Elisabeth Short: l’atroce femminicidio della Dalia Nera è un caso ancora aperto


Era il 15 gennaio del 1947 quando il suo corpo senza vita fu ritrovato abbandonato a Leimert Park, un quartiere meridionale di Los Angeles. Ma il caso è ancora oggi irrisolto. Il crudele assassino, che la torturò prima di ucciderla lasciandone poi il corpo mozzato a metà con i visceri e gli organi genitali  completamente asportati e occultati sotto di esso, lavandone via accuratamente il sangue, non è mai stato trovato.

Un volto capace di ipnotizzare, due occhi azzurri glaciali, contrastati da capelli neri, lunghi e mossi, a circondare una fronte spaziosa e quei tratti del viso duri ma allo stesso tempo delicati. Questo l’aspetto di Elizabeth Short, una ventitreenne arrivata a Los Angeles nell’agosto del 1947. Pareva perfetta per diventare ciò che aveva sempre sognato: una diva di Hollywood, come Marlene Dietrich, la sua preferita. L’epoca era quella giusta, i cosiddetti Anni Ruggenti di Hollywood,quelli in cui cominciava a costituirsi lo star system di attori e celebrità strapagate che imperversavano sulle copertine delle riviste patinate e venivano acclamate dai fan in visibilio come fossero divinità scese in terra.

Ebbene, Elizabeth Short aveva tutte le carte in regola per entrare a far parte di quel mondo fantastico: alta e bellissima, aveva, come detto, un aspetto fuori dall’ordinario. E la celebrità, per Elizabeth Short, alla fine arrivò, ma non nel modo in cui avrebbe voluto. Già, perché in quel mondo luccicante e magnifico tanto bramato, lei aveva provato a entrarci dalla porta principale ma, finito l’entusiasmo iniziale, si era scontrata contro l’altra faccia di Hollywood: quella più dura e oscura, quella sotterranea, non contemplata da riviste e notorietà. La porta sul retro di quel mondo, come scoprì presto, conduceva infatti a una carriera fatta di brevi filmati a luci rosse, al tempo illegali in America, e nessuna occasione di fare il grande salto per inserirsi nel jet set che contava. E forse fu proprio questa Hollywood parallela, che Elizabeth non si aspettava di trovare, a trasformarla, suo malgrado, in una celebrità: era il 15 gennaio del 1947 quando il suo corpo senza vita fu ritrovato abbandonato a Leimert Park, un quartiere meridionale di Los Angeles.


Fu in quel preciso momento che Elizabeth Short divenne famosa. Già, perché la sua morte e ciò che ne seguì furono tutt’altro che eventi ordinari, a cominciare dalle condizioni in cui fu rinvenuto il cadavere. Questo fu scoperto alle 10 di mattina dalla signora Betty Bersinger, mentre passeggiava con la figlia di tre anni. Inizialmente le parve un manichino smontato, ma poco dopo scoprì che quell’oggetto nudo, pallido, squarciato in due parti all’altezza della vita e con segni evidenti di tortura, non era affatto un fantoccio. A rendere tutto ancora più inquietante, una lacerazione profonda sul volto, da orecchio a orecchio, una mutilazione chiamata Glasgow Smile, tipica delle gang inglesi degli anni Venti, simile al sorriso di un clown.

 All’arrivo della polizia, la scena del crimine era già stata alterata,presa d’assalto da giornalisti e fotografi, tanto che ancora oggi, facendo una semplice ricerca su Google, è facile trovare alcune foto del corpo così come è stato rinvenuto. In ogni caso in seguito vennero osservate dalla polizia ulteriori manipolazioni del cadavere: i capelli neri della vittima erano stati tinti di rosso dall’assassino, i visceri e gli organi genitali le erano stati completamente asportati dal corpo e occultati sotto di esso, e le era infine stato lavato via accuratamente il sangue.

Furono sufficienti 56 minuti all’FBI per scoprire l’identità della donna: le sue impronte digitali erano in archivio a causa di un precedente arresto a Santa Barbara per assunzione di alcolici all’età di 19 anni. In quell’occasione era stata poi rilasciata perché ritenuta ancora minorenne dalle leggi californiane.

L’altro motivo per cui la Short divenne una celebrità fu per le risorse messe in campo dalle forze dell’ordine per tentare invano di trovare il suo assassino. Furono centinaia, tra agenti, detective e ispettori, a seguire il caso negli anni, mettendo in atto una delle più vaste indagini della storia del Dipartimento di Los Angeles. Così come altrettanti furono i sospettati, tra più di cinquanta mitomani in cerca di fama che si dichiaravano colpevoli e individui innocenti ma corrispondenti al profilo stilato. Nella vicenda furono addirittura tirati in ballo personaggi famosi.

Penalizzati fin da subito dalla sconsiderata contaminazione della scena del crimine da parte della stampa e dall’ampia attenzione mediatica data al caso, gli inquirenti si trovarono in enorme difficoltà. Non sembrava esserci alcun movente in un delitto tanto terrificante e, dunque, per stilare un profilo dell’assassino, dovettero basarsi solamente sulle condizioni del corpo.

