Mina e Celentano: il successo senza fine – Mina and Celentano: endless success

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Mina e Celentano: il successo senza fine

In ordine sono primo e seconda nella classifica delle vendite dei dischi italiani in assoluto con oltre 150 milioni di dischi venduti ciascuno

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Un semplice fatto conferma la grandezza e l’importanza di Adriano Celentano e Mina per la musica leggera italiana. In ordine sono primo e seconda nella classifica delle vendite dei dischi italiani in assoluto con oltre 150 milioni di dischi venduti ciascuno. La terza è Patty Pravo con 110 milioni seguita da Umberto Tozzi, Luciano Pavarotti ed I Pooh con circa 100 milioni di vendite. Altri cantanti italiani importanti come Vasco Rossi, Eros Ramazzotti, Zucchero, Renato Zero, Laura Pausini, Ligabue e Gianni Morandi che hanno avuto successi regolarmente, si assestano tra i 40 e 70 milioni di dischi venduti.

Visti i primi anni delle loro carriere che abbiamo trattato nei primi articoli di questa trilogia, era inevitabile che siano apparsi insieme nei programmi televisivi presentati da Mina come Studio Uno e Mille Luci. Infatti, queste apparizioni vengono riproposte durante “Techetechete”, il programma estivo della RAI che ogni anno presenta al pubblico moderno artisti, canzoni e sketch televisivi del passato per dimostrare l’enorme varietà di talento apparsa sulla televisione di Stato nel corso dei quasi settant’anni dalla sua nascita.

In parole povere, in questi decenni Mina e Celentano hanno avuto ruoli fondamentali nello sviluppo della musica italiana come pochi altri. Alcuni cantautori hanno dato voce ai sentimenti e temi sociali durante questi anni, come Lucio Dalla, Francesco Guccini, Ivano Fossati, Giorgio Gaber e in modo molto particolare Fabrizio de André, ma nessuno di loro ha avuto l’impatto con il pubblico così longevo quanto questa coppia d’oro.

Per questo motivo una notizia del 1998 ha avuto un effetto enorme sul pubblico italiano.

Album congiunto

La decisione di incidere un album insieme è stata senza dubbio la notizia più importante della musica leggera italiana di quell’anno. Con l’album “Mina Celentano” la coppia d’oro ha dimostrato d’essere sempre capace non solo di fare passi innovativi, ma di attirare l’attenzione del pubblico italiano in un modo straordinario.

Inoltre, sia in questa collaborazione che nei lavori che ne sono seguiti, hanno anche dimostrato un livello altissimo di autoironia, in modo particolare nel brano che chiuderà questo articolo. Difatti, già la copertina del primo album insieme, che li mostra come papere da cartoni animati, fa capire che l’album sarà molto divertente, a prescindere dal tipo di musica che contiene.

Naturalmente qualsiasi loro lavoro non poteva non riferirsi al loro passato e lo vediamo benissimo sotto nel video ufficiale del single, “Acqua e sale”, tratto dall’album.

Il filmato mostra l’apparizione di Mina censurata dalla RAI nel 1974 che ha portato alla sua decisione di non apparire più in pubblico (con l’eccezione di un’apparizione straordinaria, in ogni senso della parola, nel 1978 a “La Bussola” per un pubblico ristretto che si può vedere su YouTube), una scena del film “Il Bisbetico Domato” di Celentano e un loro duetto buffo, una parodia del grande successo di Mina “Parole, parole, parole” del 1972 con Alberto Lupo, durante una puntata di “Teatro 10” presentata da lei, dove si vede l’affiatamento naturale tra di loro.

Tale è stato il successo di questo album che è stato ripresentato in altre versioni nel corso degli anni che ne sono seguiti. Ovviamente un album di grandissimo successo non poteva che avere un seguito, ma il pubblico italiano ha dovuto aspettare 19 anni per sentirlo e vederne i filmati.

Le migliori

Il titolo del loro secondo album insieme, “Le Migliori”  nel  2017 fa capire che questa opera non sarebbe stata solo un album di inediti, ma contiene anche canzoni del loro passato, sia nella versione originale che nelle due nuove versioni, “Tutte le migliori”, pubblicata  l’anno dopo che ha presentato un secondo cd con brani inediti e classici del loro repertorio.

Nell’album c’è una versione nuova del brano innovativo del 1972 di Celentano, “Prisencolinensinainciusol” e nel filmato ufficiale girato nella celebre Galleria Vittorio Emanuele II di Milano, che si può vedere su YouTube, non vediamo Raffaella Carrà, bensì un ballerino classico molto popolare in Italia, Roberto Bolle.

E nel filmato ufficiale del brano sotto “Amami, amami” chi segue la musica leggera italiana da tanto tempo non può non riconoscere il pezzo suonato dal fisarmonicista che fa parte integrale della canzone “Storia d’amore” di Celentano del 1963.

Ma il filmato è affascinante anche per altri motivi, il primo è il modo nuovo di incorporare il testo nelle immagini, come anche l’appello a un pubblico non solo giovane, ma anche multiculturale. Inoltre, vediamo i cantanti in un modo impensabile all’inizio della loro carriera, sullo schermo di un cellulare.

Con l’uscita dell’album la stampa italiana è stata invasa da immagini dei due cantanti come vediamo nella foto in testa all’articolo, dove non si riconosce subito che le due donne a sinistra sono proprio Adriano Celentano che ovviamente si diverte nel ruolo. E questo deve farci capire un fatto non indifferente di questi due cantanti in quell’anno.

Nel 2017 Mina aveva 77 anni e Celentano 79, ed è davvero incredibile che non solo continuano a comportarsi in quel modo, ma che sono ancora capaci di cantare con la gioia della gioventù come si sente nei brani in questi album.

Omaggio

E questa capacità di divertirsi si sente chiaramente nella canzone e si vede ancora di più nel filmato ufficiale di un brano del primo album.

Il filmato di “Che t’aggia dì” è un cartono animato che fa omaggio a molti aspetti non solo della vita di Adriano Celentano e Mina, ma anche a un aspetto specifico del cinema italiano che è riconosciuto da tutto il mondo.

Il titolo della canzone ci da già un indizio del contenuto che viene confermato dalle immagini iniziali del villaggio dove le papere abitano. Benché Celentano fosse nato a Milano, la sua famiglia era di origine pugliese, cosa che viene rievocata perfettamente dal villaggio e confermata anche dalle parole in dialetto e gli accenti dei due cantanti.

Inoltre, la scena della stanza da letto è, allo stesso tempo, una parodia e un omaggio a una delle scene più famose tra la coppia d’oro del cinema italiano, Sophia Loren e Marcello Mastroianni, nel film “Ieri Oggi Domani” del 1962 del regista Vittorio de Sica che è indubbiamente una delle immagini più importanti dell’Italia del ventesimo secolo.

Come la prima collaborazione, questo album ha avuto più versioni e in tutti questi casi le vendite sono state altissime e già questo poteva far pensare che fosse un epilogo degno dei loro lavori, ma non è stato così.

Primato

In questo periodo il pubblico italiano aspetto l’uscita del nuovo album di Mina “Italian Songbook”  che sarà la prima parte di un’antologia importante. Si aspettano con molto interesse due brani inediti di lei di cantautori classici, ”Tempo piccolo” di  Franco Califano e “Nel cielo dei bars” di Fred Buscaglione.

E non abbiamo dubbio che anche Adriano Celentano è al lavoro per un nuovo album e sarà interessante vedere che sorprese ci farà nel futuro.

E nel parlare di questo nuovo album di Mina dobbiamo ricordarci che lei e Celentano hanno avuto i loro primi grandi successi nel 1960, cioè questo album segna la fine del sesto decennio di successi della cantante.

Una settimana fa in Inghilterra la cantante australiana Kylie Minogue ha stabilito il primato britannico di successi in cinque decenni e Mina sta per entrare nel settimo decennio, come anche Celentano con il prossimo album. Abbiamo pochi dubbi che il primato di questa coppia d’oro sarà difficile, se non impossibile, da battere.

La loro vita meriterebbe molto più di questi tre articoli e ci auguriamo d’aver dato ai nostri lettori internazionali un’idea dell’importanza della loro vita per l’Italia, ma vogliamo finire questa breve sintesi delle vite di Mina e Adriano Celentano con una riflessione.

Quando in Italia parliamo di “Cultura” abbiamo fin troppo spesso il vizio di pensare solo alla cosiddetta “Alta Cultura” e quindi quando trattiamo la musica pensiamo alla lirica e la musica sinfonica, chiamata anche “classica”.

Ma quando vediamo l’impatto di personaggi come Mina e Celentano, e aggiungiamo anche altri come Fabrizio de André, Domenico Modugno e Renato Carosone, per nominarne solo tre, come possiamo fare finta che anche la musica leggera non faccia parte della nostra Cultura?

La risposta è semplice, fa parte del nostro Patrimonio Culturale nazionale e per questo motivo dobbiamo finalmente riconoscere l’importanza della musica leggere nella vita degli italiani, perché senza i cantanti nominati in questa trilogia di articoli la nostra esistenza negli ultimi decenni sarebbe stata molto più povera, in ogni senso.

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Mina and Celentano: endless success

They are, in order, first and second in the charts of Italian all time record sales in absolute terms with more than 150 million records sold by each.

 

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One simple fact confirms the greatness and importance of Adriano Celentano and Mina for Italian light/pop music. They are, in order, first and second in the charts of Italian all time record sales in absolute terms with more than 150 million records sold by each. Third is Patty Pravo with 110 million followed by Umberto Tozzi, Luciano Pavarotti and I Pooh with about 100 million sales. Other major Italian singers such as Vasco Rossi, Eros Ramazotti, Zucchero, Renato Zero, Laura Pausini, Ligabue and Gianni Morandi who have hits regularly have from 40 to 70 million records sold. 

Considering the early years of their careers that we dealt with in the first articles of this trilogy it was inevitable that they appeared together in TV programmes presented by Mina such as “Studio Uno “and “Mille Luci”. Indeed, these appearances are presented regularly every year during “Techetechete”, RAI’s summer TV programme that each year presents to today’s audience artists, songs and TV sketches from the past to show the huge variety of talent that has appeared on the State TV over the nearly seventy years since its creation.

In other words, Mina and Celentano during these decades have played a fundamental role in the development of Italian music like few others. Some cantautori (singer songwriters) such as Lucio Dalla, Francesco Guccini, Ivano Fossati, Giorgio Gaber and in a very particular way Fabrizio de André have given voice to feelings and issues during these years but none of them have had the impact with the public and as long-lived as this golden couple.

For this reason a news item in 1998 had a huge effect on Italy’s public.

Joint Album

The decision to record an album together was without a doubt the major news of Italy’s light/pop music in that year. With the album “Mina Celentano” the golden couple showed that it is always capable of not only taking innovative steps but also of attracting the attention of the Italian public in an extraordinary way.

Furthermore, in both this collaboration and in the works that followed, they also showed a very high level of self-irony, especially in the song that will close this article. In fact, the cover of the first album together that shows them as ducks from a cartoon already makes us understand that the album will be entertaining, regardless of the types of music it would contain.

Of course, any of their work could not fail to refer to their past and we see this very well below in the official video of the single “Acqua e sale” (Water and salt) taken from the album.

The video shows the appearance by Mina censored by RAI in 1973 that led to her decision to no longer appear in public (with the exception of an extraordinary, in every sense of the word, appearance in 1978 at the “La Bussola” night club in front of a limited audience which can be seen on YouTube), a scene from the film “Il Bisbetico Domato” (The Taming of the Scoundrel) with Celentano and their funny duet, a parody of Mina’s big hit with “Parole, parole, parole” (Words, words, words) with Alberto Lupo, during an episode of “Teatro 10” presented by her in which the natural harmony between them can be seen.

Such was the success of this album that it was presented in other versions over the years that followed. Obviously a highly successful album had to have a sequel but the Italian public had to wait 19 years to hear it and to see the videos.

The best ones

The title of their second album together, “Le Migliori” (The best ones), lets us understand that this work would not be an album made up of only unreleased songs but also of songs from their past, in both the original version and the two new versions of the album, “Tutte le migliori” (All the best ones), released a year later that presented a two and four CDs with unreleased tracks and classic songs from their repertoire.

The albums contain a new version of Celentano’s 1972 innovative song “Prisencolinensinainciusol” and in the official video filmed in Milan’s famous Galleria Vittorio Emanuele II Gallery, that can be seen on YouTube, we do not see Raffaella Carrà but Roberto Bolle, a classical ballet dancer who is very popular in Italy.

And in the official video below of the song “Amami, Amami” (Love me, love me) anybody who has followed Italian light/pop music for a long time would not fail to recognize the piece of music played by the accordionist which is an essential part of Celentano’s 1963 hit “Storia d’amore” (Love story).

But the video is also fascinating for other reasons; the first is the way of incorporating the lyrics into the images, as well as the appeal to an audience that is not only very young but also multicultural. In addition, we see the singers only in a way that would have been unthinkable at the start of their careers, on the screen of a mobile phone.

With the release of the album Italy’s Press was invaded by images of the two singers as we see them in the photo at the head of the article where we cannot immediately recognize that the two women at the left is really Adriano Celentano who obviously enjoyed himself in the role. And this must make us understand a not unimportant fact about the two singers in that year.

In 2017 Mina was 77 years old and Celentano 79 and it is truly incredible that not only do they continue to behave that way but that they are still capable of singing with joy of their youth as can be heard in the songs on these albums.

Tribute

And this ability to have fun is clearly heard in a song from the first album and can be seen even more in the official video.

The video of “Che t’aggia dì” (What do I have to tell you) is a cartoon that is a tribute not only to many aspects of Adriano Celentano’s life but also to a specific aspect of Italian cinema that is recognized around the world.

The title of the song already gives us a hint of the content which is confirmed by the initial images of the village where the ducks live. Although Celentano was born in Milan his family came from Puglia and this is perfectly evoked by the village and also confirmed by the words in dialect and the accents of the two singers.

Furthermore, the bedroom scene is, at the same time, a parody and a tribute to one of the most famous scenes of the golden couple of Italian cinema, Sophia Loren and Marcello Mastroianni, in the film “Ieri Oggi Domani” (Yesterday, today and tomorrow, 1962) by director Vittorio de Sica which is undoubtedly one of the most important images of 20th century Italy.

Like the first collaboration, this album has a number of versions and in all these cases the sales were very high and this could already suggest that it was an epilogue worthy of their work but this is not at all the case.

Record

The Italian public is currently waiting for the release of Mina’s new album, “Italian Songbook”, which will be the first part of a major anthology. Two songs previously not sung by her by two classic cantautori”, Tempo piccolo” (Small time) by Franco Califano and “Nel cielo dei bars” (In the sky of the bars) by Fred Buscaglione are awaited with great interest.

And we have no doubt that Adriano Celentano is also at work on a new album and it will be interesting to see what surprises he will bring us in the future.

And in talking about Mina’s new album we must remember that she and Celentano had their first big hits in 1960, in other words, this album marks the end of the singers’ sixth decade of hits.

A week ago in England the Australian singer Kylie Minogue set a British record for hits in five consecutive decades and Mina is about to enter onto her seventh decade, like Celentano with his next album. We have little doubt that this pair’s golden coupe’s record will be difficult, if not impossible, to beat.

Their lives would deserve much more than these three articles and we hope that we have given our international readers an idea of the importance of their lives to Italy but we want to finish this short summary of the lives of Mina and Adriano Celentano with a reflection.

All too often in Italy when we talk about “Culture” we have the bad habit of thinking only of “High Culture” and therefore when we deal with music we think about Opera and symphonic music, also called “classical music”.

But when we see the impact of people such as Mona and Celentano, and we also add others such as Fabrizio de André, Domenico Modugno and Renato Carosone, to mention only three others, how can we pretend that “musica leggera” (pop/rock music) is not a part of our Culture?

The answer is simple, it is part of our nation’s Cultural Heritage and for this reason we must finally recognize the importance of “musica leggera” to the life of Italians because without the singers mentioned in this trilogy of articles our existence in recent decades would have been much poorer, in every way.

La Tigre di Cremona – The Tigress of Cremona

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La Tigre di Cremona

Come il suo grande amico e poi collega di imprese musicali, Adriano Celentano, il soggetto del primo articolo di questa trilogia, la voce di Mina ha accompagnato la vita degli italiani per generazioni

Prima Parte: (Dal Beat al Cinema e la Televisione: Adriano Celentano – From Beat to the Movies and TV: Adriano Celentano)

Nel 1958 al celebre locale “La Bussola” una ragazza di 18 in vacanza a Forte dei Marmi accetta la sfida di alcuni suoi amici di salire sul palco per cantare una canzone. La ragazza, bella e normalmente timida, si diverte così tanto che ripete l’impresa per diverse sere tanto da costringere il proprietario a contenere il suo entusiasmo. In quelle sere d’estate il pubblico del locale ha visto la nascita di una delle vere leggende della musica “leggera” italiana, Anna Maria Mazzini, in arte Mina.  

Al ritorno a Cremona dove viveva la famiglia, Mina si è presentata a un gruppo rock popolare della città chiamato gli “Happy Boys” che ha segnato il vero inizio di una carriera brillante e tempestuosa. Da quel giorno la ragazza nata a Busto Arsizio(VA) il 25 marzo 1940 in una famiglia benestante e che aveva studiato dalle suore, ha iniziato il percorso che nello spazio di pochissimi anni l’ha portata in testa alle classifiche delle vendite dei dischi che non lascerà mai nei decenni da allora.

Come il suo grande amico e poi collega di imprese musicali, Adriano Celentano, il soggetto del primo articolo di questa trilogia, la voce di Mina non solo ha accompagnato la vita degli italiani per generazioni, ma ha interpretato la musica dei più grandi cantautori e parolieri della categoria della Cultura italiana con un nome ingannevole, la musica “leggera”.

Primi successi

Nel 1960 Mina ha avuto il primo grande successo con un brano ancora suonato regolarmente in Italia “Tintarella di luna” che le ha aperto le porte al Festival della Canzone Italiana di San Remo. Purtroppo, quell’apparizione e quella dopo non hanno avuto successo, tanto da farle decidere di non partecipare più alla manifestazione più importante della musica italiana. Ma questo non ha fatto alcun male alla sua carriera perché era già stata notata da altri grandi personaggi della musica italiana.

Fino a quel punto lei era considerata come una dei cantanti chiamati “urlatori” per via del loro stile, però due personaggi avevano capito il potenziale della sua voce straordinaria. Il cantautore Gino Paoli e il grandissimo Giulio Rapetti, il paroliere italiano  più importante con il nome d’arte Mogol, le hanno offerto un loro brano. All’inizio Mina non si sentiva di cantarlo, ma, dopo le insistenze anche della sua casa discografica, lei ha deciso di incidere il suo primo capolavoro, “Il cielo in una stanza”.

