguito di un aborto cui, sempre secondo le lettere, la costrinse il fidanzato Antonio, pilota d’aereo civile e contrabbandiere. Nelle lettere venivano menzionate anche le ferite al ventre, fatte per nascondere le tracce dell’asportazione delle ovaie durante l’aborto, e la decapitazione, effettuata per evitare l’identificazione della vittima, la cui testa venne poi dissolta nell’acido.

Un caso agghiacciante, come detto, tuttora senza una soluzione. Tante, infatti, sono le domande ancora aperte: chi ha realmente ucciso Antonietta Longo? E perché decapitarla? Quando e in che luogo è morta di preciso? Dove sono finiti i soldi ritirati dalla vittima pochi mesi prima della morte? Ma forse, il fatto più strano e inspiegabile è proprio il comportamento tenuto da Antonietta in quei mesi, in cui tutte le sue azioni dimostravano la volontà di partire e tornare in Sicilia, probabilmente dalla famiglia, eppure decide, prima, di non salire sul treno di cui ha già il biglietto e, poi, invia quella lettera, proprio alla famiglia, in cui afferma di stare per sposarsi. Con chi? Probabilmente con l’uomo da cui aspetta un bambino. Probabilmente con il suo assassino.

Béla Kiss, il Mostro di Czinkota, può considerarsi l’unico fautore del delitto perfetto

La sua storia è degna di un thriller di prim’ordine: storie d’amore, inganni, omicidi, occultamenti di corpi, adescamenti, scambi d’identità, nomi fittizi, fughe precipitose, sfide alla polizia, finte morti e avvistamenti.

Tante sono state nel tempo le definizioni di delitto perfetto, tra chi sostiene che non possa essere commesso e chi dice, invece, che tutti i delitti rimasti irrisolti siano da considerarsi perfetti a causa dell’impunità dei loro autori. Chi ha tirato in ballo la volontà di compierlo pianificandone la perfezione e chi ne ha sottolineato, d’altro canto, la sfida al sistema e alle forze dell’ordine in una sorta di gara d’intelligenza. Ci hanno dedicato film e romanzi, ipotesi e teorie. Ma, in definitiva, c’è mai stato nella storia qualcuno che ha compiuto il delitto perfetto, o che ci è andato almeno vicino, riuscendo a rientrare in tutte le categorie ipotizzate?

La risposta è sì e il suo nome è Béla Kiss, un serial killer ungherese vissuto agli inizi del ‘900, autore di 24 omicidi riconosciuti. La sua particolarità? Tutti sapevano chi era, ma nessuno lo ha mai preso.

La sua storia è degna di un thriller di prim’ordine: storie d’amore, inganni, omicidi, occultamenti di corpi, adescamenti, scambi d’identità, nomi fittizi, fughe precipitose, sfide alla polizia, finte morti e avvistamenti.

Siamo nel 1912 quando Kiss sposa la giovane Mària con la quale vive a Cinkota, un paesello dell’Ungheria. Qui è considerato un uomo gentile, un onesto lavoratore, tanto da fare amicizia con il capo della polizia, il detective Kàrtoly Nagy. Facendo il lattoniere, Kiss è spesso a Budapest per lavoro e passa anche diversi giorni fuori casa. Presto scopre che la moglie lo tradisce in sua assenza con tale Pàl Bihari, fatto questo già ampiamente noto agli abitanti di Cinkota.

Nessuno si stupisce più di tanto, dunque, quando Kiss annuncia che la moglie è scappata con l’amante, così come nessuno si sorprende se Kiss, dopo qualche tempo, inizia a invitare a casa un certo numero di donne, frequentazioni queste che durano però sempre troppo poco. Nulla di strano in apparenza, anche se c’è un fatto che insospettisce Nagy, l’amico poliziotto: Kiss sta accumulando parecchi bidoni di metallo nel proprio scantinato. Il capo della polizia, credendo che l’amico stia contrabbandando liquori, lo mette con le spalle al muro, ma alla domanda di cosa intendesse farci con quei bidoni, Kiss risponde che, in vista dell’approssimarsi della sempre più probabile guerra, aveva deciso di fare scorte di petrolio, fondamentale per sopravvivere in caso di conflitto. Una giustificazione più che plausibile, in quanto accumulare beni di prima necessità in periodo bellico è tutt’oggi cosa molto comune.

Nello stesso periodo, a Budapest, la polizia sta indagando sulla sparizione di due vedove. Di loro si sa solamente che sono andate a trovare entrambe un conoscente di nome Hoffmann.

Siamo intanto arrivati al 1914 e Kiss viene arruolato nell’esercito ungherese e inviato al fronte. Due anni dopo arriva la notizia che Kiss, ferito in battaglia, sia poi morto in un ospedale nella Serbia orientale. Il mese successivo alla notizia, un drappello di soldati chiede a Nagy, il capo della polizia di Cinkota, rifornimenti di petrolio. Questi, ricordandosi delle scorte accumulate dall’ormai defunto Kiss, decide di recuperare I bidoni dell’amico scomparso. All’apertura dei sette fusti stipati in cantina la verità viene a galla, così come i cadaveri sotto spirito di diverse donne nude morte strangolate.

Allo sconcerto iniziale, non si fanno attendere ulteriori indagini nella casa di Kiss. La perquisizione porta alla luce, oltre a gioielli e vestiti femminili, anche un album fotografico con foto di un centinaio di donne e parecchie lettere di signore alla ricerca di una sistemazione stabile, che avevano risposto a un’inserzione pubblicata su di un quotidiano da un certo Hoffmann “Vedovo solitario in cerca di compagnia femminile”. Nelle campagne circostanti vengono poi ritrovati altri 17 bidoni con contenuto simile ai precedenti, tra i quali però spiccano i corpi della moglie di Kiss e del suo amante, primi a morire, vittime di un delitto d’onore, a cui era seguita quella parabola ascendente di sangue compiuta da Kiss in nome forse di una vendetta generalizzata nei confronti del genere femminile.

Come detto, viene tutto a galla: a seguito della scoperta del tradimento della moglie, Kiss aveva ucciso prima lei, stordendola e strangolandola con una garrota usando tanta forza da scarnificarle il collo, e successivamente l’amante di questa, che subì il medesimo trattamento. Occultati i cadaveri in due fusti pieni d’alcool, li aveva trasportati nelle campagne e lì abbandonati. Da quel momento, Kiss aveva iniziato a pubblicare le inserzioni sotto lo pseudonimo di Hoffmann o, in altri casi, di Elemér e, prevedendo di compiere altri delitti, si era procurato ulteriori bidoni. Dalle lettere rinvenute nella casa risulta che il signor Hoffmann avesse ricevuto 174 proposte di matrimonio, accettandone 74, con le quali aveva poi intrattenuto rapporti epistolari.

Le donne adescate cadono quindi nella sua trappola una dopo l’altra. Ne vengono accertate 24, pur essendo sospettato di almeno 30 delitti. Il modus operandi è sempre lo stesso: stordire, strangolare con la garrota, occultare il cadavere in un bidone pieno d’alcol che temporaneamente viene depositato in cantina, nel pollaio o nella legnaia, per poi essere trasportato nelle campagne o nei boschi della zona. Cadono così, oltre alla moglie e all’amante, anche Katalin Varga, la signora Schmeidak, Margit Tòth, Julianna Paschak ed Erzsébet Komàromi, uniche altre vittime identificate. Proprio la scomparsa di queste ultime due aveva fatto partire l’indagine di Budapest, ma a quel punto l’intervento della polizia risulta ovviamente tardivo: Kiss è al fronte, oltretutto dato per morto.

Ne viene riesumato il corpo e si scopre che Kiss non è mai realmente deceduto. Non appena la sua storia aveva iniziato a circolare in tutta l’Ungheria, lui aveva intelligentemente scambiato la propria identità al fronte con un quella di un soldato morto in battaglia. Ora Kiss è ufficialmente un latitante.

