Italiani nel Mondo

L’Arroganza e la Storia – Arrogance and History

By 16 Settembre 2019 No Comments

di emigrazione e di matrimoni

L’Arroganza e la Storia

E’ ora che tutti gli ex colonizzatori comincino a trattare molti paesi in giro per il mondo non più come sudditi, ma come paesi liberi che hanno anche loro il diritto di decidere la loro sorte, e di non essere schiavi degli interessi dei paesi industrializzati

Di Gianni Pezzano

Volevo vedere il film indiano Kesari (Zafferano) da tempo, perché racconta la storia della Battaglia di Saragarhi del 1897 ai confini tra l’allora Colonia britannica e l’Afghanistan, episodio bellico che non conoscevo e di cui sono protagonisti 21 soldati, in questo caso Sikh, che hanno resistito per quasi una giornata contro gli attacchi di oltre 10 mila guerrieri delle tribù afgane dei Pashtun, una storia che mi sembrava incredibile. Ma oltre il fatto di sapere poi che la battaglia è accaduta davvero, il film fa molto pensare al perché la Storia di quel fortino isolato ha molto da insegnarci anche riguardo quel che sta succedendo nel mondo oggigiorno, e perché coinvolge l’impero più grande della Storia.


Malgrado il fatto che tutti sanno della presenza di cimiteri militari stranieri della Seconda Guerra Mondiale in Italia, pochi conoscono l’esistenza del cimitero dedicato proprio ai Sikh a Forlì, dove ogni anno viene commemorato il sacrificio di quei soldati che hanno svolto un ruolo importante nella liberazione non solo dell’Italia dal nazismo e la dittatura, ma anche di tutta l’Europa.

Infatti, dobbiamo tenere ben in mente che il sub-continente indiano ha fornito oltre 1.300.000 soldati (74.187 morti) nella Grande Guerra e oltre 2.300.000 (oltre 89.000 morti) nella Seconda Guerra Mondiale, e raramente vengono menzionati nei servizi e nei film di quegli scontri orrendi.

Inoltre, alcune scene del film ci fanno capire il prezzo pagato da quei paesi verso gli imperi occidentali che li avevano colonizzati, e che continuano a pagare perché il nostro atteggiamento verso le ex-colonie ancora riflette la mentalità dei conquistatori verso gli sconfitti. Ed è ora che tutti gli ex colonizzatori comincino a trattare molti paesi in giro per il mondo non più come sudditi, ma come paesi liberi che hanno anche loro il diritto di decidere la loro sorte, e di non essere schiavi degli interessi dei paesi industrializzati.

Il Cimitero degli Imperi

All’inizio del film il protagonista Havalgar (sergente) Ishtar Singh spiega in un modo divertente il gioco di potere tra super potenze che coinvolgeva l’India (e anche ora il Pakistan) da secoli. Come oggi, il conflitto si è svolto tra un potere occidentale, l’Impero Britannico, e la Russia che voleva uno sbocco sull’Oceano Indiano, che porterà all’intervento sovietico in quel paese nel 1980. Queste sono le radici storiche delle guerre che ancora oggi vediamo nel Medioriente ogni giorno nei giornali e i TG.

Non a caso, l’Afghanistan è chiamato il “Cimitero degli Imperi” e succede ancora, anche se qualcuno oggi potrebbe contestarlo.

Ma il film non dimostra solo questi giochi di potere. Le scene tra il sergente che comanderà il fortino nel film, come è successo nella realtà,  e il suo superiore ci fanno capire un’altra realtà aspra. Come in tutti i casi degli imperi, compreso quello italiano dei primi decenni del 900, e dimostrato da Indro Montanelli nel suo libro “XX Battaglione Eritreo” tratto dalle proprie esperienze personali, gli ufficiali di quelle forze erano tutti colonizzatori e tutti i soldati indigeni.