Questa canzone è stato il successo più grande di quell’anno in Italia e senza dubbio uno dei pezzi più identificanti di quella che già chiamavano la “Tigre di Cremona”, perché ha messo in risalto aspetti della sua voce inesplorati fino ad allora. Con questo successo il suo futuro era già assicurato, anche se ci sarebbero stati poi episodi che avrebbero potuto metterla a rischio nel futuro.

Altri successi

Da quel punto in poi la carriera di Mina è stata sempre in crescita e la sua popolarità era tale che nel 1962 era una stella di uno dei programmi televisivi più popolari del paese, Studio Uno del leggendario regista televisivo Antonio Falqui. Al suo fianco c’erano molti altri cantanti e complessi popolari e artisti dell’epoca come il Quartetto  Cetra, Don Lurio e la Sorelle Kessler.

Aveva già avuto successo all’estero con concerti e dischi in paesi come la Spagna, la Germania, l’Austria e persino successo in Sud America e Giappone che hanno assicurato la sua immagine in quei paesi.  In quei programmi televisivi non solo ha dimostrato tutto il suo talento canoro, ma ha potuto mettere in mostra altre capacità nel fare divertire il pubblico televisivo accompagnando i grandi attori e comici di quegli anni, come Marcello Mastroianni e Totò.

Purtroppo, benché la sua vita professionale di quegli anni fosse sempre ricca di successi, sia della vendita dischi che televisivi, la vita privata di Mina ha messo a rischio la sua carriera.

“Quarantena” e tragedia

Nel 1962 ha iniziato una storia d’amore con l’attore Corrado Pani. In un paese fortemente cattolico dove la parola “divorzio” era un concetto quasi straniero permesso solo a chi poteva pagare i costi altissimi per far annullare il matrimonio dalla Sacra Rota, questa storia con un uomo sposato ha attirato l’ira dei dirigenti della RAI.

Nell’aprile del 1963 la nascita del loro figlio Massimiliano ha portato alla decisione di metterla in “quarantena” per un anno. Era anche bersagliata da una parte bigotta della stampa, ma il suo pubblico, forse anche un sentore del referendum che sancì la legge sul divorzio in Italia nel 1971, non ha mai smesso di comprare i suoi dischi.

Mina ha continuato a incidere dischi e ad esibirsi per il suo pubblico, sempre con grande successo. Con il tempo la RAI decise di farla rientrare nei suoi studi televisivi e nel 1965 Falqui riporta Mina a Studio Uno come presentatrice, dove è apparsa con i migliori personaggi dello spettacolo italiano, da divi televisivi e del cinema ai cantanti e comici più popolari del paese. Il paradosso è che oggigiorno la cantante dello “scandalo” è ancora vista regolarmente in RAI nei suoi programmi di rievocazione del passato, come “Techetechete”, il brillante programma estivo che prende il materiale dagli archivi RAI.

Anche se nel 1965 ha avuto il colpo durissimo della morte del fratello Alfredo in un incidente stradale, dopo lo chock enorme si rimette al lavoro.

Nel 1968 incide un brano “La voce del silenzio” dei suoi amici Paolo Limiti, Mogol ed Elio Isola. Questo brano è semplicemente stupendo, non solo per la voce unica di Mina, che lo canta come nessun altro, ma anche per via delle parole stupende che dimostrano tutta la bellezza della lingua italiana.

Destino crudele

Negli anni seguenti benché la sua carriera andasse a gonfie vele, la sua vita privata burrascosa ha dovuto subire effetti che potevano distruggere chiunque altro.

Un esaurimento nervoso l’ha costretta a rinunciare a un progetto insieme a Frank Sinatra che aveva espressamente chiesto di lavorare con lei. Nel 1973 suo marito Virgilio Crocco e padre della figlia Benedetta è deceduto negli Stati Uniti, come suo fratello anche lui in un incidente stradale. Malgrado tutti questi episodi, ed altri, Mina non ha mai lasciato il palco e la televisione. Però, anche questa parte della sua vita è destinata a finire.

Nel 1974 Mina ha presentato “Mille luci” con Raffaella Carrà. Il programma ebbe grande successo col pubblico, ma tristemente era destinato ad essere anche l’ultimo grande spettacolo della sua vita.

Chissà se l’avesse saputo prima, ma la sigla finale del programma era “Non gioco più” e alla fine delle trasmissioni suonò come una premonizione della sua decisione non solo di non andare più in televisione, ma anche di rinunciare ai concerti.

Svizzera e i dischi unici

Con la chiusura di questa fase della sua vita Mina si è trasferita in Svizzera da dove, ogni anno, incide un nuovo album ed ogni anno questi dischi hanno successo enorme con il pubblico che non ha mai smesso di amarla.

Questi album hanno anche un aspetto molto particolare. Le loro copertine sono vere opere d’arte curate da esperti di grafica e fotografi come Luciano Tallarini, Gianni Ronco e Mauro Balletti che farà tutto da solo dalla seconde metà degli anni ’80.

E questi album sono un’ulteriore prova che la sua voce non ha mai smesso di stupire come sentiamo nel terzo filmato, “Adesso è facile” del 2012, scritto da Manuel Agnelli.

L’ultimo suo album, e sempre di successo, è “Mina Fossati”, una collaborazione con un altro dei grandi cantautori italiani, Ivano Fossati, del novembre 2019. Di nuovo Mina dimostra che vuole lavorare con i migliori della musica “leggera” italiana.

Ma c’è una collaborazione musicale di Mina che dura oltre vent’anni che ha stabilito primati di vendite in Italia, quella con il suo amico Adriano Celentano, che sarà il tema della terza e ultima parte di questa trilogia di articoli di due dei personaggi più importanti della Cultura italiana moderna.

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The Tigress of Cremona

Like her friend and then colleague in musical endeavours, Adriano Celentano, the subject of the first article of this trilogy, Mina’s voice accompanied the lives of Italians for generations

First part: (Dal Beat al Cinema e la Televisione: Adriano Celentano – From Beat to the Movies and TV: Adriano Celentano)

In 1958 an 18 year old girl on holiday in Forte dei Marmi accepted the challenge by some of her friends to climb onto the stage of the famous “La Bussola” night club to sing a song. The beautiful and normally shy girl enjoyed herself so much that she repeated the deed for a number of evenings, so much so that the owner was forced to contain her enthusiasm.  On those summer nights the club’s audience saw the birth of one of the true legends of Italian music, Anna Maria Mazzini, known as Mina.

On her return to Cremona where her family lived Mina introduced herself to a popular rock group in the city, the “Happy Boys” which was the real start of a brilliant and stormy career. From that day the girl born in Busto Arsizio (VA) on March 25, 1940 to a wealthy family and who had studied with the nuns began a path that in the space of a few years took her to the top of the charts in record sales which she would never leave in the decades since then.

Like her friend and then colleague in musical endeavours, Adriano Celentano, the subject of the first article of this trilogy, Mina’s voice not only accompanied the lives of Italians for generations but she also interpreted the music of the greatest cantautori (singer songwriters) and lyricists of the category of Italian Culture with a misleading name, “musica leggera” (“light”/pop music).

First hits

Mina had her first hit in 1960 with a song that is still played regularly in Italy, “Tintarella di luna”, which opened the doors to the San Remo Festival of Italian Song. Unfortunately, that appearance and the one after were unsuccessful which led to her decision to no longer take part in Italy’s most important music event. But this did no harm to her career because she had already been noticed by other great personalities of Italian music.

Up to that point she had been considered one of the singers called “urlatori” (screamers) due to their style, however two people had understood the potential of her extraordinary voice. The cantautore Gino Paoli and the great lyricist Giulio Rapetti, Italy’s most important lyricist known as Mogol, offered her one of their songs. At first Mina did not feel like singing it but after the insistence also of her record label she decided to record her first masterpiece, “Il cielo in una stanza” (The sky in a room).

The song was that year’s biggest hit in Italy and without a doubt one of the pieces most identified with she who was already being called the “Tigre di Cremona” (Tigress of Cremona) because it highlighted aspects of her voice that had been unexplored until then. With that hit her future was assured but there would then be episodes that could have put her future at risk.

Other hits

From that point on Mina’s career was always on the rise and her popularity was such that she was a star of one of the country’s most popular TV programmes, Studio Uno by the legendary television director Antonio Falqui. Beside her were many other popular singers, groups and artists of the times such as the Quartetto  Cetra, Don Lurio and the Kessler Twins.

She had already had hits overseas with concerts and records in countries such as Spain, Germany, Austria and even hits in South America and Japan which ensured her image overseas. But in these television programmes she not only showed all her talent in singing, she could also put on show other skills to entertain the television audience by accompanying great actors and comedians of the time such as Marcello Mastroianni and Totò.

Unfortunately, although her professional life in those years was full of success both with records and on television, Mina’s private life put her career at risk.

“Quarantine” and tragedy

In 1962 she began an affair with actor Corrado Pani. In a strongly Catholic country where the word “divorce” was almost a foreign concept allowed only to those who could afford the very high costs of annulling the marriage by the church’s Sacra Rota, this story with a married man attracted the ire of RAI’s executives.

In April 1963 the birth of their son Massimiliano led to the decision to put her into “quarantine” for a year. She was also targeted by a bigoted part of the Press but her public, possibly a hint of the referendum that would sanction divorce in Italy in 1971, never stopped buying her records.

Mina continued to record songs and to perform in public, always with great success. Over time RAI decided to let her return to its television studios and in 1965 Falqui brought her back to Studio Uno as a presenter where she appeared with the best personalities of Italian show business, from TV and movie stars to the country’s most popular singers and comedians. Today the paradox is that the singer of the “scandal” is still seen regularly on RAI in its programmes that recall the past such as “Techetechete”, the brilliant summer programme that takes its material from RAI’s archives.

She also had another bad body blow in 1965 with the death of her brother Alfredo in a road accident but after the huge shock she went back to work.

In 1968 she recorded the song “La voce del silenzio” (The voice of silence) by her friends Paolo Limiti, Mogol and Elio Isola. The song is simply stunning, not only due to Mina’s unique voice, which she sings like no other, but also because of the wonderful lyrics that show all the beauty of the Italian language.

Cruel Fate

Although her career was booming in the following years her stormy private life continued to have effects that could have destroyed other people.

A nervous breakdown forced her to pull out of a project with Frank Sinatra who expressly wanted to work with her. And in 1973 her husband Virgilio Crocco and father of her daughter Benedetta died in the United States, in a car accident like her brother.

Despite these episodes, and others, Mina never left the stage and television. However, this part of her life was also destined to end.

In 1974 Mina presented the TV programme “Mille luci” with Raffaella Carrà. The programme was very successful with the public but sadly it was also destined to be the last great show of her life.

Who knows if she knew beforehand but the programme’s closing song was “Non gioco più” (I’m not playing anymore) and at the end of the show a premonition of her decision not only to no longer go on television but also to give up concerts.

Switzerland and unique records

With the end of this stage of her life Mina moved to Switzerland where every year she has recorded a new album and every year these records have been huge hits with the public that never stopped loving her.

These albums also had a very particular aspect. The covers are also true works of art looked after by experts of graphics and photography such as Luciano Tallarini, Gianni Ronco and Mauro Balletti who would do it all on his own from the mid ‘80s.

And these albums are further proof that her voice never ceased to amaze as we hear in the third video, “Adesso è facile” (Now it’s easy, 2012) by Manuel Agnelli.

Her latest album, and a hit as always, was “Mina Fossati”, a collaboration with another of Italy’s great cantautori, Ivano Fossati, released in November 2019. Once again Mina proved that she wants to work with the best of Italy’s “musica leggera”.

But there is a musical collaboration by Mina that has lasted for more than twenty years which posted record sales in Italy, the one with her friend Adriano Celentano which will be the theme of the third and last part of this trilogy of articles on two of the most important people of modern Italian Culture.

Dal Beat al Cinema e la Televisione: Adriano Celentano – From Beat to the Movies and TV: Adriano Celentano

di emigrazione e di matrimoni

Dal Beat al Cinema e la Televisione: Adriano Celentano

Mina e Adriano Celentano sono due nomi che moltissimi italiani all’estero conoscono, ma, pur conoscendo qualche loro brano, non si rendono conto della grandezza ed enorme successo che hanno avuto

In quella categoria della Cultura italiana chiamata musica “leggera” ci sono due artisti davvero grandi che, a volte da soli e altre volte insieme, hanno lasciato uno stampo indelebile sull’Italia e non solo perché, ininterrottamente dagli anni ’50 a oggi, hanno avuto successi enormi, sia di critica che di vendite di dischi.

Entrambi hanno avuto il primo successo in classifica nel 1960, Adriano Celentano a 22 anni e Mina a 20, e la loro musica ha formato la colonna sonora della vita non solo dei loro coetanei, ma anche dei loro figli e i loro nipoti.

Mina e Adriano Celentano sono due nomi che moltissimi italiani all’estero conoscono, ma, pur conoscendo qualche loro brano, non si rendono conto della grandezza ed enorme successo che hanno avuto, come anche le controversie, alcune artistiche ed altre di vita personale, che hanno segnato tappe importanti delle loro vite.

Allora vogliamo fornire un brevissimo riassunto della loro vita e carriera in tre articoli, questo dedicato a un futuro orologiaio diventato prima rock star e poi divo cinematografico e televisivo e l’altra con una voce e stile nel cantare che possono essere descritti solo come unici e bellissimi. Il terzo articolo tratterà i loro progetti insieme.

Milano

Per capire l’impatto della musica di Adriano Celentano basta vedere il filmato sotto di uno dei suoi brani più famosi, “Il Ragazzo della via Gluck”. Il pubblico deve sentire solo le prime note per mettersi a cantare spontaneamente. Il filmato fu girato a Berlino durante la sua tournée europea del 1994 in un paese con una fortissima comunità italiana. Quel che colpisce del pubblico è che è composta anche da giovani che non erano ancora nati quando il brano è uscito nel 1966, e , visto che cantavano perfettamente, erano ovviamente di origine italiana.

Il filmato fa vedere anche un altro aspetto della vita di Celentano, quelle frasi alla fine, che saranno trattate sotto, riassumono una vita durante la quale non si è mai tirato indietro dalle cause in cui credeva, partendo dalla protesta all’urbanizzazione che è il tema della canzone.

Il brano descrive la vita di Celentano stesso perché lui era il ragazzo nato in via Gluck di Milano che vide il suo quartiere di periferia trasformato con il catrame ed il cemento. Doveva fare l’orologiaio ma la scoperta della musica beat americana lo ha trasformato in uno dei personaggi più importanti della Cultura italiana moderna.

Partendo da “24.000 baci” del 1960 ha avuto canzoni ai vertici delle classifiche italiane in quasi ogni anno da allora. Ma sarebbe sbagliato pensare a lui con l’etichetta del cantante “beat” o “pop” che imitava gli americani come hanno fatti altri.

Come Carosone, ha utilizzato la base americana per dare un’impronta italiana alla musica, entrambi aprendo la strade per i cantautori che sono seguiti a poter prendere ispirazione dalle fonti più varie, dalle canzoni del francese Georges Brassens per Fabrizio de André alla musica araba con Franco Battiato.

E non ha limitato la sua musica alle solite “canzonette” ma ne ha utilizzate molte per trasmettere messaggi cari al suo cuore.

Cause ed innovazione

Ovviamente una di queste è il brano del filmato, ma non si limita solo a questo. “Il mondo in mi settima” (1967) e “L’albero di trenta piani” (1972) hanno continuato il messaggio ecologico, come “Chi non lavora non fa l’amore”, che creò scandalo al Festival di San Remo del 1970 per i riferimenti agli scioperi che colpivano l’Italia all’epoca.

Celentano non solo alternava temi sociali con canzoni d’amore come “Soli” (1980), ma anche brani divertenti ed ironici come “Il Tangaccio” (1963).

E il pubblico ha imparato presto che, nel corso degli anni, la sua musica cambiava continuamente. Ogni album era diverso per stile e per contenuti, a volta per rendere omaggio ai cantanti che lo avevano ispirato, come “I miei Americani” del 1984, o semplicemente per divertirsi con “Deus” del 1981.

E in questa ricerca di cose diverse si è deciso ad inventare una propria lingua per alcune canzoni che all’orecchio inesperto poteva sembrare l’inglese, ma non lo era affatto. In questo modo ha creato quel che persino gli esperti musicali americani hanno riconosciuto come il primo brano rap della Storia, “Prisencolinensinainciusol” del 1972, ben dieci anni prima dei primi cantanti rap negli Stati Uniti, che vediamo sotto, accompagnato da Raffaella Carrà che balla insieme a lui.

Ma la vita di Celentano non è soltanto la musica, era attratto da un altro genere culturale importante.

Non solo musica

Pur non sapendo chi fosse, il pubblico internazionale del cinema ha conosciuto Adriano Celentano ne “La Dolce Vita” di Fellini. È lui che canta “Ready Teddy” all’inizio del film in una scena che Fellini ha creato apposta per lui. Però, il suo carattere, come descritto nella canzone ironica “L’Attore” (1968) non gli consentiva di fare solo la comparsa come nei primi film degli anni ‘60.

Così, partendo con “Uno Strano Tipo” del 1963, nel quale in effetti interpreta se stesso, ha avuto una carriera cinematografica dove ha fatto l’attore, scritto colonne sonore e ha fatto persino il regista. Ha vinto premi importanti come migliore attore per “Serafino (1968), “Bluff” (1976) e “Mani di velluto” (1979) e “Yuppi du” (1975), scritto, interpretato e diretto da lui, con nomination per la Palma d’Oro al Festival del Cinema di Cannes del 1975.

Nel suo penultimo film “Joan Lui” del 1985, scritto, interpretato e diretto da lui, Celentano in effetti interpreta Gesù Cristo tornato nel mondo come cantante rock. Anche se l’idea era più che lecita, Celentano ha mostrato tutta la sua volontà di trasmettere messaggi che lui considera importanti come anche la sua tendenza a strafare con le sue idee.

Il film ha avuto una buon successo ma non ai livelli che lui avrebbe voluto. Alcune scene sono fatte davvero bene e queste non fanno altro che fare rimpiangere la mancanza di un regista forte, capace di limitare le esagerazioni di altre scene.

I suoi film, come la sua musica hanno avuto grande successo anno dopo anno per decenni, però, come per la sua musica, lui non ha potuto resistere ad altre tentazioni.

TV e controversie

Negli anni che sono seguiti ha trovato un altro palco per presentare le sue idee e, come molte sue canzoni e film come “Joan Lui”, non ha potuto resistere alle “prediche” che hanno portato ai commenti alla fine del primo filmato sopra.