Il caso si riapre diverse volte negli anni grazie ad alcuni avvistamenti o notizie di Kiss non sempre verificate. Si parla ad esempio di una sua possibile prigionia in Romania per furto con scasso o di una presunta morte da febbre gialla contratta in Turchia. Solo nel 1919 si ha però la certezza che Kiss sia ancora là fuori, quando viene avvistato su un ponte di Budapest, vivo e vegeto. L’anno successivo si ha un’ulteriore conferma dei suoi spostamenti, quando un soldato francese disertore dalla legione straniera confessa alla polizia di aver conosciuto un legionario, tale Herr Hoffmann, che si vantava, intorno al fuoco dei bivacchi, di come fosse bravo a strangolare donne con una garrota. Ancora una volta la polizia arriva tardi, Kiss si è dileguato da tempo.

Lo ritroviamo poi nel 1932 a New York, riconosciuto e pedinato da un poliziotto, Henry Oswald, mentre esce dalla metropolitana di Time Square. Accortosi però di essere spiato, Kiss riesce ancora una volta a scomparire tra la folla. Ultima apparizione in ordine di tempo si ha ancora in Ungheria nel 1936, dove un informatore della polizia, afferma che Kiss lavori come portiere, custode e bidello in uno stabile. Per la quarta volta nella sua vita, forse per un formidabile sesto senso o semplicemente per pura fortuna, Kiss riesce a dileguarsi prima dell’arrivo dei poliziotti, scomparendo nel nulla una volta per tutte.

Questi gli eventi, dai quali traspare come ci si trovi di fronte a un autore di delitto praticamente perfetto che è riuscito con astuzia e opportunismo a coniugare molte delle caratteristiche teoriche che ci si aspetta da un perfetto killer: è rimasto impunito, vincendo più di una volta la sfida con le forze dell’ordine e rimanendo sempre un passo avanti a chi lo ha cercato; è riuscito a mettere in pratica una pianificazione perfetta in tutte le fasi di adescamento, uccisione, occultamento dei cadaveri, depistaggio e manipolazione della realtà; in tutti i delitti, poi, ha sempre agito da solo, evitando quindi di coinvolgere possibili delatori o traditori, così come non ha mai usato armi bianche o da fuoco, più facilmente rintracciabili rispetto alla garrota di cui si serviva; l’occultamento dei cadaveri nei barili è ingegnoso e la giustificazione che dà del loro accumulo lo mette al sicuro da domande scomode persino all’occhio attento e sospettoso di un poliziotto, un ulteriore atto evidente di sfida all’intelligenza della polizia, inoltre in questo modo non deve preoccuparsi di eventuali tracce biologiche lasciate sulle vittima, in quanto i cadaveri non sarebbero mai stati trovati e analizzati; allo stesso modo, non ha bisogno di costruirsi alcun alibi, risolvendo il problema delle sparizioni simulando la fuga delle prime due vittime (la moglie e l’amante di questa) e collegando le altre a tale Hoffmann e non a sé; l’uso di identità fittizie, prima nelle inserzioni e in seguito nella legione straniera, così come lo scambio di identità con il soldato morto, costituiscono depistaggi perfetti per confondere le acque, sviare e rallentare le indagini su di lui; infine la miglior prova della perfezione dei suoi delitti è il fatto che sia stato recidivo più e più volte senza mai commettere un errore, ma rimanendo fedele ad un modus operandi efficace quanto efficiente.

Da ultimo Kiss ha saputo approfittare, nella commissione dei suoi delitti perfetti, del contesto storico ed economico in cui viveva: in periodi di guerra esistono situazioni d’emergenza, caos, e disordine tali che un criminale può agire più facilmente. Le forze dell’ordine operano con organici ridotti all’essenziale in quanto gli uomini validi sono al fronte, e con fondi ridotti all’osso. In un contesto bellico poi, la scomparsa di una singola persona perde quella rilevanza e quel carattere di eccezionalità, evidente in tempo di pace, perché la guerra favorisce gli spostamenti, così che i normali rapporti di conoscenza e parentela si sfibrano anche per anni, tanto da far passare la scomparsa di qualcuno inosservata.

Ma quindi possiamo dire che Kiss sia riuscito a compiere il delitto perfetto (anzi, i delitti perfetti)? La risposta sarebbe un pieno sì, se non fosse per un piccolo dettaglio, qualcosa contro cui anche il più perfetto  e pianificatore degli assassini non può nulla: la casualità. Già, per puro caso l’unico poliziotto che sapeva dei bidoni di Kiss, all’apparenza pieni di petrolio, è stato anche il poliziotto a cui si sono rivolti alcuni soldati per un rifornimento proprio di quel prezioso bene. Kiss avrebbe, dal canto suo, potuto scongiurare il ritrovamento dei bidoni, spostandoli subito nei boschi, ma l’urgenza della chiamata alla armi non gliene ha dato evidentemente il tempo. La casualità ha vinto contro la perfezione. È così che è stato scoperto Kiss, altrimenti nessuno avrebbe mai guardato in quei bidoni e i suoi delitti sarebbero andati ad aumentare il cosiddetto “numero oscuro”, cifra che in criminologia indica l’ammontare dei reati che non risulta dalle fonti ufficiali, cioè quei reati che passano inosservati anche alle stesse forze dell’ordine o che non vengono denunciati da nessuno.

Eppure, forse, proprio il fatto che tutti sapevano chi fosse e cosa avesse fatto Kiss, ma nessuno sia mai riuscito a catturarlo, rende i suoi delitti perfetti. Perché che gusto ci sarebbe a compiere il delitto perfetto senza che nessuno lo sappia, senza poterlo confessare a qualcuno, senza potersi godere le lodi per un lavoro tanto efficente, senza poter avere un degno avversario con cui confrontarsi. Kiss in questo ha vinto su tutta la linea, non c’è dubbio.

Il killer Antonio Boggia: una ventata d’aria gelida in una Milano d’altri tempi

Quando Cesare Lombroso guardò negli occhi il primo serial killer della storia italiana

Il nome Antonio Boggia non dirà molto alla maggior parte di voi. La sua è una storia troppo vecchia per essere ricordata e raccontata da qualcuno che era presente. Eppure, di primati e titoli altisonanti il “buon” Antonio, così lo definiva chi lo conosceva, ne ha accumulati diversi: primo serial killer italiano riconosciuto, “Mostro di Milano”, “Mostro di Stretta Bagnera”, ultimo condannato a morte di Milano prima della Seconda Guerra Mondiale. C’è persino una leggenda che vuole il suo fantasma aggirarsi ancora nei pressi di quella che un tempo era Stretta Bagnera, oggi promossa a Via Bagnera. Se passate da quelle parti e una ventata d’aria gelida vi sfiora la pelle e vi fa rizzare i peli sulle braccia, beh, sappiate che quello è il primo serial killer di Milano che tenta di sfilarvi il portafoglio.

L’avidità, infatti, era il suo movente. Intascarsi le piccole fortune del malcapitato di turno, attirandolo in un piccolo scantinato nella Stretta Bagnera e accoppandolo a colpi d’ascia o di mannaia. Finire poi il lavoro, smembrando il cadavere e murandolo nella cantina stessa e, infine, attuare lo stratagemma per appropriarsi di tutti i suoi beni: grazie ai suoi complici, tra cui un notaio, un calligrafo e alcuni falsi testimoni, riusciva a certificare false deleghe delle sue vittime che lasciavano immancabilmente a lui la gestione dei loro patrimoni.

Il Boggia era un uomo sposato e con figli, che viveva a Milano in Via Nerino 2, nello stabile appartenuto ad Ester Maria Perrocchio. Era un signore distinto e raffinato, assiduo frequentatore della chiesa di San Giorgio al Palazzo, un muratore capomastro noto per la sua conoscenza del settore delle aste. Così lo vedevano i vicini e i conoscenti, un lavoratore timorato di Dio, sempre tranquillo e disponibile. In modo simile lo descriverà la sentenza pronunciata contro di lui dal Tibunale di Milano: “Di modi calmi, con un’esteriore quasi di bonarietà, esatto osservatore delle pratiche religiose, estraneo, almeno apparentemente, da viziose tendenze.”

Nessuno però, al suo arrivo a Milano, era ancora a conoscenza dei suoi precedenti con la giustizia. Già nel 1824, infatti, a soli 25 anni, il Boggia dovette fuggire nel Regno di Sardegna a seguito di una denuncia per truffa con cambiali non onorate. Qui, poi, si ritrovò coinvolto in un altro processo per rissa e tentato omicidio. Fu incarcerato, ma riuscì a fuggire approfittando di una rivolta. Tornò quindi nel Lombardo Veneto e approdò a Milano dove, nel 1831 si sposò.

