Italiani all’estero:la Faccia Vera e quella Ufficiale- Italians Overseas: The True Face and the Official Face

di emigrazione e di matrimoni

Italiani all’estero: la Faccia Vera e quella Ufficiale

Tutti all’estero sanno cosa succede quando deve arrivare un personaggio importante della burocrazia o della politica in Italia in una città con una comunità italiana importante.

Ci troviamo spesso a guardare una persona per chiederci se la faccia che vediamo sia quella vera, oppure una presentazione che vuol dare al mondo per trasmettere un’impressione che non sempre coincide con quel che è di solito.

Questo già rende difficile giudicare bene una persona, ma quanto più difficile è giudicare una comunità in base a quelli che dovrebbero rappresentarla?

Infatti, questo è il dilemma che spesso dobbiamo affrontare quando parliamo degli italiani all’estero e in modo particolare quando noi in Italia dobbiamo giudicare una realtà ben diversa da quel che ci circonda ogni giorno, sia in usanze che nella lingua, ecc.

Allora andiamo a vedere cosa succede quando un personaggio importante da Roma arriva in una comunità italiana all’estero e chiediamoci, quanto sappiamo davvero di queste comunità?

Visita ufficiale

Tutti all’estero sanno cosa succede quando deve arrivare un personaggio importante della burocrazia o della politica in Italia in una città con una comunità italiana importante.

Il Console locale convoca i Comites del luogo, si organizza l’incontro con la presenza di chi parla perfettamente l’italiano, gli incontri si fanno nel Consolato o in un luogo scelto per mettere a suo agio il personaggio di turno e la gente invitata a partecipare è quella che di solito è d’accordo con i motivi che hanno portato il personaggio a fare un viaggio lunghissimo.

Naturalmente si va a mangiare nei migliori ristoranti italiani della città, sempre accompagnati da qualcuno che possa assicurare che il soggiorno non sia interrotto da gente non gradita. A volte si mangia in casa di uno dei notabili locali, sempre scegliendo come altri ospiti chi parla l’italiano e che sappia chiacchierare con l’ospite dal Bel Paese.

Alla fine del soggiorno l’ospite viene accompagnato all’aeroporto per proseguire alla prossima tappa del viaggio di lavoro.

Ora, considerando questo scenario che si ripete spesso in ogni paese dove ci sono i nostri parenti e amici all’estero, abbiamo l’obbligo di chiederci, che impressione avrà avuto il nostro rappresentante di questa comunità?

Illusione

In effetti, se pensiamo che nei paesi dove le comunità italiane sono oltre la quinta generazione, l’impressione dell’ospite è di una comunità composta di gente che capisce la nostra lingua, che sa i dettagli necessari per i temi da trattare e che la comunità ha potuto mantenere i migliori aspetti della nostra Cultura.

Purtroppo e tristemente questa non è quasi mai la realtà e i personaggi locali che l’ospite ha conosciuto sono quasi sempre di prima generazione, spesso lavorano per gruppi italiani, patronati, ecc., e benché sappiano i temi da trattare, non sono veramente rappresentanti delle realtà delle comunità delle loro città.

In effetti questo crea l’illusione da parte dell’ospite di una realtà che non esiste. Allora guardiamo qual è la vera realtà delle nostre comunità italiane in giro per il mondo.

Realtà

In paesi come gli Stati Uniti, Argentina e il Brasile le comunità italiane sono ben oltre la sesta generazione nata in quei paesi. I discendenti degli immigrati originali conoscono la storia famigliare tramandata da generazione a generazione, ma non conoscono la lingua italiana, come non conoscono la realtà dell’Italia moderna d’oggi e nemmeno la grandezza vera della nostra Storia, tantomeno la nostra Cultura.

Pensiamo che l’Australia sia un paese di emigrazione italiana nuova, ma i figli degli emigrati italiani nel paese dopo la seconda guerra mondiale sono già nonni e alcuni sono persino bisnonni. Allora quel che abbiamo descritto per i paesi tradizionali vale anche per l’Australia, il Canada e gli altri paesi nuovi.

Nei paesi europei con grandi comunità italiane, come il Belgio e la Germania, le realtà sono diverse perché la vicinanza al Bel Paese vuol dire che i figli e discendenti degli emigrati hanno potuto tenere contatti più stretti e longevi con l’Italia dei loro parenti ed amici negli altri continenti, però, non dubitiamo affatto che anche in questi paesi le visite ufficiali di personaggi si sviluppano come abbiamo descritto sopra, e allora l’impressione delle comunità non riflette per bene nemmeno queste realtà a chi viene per uno, due o tre giorni con contatti limitati ai “rappresentanti” delle comunità e non con la popolazione italiana in generale.

Allora qualcuno dirà, cosa vuol dire tutto questo con tenere il contatto tra le comunità italiane e l’Italia?

Effetti

Abbiamo visto gli effetti diretti nei primi Stati Generali della lingua italiana a Firenze dove non solo non c’era una rappresentanza massiccia di insegnanti ed addetti ai lavori dall’estero, ma era anche ovvio che chi faceva i discorsi non capiva le moltissime realtà e i problemi da superare per incoraggiare i discendenti degli emigrati italiani in tutto il mondo a imparare la nostra lingua.

Questo vale anche e soprattutto per la promozione della nostra Cultura in generale perché le impressioni sbagliate di come si svolgono gli incontri che abbiamo descritto sopra, troppo facilmente traggono in inganno i rappresentanti dei ministeri e i politici che dovrebbero controllare le realtà per poter fornire le promozioni mirate e necessarie per fare conoscere meglio la nostra Cultura al mondo.

È fin troppo ovvio capire che se le impressioni delle comunità sono sbagliate, allora i progetti destinati a promuovere la nostra Cultura all’estero hanno molto meno possibilità di produrre risultati soddisfacenti a lungo termine.

Queste impressioni non possono migliorare con solo pochissimi parlamentari eletti alle circoscrizioni estere perché i loro seggi così grandi e le sedute parlamentari a Roma vogliono dire che difficilmente possono visitare più di un numero limitato di luoghi all’anno, quasi sempre per motivi ben precisi con contatto limitato oltre i locali consolati e Comites.

Nel menzionare i Comites, dobbiamo riconoscere che, se davvero devono rappresentare per bene queste comunità, come possono farlo solo con membri che sono quasi del tutto della prima generazione e nessuno oltre la terza?

Soluzioni

Soluzioni per queste situazioni sono difficili da trovare, ma abbiamo l’obbligo di cercarle perché sono una chiave fondamentale per creare un programma internazionale efficace per promuovere tutti i nostri prodotti all’estero, a partire dal nostro prodotto più importante e prestigioso, la nostra Cultura, di tutti i tipi.

Sicuramente dobbiamo dare più voce ai nipoti e pronipoti dei nostri emigrati degli ultimi 150 e più anni. Ma questo non si può fare solo in italiano. Dobbiamo fare una breccia nella mentalità che poiché la nostra è la lingua più bella del mondo dobbiamo fare tutto in italiano. Ma dobbiamo anche pensare che non abbiamo mai incontrato una persona di un altro paese che non pensi che la propria lingua sia la più bella del mondo…

Dobbiamo capire una volta per sempre che la faccia ufficiale che i  nostri politici e burocrati vedono delle comunità italiane all’estero non è quella reale e che si tratta di realtà molto più variegate di quel che pensiamo in Italia. Come paese con decine e decine di milioni di parenti e amici all’estero dobbiamo riconoscere che molti di loro non parlano la nostra lingua, tanto meno conoscono il loro passato e patrimonio culturale.