Quel che vediamo in quelle scene è l’arroganza dei colonizzatori verso i loro sudditi “sconfitti” che, secondo loro, non meritavano d’essere considerati loro pari. Gli imperi hanno vinto e quindi erano automaticamente superiori alle loro popolazioni indigene sparse nel mondo. Non importava, come il caso, e non solo, dell’India che ha millenni di Storia, luogo storico dove anticamente si commerciava con la Roma antica, al punto che Plinio il Vecchio si lamentò di quanto oro romano finiva nelle tasche degli indiani. Questo fatto spiega benissimo perché nell’antica Roma ci fossero opere d’arte con tigri che sono animali del sub-continente.

Questo fenomeno non si limita solo ai britannici ma a tutti i colonizzatori, e si capisce benissimo nel capolavoro dell’autore francese Albert Camus L’ètranger (Lo straniero), che non nasconde affatto l’atteggiamento dei francesi verso gli algerini. Un atteggiamento che sarà poi esteso ai francesi nati e cresciuti in quella ora ex-colonia, come lo era Camus, che vengono chiamati pieds noirs (piedi neri) da chi non ha mai lasciato la Francia.

E questo lo vediamo anche nel caso degli emigrati che vanno in altri paesi per trovare lavoro, e lo sanno bene gli italiani nel mondo che l’hanno sentito sulla loro pelle, quando gli autoctoni disprezzano le usanze e le tradizioni dei loro nuovi vicini di casa, e pretendono che le abbandonino.


Inoltre, negli scambi tra il sergente e il suo superiore vediamo un altro aspetto di incontri tra culture che spesso dimentichiamo, gli equivoci tra lingue.

Giochi di parole

Chi ha studiato una lingua conosce benissimo il fenomeno dei “falsi amici”, cioè quelle parole che sembrano simili ma hanno significati diversi. Questo non succede solo tra lingue con radici comuni, come spesso accade tra lingue europee, ma anche tra lingue diverse, come vediamo nel film.

L’ufficiale inglese utilizza un epiteto volgare verso il soldato sikh, che somiglia alla parola fakhar in hindi, cioè “orgoglio”. La scena che poi seguirà quando il sergente finalmente impara che in realtà si tratta di una parolaccia, fa ridere. Ma chi di noi ha subito incidenti del genere sa bene la rabbia che viene da tale disprezzo.

Kesari ci sorprende anche perché ci da visioni di un mondo che non conosciamo, e che spesso non consideriamo quando parliamo del passato. Noi che siamo cresciuti nei paesi britannici sapendo la reputazione dei sikh, non ci aspetteremmo di vedere questi guerrieri in atteggiamento poco marziale quando, al suo arrivo al fortino, il sergente li trova attorno a due galli che combattono.

E non consideriamo mai come il loro comportamento sia soggetto alle loro tradizioni e religione. Basta pensare che in molte forze armate anche polizie nel mondo d’oggi, compresi molti dei paesi dell’ex impero britannico e anche gli Stati Uniti, i sikh hanno il permesso di utilizzare il turbante che è parte integrale delle loro tradizioni e religione. Considerando i tanti sikh in Italia, colpiti questo settimana dalla tragedia a Pavia, la domanda è se e quando succederà anche qui.

Un dettaglio affascinante che potrebbe sembrare inverosimile nel film, è il cerchio di ferro sui turbanti enormi che vediamo nella foto in testa all’articolo e che viene utilizzato nel film come arma, cosa che non è affatto un’invenzione del regista. Si chiama chakram e fa parte integrale della Storia marziale dei sikh ed era utilizzato proprio come dimostrato nel film.


Lezioni

Vedendo i film come Kesari conosciamo il mondo con gli occhi degli altri e capiamo come la nostra visione del mondo è condizionata dalla nostra Cultura e le nostre tradizioni.

Non ci rendiamo conto che la “supremazia culturale” che vediamo sempre più spesso nella politica internazionale, persino in Europa, senza eccezioni, non è altro che una forma di arroganza storica, in modo particolare delle ex potenze coloniali che non hanno mai smesso di considerare le loro ex colonie come terra da depredare, persino dalle loro multinazionali.