Tutto filò liscio fino al 1860, quando Giovanni Murier, figlio della signora Perrocchio, ne denuncia la scomparsa, dopo aver condotto una piccola indagine personale interrogando gli inquilini dello stabile. Questi gli indicano Boggia, che al tempo risultava essere l’amministratore unico dei beni della donna. Boggia riferì semplicemente che la donna si era trasferita sul lago di Como lasciando a lui la gestione dell’immobile e mostrando anche alcune lettere della Perrocchio a conferma di tali parole. Bastò però una visita del Murier da un notaio per fiutare l’imbroglio e rivolgersi di conseguenza alla polizia che, nelle vesti del giudice Crivelli, aprì un’indagine.

Venne fuori che la procura della Perrocchio era falsa, stipulata dal Boggia con la complicità del notaio Bolza di Como. A ciò si aggiunse anche un precedente del Boggia risalente al 1851, quando aveva tentato di uccidere con un’ascia un conoscente, tale Giovanni Comi, reato per il quale venne condannato dalla giustizia austriaca a tre mesi di manicomio criminale, scontati i quali fu rilasciato. Anche i vicini ci misero del loro, testimoniando di aver visto Boggia indaffarato con sacchi da muratore, sabbia e mattoni proprio nella Stretta Bagnera. Seguì un’accurata perquisizione dello scantinato che portò alla luce il cadavere della Perrocchio, murato in un angolo.

Non finisce però qui, perchè nella scrivania di Boggia vengono rinvenute altre due procure rispettivamente a nome di Angelo Serafino Ribbone e Pietro Meazza. Il primo era stato un manovale alle dipendenze di Boggia e, malauguratamente aveva confidato a questi di aver messo da parte, in vista delle imminenti nozze, una somma di più di 1.000 svanziche. Nella procura incaricava Boggia di prelevare per suo conto i propri averi presso un’anziana zia. Il secondo lo incaricava invece di vendere la sua bottega e una cantina proprio lì in Stretta Bagnera. Entrambi i soggetti risultavano però irrintracciabili. Ispezionata nuovamente la cantina di Boggia, sotto il pavimento vennero rinvenuti i cadaveri dei due malcapitati più, a sorpresa, un terzo corpo, attribuito in seguito a Giuseppe Marchesotti, un commerciante di granaglie, ulteriore vittima del Mostro di Stretta Bagnera, ucciso per ben 4.000 svanziche.

Fu grazie alle intuizioni del giudice Crivelli, dunque, che, nel 1861 si arrivò al processo e alla condanna di Boggia alla pena di morte. Considerato il chiaro movente dei suoi delitti, a nulla valsero i tentativi dell’uomo di fingersi “alienato” (si dice che, per dimostrare la sua pazzia, si aggirasse nudo nella propria cella lamentando atroci mal di testa che gli ordinavano di uccidere). Boggia fu impiccato l’8 aprile del 1862 tra Porta Vigentina e Porta Ludovica, in un carro coperto, lontano dalla vista del popolo milanese desideroso di sangue. Due boia vennero fatti arrivare da Torino e Parma, perché a Milano non ne servivano più da parecchio tempo.

In seguito il corpo senza testa di Boggia fu sepolto nel cimitero del Gentilino presso Porta Ludovica, mentre la testa fu messa a disposizione del Gabinetto Anatomico dell’Ospedale Maggiore e in seguito affidata a Cesare Lombroso, studioso noto per trarre le prove della malvagità di qualcuno osservandone semplicemente ma scientificamente l’aspetto fisico. Fu dunque solo in quel momento, decisamente troppo tardi, che Cesare Lombroso, padre della moderna criminologia, potè guardare dritto negli occhi il primo serial killer della storia italiana. E chissà, forse una ventata gelida avrà sfiorato anche lui…

Craiglist: il sito di annunci dove trovi quello che vuoi… anche bambini, escort e morte!

Il primo Craiglist killer riconosciuto risale al 2007. L’annuncio di Michael John Anderson sul sito riguarda la ricerca di una baby sitter. Risponde la ventiquattrenne Kathrine Anne Olson e in seguito avviene l’incontro…. che segnò l’inizio di una lunga serie di violenze e delitti

Quella di Craiglist.com è una faccenda poco chiara. Il sito nasce nel 1995 in California come vetrina online di annunci e diventa in poco tempo, soprattutto negli Stati Uniti, uno dei siti più importanti nel settore. Su Craiglist si trova proprio tutto: c’è chi acquista, c’è chi vende, c’è persino chi regala, e poi, beh… c’è anche chi uccide.

Già, perché Craiglist negli anni è diventato un modo per veicolare diversi tipi di crimine, una lunga lista, ben diversa da quella che il fondatore, Craig Newmark, doveva essersi immaginato:ed è così che, dal 2007 in avanti, si è avuta un’escalation di storie criminali legate a Craiglist, dall’omicidio alla prostituzione, fino alla compravendita di bambini.

Il primo Craiglist killer riconosciuto risale al 2007. L’annuncio di Michael John Anderson sul sito riguarda la ricerca di una baby sitter. Risponde la ventiquattrenne Kathrine Anne Olson e in seguito avviene l’incontro. Non ci saranno però bambini ad attendere la ragazza, ma solo la 357 Magnum di Michael e un foro fumante nella schiena. Il corpo di Kathrine viene poi caricato nel bagagliaio dell’auto e scaricato per strada. Il fatto è che il sito mette in contatto diretto chi compra e chi vende, lasciando libere le parti da eventuali controlli sulle reali intenzioni. Certo, con tanti utenti che utilizzano il sito, può accadere che ce ne sia uno con cattive intenzioni, pronto a sfruttare l’anonimato e la facilità di avvicinamento alla potenziale vittima.  Fine della storia, quindi.

Fine della storia? Non proprio, perché non è solo uno ad avere avuto cattive intenzioni utilizzando il sito. L’anno successivo, sempre su Craiglist compare la foto di un bambino dell’Oregon a volto coperto, accompagnata dall’annuncio anonimo “In vendita a 1.000$”, seguita solo due mesi dopo da un altro annuncio che mette in vendita per 10.000$ una bambina nata da appena sette giorni.Chi vende, in questo caso, è tutt’altro che anonimo: i genitori sono due tossicodipendenti di Vancouver che si giustificano nell’annuncio stesso con le seguenti parole “Non ce la possiamo permettere, cerchiamo per lei una buona casa, chiamate prima possibile”. Alla polizia, ovviamente intervenuta, danno però un’altra versione ancora più improponibile, dicendo che trattasi di uno scherzo. Scusa ancor più bizzarra trova tale Paul Marquez, che su Craiglist tenta per ben due volte di vendere la figlia di due mesi per soli 100$, sostenendo che i problemi di salute della bambina lo stanno facendo impazzire e che semplicemente non la vuole più. Anche qui, però, Marquez propone una versione alternativa per la polizia: la sua sarebbe solo una vendetta nei confronti di una donna conosciuta in rete che lo avrebbe lasciato.

Nel 2009 interviene sulla vicenda Craiglist Andrew Cuomo, Procuratore Generale di New York, il quale definisce il sito “un paradiso per attività illegali, fino a quando non saranno presi provvedimenti seri per mettere in atto protezioni efficaci”. Motivo dell’intervento? Sette persone erano da poco finite in manette per un giro di prostituzione che operava sul Craiglist.

Ma evidentemente l’appello di Cuomo non sortisce alcun effetto, perché quello stesso anno avvengono altri delitti, uno dei quali èforse ilpiù famosi legato al sito di annunci, dal quale è stato tratto anche il film The Craiglist Killer e riguardaPhilip Markoff. La sua è la storia di uno studente di medicina che sfrutta gli annunci di donne su Craiglist per avvicinarle, aggredirle e derubarle. Nel 2009Markoffuccidecosìla massaggiatrice JulissaBrisman, trovata in una pozza di sangue, con tre proiettili in corpo e con un polso bloccato, nell’albergo dove si sono dati appuntamento. A inchiodare Markoff, le telecamere a circuito chiuso della struttura. Indagato per aver aggredito e derubato almeno altre due donne, l’unica strada percorribile dalla difesa perl’omicidio della Brisman è quella della rapina finita male, in quanto il movente di Markoffper queste rapine su appuntamento sarebbe solo la necessità di saldare alcuni debiti di gioco. 