Tutti i corsi per i venditori nel mondo partono con un concetto principale, dobbiamo conoscere i nostri potenziali clienti e, se dobbiamo partire dai nostri amici e parenti all’estero, dobbiamo riconoscere le differenze tra le comunità italiane nel mondo, a volte anche all’interno dello stesso paese.

Perciò, cominciamo a lavorare insieme per creare un sistema che riconosca queste realtà e che le tenga ben in mente quando programmiamo le nostre promozioni internazionali di ogni tipo.

Questo non è un progetto di poco conto, perché promuovere davvero la nostra Cultura è la chiave per rendere ancora più grande il nostro paese e per attirare milioni e milioni di turisti in più ogni anno. Ma non possiamo farlo se non conosciamo chi sono i nostri clienti.

E il punto di partenza è capire che la faccia vera degli italiani all’estero non è affatto quella che si vede nelle funzioni ufficiali. Senza consapevolezza di questa differenza importante rischiamo di lavorare invano.

di emigrazione e di matrimoni

Italians Overseas: The True Face and the Official Face

Everybody overseas knows what happens when an important person in Italy’s bureaucracy or politics has to go to a city with a major Italian community.

We often find ourselves looking at a person and wondering if the face we see is the person’s true one or a presentation that the person wants to give the world to pass on an impression that does not always coincide with what he or she usually is.

This is already makes it hard to judge a person well but how much harder is it to judge a community based on those who should represent it?

In fact, this is the dilemma we must often have to face when we talk about Italians overseas and particularly when we in Italy must judge a reality that is much different from what surrounds us every day in terms of customs, language etc.

So, let us look at what happens when an important person from Rome goes to an Italian community overseas and let us ask ourselves, what do we truly know about these communities as a result of these visits?

Official visit

Everybody overseas knows what happens when an important person in Italy’s bureaucracy or politics has to go to a city with a major Italian community.

The local Consul calls a meeting of the city’s Comites (representative committee), a meeting is organized with the presence of those who speak perfect Italian, the meetings are held in the Consulate or in a place chosen to put the person at ease and the people usually invited to participate are those who are in agreement with the reasons that brought the person to make that very long trip.

Naturally they go to eat at the city’s best Italian restaurants, always accompanied by someone who can ensure that the stay is not interrupted by unwelcome people. Sometimes they eat at the home of a notable local Italian, always choosing as the other guests people who speak Italian and who know how to chat with the guest from Italy.

At the end of the stay the guest is accompanied to the airport to continue on to the next stage of that work trip.

Now, considering this scenario, that is repeated often in every country where there are our relatives and friends overseas, we must ask ourselves, what impression will our representative have had of this community?

Illusion

Effectively, if we think that in the countries where the Italian communities are beyond the fifth generation, the guest’s impression is of a community made up of people who understand our language, who know the details needed for the issues to be dealt with and that the community was able to maintain the best aspects of our Culture.

Unfortunately and sadly, this is almost never the reality and the local people that the guest met are almost always of the first generation, often work for Italian groups, patronati, etc, and even though they know the issues to be dealt with, they are not truly representative of the realities of the community in their city.

In effect this creates the illusion on the part of the guest of a reality that does not exist. So, let us look at what is the reality of our Italian communities around the world.

Reality

In countries like the United States, Argentina and Brazil the Italian communities are well past the sixth generation born in the countries. The descendants of the original migrants know the stories of their families that have been passed down from generation to generation but they do not know the Italian language, just as they do not know the reality of today’s modern Italy and not even the true greatness of our history, let alone our Culture.

We think that Australia is a country of recent Italian migration but the children of the Italian migrants in the country after the Second World War are already grandparents and some cases even great grandparents. So what we described for the traditional countries also applies to Australia, Canada and the other new countries.

In the European countries with large Italian communities, such as Belgium and Germany, the realities are different because the proximity to Italy means that the children and the descendants were able to keep closer touch and longer contacts with Italy than their relatives and friends in other continents, however, we do not at all doubt that even in these countries the official visits by important people from Italy develop as we described above and so the impression of the communities does not reflect well even these realities to those who visit for one, two or three days with contacts limited to the “representatives” of the community and not with the Italian community in general.

So, some will say, what does all this have to do with maintaining contact between the Italian communities and Italy?

Effects

We saw the direct effects at the Estates General of the Italian Language in Florence where not only was there no massive representation of teachers and experts from overseas but it was also obvious that those making speeches did not understand the many realities and the problems to be overcome to encourage the descendants of Italian migrants all over the world to learn our language.

This is also and above all applies to the promotion of our Culture in general because the wrong impression from how the meetings take place overseas as we described above all too easily mislead the representatives of Ministries and politicians who should check the realities in order to be able to provide the targeted promotions needed to make our Culture better known to the world.

It is all too obvious to understand that if the impressions of the communities are wrong, then the projects destined to promote our Culture overseas have less chance to produce satisfactory long term results.

These impressions cannot be improved with only a very limited number of parliamentarians elected in the overseas electorates because their seats are so large and the parliamentary sittings in Rome mean that they can barely visit more than a limited number of places every year, almost always for very specific reasons with limited contacts beyond the local Consulates and Comites.

In mentioning the Comites we must recognize that, if they truly must represent these communities well, how can they do so only with members who are almost all of the first generation and none beyond the third generation?

Solutions

Solutions for these situations are hard to find but we have an obligation to look for them  because they are a fundamental key to creating an effective international programme for the promotion of all our products overseas, starting with our most important and prestigious product, our Culture, of all kinds.

We must certainly give more voice to the grandchildren and great grandchildren of our migrants over the last 150 and more years. But this cannot be done only in Italian. We must create a breach in the mentality that because our language is the world’s most beautiful language we must do everything in Italian. We must also think that we have never met a person from another country who does not think their own language is the most beautiful in the world…

We must understand once and for all that the official face that our politicians and bureaucrats see of the Italian communities overseas are not their true face and that it is always much more varied than we in Italy think. As a country with many tens of millions of relatives and friends overseas we must recognize that many of them do not speak our language, much less know their past and cultural heritage.

All the world’s courses for salespeople start with one main concept, we must know our potential customers and if we want to start with our relatives and friend overseas we must recognize the differences between Italian communities around the world and at times even within the same country.

Therefore, let us start working together to create a system that recognizes these realties and that bears them well in mind when we programme our international promotions of every kind.

This is not a project of little significance because truly promoting our Culture is the key to making our country even greater and to attracting millions and to attracting millions and millions more tourists every year. But we cannot do this if we do not know who are customers are.

And the starting point is to understand that the true face of the Italians overseas is not at all what is seen in the official functions. Without awareness of these major differences we risk working in vain.

ll Cardinale Rivarola e i suoi “matrimoni” faentini- Cardinal Rivarola and his “marriages” in Faenza

di emigrazione e di matrimoni

ll Cardinale Rivarola e i suoi “matrimoni” faentini

La Storia dimostra chiaramente che Rivarola combatteva per un concetto, il Potere del Papa, che non aveva più un posto in un mondo sempre più secolare e la creazione dell’Italia totalmente riunita meno di cinque decenni dopo ne è la prova.

In un recente articolo riguardo il regista Luigi Magni e i suoi film basati su Roma durante il Risorgimento (Il Regista e la Città di Potere, Roma – The Director and the City of Power, Rome) abbiamo nominato uno dei protagonisti del film “Nell’Anno del Signore”, il Cardinale Agostino Rivarola, e il suo ruolo nella soppressione delle rivolte anti-papaline nella Romagna che all’epoca faceva parte dello Stato Pontificio.