La precisione con cui era stato sezionato e svuotato il corpo dal sangue faceva pensare a qualcuno abile con il bisturi, un chirurgo o comunque un medico. Doveva essere una persona meticolosa, dato che aveva ucciso senza fretta e torturato la vittima per ore, e sicuramente sadica, visto lo scempio che aveva fatto del corpo. La mutilazione genitale fece pensare a un assassino dalla personalità malata e perversa, che presumibilmente si sentiva sessualmente inadeguato. Inoltre, sembrava un soggetto sprezzante del pericolo di essere scoperto e, il fatto che avesse lasciato il corpo in bella vista senza tentare di occultarlo in alcun modo, venne interpretato come il gesto di sfida di una persona crudele e narcisista. Ipotesi quest’ultima confermata dall’invio del certificato di nascita e altri oggetti personali appartenuti a Elizabeth da un soggetto ignoto che si definiva il “Vendicatore della Dalia Nera”, con l’intento dichiarato di tenere sempre vivo l’interesse dei media e della polizia sul caso e non farlo cadere nel dimenticatoio. Un gesto di sfida, dunque, da parte del solo e unico assassino che però non verrà mai identificato, celato tra decine di fanatici che si autoaccusavano del delitto o che davano falsi indizi alla polizia solo per poter entrare a far parte del circo mediatico, in cerca di un briciolo di fama. Per loro pochi giorni di carcere, in attesa di scoprire, ogni volta, che con il delitto non c’entravano nulla.

I fascicoli ufficiali del caso mostrano che furono ventidue i sospettati principali sui quali vennero effettivamente svolti seri accertamenti: chirurghi, musicisti, ladruncoli, militari e persino giornalisti. Mancanza di prove e alibi inattaccabili portarono, per ognuno di essi, a un nulla di fatto. Così venne scagionato Robert M. Manley, ultimo a vedere Elizabeth Short viva nella hall del Bitmore Hotel la sera del 9 gennaio 1947. Allo stesso modo venne ritenuto innocente il chirurgo di Los Angeles Walter Bayley, la cui figlia era amica di Elizabeth. O ancora, il fanatico Joseph Dumais, sodato di stanza in New Jersey, uno dei primi ad autoaccusarsi del delitto. E nulla fu trovato per incriminare Woody Gutrhrie, noto cantante folk invischiato in alcune accuse per molestie, che si riteneva fosse collegato al delitto Short. Uno dei sospettati più papabili fu George Hodel, medico accusato di molestie dalla figlia, il quale non solo sembrava aver avuto una relazione con la Short, ma che per la notte dell’omicidio non aveva un alibi. Anni più tardi, addirittura il figlio di Godel, un ex-detective della Polizia di Los Angeles pubblicò un libro in cui affermava la colpevolezza del padre. Come lui però anche Janice Knowlton accusò il proprio padre per lo stesso delitto in un libro da lei pubblicato anni dopo. Perfino personalità di spicco entrarono a far parte dei sospettati. Una ex vicina di casa della famiglia Short accusò addirittura Orson Welles di essere l’assassino, in quanto tre mesi prima della morte di Elizabeth, il regista aveva creato, per il film La signora di Shangai, alcuni manichini che presentavano le stesse mutilazioni inflitte alla ragazza e per il fatto che, nove giorni dopo il delitto, giorno in cui l’assassino fece pervenire un misterioso pacchetto ai quotidiani, Welles lasciò gli Stati Uniti senza aver completato il montaggio di Macbeth, da lui diretto e interpretato, rimanendo per una decina di mesi in Europa e rifiutandosi categoricamente di tornare negli Stati Uniti per terminare il film.

Insomma, tra speculazioni e voci sul conto della  vittima, confessioni fasulle di mitomani, insinuazioni infondate su centinaia di persone, indagini sviate, accuse alla polizia e ai giornali di insabbiamento di prove, possibili collegamenti con delitti reali quali quelli del “Macellaio di Cleveland”, del “Killer del rossetto” e del “Killer dello Zodiaco”, di piste ce ne furono fin troppe. Ciò che mancò sempre furono le prove, il movente e l’identità dell’assassino. Un killer che ancora oggi, se ancora non è morto di vecchiaia, probabilmente si nasconde, perché il caso Short, dato che un omicidio non cade in prescrizione, è ancora aperto, pur essendosi arenato definitivamente quando la stampa perse, infine, interesse nella vicenda. In compenso, tutti i dossier relativi sono stati resi noti e pubblicati dall’FBI, tanto che chiunque può, se crede, cimentarsi nella risoluzione di uno dei più cruenti femminicidi irrisolti della storia, così come hanno fatto scrittori e registi negli anni (The Black Dahlia, romanzo del 1987 dello scrittore James Ellroy, di cui Brian De Palma ha poi girato la pellicola nel 2006; Gardenia Blu, film noir del 1953; Chi è Black Dahlia?, film del 1975 che descrive le vane indagini sul delitto).

Quello di Elizabeth Short è dunque un delitto rimasto insoluto, un cold case. È un peccato che quel soprannome, Black Dahlia, affibbiatole dai giornali in quei giorni e rimastole attaccato per l’eternità, nato dall’incontro di due elementi, l’abitudine della Short a vestirsi spesso di nero e la passione per il film La dalia azzurra con Veronica Lake, fosse stato creato solo in occasione della sua morte, perché sembrava fatto apposta per darle un ruolo da femme fatale in una Hollywood che, di dive, sembrava non averne mai abbastanza.


Ebbene, Elizabeth Short, la Dalia Nera, non è mai stata dimenticata. Questo, paradossalmente, era proprio l’intento del suo assassino quando si rivolse ai giornali nelle vesti del Vendicatore della Dalia Nera: che si continuasse a parlare di lei e del suo caso, in un modo o nell’altro.

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