Sempre nel 2009 viene trovato un cadavere decapitato nel Gezon Park, in Wyoming. Il corpo è di un venticinquenne, Charles Oppenneer. La sera stessa scompare anche la sua ragazza in cinta, BrookeSlocum, di 18 anni. Analizzando il computer della ragazza si scopre il collegamento con Craiglist: i due si erano dati appuntamento con uno sconosciuto per fare sesso nel parco. Viene rintracciato lo sconosciuto, tale BradyOestrike, di 31 anni, che a seguito di un inseguimento si schianta in auto e si spara subito dopo. È il bagagliaio dell’auto a rivelare la sorte della ragazza: strangolata poco prima dell’inseguimento, era stata tenuta segregata in casa per cinque giorni. Nessuna traccia invece della testa mancante di Charles.

Si arriva al 2010 e questa volta tocca a un prete del Massachusetts finire in prigione per favoreggiamento della prostituzione. Viene colto in flagranza di reato in un motel, insieme ad una escort conosciuta guarda caso tramite Craiglist.

L’anno dopo, il 2011, non è da meno. Una donna risponde all’annuncio messo su Craiglistda John Hopkins, 45 anni, per condividere un appartamento a New York. I due si incontrano e lei finisce per passare una settimana vittima di abusi e segregata in casa di lui, legata a un termosifone.

Ma su Craiglist si trova proprio tutto, e se il 2012 è apparentemente un anno senza “incidenti”, nel 2013 si ricomincia. É la volta di David Lee Magnum, 37 anni, del Missouri, denunciato da un uomo conosciuto ovviamente sul sito in questione. L’accusa? Magnum è sospettato di aver infettato più di 300 persone con il virus dell’Hiv sin dal 2003.

Il 2013 è anche l’anno di un altro caso che ha creato decisamente scalpore. Miranda Barbour, 19 anni, e il marito Elytte, di 22, vengono condannati all’ergastolo per l’omicidio del quarantaduenne Troy LeFerrara, adescato da Miranda su Craiglist, fingendosi una prostituta che offriva prestazioni per 100$. I due si incontrano nell’auto di lei, che si finge una sedicenne per testare la reazione del cliente. Nel momento in cui LeFerrara afferma di non aver alcun problema, Elyttesbuca dal sedile posteriore e gli stringe una corda al collo, mentre Miranda lo pugnala venti volte. La scusa della giustiziera però non regge a lungo perché Elytte confessa che il loro era solo un gioco per provare la sensazione di uccidere qualcuno. La vera confessione di Miranda arriva successivamente: scappata di casa a 12 anni per i ripetuti abusi sessuali dello zio, è entrata a far parte di una setta satanica che l’ha costretta a compiere il suo primo omicidio come iniziazione. Da quel momento non si è più fermata arrivando ad uccidere in tutti gli Stati Uniti tante persone da non riuscire più a contarle. Dice di ispirarsi alla serie televisiva Dexter, in cui il protagonista è un serial killer che uccide solo chi, secondo lui, se lo merita.

Altro anno, altro delitto. È il 2014 e Abdullah Alkadi, studente di ingegneria di Los Angeles, scompare nel nulla. Trovano il suo corpo un mese dopo a quasi 180 chilometri da casa, su una strada di Palm Desert. Il dettaglio che lo collega a Craiglist è la sua Audi A6, scomparsa con lui. La polizia scopre che l’auto era stata messa in vendita a poco più di 30.000$  proprio su quel sito d’annunci. Risalgono a colui che aveva risposto all’annuncio, tale AgustinRosendo Fernandez, 28 anni di Long Beach, e lo accusano di aver accoltellato Abdullah ed essersi tenuto soldi e Audi.

Insomma, parrebbe che Craiglist attiri ogni genere di criminale, ma trattandosi di Stati Uniti e riguardando delitti, non poteva mancare nell’elenco anche l’inevitabile serial killer. Il caso del Serial Killer di Long Islandbalza agli onori della cronaca nel 2010, quando i corpi di quattro prostitute vengono trovati sezionati e sparsi in alcuni sacchi. Le vittime, oltre alla professione, hanno in comune una cosa sola: vendevano i propri servigi su Craiglist. Altre parti dei corpi vengono ritrovate l’anno seguente, e tra queste c’è anche il tronco di una donna. Ciò che fa preoccupare gli investigatori non è tanto il crudele metodo di occultamento dei corpi, quanto il fatto che le gambe della stessa donna furono rinvenute ben 14 anni prima, nel 1996.

Cosa significa questo? Solo un anno prima, nel 1995, veniva fondato Craiglist e ciò comporta che praticamente da subito un serial killer ne aveva capito le potenzialità, continuando poi a utilizzare tale modus operandi indisturbato per soddisfare le sue fantasie criminali. Beh, il cosiddetto CraiglistRipper non è mai stato preso, è ancora là fuori, così come Craiglist è ancora a sua disposizione.

Theresa Kachindamoto, la donna che in Malawi lotta contro i matrimoni infantili tra analfabetismo e povertà in Malawi.

Si chiama Theresa Kachindamoto ed è il capo politico del distretto di Dedza, nella regione centrale dello Stato africano del Malawi. Esercita la sua autorità su 545 villaggi e oltre 900.000 persone. Negli ultimi 14 anni, da quando è al potere, ha tentato, riuscendoci, di debellare una delle più grandi piaghe africane, quella delle cosiddette “spose bambine”.

Si chiama Theresa Kachindamoto ed è il capo politico del distretto di Dedza, nella regione centrale dello Stato africano del Malawi. Esercita la sua autorità su 545 villaggi e oltre 900.000 persone. Negli ultimi 14 anni, da quando è al potere, ha tentato, riuscendoci, di debellare una delle più grandi piaghe africane, quella delle cosiddette “spose bambine”.

Tra Africa e Asia il fenomeno coinvolge dai 12 ai 15 milioni di ragazzine, costrette dalla stessa famiglia, solitamente per tentare di migliorare la propria condizione economica, a sposarsi in giovane età. Parliamo di bambine dai 12 ai 14 anni, usate letteralmente come merce di scambio, in un baratto insensato che cancella i loro diritti all’infanzia, all’istruzione e a un futuro libero. Il Malawi è uno dei Paesi con la più alta percentuale di matrimoni infantili, circa il 50 % delle ragazzine del Paese lascia la scuola per sposare un uomo, solitamente più vecchio, ma in alcuni casi anch’esso bambino. Nella maggior parte dei casi queste bambine diventano madri poco dopo il matrimonio, e iniziano una vita costellata da episodi di violenza domestica, problemi di salute dovuti alla gravidanza, disagio sociale e arretratezza.

Theresa Kachindamoto, ha avuto la possibilità di studiare, lontana dal suo villaggio d’origine, e di diventarne in seguito, come detto, il capo principale. Tornando a casa ha visto piccole madri portare ancor più piccoli bambini in fascia sulla schiena e ha ritenuto tale spettacolo inaccettabile. Da quel giorno ha utilizzato tutta la sua autorità e influenza politica per cambiare le cose.

Supportata anche da UN Women, l’ente delle Nazioni Unite per l’Eguaglianza e l’Empowerment femminile, ha portato avanti campagne di sensibilizzazione, convincendo altri capi-distretto e capi-tribù a rivalutare le proprie posizioni sui matrimoni infantili. Dalla sua, può contare su una legge del 2017 che vieta i matrimoni sotto i 18 anni, ritenendola l’età-soglia dopo la quale una donna (ma anche un uomo) raggiunge la maturità necessaria per affrontare le responsabilità di un matrimonio e dell’eventuale nascita di figli. Una legge purtroppo che non viene applicata nelle zone rurali del Paese e dove non si ha neanche la percezione che tale legge esista, tanto è forte la tradizione dei matrimoni infantili.