Perciò abbiamo chiesto al sito web Historia Faentina (http://www.historiafaentina.it/Index.html)  il permesso di pubblicare il seguente articolo riguardo un avvenimento molto particolare del 1824 nella città di Faenza che coinvolse il “Borgo” dall’altra parte del fiume della città e la città stessa. Infatti, esiste ancora una rivalità forte tra il Borgo e la città tale che quando gli abitanti del Borgo vanno nel centro storico dicono “Andiamo a Faenza” come fossero visitando un’altra città.

Dovremo spiegare due termini utilizzati nell’articolo per coloro che non conoscono bene la Storia del Risorgimento, particolarmente i lettori all’estero. “Sanfedisti” era il nome dato a coloro che si opponevano alle forze rivoluzionarie che volevano deporre il Potere del Papa e il nome viene dal “esercito popolare” formato nell’Italia meridionale dal Cardinale Fabrizio Ruffo dopo la presa di Roma da parte di Napoleone. Ovviamente i “Papaloni” erano quelli che appoggiavano il Papa contro gli “eretici” pro-italiani.

Naturalmente qualsiasi storico che studia una determinata epoca storica vede l’epoca secondo le proprie idee e questo è il caso nell’articolo. Non critichiamo lo storico ma ovviamente la Storia dimostra chiaramente che Rivarola combatteva per un concetto, il Potere del Papa, che non aveva più un posto in un mondo sempre più secolare e la creazione dell’Italia totalmente riunita meno di cinque decenni dopo ne è la prova.

Vogliamo ringraziare Miro Gamberini, l’amministratore del sito e Luigi Solaroli per la loro gentile collaborazione per questo articolo. Tristemente Salvatore Banzola, l’autore dell’articolo non è più con noi e siamo lieti che questo darà ai nostri lettori l’opportunità di leggere il suo lavoro e di tenere viva il ricordo di lui.  Apprezziamo il loro appoggio e il loro sito è così ricco di altri incidenti interessanti dal passato di Faenza che nel corso del tempo ne forniremo altri, uno in particolare, che riguarda un signore locale, che era così oltraggioso che Dante mise l’anima del signore nel suo Inferno ancora prima del decesso.

Il Cardinale Rivarola e i suoi “matrimoni” faentini

by Salvatore Banzola

Ancorché l’avvenimento che intendo trattare sia più che noto agli addetti ai lavori, soprattutto per una ricerca ricca, completa e rigorosa, effettuata dal prof. Leonida Costa (“In difesa di Agostino Card. Rivarola”), mi sembra opportuno riportarlo ad una parziale conoscenza dei non addetti e dei giovani, così come ci è stato illustrato da un altro storico e studioso faentino: Piero Zama – pur inserendo, in antitesi, alcune opposte convinzioni del Costa.

Il Cardinale Rivarola, per mettere ordine in questa nostra Romagna insanguinata da delitti, morti ammazzati e delazioni prezzolate, prese alcuni drastici provvedimenti. Per pacificare Faenza (Sanfedisti) col suo Borgo (Papaloni) emise alcuni editti e proclami: fu disposto che sei faentine sposassero sei borghigiani (sanfedisti), e sei borghigiane sposassero sei giovanotti della città (eretica). Il Cardinale subì un attentato in gioventù. Il cronista faentino Saverio Tomba, più, o molto meno, obbiettivo e sereno, nel suo resoconto dell’avvenimento dichiara, con pura malignità, che gli sposi erano “della più fecciosa plebe”. Dalla sua cronaca, fortemente negativa nei confronti degli sposi e soprattutto del Cardinale, hanno attinto a piene mani i detrattori del Rivarola.

La solenne cerimonia avvenne l’8 settembre del 1824: le dodici donzelle ed i dodici giovanotti, fra due ali di popolo incuriosito, salirono la bella gradinata del duomo, vestiti di “buone vestimenta” gli sposi, e particolarmente piacenti le sposine, per la funzione religiosa officiata sollenemente dal Vescovo. Dopo la cerimonia seguì il “rinfresco” nel vicino palazzo vescovile; quindi si formò un corteo con carrozze, offerte dalle famiglie nobili della città, e poi via  per raggiungere e percorrere lo Stradone; il lungo viale a quattro fila di platani nato nel periodo napoleonico, fino alla bella “Prospettiva” meglio nota come “e Funtanò”.

Un lussuoso banchetto fu servito agli sposi. Il banchetto era stato predisposto sotto tre padiglioni, allestiti allo scopo, su disegno e regia dell’architetto Pietro Tomba, e furono inservienti d’occasione i cavalieri e le dame faentine. Se non che, proprio al calar del giorno, press’a poco nell’ora del rincasare fra fra quelle coppie lamenti di diverso grado, proteste e strilli e ripulse che reclamavano – lì sul campo di battaglia – il nulla di fatto ed il niente da farsi. E fino a poco tempo fa, a Faenza, volendo spiegare le discordie, gli urli e le spinte o peggio di certi coniugi, si diceva: “Is s’rà maridè in tè Stradon – Si saranno sposati nello Stradone”.

Evidentemente il Rivarola pensava che, imponendo questi “Matrimoni”, combinati in tutta fretta dai parroci, si sarebbe esaurita quella rivalità fra le due fazioni di Faenza. Il risultato fu che, anziché una pacificazione, si aggiunse la ulteriore fonte di discordia fra i novelli improvvisati sposi (!).

Piero Zama, in queste sue considerazioni, fra un poco di ironia e un pizzico di superficialità, si allinea alla condanna pressoché unanime affibbiata al Cardinale da molti storici, fra cui lo stesso Saverio Tomba e il Messeri, e non evidenzia, chiaramente, come altri, il lato positivo, le pagine di buona gestione da lui effettuata, in campo politico, religioso, civile,in opere pubbliche importanti, in assistenza sociale. Pur gradevole è la lettura del suo saggio, sagaci i suoi commenti.

Il prof. Leonida Costa, dalle cui ricerche, valutazioni e conclusioni emerge una figura del Cardinale più corretta e focalizzata, sfata in parte le strane leggende sul suo conto con la appropriata documentazione e corrette argomentazioni nella citata ricerca “In difesa di Agostino Card. Rivarola”. Il quadro lasciatoci invece da molti storici o presunti tali, dipinge a tinte forti e fosche un Rivarola perfido e assolutista; su di Lui sono stati coniati i più perfidi e volgari epiteti, lo si costringe sotto il peso di un giudizio fortemente negativo, che ha influenzato ed è stato assorbito facilmente dal pensiero di molti.

Occorre restaurare un poco questo quadro (già lo ha fatto il prof. Costa), riportare in luce le tinte nascoste più chiare, con considerazioni più giuste, a mio vedere, che, ancorché non assolvano completamente il cardinale, lo collochino comunque in una cornice molto più degna: occorre considerare i tempi dei fatti cui ci riferiamo: non solo patriottismo, ma fatti di sangue, vendette personali, delinquenza della peggiore specie, che in qualche modo il Rivarola tenta di arginare.

