Jack the Stripper: a 76 anni dallo Squartatore tornano a tremare le prostitute londinesi

Il 2 febbraio del 1964 viene trovata morta, presso l’Hammersmith Bridge, la trentenne Hannah Tailford, strangolata e con parecchi denti in meno. Il corpo completamente nudo, a parte le calze. Due mesi dopo, l’8 aprile, eccone un’altra sulle rive del Tamigi, non lontana dal luogo del primo ritrovamento.

La vita per le prostitute londinesi non è mai stata facile. Era il 1888 quando Jack the Ripper (Jack lo Squartatore) iniziò a prenderle di mira, riuscendo a non farsi catturare mai, diventando, di fatto, il serial killer più famoso del mondo. Di lui che sappiamo? Uccideva prostitute lasciando i loro corpi nudi nei vicoli della città; così come iniziò a uccidere, smise spontaneamente; tanti furono gli indiziati, ma mai nessuno fu accusato e condannato per quegli omicidi.

Passano in seguito più di 70 anni, in cui si fanno congetture, si scoprono nuove tecnologie investigative che, forse, avrebbero potuto indicare il vero colpevole, anni in cui, ogni volta che una prostituta viene trovata morta, c’è qualcuno che non può esimersi dal gridare “Jack è tornato!”, eppure, è solo nel biennio 1964-1965 che lo spettro di Jack lo Squartatore sembra veramente aver rimesso piede in città. Già, perché per le vie di Londra ricominciano a comparire cadaveri di prostitute.

Il 2 febbraio del 1964 viene trovata morta, presso l’Hammersmith Bridge, la trentenne Hannah Tailford, strangolata e con parecchi denti in meno. Il corpo completamente nudo, a parte le calze. Due mesi dopo, l’8 aprile, eccone un’altra sulle rive del Tamigi, non lontana dal luogo del primo ritrovamento. È Irene Lockwood, 26 anni, anch’essa prostituta, anch’essa morta strangolata e lasciata nuda per strada. In questo caso c’è persino chi confessa l’omicidio, ma la testimonianza viene ritenuta inattendibile per le discordanze con le circostanze del ritrovamento.

Gli omicidi proseguono e il 24 aprile tocca a Helen Barthelemy, prostituta ventiduenne, il cui cadavere viene trovato in un sottopassaggio a Brentford. Un piccolo indizio per gli investigatori? Frammenti di vernice sul cadavere, utilizzata nell’industria automobilistica, probabilmente da collegare al luogo di lavoro dell’assassino.

Il tempo passa e il 14 luglio, nel distretto di Chiswick, nonostante sia pattugliato regolarmente dalla polizia, viene trovata la quarta prostituta morta, Mary Fleming, 30 anni. Ancora nuda, ancora strangolata e ancora con tracce di vernice addosso.

Frances Brown, di 21 anni, è la successiva. Trovata a Kensington il 25 novembre. Kim Taylor, collega della Brown, riesce a dare alla polizia una descrizione dell’auto su cui è salita quasi un mese prima l’amica, quando è stata vista l’ultima volta viva: si tratta di una Ford Zephyr o di una Ford Zodiac.

L’ultima delle sei vittime accertate è Bridget O’Hara, 28 anni, trovata morta dietro l’Heron Trading Estate, in un capannone di stoccaggio. Ancora tracce di vernice e stesso modus operandi.

Quando i delitti iniziano a venire associati tra loro, gli inquirenti e l’opinione pubblica pensano subito a un serial killer e la mente dei londinesi non può che volare a quel Jack the Ripper che mise in ginocchio la città nel lontano 1888. Ma se è vero che il vecchio Jack, strangolava e squartava le sue vittime, lasciandole mezze nude e smembrate tra i vicoli di Londra, il nuovo assassino le strangola, sì, ma ciò che lo contraddistingue è qualcos’altro: lui le vittime le spoglia completamente. E allora, ecco che il soprannome affibbiatogli si trasforma in Jack the Stripper, Jack lo Spogliatore.

Il soprannome fa quasi sorridere, ma in realtà dietro di esso si nasconde un assassino non meno furbo e sfuggente del suo predecessore illustre. Sono quasi 7.000 i sospettati interrogati dall’investigatore incaricato del caso, John Du rose di Scotland Yard, senza cavarne un ragno dal buco. Questi organizza anche una conferenza stampa, nella quale tenta un bluff insperato, rivelando di avere ristretto la cerchia dei sospetti inizialmente a 20 persone, poi a 10 e infine a 3. La speranza è quella di mettere in agitazione il killer e indurlo a commettere qualche errore. Ebbene, un risultato lo ottiene: Jack the Stripper smette da quel momento di uccidere, lasciando però l’investigatore senza un colpevole. Proprio come fece lo Squartatore, dunque, che interruppe spontaneamente la serie di delitti, sparendo nel nulla.

E proprio come lui, anche nel caso dello Spogliatore, sono diversi i sospettati su cui si concentrano negli anni seguenti le indagini di detective, scrittori e giornalisti interessati alla vicenda, nessuno dei quali però riesce a mettere insieme qualcosa di più di una serie di prove puramente indiziarie o di coincidenze. Al tempo dei delitti, l’investigatore Du Rose, così come rivelò in un’intervista nel 1970 alla BBC, riteneva che il maggior indiziato fosse tale Mungo Ireland, una guardia giurata di origini scozzesi che lavorava alla Heron Trading Estate. Era questa, infatti, la fabbrica nel cui capannone di stoccaggio era stata trovata l’ultima vittima, così come era la fabbrica da cui, si scoprì, provenivano i frammenti di vernice trovati sulle vittime. Mungo Ireland, a cui era stato dato dalla polizia il nome in codice di “Big John” era però un uomo e un marito rispettabile, che decise di suicidarsi con il monossido di carbonio nel garage di casa piuttosto che venire additato ingiustamente come “mostro”. E la storia gli ha dato ragione, in quanto recentemente si è in seguito appurato che, al momento dell’ultimo delitto, Big John si trovava in Scozia. Un alibi più solido dell’acciaio, quindi.

Insomma, la storia si ripete, in modalità leggermente diverse, ma con i medesimi risultati: prostitute morte per le strade di Londra, un assassino che la fa franca e smette spontaneamente di uccidere e investigatori di ogni tipo che tentano di risolvere un mistero che tale resterà.

Sono passati, nel frattempo altri 55 anni, e chissà, forse il vecchio Jack è pronto per tornare ancora una volta a far parlare di sé, con un’altra sanguinaria comparsata sulle rive del Tamigi. Chissà come se la caverebbe oggi, con prove del DNA, database internazionali condivisi e profiler super-addestrati. Chissà con che soprannome verrà ricordato in futuro il prossimo Jack the…

William Kemmler, primo giustiziato per elettrocuzione, fu la pedina di un gioco più grande

Alla fine dell’800 in Usa la pena di morte avveniva per impiccagione, fucilazione e ghigliottina. Con l’avvento della corrente elettrica si pensò di comminare tale pena mediante scarica elettrica. William Kemmler fu il primo condannato a subirla e il metodo dimostrò da subito la sua crudeltà 

Se nel 1889, negli Stati Uniti, uccidevi qualcuno a colpi d’accetta e ti beccavano, la conclusione era una sola: pena di morte. A questa venne condannato William Kemmler, 28 anni, venditore ambulante alcolizzato, che finì proprio a colpì d’accetta la sua compagna, Matilda Ziegler.

Considerato che il sistema dell’iniezione letale arrivò solo un secolo dopo, c’erano poche alternative a disposizione del boia: impiccagione, fucilazione e ghigliottina. Tre metodi sicuramente rapidi ed efficaci, ma considerati, già allora, barbari dall’opinione pubblica, tanto che in Alabama si cercava già da tempo una forma di esecuzione più “umana”.

Fu così che il giovane Kemmler entrò, senza volerlo, a far parte di un gioco più grande di lui. Una sfida che vedeva avversari nientemeno che Thomas Alva Edison e George Westinghouse. I due erano ben lungi dal voler applicare le loro scoperte a una macchina della morte, in quanto si stavano dando battaglia sul controllo del neonato mercato dell’elettricità statunitense. Edison, già allora noto inventore e creatore della lampadina elettrica a incandescenza, sosteneva la validità dell’utilizzo della corrente continua o diretta (DC), nell’illuminazione civile. Westinghouse, imprenditore con all’attivo lo sviluppo del freno a pistone per i treni, all’opposto, puntava tutto sulla più efficiente corrente alternata (AC). Unico problema della corrente continua di Edison era, infatti, la necessità di numerosi e rumorosi generatori da posizionare in giro per la città, così da poter portare la corrente anche a molti isolati di distanza, limite che non aveva il sistema della corrente alternata, in grado di estendersi anche per grandi distanze con l’ausilio di un minor numero di generatori, situabili di conseguenza lontano dalle orecchie degli abitanti.

La lotta tra i due colossi, che ben presto iniziarono a spartirsi l’illuminazione nelle varie città americane, divenne tanto agguerrita che si ricorse anche a colpi bassi, soprattutto da parte di Edison. Il sistema scelto dall’inventore fu quello di denigrare il metodo del concorrente, tentando di dimostrare al grande pubblico quanto la corrente alternata potesse essere pericolosa, tanto da essere in grado di uccidere un uomo. Edison fece quindi diverse dimostrazioni di folgorazioni, a puro beneficio della stampa, inducendo la morte per folgorazione da corrente alternata a cavalli e altri animali, spacciando tali dimostrazioni come esperimenti scientifici ma, di fatto, screditando “scientificamente” la scelta dell’avversario.