La donna, definita in Malawi la “Terminator” dei matrimoni precoci, negli ultimi 14 anni è riuscita a sciogliere più di 2.600 matrimoni e a liberare le giovani spose, dando loro l’opportunità di tornare a scuola e costruirsi un nuovo futuro. Lo ha fatto utilizzando tutti i mezzi a sua disposizione e servendosi di un sistema che le consente di impedire, scoprire e annullare tali matrimoni. Innanzitutto ha agito sul fronte politico, chiedendo ai suoi 51 sottocapi (40 uomini e 11 donne), che sovrintendono ciascuno 10 villaggi, di impedire i matrimoni precoci, pena il licenziamento per chi si rifiuta di collaborare. In secondo luogo, ha costruito una vera e propria “rete di spie”, costituita dalle cosiddette “madri segrete” o “The mother’s group”, donne già avanti con gli anni che comportandosi semplicemente da “comari impiccione” scoprono e segnalano la presenza nel proprio villaggio di spose bambine. Da ultimo, Theresa Kachindamoto agisce di persona, recandosi lei stessa nei villaggi a sciogliere personalmente tali matrimoni, restituendo la libertà alle bambine,  affidandone i figli alle famiglie e permettendo così alle giovani madri di tornare a scuola. Spesso, se le giovani non possono permetterselo, Theresa finanzia personalmente i loro studi.

Nel suo impegno costante Theresa Kachindamoto non si lascia intimidire dalle minacce di morte che le vengono rivolte, né dà credito alle accuse dei più anziani di voler distruggere le tradizioni del Paese, ben conscia che per cambiare tale mentalità e tali abitudini serva tempo e perseveranza, così come sia necessario puntare alla costruzione di un cambiamento collettivo, delle famiglie e dei leader politici in primis, soprattutto per quanto riguarda i padri di famiglia, per i quali i matrimoni infantili sono fonte di guadagno, e i politici più anziani, legati strenuamente alla consuetudine.

Obiettivo primario, dunque, di questa sfida ancora aperta, è sensibilizzare il Paese sull’esistenza della legge che vieta i matrimoni sotto i 18 anni e ovviamente supportare le bambine liberate e tutte quelle che cresceranno in futuro, nelle proprie scelte di vita, nel loro diritto a un’istruzione e a un futuro diverso. Trasformare un destino segnato dalla marginalità, dalla povertà estrema e dalla violenza in un futuro dettato dal libero arbitrio e dall’emancipazione. Solo un cambiamento di questa portata potrà generare una ricaduta positiva sulla società intera, non solo in termini sociali, ma anche economici e sanitari.

Già, anche sanitari, perché Theresa Kachindamoto si è preoccupata di abolire un’altra consuetudine abominevole, una pratica di iniziazione sessuale a cui vengono sottoposte le giovani in pubertà, le vedove e le donne che hanno avuto un aborto. Il cosiddetto “Kusasa fumbi” prevede l’invio di queste donne in campi di tre giorni nei quali vengono costrette a rapporti sessuali non protetti con uomini più anziani detti “iene”, allo scopo di essere purificate in preparazione al matrimonio. La conseguenza più evidente è il rischio di contrarre l’HIV e altre malattie sessualmente trasmissibili.

Quella di Theresa Kachindamoto è la storia di una leonessa africana coraggiosa e indomita, che sta riuscendo la dove tanti sedicenti leoni non sono mai riusciti o non hanno neanche mai tentato: dare un futuro al Malawi. E lo sta facendo tentando di spezzare il circolo vizioso tra matrimoni infantili, analfabetismo e povertà. Liberando le spose bambine, queste possono tornare a scuola, possono apprendere e imparare che esiste qualcos’altro là fuori nel mondo, possono crescere, emergere e affermarsi in una società che ha bisogno di nuova linfa per uscire dall’arretratezza e dalla povertà in cui si trova. E in un Paese fortemente maschilista per tradizione come il Malawi, la nuova linfa non può che arrivare dalle donne.

La denuncia del Mosap, a Viterbo aumentano i reati e diminuiscono i poliziotti

Solo 12 le unità messe in campo mentre il territorio viterbese registra un aumento del 2,5% della criminalità. La preoccupazione di Fabio Conestà, segretario generale del Movimento Sindacale Autonomo di Polizia, dopo i gravi episodi di cronaca che rivelano carenze in sicurezza, come l’omicidio di un commerciante in pieno centro e lo stupro di una ragazza rimasta in balia di due aggressori per ore. 

di Romolo Martelloni

 ”Viterbo e’ l’unica provincia del Lazio dove c’e’ stato un aumento dei reati del 2,5 %  a fronte di un decremento delle forze di polizia negli ultimi 10 anni di 20 unita’. I rinforzi,  secondo il piano di potenziamento appena uscito, sono di 12 unita’, irrisori rispetto alle effettive esigenze del territorio della Tuscia”. Fabio Conesta’, segretario generale del Mosap, il Movimento Sindacale Autonomo di Polizia prende posizione su quanto deciso dal Ministero dell’ Interno per potenziare il territorio viterbese contro la criminalita’. ”Dei 12 rinforzi – spiega Conesta’ – 4 sono agenti assistenti anziani; 4 agenti appena usciti dal corso a luglio 2019, e 4 agenti assistenti ad aprile 2020. Si tenga presente che nella provincia di Viterbo c’e’ una media tra gli  operatori di 49 anni, tra le piu’ anziane dopo Cosenza e Udine con 50 anni di eta’ media”. Inoltre, se si esaminano gli anni dal 2008 ad oggi ”siamo passati da 390 appunto a 370 tra gli organici e nella sola polizia stradale da 78 a 74.

Insomma – fa ancora presente il segretario del Mosap – un potenziamento irrisorio con una criminalita’ che e’ aumentata, un fenomeno sottovalutato. Basti pensare – conclude – agli ultimi episodi che hanno visto l’uccisione di un commerciante in pieno centro a Viterbo e lo stupro della ragazza da parte dei due ‘gentiluomini’ di Casapound in provincia e proprio di ieri la vicenda delle due bambine a Viterbo fatte oggetto di violenza sessuale da un pakistano di 29 anni”.  

Le tre strade di Franca Viola: sottomissione, vendetta o coraggio

Il no di Franca Viola del 1965 che cambiò nel corso degli anni la sorte delle donne italiane. Dei 22 anni di pena chiesti dal pubblico ministero, Melodia venne condannato a 11 anni per violenza carnale, violenza privata, lesioni, minacce e per il ratto a scopo di matrimonio.

La Legge 544 del Codice Penale italiano, abrogata nel 1981, recitava così: Per i delitti preveduti dal capo primo e dall’articolo 530, il matrimonio, che l’autore del reato contragga con la persona offesa, estingue il reato, anche riguardo a coloro che sono concorsi nel reato medesimo; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti.

Era la legge sul matrimonio riparatore in caso di violenza sessuale. Una legge contenuta nel Codice Penale e che, paradossalmente, non comminava alcuna pena, ma anzi legittimava un comportamento criminale, lo stupro, regalando un “uscite gratis di prigione” a chiunque lo avesse potuto e voluto commettere. Una legge che aveva la peculiarità di tutelare la società, la morale pubblica e il buon costume, evidentemente ritenuti da salvaguardare a tutti i costi anche con misure riparatorie eccezionali, quali il calpestare i diritti umani della vittima, della persona offesa. Una legge talmente “sentita” nella società italiana del tempo, che contribuiva a porre uomo e donna su due piani sfalsati, non paritari, l’uno di dominio, l’altro di sottomissione, sconfessando in definitiva sé stessa e il suo essere “uguale per tutti”. Una legge che tramutava la vittima in colpevole – colpevole di vergogna e disonore -, e alla quale non lasciava altra scelta se non quella di sottomettersi e accettare passivamente un matrimonio con il proprio aguzzino per mondare tale onta da sé e dalla propria famiglia, altrimenti additate con disprezzo e bandite dalle relazioni sociali più comuni, prima fra tutte la possibilità per la vittima di rifarsi una vita con qualcun altro. Nessuno, infatti, secondo la mentalità dell’epoca che considerava sostanzialmente la donna come un oggetto di proprietà dell’uomo, padre o marito che fosse, avrebbe acconsentito a prendere in moglie una donna “già usata” da qualcun altro.