Celentano non era un novellino in televisione. Già dall’inizio della carriera è stato ospite regolare dei programmi di varietà più popolari. Basta guadare il brillante programma estivo della Rai, “Techetechete” per vedere le sue apparizioni da solista, oppure con altri cantanti, soubrette, ecc, per capire che lui era, ed è ancora, un vero “showman”, utilizzando l’aggettivo inglese.

Però, con i suoi programmi “Rockpolitic” del 2005 e “Rock Economy” del 2012, dove i nomi già fanno capire che lui è il centro dell’attenzione, Celentano ha utilizzato il piccolo schermo per esprimere i suoi pensieri su molti temi d’attualità, compresa la politica italiana. Alla fine del primo filmato Celentano utilizza le parole e frasi “Predicatore”, “Uomo di regime”, “di destra”, “o di sinistra”, che sono state tutte utilizzate per descriverlo in questa sua tendenza.

Infatti, questo modo di presentare e fare commenti su temi ha portato a un neologismo, il “celentanese” che è persino entrato nel vocabolario della lingua italiana della Treccani descritto proprio come “il linguaggio tipico di Adriano Celentano”

Questo fatto da solo dimostra l’impatto profondo di Adriano Celentano sulla Cultura italiana e non solo in campo di musica solo apparentemente “leggera”.

Patrimonio

E l’ultimo filmato, la bella canzone “L’emozione non ha voce” del 2012, dimostra come anche a una certa età è capace di emozionare il suo pubblico.

Qualche lettore avrà notato che non ho nominato molte canzoni o film di Celentano. Difatti, questa scelta è intenzionale perché lo scopo dell’articolo non era di fare elenchi lunghissimi di titoli, sarebbe controproducente.

Adriano Celentano non è mai stato semplicemente un cantante o attore. Purtroppo, a parte il pubblico europeo, lui è poco conosciuto oltreoceano, ma non tanto per via della lingua.

Sin dall’inizio della carriera ha sentito la chiamata delle sirene americane, ma la sua paura di volare ha fatto sì che rimanesse in Italia ed Europa. Però, il primo filmato dimostra chiaramente che in concerto è davvero una forza della natura e senza dubbio se avesse fatto il viaggio oltre l’Atlantico sarebbe diventato uno dei cantanti più popolari del mondo.

Il lettore all’estero che vuole ascoltare le sue canzoni deve solo rivolgersi a YouTube per scoprire il tesoro musicale che Celentano ha lasciato come patrimonio culturale, non solo per lui ma anche del paese. Ne vale davvero la pena.

Nel prossimo articolo parleremo di Mina e la sua carriera altrettanto spettacolare e controversa per finire con un articolo delle avventure musicali dei due artisti insieme che continuano a dare il loro contributo fondamentale alla Cultura italiana.

di emigrazione e di matrimoni

From Beat to the Movies and TV: Adriano Celentano

Mina and Adriano Celentano are two names that many Italians overseas know but, even though they recognize some of the songs, they do not realize the breadth and huge success they had had

In that category of Italian Culture called “musica leggera” (light or “pop” music) there are two truly great artists who, sometimes alone and other times together, have left an indelible stamp on Italy and not only because continuously they have had huge success from the ‘50s to the present day, both critically and in record sales.

Both had their first hit on the charts in 1960, Adriano Celentano at 22 and Mina at 18 and their music has provided the sound track not only the lives of their peers’ but also those of their children and grandchildren.

Mina and Adriano Celentano are two names that many Italians overseas know but, even though they recognize some of the songs, they do not realize the breadth and huge success they had had, and also the controversies, some artistic and others in private lives, that marked major stages of their lives.

So we want to give readers a brief summary of their lives and careers in three articles, this one dedicated to a budding watchmaker who first became a rock star and then a film and TV star and the second with a voice and singing style that can only be described as unique and beautiful. The third article will deal with the projects together.

Milan

To understand the impact of Celentano’s music we only have to watch the video below of one of his most famous tracks, “Il Ragazzo della via Gluck” (The boy from via Gluck). The audience only has to hear the first notes to start singing spontaneously. The video was filmed in Berlin during his European tour in 1994, in a country with a large Italain community. What is striking about the audience is that it is also composed of young people who had not yet been born when the song came out in 1966 and, since they sing it perfectly, they were obviously of Italian origin. 

The video also lets us see another aspect of Celentano’s life, that of the phrases at the end which will be dealt with below, that summarize a life during which he never pulled back from causes he believed in, starting from protesting urbanization that is the theme of the song.

The song describes Celentano’s life because he was the boy born in Milan’s via Gluck who saw his outlying suburb transformed with tar and cement. He was to become a watchmaker but the discovery of American beat music transformed him into one of the major figures of modern Italian Culture.

Starting from “24,000 baci” (24,000 kisses) in 1960 he has had songs at the top of the Italian charts almost every year since then. But it would be wrong to think of him only with the label of a “beat” or “pop” singer who copied the Americans as others did.

Like Carosone he took an American base to give the category an Italian imprint to the music and both paved the way for the cantautori who went on to be able to take inspiration from the most varied sources, from the French singer Georges Brassens for Fabrizio de André to Arabic music with Franco Battiato.

And he did not limit his songs to the usual “ditties” but wanted to use many of them to convey messages that are close to his heart.

Causes and Innovation

Obviously one of them was the song in the video but it was not limited only to this song. “Il Mondo in mi settima” (The world of Seventh E, 1967) and “L’albero di trenta piani” (The thirty story tree, 1973) continued the ecological message, as wel as “Chi non lavora non fa l’Amore” (Who doesn’t work doesn’t make love) which caused scandal at the 1970 San Remo Song Festival with the references to the strikes that were affecting Italy at the time.

Celentano did not only alternate social issues with love songs such as “Soli” (Alone, 1980) but he also had funny and ironic songs such as “Il Tangaccio” (1963).

And the public soon learnt that his music changed continually over the years. Every album was different in style and contents, sometimes paying homage to singers who inspired him, such as “I miei Americani “(My Americans, 1984) or simply for fun with “Deus” in 1980.

And in this quest to do different things he decided to invent his own language for some songs that could have seemed like English to the inexperienced ear but it was not at all. In this way he created what even American experts have recognized as the first rap song in history with the 1972 “Prisencolinensinainciusol”, a good ten years before the first rap singers in the United States, that we see in the clip below accompanied by Raffaella Carrà who is dancing with him.

But Celentano’s life was not just music, he was attracted to another major genre of Culture.

Not just music

While not knowing who he was the international movie audience got to know Adriano Celentano in Fellini’s “La Dolce Vita”. It is he who sings “Ready Teddy” at the start of the film in a scene that Fellini created specifically for him. However, his character, as he described in the 1968 ironic song “L’Attore” (The Actor, 1968) did not let him only make appearances as he did in his first films in the ‘60s.

And so, starting from “Uno Strano Tipo” (The Strange Type, 1963) in which he effectively plays himself, he had a film career in which he was an actor, wrote scores and scripts, and even directed. He won major awards as best actor for “Serafino” (1968), “Bluff” (1976) and “Mani di velluto” (Velvet Hands, 1979) and “Yuppi du”, written, acted and directed by him, was nominated for the Palme d’Or at the 1975 Cannes Film Festival.

In his penultimate film, “Joan Lui” (1985), written, acted and directed by him, Celentano in effect plays Jesus Christ come back to Earth as a rock star. Although the idea was more than valid, Celentano showed all his desire to pass on messages that he considers important and also his tendency to overdo his ideas.

The film had a measure of success but not to the levels he would have wanted with the concept. Some scenes were truly well done but these only make us regret the lack of a strong director who could have limited the exaggerations of other scenes.

His films, like his music, had great success year after year for decades but, like his music, he could not resist other temptations.

TV and controversies

In the years that followed he found another stage to present his ideas and, like his songs and films like “Joan Lui”, he could not resist the “preaching” that led to the comments at the end of the first video above.

Celentano was not new to TV. At the start of his career he had already been a regular guest of the most popular variety programmes. We only have to watch RAI’s brilliant summer programme “Techetechte” to see his appearances, on his own or with other singers, soubrettes etc., to understand that he was, and still is, a true showman.

However, with his 2005 programme “Rockpolitic” and “Rock Economy” in 2012 where the names already make it clear that he is the centre of attention, Celentano used the medium to express his thoughts on many current issues, including Italain politics. At the end of the first video Celentano uses the words and phrases “Predicatore” (Preacher), “Uomo di regime” (Man of the regime), “di destra” (of the right), “o di sinistra” (or the left), which were all used to describe him and his tendency.

Indeed, this way of presenting and making comments on issues led to the neologism, “celentanese”, which has even entered into the Vocabulary of the Italian Language of the prestigious Treccani Encyclopaedia and defined as “the typical language of Adriano Celentano”.

This fact alone shows Adriano Celentano’s profound impact on Italian Culture and not only on music that is only apparently “light”.

Patrimony

The final video, the beautiful 2012 song “L’emozione non ha voce” (Emotion does not have a voice) shows how, even at a certain age, he is capable of moving his audience.

Some readers would have noticed that I have not mentioned many of Celentano’s songs or films. In fact, this choice was deliberate because the intention of the article was not to make very long lists of titles, this would be counterproductive.

Adriano Celentano has never been only a singer or an actor. Unfortunately, apart from the European public, he is little known in other continents but not so much because of the language.

From the start of his career he heard the call of the sirens in America but his fear of flying ensured he would stay in Italy and Europe. But the first video clearly shows that in concert he is truly a force of nature and, without a doubt, if he had travelled across the Atlantic he would have become one of the world’s most popular singers.

Readers overseas who want to listen to his songs only have to go to YouTube to discover the musical treasure trove that Celentano has left as a Cultural Heritage, not only his own but also of the country. It is truly worth the effort.

In the next article we will talk about Mina and her career that was just as spectacular and controversial and we will finish with an article about their musical adventures together that continue their fundamental contribution to Italian Culture.

Il Luogo della Cultura: La Scuola – The Place of Culture: School

di emigrazione e di matrimoni

Il Luogo della Cultura: La Scuola

Senza alcun dubbio il luogo che fornisce le basi per apprezzare la Cultura è la scuola.

Quando parliamo degli italiani all’estero, e in modo particolare dei figli e i discendenti dei nostri parenti e amici all’estero, dobbiamo tenere ben in mente un aspetto della loro vita che è determinante se vogliamo davvero non solo promuovere la nostra Cultura all’estero, ma anche e soprattutto per fare capire ai giovani di discendenza italiana la vera grandezza del loro patrimonio culturale e famigliare.

Questo tratta non solo gli aspetti linguistici senza i quali non potrebbero capire fino in fondo questo patrimonio, ma anche altri aspetti che sono sempre stati ignorati, in entrambi i sensi della parola, nel programmare la promozione della nostra lingua e Cultura all’estero.

Allora diamo un’occhiata a questa aspetto fondamentale della vita per renderci conto che per realizzare veramente le belle parole che sono state scritte e dette da politici e addetti ai lavori in Italia riguardo gli italiani all’estero, bisogna prima capire le scuole dei paesi di residenza degli emigrati italiani.

Lingua

Senza alcun dubbio il luogo che fornisce le basi per apprezzare la Cultura è la scuola. Nel corso della vita scolastica, in questo articolo tralasciamo il percorso universitario, dobbiamo avere ben in mente che, per quel che riguarda la Cultura italiana, all’estero mancano quasi totalmente riferimenti all’Italia, tranne in circostanze specifiche.

È fin troppo ovvio che il primo fattore che dobbiamo sempre ricordare è che nella quasi totalità delle scuole all’estero si parla sono nelle lingue locali. E dobbiamo anche capire che in alcuni paesi esistono più lingue, come il Belgio con due lingue, allora la priorità è di insegnare queste lingue prima di altre. Nel caso specifico della Svizzera che ha quattro lingue ufficiali, abbiamo la fortuna che una di queste sia proprio l’italiano, ma non viene trattato nello stesso modo in tutti i cantoni e non ha certamente la diffusione nel paese del francese e il tedesco.

Questo fattore mette in difficoltà gli sforzi per poter insegnare la nostra lingua all’estero. Perciò, quando parliamo di insegnare l’italiano all’estero gli sforzi devono essere indirizzati per fare entrare l’italiano come una delle scelte per la seconda lingua nelle scuole di tutte le categorie.

Per questo dobbiamo avere i consigli e avvalerci delle esperienze di insegnanti e autorità dei luoghi, per sapere come poterlo fare nel miglior modo possibile in ciascun paese. Ma non possiamo farlo senza la partecipazione attiva, massiccia, e soprattutto fisica, di questi esperti a manifestazioni come gli Stati Generali della lingua Italiana.

Solo così potremo formulare progetti davvero fattibili per poter inserire la nostra lingua nei curriculum scolastici in giro per il mondo.

Il materiale

Inoltre, le nostre autorità in Italia devono capire che il materiale didattico fornito agli insegnati e gli studenti deve essere adatto alle esigenze di questi studenti e non essere semplicemente libri italiani di un certo livello.

Il materiale non solo deve tenere vivo l’interesse degli studenti, ma deve anche essere in grado di superare i loro naturali timori verso una lingua che quasi sempre è molto diversa di quella che parlano ogni giorno.

Allora i libri non solo devono essere idonei alla loro età, ma anche capaci di tenere la loro attenzione, ma, e meglio ancora, capaci di istillare in loro l’inizio di una passione vera per il loro patrimonio culturale famigliare personale che li spingerebbe a continuare a voler saperne sempre di più del paese dei loro genitori, nonni e bisnonni.

Per questo motivo la mancanza dell’editoria italiana a manifestazioni come gli Stati Generali è un vero mistero perché è proprio il ramo della nostra industria che ha bisogno di vendite all’estero per superare un periodo di crisi.

E ora dobbiamo fare altre osservazioni delle scuole degli altri paesi.

Non solo lingua

Vorrei iniziare questo capitolo con un riferimento personale. Da quando mi sono trasferito in Italia guardo regolarmente il quiz televisivo della RAI, “L’Eredità”. Per chi all’estero non lo conosce, come tutti i quiz si basa sulla conoscenza generale del concorrente, ma la prova finale si basa specificamente sulla conoscenza della lingua italiana per poter legare insieme cinque parole solo apparentemente sconnesse.

In Australia ho fatto quel che in Italia sarebbe il liceo classico, e sin dal mio primo viaggio in Italia quasi 50 anni fa ho cercato di leggere e di sapere il più possibile della Storia e la Cultura italiana, ma nel cercare di rispondere alle domande del quiz e la prova finale, che ogni sera considero una sfida personale, mi rendo sempre più conto delle lacune create dal sistema scolastico del mio paese di nascita verso l’Italia.

Naturalmente la scuola di qualsiasi paese tratta la storia e la Cultura di quel paese. In paesi come l’Australia, ma anche in Sud America e altri continenti, la Storia e certi aspetti della Cultura sono legati alle ex potenze coloniali. Quindi, nel caso australiano i riferimenti sono legati alla Cultura britannica, mentre in altri paesi a quella francese, o spagnola, oppure portoghese, e così via.

In tutti gli anni di scuola in Australia abbiamo letto solo due libri di autori non anglosassoni, entrambi francesi, di Camus e Stendhal in traduzione. Naturalmente, nella Storia abbiamo studiato l’Impero romano, e la partecipazione italiana alle due guerre mondiali e qualche parola del Risorgimento. Tranne questi e qualche riferimento al Rinascimento per via di personaggi come Michelangelo, Leonardo e gli altri grandi artisti, come anche riferimenti a scienziati fondamentali a livello mondiale, come Galileo, Volta e Marconi, abbiamo saputo poco o niente di moltissimi aspetti della Storia e la cultura d’Italia.

Allora, a scuola i figli o discendenti di emigrati italiani non hanno i mezzi di poter conoscere il proprio passato. Per alcuni di loro questi pochi cenni sono abbastanza per voler saperne di più. Per altri la scintilla che ha dato il via al fuoco interno è stato il primo viaggio in Italia e la scoperta di un mondo totalmente diverso dei paesini di origine descritti dai genitori o nonni, che per molti emigrati italiani era l’unica immagine che avevano del loro paese prima di dover partire per farsi una vita nuova all’estero.

Queste sono solo alcune considerazioni che abbiamo l’obbligo di fare se davvero vogliamo formulare un programma serio per la diffusione della nostra lingua all’estero e, come conseguenza, finalmente promuovere nel modo giusto e più efficace la nostra Cultura nel mondo.

Italia

Naturalmente, le basi per fare questo programma sono in Italia. È nell’interesse del paese, non solo per motivi di prestigio nazionale, ma perché abbiamo davvero bisogno degli introiti che verrebbero, aumentando i turisti culturali nel paese che fino ad ora conoscono solo in modo generico Roma, Firenze e Venezia.

Ma per fare questo programma abbiamo bisogno della partecipazione dei nostri parenti e amici all’estero, in modo specifico quelli coinvolti non solo nella scuola, ma in ogni aspetto di Cultura per poterci guidare su come attirare, come il primo passo, i figli e discendenti dei nostri emigrati, per poi sapere attirare i loro amici non italiani per scoprire la gloria vera del Patrimonio Culturale più grande del mondo che, per motivi legati anche al nostro atteggiamento del passato, non è conosciuto e apprezzato al mondo come tale. 

Mentre scrivo queste parole sento nella mia mente le proteste di chi dice che non abbiamo i mezzi economici per poterlo fare e la risposta è semplice.

La Cultura italiana deve essere considerata allo stesso modo di un’industria che ha il potenziale di diventare la nostra industria più importante. E come tutte le industrie la Cultura ha bisogno di investimenti per poter ampliare e ristrutturare per attirare i clienti per i nostri prodotti che abbiamo per tutti i gusti.

Lo facciamo ogni anno con molte industrie, allora perché non lo facciamo per la Cultura?

E per fare questo dobbiamo partire dal luogo vero della Cultura che ci insegna a capire e apprezzare il nostro bene più grande e importante, cioè la scuola. E non dobbiamo farlo solo in Italia, dobbiamo capire di dover iniziare anche con le scuole all’estero dove ci sono i figli e discendenti dei nostri parenti e amici emigrati.

Ed infine dobbiamo anche capire che, come tutti gli investimenti importanti, i risultati non vengono immediatamente e che, con progetti a lungo raggio e termine, tanto meglio prepariamo il terreno e più grandi saranno il frutto e gli effetti di questo programma.

di emigrazione e di matrimoni

The Place of Culture: School

Without any doubt the place that provides the basis for appreciating Culture is the school.

When we talk about Italians overseas, especially the children and descendants of our relatives and friends overseas, we must bear well in mind an aspect of their lives that is crucial if we really want to not only promote our Culture overseas but also and above all to make the young people of Italian origin understand the true greatness of their cultural and family heritage.