Te leggi allora in vigore erano ben chiare, precise e non imputabili al Cardinale che le fece applicare; la “Sentenza”, che suscitò notevole clamore, riguardò 715 sudditi e ne colpì di condanne 514: 7 furono condannati a morte, 6 all’ergastolo, 29 a vent’anni di fortezza, 16 a quindici anni, e 37 a dieci anni, altre pene gradualmente meno gravi. L’ “Editto” firmato dal Cardinale nello giorno, autorizzato dal Papa dietro le forti pressioni del Rivarola, con un saggio di umana e cristiana pietà, mitigò tutte le pene inflitte: quindi “é fatta grazia della vita ai rei condannati a morte, e permuta la loro condanna in 25 anni di reclusione. I condannati alla detenzione a vita vengono ‘raccomandati alla luminosa clemenza del Nostro Signore” per la loro più o meno sollecita liberazione. Infine le condanne più lievi si trasformano in un pio soggiorno in questo o quel convento di frati, quanto basta per compiere i santi spirituali esercizi”

Molte le opere da Lui compiute con saggezza, lungimiranza e umanità, da strade provinciali a edifici importanti, a provvedimenti per la salute dei suoi sudditi, a regole chiare per il riordino di una situazione disastrosa. Lo storico faentino Leonida Costa, autore della presente ricerca, bene ha interpretato gli umori di questi Guelfi e Ghibellini Faentini, ha confutato le deduzioni di Piero Zama e della maggior parte degli storici Faentini, ha rivalutato l’opera del Rivarola che tutto sommato ha sempre agito per la pace a Faenza e in provincia, ottenendo risultati apprezzabili.

di emigrazione e di matrimoni

Cardinal Rivarola and his “marriages” in Faenza

The course of history shows quite clearly that Rivarola was fighting a concept, that of Papal Power, which no longer had a place in an increasingly secular world and the creation of a totally united Italy less than five decades later was the confirmation of this.

In our recent article about film director Luigi Magni and his films based on Rome during the Risorgimento, the reunification of Italy (Il Regista e la Città di Potere, Roma – The Director and the City of Power, Rome), we mentioned one of the main characters of the film “Nell’Anno del Signore” (In the Name of our Lord), Cardinal Agostino Rivarola, and his role in the suppression of the anti-Papal revolts in the Romagna region of what was then the Papal State.

For this reason we approached the website Historia Faentina (http://www.historiafaentina.it/) for permission to publish the following article about a very particular incident in the city of Faenza in 1824 involving the “Borgo” (the borough immediately across the river from the city) and the city proper. In fact, there is still a strong rivalry between the Borgo and the city such that when the inhabitants of the Borgo visit the city centre they still say “We’re going to Faenza”, as though visiting another city.

We should explain two terms used in the article for those who do not know the history of the Risorgimento. The “Sanfedisti” was the name given to the people who opposed the revolutionary forces set on overthrowing the power of the Papacy and was named after a “people’s army” formed by Cardinal Fabrizio Ruffo after Napoleon’s takeover of Rome in 1799. The “Papaloni” were obviously those who supported the Pope against the pro-Italian “heretics”.

Of course, any historian studying a given historical event views the time according to his or her own beliefs and this is the case in the article. We do not criticize the historian but the course of history shows quite clearly that Rivarola was fighting a concept, that of Papal Power, which no longer had a place in an increasingly secular world and the creation of a totally united Italy less than five decades later was the confirmation of this.

We wish to thank site’s administrator Miro Gamberini and Luigi Solaroli for their kind collaboration for this article. Sadly Salvatore Banzola, the author of the article, is no longer with us and we are pleased that this will give readers overseas a chance to read his work and keep his memory alive. We appreciate their support and their site is so rich with other interesting incidents from Faenza’s past that over time we will provide others, one in particular involving a local Lord that was so shocking that Dante put the Lord’s soul into his Inferno even before he died.

Cardinal Rivarola and his “marriages” in Faenza

by Salvatore Banzola

Even though the incident that I intend discussing is well known to the experts, especially due to rich, full and rigorous research by Professor Leonida Costa (“In Defence of Agostino Cardinal Rivarola) it seems appropriate for me to reveal it to those who are not experts and to young people just as it was illustrated by another historian from Faenza, Piero Zama, even if it includes some beliefs that are opposed to Costa’s.

Cardinal Rivarola took some drastic measures to put order in our Romagna that was bloodied by murders and hired informants. He issued edicts and proclamations to pacify Faenza (Sanfedisti) with its Borgo (Papaloni). He ordered that six women of Faenza marry six men from the Borgo (Sanfedisti) and six women form the Borgo marry six men from the (heretical) city. The Cardinal had been attacked in his youth. In his more or less objective and tranquil account of the incident the chronicler of Faenza Saverio Tomba declared with pure malice that the brides and grooms were “the scummiest of the people”. Rivarola’s detractors drew heavily from his account that was strongly negative towards the spouses and especially the Cardinal.

The solemn ceremony took place on September 8, 1825. The twelve maidens and the twelve young men climbed the beautiful steps of the Duomo between two wings of a curious people, the grooms were “dressed well” and the brides were particularly pleasing for the religious ceremony celebrated by the Bishop. The ceremony was followed by a “refreshment” in the Bishop’s palace nearby and then a parade of carriages, offered by the city’s nobility, was formed which then left to reach and parade along the “Stradone”, the long avenue with four rows of plane tress created during the Napoleonic period up to the beautiful “Prospettiva”, better known to the locals as “e Funtanò” (the big fountain).

A luxurious banquet was served to the couples. The banquet was set under three pavilions set up for the purpose that had been designed and directed by the architect Pietro Tomba and they were served by knights and ladies of Faenza. However, at exactly sunset, at about the time they returned home, various levels of complaints, protests and shrieks were heard on the battlefield that announced that nothing had come of it and nothing could be done. Until not long ago when people in Faenza wanted to give an explanation for the disagreements, screams or worse of certain couples they used to say “Is s’rà maridè in tè Stradon – They must have been married in the Stradone”.

Evidently Rivarola thought that by imposing these “Marriages” organized in a hurry by the parish priests the rivalry between Faenza’s two factions would have ended. The result was that, instead of pacification another source of discord was added amongst the impromptu couples (!)

Between a touch of irony and a pinch of superficiality Piero Zama in his considerations aligned himself with the almost unanimous condemnation of the Cardinal by many historians, including Saverio Tomba and Messert, and does not clearly highlight the positive side, the pages of good management carried out by him in the political, religious and civil fields, in major public works and social assistance.  Reading his essay is pleasant and his comments are wise.

A more correct and focussed figure of the Cardinal emerges from Leonida Costa’s research, with evaluations and conclusions that partially dispute that strange legends about him with the appropriate documentation and proper arguments in his research “In defence of Agostino Cardinal Rivarola”. The Portrait left to us by historians, or presumed such, depict a perfidious and absolutist Rivarola in strong and dark colours. The most perfidious and vulgar epithets were written about him which put him under the cloud of a strongly negative judgment that influenced and was easily absorbed by the thoughts of many. 

It is necessary to restore this framework, which was already been done by Costa, to bring back into the light the clearer hidden tones with more correct considerations, in my opinion, even if they do not totally absolve the Cardinal but place him in a much worthier setting. We have to consider the times of the facts to which we refer, there were not only patriotism but bloody acts, personal vendettas and the worst kinds of crimes that the Cardinal somehow tried to stem.