Fu in questo clima che venne rispolverato dalla Commissione per le Esecuzioni Umane un’idea di pochi anni prima: Alfred Southwick, dentista americano, cogliendo spunto dalla notizia della morte accidentale per folgorazione istantanea di un impiegato della Brush Electric Light, aveva sottoposto a un cliente senatore (che la girò a sua volta a David Hill, governatore dello Stato di New York) l’idea di un nuovo metodo per giustiziare i pregiudicati che risultasse meno brutale di quelli fino ad allora utilizzati: l’idea della sedia e della corrente elettrica la ebbe Southwick, dunque, pur non avendo trovato alcun riscontro dal parte dei piani alti della politica.

Passò qualche tempo e la Commissione chiese proprio a Edison, la mente più nota dell’epoca, di fornire qualche dato sulla fattibilità di tale progetto. L’inventore, contrario alla pena di morte, inizialmente rifiutò di collaborare, ma in seguito si rese conto che ciò che stava cercando da tempo gli era stato offerto su un vassoio d’argento: il modo per dimostrare che la corrente alternata di Westinghouse fosse in grado di uccidere un uomo. Il modo per screditarla definitivamente.

Edison, quindi, non solo fornì dati che dimostravano che la corrente alternata fosse l’unica e la più adatta allo scopo di rendere meno brutali le esecuzioni, ma progettò letteralmente la sedia elettrica, il cui primo prototipo fu pronto nel 1887: una sedia di legno, cui furono aggiunte fibbie di cuoio per trattenere braccia e gambe dei condannati ed elettrodi da posizionare sul capo e sul polpaccio, entrambi da rasare per fare passare la corrente, utilizzando il corpo umano come conduttore. Nell’anno successivo, il 1888, lo Stato di New York ne approvò l’impiego.

William Kemmler fu arrestato, come detto, nel 1889, e il destino volle che fu lui a ottenere il triste primato di primo condannato a morte per elettrocuzione nella storia. Il 6 agosto del 1890, alla presenza di 17 persone tra medici e giornalisti in qualità di testimoni, Kemmler fu condotto nella camera delle esecuzioni dove troneggiava la sedia elettrica. I testimoni dissero in seguito che il condannato pareva calmo, forse perché le rassicurazioni su una morte indolore e istantanea lo avevano rassicurato, nonostante tutto, tanto da proferire le seguenti ultime parole: “Fate con calma e fatelo bene. Non ho alcuna fretta”.

Il generatore fu caricato dal boia con 1.000 volt, ritenuti sufficienti (anche sulla base dei dati forniti da Edison) a indurre la morte cerebrale e l’arresto cardiaco. Il sistema che doveva garantire una morte rapida, indolore e più “umana” si trasformò però in qualcosa di diverso. Durò 17 secondi la scarica elettrica, in seguito alla quale il dotto Edward Charles Spitzka, accertò la morte del condannato. Nonostante questo, alcune persone notarono che l’uomo respirava ancora, e allora fu ordinata una seconda scarica, questa volta di 2.000 volt. Ci furono testimoni che affermarono di aver visto il corpo prendere addirittura fuoco, ma questa dichiarazione fu presto smentita, mentre furono certe le atroci sofferenze e le urla strazianti di Kemmler, oltre che il forte odore di carne bruciata che pervase la stanza e la volontà di alcuni dei presenti di voler fuggire da quella scena tanto macabra e tutt’altro che umana.

Otto minuti durò il tutto, un procedimento che di rapido e istantaneo ebbe, dunque, ben poco. Un testimone lo definì “Uno spettacolo orribile, terrificante in confronto all’impiccagione”. Lo stesso Westinghouse in seguito affermò: “Sarebbe stato meglio se avessero usato un’ascia”.

Questa fu la prima di una lunga serie di condanne per elettrocuzione, che durarono fino agli anni ’80, periodo in cui furono progressivamente sostituite con l’ennesimo metodo “più umano”, l’iniezione letale.

La battaglia per l’elettricità, vinta infine e nonostante tutto, da Westinghouse e dalla sua (e ormai anche nostra) corrente alternata, si è trasformata nel tempo in una battaglia per i diritti degli uomini, dei peggiori tra gli uomini in questo caso, che ha raggiunto però solo in parte l’obiettivo prefissato. Se l’utilizzo della sedia elettrica, negli Stati Uniti, è stato ormai definitivamente abolito, è infatti pur vero che la pena di morte rimane ancora in vigore in 23 stati, che ne fanno uso più o meno regolarmente.

Land Army. L’esercito di terra: quando la storia è fatta dalle donne

Land Army. L’esercito di terra, parla di contrasti, quelli che in guerra ci mostrano i due lati opposti di una stessa medaglia.

Di Luca Rinaldi

La guerra vista da un’altra prospettiva non fa meno paura. Non se sei una giovane donna che ha perso tutto e che lavora i campi in una fattoria inglese adiacente a una base aerea americana, dalla quale ogni giorno decollano e atterrano bombardieri con fori di proiettili sempre nuovi sulla carlinga. Elizabeth vive qui, con altre sei ragazze appartenenti alla British Land Army, l’esercito di terra composto da sole donne, assoldato dal governo di Sua Maestà durante la Seconda Guerra Mondiale per mandare avanti una nazione e assolvere a quei compiti, come la cura dei campi, lasciati vacanti dagli uomini mandati al fronte. Tratto da una storia vera, direbbero alcuni…

Land Army. L’esercito di terra, parla di contrasti, quelli che in guerra ci mostrano i due lati opposti di una stessa medaglia. Ci sono infatti contrasti tra gli inglesi, a cui la guerra, sempre incombente al di là della manica, ha portato via amici e parenti, e gli americani, in “visita obbligata” sull’isola, ospiti ingombranti e non sempre desiderati, che portano sì salvezza, cibo e denaro, ma anche linguaggi e modi di fare tanto diversi, con atteggiamenti spesso arroganti e baldanzosi, che rispecchiano, da un lato, la sicurezza di aver lasciato i propri cari lontani dall’azione del conflitto, ma dall’altro mascherano il segreto timore di non riuscire più a farvi ritorno.

Ci sono contrasti tra donne inglesi e aviatori americani, perché a dividere i campi della fattoria di Elizabeth dalle piste della base aerea del bel Daniel, c’è solo una staccionata e un giro di filo spinato e perché tra uomini e donne, si sa, c’è sempre un momento di studio e sospetto reciproco prima che nasca un sentimento.

Eppure, se si passa un velo di cipria su una tela color verde militare, finisce che un sentimento nasce eccome. Ne vien fuori un quadro nuovo e interessante, tanto che una storia sulla guerra e sui contrasti si tramuta in una storia d’amore e di vicinanza reciproca. E così finiscono per avvicinarsi culture e generi tanto diversi, legandosi in un abbraccio che mischia i rossi, i bianchi e i blu di due bandiere alleate e che scalda i cuori nella paura di un nemico condiviso, quel nero oscuro delle uniformi tedesche. E, insomma, si creano nuovi legami, perché, qualunque sia il contesto o la situazione, sono sempre e comunque i sentimenti ad avvicinare giovani uomini e giovani donne in ogni luogo e tempo.

C’è poi un altro contrasto ben rappresentato in Land Army: quello tra la straordinaria maestosità della guerra che coinvolge nazioni e potenti, percepita sullo sfondo, e l’ordinaria quotidianità della vita che, nonostante tutto, deve andare avanti e che costituisce il fulcro della narrazione. È proprio da questa prospettiva, che vede l’ordinario calato in tempi straordinari, e dal punto di vista decisamente al femminile e da una ricerca storica sicuramente accurata, che l’autrice, Michela Moriggi, esordiente romana, ci racconta aneddoti e curiosità della vita in tempo di guerra. Ed è forse questa la parte che più ho apprezzato del romanzo: l’ascoltare e il ballare, insieme alle protagoniste, la musica che andava in quegli anni, il vederle intente a truccarsi e farsi belle con mezzi e strumenti improvvisati a causa della penuria di accessori per il trucco dovuta alla guerra. E, da uomo, mi ha elettrizzato il ritrovarmi a bordo di un bombardiere americano, mentre viene crivellato in quota dai proiettili tedeschi, o mi hanno fatto sorridere le chiacchiere e gli sfottò tra commilitoni e le entusiasmanti partite di poker giocate con l’unico scopo di spillare denaro agli arroganti alleati yankees. Così come, da appassionato di romanzi noir, mi ha colpito come l’autrice sia riuscita a mettere in piedi un interrogatorio di prim’ordine, nel quale il poliziotto di turno tenta di mettere alle strette la sospetta malcapitata.