Nelle costanti interferenze nella politica e negli affari a danno delle ex-colonie continuiamo a vedere queste popolazioni come gli “sconfitti” e quindi inferiori agli ex-colonizzatori. E  si percepisce benissimo in un caso particolare degli ultimi anni, la Libia, soggetto a un intervento internazionale che ha coinvolto anche il nostro paese, e ogni giorno vediamo gli effetti di queste interferenze quando leggiamo le cronache sulle innumerevoli persone che fuggono da quei paesi che hanno sconvolto la politica di molti degli ex-colonizzatori, che non hanno mai trovato la soluzione giusta per risolvere i problemi. Problemi spesso nati non nelle ex-colonie, ma nelle cancellerie delle istituzioni e nelle sedi delle multinazionali dei paesi industrializzati.

Inoltre, ora assistiamo anche alla crescita di versioni radicali di varie religioni, comprese alcune sette cristiane, e capiamo che dobbiamo affrontare di nuovo la separazione tra politica e religione perché decisioni politiche basate su credo religioso, come ora vediamo sempre di più anche negli Stati Uniti, creano problemi che non dovrebbero esistere nelle democrazie moderne, che sembrano aver dimenticato le lezioni dolorose dei secoli dalla Guerra d’Indipendenza americana e fino alla molto più crudele e tragica Rivoluzione francese.

Film come Kesari ci fanno ricordare che l’arroganza culturale e religiosa dei “vincitori” non fa altro che creare le condizioni per nuovi scontri nel futuro, che sarebbero evitabili se solo ci ricordassimo che tutti nel mondo, senza eccezioni, abbiamo gli stessi diritti umani universali e non solo nei paesi avanzati.


di emigrazione e di matrimoni

Arrogance and History

It is about time that the ex-colonizers began to no longer treat many countries around the world as subjects but to treat them as free countries that also have the right to decide their own fate and not to be subject to the interests of the industrialized courtiers.

I wanted to see the Indian film Kesari (Saffron) for some time because it tells the story of the 1897 Battle of Saragarhi on the border of the then British colony and Afghanistan that I did not know and because the story of 21 soldiers who for a day resisted more than ten thousand warriors of the Afghani Pashtun/Pathan tribes seemed improbable to me. But, aside from the fact that the battle actually took place, the film gives us much to think about because the history of that fort has a lot to teach us about what is happening in today’s world and not only because it involves the biggest Empire in history.

Although almost all of us know about the foreign military cemeteries in Italy from the Second World War, few know about the cemetery dedicated to the Sikhs in Forlì where every year the sacrifice of those soldiers who played an important role in the liberation of not only Italy from Nazism and the dictatorship but also all of Europe.

In fact, we must bear well in mind that the Indian sub-continent gave more than 1,300,000 soldiers (74,187 dead) in the Great War and more than 2,300,000 soldiers (more than 89,000 dead) in the Second World War who are rarely mentioned in the documentaries and films about those horrendous conflicts.

Furthermore, some scenes in the film let us understand the price paid by those countries to the western empires and that they continue to pay because their attitude towards the former colonies still reflect the mentality of the conquerors towards the vanquished. And it is about time that the ex-colonizers began to no longer treat many countries around the world as subjects but to treat them as free countries that also have the right to decide their own fate and not to be subject to the interests of the industrialized courtiers.

The Graveyard of Empires

At the start of the film Havalgar (sergeant) Ishtar Singh explains in an entertaining way the power play between the superpowers that involved India (and now Pakistan) for centuries. Like today, the conflict was between a Western power, the British Empire, and Russia and at stake was the Russian desire for access to a port on the Indian Ocean that will eventually lead to the Soviet intervention in that country in 1980. These are the historical roots of the wars that we now see in the Middle East every day in the newspapers and the TV news.

It is no coincidence that Afghanistan is still called the “Graveyard of Empires”, although some today may contest this.


But the film does not show only these power plays. The scenes between the sergeant who will command the fort in the film, as happened in real life, and his superior officer let us understand a better truth. As in the cases of all empires, including the Italian empire of the first decades of the twentieth century, as shown by Indro Montanelli in his book XX Battaglione Eritreo (Twentieth Eritrean Battalion) based on his personal experiences, the officers of those forces were all colonizers and all the soldiers natives.

