I grandi processi della Storia: il Sexgate e l’impeachment a Bill Clinton

By 7 Marzo 2019Mondo, Primo piano

Vent’anni fa, il 12 febbraio del 1999, si chiudeva quello che può essere considerato il processo del secolo: riguardava l’uomo più potente e famoso del pianeta, il cosiddetto “leader del mondo libero”, il 42° Presidente degli Stati Uniti d’America, il Democratico William Jefferson Clinton.

Vent’anni fa, il 12 febbraio del 1999, si chiudeva quello che può essere considerato il processo del secolo: riguardava l’uomo più potente e famoso del pianeta, il cosiddetto “leader del mondo libero”, il 42° Presidente degli Stati Uniti d’America, il Democratico William Jefferson Clinton.

In realtà, la vicenda, in un modo o nell’altro, copre tutti gli anni ’90, perché Bill Clinton, già nel 1994, al suo secondo anno da presidente, era stato denunciato dalla giornalista Paula Jones per molestie sessuali verificatesi tre anni prima, quando lui era ancora governatore dell’Arkansas. Clinton respinse le accuse e, alla fine del processo di primo grado, fu assolto per mancanza di prove. È durante questo processo che comparve, senza troppi clamori e per la prima volta, la figura di Monica Lewinsky, una giovane stagista non retribuita,entrata nel 1995 nello staff della Casa Bianca. Monica, in poche settimane di lavoro, aveva stretto con il presidente un rapporto di confidenza, tanto che presto fu assunta dall’ufficio legislativo della Casa Bianca con mansioni chela portavano a consegnare più volte al giorno documenti nello Studio Ovale. Ebbene, proprio a causa di questo suo rapporto diretto con il presidente Clinton, in occasione delle audizioni del processo contro Paula Jones, gli avvocati di questa chiesero alle persone che lavoravano più a stretto contatto con lui, tra le quali anche la Lewinsky, se tra loro ci fossero stati rapporti sessuali. Sia Clinton che la Lewinsky in quella circostanza negarono sotto giuramento e la vicenda si chiuse, come detto, con un’assoluzione.


Nella primavera del 1996, la Lewinsky venne poi trasferita al Pentagono, dove strinse amicizia con una nuova collega, Linda Tripp. Quella stessa estate le confidò, in diverse telefonate,i dettagli della sua relazione, ben più intima della semplice confidenza, con il presidente Clinton. Arrivò l’ottobre del 1997 e Linda Tripp si dimostrò tutto meno che un’amica per Monica Lewinsky: la Tripp, a sua detta “nell’interesse della patria”, incontrò due giornalisti di News Week dicendo loro di essere in possesso di materiale scottante riguardante il presidente Clinton. Nell’ultimo anno, infatti, la donna aveva sistematicamente registrato le telefonate con la Lewinsky. Linda Tripp però non si rivolse solamente ai giornali, ma il 7 gennaio del 1998 incontrò anche Kenneth Starr, procuratore speciale degli Stati Uniti, un Repubblicano conservatore che stava già conducendo, su mandato del Congresso degli Stati Uniti a maggioranza Repubblicana, indagini relative a diversi scandali minori accaduti durante l’amministrazione Clinton.

La Tripp consegnò le registrazioni al procuratore e ne registrò altre in cui fece parlare la Lewinsky della sua relazione con Clinton e di conseguenza della sua falsa testimonianza al processo Jones. In tali occasioni, la Lewinsky le consegnò anche un documento intitolato “Cose da dire durante la testimonianza”. Non passò molto, giusto pochi giorni, perché la bolla esplodesse e facesse venire a galla tutto. Il 17 gennaio il sito internet Drudge Report, famoso per i suoi scoop scandalistici e, pochi giorni dopo, anche il Washington Post, pubblicarono l’inchiesta. È l’inizio di quello che verrà definito Sexgate, termine che fa il verso al precedente scandalo Watergate che aveva coinvolto il presidente Nixon nel 1972.