Insomma, c’è tanto in Land Army, e ognuno potrà ritrovarvi l’aspetto che maggiormente desidera, amandone delle parti e odiandone altre: ci sono generi letterari diversi; c’è la guerra con tutti i disagi e le sofferenze che comporta, con i suoi tecnicismi e le sue strategie; c’è la Storia, intesa come ricerca accurata e perfetta di dettagli, aneddoti e informazioni che rendono il racconto e la scrittura sempre vividi e realistici; c’è una storia d’amore, romantica in alcuni tratti (erano pur sempre gli anni ’40, direte voi…), ma che sa diventare, in altri, una dura prova da superare, un incontro-scontro da saper gestire e portare avanti insieme; c’è la vita quotidiana, con i suoi trucchi di sopravvivenza, con i momenti di sconforto e quelli di ilarità; e ovviamente ci sono le donne, vere protagoniste di questa guerra combattuta con armi non convenzionali, armate di forconi e rastrelli, di falci e badili, che lottano ogni giorno con sudore e fatica, e che a loro modo, hanno fatto la Storia con la S maiuscola. C’è una vita, insomma, che, calata nel contesto storico del 1942, forse solo i vostri nonni, ormai, potrebbero ricordare in certi dettagli e sfumature.

Ebbene, l’autrice ci fa un quadro talmente reale e genuino di tale quotidianità che non possiamo fare a meno di viverla insieme alla protagonista e ai suoi comprimari. Di possibilità per immedesimarsi in uno dei personaggi ce ne sono a volontà, tra le sette ragazze presenti in fattoria, tutte diverse per indole e carattere, i soldati americani e qualche comparsa ricorrente. A me personalmente ha fatto molto sorridere la presenza di Susy, una simpatica scrofa, che a pieno diritto inserisco nei personaggi ricorrenti.

Non fidatevi, in ogni caso, di chi definirà questo romanzo un mattone, perché vi assicuro che lo è solo per numero di pagine (e questo non sarà sicuramente un problema per chi lo apprezzerà e ne vorrà di più), o di chi lo interpreterà semplicemente come un Harmony, un caso di letteratura rosa calato nella Storia (costui, nella sua ignoranza, considererebbe, infatti, un Harmony anche I Promessi Sposi). Fidatevi piuttosto di chi lo valuta onestamente nella sua interezza (e lunghezza) e vi dice che Land Army. L’esercito di terra è un’ottima lettura, interessante e particolare, che tratta di un tema poco conosciuto e sbandierato qual è la guerra combattuta dalle donne inglesi in casa loro, ma è anche un romanzo che vi farà passare momenti unici, divertenti, tristi, eccitanti, terrificanti… e soprattutto che vi terrà chini sulle sue pagine fino al colpo di scena finale. Quindi, mi raccomando, se siete di quelli che prima di iniziare un romanzo vanno a leggersi l’ultima riga in fondo al libro, beh, non fatelo, perché in questo caso sarebbe un vero peccato.

Per chiudere, un consiglio pratico: il romanzo lo si trova solo su Amazon nelle due versioni, cartacea ed e-book. Se sceglierete la versione digitale risparmierete qualche soldo e potrete tenere quasi 700 pagine in una mano senza sentire la fatica…

La resa di Peter Kurten: ciò che nessun serial killer aveva mai fatto prima

“Mi potrebbe dire se, una volta che la mia testa è stata tagliata, sarò ancora in grado di sentire il suono del mio sangue uscire dal ceppo del collo? Questo sarebbe il piacere di tutti i piaceri”.

“Mi potrebbe dire se, una volta che la mia testa è stata tagliata, sarò ancora in grado di sentire il suono del mio sangue uscire dal ceppo del collo? Questo sarebbe il piacere di tutti i piaceri”.

Con queste parole, rivolte al boia che lo decapitò il 2 luglio 1931, Peter Kurten, soprannominato Il Vampiro di Dusseldorf, lasciò questo mondo.

Soffriva di Sindrome di Renfield, una patologia che prende il nome da R.M. Renfield, personaggio del romanzo Dracula di Bram Stoker. Detenuto nel manicomio del Dr. John Seward, Renfield era un mangiatore compulsivo di uccelli e insetti allo scopo di trarne la forza vitale. La sindrome omonima è una manifestazione del vampirismo clinico, una parafilia caratterizzata dall’eccitazione sessuale associata al bisogno compulsivo di vedere, sentire o ingerire sangue. Secondo la psicanalisi, il vampirismo clinico, che non necessariamente comporta la convinzione per chi ne soffre di essere un vampiro, sembrerebbe dovuto a traumi e conflitti subiti durante lo sviluppo infantile dell’individuo e si manifesterebbe già in fase puberale associato proprio all’eccitazione e al piacere sessuale, diventando in età adulta il mezzo per raggiungerli.

La storia di Peter Kurten, effettivamente, ne è un esempio calzante. La sua infanzia è caratterizzata da estrema povertà, dovendo convivere con i genitori e dodici fratelli più piccoli in un angusto monolocale nella periferia industriale di Colonia. Già a nove anni Peter uccide la sua prima vittima, un amichetto con cui sta giocando su una zattera improvvisata. Il futuro Vampiro di Dusseldorf finge di affogare per attirare con l’inganno l’amico in suo soccorso, affogandolo. Quando il fiume restituisce il corpo, Peter è lì, e rivive tutto nella sua mente. Sarà la prima di tante fantasie rivissute sui luoghi dei suoi delitti.

È sicuramente il padre l’elemento destabilizzante della famiglia: alcolizzato e irascibile mina alle fondamenta una situazione già precaria, frustrante per le difficoltà economiche e connotata da continue tensioni tra gli adulti. La violenza è di casa e viene scatenata con brutale crudeltà contro la signora Kurten. Davanti agli occhi traumatizzati dei figli avvengono anche gli abusi sessuali con cui il padre rivendica il suo “diritto alla sessualità” nei confronti della moglie, ridotta a oggetto sessuale privo di volontà, spersonalizzata e succube.

A ciò si aggiunge presto l’amicizia con un vicino di casa, accalappiacani di professione. In realtà un uomo perverso che insegna a Kurten a masturbare e a torturare gli animali che finiscono nelle sue grinfie, tanto che Peter inizia presto ad avere rapporti sessuali con cani, ma anche agnelli, caprette e galline. La sua escalation nella perversione cresce ancora quando si accorge che l’eccitazione è maggiore se, durante il rapporto sessuale, pugnala a morte gli animali. Un’estasi mistica è quello che prova, non tanto durante l’orgasmo, quanto più nel momento in cui infligge il colpo con la lama del coltello.

La svolta, per la famiglia Kurten, si ha nel momento in cui il padre viene arrestato con l’accusa di aver abusato della figlia tredicenne. La moglie si risposa e tutti si lasciano alle spalle l’incubo passato. Tutti, tranne Peter, che ormai ventottenne, ha già superato il limite da un pezzo. Per lui la sessualità è qualcosa di distorto, è l’immagine della sofferenza della madre, è la furia dominatrice del padre, è la sadica tortura verso bestie terrorizzate. Il sesso è imposizione ad altri del proprio volere e piacere, è umiliazione e dolore. Il sesso è sangue.

A sedici anni scappa di casa ma viene presto arrestato per alcuni piccoli furti di cibo e vestiti. In carcere le sue fantasie vengono amplificate dai racconti brutali degli altri galeotti. Quando esce va a convivere con una prostituta specializzata in prestazioni sadomasochiste. Qui completa la sua deviata “educazione sessuale” assistendo ai rapporti della donna con i clienti e imparando nuovi e più raffinati metodi per provocare umiliazione. Ora può definirsi pronto.

Ciò che segue è un periodo di aggressioni, stupri e violenze in cui accumula ben 27 sentenze di colpevolezza a causa delle quali diventa una sorta di pendolare del carcere. Entra ed esce, accumulando odio, desiderio di vendetta e fantasie morbose. Nasce in lui l’idea che un’orgia di sangue e morte possa lavare via le sue sofferenze.

Nel 1913 Kurten torna a uccidere. Durante un tentato furto in appartamento, trova una bambina di 10 anni addormentata nel suo letto. La strangola, lasciandola priva di sensi, ma non la uccide. Poi, con un temperino la colpisce alla gola e si ritrova completamente imbrattato del suo sangue. Il semplice contatto con il liquido caldo gli provoca un’eiaculazione e a quel punto i pochi freni inibitori rimasti vengono abbattuti: si lancia sulla ragazza e le morde il collo, succhiandole il sangue direttamente dalla giugulare. Contemporaneamente la penetra con le mani, finché il cuore smette di battere, il sangue non scorre più e termina la possibilità di berne.

La colpa cade sulla zio della bimba e da questa vicenda Kurten ne esce indenne e galvanizzato. In compenso torna in carcere per furto e ci rimane fino al 1925. Nel 1929 si trasferisce a Dusseldorf per lavoro e qui, dopo appena un mese, torna ad uccidere. Ancora una bambina, Rosa Ohliger, viene trovata in un fossato cosparsa di liquido infiammabile e pugnalata con tredici coltellate. Prima di ucciderla l’assassino le ha morso il collo e il petto più volte, ne ha bevuto il sangue (vengono trovate tracce di saliva) e l’ha imbrattata di liquido seminale. Il giorno seguente è tornato sul luogo del delitto per tentare invano di incendiarne il corpo.