The laws in force at the time were clear, precise and not attributable to the Cardinal who applied them. The “Sentence” that caused considerable uproar concerned 715 subjects that condemned 514. 7 were sentenced to death, 6 to life imprisonment, 29 jailed in a fortress, 16 to fifteen years and 37 to ten years and the other punishments gradually less serious. The “Edict” signed by the Cardinal on the day, authorized by the Pope after strong pressure from Rivarola with wise and Christian pity, lessened all the punishments inflicted. Therefore, “Justice was granted to the lives of the offenders condemned to death and their punished was changed to 25 years of imprisonment. The offenders condemned to life imprisonment were “recommended to the luminous clemency of Our Lord” and for them more or less prompt release. And finally, the lighter sentences were transformed in pious stays in this or that convent of friars, just enough to carry out the holy spiritual exercises”

Many were the works carried out by him with wisdom, foresight and humanity, from provincial roads to major buildings, provisions for the health of his subjects and clear rules for reordering a disastrous situation. The historian of Faenza Leonida Costa, author of this research, interpreted the mood of these Guelphs (Pro-Papacy) and Ghibellines (Anti-Papacy) well, refuted the conclusions of Piero Zama and the majority of the historians of Faenza and re-evaluated the work of Rivarola who, after all, always acted for peace in Faenza and in the province, obtaining appreciable results.

“Il giorno degli immigrati” in Argentina ovvero la festività più anonima della quarantena- “The Day of the Immigrants”, Argentina’s most anonymous festivity of the Quarantine

di emigrazione e di matrimoni

“Il giorno degli immigrati” in Argentina ovvero la festività più anonima della quarantena

Spesso pensiamo che la emigrazione sia uguale in tutto il mondo, però ogni paese ha aspetti diversi che non si vedono dall’estero.

Nel suo nuovo articolo Paolo Cinarelli ci fa vedere diversi volti della realtà dell’emigrazione in Argentina. Spesso pensiamo che sia uguale in tutto il mondo, però ogni paese ha aspetti diversi che non si vedono dall’estero.

Paolo parla prima del “día del inmigrante” (Il giorno dell’immigrante) che quest’anno ha dovuto essere festeggiato in modo ridotto per l’emergenza Covid-19, ma che da anni sta perdendo il suo significato. Possiamo solo sperare che la comunità italiana trovi il modo giusto di valorizzare questa manifestazione perché i nostri parenti ed amici in quel paese compongono il 52% della popolazione ed è giusto che riconoscano le loro origini nel modo degno.

L’altro aspetto che Paolo ci fa capire è quello particolare del Sud America, la popolazione indigena che spesso è nomade e quindi incarna un altro aspetto del fenomeno dell’emigrazione che è giusto considerare.

Infatti, in questo articolo Paolo ci fa vedere come la Storia di ogni paese è sempre sorprendente e solo quando abbiamo l’opportunità di vederla, come in questo articolo, ci rendiamo conto che la Storia è davvero infinita nelle sue variazioni.

Nel ringraziare Paolo per questo articolo ripetiamo il nostro invito a tutti i lettori a inviare le loro storie personali da immigrati o figli/discendenti di immigrati italiani a: [email protected].

“Il giorno degli immigrati” in Argentina ovvero la festività più anonima della quarantena

di Paolo Cinarelli

Venerdì 4 settembre in Argentina si è celebrato in modo quasi anonimo una festività ormai dimenticata ma che in fondo non è mai stata celebrata veramente, si tratta del “día del inmigrante”, il giorno dell’immigrante, in base a quanto decretato nell’anno 1949 dall’allora presidente Juan Peron. In pochissimi comuni si continua a festeggiare con qualche sfilata in costume, ma senza dubbio la più famosa di tutte le feste dell’Argentina è quella che si svolge a Oberá nell’estremo nordest del Paese. Quest’anno si svolge in versione ridotta con il nome di “Oberá Inmigrantes”, come ricorda Chiara Forni dell’associazione emilianoromagnola Nettuno di Misiones. Per un giorno l’hashtag #diadelinmmigrante l’ha fatta da padrone ed è stato in testa alle tendenze in tutte le reti.

L’argomento dell’origine della popolazione del paese resta ancora tenuto all’oscuro. Alcuni dicono sia dovuta alle successive ondate migratorie e altri invece lo vogliono ridurre all’arrivo dei conquistadores, i conquistatori e del loro genocidio sulle popolazioni locali precolombiane chiamate “pueblos originarios”, in linea con la nuova terminologia voluta dai revisionisti. I primi sostengono che più del 95% della popolazione sia di origine europea e di loro oltre la metà è composta da oriundi italiani, per i secondi invece l’origine indigena sussiste in quasi il 60% degli argentini. A questo punto la logica del pensiero binario riduce ogni concetto a una più semplice questione sulla percentuale della composizione genetica, tanto per potere predominare sull’opzione contraria. La versione storica ufficiale risolve tutto con la Rivoluzione del 1810, le Guerre di Indipendenza e le prodezze epiche dei loro generali costituenti.

Ma lo sfondo storico invece è ben più ampio, dal 1853 la Costituzione argentina estende garanzie e scopi anche “para todos los hombres del mundo que quieran habitar en el suelo argentino”, letteralmente, a tutti le persone del mondo che vogliano vivere sul suolo argentino. Anche l’articolo 25 recita che “il Governo Federale incentiva l’immigrazione europea e non può limitare né gravare con alcun tributo l’ingresso nel territorio argentino degli stranieri che abbiano come obiettivo il lavoro della terra, lo sviluppo industriale, portare e insegnare scienze e arti”.

La data del 4 settembre è ancora anteriore in quanto ricorda la decisione del Triumvirato, il primo embrionale potere esecutivo dell’Argentina, che nel 1812 garantì ufficialmente “immediata protezione agli individui di tutte le nazioni e alle loro famiglie che desiderino vivere in Argentina”. A condizione, veniva chiarito, di non turbare la società e rispettare le leggi del paese. Questo era di fatto il primo riconoscimento del fenomeno dell’immigrazione, che avrebbe poi cambiato per sempre l’Argentina. Resta il fatto che le civiltà precolombiane erano anch’esse migranti in quanto nomadi, seppur sempre in un’area delimitata, per arrivare alla situazione attuale in cui il fenomeno migratorio è così articolato che gli spostamenti tra province e regioni coesistono con altri verso la capitale provenienti da tutto il paese.

“I migranti meritano molto di più di quanto questo Paese gli riconosce – diceva Roberto Carolei nel suo programma radio Tanos – perché ho sentito e visto diversi programmi e telegiornali e in nessuno hanno fatto riferimento a questa festività così importante che è il giorno dell’immigrante. In Argentina i conduttori, giornalisti e anche politici di ogni livello sono figli o nipoti di immigranti. Io penso che questa mancanza di identità ci porta a commettere errori a livello sociale, credo che riscoprendo la nostra identità troveremo i valori che portavano questi immigranti che hanno costruito l’Argentina”.

 

di emigrazione e di matrimoni

“The Day of the Immigrants”, Argentina’s most anonymous festivity of the Quarantine

We often think migration is the same around the world but every country has different issues that cannot be seen from overseas.

In his new article Paolo Cinarelli let us see different faces of the reality of migration in Argentina. We often think migration is the same around the world but every country has different issues that cannot be seen from overseas.

Firstly he speaks about the “día del inmigrante” (the day of the immigrant) that this year had to be celebrated in a reduced form due to the Covid-19 emergency but which for years had been losing its meaning. We can only hope that the Italian community finds the right way to give value to this event because our relatives and friends make up 52% of the country’s population and it is proper that they recognize their origins in a worthy way.

The other issue that Paolo lets us understand is one that is particular to South America, the indigenous population that is often nomadic and therefore embodies another aspect of the phenomenon of migration that is right to consider.

In fact, in this article Paolo let us see how the history of every country is always surprising and only when we have the chance to see it, as we do in this article, do we realize that history truly has an infinity of variations

And in thanking Paolo for this article we repeat our invitation to all our readers to send us their personal stories as migrants or children/descendants of Italian migrants to: [email protected].