La stampa di mezzo mondo si scatenò immediatamente e per una settimana la Casa Bianca si chiuse a riccio sulla vicenda non rilasciando commenti, forse cercando il modo migliore di arginare la valanga che stava per sommergere Bill Clinton. Solo il 26 gennaio Bill e la First Lady Hillary si presentarono davanti ai giornalisti indicendo una conferenza stampa. Anche in questa occasione Clinton negò di aver avuto rapporti sessuali con Monica Lewinsky. Nel frattempo, Kenneth Starr, il procuratore incontrato dalla Tripp, aveva preso definitivamente le redini dell’indagine e, se da un lato Clinton continuava testardamente a negare relazioni improprie con la Lewinsky, dall’altro Starr cercava un accordo proprio con questa. Con una piccola differenza rispetto ai giornalisti, però: Starr non era interessato alla presunta relazione in sé, che non costituiva reato e che tanto scandalizzava l’opinione pubblica, ma voleva trovare le prove che la Casa Bianca avesse istruito il testimone (la Lewinsky) di un processo (quello contro la Jones) su cosa dire o non dire al fine di proteggere il presidente.

Furono mesi di fuoco, con i Democratici che accusavano Starr di voler soltanto danneggiare l’amministrazione Clinton a favore dei Repubblicani, i giornalisti che assediavano letteralmente la Lewinsky giorno e notte a casa e dovunque andasse e Linda Tripp, ascoltata altre tre volte, ma messa sotto accusa lei stessa per la liceità delle sue azioni e la possibilità di usare in un eventuale processo a Clinton le registrazioni telefoniche da lei ottenute illegalmente. La bagarre terminò il 28 luglio, giorno in cui Monica Lewinsky chiuse finalmente un accordo con il procuratore Starr: a lei e alla sua famiglia andò la completa immunità in cambio di una piena confessione. Questo costrinse Bill Clinton ad annunciare, il giorno successivo, che si sarebbe presentato spontaneamente a testimoniare. La confessione di Monica non parlava di rapporti sessuali, ma solo di sesso orale da lei praticato al presidente in almeno nove occasioni nello Studio Ovale o nei pressi di questo. Inoltre consegnò all’FBI un suo vestito blu, indossato in una di tali circostanze, asserendo che vi erano sopra tracce di sperma di Bill Clinton. Gli esami di laboratorio sul DNA confermarono le sue parole a riguardo.

Per quanto riguarda Clinton, il 17 agosto del 1998, davanti alla giuria che indagava la sua condotta, ammise finalmente la sua relazione con Monica Lewinsky. Immediatamente dopo la deposizione, Clinton tenne una conferenza stampa in tv, rivolgendosi al popolo americano. Le sue parole contenevano l’ammissione della relazione (“Ho effettivamente avuto relazioni improprie con la signorina Lewinsky”), il pentimento per aver mentito (“È stato sbagliato. È stato un grave errore di giudizio e un fallimento personale del quale sono il solo e unico responsabile”), la spiegazione dei motivi della menzogna (“Innanzitutto il desiderio di proteggere me stesso dall’imbarazzo. Inoltre volevo proteggere la mia famiglia”) e un appello agli americani (“Ora la questione riguarda me e le due persone che amo di più – mia moglie e mia figlia – e il nostro Dio. […] Ma è una questione privata, e intendo riavere indietro le vite della mia famiglia. Non sono affari di nessuno se non nostri. Anche i presidenti hanno vite private”)

Il mese successivo arrivarono al Comitato Giudiziario della Camera 36 scatoloni contenenti tutti i documenti, le prove, le testimonianze, i referti, i video e i verbali riguardanti il caso, raccolti dal procuratore Starr. Il rapporto Starr ci mise poco a diventare di pubblico dominio, grazie alla spinta dei Repubblicani. In esso spiccava la deposizione di Clinton relativa al processo contro Paula Jones. Alla domanda diretta di Starr se in quella circostanza avesse mentito sotto giuramento sulla relazione con Monica, Clinton aveva sostenuto di non aver mentito in quanto non considerava il sesso orale come un “atto sessuale”, perché ricevendolo non era entrato in contatto con nessuna delle parti del corpo della Lewinsky indicate come “zone sessuali”, né era sua intenzione gratificarla dal punto di vista sessuale. Il procuratore generale David Schippers, a capo del team che doveva valutare le prove raccolte da Starr, stabilì che esse erano sufficienti per avviare la procedura di impeachment, cioè di accusa formale del Presidente degli Stati Uniti da parte della Camera.L’8 ottobre del 1998 la Camera dei Rappresentanti, a maggioranza Repubblicana, votò per autorizzare la procedura d’impeachment a Bill Clinton.