This aspect deals not only with linguistic matters, without which they would not be able to fully understand this heritage, but also the other matters that are always ignored or not known when we programme the promotion of our language and Culture overseas.

So let us take a look at this essential aspect of life to make us realize that to truly make the beautiful words that have been written and said by politicians and experts in Italy concerning the Italians overseas come true that we must first understand the schools in the countries of residence of Italian migrants.

Language

Without any doubt the place that provides the basis for appreciating Culture is the school. During life at school, in this article we will not think about university, we must bear well in mind that, as far as Italian Culture is concerned, references to Italy are almost totally missing overseas, except in specific circumstances.

It is all too obvious that the first factor that we must remember is that in nearly all the schools overseas only the local languages are spoken. And we must also understand that in some cases there is more than one language, such as Belgium with two languages, so the priority is to teach these languages before the others. In the specific case of Switzerland where there are four official languages, we are lucky that one of them is Italian but it is not treated in the same way in all the Cantons and is certainly not as widespread as French and German.

This factor causes difficulty for the efforts to teach our language overseas. Therefore, when we speak about teaching Italian overseas these efforts must be directed towards making Italian become one of the choices as a second language in schools of all the categories.

For this reason we must have the advice and use the experience of the teachers and authorities in these places to know how to be able to do this in the best way possible. But we cannot do this without the active, heavy and above all physical participation of experts in events such as the Estates General of the Italian Language.

Only in this way will we be able to set up truly feasible projects in order to include our language in the school curricula around the world.

The material

Furthermore, our authorities in Italy must understand that the educational material supplied to teachers and students must be suitable for the needs of these students and not be simply Italian books of a certain level.

The material must not only keep the attention of the students but must also be able to overcome their natural fear of a language that almost always is very different from what they speak every day.

So the books must not only be suitable for their age but also able to keep their attention and, better still, capable of instilling in them the start of a real passion for their personal cultural and family heritage that would encourage them to continue to want to know more and more about the country of their parents, grandparents and great grandparents.

For this reason the absence of Italian publishers at events such as the Estates General is a real mystery because this is precisely the branch of our industry that needs overseas sales to overcome this period of crisis.

And now we must make other observations about the schools in other countries.

Not only language

I would like to start this section with a personal reference. Since I moved to Italy I have regularly watched RAI TV’s quiz “L’Eredità” (The Heritage). For those readers overseas who do not know it, like all quizzes the show is based on the contestants’ general knowledge but the final challenge is based specifically on knowledge of the Italian language to be able to tie together five words that are only apparently unconnected.

In Australia I went to what in Italy would be the liceo classico (Classical High School) and since my first trip to Italy almost 50 years ago I tried to read and know as much as possible about Italy’s history and Culture but when I try to answer the quiz’s questions, which every evening I consider a personal challenge, I realize more and more the gaps concerning Italy created by the school system of my country of birth.

Of course the schools of any country deal with the history and Culture of that country. In countries such as Australia, and also South America and other continents, the history and certain aspects of the Culture are also of the former colonial powers. Therefore, in the case of Australia the references are to British Culture, while in other countries, it is the French or the Spanish or even the Portuguese and so forth.

In all those years at school we read only two books by non-English language authors, both French, by Camus and Stendhal, in translated versions. Naturally in history we studied the Roman Empire and Italy’s participation in the two world wars and also a few words about the Risorgimento (the unification of Italy). With these exceptions and some references to the Renaissance due to people such as Michelangelo and Leonardo and the other great artists, and also references to scientists who were important internationally such as Galileo, Volta and Marconi, we learnt little or nothing about many aspects of Italy’s history and Culture.

So at school the children or descendants of Italian migrants do not have the means to be able to now their past. For some of them these few hints are enough to want to know more. For others the spark that lit the inner fire was the first trip to Italy and the discovery of a world that was totally different from the small towns of origin described by their parents or grandparents that for many Italian migrants were the only images they had of their country before having to leave to start a new life overseas.

These are only some of the considerations that we are obliged to make if we really want to set up a serious programme for the spread of our language overseas and, as a consequence, to finally promote our Culture around the world in the right way and more effectively

Italy

Of course the foundation for setting up this programme is in Italy. It is in the country’s interests, not only for reasons of national prestige but because we truly need the income that would come by increasing cultural tourism to the country that, up till now, only knows Rome, Florence and Venice in a generic way.

But to set up this programme we need the participation of our relatives and friends overseas and specifically not only those involved in the schools but in every aspect of Culture to be able to guide us to know how to attract, as a first step, the children and descendants of our migrants and then to know how to attract their non-Italian friends to discover the true glory of the world’s greatest Cultural heritage that, for reasons also tied to our attitude in the past, is not known and appreciated around the world as such.

As I write these words I can already hear in my mind the complaints of those who say that we do not have the economic means to able to do so and the reply is simple.

Italy’s Culture must be considered in the same way as an industry that has the potential to become our most important industry. And, like all industries, Culture needs investments to be able to grow and restructure to attract the customers for our products that we have for all tastes.  

We do this every year for many industries, so why don’t we do it for Culture?

And to do this we must start from the true place for Culture that teaches us to understand and appreciate our greatest and most important asset, in other words, the school.  And we must not do this only in Italy, we must understand that we must also start with the schools overseas where there are the children and descendants of our migrant relatives and friends.

And finally we must also understand that, like all major investments, the results do not come immediately and that with long range and long term projects, the better we prepare the ground the greater the fruit and the effects of this programme.

Mamma Rai e la Musica Proibita – Mother RAI and the Forbidden Music

di emigrazione e di matrimoni

Mamma Rai e la Musica Proibita

Sembrerà strano all’estero, però la Cultura italiana, partendo dalla musica leggera, televisione e anche il cinema ha una Storia particolare di censura.

Tutti i lettori sicuramente ricorderanno le scene del film premio Oscar “Nuovo Cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore, nelle quali il parroco costringe il proiettista Alfredo a rimuovere ogni scena ritenuta “offensiva” perché mostrava in alcuni film baci innocenti e con il passare degli anni diventavano sempre più trasgressivi.

Quelle scene hanno fornito la base per una delle più belle scene riguardanti le meraviglie del cinema con l’adulto Totò che, dopo la morte di Alfredo, ha potuto finalmente vedere ciò che non gli era permesso vedere da bambino. Tra queste scene vediamo quella che fu effettivamente la prima scena in topless nei film italiani di Clara Calamai nel film del 1942 “La Cena delle Beffe” di un regista che oggi è quasi dimenticato, Alessandro Blasetti, e poi a loro volta le altre scene scandalose dei decenni che seguirono.

Negli anni la censura non si è limitata ai singoli parroci ma l’emittente televisiva di Stato italiana RAI è stata famosa per la sua Commissione che richiedeva modifiche a copioni o testi, o censura totale di canzoni o scene non solo perché considerate “oscene” ma anche perché affrontavano questioni delicate, o rischiavano di offendere i leader politici, il Papa e in un caso famoso anche il più potente alleato del Paese.

La RAI poteva far questo perché per i primi decenni dopo l’ultima guerra mondiale era l’unica emittente nel paese e a giusto titolo chiamata “Mamma Rai, ma con l’arrivo prima delle stazioni radio private e poi delle stazioni televisive private questa egemonia è diminuita, ma non per questo la RAI non esercita ancora i poteri di limitare il messaggio di cantanti, registi e altri.

Il primo caso che vogliamo citare coinvolge uno dei primissimi cantautori, e uno dei pochi conosciuti a livello mondiale, ma che nessuno oggi avrebbe pensato potesse subire le imposizioni della censura.

L’amico deceduto

Nella sua canzone “Vecchio frack” del 1955 Domenico Modugno fa un omaggio commovente a un suo amico deceduto. Modugno non solo ha descritto l’amico ma la sua presentazione è anche un’opera teatrale. Però la versione uscita non è quella che lui aveva registrato originalmente.

Infatti, come si capisce dal filmato sotto, la versione originale mostra che l’amico si era suicidato, però la RAI non voleva che si capisse ed impose il cambio del testo per nascondere il fatto doppiamente tragico. Questa tabù sarà cancellato poi nel 1967 da Fabrizio de André con la sua straziante “Preghiera di gennaio” dedicato al suo amico Luigi Tenco suicidatosi al Festival di San Remo di quell’anno.

In ogni caso, chissà se Modugno avrebbe subito la stessa sorte se quella canzone fosse uscita solo tre anni dopo con la sua vittoria al Festival di San Remo e il successo davvero mondiale della sua “Nel blu dipinto di blu”(Volare)?

In quegli anni la Rai già faceva capire che certi commenti e battute non erano graditi. “La pansè” e “Tu vuò fa l’americano” di Renato Carosone, e di nuovo Modugno con “Lazzarella” e “Resta Cu’mme” e persino la presentazione della canzone “Tua” di Jula de Palma al Festival di San Remo del 1960 furono soggetti a censura per non “offfendere” il pubblico.

Gli anni ‘60

Con gli anni ’60 sono arrivati poi anche i cantanti più impegnati socialmente e quindi i temi “delicati” sono diventati una valanga perché erano anche il preludio delle contestazioni del ’68.

Probabilmente il cantautore più colpito è stato il grandissimo Fabrizio de André, perché per lui nessun tema sociale era considerato intoccabile. Parlava di prostitute, droga, giustizia, potere, guerra e così via. Allora non pochi suoi brani ora leggendari come “Via del Campo,” “Bocca di Rosa”, “Il Giudice” e molti altri attrassero l’attenzione non tenera della Censura.

Molti altri cantautori e gruppi furono colpiti dai diktat della censura della RAI, Tony Santagata, Giorgio Gaber, Francesco Guccini e i Nomadi per “Dio è morto”, frase che era stata pronunciata da Nietzsche oltre un secolo prima, Celentano e così via. Ma un caso di censura ebbe l’effetto opposto di quel che la Rai sperava. Tutto per non offendere gli Stati Uniti.

Nella sua “C’era un ragazzo come me che amava i Beatles e i Rolling Stones” Gianni Morandi racconta la storia di un amico americano chiamato alle armi per morire poi in Vietnam. La canzone era una critica non nascosta della Guerra che già attirava proteste in tutto il mondo. Per evitare di offendere l’alleato più importante la RAI impose modifiche al testo che comprendevano una aggiunta di Morandi che faceva il suono del mitra, che effettivamente era più potente della versione originale. Ascoltiamo ora questa canzone.

I decenni recenti

Le contestazioni del ’68 non sono sparite con la fine del decennio. I temi trattati dalle proteste portarono a grandi cambiamenti nella società italiana che sentiamo ancora oggi.

Quindi la musica leggera degli anni ’70, ’80 e oltre rifletteva i dibattiti, le controversie e i punti di vista dei cantanti e i parolieri. Allora canzoni di Claudio Baglioni, Antonello Venditti, Edoardo Bennato, Sergio Endrigo, Luca Carboni, Gino Paoli, Lucio Battisti, Francesco Magni, Elio e le Storie Tese; Marco Masini, Lucio Dalla, Ron, Enrico Ruggeri ed i Pooh, per nominarne alcuni, sono state modificate oppure bandite del tutto.

Ma probabilmente il caso più ridicolo di questa censura non è stato nel testo della canzone, bensì nel talento della davvero grande Mina che, tristemente, non ha mai avuto il riconoscimento internazionale pari al suo talento straordinario.

Nel 1978 Mina presentò il brano “Ancora, ancora” durante il programma “Mille e una luce” dove il problema non era affatto il testo della canzone, ma, come era capitato a Jula de Palma al Festival di San Remo del 1960 già citato, la sua presentazione era considerata troppo “lasciva” al punto, come vedremo nel filmato sotto, che il regista cercò di “smorzare” il tono con effetti speciali, ma senza successo.

Oggigiorno una presentazione del genere sarebbe considerata moderata, soprattutto considerando cantanti come Madonna, Sabrina Salerno, Loredana Bertè ed altri; però la reazione della “Tigre di Cremona” non si fece attendere.

Mina prese male la decisione del regista e si ritirò nella sua villa in Svizzera. Malgrado tutti i singoli e gli album di grandissimo successo nei decenni a venire da quella sera, Mina non si è più esibita in pubblico.

Certamente la reazione di Mina ha aiutato a mettere un velo di mistero sulla sua carriera e indubbiamente non ha nuociuto alle vendite dei suoi dischi, però, quella sera ha dimostrato che censure del genere non sono che un’eredità del passato che faremmo bene a dimenticare, perché molti programmi televisivi hanno superato abbondantemente i limiti che una volta la RAI ha rispettato con uno zelo esagerato.

Sfumature

In ogni caso, di tanto in tanto si sentono lamentele riguardo la censura della RAI. A volte si tratta di qualche vicenda di canzoni, ma, visto il clima politico del paese molto più spesso i problemi nascono non tanto da canzoni, ma da comici e presentatori che hanno offeso le sensibilità di capi politici che decidono la sorte della Rai, e quindi mettono a rischio un’azienda statale che in molti modi ha deciso lo svolgimento della Cultura in Italia.

Nel presentare questa breve Storia della censura RAI, una Storia che potrebbe riempire un libro, vorremmo far capire ai nostri lettori che l’Italia è un paese che molto spesso non è quel che appare all’osservatore all’estero.

La Musica, il cinema e anche l’Arte in generale, come tutte le Signorie del Rinascimento hanno capito perfettamente, non sono sempre solo un mezzo per il semplice intrattenimento ma anche un mezzo efficacissimo per trasmettere messaggi che il potente di turno  vorrebbe o non vorrebbe sentire.

Allora incoraggiamo i nostri lettori ad ascoltare bene le parole delle canzoni italiane che sentono alla televisione, radio o al cinema perché non raramente quel che dicono è un messaggio importante.

E anche questo è un motivo per molti per imparare la lingua italiana perché nel non capire bene la nostra lingua perdiamo le moltissime sfumature dei nostri artisti, di ogni genere, e non solo i cantautori.

 

di emigrazione e di matrimoni

Mother RAI and the Forbidden Music

It will seem strange overseas but Italian Culture, starting with pop music, television and even the movies has had a particular history of censorship.

Many readers will certainly remember the scene in Giuseppe Tornatore’s Oscar winning film “Cinema Paradiso” in which the parish priest forced Alfredo the projectionist to remove every scene he considered “offensive” because it showed at least innocent kisses and which, over the years, became more and more provocative.

Those scenes provided the basis for one of the most beautiful scenes concerning the wonders of the Cinema with the adult Toto who, after Alfredo’s death, could finally see what he was not allowed to see as a child. Amongst these scenes we see what was effectively the first topless scene in Italian movies by Clara Calamai in the 1942 film “La Cena delle Beffe” (“The Jester’s Supper” in the USA) by a director who is almost forgotten today, Alessandro Blasetti, and then in turn the other scandalous scenes of the decades that followed.

Over the years the censorship was not limited to individual parish priests but Italy’s State broadcaster RAI was famous for its Commission that demanded changes to scripts or lyrics, or total censorship of songs or scenes not only because they were considered “obscene” but also because they dealt with delicate issues, or risked offending political leaders, the Pope and in one famous case even the country’s most powerful ally.

RAI could do this because during the first decades after the last world war it was the country’s only broadcaster and righty called “Mamma RAI” (Mother RAI) but with the arrival of the first private radio stations and then television stations this hegemony decreased but this did not mean that RAI did not continue to exercise its power to limit the message of singers, directors and others.

The first case we want to mention involves one of the first cantautori (singer songwriters) and also one of the few known internationally but who nobody today would think could have suffered the “instructions” of the censorship.

The deceased friend

In his 1955 song “Vecchio Frack” (Old Tuxedo) Domenico Modugno makes a moving tribute to a deceased friend. Modugno not only described the friend but his presentation is a piece of theatre. Yet the version that was released was not what he had recorded originally.

In fact, as we can understand from the video below, the original version showed that the friend had committed suicide but RAI did not want this to be understood and imposed the changes to the lyrics to hide the doubly tragic fact. This taboo would be removed in 1967 by Fabrizio de André with his poignant “Preghiera di gennaio” (January ‘s Song) dedicated to his friend Luigi Tenco who had committed suicide at that year’s San Remo Song Festival

In any case, who knows if Modugno would have suffered the same fate if this song had been released only 3 years later after his win at the San Remo Song Festival with “Nel blu dipinto di blu” (Volare) and its truly worldwide success?

In those years RAI had already made it clear that certain comments and jokes were not welcome. “La pansè” and “Tu vuò fa l’americano” by Renato Carosone and Modugno again with “Lazzarella” and “Resta’Cu’mme” and even the presentation of the song “Tua” (Yours) by Jula de Palma at the 1960 San Remo Song Festival were the subject of censorship so as not to “offend” the public.

The ‘60s

And then with the ‘60s also came the more socially committed singers and therefore the “delicate” issues became an avalanche because they were also the prelude to the ’68 protests.

Probably the cantautore who was most hit was the great Fabrizio de André because for him no social issue was untouchable. He sang about prostitutes, drugs, justice, power, war and so forth. So not a few of his now legendary songs such as “Via del Campo,” “Bocca di Rosa”, “Il Giudice” and many others drew the rigorous attention of the censorship.

Many other cantautori and groups were hit by the dictates of RAI’s censorship, Tony Santagata, Giorgio Gaber, Francesco Guccini with the group I Nomadi for “Dio è morto” (God is dead) which forgot that the phrase was used by Nietzsche more than a century before, Adriano Celentano and so on. But one case of censorship had the opposite effect to what RAI hoped and all in order to avoid offending the United States.

In his song “C’era un ragazzo come me che amava i Beatles e i Rolling Stones” (There was a young man like me loved the Beatles and the Rolling stones) Gianni Morandi tells the story of an American friend who was drafted into the Army to then die in Vietnam. The song was an open criticism of the war that had already drawn protests around the world. In order to avoid offending the country’s most important ally RAI imposed changes to the lyrics that included Morandi making the sound of a machine gun that effectively made the song more powerful than the original version.

Recent decades

The ’68 protests did not disappear with the end of the decade. The issues covered by the protests led to great changes in Italian society that we still feel today.

Therefore Italian pop music of the ‘70s, ‘80s and beyond reflected debates, controversies and the points of view of the singers and the lyricists. So songs by Claudio Baglioni, Antonello Venditti, Edoardo Bennato, Sergio Endrigo, Luca Carboni, Gino Paoli, Lucio Battisti, Francesco Magni, Elio e le Storie Tese; Marco Masini, Lucio Dalla, Ron, Enrico Ruggeri and I Pooh, to name a few, were modified or banned altogether.

But probably the most ridiculous case of this censorship was not in the lyrics of the song but rather from the talent of the truly great Mina who, sadly, never had the international recognition on a par with her extraordinary talent.