“The Day of the Immigrants”, Argentina’s most anonymous festivity of the Quarantine

Paolo Cinarelli

On Friday September 4 Argentina celebrated in an almost anonymous way an event that is now forgotten and that basically has not really been celebrated. This is the “día del inmigrante”, the day of the immigrant, in accordance with the 1949 decree by then President Juan Peron. Very few local councils continue to celebrate the day with some parades in costume but without a doubt the most famous of all these celebrations in Argentina is held in Oberá in the extreme north-east of the country. This year it was held with the name “Oberá Inmigrantes” and in a reduced form as Chiara Forni of the Emilia-Romagna Association reminded us. For one day the hashtag #diadelinmmigrante dominated and led all the trends on all the networks.

The argument about the origin of the country’s population is still obscure. Some say that it was due to successive waves of migrants and on the other hand others want to reduce it to the arrival of the Spanish conquistadores, the conquerors, and their genocide of the local pre-Columbian populations called the “pueblos originarios” (original peoples) in line with the new terminology wanted by the revisionists. The former sustain that more than 95% of the country’s population is of European origin and of these more than half is made up of Italian oriundi (descendants) and the latter declare that those of indigenous origins make up almost 60% of the Argentineans. At this point the logic of the binary thinking reduces every concept to a simpler question of the percentage of the genetic composition just to be able to predominate over the opposing option. The official historical version resolves everything with the 1810 Revolution, the Wars of Independence and the epic feats of the constituent generals.

But the historical background is much wider since Argentina’s Constitution of 1853 extends guarantees and purposes also to “para todos los hombres del mundo que quieran habitar en el suelo argentino”, literally to all the people in the world who want to live on Argentinean soil. Article 25 also states that “the Federal Government encourages European immigration and cannot limit or burden with any entry tax into Argentinean territory any foreigners who have as their objective working the land, industrial development and to bring and teach the sciences and art”.

The date of September 4 is even earlier than this because it recalls the decision of the Triumvirate, the first embryonic executive power in Argentina, that in 1812 officially guaranteed “immediate protection to individuals of all the nations and their families who wish to live in Argentina” Provided, it was clear, that they did not disturb the society and respected the country’s laws. This was in fact the first recognition of the phenomenon of immigration that would then change Argentina forever. The fact remains that the Pre-Columbian civilizations were also migrants in that they were nomads, even if always in a defined area, to arrive at the current situation in which the phenomenon of migration is so articulated that movements between provinces and regions co-exist with others towards the capital from all the country.

“Migrants deserve more than what this country recognizes,” said Roberto Carolei in his Tanos radio programme, “Because I heard and saw various programmes and television news services and none made any reference to the day of the Immigrant that is such an important celebration. In Argentina the presenters, journalists and even politicians of every level are children and grandchildren of immigrants. I think that this lack of identity leads us to make errors on a social level and I believe that by rediscovering our identity we will find the values that these immigrants who built Argentina brought”

Non “solo un Immigrato” ma un essere umano e niente di meno- He was not “only an immigrant”, he was a human being and nothing less

di emigrazione e di matrimoni

Non “solo un Immigrato” ma un essere umano e niente di meno

La vita di Willy Monteiro Duarte  è finita la notte di sabato scorso in una piazza del paese dove molti gli volevano bene quando è stato aggredito da quattro balordi che l’hanno picchiato per venti minuti fino alla morte

Willy Monteiro Duarte è un nome che deve essere ricordato da tutta l’Italia.  Non era “solo un immigrato”, era prima di tutto un essere umano, aveva ventun’anni con ogni diritto di poter vivere in Italia in pace e costruire una vita come hanno fatto i nostri parenti e amici all’estero.  

Willy Monteiro Duarte è cresciuto in Italia da quando aveva solo un anno di età, ha fatto gli studi qui e prima di morire aveva iniziato il lavoro che avrebbe dovuto essere l’inizio di un percorso verso la nuova vita felice che i genitori sognavano quando sono emigrati a Colloredo vicino a Roma, con lui in braccio vent’anni fa. Si, è venuto in Italia da bambino ma a tutti gli effetti era veramente un italiano. 

La sua vita è finita la notte di sabato scorso in una piazza del paese dove molti gli volevano bene quando è stato aggredito da quattro balordi che l’hanno picchiato per venti minuti fino alla morte. La sua vita doveva essere anonima, piena di soddisfazioni di lavoro ed eventualmente una fidanzata, moglie ed infine figli. Ma questo non è stato il suo destino e non per colpa sua. 

Non nominiamo le persone che l’hanno aggredito. Non meritano d’essere ricordati come tali perché il loro atto, secondo le cronache, non si limitava solo a quell’episodio. Difatti, il semplice ed atroce fatto che hanno potuto aggredire la povera vittima per venti minuti, ci dice molto di come erano visti nel paese e, se venisse confermato, dobbiamo chiederci perché le autorità locali, a tutti i livelli, non abbiano fatto niente per prevenire la tragedia che poi è arrivata. 

Sabato sera i quattro balordi non hanno compiuto una semplice aggressione, hanno compiuto un delitto vero e proprio e per questo devono essere processati e condannati, secondo la legge, e senza attenuanti di uso di stupefacenti, oppure d’essere sotto gli effetti degli steroidi della palestra, anzi sono aggravanti perché non esiste nessuna giustificazione per commettere un delitto del genere. 

Inoltre, da società civile, dobbiamo chiederci anche se certi programmi televisivi che tendono a “romanticizzare” gente che in effetti sono criminali e non neo-Robin Hood hanno avuto l’effetto di fare pensare a certi giovani, come i quattro innominabili di sabato sera, che la loro è una vita da imitare, persino fino all’atto più estremo. Davvero possiamo permetterci, nel nome di “intrattenimento”, di dare ai nostri giovani modelli che non sono affatto da imitare ma da condannare sempre e ovunque? 

Se le indagini confermano le cronache giornalistiche, da paese civile dobbiamo pretendere che le autorità chiedano non solo un processo veloce dalla corte più autorevole, quella d’Assise, ma che il loro castigo sia il più pesante possibile perché dobbiamo far capire a tutti che certi comportamenti non appartengono a una società moderna e rispettosa dei diritti umani. E dobbiamo anche pretendere che alla fine della procedura giudiziaria i quattro colpevoli spariscano per sempre dalla nostra vita, che i loro nomi non appariranno più nei giornali e che alla loro morte non saranno ricordati da nessuno tranne i parenti più stretti. 

A rendere questo episodio tragico anche un caso di razzismo, è stata prima una frase choc dei parenti degli aggressori riportata da tutti i giornali del paese e poi dai commenti di utenti dei social che non sono degni di un paese democratico come il nostro. 

Infatti, non nominiamo gli imputati anche perché i loro famigliari avrebbero pronunciato una frase riguardo questo incidente che li rende moralmente responsabili per la tragedia del weekend scorso.  

“In fin dei conti cos’hanno fatto? Niente. Hanno solo ucciso un immigrato”, questa è la frase pronunciata da parenti degli aggressori che molte fonti giornalistiche in Italia hanno riportato in risposta alle reazioni del pubblico per cercare di smorzare il clamore attorno i quattro violenti che dopo aver compiuto il loro “atto coraggioso” sono andati al bar per autocongratularsi per il loro “coraggio”. Ma il loro non è stato un atto di coraggio ma di vera vigliaccheria oltreché mostruoso.  