Ebbene, come detto, questa legge fu abrogata nel 1981. Il processo di abolizione però partì molto prima, nel 1965 per la precisione, e non iniziò grazie a interpellanze parlamentari o a causa di scioperi e proteste di piazza di una moltitudine di italiani indignati per l’assurdità dell’ordinamento giuridico. Cominciò il giorno in cui una ragazzina di 17 anni, nata e cresciuta in una Sicilia conservatrice e dalla mentalità chiusa e sessista, disse no. Cominciò il giorno in cui una figlia di 17 anni trovò il supporto di suo padre e di sua madre nel farsi carico di tutto ciò che quel no avrebbe significato: dileggio, persecuzione, disprezzo, oltraggio e disonore. Cominciò il giorno in cui una donna di 17 anni si ribella al sistema e, delle tre strade che si trovò di fronte, decise di scegliere quella più difficile e ardua da percorrere, ma facendolo a testa alta. Sempre.

Franca Viola è il nome di quella donna e le tre strade che aveva davanti, dopo essere stata rapita e stuprata dall’ex fidanzato Filippo Melodia, erano tutte previste dall’ordinamento italiano.

La prima strada è quella con cui abbiamo aperto l’articolo: il matrimonio riparatore. Melodia, respinto da Franca e dalla famiglia di questa per le sue connivenze mafiose, fu tanto certo di poter fare affidamento sulla suddettalegge in vigore che rapì Franca, tenendola segregata per una settimana e violentandola, sapendo bene che, in tal modo, lei non avrebbe potuto fare altro che sposarlo,pena lo “svergognamento” sociale, e che luiavrebbe potuto contare sul perdono di tutti i suoi crimini grazie alla legge. Se Franca avesse percorso questa strada, ci sarebbe stata la cosiddetta “paciata”, l’incontro tra le due famiglie per metterle davanti al fatto compiuto, seguita dall’accettazione da parte della vittima di rimanere per il resto della vita accanto a chi l’aveva violentata. L’onore della famiglia e della ragazza sarebbe stato ripristinato, e l’onta infamante dimenticata, così come i crimini commessi da Melodia. Ebbene, Franca Viola disse no al matrimonio riparatore e alla sottomissione.

La seconda strada percorribile avrebbe visto il padre di Franca, Bernardo, protagonista. Il Codice Penale italiano, nell’articolo 567 (abrogato anch’esso nel 1981) permetteva, in alternativa al matrimonio riparatore, di lavare con il sangue l’onta subita. Bernardo avrebbe quindi potuto uccidere Melodia, commettendo il cosiddetto “delitto d’onore” per ripulire il disonore sceso sulla figlia e sulla propria famiglia al momento dello stupro. La pena, in questo caso, era dai 3 ai 7 anni, che per un omicidio intenzionale non è praticamente nulla. Un’altra legge, quindi, che non puniva realmente, non come avrebbe dovuto per lo meno, ma legittimava un crimine, l’omicidio, concedendo una pena fortemente attenuata al suo esecutore.Ebbene, Franca Viola e suo padre Bernardo dissero no al delitto d’onore e alla vendetta.

È vero le due leggi in questione, in qualche modo, si compensavano, dando i mezzi, sia alla vittima che all’aguzzino, di risolvere la questione in un modo o nell’altro. Ma oggi ci appare lampante quanto sia evidente la distorsione di valori e diritti che si nascondeva dietro a queste leggi. È la giustizia che calpesta sé stessa.

Eppure, esisteva anche una terza opzione, che nessuno, a quel tempo, prendeva mai seriamente in considerazione, soprattutto in una Sicilia retrograda e contadina, controllata dalla mafia e da una mentalità sessista di stampo fascista. Fu questa la strada intrapresa da Franca, da suo padre Bernardo e dalla madre Vita: rivolgersi alle forze dell’ordine, denunciando Melodia e i suoi complici di rapimento, violenza carnale, percosse, minacce. Il risultato fu che i carabinieri fecero irruzione nell’abitazione dove Franca era tenuta prigioniera e arrestarono i rapitori.

Già, la terza opzione che a noi oggi pare tanto scontata, laggiù, nella Sicilia di quegli anni, non lo era affatto. Quella strada infatti significava mettersi contro il sistema, contro abitudini radicate, contro la mentalità di una terra e di una nazione intera. Significava cercare di camminare, da quel giorno in avanti, a testa alta, senza badare a chi avrebbe tolto loro il saluto, alle amicizie che sarebbero evaporate, alla vergogna, al disonore, al bando e all’esilio sociale, continuando a essere “colpevoli” di disonore per tutti. Significava percorrere il proprio cammino, certi della propria integrità di uomini e donne, certi che la legge, per quanto sbagliata, un giorno avrebbe dato loro ragione.

E così fu, almeno in parte. Dei 22 anni di pena chiesti dal pubblico ministero, Melodia venne condannato a 11 anni per violenza carnale, violenza privata, lesioni, minacce e per il ratto a scopo di matrimonio. La legge sul matrimonio riparatore venne consideratacome attenuante, un controsenso impensabile considerato che la condanna stessa, oltre che la volontà di Franca, la escludevano.

Una vittoria a metà, forse, per Franca, che segnò però l’inizio di una nuova vita. Tre anni più tardi convolò a nozze con il compaesano Giuseppe Ruisi, che coraggiosamente insistette nel volerla sposare, nonostante la fama di “svergognata” e il timore di possibili rappresaglie da parte della famiglia di Melodia.

Non ci fu però alcuna rappresaglia e la coppia poté vivere tranquillamente la propria vita, crescendo due figli che in seguito diedero loro due nipoti. Filippo Melodia, d’altro canto morì per un colpo di lupara poco tempo dopo la sua uscita dal carcere. Due destini ben diversi, dunque, che rappresentano bene le strade scelte dai protagonisti di questa vicenda e rendono a Franca quella giustizia che risultò in parte manchevole al processo. Eppure, dopo quel processo, il vero cambiamento non fu tanto nella vita di Franca, ma riguardò la vita di tutte le donne in Italia e l’intera società.

Franca fu la prima a dire no. Un no che è stato il primo passo verso l’emancipazione della donna in Italia. Un no che ha smosso politici e governi, decretando infine l’abolizione dei due articoli di legge, quello sul matrimonio riparatore e quello sul delitto d’onore, che consideravano i rispettivi crimini dal solo punto di vista dell’oltraggio alla morale e non come reati alla persona. Un no che ha riportato aguzzini e vittime nelle giuste posizioni, senza possibilità di fraintendimenti. Un no che ha trasformato una ragazza di 17 anni in un Grande Ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica italiana, un’onorificenza tra le più importanti in Italia. Un no che è diventato simbolo di dignità, di parità tra uomo e donna, di coraggio e di cambiamento.

Quel no di Franca Viola non ha cambiato solo l’ordinamento giuridico italiano, ma ha cambiato gli italiani, uomini e donne. Quindi, grazie Franca per aver detto no.

Caso Luigi Tenco: non si era certi di…

A “Grande amore” di Rai 3, andato in onda il 28 aprile scorso, si è trattato il tema della fragilità umana e del bipolarismo di una coppia vivente utilizzando come termine di paragone la coppia Dalida-Tenco. Dura  la  reazione della famiglia di quest’ultimo, atta a sconfessare le incongruenze delle notizie diffuse, ritenute fuorvianti rispetti ai veri fatti della vita del cantautore.

La pistola puntata alla tempia destra e la leggera pressione di un dito sul grilletto. Questo è ciò che successe la notte del 27 gennaio del 1967. Due semplici azioni che hanno causato la morte di un uomo. E queste sono le uniche cose certe della vicenda. Anzi, un’altra cosa è certa: così morì Luigi Tenco.