Si scopre però che, una settimana prima, il vampiro aveva già colpito con una brutale aggressione a Frau Kuhn, trovata con 24 pugnalate al petto. È stato questo il primo effettivo omicidio a Dusseldorf ed è in tale occasione che Kurten sperimenta nuovamente il ritorno sulla scena del delitto per rivivere e tornare a provare ripetutamente il piacere sessuale del sangue versato, che diventerà un rituale irrinuciabile per il vampiro di Dusseldorf.

A lui, tra il 1929 e il 1930, vengono associati almeno 30 delitti tra uomini, donne e bambini, a dimostrazione che non è il sesso in sé che lo attira, ma sono il sangue e l’assassinio in sé ad appagarlo realmente. Al piacere poi si aggiunge il senso di onnipotenza e l’eccitazione derivati dal terrore che pervade la popolazione alla notizia di un nuovo assassinio.

Dopo questa serie di omicidi, per i quali viene incolpato tale Strausberg, lo scemotto del villaggio che, oltre alle sue colpe, confessa anche quelle del vampiro, Kurten fa calmare le acque e diventa maggiormente premuroso nei confronti della moglie, in precedenza trascurata per dedicarsi alle sue fantasie.

La giostra della violenza ricomincia però sei mesi dopo, con tre donne aggredite, mutilate, abusate e “vampirizzate” in un solo giorno. Stessa sorte tocca a due bambine pochi giorni dopo e a tante altre vittime, fino all’ultima, Maria Budlick, una sguattera appena arrivata in città in cerca di lavoro. È il 14 maggio del 1930 quando Kurten salva letteralmente la ragazza dalle grinfie di un uomo che l’aveva condotta con l’inganno in un parco isolato e le offre una sistemazione presso un affitta camere. Kurten si presenta come un tipo a posto, corretto e gentile, e quella fede al dito dimostra che è sposato. Ma la moglie è fuori città e lei finisce per seguirlo fino a casa. Dopo un blando approccio rifiutato dalla ragazza, Kurten la riporta nei pressi del parco, confondendola tra viuzze e vicoli a lei sconosciuti. Poi la minaccia con un coltello e la violenta, ma non la uccide, sicuro di non poter essere rintracciato. La ragazza però ricorda il suo indirizzo di casa e il giorno dopo si presenta sotto casa di Kurten minacciandolo di rivolgersi alla polizia.

Il vampiro di Dusseldorf capisce di essere nei guai e con le spalle al muro e allora fa qualcosa che nessun serial killer aveva mai fatto prima: organizza la sua stessa cattura, confessando tutto alla moglie e pregandola di denunciarlo alla polizia. In tal modo la moglie potrà incassare la taglia su di lui e continuare a vivere serenamente per molti anni ancora.

Peter Kurten viene arrestato il 24 maggio del 1930. Il processo a suo carico si conclude con una sentenza di condanna a morte per ghigliottina. Fino all’ultimo momento dimostra di essere il “vampiro” che tutti hanno imparato a temere, desideroso di sentire letteralmente il proprio sangue uscire dal collo decapitato e provare, per un’ultima volta, il piacere di tutti i piaceri.

Delitto Lidia Macchi: l’assassino è ancora libero per questioni di spazio

Il caso Macchi è, in effetti, il primo in Italia ad avvalersi del test del Dna (in questo caso con esito negativo). Dopo questo tentativo, però le indagini si arenano e rimangono dormienti per quasi 28 anni.

Dal titolo si potrebbe pensare che un assassino condannato sia stato rilasciato per il sovraffollamento delle carceri italiane. In effetti, ogni tot, nel Bel Paese arriva un indulto che proclama il “liberi tutti”. Eppure, nel caso di Lidia Macchi, ventunenne uccisa nel 1987, non si tratta di aver liberato un assassino, ma di non averlo mai catturato veramente. E le questioni di spazio, non riguardano le carceri, ma l’ufficio dei corpi di reato. Ciò che mancava era lo spazio necessario per archiviare i vetrini contenenti le tracce biologiche trovate sul corpo della vittima, utili a effettuare confronti con eventuali indagati. Risultato: nel 2000 i preziosi reperti di Dna sono stati volontariamente distrutti.

Ed è così che probabilmente si è “salvato” Stefano Binda, condannato in primo grado all’ergastolo nel 2016 per l’omicidio della ragazza. Ma come c’è entrato Binda in questa faccenda e perchè, tra colpi di scena degni del miglior John Grisham, accuse discordanti e testimoni misteriosi, ha dovuto passare tre anni e mezzo in carcere, prima di venire assolto con formula piena?

È il 7 gennaio del 1987 quando scompare Lidia, una ragazza che difficilmente può essersi fatta dei nemici. Religiosa, attiva nel gruppo scout e in quello di Comunione e Liberazione, fa la volontaria mentre frequenta il secondo anno di Giurisprudenza. Quella sera, si è messa in auto per andare a trovare un’amica all’ospedale di Cittiglio (VA). Si congeda da lei alle ore 20, temendo di tardare per la cena con I genitori. Le sue tracce sembrano perdersi nel parcheggio dell’ospedale. In un mondo ancora senza telefoni cellulari, i genitori la attendono fino alle 9, poi, preoccupati, chiamano invano gli ospedali della zona, temendo un incidente.

La voce si sparge in fretta e, la mattina dopo, un centinaio di scout si presentano dai Macchi attrezzati con mappe e torce per perlustrare i boschi della zona. Trovano la Panda di Lidia a pochi chilometri da Cittiglio e poco più in là scoprono anche il suo corpo, abbandonato a faccia in giù tra le foglie, con le braccia strette al petto. L’autopsia dà la conferma: 29 coltellate inflitte con un pugnale di piccole dimensioni hanno avuto la meglio su quella vita. Non solo, sempre secondo il medico legale, quella è stata la notte in cui Lidia ha perso la verginità, atto che, considerata l’indole della ragazza, sembra improbabile sia stato consenziente.

Al funerale, due giorni più tardi, avviene il primo colpo di scena. 5.000 persone si stringono intorno alla famiglia di Lidia e centinaia di lettere e messaggi di affetto arrivano a casa Macchi. Tra tutte, una lettera in particolare attira l’attenzione della famiglia. È una poesia anonima intitolata “In morte di un’amica”. Nel testo, piuttosto lungo, emergono dettagli particolareggiati del delitto, celati tra i versi della poesia. Frasi come “strazio della carne” (riconducibile alle 29 coltellate), “in questa notte di gelo” (il 7 gennaio dell’87 c’erano -3°C), “il corpo offeso, il velo di tempio strappato” (che richiamerebbe la perdità della verginità di Lidia). E poi c’è quella volontà di lasciare il messaggio anonimo, pur essendo di un amico (così si definisce l’autore nel titolo della poesia) che rende il tutto ancora più inquietante.

La lettera è sicuramente sospetta, ma non è su quella che si concentrano gli inquirenti, ma su altre missive che indicano come responsabile don Antonio, il sacerdote a capo del gruppo scout di Lidia. Questi viene però scagionato grazie alle nuove tecnologie dell’epoca, che permettono, attraverso l’esame del sangue, di risalire all’identità biologica di un individuo. Il caso Macchi è, in effetti, il primo in Italia ad avvalersi del test del Dna (in questo caso con esito negativo). Dopo questo tentativo, però le indagini si arenano e rimangono dormienti per quasi 28 anni.

Nel 2015 il cold case viene infatti riaperto grazie all’iniziativa del sostituto procuratore Carmen Manfreddi, che riunisce tutti gli elementi e si avvale di una nuova testimonianza decisiva che rimette in gioco la famosa lettera anonima. Questa, infatti, mostrata sui giornali e alla tv, ha attirato l’attenzione di una donna che ne ha riconosciuto la calligrafia e l’ha confrontata con quattro cartoline inviatele 30 anni prima da un amico che aveva in comune con Lidia, tale Stefano Binda, all’epoca studente e membro di Comunione e Liberazione. Da quel momento Binda, ex-eroinomane legato al giro di CL, diventa il primo sospettato.

Dopo quasi trent’anni viene perquisita la sua casa e vengono rinvenuti manoscritti dai quali sembra emergere che la lettera anonima sia stata scritta proprio da lui. Addirittura la pagina su cui è scritta la lettera combacia con un quaderno trovato durante la perquisizione. A ciò si aggiunge l’alibi di Binda, che dichiara di aver partecipato, nel periodo dell’omicidio a un campeggio in montagna della Gioventù Studentesca. Alibi, però, non confermato da nessuno dei 50 e più partecipanti, che non ricordano la sua presenza nello specifico. Forti di queste certezze, gli inquirenti imbastiscono il processo a Binda che, a questo punto, si basa su un alibi traballante, sulla perizia calligrafica che conferma la mano di Binda come autore della lettera anonima e su alcune testimonianze. Insomma, le colonnine su cui si regge l’innocenza di Stefano Binda iniziano a cadere una a una e, quando un movente plausibile non viene trovato, ne si crea uno ad hoc o lo si cambia a piacimento: secondo l’accusa, Binda, avrebbe vissuto il rapporto sessuale con Lidia come un tradimento del proprio credo religioso, considerandola responsabile di questo.

Insomma, voleva punirla per averlo indotto a trasgredire ai suoi principi morali. Questo movente, aggiungerebbe all’accusa di omicidio anche l’aggravante “dei futili e abbietti motivi”, aggravante poi accantonata dall’accusa e sostituita con quella “della crudeltà” derivata dall’abuso sessuale sulla vittima, un’ipotesi in totale contrasto con la precedente. Insomma, sembra che gli indizi portino a Binda, ma allo stesso tempo pare un’accusa costruita ad hoc sulla sua figura.