Nel giro di poche ore altri “coraggiosi” sui social hanno cominciato a “festeggiare” l’accaduto con commenti come “era una scimmia”, “uno scimpanzé in meno”, “se l’è cercata” e così via. Molti di questi utenti son spariti dai social poco dopo aver capito la gravità dei loro commenti, o forse penalizzati dagli amministratori dei social stessi, ma non prima degli screenshot che ora girano liberamente. Ora possiamo solo sperare che ci siano i mezzi che permetteranno alla Polizia Postale per rintracciarli ed imputarli per istigazione a odio razziale ed applicare il massimo della pena per far capire che certi commenti non appartengono al nostro paese e alla civiltà. 

Ci sono quelli che negano l’esistenza del razzismo, ma dopo frasi del genere dai parenti degli imputati e dagli utenti social con quale altro nome possiamo descrivere questi commenti? “Cretinate”, “goliardia”, “bullismo” e chissà quante altre parole non fanno altro che “giustificare” un atto che non è altro che un reato vero verso  i diritti di tutti in Italia. 

Il loro comportamento dimostra a tutto il mondo che il razzismo esiste in una parte della popolazione, non solo d’Italia, ma di ogni paese. E per cancellarlo abbiamo l’obbligo di far capire che non possiamo mai accettare quell’ “attenuante” per qualsiasi motivo e non solo per un delitto…  

Le pagine dei giornali, le cronache televisive e i social sono pieni delle immagini dei presunti responsabili per la morte di Willy Monteiro Duarte che loro stessi avevano messo online per mostrare quanto fossero “bravi e coraggiosi”. Invece, ora sono in carcere in attesa di un eventuale processo per ufficializzare quel che i loro parenti avevano ammesso tacitamente con quella frase orrenda, che non erano affatto “bravi ragazzi”, ma quattro assassini di un ragazzo che cercava di portare pace in una rissa.  

Non esiste attenuante per spiegare un tale atto, non esiste la definizione preterintenzionale, si tratta di un omicidio volontario, perché sennò hanno continuato a menare calci e pugni per venti minuti?. Un ragazzo poco più che ventenne ha avuto una morte atroce e basta dire “era solo un immigrato” per dire che il caso è finito e tutti a casa come prima?  

No, assolutamente no. Il nome di Willy Monteiro Duarte deve essere ricordato come un essere umano per insegnare che ogni vita è preziosa, e che tutti i residenti in Italia hanno le stesse speranze e gli stessi diritti.  

Se fosse possibile bisogna anche seguire legalmente chi cerca di “giustificare” queste azioni con il ragionamento non sciocco, ma criminale, che in fondo la vittima è un immigrato e quindi indegno dei diritti contenuti e protetti in quel che chiamiamo la “Costituzione più bella del mondo”  

Willy Monteiro Duarte deve esser ricordato per farci capire per sempre che le parole belle non valgono niente se permettiamo a quattro assassini innominabili di aggredire chiunque semplicemente perché lo vogliono loro.  

E tutto questo non potrà succedere fino al giorno che avremo capito tutti che la parola “razzismo” non è una bandiera di una parte politica, ma vuol dire offendere i diritti di chiunque sia nel paese, italiano e non.  

Il razzismo non sparirà finché tutti non avranno finalmente capito che la vita di ogni individuo non si giudica dal colore della pelle, dall’accento e le origini. Ogni persona deve essere giudicata dalle proprie azioni personali, nel bene e nel male. Certo, ogni gruppo di immigrati ha i suoi delinquenti, ma non per questo dobbiamo timbrarli tutti nello stesso modo. E tutti gli italiani all’estero ne sanno qualcosa perché fin troppo spesso nelle loro vite hanno sentito dire il binomio italiani/mafia…  

E il nome di Willy Monteiro Duarte va ricordato per sempre anche per dire a tutto il mondo che “immigrato” non è qualcosa di cui vergognarsi, ma un titolo da portare con onore per chi conduce una vita buona nel nuovo paese.  

Come chi compie orrori, come hanno fatto i quattro balordi di sabato notte, non merita altro che il massimo castigo della legge, l’ergastolo, e l’oblio perché non hanno fatto niente di buono per il nostro paese, tranne fare vedere al mondo che anche noi abbiamo chi uccide con la semplice attenuante che “era solo un immigrato”, dimenticando che Willy Monteiro Duarte era, prima di tutto, un essere umano e niente di meno. 

 

di emigrazione e di matrimoni

He was not “only an immigrant”, he was a human being and nothing less

Willy Monteiro Duarte’s life ended last Saturday night in the town’s piazza where many loved him when he was assaulted by four thugs who beat him for twenty minutes until he died

Willy Monteiro Duarte is a name that must be remembered in all of Italy. He was not “only a migrant”, he was first of all a human being, he was twenty one years old with every right to live in peacefully in Italy and to make a life for himself like our relatives and friends did overseas.

Willy Monteiro Duarte grew up in Italy since he moved here at only one year of age, he studied here and before dying had started a job that should have been the start of a path towards the new and happy life that his parents dreamed of when they migrated to Colloredo near Rome twenty years ago with him in their arms. Yes, he came to Italy as a child but to all intents and purposes he was truly an Italian.

His life ended last Saturday night in the town’s piazza where many loved him when he was assaulted by four thugs who beat him for twenty minutes until he died. His life should have been anonymous, full of satisfaction at work and eventually a girlfriend, wife and finally children. But this was not his fate and it was not his fault.

We will not name the people who assaulted him. They do not deserve to be remembered as such because, according to the newspaper reports, their actions were not limited only to that episode. In fact, the simple and atrocious fact that they were able to attack the poor victim for twenty minutes tells us a lot of how they were seen in the town and, if confirmed, we  must ask ourselves why the local authorities, at all levels, had done nothing to prevent the tragedy that then came.

Saturday evening the four thugs did not carry out a simple assault, they committed a real murder and they must be tried for this and condemned according to the law and with no extenuating circumstances such as the use of drugs or being under the effects of the steroids from the gym, indeed, these are aggravate the situation because there is no justification for carrying out such a crime.

Furthermore, as a civilized society, we must also ask ourselves if certain TV programmes that tend to “romanticize” people who effectively are criminals and not neo-Robin Hoods have the effect of making certain young people, like the four unmentionable people of Saturday night, think that theirs is a life to be copied, even to the most extreme act. Can we truly allow ourselves, in the name of “entertainment”, to give our young people models that are not at all to be imitated but to be condemned always and everywhere?

If the investigations confirm the news reports, as a civilized society we must demand that the authorities ask not only for a quick trial in the most authoritative court, the Assizes, but that their punishment be as heavy as possible because we must make everybody understand that certain behaviour does not belong to a modern society that respects human rights. And we must also demand that at the end of the judicial process that the four culprits disappear forever from our lives, that their names no longer appear in the newspapers and that at their death they will not be remembered by anybody except their closest relatives.

And what made this tragic episode also a case of racism was first a shock statement by relatives of the aggressors that was reported by all the newspapers and followed by comments from users on the social media that are not worthy of a democratic country such as ours.

In fact, we do not name the accused also because their relatives allegedly pronounced a phrase concerning this case that makes them morally responsible for last weekend’s tragedy.

“After all, what did they do? Nothing. They only killed a migrant” This was the phrase pronounced by relatives of the aggressors that many newspaper sources in Italy reported in reply to the public’s reaction to try to dampen the clamour around the four violent young men who, after having carried out their “brave act”, went to the bar to congratulate themselves for their “courage”. But theirs was not a courageous act but one of true cowardice, as well as monstrous.