In 1978 Mina performed the song “Ancora, ancora” in the programme “Mille e una luce” where the problem was not at all in the song’s lyrics but, as happened to Jula de Palam in the 1960 San Remo Song Festival as mentioned above, her presentation that was considered too “wanton” to the point that, as we see in the video below, the director tried to “tone down” the performance with special effects but without success.

Today such a performance would be considered moderate, especially considering singers such as Madonna, Sabrina Salerno, Loredana Berté and others but the reaction of the “Tigress of Cremona” was not long in coming.

Mina took the director’s decision badly and retired to her villa in Switzerland. Despite the great success of all her singles and albums in the decades since that night Mina never again performed in public.

Certainly Mina’s reaction helped to draw a veil of mystery on her career and undoubtedly did not harm the record sales but that evening showed that such censorship was only the legacy of the past that we would do well to forget because many television programmes have far exceeded the limits that RAI once respected with exaggerated zeal.

Nuances

In any case, we still hear from time to time complaints about RAI’s censorship. Sometimes they are about matters concerning a song but, considering the country’s political climate, very often the problems arise not so much from songs but from comedians and presenters who offended the sensibilities of political leaders who decide the fate of RAI and therefore put at risk a state corporation that in many ways has decided the development of Culture in Italy.

In presenting this brief history of RAI’s censorship, a history that could fill a book, we would like to make our readers understand that very often Italy is not the country that it appears to be to overseas observers.

Music, Cinema and even Art in general, as all the great Ruling Houses of Italy’s Renaissance understood perfectly, are not always only simple means of entertainment but also very effective means of transmitting messages that the powerful leaders may or may not want to hear.

So we encourage our readers to listen closely to the words of Italian songs that they hear on the television, radio or at the movies because very often what they say is a very important message.

And this is another reason to learn Italain because not understanding our language well means losing the many nuances of our artists, of every kind, and not only the cantautori.

Questa nostra grande comunità internazionale sconosciuta – Our Great Unknown International Community

di emigrazione e di matrimoni

Questa nostra grande comunità internazionale sconosciuta

Italo-australiano, italo-americano, italo-argentino, italo-brasiliano, italo-tedesco, italo-francese, italo-canadese, italo-belga e così via per ogni paese di residenza, descrive una parte importante della popolazione locale e tutti questi aggettivi hanno una cosa in comune, la prima parte.

Sono nato e cresciuto in un paese dove la lingua nazionale era l’inglese, ma la lingua che parlavamo in casa era l’italiano. Sono nato in una famiglia dove c’erano parenti non solo in Italia, ma anche in Germania e negli Stati Uniti.

Non scrivo queste parole per dire che vengo da una grande famiglia sparsa in quattro paesi, ma lo dico per il semplice fatto che è vero e come noi milioni di persone in giro per il mondo possono dire quasi esattamente la stessa cosa con cambi solo di paesi e di lingua.

Italo-australiano, italo-americano, italo-argentino, italo-brasiliano, italo-tedesco, italo-francese, italo-canadese, italo-belga e così via per ogni paese di residenza, descrive una parte importante della popolazione locale e tutti questi aggettivi hanno una cosa in comune, la prima parte.

Ovviamente la parola italo che descrive vagamente le origini, ma dobbiamo chiederci, cosa vuol dire davvero quella prima parte e cosa sappiamo veramente di questa gente?

Risposta ovvia e anche sbagliata

Per molti la prima risposta ovvia sarebbe di dire che hanno in comune due cose, però in effetti una delle due cose in comune non lo è affatto.

L’aspetto che certamente non è sbagliato è che le famiglie e persone descritte con questi aggettivi hanno le origini nel paese che oggigiorno si chiama Italia, ma che, per molte famiglie nelle Americhe, non esisteva quando sono iniziate le prime grandi ondate d’emigrazione verso i due continenti che all’epoca si chiamavano ancora il “Nuovo Mondo”.

Ma è proprio per via di queste prime ondate, fino alle ondate dopo le due guerre mondiali, che cadiamo nel tranello di utilizzare l’aggettivo “italo” nel modo sbagliato, perché la grande maggioranza di questi emigrati nel corso di ben oltre centocinquant’anni nemmeno parlava la lingua che li definisce ancora di più del luogo d’origine.

In questi casi la lingua parlata in casa era il dialetto d’origine ed è questo che molti dei discendenti oggigiorno riconoscono come “l’italiano” e non la lingua che si sente nei programmi, musica e film trasmessi dalla Rai o nel cinema moderno.

E un caso preciso ci fa capire quanto il dialetto fosse il punto di riferimento, invece della lingua italiana.

Brasile e il Talian

Nel 2014 il Governo Federale del Brasile ha riconosciuto il “Talian” come una lingua ufficiale del paese. Il Talian non è altro che la versione locale del dialetto di una comunità importante degli emigrati da una regione d’Italia che oggi moltissimi qui stentano a ricordare, che era una regione povera fino a solo pochi decenni fa e per questo motivo era una delle grandi fonti della nostra emigrazione, il Veneto.

Solo questo fatto deve fare capire a chi è nato e cresciuto in Italia che aspettare, tantomeno pretendere, che i discendenti degli emigrati italiani conoscessero l’italiano moderno è, come minimo sciocco, se non addirittura ignoranza delle realtà degli emigrati italiani. E questo è un aspetto delle nostre comunità all’estero che ancora non abbiamo capito fino in fondo.

Sappiamo dei cambi di parole, come descritto in un recente articolo riguardo un progetto in Canada(L’Italiese e le altre lingue che non conosciamo in Italia – Italiese and the other languages we do not know in Italy).  Eppure dobbiamo nominare alcuni italiani che si “divertono” a prendere in giro i nostri parenti e amici all’estero per le loro parole e frasi sulle pagine social dedicate agli italiani all’estero e questi non fanno alcun onore sia all’Italia che a loro stessi ed il motivo è semplice.

Se i discendenti dei nostri emigrati non conoscono bene la nostra lingua, in paesi dove spesso le lingue straniere una volta non erano considerate bene dagli autoctoni, e in alcuni casi questa mentalità esiste ancora, abbiamo l’obbligo di chiedere che cosa ha fatto il governo italiano di concreto negli ultimi decenni a rendere l’insegnamento della nostra lingua più facile e accessibile all’estero, tranne organizzare tre Stati Generali della Lingua Italiana negli ultimi sei anni che, fino a prova contraria, non hanno ancora prodotto un progetto valido e concreto in questa direzione?

Ma le versioni della lingua italiana e i dialetti all’estero non sono che una parte delle differenze tra la nostra comunità da paese a paese e alcune di queste differenze hanno storie tristi e tragiche.

La Guerra

La Seconda Guerra Mondiale vide l’Italia diventare le nemica di molti dei paesi dove i nostri parenti e amici sono emigrati. Quanti in Italia hanno capito il prezzo pagato da molti italiani in questi paesi per la decisione del governo a Roma?

In quasi tutti questi paesi gli italiani, come anche i tedeschi e giapponesi, furono messi in campi come “nemici” e ancora oggi c’è tanta amarezza per il trattamento malvagio a chi non aveva colpa per la decisione del governo di allora.

Inoltre, come raccontato dal giornalista Gian Antonio Stella, in troppi casi, e in modo particolare nei paesi sudamericani, gli immigrati italiani furono trattati in modo atroce e non pochi sono morti per le condizioni orrende di lavoro, ma i pregiudizi non venivano solo dai soliti datori di lavoro spietati verso gli stranieri.

In Australia e gli Stati Uniti gli italiani furono soggetti a pregiudizi anche a livello ufficiale con inchieste e rapporti che hanno dichiarato gli italiani “indesiderabili”, per via non solo della malavita ma delle usanze di vivere in gruppi chiusi, e anche per via della religione.

E anche questi sono aspetti di cui si sa poco in Italia. Allo stesso modo dimentichiamo che, malgrado le sofferenze, questi emigrati non hanno mai dimenticato le loro origini ed hanno continuato a dare contributi fondamentali, e soprattutto finanziari, al loro paese di nascita.

Rimesse e contributi economici

Indubbiamente le rimesse degli emigrati italiani hanno svolto un ruolo importante per l’Italia in tutti questi anni e sono considerati uno di fattori fondamentali per il “boom economico” in Italia degli anni ’50 e ’60 che, benché è spesso nominato e lodato qui, molti quasi sempre ignorano. Anzi, alcuni oggi negano questo fatto importante.

Difatti, nel passato quando abbiamo parlato delle rimesse degli emigrati italiani nel corso di questi lunghi anni alcuni lettori hanno contestato il ruolo economico delle rimesse degli emigrati italiani, ma questa nostra constatazione ha una prova ufficiale fornita proprio dal Senato da un rapporto dell’Osservatorio della Politica Internazionale che riconosce le rimesse degli emigrati italiani dopo l’ultimo conflitto mondiale (http://www.parlamento.it/application/xmanager/projects/parlamento/file/repository/affariinternazionali/osservatorio/approfondimenti/PI0060App.pdf).

E gli emigrati continuano a fornire assistenza economica al Bel Paese non solo con rimesse, che non sono  mai finite, anche se non ai livelli di una volta, ma anche comprando prodotti italiani e in molti casi diventando importatori dei nostri prodotti di ogni genere nei loro paesi di residenza.

E anche questi son aspetti che molti in Italia non riconoscono e che abbiamo l’obbligo di fare conoscere.

Storia

Per questo motivo il giornale The Dailycases ha creato questa rubrica degli “Italiani nel mondo”, per dare voce non solo a emigrati, ma anche i figli e discendenti degli emigrati, per cominciare a fare capire che la Storia dell’Emigrazione Italiana non è soltanto nei luoghi comuni che spesso vediamo nei film e le fiction televisive.

Infatti, non basta il contributo di una sola testata per fare onore agli impegni e i sacrifici dei milioni di italiani che sono emigrati nel corso di questi centocinquanta e più anni di emigrazione.

Per fare conoscere la Storia dei nostri parenti e amici all’estero dovremmo istituire un progetto internazionale per raccogliere non solo le testimonianze dirette di chi è ancora con noi, ma anche e soprattutto la raccolta della documentazione di queste esperienze in ogni paese dove ci sono emigrati italiani.

Però, un progetto del genere non può essere realizzato solo con contributi da parte di privati, ma deve avere anche la collaborazione e il contributo di quegli enti che agli italiani all’estero non hanno mai dato l’importanza che hanno meritato con il loro lavoro, a partire non solo dal governo nazionale, ma anche dai governi regionali che hanno la responsabilità per i rapporti tra gli emigrati e il loro paese d’origine.

E un progetto del genere non può mai trattare solo gli emigrati, ma anche i loro discendenti, perché ogni giorno vediamo prove sui social che anche loro, chi più chi meno, sentono il richiamo del paese e non riescono ad identificare che quel che sentono; è la parte italiana della loro identità che non ha mai avuto modo di conoscere il paese dei loro nonni e bisnonni.

Questo progetto è già molto, ma molto in ritardo. Quanto tempo dovremo aspettare ancora per realizzarlo?

 

di emigrazione e di matrimoni

Our Great Unknown International Community

Italo-Australian, Italian American, Italo-Argentinean, Italo-Brazilian, Italo-German, Italo-French, Italo-Canadian, Italo-Belgian and so forth for every country of residence describes a major part of the local population and all these adjectives have one thing in common, the first part.

I was born and raised in a country where the national language was English but the language we spoke at home was Italian. I was born into a family which had relatives not only in Italy but also in Germany and the United States.

I do not write these words to say that I come from a big family spread across four countries but I say this for the simple fact that it is true and like us millions of people around the world can say almost exactly the same thing with changes only to the countries and the languages.

Italo-Australian, Italian American, Italo-Argentinean, Italo-Brazilian, Italo-German, Italo-French, Italo-Canadian, Italo-Belgian and so forth for every country of residence describes a major part of the local population and all these adjectives have one thing in common, the first part.

Obviously the word Italo, or Italian in the American case, which vaguely describes the origins but we must ask ourselves, what does the first part truly mean and what do we really know about these people?

An obvious answer and also wrong

For many the first obvious answer would be to say that they have two things in common but effectively one of the two things is not at all in common.

The aspect that is certainly not wrong is that the families and the people described with these adjectives have origins in the country that today we call Italy but which for many families in the Americas did not exist at the start of the first great waves of emigration towards the two continents that at the time were still called the “New World”.

But it is precisely because of these first waves, up to the waves after the two world wars, that we fall into the trap of using the adjective “Italo” in the wrong way because the vast majority of these migrants over more than one hundred and fifty years did not even speak the language that defines them even more than their place of origin.

In these cases the language spoken at home was the dialect of origin and this is what many of the descendants today recognize as “Italian” and not the language that we hear in the programmes, music and films that RAI broadcasts around the world or in modern movies.

And one specific case makes us understand how much the dialect was the point of reference instead of the Italian language

Brazil and Talian

In 20014 the Federal Government in Brazil officially recognized “Talian” as an official language of the country. Talian is nothing other than the local version of the dialect of a major community of migrants from a region in Italy that many here find it hard to remember was a poor region until only a few decades ago and for this reason was one of the great sources of our migration, the Veneto.

This fact alone should make those born and raised in Italy understand that to expect, much less demand, that descendants of Italian migrants know modern Italian is, at the very least foolish, if not downright ignorance, of the realities of Italian migrants. And this is one aspect of our communities overseas that we have not yet fully understood.

We know of the changes of words, as we described in a recent article about a project in Canada (L’Italiese e le altre lingue che non conosciamo in Italia – Italiese and the other languages we do not know in Italy). And yet we must mention some Italians who “enjoy” themselves on the social media pages dedicated to the Italians overseas by making fun of the words and phrases of our relatives and friends overseas and they do no honour to both Italy and themselves and the reason is simple.

If the descendants of our migrants do not know our language well in countries where foreign languages were once not considered well by the natives, and in some cases this mentality still exists, we have an obligation to ask ourselves; what has the Italian Government done in recent decades to make teaching Italian easier and more accessible overseas, except to organize three Estates General of the Italian Language in the last six years that, until proven otherwise, have not yet produced a valid and concrete project in this direction?

But the versions of the Italian language and dialects overseas are only one part of the differences between our communities from country to country and some of these differences have sad and tragic histories.

The War

The Second World War saw Italy become an enemy of many of the countries where our relatives and friends migrated. How many people in Italy have understood the price many Italians in these countries paid for the Government’s decision in Rome?

In almost all these countries Italians, as well as Germans and Japanese, were placed in camps as “enemy aliens” and today there is much bitterness for the savage treatment of those who had no blame for the government’s decision.

Furthermore, as journalist Gian Antonio Stella tells us, in too many cases, especially in South American countries, Italian migrants were treated atrociously and no small number died because of the horrible working conditions but the prejudice did not come only from the usual employers who were ruthless with foreigners.

In Australia and the United States Italians were subject to prejudice also at an official level with investigations and reports that declared that Italians were “undesirable” due not only to organized crime but also to the habit of living in closed groups and even because of their religion.

And these are aspects people in Italy know little about. In the same way we forget that, despite the suffering, these migrants never forgot their origins and continued to give fundamental, and above all financial, contributions to their country of birth.

Money transfers and financial contributions

Undoubtedly the transfer of money by Italian migrants played an important role for Italy over all these years and is considered one of the essential factors for Italy’s “economic boom” of the ‘50s and ‘60s that while often mentioned and praised here, many almost always ignore these contributions. In fact, some people today deny this important fact.

Indeed, in the past when we spoke about these money transfers by Italian migrants during these long years some readers contested the financial role of the transfers but our statement has official proof provided by Italy’s Senate in a report of the Observatory of International Politics that recognized the transfers by Italian migrants after the last world War (http://www.parlamento.it/application/xmanager/projects/parlamento/file/repository/affariinternazionali/osservatorio/approfondimenti/PI0060App.pdf).

And migrants continue to provide economic assistance to Italy not only with money transfers, which have never stopped, even if not at previous levels, but also by buying Italian products and in many cases by becoming importers of our products of every type in their countries of residence.

And these too are aspects that many in Italy do not know and that we have a duty to make known.

History

This is the reason that this newspaper, The Dailycases, created the “Italiani nel mondo “ (Italians in the world) column, to give a voice not only to migrants but also to the children and descendants of migrants to start to make it clear that the History of Italian Migration is not only in the stereotypes that we often seen in films and TV shows.

In fact, the contribution of a single newspaper is not enough to honour the commitment and sacrifices of millions of Italians who migrated over these more than one hundred and fifty years of migration.

In order to make the history of our relatives and friends overseas known we should set up an international project to gather not only the direct testimony of those who are still with us but also and above all to gather the documentation of these experiences in every country where there are Italian migrants.

However, a project such as this cannot come to be only with the contribution of private citizens but must also have the collaboration and the contribution of those Bodies that have never given Italians overseas the importance that their work deserved, starting not only from Italy’s National Government but also from the Regional Governments that are responsible for relations between the migrants and their country of origin.

And a project of this kind cannot deal only with the migrants but also with their descendants because every day we see proof on the social media that they too, some more, some less, feel the call of the country and they cannot identify that what they feel is the Italian part of their identity that never had a chance to know the country of their grandparents and great grandparents.

This project is already very, very late. How long must we still wait to make it happen?

Il Cantautore Multiculturale: Franco Battiato – The Multicultural Singer-Songwriter: Franco Battiato

di emigrazione e di matrimoni

Il Cantautore Multiculturale: Franco Battiato

Cantautori come Battiato, Dalla, De Gregori, Fossati, ecc., ecc., fino ai due mostri sacri della musica leggera italiana, Lucio Battisti (insieme alle parole dell’ancora grande Mogol) e Fabrizio de André non hanno mai avuto il riconoscimento che le loro opere meritano con il pubblico internazionale, a partire dai figli e i discendenti degli emigrati italiani.

Quella dei cantautori è una categoria particolare della Cultura italiana, non solo perché esprimono musica diretta alla popolazione in generale che è spesso dimenticata da altre categorie culturali, ma molto spesso mettono insieme temi e stili diversi per dare voce ad idee che altrimenti il loro pubblico non avrebbe considerato.

Tra i cantautori più popolari, ma anche uno dei più esoterici e legato a filosofie e pensieri insoliti, è il siciliano Franco Battiato che ha avuto grande successo, sia critico che di pubblico, con canzoni ed altre opere che hanno preso ispirazione da una varietà impressionante di fonti, sia italiane che non.

Probabilmente solo un siciliano cresciuto circondato dai reperti di molte altre civiltà, da quella greca, alla romana, quella musulmana, la normanna e quelle degli altri che hanno occupato l’isola poteva essere così aperto alle idee di altre culture e stili di vita.