Ma cosa prevede la complessa procedura d’impeachment? Innanzitutto essa è contenuta nella Costituzione degli Stati Uniti, la quale recita: “Il presidente, il vice-presidente e tutti gli alti funzionari di stato possono essere destituiti con l’impeachment se condannati per tradimento, corruzione o altri alti crimini e reati”. Nel caso di Clinton l’eventualità che egli potesse aver mentito sotto giuramento rientrerebbe nella fattispecie degli “alti reati”. In ogni caso la procedura d’impeachment deve seguire sempre alcune fasi, a cominciare da un’inchiesta condotta da un pubblico ministero, che per Clinton si identificò appunto nel procuratore Starr. L’incartamento della sua inchiesta, dato che questi ritenne di avere raccolto prove credibili e sostanziose,fu quindi inviato al Congresso.Qui, la Commissione Giustizia della Camera, formata da membri di entrambi i partiti, Democratico e Repubblicano, decise per autorizzare l’impeachment a Clinton con 21 voti a favore e 16 contrari, chiedendo alla Camera di aprire un’inchiesta formale. L’8 ottobre, come detto, la mozione passò con 258 voti a favore (tutti i repubblicani più 31 democratici) e 176 contrari, autorizzando l’inchiesta d’impeachment.

A questo punto tutto passò nuovamente in mano alla Commissione Giustizia che ha il compito di ascoltare le parti interessate. Il procuratore Starr e gli avvocati di Clinton, dunque, testimoniarono davanti a essa, esponendo ciascuno le prove contro o quelle a favore dell’accusato. Terminata questa fase la Commissione ha l’onere di votare su ciascun “articolo di impeachment”, cioè sui capi d’accusa emersi dalla valutazione del caso. Per Bill Clinton furono quattro i capi d’accusa presentati alla Camera: spergiuro per aver mentito sotto giuramento sulla relazione con Monica Lewinsky; spergiuro nella testimonianza su Paula Jones; intralcio alla giustizia per aver cercato di influenzare alcuni testimoni nell’ambito dell’indagine condotta da Kenneth Starr; falsa testimonianza su alcune delle 81 domande rivoltegli dalla Commissione Giustizia. Sarebbe bastata una maggioranza semplice, cioè 218 parlamentari a favore di almeno uno degli articoli d’imputazione per avere l’impeachment e trasformare Bill Clinton ufficialmente in un imputato.

Il 18 dicembre 1998 la decisione sui capi d’accusa e quindi sull’impeachment era ancora tutta in mano agli indecisi. Un sondaggio dell’Associated Press dava 198 voti a favore, 193 contrari, 32 indecisi e 12 che non avevano risposto. A seconda degli schieramenti, c’era chi lo considerava un voto politico, che avrebbe finito per scalzare Clinton,e chi un voto di coscienza, in un periodo in cui l’America non aveva bisogno di altri problemi, essendo già impegnata in una crisi mondiale,nella quale i missili di Clinton piovevano per la terza notte consecutiva come stelle cadenti su Baghdad. La First Lady intanto lanciava gli ultimi appelli al popolo americano e soprattutto alle donne d’America che l’avevano sempre supportata, sollecitando a considerare solo la condotta politica tenuta dal marito fino a quel momento e indicandolo scandalo del Sexgate come fatto privato.