A marzo 2016 viene addirittura riesumato il cadavere di Lidia Macchi. I nuovi accertamenti, disposti con incidente probatorio, permettono di estrapolare circa 6.000 reperti tra cui 4 capelli nella zona pubica della vittima. Non appartengono né a lei, né alla famiglia, né tantomeno a Stefano Binda. Questa sembrerebbe l’unica buona notizia per l’indagato.

Nonostante questo, e nonostante si sia sempre proclamato innocente, il 15 gennaio 2016, Binda viene condannato all’ergastolo in primo grado, nonostante all’accusa manchi l’unico vero elemento di prova che avrebbe confermato o meno la sua colpevolezza: gli 11 vetrini con le tracce biologiche dell’assassino sono stati distutti nel 2000 per mancanza di spazio nell’ufficio reperti.

Ma la giustizia italiana, si sa, vuole due, se non addirittura tre gradi di giudizio per additare definitivamente qualcuno come feroce assassino. Ed è proprio al processo d’appello che c’è un nuovo colpo di scena. Anche in questo caso c’è un nuovo testimone da ascoltare, Piergiorgio Vittorini,un avvocato già sentito in primo grado, che si era avvalso però del segreto professionale. Ora, rimanendo ligio al suo “doveroso” silenzio, dà però nuove informazioni: un signore, più anziano di Binda e vicino agli ambienti di CL ha ammesso davanti a lui, vincolandolo però al segreto professionale riguardo alla sua identità, di essere l’autore della lettera anonima giunta alla famiglia Macchi nel 1987. Le richieste dell’accusa di far sottoporre questo “signore” al test del Dna e a quello calligrafico finiscono nel “calderone” del segreto professionale e delle condizioni poste dal cliente dell’avvocato di non voler rivelare di più a riguardo.

Insomma, la prova principe dell’accusa viene messa in discussione, seppur con una testimonianza “riportata” e, con essa, anche trema anche la prova calligrafica e la testimonianza di chi, per prima, aveva riconosciuto quella scrittura come di Stefano Binda. A ciò si aggiungono tre testimonianze che confermano l’alibi di Binda e la sua presenza al campeggio di Pregelato nella notte dell’omicidio. Senza contare l’assenza del suo Dna sui quattro capelli trovati sul cadavere a seguito della riesumazione.

Tutto porta quindi in una nuova e sorprendente direzione, tanto che Stefano Binda viene assolto in appello con formula piena per non aver commesso il fatto, una sentenza che annulla e ribalta di fatto la precedente di primo grado e che lascia l’omicidio di Lidia Macchi, ancora una volta, senza un responsabile. Che sia stato Binda o meno, il risultato non cambia: l’assassino è ancora là fuori, libero per una semplice questione di spazio. Libero per l’incuria e la trascuratezza degli inquirenti. Libero per la scelta di gettare nella pattumiera le uniche prove, i vetrini con il Dna dell’assassino, che oggi, con le moderne tecniche di genetica, avrebbero consegnato alla famiglia Macchi il volto di un uomo che hanno inseguito invano per 30 lunghi anni.

Brenda Ann Spencer e il primo massacro scolastico dell’era moderna

La sedicenne Brenda Ann Spencer, provetta fotografa di San Diego, lunedì 29 gennaio 1979, dalla finestra di casa con la sua “macchina fotografica”, un fucile Ruger calibro 22, esplose una trentina di colpi verso l’entrata della Grover Cleveland Elementary School a San Diego, sparando a caso sui bimbi in entrata. 

Per un’appassionata di fotografia usare un fucile con mirino telescopico di precisione non deve essere poi molto difficile: anche qui si tratta di impugnare, chiudere un occhio e appoggiare l’altro per prendere la mira, mettere a fuoco l’obiettivo e… click! premere un semplice pulsante, un grilletto in questo caso. Una, due, trenta volte, immortalando individui, adulti e bambini, nel loro ultimo istante di vita. È una questione di scelta: c’è chi diventa fotografo e chi s’improvvisa cecchino.

La sedicenne Brenda Ann Spencer, provetta fotografa di San Diego, lunedì 29 gennaio 1979, ha fatto la sua scelta, appostandosi alla finestra di casa con la sua “macchina fotografica”, un fucile Ruger calibro 22, per osservare, attraverso lo zoom del mirino, l’entrata della Grover Cleveland Elementary School a San Diego, proprio dall’altra parte della strada. Non si è limitata a osservare.

Click! Click! Click!… trenta letali istantanee di precisione hanno ferito bambini e ucciso il preside e il custode della scuola intenti a mettere in salvo i piccoli, così come hanno messo fine alla vita del primo poliziotto intervenuto sul posto. In seguito, Brenda ha chiuso la finestra e si è asserragliata in casa. È arrivata la S.W.A.T. e anche il negoziatore, come nel più classico dei film americani e, dopo sette ore di assedio, in cui Brenda ha anche annunciato che sarebbe uscita solo sparando, la vicenda si è risolta invece con la resa senza resistenza della ragazza e con una frase, divenuta famosa, che la ragazza ha pronunciato ai giornalisti e ai poliziotti durante la cattura per giustificare il suo operato: “I don’t like mondays” (“Non mi piacciono i lunedì”).

Durante gli interrogatori e nel successivo processo la ragazza non ha dato alcun cenno di pentimento, né di paura per ciò che è accaduto e per le conseguenze del gesto e, anzi, ha continuato a rilasciare dichiarazioni spavalde, mostrandosi indifferente nei confronti delle vittime: “Non c’erano ragioni per farlo, era semplicemente molto divertente”, “Era come sparare alle anatre nello stagno”, “I bambini sembravano una mandria di vacche ciondolanti, erano dei bersagli molto facili”, “Guardare i bambini feriti mi ha molto divertita”. Questo atteggiamento le è costato, ovviamente, tanto che è stata processata come se fosse un’adulta e infine condannata per duplice omicidio e lesioni con arma da fuoco a una pena dai 25 anni all’ergastolo. Rinchiusa ancora oggi, ormai 57enne, nel California Institution for Women di Chino in California, ha tentato per ben quattro volte di richiedere la libertà condizionale e ogni volta le è stata rifiutata, ritenuta dai giudici ancora un pericolo per sé e per gli altri. L’ultima richiesta di libertà condizionale risale ormai al 2009 e la legge prevede che possa ripresentarla solo quest’anno, nel 2019, ma a oggi di richieste ancora non ne ha avanzate.

Quello perpetrato da Brenda Spencer è ricordato come il primo massacro scolastico dell’era moderna negli Stati Uniti. Pare facile incolpare una sedicenne schiva e ribelle, soprannominata a scuola “Brenda la strana”, probabilmente dedita all’uso di alcol e droghe, come lei stessa ha dichiarato durante la prima udienza del processo, cercando invano di ottenere la semi-infermità mentale, ma affermando anche di essere vittima di complotti orditi dal suo stesso avvocato e dalla polizia per drogarla ed estorcerle una confessione. Eppure, le ragioni di un gesto tanto crudele e insensato come sparare a caso su una folla di bambini può essere ricercato non solo in chi effettivamente ha premuto il grilletto, ma anche in due fattori fondamentali che condizionano sin dalla nascita la vita di una persona: la famiglia e la legge.

Analizziamo il contesto familiare. Di Brenda si sa che è figlia di genitori divorziati e che vive con Wallace Spencer, padre alcolizzato e instabile che raramente è in grado di prendersi cura di sé stesso e tantomeno della figlia. Prova è il fatto che, nonostante Brenda per Natale avesse chiesto una semplice radio e sebbene avesse già in passato mostrato un distorto interesse per le armi da fuoco e storie di violenza, lui le abbia regalato un fucile, proprio quel Ruger calibro 22 che in seguito lei avrebbe utilizzato per il suo “lunedì di ordinaria follia”. I due vivono in povertà, dormendo su materassi stesi direttamente a terra, circondati da lattine di birra e bottiglie di alcolici vuote. Nel processo Brenda ha dichiarato anche di essere stata vittima di abusi da parte del padre, ma questo fatto, a causa del suo delirio complottistico, non venne mai indagato più a fondo. Le varie perizie psichiatriche effettuate su di lei non acclararono alcuna infermità mentale, confermarono però che la ragazza soffriva di depressione, tendenze suicide e anche di epilessia, probabilmente dovuta a una lesione alla testa causata da una caduta dalla bicicletta avvenuta anni prima.

Il secondo fattore che inevitabilmente ha determinato le conseguenze di quel tragico lunedì è il più che discusso Secondo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, che garantisce a tutti i cittadini il diritto di possedere armi. Un emendamento che risale nientemeno che alla guerra d’indipendenza americana, un periodo in cui, dovendo opporsi all’occupazione spagnola e inglese, possedere un’arma significava letteralmente difendere il proprio territorio, la casa e la famiglia, non da ladri e malintenzionati, bensì da interi eserciti. A quel tempo in realtà tale diritto era riservato esclusivamente ai militari, per legge “una milizia ben regolamentata”, “essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero”,  solo successivamente l’emendamento è stato interpretato in modo più lasco e ampio, estendendolo di fatto a tutti i cittadini americani maggiorenni. Facile comprendere che, se la legge vieta l’acquisto di armi ai minorenni, non ne può però vietare l’utilizzo (e anzi, in alcuni casi come nelle battute di caccia, in presenza di un accompagnatore adulto, l’utilizzo di armi da parte di un minore è addirittura consentito). Il regalo fatto dal padre a Brenda e l’utilizzo del fucile da parte della ragazza, così come i successivi casi di massacri scolastici su suolo americano, sono tutte dimostrazioni che in quella legge c’è qualcosa di sbagliato e dalle prospettive tragicamente incontrollabili.