Allora guardiamo la musica di Franco Battiato le cui opere incarnano il concetto, spesso molto criticato, del multiculturalismo che non è un modo di opprimere la cultura locale ma il riconoscimento esplicito che ogni Cultura è il risultato di altre Culture, a volte in modi molto inattesi.

Cominciamo questo breve panoramica di Battiato con il brano che l’ha fatto conoscere al pubblico internazionale, anche se non cantato da lui.

Vittoria

Nel 1981 la cantante forlivese Alice ha vinto il Festival della Canzone Italiana di San Remo con “Per Elisa” scritta insieme a Franco Battiato che, diventerà poi suo marito, e Giusto Pio.

Questo brano non é una classica storia d’amore, bensì la storia amara di delusione d’amore il cui potere viene tanto dall’amarezza delle parole della protagonista quanto dalle capacità interpretative di Alice stessa.

Il festival è spesso criticato per la banalità dei pezzi, ma questa vittoria ha dimostrato che anche l’originalità del brano e le capacità dei concorrenti possono far parte delle considerazioni dei giudici e il pubblico che decidono i vincitori ogni anno.

Battiato era già conosciuto dal pubblico italiano per la sua insolita canzone “L’era del cinghiale bianco”, ma il successo di Sanremo ha sancito le sue capacità in modo ufficiale e da quel punto ha potuto mettere insieme il suo interesse in altre culture in modi molti sorprendenti, sempre intelligenti e non raramente con la consapevolezza acuta che c’è una parte del pubblico che vuole uscire dagli schemi delle solite canzoni.

L’Oriente e altri viaggi

Come già accennato, il mondo arabo, in tutte le sue sfumature, l’ha sempre affascinato e una canzone fa esplicito riferimento a questo e non solo con il titolo “Arabian Song” in inglese, come anche da come canta alcune parti del testo in modo arabo.

Le parole arabe che ripete dicono “il maestro del villaggio disse che c’erano tante montagne” per spiegare le parole del testo e che mette in risalto la frase più sorprendente della canzone “L’uomo è l‘animale più domestico e più stupido che c’è” che rivela il suo lato filosofico.

Battiato non gioca mai con le sue allusioni, basta ascoltare le sue canzoni e guardarne i filmati per capire che lui non fa niente a caso. Ogni parola delle canzoni, ogni cambio di voce mentre canta e ogni immagine dei filmati delle sue canzoni sono studiati ad arte e curati al minimo dettaglio per dare al suo pubblico un’esperienza che va oltre semplicemente ascoltare i pezzi più orecchiabili.

Infatti le sue canzoni possono portare il pubblico a fare un viaggio tra Venezia e Istanbul con il brano dello stesso titolo, oppure nella sua “Prospettiva Nevski” visitare Mosca per capire un mondo che pochi di noi conosciamo e che lui introduce in modi sorprendente.

Come gli altri grandi cantautori è sempre in cerca di ispirazioni nuove e le sue altre opere che comprendono l’arte, ha fatto mostre dei suoi dipinti, e persino film e la lirica portano la sua firma.

Però, i suoi viaggi musicali non sono solo nel mondo e tra altre culture, ma anche all’interno della mente degli esseri umani e per questo motivo ha avuto una lunga e fruttifera collaborazione con il filosofo Manlio Sgalambro che ha portato a una serie di album nel corso di oltre vent’anni e anche l’opera lirica “Telesio”.

Ma non ha mai smesso di produrre pezzi che hanno catturato il cuore del suo pubblico e il terzo pezzo che vogliamo presentare ai lettori internazionali ne è la prova.

Dichiarazione

Quando pensiamo alla canzone italiana indubbiamente pensiamo alle canzoni d’amore. Molte di loro sono state tradotte in altre lingue ma le versioni più belle sono sempre quelle originali perché nessuna traduzione, senza eccezione, può mai superare i pezzi originali.

Nel 1996 Battiato ha pubblicato il suo album “L’Imboscata” che contiene una canzone d’amore straordinaria, “La Cura”. La canzone non è affatto quel che si aspetterebbe da una canzone d’amore, soprattutto italiana.

La canzone ha avuto un successo enorme con il pubblico perché Battiato non vuole fare il gioco di “Ti amo”, oppure “Ti voglio bene” come farebbe un paroliere normale per esprimere le solite dichiarazioni d’amore tra coppie. Anzi, la parola “amore” si sente soltanto una volta con una frase bellissima “I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi”  e con questa canzone il solito “Ti amo” è diventato la promessa profonda di “Perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te”.

L’amore non è solo un atto fisico, ma voler curare la persona amata, e in effetti in questo modo Battiato esprime l’aspetto più importante del rapporto tra due persone che si amano davvero.

Lingua

Però, proprio nel notare come Battiato, insieme agli altri grandi cantautori, utilizza in modo magistrale la lingua italiana, ci troviamo con il dilemma di promuovere questi artisti nel mondo.

Alcune canzoni possono fare questo salto, e “Il Ragazzo della via Gluck” di Adriano Celentano ha potuto fare questo con “Tar and Cement” cantata in inglese da Verdelle Smith che ha trasmesso il messaggio ecologico della canzone originale con un disco che ha avuto grandissimo successo mondiale. Cogliamo questo riferimento anche per dire che in effetti la canzone di Celentano, anche lui uno dei primi e grandissimi cantautori, è stata uno dei primi riferimenti nella cultura popolare mondiale alla crisi ecologica dell’industrializzazione e urbanizzazione.

Cantautori come Battiato, Dalla, De Gregori, Fossati, ecc., ecc., fino ai due mostri sacri della musica leggera italiana, Lucio Battisti (insieme alle parole dell’ancora grande Mogol) e Fabrizio de André non hanno mai avuto il riconoscimento che le loro opere meritano con il pubblico internazionale, a partire dai figli e i discendenti degli emigrati italiani.

Però, presentare questi cantautori nel modo giusto dovrebbe essere la chiave per fare capire a loro che davvero vale la pena poter imparare la lingua che li definisce, l’italiano.

E qui RAI potrebbe svolgere un ruolo ancora più determinante, magari finalmente fornendo nella sua programmazione internazionale sottotitoli nelle lingue dei paesi di residenza dei nostri parenti e amici all’estero. Non solo alle canzoni, ma anche alle fiction e i film per poter trasmettere ai figli e discendenti degli emigrati, che di solito capiscono poco o niente della nostra lingua, che il loro patrimonio culturale personale è davvero grandissimo e non apprezzato all’estero ai livelli che stramerita.

E Franco Battiato, un cantautore multiculturale nel senso vero dell’aggettivo, sarebbe un regalo ideale da dare a chi identifica la musica italiana solo con i cantanti di decenni fa e non i cantautori in generale che hanno cambiato la vita degli italiani in meglio.

 

di emigrazione e di matrimoni

The Multicultural Singer-Songwriter: Franco Battiato

Cantautori such as Battiato, Dalla, De Gregori, Fossati, etc., etc. up to the two sacred beasts of the cantautori of Italian pop music, Lucio Battisti (together with the still great lyricist Mogol) and Fabrizio de André, have never had the international recognition that their works deserved, starting with the children and descendants of Italian migrants.

The cantautori (singer songwriters) make up a particular category of Italian Culture, not only because they write music direct to the general public, which is often forgotten by other categories of Culture, but very often because they combine different issues and styles to give voice to ideas that their audience would not have considered otherwise.

One of the most popular cantautori, and also one of the most esoteric and connected to unusual philosophies and ideas, is the Sicilian Franco Battiato who has had great success with both the public and critics with songs and other works that take their inspiration from an impressive variety of Italian and non-Italian sources.

Probably only a Sicilian, brought up surrounded by relics from many other Cultures from the Greek to Roman, Moslem, Norman and those of the others that occupied the island, could have been so open to ideas from other Cultures and lifestyles.

So, let us look at the music of Franco Battiato whose works embody the often highly criticized concept of multiculturalism which is not a means to suppress local Culture but the explicit recognition that every Culture is the result of other Cultures, sometimes in very unexpected ways. 

Let us start this short panorama of Battiato with a track that made him known to the international audience even if it was not sung by him.

Win

In 1981 the singer Alice won the San Remo Italian Song Festival of with “Per Elisa” (For Elisa) written together with Franco Battiato, who would become her husband, and Giusto Pio.

This piece is not a classic love song but rather a bitter story of disappointment in love whose power comes as much from the bitterness of the protagonist’s words as the performing skills of Alice herself.

The festival is often criticized for the banality of the entries but this win showed that the originality of a song and the skills of the competitor can also be part of the considerations of the judges and the public who decide the winners every year.

Battiato was already known by Italians for his unusual song “L’era del cinghiale bianco” (The era of the white boar) but the San Remo victory officially sanctioned his skills and from that point he could combine his interest in other Cultures in surprising ways that are always intelligent and often with the acute awareness that there is a part of the public that wants to get out of the mold of the usual love songs.

The Orient and other trips

As we already stated, the Arab world in all its nuances has always fascinated him and one song makes specific reference to this and not only with the title “Arabian Song” in English but also how he sings parts of the lyrics in an Arabic way.

The Arabic words which are repeated say “The village’s teacher said that there were many mountains” to explain the lyrics and to highlight the song’s most surprising phrase “L’uomo è l‘animale più domestico e più stupido che c’è” (Man is the most domestic and the stupidest animal there is) which reveals his philosophical side.

Battiato never plays with his references, we only have to listen to his songs and watch the videos to understand that nothing he does is by chance. Every word of the songs, every change of tone of voice and every image of the videos of his songs are artfully studied and cared for to the slightest details to give his audience an experience that goes beyond singing the catchier songs.

In fact his songs can take his audience on a trip from Venice to Istanbul with the song of the same title or to visit Moscow in his “Prospettiva Nevski” to understand a world that we barely know and that he introduces in surprising ways.

Like the other great cantautori he is always looking for new inspirations and his other works include Art, he has held exhibitions of his paintings, and even films and Opera bear his signature.

However, his musical journeys are not only in the world and amongst other Cultures but also inside the mind of human beings and for this reason he had a long and fruitful collaboration with philosopher Manlio Sgalambro which led to a series of albums over of more than twenty years and also the Opera “Telesio”.

But he never stopped producing pieces that captured the hearts of his audience and the third song we want to present to our international readers is proof of this.

Declaration

When we think of Italian songs we undoubtedly think of love songs. Many of them have been translated into other languages but the most beautiful versions are always the originals because no translation, without exception, can ever go beyond the original pieces.

In 1996 Battiato released his album “L’Imboscata” (The Ambush) that contains an extraordinary love song, “La Cura” (Care). The song is not at all what would be expected from a love song, especially Italian.

This song was a huge success with the public because Battiato did not want to play the game of “Ti Amo” or “Ti voglio bene” (both mean I love you) as a normal lyricist would do to express the usual declarations of love between couples. Indeed, the word “amore” (love) is heard only once with the beautiful “I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi” (The scents of love will arouse our bodies) and in this song the usual “Ti amo” becomes the profound promise of “Perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te” (Because you are a special being I will take care of you).

Love is not only a physical act but wanting to take care of the beloved person is in fact expressing the most important part of the relationship between two people who truly love each other.

Language

However, it is precisely in noting how Battiato, together with the other great cantautori masterfully use the Italian language that we find ourselves with the dilemma of promoting these artists around the world.

Some songs can take this leap, and “Il ragazzo della via Gluck” by Adriano Celentano was able to do this with “Tar and Cement” sung in English by Verdelle Smith which transmitted the ecological message of the original song in a record that was a huge international hit. We also take this opportunity to also say that in fact this song by Celentano, one of the first and greatest of the cantautori, was one of the first references in the world’s popular culture to the ecological crisis of industrialization and urbanization.

Cantautori such as Battiato, Dalla, De Gregori, Fossati, etc., etc. up to the two sacred beasts of the cantautori of Italian pop music, Lucio Battisti (together with the still great lyricist Mogol) and Fabrizio de André, have never had the international recognition that their works deserved, starting with the children and descendants of Italian migrants.

However, presenting these cantautori in the right way could be the key to making them understand that it is truly worth the effort to learn the language that defines them, Italian.

And here RAI could play an even more decisive role, perhaps by finally providing its programmes overseas with subtitles in the languages of the countries of residence of our relatives and friends overseas. Not only to songs but also to TV series and films in order to pass onto the children and descendants of the migrants, who understand little or nothing of our language, that their personal cultural heritage is truly huge and not appreciated overseas at the levels that it more than deserves.

And Franco Battiato, a multicultural cantautore in the true sense of the adjective would be the ideal gift for those who identify Italian music only with singers from decades ago and not the cantautori in general who changed the lives of Italians for the better.

La Paura più grande: Scrivere – The greatest fear: Writing

di emigrazione e di matrimoni

La Paura più grande: Scrivere 

Per chi scrive per lavoro la paura più grande è quella che affrontiamo ogni giorno, vedere il foglio bianco e sapere che dobbiamo riempirlo. 

Abbiamo tutti le nostre paure. Chi dei ragni, chi dei serpenti, chi del buio e così via fino ai timori più inattesi. Ciascuno di noi deve riconoscere queste paure e trovare il miglior modo per sconfiggerle perché non possiamo vivere condizionati da paure. 

Per chi scrive per lavoro la paura più grande è quella che affrontiamo ogni giorno, vedere il foglio bianco e sapere che dobbiamo riempirlo. 

Questa potrebbe sembrare una paura banale per molti, però chi scrive, sia autore che giornalista, in ogni pagina, e a volta in ogni riga, mette a nudo i propri pensieri, le emozioni e non raramente, l’anima e le cause che tiene più a cuore. 

Nel fare questi pensieri vorrei limitarmi a una categoria di scrittore alla quale ho la presunzione di credere di appartenere, la categoria dell’opinionista di un giornale che cerca di trattare molti temi e soggetti, a volte concreti e a volte quasi esoterici, che possono toccare l’anima di chi legge le parole. 

Allora partiamo analizzando una parola tanto controversa quanto nebulosa nella mente dei lettori. 

Definizione 

Cos’è un opinionista? Per trovare una definizione autorevole della parola mi permetto il lusso di citare l’enciclopedia italiana più importante, la Treccani, che definisce l’opinionista come “Giornalista della stampa o della radiotelevisione autore di commenti su fatti politici o di costume”. 

E fin qui sembra abbastanza chiaro che si tratta di opinione e quindi un’idea personale sulla vicenda soggetto dell’articolo. Ma se controlliamo i giornali del mondo, come faccio ogni giorno, vediamo che l’opinionista non è sempre un giornalista e questo aspetto il lettore lo deve capire sin dall’inizio della lettura. 

Spesso l’opinionista è un esperto esterno, oppure una persona interessata su fatti che scrive su invito del giornale, oppure anche per aver inviato al redattore un articolo in considerazione di un tema particolare. In questi casi, il redattore spesso specifica che l’opinione espressa non è necessariamente quella del giornale/rivista. 

Naturalmente ogni redattore, come ogni giornalista, esperto o persona normale, ha un’opinione personale, ma ciò non vuol dire che lo scrittore non dovrebbe, come minimo, assicurare che almeno le basi principali del soggetto non siano vere e verificabili. In questo caso l’autore del pezzo non solo a danneggia la propria reputazione, ma anche quella del giornale e della categoria. 

Per questi motivi i giornali più autorevoli e seri pubblicano opinioni di entrambe le parti politiche per dare voce a più partiti e gruppi assicurando parità di opinione. 

Ma per questo articolo non voglio concentrami su quei contributori che cercano di portare avanti cause, od opporsi a proposte di politici di qualsiasi colore, come vediamo ogni giorno mentre sfogliamo i giornali al bar prendendo il caffè o uno spuntino. 

Perché? 

Il lettore deve chiedersi perché l’opinionista di turno si espone in modi spesso molto personali. Nel presentare la propria opinione lo scrittore si mette a rischio vero d’essere deriso dai lettori per il minimo sbaglio sulla narrazione dei fatti, oppure da chi ha idee diverse che non vuole siano smentite da chiunque, anche se esperto sul soggetto trattato. 

Questo fa parte della paura del foglio bianco e questa è la barriera che dobbiamo abbattere ogni volta che mettiamo insieme parole per scrivere un articolo che dovrebbe iniziare un dibattito con i lettori. 

Il fatto strano è che l’opinione non sempre viene spontaneamente, anche dopo avere fatto le dovute ricerche. L’idea, l’opinione, spesso ha bisogno di essere ricercata perché presentare concetti in parole non è così facile come il lettore può realizzare dalla lettura. 

A volte basta trovare il titolo idoneo per il pezzo per avere la direzione giusta ed altre volte l’articolo esce dopo due o tre tentativi perché la mente non ha ancora trattato bene il tema dell’articolo. 

Per i temi di “costume” in generale, oppure di Storia e Cultura, in qualsiasi loro sfumatura, basta avere chiari i fatti in modo corretto perché bisogna dare al lettore un mezzo nuovo per considerare opere e fatti che sono facili da constatare. Magari, presentando i risultati di nuove ricerche che mettono in risalto scoperte che fanno cambiare le nostre percezioni di opere importanti e di personaggi sconosciuti fino ad allora. 

Ma quando trattiamo altri temi il lavoro diventa molto più difficile perché nello scrivere l’articolo l’opinionista si trova a dover affrontare, se non addirittura smentire, le opinioni e le idee dei lettori. 

Basta leggere le cronache dei giornali regolarmente per rendersi conto che ogni anno i giornalisti pagano il prezzo più alto per avere espresso opinioni che altri considerano offensive. E qui in Italia parliamo non solo degli attacchi della malavita ai giornalisti, ma persino dei gruppi che non vogliono accettare qualsiasi forma di dissenso verso le loro idee. 

I temi più caldi 

Ci vuole poco per capire che due temi mettono più a rischio gli opinionisti, la politica e la religione. Tratterò entrambe queste categorie insieme perché fin troppo spesso anche la politica diventa una religione per chi segue un partito o un gruppo politico. Paradossalmente potrei dire la stessa cosa di molti atei che tengono così tanto alle loro idee riguardo la religione che anche loro sono diventati come i seguaci delle fedi che criticano fortemente. 

Qualsiasi critica a capi politici e/o religiosi espone l’opinionista all’ira dei loro seguaci. Qualsiasi tentativo di esporre le bugie e le incoscienze di qualsiasi politico porta all’accusa che l’opinionista stia facendo la politica dei loro oppositori. 

Queste accuse sono diventate normali non solo in Italia, ma anche in quasi tutte le democrazie moderne, e sono una parte integrale della delusione quasi universale verso la stampa che leggiamo ogni giorno, e non solo sui social. 