Ebbene, alla fine, dei quattro capi d’accusa, solo due raggiunsero alla Camera il quorum necessario per incriminare Bill Clinton, che diventò così, ufficialmente, il secondo presidente nella storia degli Stati Uniti a subire l’impeachment. Prima di lui vi fu solo il Democratico Andrew Johnson nel 1868. A questo punto, il 7 gennaio 1999, la patata bollente passò al Senato per un iter processuale che sarebbe durato diversi mesi, durante i quali tutte le prove, a favore e contro,dovevano essere presentate all’attenzione e al giudizio dei 100 senatori, due per ciascuno dei 50 stati, che costituivano la giuria. Anche qui, la maggioranza di 55 senatori su 100 era Repubblicana, non abbastanza per raggiungere i due terzi necessari a rimuovere Clinton dalla carica in caso di voto, ma abbastanza da impensierirlo nel caso di franchi tiratori tra i Democratici.

A quasi un anno dallo scoppio del Sexgate, quindi, e nel pieno di una guerra combattuta dall’altro capo del mondo, Bill Clinton si ritrovò una spada di Damocle sulla testa. Dalla sua però c’era il popolo americano, che, stanco di mesi e mesi di speculazioni a base di sesso e colpi bassi dei Repubblicani, continuava, nonostante tutto, a sostenerlo nei sondaggi. La popolarità di Clinton rimase alta grazie anche all’annuale discorso sullo “Stato dell’Unione”, durante il quale il presidente si guardò bene dall’accennare a scandali e processi, ma si mostrò al Paese come leader ancora saldamente al potere, parlando di politica e di programmi da attuare: il salvataggio del sistema pensionistico, la riforma della scuola, le nuove trattative commerciali, l’incremento di aiuti alla Russia e la difesa della pace nel Kosovo e in Iraq. Insomma, se da un lato il popolo lo aveva perdonato, dall’altro i Repubblicani sentivano di non avere i voti necessari per farlo cadere, capendo troppo tardi che, il continuare a trascinarlo nel fango senza ottenere il risultato prefissato si sarebbe ritorto contro di loro. Tutti avevano interesse a chiudere la partita, dunque. Solo la giustizia non accennava a fermarsi, chiusa nelle stanze del Senato.

Il 12 febbraio 1999 fu il giorno del giudizio. Per la prima volta nella storia le telecamere furono accettate nell’aula della Corte Suprema e le immagini vennero poi distribuite a tutte le televisioni del mondo. Il presidente della Corte, William Rehnquist, pronunciò la formula di rito: “Senatori, è William Jefferson Clinton colpevole o non colpevole?”. Uno alla volta, in ordine alfabetico, i senatori si alzarono in piedi e risposero “guilty” o “not guilty” (colpevole o innocente) per ben due volte,una per ognuno dei due capi di imputazione.Servivano almeno 67 voti su 100 per giudicare Clinton colpevole in almeno uno dei capi d’accusa. In tal caso ci sarebbero state tre conseguenze immediate: Clinton sarebbe stato immediatamente rimosso dalla carica, la decisione sarebbe stata notificata al segretario di stato Medeleine Albright e il vicepresidente Al Gore avrebbe prestato contestuale giuramento per subentrare a Clinton fino alle successive elezioni.

Nella prima votazione, quella per falsa testimonianza, ci furono effettivamente alcuni franchi tiratori, ma paradossalmente sul versante opposto: furono 10 i Repubblicani che votarono “non colpevole” e che si aggiunsero ai 45 Democratici favorevoli al presidente. Clinton fu assolto per 55 voti a 45. Per quanto riguarda il secondo capo d’accusa, intralcio alla giustizia, il Senato si divide esattamente a metà con 50 voti contrari e 50 a favore, assolvendo anche in questo caso l’imputato. Fallito quello che i Democratici non hanno esitato a definire un “tentativo di golpe” dei Repubblicani, questi ultimi si giocarono l’ultima disperata carta, presentando una “mozione di censura”, una sorta di condanna morale nei confronti di Clinton per il comportamento “vergognoso, sconsiderato e indifendibile” tenuto dal presidente durante il Sexgate. Si mise allora ai voti la possibilità di procedere con la mozione di censura, ma anche qui i contrari furono più dei favorevoli e il tentativo non approdò a nulla. Solo in corte civile a Clinton viene comminata una multa di 90.000 dollari per falsa testimonianza nel caso Paula Jones e nel 2001 venne sospesa in Arkansas la sua licenza all’esercizio della professione forense per cinque anni, venendo anche radiato dalla possibilità di presentare casi davanti alla Corte Suprema. Nulla di così grave, dunque, considerate le conseguenze ben peggiori dalle quali era riuscito a scampare.