What we see in these scenes is the arrogance of the colonizers towards their “defeated” subjects who, according to them, did not deserve to be treated as their equals. The empires won and therefore were automatically superior to their populations around the world. It did not matter, as in the case of India, and not only that country, that it had thousands of years of history and their ancestors traded with ancient Rome to the point that Pliny the Elder complained about how much Roman gold went into the pockets of the Indians. This fact explains very well why Romans had works of art with tigers that are animals of the sub-continent.

This phenomenon was not limited only to the British but to all colonizers and we understand this very well in the masterpiece by French author Albert Camus L’ètranger (The Outsider) that did not hide the attitude of the French towards the Algerians. An attitude that was also extended to the Frenchmen born and raised in that former colony, as was Camus, who were called pieds noir (black feet) by those who never left France.

And we also see this in the case of migrants who go to other countries to look for work and the Italians overseas know this well because they found out on their own when the locals despised the habits and traditions of their new neighbours and demand that they give them up.

In addition, in the exchanges between the sergeant and his superior we see another aspect of meetings of cultures that we often forget, the misunderstandings between languages.

Plays of words

Anyone who has studied a language knows very well the phenomenon of the “false friends”, that is words that are similar but have different meanings. This does not happen only between languages with similar roots, as often happens between European languages, but also between other languages, as we see in the film.

The English officer directs a vulgar word towards the Sikh soldier that sounds like the Hindi word fakhar, “pride”. The scene that later follows when the sergeant finally finds out that this was in fact a swear word makes us laugh but those of us who have suffered such incidents well know the anger such contempt provokes.

Kesari surprises us because it gives us a vision of a world we do not know and often we do not consider when we talk about the past. We who were born in British countries know the reputation of the Sikhs and we would not expect to see these warriors in a less than martial way when, on his arrival at the fort, the sergeant finds them around two cocks fighting.

And we never think about how their behaviour is subject to their traditions and religion. We only have to think that in many armed forces and also police forces around the world, including many countries of the former British Empire and the United States, the Sikhs have permission to wear the turban that is an essential part of their traditions and religion. Considering the many Sikhs now in Italy, who were hit last week by the tragedy in Pavia, we wonder if and when this will happen here as well.

One fascinating detail in the film that could seem implausible is the iron ring on the huge turbans that we see in the photo at the top of this article and used as a weapon in the film is not at all an invention by the director. It is called a chakram and is an essential part of the Sikhs’ martial history and used just as shown in the film.

Lessons

And it is in seeing films such as Kesari that we see the world through other eyes and we understand how our vision of the world is conditioned by our Culture and traditions.

We do not realize that the “cultural supremacy” that we see more and more often in international politics, even in Europe and without exception, is only a form of historical arrogance and especially by the former colonial powers that never stepped considering their former colonies as hunting grounds, even by their multinational companies.

In the continual interference in the politics and business of the former colonies we continue to see these populations as the “vanquished” and therefore inferior to the ex-colonizers. And we perceive this very well in a specific case of recent years, Libya, that was the subject of an international intervention that also involved our country and every day we see the effect of this interference when we read about the innumerable people that flee these countries that have shaken the politics of many of the ex-colonizers that never found the right solution for resolving these problems. Problems that were often created, not in the former colonies, but in the chancelleries and the offices of the multinational companies of the industrialized countries.

Furthermore, we are now seeing the growth of radical versions of various religions, including come Christian sects, and we understand that we must deal once more with the separation of politics and religion because political decisions based on religion, as we are now seeing more and more  often also in the United States, create problems that should not exist in modern democracies that seem to have forgotten the sad lessons learnt in the centuries since the American War of Independence and the much crueller and tragic French Revolution.

Films such as Kesari remind us that the cultural and religious arrogance of the “victors” only creates the conditions for new conflicts in the future that would be avoidable if only we remembered that all the world, without exceptions, has the same universal human rights and not only in the advanced countries.

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