In Italia l’esempio più lampante è stato colui che fino alla sua morte a 92 anni era considerato l’opinionista più autorevole e letto del paese, Indro Montanelli. Per via delle sue critiche a politici, un uomo che era indubbiamente un liberale conservatore negli ultimi decenni della sua vita, è stato timbrato come “comunista” da una parte politica che considerava i suoi pezzi “tradimento” alle loro idee politiche. Un paradosso per un uomo che era stato gambizzato delle Brigate Rosse perché considerato “fascista”. 

Giornalisti/opinionisti sono esseri umani che cambiano nel corso della loro vita, ma non per questo devono essere aggrediti, e anche uccisi, perché hanno idee diverse da chi legge. 

Colpe 

Ma di chi è la colpa delle contestazioni agli articoli degli opinionisti? A volte la colpa può essere del giornalista/opinionista stesso che non riesce a scrivere i pezzi in modo neutrale, oppure che decide di utilizzare i pezzi come mezzi per attaccare i suoi bersagli preferiti. E anche per questo il foglio bianco può fare paura perché sappiamo le possibili reazioni ai nostri articoli. 

Però, i lettori devono anche capire d’avere torto quando le loro reazioni non sono obbiettive, ma prendono in modo personale qualsiasi espressione di idee diverse dalle loro. Basta leggere i commenti ad articoli sui social per prendere atto del linguaggio di una parte becera della popolazione, da entrambe le parti, a qualsiasi critica verso capi politici/religiosi. 

Infatti, fa (quasi) ridere leggere i commenti di una certa parte della popolazione cattolica, in modo particolare all’estero, che considera il Papa attuale come una sorte di “Anti Cristo” perché non si comporta come due dei suoi tre predecessori che erano certamente più conservatori di lui. 

Tutto questo indica un aspetto particolarmente preoccupante della situazione sociale nel mondo d’oggi in tutti i paesi e non solo in Italia. 

Come società abbiamo dimenticato come fare discorsi civili, e questo è un aspetto che vediamo quotidianamente nei salotti televisivi che cercano lo scontro per fare audience invece di fare discorsi civili per creare un dibattito pubblico produttivo e soprattutto pacifico. 

Inoltre, come abbiamo scritto in un articolo recente (Il Diritto più importante e anche il più a rischio) molti lettori, e non solo, preferiscono credere a complotti fantasiosi invece di rendersi conto che quel che credono non è vero. 

Si, la pagina bianca fa paura per chi deve scrivere pezzi d’opinione, però, l’idea che non sappiamo più ragionare e controllare quel che leggiamo prima di reagire, a volte in modo violento, fa ancora più paura. 

Noi opinionisti a volte sbagliamo, sarebbe disonesto non ammetterlo, ma anche i lettori devono capire che ci sono almeno due aspetti per ogni tema e che bisogna considerare qualsiasi materia politica/religiosa in modo critico, e che dare la colpa solo al giornalista non è solo malafede, se non addirittura ipocrisia, ma anche pericoloso per la nostra società. 

Se davvero vogliamo il ritorno ad un confronto civile che porta a soluzioni vere ai nostri problemi, dobbiamo tutti fare un esame di coscienza e non puntare il dito sempre contro altri e questo vale tanto per i giornalisti/opinionisti quanto per il pubblico in generale, a partire dai politici. 

Quello sarà il giorno che il foglio bianco non farà più paura.

 

di emigrazione e di matrimoni

The greatest fear: Writing

For those who write the greatest fear is the one we face every day, seeing a blank sheet and knowing that we must fill it.

We all have our fears, some of spiders, some of snakes, some of the dark and so forth up to the most unexpected fears. Each of us must recognize these fears and find the best way to defeat them because we cannot live conditioned by our fears.

For those who write the greatest fear is the one we face every day, seeing a blank sheet and knowing that we must fill it.

This could seem a trivial fear for many but for writers, both authors and  journalists, every page and at times every line bears their thoughts, emotions and not rarely, their soul and the causes closest to their heart.

In making these thoughts I would like to limit myself to one category of writer to which I have the presumption to believe I belong, the category of opinion writer of a newspaper who tries to deal with many issues, sometimes concrete and sometimes on almost esoteric issues which we cannot touch but which touch the soul of those who read the words.

So, let us start with an analysis of a word that is as controversial as it is vague in the mind of the readers.

Definition 

What is an opinionista, as an opinion writer is called in Italian? To find an authoritative definition I allowed myself the luxury of quoting Italy’s most important encyclopaedia, the Treccani that defines opinionista as a ”Press or radio-television journalist author of comments on political issues or habits/customs”

  And so far it seems quite clear that the writer deals with opinion and therefore a personal idea on the story that is the subject of the article. But if we check the world’s newspapers, as I do every day, already from this point we see that the opinion writer is not always a journalist and this is an aspect that the reader must understand when he or she starts reading.

Often the opinion writer is an external expert or a person interested in the facts who writes at the newspaper’s invitation or even because he had sent the editor an article for consideration on a particular issue. In these cases the editor often specifies that the opinion expressed is not necessarily that of the newspaper/magazine.

Of course, each editor, like each journalist, expert or normal person has a personal opinion but this does not mean that the writer should not, at the very least, ensure that at least the basic principles of the subject are true and verifiable. In this case the author of the piece finds himself not only damaging his own reputation but also that of the newspaper and the category.

For these reasons the most authoritative and serious newspapers publish opinions from both sides of politics to give a voice to many parties and groups to ensure equality of opinion.

But for this article I do not want to focus on those contributors who try to advance causes to oppose a proposal by politicians of any colour, as we see every day when we browse the newspapers at the bar as we sip a coffee or have a snack.

Why? 

The reader must ask why the opinion writers expose themselves in ways that are often very personal. In presenting their opinions the writers put themselves at risk of being mocked by the readers for the slightest mistake on facts or by those with different ideas who do not want anyone to contradict them, even if they are experts on the subject matter.

This is part of the fear of the blank page and this is the barrier that we must knock down every time we put together words to write an article that should start a debate with the readers.

The strange fact is that the opinion does not always come spontaneously, even after having made the necessary research. The idea, the opinion often wants to be sought for because presenting concepts in words is not as easy as the reader can understand from reading.

At times it is enough to find the right title to have the right direction and at other times the article comes out after two or three attempts because your mind has not yet dealt with the issue of the article well.

For the issues of habits/customs in general or history and culture, in any of their nuances, it is enough to have the right facts clear because we must give the reader a new means to consider works and facts that are easy to ascertain. Possibly by presenting the results of new research that highlight discoveries that were unknown until then that make us change our perceptions of major works and people.

But when we deal with other issues the work becomes much harder because when writing the article opinion writers find themselves having to face, if not contradict, the opinions and ideas of the readers.

We only have to read newspaper reports regularly to realize that every year journalists pay the highest price for having expressed opinions that others consider offensive. And here in Italy we talk not only about the attacks on journalists by organized crime but also by groups that do not want to accept any form of dissent towards their ideas.

The hottest issues

It takes little to understand that the two issues that put most at risk opinion writers, politics and religion. I will deal with both these categories together because all too often politics too becomes a religion for those who follow a political party or group. Paradoxically, I would say the same thing about many atheists who hold so strongly to their ideas concerning religion that they too become like the followers of the faiths that they criticize so much.

Any criticism of political/religious leaders exposes the opinion writer to the wrath of their followers. Any attempt to expose the lies and the recklessness of any politician leads to the accusation that the opinion writer is carrying out the politics of their opponents.

These accusations have become normal not only in Italy but also in almost all the modern democracies and they are an integral part of the almost universal disappointment towards the Press that we read every day and not only on the social media.

In Italy the most striking example was the journalist who until his death at 92 was considered the country’s most authoritative and read opinion writer, Indro Montanelli. Due to his criticism of politicians a man who was undoubtedly a liberal conservative during the final decades of his life was labelled a “communist” by one political party that considered his pieces a “betrayal” of their political ideas. This was a paradox for a man who had been kneecapped by the Red Brigades because they considered him a “fascist”.

Journalists/opinion writers are human beings who change during the course of their lives but this is not a reason they must assaulted, and also killed, because they have different ideas.

Blame

But who is to blame for the objections to the articles by the opinion writers? At times the fault can lie with the journalist/opinion writers themselves who fail to write pieces in a neutral way or who decided to use the pieces as a means of attacking their favourite targets. And this too is why the blank sheet can be scary because we know the possible reactions to our articles.

However, the readers must also understand they are wrong when their reactions are not objective but take personally any expression of ideas different from their own. It is enough to read the comments on articles on the social media to take note of the language of a vulgar part of the population, on both sides, to any criticism of their political/religious leaders.

In fact, it is (almost) funny to read comments of a certain part of the Catholic population, especially overseas, who consider the current Pope as a kind of “Anti Christ” because he does not behave like two of this three predecessors who were certainly more conservative than he.

All this indicates a particularly worrying aspect of the social situation in today’s world in every country and not only in Italy.

As a society we have forgotten how to hold a social discourse and this is an aspect that we see daily in the TV talk shows that look for confrontation to draw an audience instead of making civil discussion to create a productive and above all peaceful public debate.

Furthermore, as we wrote in a recent article (The most important Right and also the one most at risk) many readers, and not only, prefer believing in imaginary conspiracies instead of realizing that what they believe is not true.

Yes, the blank page is scary for those who write opinion pieces, however the idea that we no longer know how to reason and check what we read before reacting, sometimes violently, is even scarier.

At times we opinion writers make mistakes, it would be dishonest not to say so, but the readers must also understand that there are at least two sides to every issue and that we need to consider any political/religious subject in a critical way and to blame only the journalist is not only bad faith, if not hypocritical, but also dangerous for our society.

If we truly want to return to civil debate that leads to real solutions to our problems we must all examine our consciences and not always point the finger at others and this is just as true for journalists/opinion writers as it is for the public starting with politicians.

That will be the day that the blank sheet will no longer be scary.

Le ricette della discordia – The Recipes of Disagreement

di emigrazione e di matrimoni

Le ricette della discordia

Chiunque abbia viaggiato fuori dal nostro paese sa che i piatti che trova spesso non sono quelli che ci aspetteremmo dalla cucina italiana.

Siamo un popolo che litiga su qualsiasi soggetto come il calcio, programmi televisivi e la politica, ma c’è un soggetto che ci fa litigare più di qualsiasi altro, la cucina. Ci mettiamo a litigare sugli ingredienti, le spezie da utilizzare e le ricette precise. Siamo tutti d’accordo solo su una cosa, che la nostra cucina è la migliore del mondo e per questo motivo l’abbiamo esportata in tutto il mondo. Ma è davvero così?

Chiunque abbia viaggiato fuori dal nostro paese sa che i piatti che trova spesso non sono quelli che ci aspetteremmo dalla cucina italiana. Troviamo pasta scotta, quantità di salse in un piatto che in Italia basterebbero per una famiglia intera e ingredienti che non si trovano in Italia.

Queste scoperte ci fanno apprezzare due aspetti fondamentali della nostra cucina che spesso sottovalutiamo. Il primo è ovviamente la qualità dei nostri ingredienti. La bistecca a Firenze è straordinaria non solo per la cottura, ma soprattutto per l’animale specifico dal quale prendiamo la carne e lo stesso vale per un piatto soltanto apparentemente semplice, la pizza margherita in tutta la sua gloria con la mozzarella che nessuno fuori del nostro paese è riuscito a replicare. Il secondo aspetto della nostra cucina è la diversità incredibile di modi di cucinare piatti  che cambia non solo da regione a regione, ma da paesino a paesino.

Basterebbe vedere cosa troviamo se mettessimo a cucinare una salsa che si chiama “ragù”. Utilizzo la parola “salsa” con cautela perché non ho dubbi che molti considerano il loro ragù molto di più di una semplice salsa…

Sarebbe facile per uno straniero pensare che questa parola descriva una salsa specifica, ma sappiamo che non è così. Ovviamente il più famoso nel mondo è quello “bolognese” fatto con carne macinata, però, se mettiamo insieme emiliani e romagnoli sarebbe facile iniziare un dibattito acceso su come farlo, dalla miscela di carne, se mettere o no mortadella o carne di salsiccia, quali spezie e persino se utilizzare vino rosso o vino bianco per sfumarlo. Senza dimenticare la ricetta registrata alla Camera di Commercio di Bologna che dice di aggiungere il latte durante la cottura che sconvolgerebbe molta gente in Italia, così come all’estero. Poi, se andiamo in altre regioni d’Italia vediamo ragù con pezzi di carne intera, non solo bovina e/o suina, ma anche pollo e altre carni.

Tutte queste ricette per il ragù hanno in comune tempi di cottura lunghissimi. Infatti Eduardo de Filippo utilizza proprio questa cottura lunghissima della tradizione napoletana, nel suo caso una notte intera, come parte integrale della sua celebre commedia teatrale “Sabato, domenica e lunedì”.

Poi, per confondere la situazione ancora di più, i nomi e tipi di pasta e piatti cambiano con la stessa regolarità man mano che viaggiamo per il paese. La semplice “zeppola” ha mille forme e tipi, dolci e salati, con e senza acciughe e variazioni personali.

Tutto questo crea una cucina italiana ricchissima di tradizioni e di gusti, perciò sarà mai possibile esportare una cucina solamente italiana all’estero?

Purtroppo, malgrado la buona volontà dei nostri ristoratori in giro per il mondo e quei turisti italiani che sognano di poter mangiare i loro piatti preferiti in locali italiani all’estero, la risposta deve essere per forza che non è sempre possibile.

In quei casi dove è possibile trovare ingredienti, come carni, pesci e formaggi simili ai nostri, i loro gusti sono diversi per la natura dei prodotti, dei pascoli, l’acqua e anche le razze di animali. Per i formaggi il discorso diventa ancora più complicato. Nel caso della mozzarella soprannominata abbiamo avuto le prove da tentativi americani di replicare la produzione delle mozzarelle di bufala campane con l’esito non hanno lo stesso gusto del prodotto italiano. Un risultato non sorprendente e per questo motivo ogni giorno aerei trasportano mozzarelle campane in altri paesi per clienti che possono permettersi il lusso di acquistarle. E qui si aggiunge l’altro aspetto che cambia alcune modalità della nostra cucina all’estero.

Regole di igiene e prodotti alimentari cambiano da paese a paese e dunque il prodotto che viene esportato in altri paesi deve essere necessariamente diverso dal prodotto italiano originale. Questo ovviamente ha un effetto importante sui formaggi, ma ha effetto anche in altri prodotti come gli insaccati.

Per questi motivi tanti ristoratori devono considerare ingredienti locali che si adattano bene a ricette italiane e creano fusioni culinarie buonissime, ma che non possiamo certamente definire interamente italiane.

Poi, una considerazione fondamentale è quello dei gusti dei clienti. Noi italiani siamo cresciuti nelle nostre tradizioni di come si mangia, delle combinazioni di ingredienti e anche come vengono presentati e mangiati i piatti. I clienti all’estero, la stragrande maggioranza dei clienti dei locali italiani all’estero, non hanno le stesse tradizioni e quindi i ristoratori devono modificare di nuovo le loro ricette. Per dare un esempio specifico di prodotto italiano modificato per l’estero, la ricetta della Nutella cambia da paese a paese in base ai gusti dei clienti in ciascun paese.

Questi cambiamenti alla cucina vanno dai tempi di cottura della pasta, spesso scotta per i gusti italiani, all’esclusione di prodotti suini in Israele e paesi musulmani, come anche le quantità di salse e le porzioni da servire. Chi va nei paesi anglosassoni scopre che i clienti hanno la scelta tra due misure di primi, l’entrée più piccolo per chi vuole fare più di una portata e il primo piatto “intero” per chi vuole mangiare solo pasta oppure una porzione più grande. Un’usanza che devo ammettere non è necessariamente sbagliata.

Per questi motivi sarebbe difficile istituire una certificazione DOC per la cucina italiana all’estero come il governo giapponese intende fare con la loro cucina, soprattutto sushi e sashimi. Per gli stessi motivi turisti italiani che intendono mangiare in locali italiani durante un viaggio devono capire che non possono aspettarsi gli stessi piatti che mangerebbero a casa.

Come la nostra Cultura, la cucina è una gloria del nostro paese, ma sarebbe sbagliato pensare che sia possibile esportarla all’estero in un modo identico al prodotto italiano. Però questo non cambia l’importanza economica e culturale della crescita dei ristoranti italiani all’estero.

L’esportazione di prodotti alimentari italiani all’estero dà un contributo importantissimo alla nostra economia e crea un grandissimo numero di posti di lavoro. Poi, dobbiamo essere fieri che i migliori cuochi del mondo prendono ispirazione dalle nostre ricette e prodotti. Infatti, non è proprio un caso che molti di loro lavorano in Italia all’inizio della loro carriera per imparare meglio l’Arte della cucina.

Siamo realisti nelle nostre aspettative quando andiamo all’estero. I nostri piatti cambiano da locale a locale e persino da famiglia a famiglia in Italia. Allora, come possiamo mai aspettare e pretendere che non cambino all’estero?

 

di emigrazione e di matrimoni

The Recipes of Disagreement

Whoever travels outside our country knows that the dishes they find are often not those we expect from Italian cooking

We are a people who argue about any subject such as football, TV shows and politics but there is one subject that makes us argue more than any other, cooking. We start arguing over ingredients, which spices to use and the exact recipes. We agree on only one thing, that our cuisine is the best in the world and for this reason we have exported it to the whole world. But is this truly so?

Whoever travels outside our country knows that the dishes they find are often not those we expect from Italian cooking. We find overcooked pastas, quantities of sauce in the dish that would be enough for a whole family in Italy and ingredients that are not found in Italy.

These discoveries make us appreciate two fundamental aspects of our cuisine that we often underestimate. The first is obviously the quality of our ingredients. The bistecca (large T-bone steak) in Florence is extraordinary not only for the cooking but above all for the specific animal from which we obtain the cut of meat and this applies also to a dish that is only apparently simple, the Margherita pizza in all its glory with mozzarella that nobody outside Italy has managed to replicate. The second aspect of our cuisine is the incredible diversity of methods of cooking dishes that change not only from region to region but also from small town to small town.

It would be enough to see what we find if we were to cook a sauce called ragù. I use the word “sauce” with caution because I have no doubt that many consider their ragù much more than a simple sauce…

It would be easy for a foreigner to think that this word describes a specific sauce but we know that this is not so. Obviously the most famous ragù in the world is the sauce known overseas as “Bolognaise sauce” made of mince meat but if we put together people from Emilia and from the Romagna it would be easy to start a fiery argument about how to make it, from the mix of meat, to whether or not to use mortadella or sausage meat, which spices and even if you use red or white wine to add to it. Without forgetting the recipe registered at Bologna’s Chamber of Commerce that says to add milk during the cooking which would horrify many people in Italy, let alone people overseas. And then, if we go to other regions in Italy we see ragù made with whole pieces of meat, not only beef and/or pork but even chicken and other meats.