I Don’t Like Mondays, le parole di un’assassina, quell’anno divennero il titolo di una canzone scritta da Bob Geldof, cantante dei The Boomtown Rats, che rimase al primo posto della classifica per quattro settimane. Brenda Ann Spencer non è stata però solo ispiratrice di una canzone e di un paio di documentari. Solo negli Stati Uniti, si pensa che altre persone si siano ispirate a lei e al suo gesto:

1999: massacro della Columbine High School – 15 vittime;

2007: massacro al Virginia Polytechnic Institute – 33 vittime;

2012: massacro alla Sandy Hook Elementary School – 28 vittime;

2018: massacro alla Marjory Stoneman Douglas Hig School – 17 vittime.

Caso Bebawi: l’amaro volto della Dolce Vita

Un omicidio efferato quello di cui fu vittima Farouk Choubagi nel 1964.  Ad aggiungere clamore alla vicenda, poi un’ulteriore fatto: i due avvocati difensori dei coniugi Bebawi rei confessi ognuno a suo modo,  sono principi del foro del calibro di Giovanni Leone (futuro Presidente della Repubblica), schierato con Claire, e Giuliano Vassalli (futuro Ministro di Grazia e Giustizia e padre del nuovo Codice Processuale Penale), dalla parte di Youssef.

Sesso, sangue e soldi. Un tempo erano le cosiddette tre S gli ingredienti giusti perché una notizia facesse alzare le antenne dei media e attirasse il macabro interesse del grande pubblico. Perchè dove c’è sesso c’è gossip, dove c’è sangue, molto probabilmente, c’è scappato il morto e dove ci sono i soldi non mancano personaggi di spicco. E se un delitto con tali caratteristiche avviene negli anni della Dolce Vita e nelle immediate vicinanze di quella via Veneto che le ha praticamente dato i natali, allora il giornale di turno non può che ritenersi soddisfatto: la tiratura, per qualche mese, è assicurata.

È il 20 gennaio del 1964 quando, in via Lazio a Roma, nell’ufficio della Tricotex, ditta che commercia nel tessile, una segretaria trova il cadavere del proprietario, Farouk Chourbagi, riverso a terra, ucciso da quattro colpi di pistola calibro 7,65 e sfigurato al viso con il vetriolo.

Chi è la vittima? Un egiziano di 27 anni, figlio dell’ex ministro del Tesoro egiziano. Un ragazzo ricchissimo e bellissimo che ama la dolce vita romana e le belle donne, solitamente giovani e aristocratiche, di cui è solito circondarsi. Ed è proprio su una di queste che si concentrano sin da subito le indagini degli inquirenti, dopo la testimonianza della segretaria che, nei giorni precedenti aveva ascoltato una telefonata tra il suo capo e una donna, tale Gabrielle Bebawi, detta Claire. Telefonata che aveva sconvolto Chourbagi e che era terminata con le parole di lui “Ci vediamo nel mio ufficio sabato pomeriggio”.

Anche Claire è egiziana e con Farouk aveva avuto una relazione extraconiugale durata tre anni, non riuscendo peraltro mai a rassegnarsi per la successiva fine della storia, nonostante il marito Youssef, un industriale egiziano, ne fosse venuto a conoscenza e avesse deciso di rimanere con lei per il bene dei loro tre figli.

Le indagini degli inquirenti relative alla coppia si concentrano su tre elementi: I loro spostamenti, la linea temporale degli eventi e la possibilità di procurarsi il vetriolo. Sui loro spostamenti di quel sabato 18 gennaio, giorno in cui si ipotizza sia avvenuto il delitto, si scopre che i due erano appena arrivati a Roma dalla Svizzera dove vivevano, prendendo una stanza a poca distanza da via Lazio, ma che poche ore dopo erano ripartiti. Ciò fa nascere più di un sospetto negli investigatori. La linea temporale degli eventi conferma infatti, grazie alla testimonianza del custode di casa Chourbagi, che la vittima era uscita alle 17 e dunque a quell’ora doveva essere ancora viva, mentre un altro portiere, quello dell’albergo dei coniugi Bebawi, afferma che marito e moglie erano rientrati in stanza alle 18,30. Ulteriori indagini appurano che i Bebawi erano ripartiti lo stesso giorno alle 19.30 prendendo un treno per Napoli, dove li aspettava una coincidenza per Brindisi, seguita dal primo volo disponibile per la Grecia. Le tempistiche vengono considerate più che sufficienti per incontrare Chourbagi, ucciderlo e levare in tutta fretta le tende. Relativamente all’arma del delitto, poi, gli inquirenti scoprono che la signora Bebawi aveva acquistato in Svizzera proprio una boccetta di vetriolo e che Youssef aveva regolarmente registrato la proprietà della pistola utilizzata per commettere l’omicidio. L’intervento dell’Interpol, in collaborazione con la squadra mobile di Roma, permette di rintracciare i fuggiaschi ad Atene, poco prima che riescano a imbarcarsi su un aereo con direzione Libano.

Fin qui tutto facile per gli inquirenti, ma i guai iniziano nel momento in cui interrogano i Bebawi. Youssef afferma che quel sabato aveva accompagnato la moglie fino al portone della ditta di Farouk perchè potesse risolvere la propria relazione con l’amante attraverso un confronto definitivo. Dichiara di averla aspettata in strada e che la moglie era tornata indietro poco tempo dopo raccontandogli di aver ucciso Farouk. Youssef dice anche di aver notato a quel punto nella borsa di lei sia la presenza di una pistola che di un flacone vuoto di vetriolo, aiutandola poi a disfarsene per amore dei figli e per mantenere unita la famiglia. A queste dichiarazioni fanno da contraltare quelle della donna, che nega ogni addebito e accusa a sua volta il marito, confermando solo in parte le parole di questi: dopo essere salita dall’amante, durante la discussione, era intervenuto Youssef armato di pistola e, in seguito a una breve colluttazione, questi aveva sparato a Farouk, gettando infine il vetriolo sul volto del cadavere.

Due testimonianze simili, dunque, entrambe plausibili, ma divergenti allo stesso tempo. Due versioni in cui i sospettati si accusano a vicenda, confermando l’omicidio, ma lasciando gli investigatori perplessi su chi possa averlo effettivamente commesso. Da un lato la vendetta di una donna abbandonata che desiderava un amante senza però voler rinunciare ai privilegi del suo status sociale derivati dall’essere moglie di Youssef, dall’altro la gelosia di un uomo tradito che, pur volendo mantenere la propria onorabilità, non rinuncia a mantenere unita anche la famiglia. Due moventi, due versioni, due possibili colpevoli.

Queste le prese di posizione delle due difese durante il lungo processo di primo grado tenutosi nel 1966, in cui i coniugi continuano a puntarsi reciprocamente il dito contro. Un processo che conta 150 udienze, più di 100 testimoni ascoltati e ben 32 ore di camera di consiglio. Un vero e proprio evento che scatena i titoloni della stampa e l’interesse dei lettori proprio per la presenza di quelle tre S a cui evidentemente non si riesce a dir di no. Ad aggiungere clamore alla vicenda, poi, c’è un’ulteriore fatto: i due avvocati difensori sono principi del foro del calibro di Giovanni Leone (futuro Presidente della Repubblica), schierato con Claire, e Giuliano Vassalli (futuro Ministro di Grazia e Giustizia e padre del nuovo Codice Processuale Penale), dalla parte di Youssef.

Una lotta senza quartiere, dunque, con continui colpi di scena che portano a ribaltamenti di accuse e controaccuse. Ed è proprio questa “strategia” comune, seppur apparentemente non concordata, a rivelarsi vincente, in quanto il processo finisce con un pareggio, che nel caso della giustizia significa assoluzione per entrambi per insufficienza di prove. Una perfetta, seppur distorta applicazione della Teoria dei Giochi, secondo la quale se i due giocatori mantengono le loro posizioni, senza tradire l’“accordo” iniziale tra loro nonostante le pressioni esterne, allora riescono a uscirne entrambi vincitori. Nel caso dei Bebawi sembrerebbe mancare l’accordo iniziale di non tradire l’altro, e anzi si punta tutto sull’accusare l’altro, eppure il gioco funziona lo stesso, l’equilibrio lo si raggiunge ugualmente. Ne escono entrambi vincitori.