Già, perché negli anni sono state fatte illazioni, congetture e ipotesi su tutto ciò che circonda queste tre semplici certezze. Non si era certi del modello della pistola, né se la stessa fosse o meno sulla scena al momento del ritrovamento del corpo, non si era certi chi impugnasse l’arma, se Luigi o qualcun altro e quindi non si era certi se si trattasse di suicidio o di omicidio, così come non si era certi delle motivazioni né dell’uno né dell’altro, non si era certi della posizione del corpo e non si era neanche certi se fosse morto lì dove fu rinvenuto o in un altro luogo, non si era certi se fosse stato usato un silenziatore o meno, non si era certi sull’autenticità delle fotografie della polizia sulla scena, non si era certi se il proiettile fosse uscito o meno dal cranio, non si era certi delle telefonate fatte da Tenco poco prima di morire, non si era certi delle contraddittorie testimonianze di chi per primo accorse, né si è mai stati certi di chi effettivamente arrivò per primo sulla scena, non si era certi se la calligrafia trovata sul biglietto di un presunto suicida fosse di Tenco e non si era certi nemmeno se quel biglietto fosse proprio ciò che appariva. Non si era certi della buona fede degli inquirenti né delle capacità dei medici legali, non si era certi…

I “non si era certi” nella morte di Luigi Tenco non si riescono a contare. Ciò di cui siamo certi oggi è che il “Caso Tenco” ogni tot ritorna a far parlare di sé, o perché qualche giornalista ha deciso di rimettere mano all’inchiesta e cavarne fuori qualche nuova rivelazione o perché qualche trasmissione televisiva decide di dedicare la puntata a uno dei tanti aspetti della vicenda, o ancora perché la famiglia del cantautore decide di intervenire a rettificare o confermare notizie e informazioni diramate dai media.

Se oggi siamo ancora qui a parlarne è perché si sono verificate le ultime due opzioni poco fa elencate: il programma “Grande amore” di Rai 3, andato in onda il 28 aprile scorso, ha deciso di trattare il tema della fragilità umana e del bipolarismo di una coppia vivente utilizzando come termine di paragone la coppia Dalida-Tenco e provocando la dura reazione della famiglia di quest’ultimo, atta a sconfessare le incongruenze delle notizie diffuse, ritenute fuorvianti rispetti ai veri fatti della vita del cantautore.

È proprio sui fatti di quella notte, del resto, che si è sempre divisa l’opinione pubblica, la stampa e coloro tra poliziotti, magistrati e giornalisti, che in 52 anni hanno indagato sulla morte di Luigi Tenco. Di quella vicenda si sa per certo che Luigi giunse a Sanremo in treno nel pomeriggio del 23 gennaio, per partecipare tre sere più tardi al Festival della Canzone Italiana in coppia con la famosa cantante internazionale Dalida, nel tentativo di aggiudicarsi l’accesso all’ambita finale con la canzone Ciao amore ciao.

Di lui si sa che non amava esibirsi in pubblico, un po’ per il timore da palcoscenico, e in parte per la paura che le sue canzoni non venissero capite, soprattutto in un contesto come quello del Festival. Lui, cantautore e poeta, bello e tenebroso, cantava l’inquietudine e il tormento esistenziali, cantava l’amore, la politica, la guerra, cantava al contempo con malinconia e ironia, in un momento decisivo per il nostro Paese in cui studenti e lavoratori delle grandi fabbriche iniziavano a scuotere, con dimostrazioni e scioperi, le fondamenta stesse della penisola e in cui gli scontri tra polizia e manifestanti erano all’ordine del giorno. Lui cantava già del ’68, nonostante il ’68 non lo visse mai.

La sera del 26 gennaio Tenco si presentò all’appuntamento con la sua grande occasione, nervoso e agitato. Pare che, per combattere l’inquietudine, avesse trangugiato un’intera bottiglia di grappa alla pera e assunto del Pronox, un tranquillante che era solito usare. Un mix che non poté che alterare la condizione psicofisica del cantante il quale, dietro le quinte del palcoscenico, stravolto e con i riflessi appannati, venne letteralmente spinto sul palco dal presentatore di allora, Mike Bongiorno.

Come prevedibile, la sua prestazione di quella sera fu decisamente sottotono, cantò male, stonò, fu in ritardo sui tempi. Insomma, un vero disastro, tanto che ottenne solamente 38 miseri voti su 900 e neanche il ripescaggio gli fu favorevole. Risultato: Tenco e Dalida vennero eliminati dalla competizione. Lui, pallido e assente, la prese male e, una volta usciti dall’Ariston, mentre Dalida, con altri amici si fermarono al ristorante U’Nostromo, Tenco li salutò annunciando il suo ritorno all’Hotel Savoy, dove occupava la stanza 219.

Da quel momento in poi iniziano le supposizioni su una vicenda che contiene in sé più domande che risposte. Ed è qui che nascono le incongruenze e le potenziali diramazioni della storia. E ogni possibilità, ogni scoperta, conducono la vicenda in direzioni nuove e diverse, creando differenti verità e soprattutto altre domande.

La prima verità che risulta è quella con la V maiuscola in quanto l’indagine investigativa del 1967, portata avanti dal commissario Arrigo Molinari, venne archiviata frettolosamente come suicidio. La ricostruzione è la seguente: dopo la fatidica eliminazione dal festival e i fatti suddetti, verso le due di notte Dalida si reca al Savoy per sincerarsi dell’umore di Tenco. Lo trova riverso a terra senza vita con una pistola nella mano destra e un biglietto d’addio sul comodino. Dopo tante canzoni e poesie, le ultime parole scritte di Luigi Tenco sarebbero state: “Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché stanco della vita (tutt’altro), ma come atto di protesta contro un pubblico che manda ‘Io tu e le rose’ in finale e ad una commissione che seleziona ‘La rivoluzione’. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao Luigi”.

Ma già allora era chiaro che qualcosa non tornava. L’indagine era stata condotta in modo grossolano e confusionario. Quando ancora si trovava nella propria abitazione e sicuramente prima che la scientifica arrivasse sul luogo a compiere accertamenti, Arrigoni, avvisato telefonicamente da Dalida dell’accaduto, avvisò a sua volta l’ANSA che Tenco si era ucciso. Anni più tardi, intervistato, lo stesso Arrigoni sostenne che “indubbiamente non è stato un omicidio…” e che ricevette pressioni dai dirigenti Rai per chiudere la vicenda il prima possibile senza scandali per il Festival. Questo parrebbe il motivo per cui non fu fatta alcuna autopsia, né vennero analizzati il bossolo, la pistola, le mani di Tenco e non fu effettuata alcuna perizia calligrafica sul biglietto d’addio. A ciò si aggiungono altre manchevolezze da parte degli inquirenti, prima fra tutte il fatto che il corpo venne spostato e portato al cimitero prima dell’arrivo del fotografo della polizia. Anche in questo caso Arrigoni ci mise del suo, ordinando ai necrofori di riportare in fretta e furia il corpo al Savoy e riposizionarlo così come era stato trovato, rendendo di conseguenza le successive foto, dei falsi. Oppure il non rendersi conto, da parte del medico legale, che il cranio di Tenco presentava non il solo foro d’entrata del proiettile, come vuole la versione ufficiale, ma due, uno d’entrata e uno d’uscita, o che il cadavere mostrava anche contusioni al volto e tracce di sabbia tra i capelli (oltre che sui vestiti e nell’auto), cose mai trapelate al tempo.

Altre incongruenze con la tesi del suicidio e relative alla versione ufficiale riguardano le testimonianze: innanzitutto le dichiarazioni rilasciate prima dell’arrivo della polizia sono contraddittorie. C’è chi ha visto il corpo di Tenco seduto sul pavimento e appoggiato al letto, chi lo ha visto sdraiato a terra e chi supino sul letto, chi con i piedi sotto il cassettone. C’è chi ha visto la pistola per terra, chi sotto al corpo, chi sul comodino, chi in mano a Tenco e chi giura persino che non vi era alcuna pistola nella stanza. Mino Durand, giornalista del Corriere della Sera disse addirittura di aver preso la pistola dalla mano di Tenco e, prima di rimetterla al suo posto rendendosi conto che non avrebbe dovuto inquinare la scena, riconobbe una Beretta calibro 22(e non una Walther PPK 7.65, che era la pistola posseduta da Tenco). A queste si aggiungono le testimonianze illustri di Lucio Dalla e Sandro Ciotti, che erano nelle stanze accanto a quella di Tenco al momento del presunto suicidio:dissero di non aver sentito alcuno sparo, cosa impossibile secondo diversi esperti in materia. Questo fatto, insieme alla sabbia nei capelli confermerebbe la tesi di chi vuole che Tenco quella sera non sarebbe tornato immediatamente al Savoy, ma si sarebbe fermato in spiaggia, forse per schiarirsi le idee sulla serata e lì sarebbe stato aggredito e ucciso. In seguito, sarebbe stato trasportato, lontano da sguardi indiscreti, nella sua camera, che era adiacente a un’uscita secondaria dell’albergo e dunque poco in vista. Altra teoria basata su tali testimonianze è quella che vedrebbe l’assassino sparare sì nella camera di Tenco, ma utilizzando un silenziatore.