All these recipes for ragù have one thing in common, long cooking times. In fact, Eduardo de Filippo used the very long cooking time of the Neapolitan tradition, in his case a whole night, as an integral part of his famous stage play “Sabato, domenica e lunedì”. (Saturday, Sunday and Monday).

And then, to confuse things even more, the names and the types of pasta and dishes change regularly as we travel around the country. The simple “zeppola” has a thousand forms and types, sweet and savoury, with and without anchovies and personal variations.

All this creates an Italian cuisine that is rich in traditions and taste, therefore how will it ever be possible to export purely Italian cuisine overseas?

Unfortunately, despite the good will of our restaurateurs around the world and those Italian tourists who dream of being able to eat their favourite dishes in Italian premises overseas the reply must necessarily be that this is not always possible.

In those cases in which it is possible to find ingredients, such as meats, fish and cheese similar to ours, the taste is different due to the nature of the products, the pastures, the water and even the type of animal. For cheese the discussion becomes even more complicated. In the case of mozzarella mentioned above we have proof from the attempts in America to replicate the production of buffalo milk mozzarella from the Campania region that the outcome does not have the same taste as the Italian product. This is not a surprising result and for this reason planes transport mozzarella from Campania overseas for the customers who can afford the luxury.  And here we add the other aspect that changes some aspects of our cuisine overseas.

Hygiene regulations and food products change from country to country and therefore the product that is exported to other countries must necessarily be different from the original Italian product. This obviously has a major effect on the cheeses but this also has an effect on other products such as smallgoods such as prosciutto and salami.

For these reasons many restaurateurs must consider local ingredients that are well suited to Italian cooking and create very good culinary fusions but which we certainly cannot define as entirely Italian.

Then an essential consideration is that of the tastes of their customers. We Italians are brought up with our traditions of how to eat, the combinations of ingredients and also how the dishes are presented and eaten. Customers overseas, the vast majority of the customers of Italian premises overseas, do not have the same traditions and therefore the restaurateurs must again modify their recipes. To give a specific example of an Italian product modified for the overseas market, the recipe of Nutella changes from country to country according to the tastes of the customers of each country.

These changes to the cooking go from the cooking times of the pasta, often overcooked for Italian tastes, to the exclusion of pork products in Israel and Moslem countries, as well as the amount of sauce and the portions to be served. Those who go to Anglo-Saxon countries discover that the customer has two sizes of first course, the smaller entrée for those who want more than one course to the “main course” for those who want to eat only pasta or a bigger serve. This is a custom that I must admit is not necessarily wrong.

For these reasons it would be hard to institute a DOC certification for Italian cooking overseas as the Japanese government intends doing with their cuisine, especially sushi and sashimi. For the same reasons Italian tourists who intend eating in Italian restaurants during a trip must understand that they cannot expect the same dishes that they would eat at home.

Like our Culture the cuisine is one of our glories but it would be wrong to think that it is possible to export it overseas in a way that is identical to the Italian product. However, this does not change the economical and cultural importance of the growth of Italian restaurants overseas.

The export of Italian food products overseas gives a very important contribution to our economy and creates a huge number of jobs. And then we must be proud that the world’s best chefs take their inspiration from our recipes and products. In fact, it is not at all a coincidence that many of them work in Italy at the start of their careers to better learn the Art of cooking.

Let us be realistic in our expectations when we go overseas. Our dishes change from place to place and from family to family here in Italy. So, how can we ever expect and demand that they do not change overseas?

Il Diritto più importante e anche il più a rischio – The most important Right and also the one most at risk

di emigrazione e di matrimoni

Il Diritto più importante e anche il più a rischio

Nel praticare il diritto di libertà d’espressione, dobbiamo ricordarci sempre che opinione non è “verità”.

Abitiamo in un mondo che pretende sempre di più i diritti, ma che spesso ignora i doveri e ancora più spesso dimentica che il concetto di diritti umani è, in termini storici, abbastanza giovane.

Pretendiamo questi diritti, ma proprio nel pretendere rischiamo di minacciare uno dei diritti universali più importanti, il diritto d’espressione, che insieme al primo, cioè che i diritti di tutti sono eguali e inalienabili, contribuisce a stabilire le fondamenta della Democrazia. Nel pretendere questo diritto dimentichiamo che non è assoluto ma vincolato e quindi ha dei limiti che garantiscono la sua efficacia.

Allora guardiamo questo diritto perché il dibattito pubblico, a partire dalla politica, dipende dal capire bene che il diritto all’espressione e all’opinione non è sempre quel che pensiamo.

Data Storica?

“Dio creò il mondo alle 9 del mattino del 23 ottobre, 4004AC”, oggigiorno rideremmo a una dichiarazione del genere, però nel ‘600 il Vescovo anglicano James Ussher fece questa dichiarazione dopo una meticolosa ricerca delle genealogie della Bibbia per darci una data precisa.

Purtroppo per lui, proprio in quegli anni è iniziato il periodo storico che porterà alla Dichiarazione dei Diritti Universali, l’Illuminismo. Questo periodo non era basato sulla Filosofia effimera ma sul concetto solido che lo sviluppo non era possibile senza certezze dimostrabili e in molti casi queste certezze potevano venire solo dalla Scienza in tutte le sue forme.

Il mondo del Vescovo aveva ancora in mente i castighi di uomini che oggi chiamiamo scienziati come Copernico e Galileo Galilei, che avevano messo in dubbio le parole della Bibbia perché le loro ricerche avevano cominciato a dare le prime prove concrete e, ancora più importante, verificabili, che il nostro mondo non era il centro dell’universo come una volta si pensava.

Infatti, subito dopo la dichiarazione di Ussher le prime scoperte di ossa enormi in varie parti del mondo cominciarono a smentire la precisione della sua dichiarazione e oggi nessuno può negare che la data del 4004aC non sia affatto credibile, anche se ci sono ancora persone che ci credono ciecamente.

Enciclopedia

Non fu un caso che gli stessi uomini, come Diderot, Cartesio e Voltaire, le cui opere formano la base della Dichiarazione dei Diritti Umani, crearono la prima Enciclopedia in Francia nel 1768 proprio per dare al mondo un mezzo per poter imparare, e quindi realizzare il potenziale degli esseri umani che credevano fossero uguale per tutti.

Tristemente, proprio questo aspetto sta diventando sempre più debole nel mondo d’oggi perché molti tendono a credere che “le opinioni “ siano eguali a fatti stabiliti dopo serie ricerche e prove.

In Italia abbiamo il detto che “La matematica non è opinione”, e questo vale per tutte le altre scienze. Il motivo è di una semplicità estrema che molti non vogliono più riconoscere. La matematica è concreta e dimostrabile, come anche le altre scienze vere e serie.

Nel parlare della concretezza delle prove troppi non vogliono ricordare che la scienza parte dall’ipotesi, cioè una teoria basata su ricerche ed osservazioni. Per l’ipotesi, l’equivalente scientifica dell’opinione dell’uomo qualunque, non ha alcuna validità fino alla fine delle prove rigorose e controllate e, ancora più importanti, verificabili e ripetibili, che stabiliranno la veridicità della teoria.  Nel momento in cui altri possono ripetere le prove con gli stessi risultati, quella ipotesi iniziale diventa un fatto scientifico.

Quando leggiamo i commenti sui giornali, nei salotti televisivi e sempre di più sui social, ci vuol poco per constatare che molti hanno dimenticato che la Scienza non è un’opinione ma qualcosa di solido che è facilmente controllabile.

Ne abbiamo le prove in questo periodo di Covid-19 quando filmati YouTube anonimi, meme creati ad arte, e le opinioni di personaggi pubblici e influencer sono diventati, nella mente di una parte non indifferente della popolazione, più importanti e credibili dei pareri di scienziati. Vediamo il prezzo di questo atteggiamento ogni giorni nei giornali e i TG con i numeri dei nuovi contagiati e i defunti di tutto il mondo.

Purtroppo, questo atteggiamento di credere a cose non dimostrabili si estende non solo a fatti scientifici, ma ora ad ogni aspetto del dibattito pubblico con conseguenze che temiamo non abbiamo ancora capito per la nostra società civile.

Personaggi misteriosi e politici

Oggi l’esempio più eclatante di questo fenomeno di credere in cose non dimostrabili si può assumere con un lettera, “Q”.

Questo personaggio, che nessuno è ancora riuscito a identificare, è il centro del movimento QAnon che sta destabilizzando il dibattito pubblico internazionale, in modo particolare nei paesi anglofoni. Le sue “teorie” e dichiarazioni di complotti internazionali che coinvolgono uno “stato profondo” misterioso, accuse di atti orrendi da parte di politici e personaggi importanti del mondo dello spettacolo, e persino una nuova forma di antisemitismo, hanno portato ad atti violenti contro i suoi “bersagli”.

Ma il fatto più strano del suo seguito è che nessuna delle sue dichiarazioni è stata confermata. Anzi, molti di questi complotti sono stati chiaramente dimostrati come falsi, eppure i suoi seguaci continuano a diffondere le sue idee e “teorie” sotto la pretesa del “diritto d’espressione e opinione”.

Allo stesso modo politici, e in questi casi in molti paesi in tutti i continenti, e non solo anglofoni, cercano di smentire notizie per loro scomode con l’accusa di “fake news”, cioè notizie false, per cercare di mandare avanti i loro programmi politici.

In modo particolare cercano di screditare il mezzo più importante della diffusione di informazioni, la stampa, con l’effetto che indeboliscono uno dei pilastri della Democrazia. Eppure pochi riconoscono il vero pericolo di questi atteggiamenti.

Limiti ed Effetti

L’effetto di tutto questo è precisamente l’indebolimento del concetto della libertà d’espressione e d’opinione perché troppi dimenticano che questo diritto ha sempre avuto limiti. Nel pretendere il diritto in modo assoluto chiudono gli occhi alla seconda parte del diritto, contenuto persino nella Dichiarazione dei Diritti Umani del 1789, “Purché la manifestazione di esse non turbi l’ordine pubblico stabilito dalla Legge”. Basta pensare che le moderne leggi di diffamazione e le leggi contro l’istigazione all’odio razziale non sarebbero possibili se non ci fossero questi limiti.

Nel praticare il diritto di libertà d’espressione, dobbiamo ricordarci sempre che opinione non è “verità”. Diffondere opinioni che si può dimostrare essere false e ingannevoli non fa parte dello spirito che portò alla Dichiarazione dei Diritti Umani del 1789, che voleva mettere fine a un sistema dove la maggior parte della popolazione era soggetta ai desideri e anche i vizi di una piccola minoranza che si credeva “superiore” per appartenenza a famiglie aristocratiche.

Il paradosso della Rivoluzione tecnologica dell’internet, il mezzo più importante per la diffusione di questi concetti pericolosi, è che senza la scienza l’internet non sarebbe stato possibile, ma è proprio l’internet che diffonde quei concetti che mettono a rischio i progressi della scienza nei due secoli e mezzo dall’uscita dell’Enciclopedia che doveva essere la prova che la scienza poteva dare all’Uomo un mondo migliore.

L’effetto di tutto questo è l’indebolimento non solo della scienza, ma anche e soprattutto dell’altro concetto fondamentale uscito dall’Illuminismo come mezzo per dare al mondo un futuro migliore, la Democrazia moderna.

Chi diffonde complotti e notizie false per screditare avversari per poi difendersi con il diritto all’espressione, non fa altro che indebolire quel diritto e rischiare che nel futuro non valga niente perché avremo dimenticato la differenza tra verità e falsità.

E la responsabilità di tutto questo non è solo da parte di certi politici, ma anche di quei cittadini che, per qualsiasi motivo, sono pronti a sacrificare uno dei diritti più importanti perché non vogliono riconoscere che le loro idee, anzi, i loro pregiudizi, non hanno alcuna base solida. Basta pensare al concetto che pensavamo sparito alla fine dell’ultimo conflitto mondiale, la purezza della razza, che di nuovo fa parte del dibattito di una parte della popolazione che rifiuta di riconoscere che abbiamo tutti gli stessi diritti, senza eccezioni.

I nostri diritti universali sono importanti, ma siamo proprio noi che li mettiamo a rischio con il nostro comportamento ed è ora che cominciamo a capire che mettiamo più a rischio proprio quello che pretendiamo ogni giorno, senza capire che ha dei limiti che dobbiamo rispettare per assicurare che la nostra vita continuerà ad essere libera, il diritto d’espressione e d’opinione, perché senza  questo diritto non sarebbe possibile nemmeno il primo diritto fondamentale: “Tutti gli essere umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti”…

 

di emigrazione e di matrimoni

The most important Right and also the one most at risk

In exercising the right of freedom of expression and opinion we must always remember that opinion is not “truth”.

We live in a world that demands more and more its rights but that often ignores the duties and even more often forgets that the concept is quite young in historical terms.

We demand these rights but it is in demanding them that we risk threatening one of the most important human rights, the right of freedom of speech which, together with the first, that the rights of every person are equal and inalienable, forms one of the bases of Democracy. In demanding this right we forget that it is not absolute but restricted and therefore has limits that guarantee its effectiveness.

So, let us look at this right because public debate, starting with politics, depends on understanding well that freedom of speech and opinion is not always what we think.

Historic date?

 “God created the world at 9 in the morning on October 23, 4004BC”, today we would laugh at such a statement, however Anglican Bishop James Ussher made this declaration in the 17th after meticulous research of the genealogies in the Bible to give a precise date.

Unfortunately for him in those very years a historical period began that would lead to the Universal Declaration of Human Rights, the Enlightenment. This period was not based on ephemeral Philosophy but on the solid concept that development was not possible without demonstrable certainties and in many cases these certainties could come only from Science in all its forms. 

The Bishop’s world still had in mind the punishment of men such as Copernicus and Galileo who today we would call scientists who had put into doubt the words of the Bible because their research had begun to give the first concrete, and even more important, verifiable proof that our world was not the centre of the Universe as once was thought.

In fact, soon after Ussher’s declaration the first discoveries of big bones in various parts of the world began to put into doubt the precision of his declaration and today nobody can deny that the date of 4004BC is not at all credible, even if there are people today who still believe it blindly.

Encyclopaedia

It is no coincidence that the men whose works formed the basis for the Declaration of Human Rights, such as Diderot, Descartes and Voltaire,  created the first Encyclopaedia in France in 1768 precisely to give the world a means to be able to learn and therefore realize the potential of human beings that they believed was the same for everyone.

Sadly, this very concept is becoming weaker and weaker in today’s world because many tend to believe that “opinions” are the same as facts established after serious research and testing.

In Italy we have the saying that “Mathematics is not an opinion” and this is true for all the other sciences. The reason is of an extreme simplicity that many no longer want to recognize. Mathematics is solid and demonstrable, as are the other true and serious sciences.

When talking about concreteness of proof too many do not want to remember that science starts with a hypothesis that is a theory based on research and observation. The hypothesis, the scientific equivalent of the opinion for a normal person, has no validity until the end of rigorous and controlled and, even more importantly, verifiable and repeatable tests which will establish the veracity of the theory. In the moment that others can repeat the tests with the same results that initial hypothesis becomes a scientific fact.

When we read comments in the newspapers, TV talk shows and increasingly on the social media it takes little to realize that many have forgotten that science is not an opinion but something concrete that can easily be checked.

We have the proof in this period of Covid-19 when anonymous YouTube videos, artfully created memes and the opinions of public figures and influencers have become more important and credible than scientists in the mind of a considerable part of the population. We see the price of this attitude every day in the newspapers and TV news services when we see the numbers of the newly infected and the dead around the world.

Unfortunately, this attitude of believing in things that cannot be demonstrated extends not only to scientific facts but not to every aspect of public debate with consequences that we have not yet understood for our civil society.

Mysterious characters and politicians

The most striking example of this phenomenon of believing in things that cannot be demonstrated can be summarized with a letter, “Q”.

This person, who nobody has yet managed to identify, is the centre of the QAnon movement that is destabilizing the international public debate, particularly in English speaking countries. His “theories” and declarations of international conspiracies that involve a mysterious “deep state”, accusations of horrendous acts by politicians and prominent show business people and even a new form of anti-Semitism have led to violent acts against his “targets”.

But the strangest fact about his following is that none of his declarations have been confirmed. Indeed, many of these conspiracies have been clearly shown to be false, yet his followers continue to spread his ideas and “theories” under the pretext of “freedom of expression and opinion”.

In the same way politicians, and in these cases in many countries in all the continents and not only English speaking countries, try to discredit news that is troublesome for them with the accusation of “fake news” to try and advance their political agendas.

In particular, they try to discredit the most important means of disseminating information, the Press, with the effect of weakening of the most important support structures of Democracy. And yet few recognize the true danger of these attitudes.

Limits and Effects

The most important effect of all this is the weakening of the concept of freedom of expression and opinion because too many forget that this right has always had limits. In demanding the right in an absolute way they turn a blind eye to the second part of the right contained even in the Declaration of the Rights of Man” of 1789, “Provided that the their manifestation does not disturb the public order established by the Law”. We only have to think that modern defamation laws and laws against the incitement of racial hatred would not be possible if there were not these limits.

In exercising the right of freedom of expression and opinion we must always remember that opinion is not “truth”. Spreading opinions that are demonstrably false and deceptive is not part of the spirit that led to the Declaration of the Human Rights that wanted to put an end to a system where the majority of the population was subject to the desires and also the vices of a small minority who believed they were “superior” because they were born into aristocratic families.

The paradox of the technological Revolution of the internet, the most important means of the spread of these dangerous concepts, is that without science the internet would not have been possible but it is the internet itself that is spreading those concepts that put at risk the progress of science during the two and a half centuries since the publication of the Encyclopaedia that should have been the proof that of science would give Man a better world.

The effect of all this is the weakening not only of science but also and above all the other essential concept that came out of the Enlightenment as a means of giving the world a better future, modern Democracy.

People who spread conspiracies and news that are demonstrably false to discredit rivals to then defend themselves with freedom of expression does nothing but weaken that right and risks that it will be worth nothing in the future because we will have forgotten the difference between truth and falsehood.

And the responsibility for all this lies not only with certain politicians but also with those citizens who, for whatever reason, are ready to sacrifice one of the most important rights because they do not want to recognize that their ideas, indeed, their prejudices, have no solid foundation. We only have to think of the concept that we thought had disappeared at the end of the last World war, racial purity, that once again is part of the debate of a part of the population that refuses to recognize that we all have the same rights, without exception.

Our human rights are important but we are the ones who put them at risk with our behaviour and it is time we began to understand that we put most at risk precisely the right that we demand every day without understanding that it has limits that we must respect to ensure that our lives continue to be free, the right of freedom of expression and opinion, because without this right even the first right would be impossible, “All human beings are born free and equal in dignity and rights”….

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