Nel dubbio se mandare un innocente in carcere sia preferibile a lasciare un assassino in circolazione, la legge sceglie la seconda opzione. Almeno per un paio d’anni, perchè la sentenza viene appellata nel 1968 quando viene tutto ribaltato. La giuria infatti accetta come vera una terza possibilità, e cioè proprio quella Teoria dei Giochi che nessuno aveva ritenuto plausibile in primo grado: i Bebawi sono entrambi colpevoli, hanno ucciso Farouk Chourbagi e si sono volontariamente accusati a vicenda per confondere gli inquirenti e i giudici, prevedendo un risultato di assoluzione, magari consigliati proprio dai due scaltri avvocati che li supportano. È Giovanni Leone stesso, del resto, che pronuncia, nella sua arringa, le seguenti parole: “È impossibile condannare senza prove due imputati che si rinfacciano reciprocamente lo stesso reato”.

Risultato: 22 anni di carcere a Youssef e 20 a Claire, con sentenza confermata anche in Cassazione nel 1974. Colpevoli, dunque, ma in ritardo, perchè nel frattempo i due hanno divorziato e, mentre lui è tornato in Svizzera, lei ha riparato in Egitto improvvisandosi guida turistica per viaggiatori danarosi. Due paesi che, al tempo, non contemplavano accordi di estradizione con l’Italia.

L’altra faccia della Dolce Vita mostra quindi tutta la sua amarezza in quel bel volto sfigurato col vetriolo di cui tutti, in questa storia, sembrano essersi dimenticati, presi dall’ebbrezza di un processo che ha fatto parlare, come spesso accade, più degli assassini e degli avvocati, che della vittima.

Jeni Haynes: quando il reato non è contro la persona ma contro la personalità

La storia di Jeni Haynes, 49enne inglese, sembra essere un caso da manuale, se non fosse che le personalità alternative che ha sviluppato per “sopravvivere” agli abusi del padre, sono ben 2.500, il numero più alto fino ad oggi conosciuto.

Il disturbo dissociativo dell’identità (DDI), secondo il DSM, implica la presenza di due o più identità o stati di personalità separate che prendono il controllo del comportamento del soggetto, avendo un impatto sulla conoscenza e la memoria dell’individuo. La maggior parte di chi ne soffre ha subito abusi fisici o sessuali, seppur rimane controversa la correlazione tra abusi e DDI.

La storia di Jeni Haynes, 49enne inglese, sembra essere un caso da manuale, se non fosse che le personalità alternative che ha sviluppato per “sopravvivere” agli abusi del padre, sono ben 2.500, il numero più alto fino ad oggi conosciuto.

La sua vicenda inizia all’età di 4 anni, quando il padre, Richard Haynes, inizia a stuprarla, non solo abusando di lei ma torturandola quotidianamente, riuscendo anche a convincerla di avere il potere di leggerle nella mente, così da mantenere un costante controllo, anche psicologico, sulla sua piccola vittima, e tenendola sotto la costante minaccia di non doverne proferire parola con nessuno, né con la madre, né con il fratello o la sorella, pena la morte di quest’ultimi. Un’invasione totale della sfera privata e interiore della bambina, quindi, compiuta dal padre, un sadico che traeva piacere da tutto ciò. Ad aggiungere male al male, il padre negava a Jeni anche le più basilari cure mediche, evidentemente necessarie dopo i numerosi abusi, tanto che oggi, a 49 anni, la donna convive con lesioni irreparabili alla vista, ai legamenti della mascella, all’intestino, all’ano e al coccige, oltre a essere impossibilitata ad avere figli e a essersi sottoposta a diversi interventi chirurgici tra i quali una colostomia.

È in quel primissimo periodo di abusi, però, che la sua personalità di bambina inizia a scindersi, creando Simphony, una bambina di 4 anni che prende letteralmente il sopravvento in occasione degli abusi così da permettere a Jeni di non vivere direttamente il trauma. È una tecnica di difesa sofisticata quella messa in atto dalla psiche di Jeni: creare un alter (così è definita un’identità alternativa in psichiatria) che “assorba” il trauma, qualcuno che possa nascondere l’amara realtà a chi la subisce, che possa fare da bersaglio per il dolore e la sofferenza, che ricordi al posto suo ciò che altrimenti potrebbe distruggerla emotivamente. Qualcuno che possa testimoniare ciò che l’individuo proverà con tutte le sue forze a dimenticare.

Nei dieci anni di abusi Jeni ha creato circa 2.500 alters, ciascuno dei quali ha una propria voce e caratteristiche peculiari, così come ciascuna di queste personalità alternative possiede ricordi che le altre non conoscono, proprio perché può emergere e “vivere” una sola personalità per volta, pur coesistendo tutte in uno stesso corpo. È così che ogni personalità creata da Jeni ha avuto un ruolo preciso nel contenere un particolare elemento traumatico degli abusi subiti: un odore, un comportamento, un dettaglio visivo, un luogo specifico legato alle torture, eventuali conseguenze spiacevoli sviluppate in età adulta. Oppure c’è, tra gli alters, chi ha il compito di proteggerla e chi di organizzare letteralmente la sua vita, redigendo una lista di regole per far convivere tutti gli alters e per dare loro il “permesso” di emergere. Bambini, adolescenti, adulti, maschi e femmine, che convivono in un solo corpo traumatizzato.

Jeni ha avuto la forza di denunciare il suo aguzzino solo nel 2009, grazie anche all’aiuto della madre, rimasta per anni all’oscuro di tutto. Negli anni precedenti la lotta di Jeni si è rivelata molto dura, essendo stata allontanata persino da chi, psichiatri e terapeuti, avrebbe dovuto crederle e aiutarla. Solo nel 2017, dopo anni di indagini, il tribunale di Sidney ha ottenuto l’estradizione di Richard Haynes dal Regno Unito, dove stava già scontando una condanna per altri crimini. A marzo del 2019 c’è stata la definitiva condanna a 45 anni di carcere per le violenze perpetrate nei confronti della figlia.

Ma il processo a Richard Haynes è salito agli onori della cronaca per un fatto destinato a cambiare per sempre la storia della giurisprudenza: a testimoniare contro di lui alla sbarra si sono presentate 6 delle 2.500 personalità di Jeni, ciascuna con la propria parte di storia, e le loro testimonianze sono state accolte, risultando decisive per la condanna. Simphony, una bambina di 4 anni, colei che si è addossata i momenti peggiori degli abusi; Muscle, un adolescente di 18 anni, il cui compito è da sempre quello di proteggere Jeni; Linda, una giovane ed elegante donna che ha spiegato al giudice l’impatto che gli abusi hanno avuto sulla Jeni adulta, a scuola e sul lavoro, e ancora Ricky, Giuda, Erick… ognuno con il suo contributo, hanno puntato il dito contro quell’unico colpevole.

Oggi, dopo la vicenda processuale di Jeni, sarà possibile ottenere giustizia anche per altri individui affetti da DDI, che finora non sono stati creduti da polizia, psichiatri e terapeuti, né tantomeno da giudici. Da questo momento è possibile far testimoniare le personalità, invece che le persone.

Sarah Huggett, la giudice che si è occupata del processo, al momento della lettura della sentenza, ha dichiarato che Richard Haynes probabilmente morirà in prigione, che i suoi crimini sono inquietanti, perversi e disgustosi e che è impossibile che la sentenza possa riflettere la gravità delle loro conseguenze.

Qual è il problema di questa dichiarazione? La parola “probabilmente”.

Per i soggetti come Richard Haynes non dovrebbe essere prevista la parola probabilmente, ma solo la parola definitivamente. Il prossimo passo, da questo momento in poi, allora, dovrebbe essere quello di creare una nuova categoria di reato, da aggiungere al reato contro la persona. Perchè nel caso di Jeni, se fosse esistito un reato contro la personalità (o le personalità), Richard Haynes non avrebbe avuto solo 45 anni di condanna per aver abusato e torturato una singola persona. Le sue vittime, da Simphony in avanti, sarebbero state migliaia, ognuna con il proprio bagaglio traumatico creato da quell’uomo e quei 45 anni sarebbero stati dilatatati con diverse pene cumulative grazie alle quali la parola probabilmente sarebbe stata spazzata via.

Solo così la pena sarebbe stata proporzionata al crimine e la sentenza avrebbe potuto riflettere la gravità delle conseguenze.

Colin Pitchfork, il primo criminale incastrato con la prova del DNA

Nel 1984  in campo genetico avvenne una vera e propria rivoluzione, grazie all’avvento del metodo del fingerprinting genetico del DNA messo a punto dal genetista britannico Alec Jeffreys.

Era il 1986 quando Richard Buckland, un ragazzo di Leichestershire (UK), venne incriminato per lo stupro e l’omicidio di due quindicenni, Lynda Mann e Dawn Ashworth, avvenuti tre anni prima quello della Mann e proprio nel 1986, il secondo. Stesso modus operandi e stesso gruppo sanguigno (gruppo A), ricavato dall’analisi delle tracce di liquido seminale trovate sui corpi, fecero propendere gli investigatori per l’ipotesi di un unico colpevole e trovarono in Bucklandil loro responsabile.

Eppure Buckland era innocente, così come lo erano i circa 5000 individui della cittadina che possedevano quel particolare gruppo sanguigno. Tanti furono i soggetti sottoposti allo screening di massa, mediante la tecnica di fingerprinting del DNA (impronta genetica), ma in nessun caso il DNA corrispondeva a quello dell’assassino. La tecnica, dunque, permise di scagionare Buckland, ma pareva essere inefficace nell’incastrare il vero colpevole.