Insomma, di congetture se ne possono fare tante, proprio a causa di un’indagine condotta in modo disastroso. Negli anni c’è stato, infatti, chi ha condotto ricerche private giungendo a conclusioni diverse da quelle ufficiali.

Nel 2005, 38 anni dopo la sua morte, grazie all’inchiesta di due giornalisti, si ottenne la riesumazione del cadavere di Tenco. Finalmente, l’anno successivo, venne eseguita l’autopsia su quello che era ancora un corpo in buone condizioni e vennero contestualmente ordinati accertamenti sull’arma di Tenco (nel frattempo restituita stranamente pulita al fratello Valentino), sul bossolo, sulle mani del cantante e sul biglietto d’addio. Ancora una volta fu confermata l’ipotesi di suicidio.

Ma anche in quel caso i dubbi non smisero di creare domande, in quanto innanzitutto non si trovarono più il bossolo e l’ogiva del proiettile repertati nel 1967. I fori nel cranio però risultarono compatibili con una Walther PPK 7.65, la pistola posseduta da Tenco. Trovarono anche lesioni alla teca cranica e una frattura alla mastoide destra, compatibile con un colpo inferto da qualcuno prima della morte. Solo in quel momento, oltretutto, scoprirono la presenza del foro d’uscita, assurdamente non notato nel 1967. Dall’analisi della mano destra di Tenco non risultò il classico segno di Felc, costituito dai tipici effetti secondari dello sparo, quali bruciatura, affumicatura e tatuaggio, né su di essa furono trovate tracce dei tre elementi che, se presenti contemporaneamente, indicano la certezza che una mano abbia sparato: bario, piombo e antimonio.

Nonostante le diverse prove contro l’ipotesi del suicidio, la conclusione fu la chiusura definitiva del caso con l’affermazione della Dott.ssa Vincenza Liviero, medico legale dell’ERT di Roma (Esperti Ricerca Tracce), che quello di Tenco fu“un suicidio da manuale… al di là di ogni ragionevole dubbio”.

Anche il giornalista e criminologo Pasquale Ragone, insieme al collega giornalista Nicola Guarneri, nel 2013 svolse alcune indagini private basandosi sulla documentazione originale della Procura, in cui vi era anche l’elenco degli oggetti repertati nel 1967 nella stanza di Tenco al Savoy, e sui documenti prodotti dall’ERT di Roma dopo l’autopsia e gli esami del 2006. Le conclusioni a cui giunsero i due misero in luce alcuni punti che le precedenti inchieste parevano aver tralasciato o omesso, indicando chiaramente che la morte non fosse da imputare a un suicidio. La prima tesi sostenuta si fonda sul verbale delle ore 3:00 nel quale, fra gli oggetti nella stanza 219, non erano elencati né il biglietto d’addio, né la pistola, evidentemente non presenti all’arrivo della polizia sulla scena. La tesi sostenuta dai due giornalisti è che Tenco non avrebbe mai premuto il grilletto e che la sua pistola non entrò mai nella stanza 219 del Savoy, ma rimase nell’auto dove la teneva sempre. Nelle fotografie ufficiali delle 4:15 (che ricordiamo furono scattate successivamente al riposizionamento del cadavere), un’arma è invece presente sotto il corpo di Tenco, ma non sarebbe la Walther Pkk del cantante, ma una Bernardelli mod. 60, inserita dalla polizia per sostituire quella di Tenco che, come da verbale, non era nella stanza. A supporto di tale teoria c’è la testimonianza di Paolo Dossena, uno dei primi ad accorrere, che negò di aver visto armi accanto al cadavere. E in parte trovano conferma anche le parole di Mino Durand, che disse di aver notato e preso dalle mani di Tenco una Beretta cal. 22, pistola questa facilmente confondibile con la Bernardelli, dato il calibro e altre caratteristiche simili. Secondo il parere dei due giornalisti, coadiuvati da Martino Farneti, uno dei massimi esperti balistici italiani, l’accertamento balistico di allora, che indicò come pistola fumante la Walther Pkk 7.65 di Tenco, fu fatto senza rispettare il protocollo scientifico in materia e confondendo le tracce di questa con quelle di una Beretta mod. 70 dello stesso calibro. A queste considerazioni e a sostegno dell’ipotesi omicidiaria, si aggiunsero quelle già emerse in passato: l’assenza di residui dello sparo sulla mano di Tenco, l’assenza di testimoni che udirono lo sparo, le contusioni e la frattura alla mastoide destra indicativa di un colpo prima della morte, l’assenza del segno di Felc e di microspruzzi di sangue sulla mano del cantante, oltre che i segni sul bossolo e sul foro d’entrata che suggerirebbero l’utilizzo di un silenziatore.

Nonostante queste analisi e la richiesta di riapertura del caso da parte dei due giornalisti, nel 2015 l’inchiesta fu archiviata nuovamente e definitivamente.

Eppure, la vicenda, è innegabile, è piena di incongruenze e possibili “Whatif” che portano a tesi diverse da quella del suicidio e a moventi più che plausibili per un omicidio. C’è chi ha parlato di droga e chi di debiti, chi ha tirato in ballo la criminalità marsigliese e chi il Governo italiano, chi l’appartenenza di Tenco al PSI e chi gli ambienti eversivi di destra. Ma a guardare bene ci sono moventi più plausibili e classici che possono spiegare un eventuale omicidio. Un movente economico: Tenco nel pomeriggio del 26 gennaio vinse 3 milioni al Casinò di Sanremo, ma in seguito di quella somma non se ne trovò traccia; un movente passionale: Dalida, quella notte, dopo il rinvenimento del cadavere, uscirà dalla stanza 219 accompagnata dall’ex marito, Lucien Morisse, uomo geloso e possessivo, e insieme, subito dopo, si renderanno irreperibili oltre confine; un movente criminale: un’altra versione della storia narra infatti che Tenco si recò effettivamente in albergo e fece due telefonate: la prima, al capo della Rca, la sua casa discografica, a cui però questi non rispose, e la seconda a Valeria, la sua fidanzata dal 1964 (la relazione con Dalida di cui si parlava al tempo sembrerebbe essere solo di facciata). A Valeria, Tenco pare aver confessato di voler indire, la mattina dopo, una conferenza stampa in cui avrebbe smascherato il giro di scommesse clandestine che stava dietro la kermesse sanremese, a suo avviso truccata. Le dice anche di avere scritto alcuni fogli con nomi e cognomi a riguardo. La telefonata terminò un’ora prima che il cadavere di Tenco fu ritrovato.

Per quanto riguarda l’ipotesi di suicidio, invece, pare difficile credere che la motivazione sia quella scritta sul biglietto d’addio e cioè dare una sorta di lezione al pubblico italiano. Così come pare improbabile che uno scrittore e un poeta come lui abbia commesso un banale errore ortografico in detto biglietto: la parola “seleziona”, presente sul foglio, presentava infatti la doppia L e un piccolo spazio tra le lettere in quel punto, indicativo, secondo gli esperti calligrafici, di un tentennamento dello scrivente, come se non sapesse come si scrivesse la parola.

Eppure, Luigi Tenco ufficialmente si è suicidato e ogni volta che un giudice, un poliziotto o un tecnico di laboratorio conferma tale sentenza, vera o falsa che sia, è come se un altro proiettile lo colpisse, non tanto nel corpo, quanto nel suo animo tormentato, nel suo spirito inquieto. Forse, dunque, è semplicemente arrivato il momento di smetterla di farsi domande a cui nessuno può dare risposta, di smetterla di costruire ipotesi e congetture, di smetterla di cercare indizi e prove, e tenersi stretti una volta per tutte solo il ricordo di un uomo e le parole di un poeta. Queste, di sicuro, non moriranno mai.

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