Bill Clinton, che anni prima in campagna elettorale era stato definito il “come back kid” (il ragazzo delle rimonte), si confermò quindi tale anche nel momento più critico della sua presidenza, ribaltando la sorte, ritorcendo contro i Repubblicani le loro stesse congiure e ripulendo la sua fedina dagli errori commessi nella gestione dello scandalo Sexgate. Vien da chiedersi a questo punto come sarebbe stato giudicato oggi, Clinton, alla luce dei recenti scandali sessuali che hanno infangato l’America e, nello specifico,Hollywood. Un’analisi sociologica delle due situazioni spinge a riflettere su alcuni comportamenti che, risultano esattamente opposti: nel 1999 Clinton venne valutato dall’opinione pubblica come un pessimo uomo e marito, ma anche come un ottimo politico e, proprio per questo, ci fu il perdono. Persino il movimento femminista si schierò dalla sua parte e l’impeachment stesso, alla fine, si risolse in un nulla di fatto, confermando la valutazione politica come preminente. Oggi vediamo invece, tanto per fare un nome noto, un Kevin Spacey, attore dal riconosciuto talento, linciato mediaticamente per uno scandalo sessuale, ma questa volta non solo sul piano personale, ma anche lavorativo, essendo stato letteralmente bandito dal jet set e dal mondo che lo ha reso una celebrità.

Oggi è probabile che un Bill Clinton non troverebbe più l’appoggio delle femministe (un tempo trainate dal buon soldato Hillary), perché in 20 anni la società americana ha subito un forte cambiamento. È cambiata la sensibilità a certi temi e sono cambiati i valori. Negli anni Novanta, il fare distinzioni e il porsi domande e perplessità anche sui racconti delle vittime o presunte tali, rendeva il popolo americano più propenso di oggi a cedere al compromesso per salvare l’uomo politico che tanto stava facendo per l’America. A quel tempo sembrava quasi essere il “no”, in risposta alla molestia, la discriminante che rendeva la donna una vittima di abusi, tanto che, ad esempio, non si mise in dubbio il fatto che la Lewinsky fosse o meno vittima di molestie. Lei era semplicemente l’amante consensuale del presidente. Il problema, in quel caso, venne spostato sull’uomo e sull’adulterio di questi(fatto privato) e, ancor più grave secondo i Repubblicani, sul presidente e sulla menzogna al popolo americano (fatto pubblico). Oggi Clinton difficilmente avrebbe scampo sedendosi davanti al severo tribunale dell’opinione pubblica attuale che, bombardata di informazioni spesso contrastanti, fatica a separare racconti, fatti e prove, che non contempla differenze tra consensualità e violazione della volontà altrui, che non dubita più della parola delle presunte vittime. Probabilmente anche l’impeachment sarebbe andato in modo diverso, non tanto a livello legale, ma proprio a causa della pressione dell’attuale società americana alla quale con difficoltà i Senatori, nell’attuale clima post-scandali, potrebbero sottrarsi.


Inoltre, ai tempi del Sexgate l’accusa proveniva solo e unicamente dal lato Repubblicano dell’America, era una forma di strumentalizzazione bella e buona di un fatto senza dubbio biasimabile, ma pur sempre privato. E infatti il tempo ha dato ragione al Clinton politico, pur gettando un’ombra sul Clinton uomo e marito. Oggi l’accusa invece sarebbe a 360°, arriverebbe da ogni lato, da Repubblicani e da Democratici. Se un tempo erano state paradossalmente le femministe a seguire Hillary nel sostenere Clinton, probabilmente oggi sarebbe Hillary ad allinearsi al biasimo delle donne, vittime e non, condannando il marito come uomo e persino come politico. Insomma, se Clinton negli anni Novanta era considerato un buon presidente, un uomo mediocre e un pessimo marito, oggi sarebbe considerato solo un molestatore che ha approfittato del suo potere. Difficile dire quale delle due opinioni sia la più corretta, proprio perché ogni valutazione è figlia del suo tempo.

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