Ma torniamo indietro di un paio d’anni. Era il 1984 quando, in campo genetico, avvenne una vera e propria rivoluzione, grazie all’avvento del metodo del fingerprinting genetico del DNA messo a punto dal genetista britannico Alec Jeffreys. Questa tecnica, in breve, era basata sull’unicità di alcune sequenze di basi all’interno del DNA di ciascun individuo, cosa che rendeva, di fatto, il patrimonio genetico di una persona indiscutibilmente diverso da quello di qualunque altra. L’eventualità di trovare uno stesso patrimonio genetico in due individui, si manifesterebbe statisticamente in un caso ogni mille miliardi di persone.

Il metodo era sicuro ed efficace, quindi. Certo, servivano grandi quantità di DNA per l’analisi di fingerprinting, ma restava comunque una tecnica valida tanto che, applicata alle 5000 persone con gruppo sanguigno A, era di fatto riuscita a scagionarle tutte. Ma allora per quale motivo il colpevole nel 1986 a Leichestershire non fu trovato? Il motivo è anche la dimostrazione per cui la prova del DNA spesso non basta per incriminare qualcuno, ma è bene supportarla con altre prove, testimonianze, confessioni e quant’altro.

Semplicemente, il vero colpevole, Colin Pitchfork, aveva pagato un amico per presentarsi al test in sua vece, falsando così il risultato. Questo fatto si scoprì solo l’anno successivo, nel 1987, quando il sostituto scelto da Pitchfork confessò. Quello stesso anno venne quindi invitato Pitchfork a donare il sangue e venne scoperto finalmente che il profilo del suo DNA corrispondeva a quello raccolto sulle scene dei crimini. Pitchfork era lo stupratore e l’assassino delle due adolescenti e il DNA lo aveva incastrato una volta per tutte, confermando la validità del metodo del fingerprinting.

Lo stesso metodo fu utilizzato poi in altri campi, producendo risultati altrettanto validi. Nel 1992 il fingerprinting confermò l’identità del gerarca nazista Josef Mengele, morto nel 1979, grazie all’analisi di alcune ossa riesumate, il cui DNA fu confrontato con il profilo genetico della vedova e del figlio di Mengele. In Italia, il caso più noto di applicazione del DNA fingerprinting è legato al serial killer Donato Bilancia. La scia di morte di 17 delitti da lui commessi in Liguria dall’ottobre del ‘97 all’aprile del ‘98 terminò proprio grazie alla prova del DNA che lo inchiodò definitivamente.

Oggi tale metodo, in ambito forense, non è praticamente più utilizzato a causa della sua laboriosità, della sua inaccuratezza interpretativa e del fatto che servano grandi quantità di materiale genetico per completare l’analisi. Il progresso della ricerca, già nel 1988, permise di sostituire poco per volta il fingerprinting con la cosidetta PCR (Reazione a Catena della Polimerasi), un procedimento con il quale è possibile amplificare i segmenti di DNA raccolti, potendo quindi, a differenza che in passato, avviare l’analisi da quantità esigue di materiale genetico, anche parzialmente degradate o datate.

Successivamente all’attentato mafioso a Giovanni Falcone, furono proprio i test del DNA, condotti con tale procedimento su alcuni mozziconi di sigaretta trovati nella scarpata dell’autostrada Trapani-Palermo, che permisero agli inquirenti di mettersi sulle tracce di Mario Santo di Matteo e Gioacchino La Barbera, due componenti del commando mafioso responsabile dell’attentato.

Oggi il test genetico è utilizzato per tanti scopi, dall’accertamento di paternità o maternità fino al ricongiungimento tra consanguinei, passando per l’identificazione personale, soprattutto in casi di disastri di massa, ma ha dato forse i suoi migliori frutti proprio nel campo criminalistico per identificare i responsabili di omicidi, violenze carnali e attentati. C’è addiritttura chi dice di aver scoperto la vera identità di Jack lo Squartatore grazie alle moderne tecniche di genetica.

Killer del bitter: un delitto talmente improbabile da colpire nel segno

“Caro signore, poichè avremmo intenzione di lanciare sul mercato questo nuovo aperitivo, offrendole la rappresentanza nella sua zona, ci permettiamo di disturbarla con l’invio di un campione. Provi ad assaggiarlo. Un nostro incaricato verrà a trovarla per conoscere il suo parere. Vogliamo sapere se è di suo gusto e se l’ha trovato gradevole al palato”.

“Caro signore, poichè avremmo intenzione di lanciare sul mercato questo nuovo aperitivo, offrendole la rappresentanza nella sua zona, ci permettiamo di disturbarla con l’invio di un campione. Provi ad assaggiarlo. Un nostro incaricato verrà a trovarla per conoscere il suo parere. Vogliamo sapere se è di suo gusto e se l’ha trovato gradevole al palato”.

Se vi arrivasse per posta una bottiglietta di bitter San Pellegrino senza l’etichetta, con un tappo in sughero sotto quello originale, contenuta in una confezione riutilizzata di biscotti e accompagnata da un biglietto con una firma illeggibile che recita ciò che avete appena letto, voi lo assaggereste?

Ebbene, c’è chi lo ha fatto, morendo pochi minuti dopo tra dolori atroci e convulsioni. Il risultato dell’autopsia recitò: avvelenamento acuto per ingestione di sostanza sconosciuta, probabilmente stricnina. I periti, in seguito, confermarono che nella bottiglietta c’era tanta stricnina da fulminare due tori.

È l’assurda morte di Tranquillo Allevi, un grossista di formaggi di Arma di Taggia, avvenuta nell’agosto del 1962. Tranquillo, a conferma del suo nome, non sospettò nulla. Pensò solo a quella imprevista possibilità di lavoro e di guadagno piovutagli dal cielo, con la quale avrebbe risolto tutti i suoi problemi economici. Invitò due amici per brindare ai tempi rosei che si prospettavano e con loro assaggiò il bitter avvelenato bevendolo in un solo sorso. I due amici lo assaggiarono appena, trovandolo amaro e disgustoso e rimediando una lavanda gastrica che salvò loro la vita.

Le indagini che seguirono permisero di comprendere cosa era accaduto e chi era stato il responsabile di quell’omicidio a distanza. Eliminata l’improbabile ipotesi di colpevolezza di una ditta importante come la San Pellegrino, scoprirono che il pacco era stato spedito da Milano e, scavando nella vita di Allevi, ma soprattutto in quella della moglie, Renata Lualdi, gli inquirenti finirono per puntare i riflettori sul dottor Renzo Ferrari, veterinario di Barengo (NO), ex amante della Lualdi.

La Lualdi era nota, anche allo stesso Allevi, per le sue scappatelle, tanto da farlo propendere per il trasferimento proprio ad Arma di Taggia, in Liguria, così da spezzare il legame della moglie con Ferrari. La donna ci mise però poco a trovare un valido sostituto con cui passare il tempo mentre il marito era impegnato nei suoi viaggi di lavoro. Ferrari, d’altro canto, che già non aveva preso bene l’allontanamento forzato della donna, non digerì l’essere stato da questa sostituito. Nel suo cieco desiderio di riconquista della Lualdi, arrivò addirittura a offrire quattro milioni di lire ad Allevi in cambio della moglie. L’Allevi dignitosamente lasciò la scelta alla moglie, ma questa rifiutò la proposta. Fu quello il momento in cui Ferrari pensò che uccidendo Allevi, la Lualdi sarebbe finalmente tornata da lui, scaricando anche il nuovo amante. Così si improvvisò killer, e improvvisare è decisamente la parola più adatta, perchè lasciò dietro di sè talmente tante tracce che ci volle ben poco agli inquirenti per incastrarlo. L’etichetta applicata sul pacco, ad esempio, era stata ritagliata da una rivista medica che Ferrari riceveva regolarmente. La prova definitiva fu prodotta esaminando la macchina da scrivere Lexicon 80 utilizzata quotidianamente da Ferrari, i cui caratteri combaciavano con il biglietto ricevuto da Allevi. A ciò si aggiunsero le sei fiale di stricnina da lui acquistate pochi giorni prima nella farmacia di Momo. In quanto veterinario, queste non avevano destato sospetti nel farmacista, essendo all’apparenza destinate alla cura di bovini, ma alla luce del delitto e delle altre prove, divennero elementi schiaccianti. A supporto delle prove, anche la testimonianza della vedova Lualdi, sua principale accusatrice.

La condanna all’ergastolo comminata a Ferrari dalla Corte d’Assise di Imperia fu dunque una formalità. Eppure Ferrari continuerà a dichiararsi innocente anche dopo la grazia ottenuta nel 1986 dal Presidente Cossiga e fino alla sua morte nel 1988.

Passato alla storia come uno dei delitti peggio architettati, compiuto da uno dei killer più improbabili del nostro Paese, con l’omicidio del bitter non c’è dubbio però che Ferrari abbia colpito nel segno. Forse perché conosceva la vittima meglio di quanto si pensi, e dopo un primo tentativo di “corruzione” in cui aveva puntato solo sull’avidità di Allevi offrendosi di comprargli letteralmente la moglie, deve aver capito che quell’uomo, Tranquillo di nome e di fatto, aveva ben altri punti deboli su cui poter fare leva. Allevi è morto per la sua avidità, per la sua ingenuità, per la sua ambizione.

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