In the space of a few hours other “brave” people on the social media began to “celebrate” the incident with comments such as, “he was a monkey”, “one less chimpanzee”, “he went looking for it” and so forth. Many of these users disappeared from the social media shortly after having understood the seriousness of their comments or punished by the administrators of the social media themselves but not before the screenshots that are now freely doing the rounds of the social media. Now we can only hope that there are the means which will allow the Postal Police to trace them and to punish them for incitement to racial hatred and to apply the highest penalty to make it clear that certain comments do not belong to our country and civilization.

There are those who deny the existence of racism but after phrases such as those of the relatives of the accused and the social media users what other names can we use to describe these comments? “Idiocy”, “gang spirit”, bullying” and who knows how many other words do nothing but “justify” an act that is nothing more than a true crime against the rights of everybody in Italy.

Their behaviour shows the whole world that racism exists in a part of the population, not only in Italy, but in every country. And to cancel it we have an obligation to make people understand that we can never accept that “mitigating” circumstance for any reason and not only for a murdee.

The pages of the newspapers, the TV reports and the social media are full of the images of the alleged people responsible for the death of Willy Monteiro Duarte that they themselves put online to show how “brave” they were. Instead, they are now in jail waiting for a trial to formalize what their relatives had admitted tacitly with that horrendous phrase, that they were not at all “good guys” but four murderers of a young man who had tried to bring peace to a fight.

There are no extenuating circumstances for an act that cannot be defined as unpremeditated. This was a voluntary homicide because, if it were not, why did they continue to kick and beat him for twenty minutes? A young man in his early twenties had an atrocious death and you simply have to say “he was only an immigrant” to say the case is closed and everybody goes home as before?

No, absolutely not. The name of Willy Monteiro Duarte must be remembered as a human being to teach that every life is precious and that all the residents in Italy have the same hopes and the same rights.

If it is possible we also need to follow legally these who try to “justify” these acts not with the silly but with the criminal reasoning that basically the victim was an immigrant and therefore unworthy of the rights contained and protected in what we call the “world’s most beautiful Constitution”

Willy Monteiro Duarte must be remembered to make us understand forever that beautiful words are worth nothing if we allow four unmentionable killers to attack anyone simply because they want to.

And all this will not happen until the day we have all understood that the word “racism” is not the flag of one political party but it means offending the rights of anyone in the country, Italian or otherwise.

Racism will not disappear until everybody has finally understood that the life of every individual is not judged by the colour of the skin, accent and origins. Every person must be judged by their personal actions, for better or for worse. Of course, every group of immigrants has its criminals but this does not mean we must consider them all in the same way. And all the Italians overseas know something about this because all too often in their lives they have heard the combination Italians/mafia…

And the name of Willy Monteiro Duarte must be remembered forever also to tell all the world that “immigrant” is not something to be ashamed of but a title to be borne with honour by those who lead a good life in the new country.

Like those who commit horrors, like the four thugs did on Saturday night, do not deserve anything except the maximum punishment according the law, life imprisonment, and to be forgotten because they did nothing good for the country except to show the world that we too have people who kill with the simple “extenuating circumstance” that “he was only an immigrant” to forget that Willy Monteiro Duarte was first of all a human being and nothing less.

Il Regista e la Città di Potere, Roma – The Director and the City of Power, Rome

di emigrazione e di matrimoni

Il Regista e la Città di Potere, Roma

Luigi Magni era un regista poco conosciuto dal pubblico internazionale, in certi sensi i suoi film sono troppo italiani, anzi, troppo romani, per essere apprezzati del tutto dal pubblico mondiale

Lo sappiamo tutti che Roma non è una città qualunque, la chiamiamo la Città Eterna e ci meravigliamo dei suoi palazzi, la Basiliche e monumenti per poi dimenticare che da oltre duemila anni Roma è soprattutto una Città di Potere.

Infatti, per capire davvero la politica d’Italia oggi bisogna capire Roma e la sua Storia, non durante le glorie dell’Impero Romano, ma soprattutto durante il periodo che pochi all’estero conoscono, il Risorgimento che formò un paese che i romani originali non avrebbero mai immaginato perché per loro Roma era tutto, e la penisola non era altro che uno dei territori che controllavano non solo con “l’ordine” come molti pensano, ma soprattutto col terrore d’essere soggetto al potere comandato dagli imperatori per secoli.

Per capire veramente la politica italiana faremmo molto meglio a cercare di capire cosa succedeva in quella città quando il potere di Roma era quello del Papa e l’arrivo  dei piemontesi per mettere sul trono del nuovo paese un re che all’epoca ancora parlava più  il francese che la lingua che parliamo oggi.

E solo un regista cinematografico romano poteva darci film capaci di farci capire capitoli importanti del Risorgimento che fanno vedere le facce di personaggi storici, famosi e non, e soprattutto come un arnese nato dai rivoluzionari in Francia era utilizzato dalle autorità papaline per cercare disperatamente di mantenere il potere che non poteva più esistere in un mondo sempre più laico, la ghigliottina.

Il regista

Luigi Magni era un regista poco conosciuto dal pubblico internazionale, in certi sensi i suoi film sono troppo italiani, anzi, troppo romani, per essere apprezzati del tutto dal pubblico mondiale, però la sua filmografia, e in modo particolare tre film, spiegano come i giochi di poteri politici a Roma, spesso tra varie fazioni nella chiesa, hanno deciso la vita e morte dei romani nel vano tentativo di mantenere un regno che poco aveva da fare con i Vangeli di Gesù Cristo.

In ordine della Storia questi film sono “Nell’Anno del Signore” (1969) ambientato nel 1825, “In Nome del Papa Re” (1977) ambientato nel 1868 e “Arrivano i Bersaglieri” (1980) che racconta la caduta di Roma con la breccia di Porta Pia il 20 settembre 1870 che segnò la fine dello Stato Pontificio e la riunificazione totale della penisola sotto la bandiera tricolore della famiglia reale piemontese, i Savoia.

Molti dei personaggi di questi film sono personaggi veri a partire da coloro che finiranno sotto la ghigliottina nei primi due film, e il terzo film spiega bene a chi è nato e cresciuto all’estero perché tutte le città e moltissime dei paesi in Italia hanno strade o piazze intitolate al 20 settembre.

Le storie non sono totalmente fedeli ai fatti storici, però i temi trattati in ciascun film ci fanno pensare a cosa doveva dire vivere in periodi burrascosi dove bastava una parola per trovarsi accusati di lesa maestà verso un monarca, che era anche a capo di una Chiesa ancora potentissima, ma soggetto a fazioni, come è normale per Roma sin dalla sua nascita leggendaria con Romolo e Remo.

Carbonari

In “Nell’Anno del Signore” vediamo la lotta del Papato contro i celebri “carbonari”, una setta segreta che sognava un’Italia unita, libera dal potere del Papa e i suoi “principi”, i cardinali che facevano i giochi loschi anche loro. I protagonisti non solo semplicemente i carbonari Leonida Montanari e Angelo Targhini, ricordati nella città con una lapide come si vede alla fine dal filmato sotto. Il Cardinale Rivarola, interpretato dal grande Ugo Tognazzi, era un personaggio importante dell’epoca e spietato come mostrato nel film e ricordato ancora oggi nella Romagna, in modo particolare a Faenza, per la soppressione delle sommosse anti-papali. Però due altri personaggi del film ci fanno vedere facce di Roma dell’epoca che il pubblico internazionale non conosce.

Il primo è il calzolaio Cornacchia, interpretato da Nino Manfredi, che rappresenta il “Pasquino” di turno di una grande tradizione romana. Pasquino è il nome di una statua a Roma dove per oltre cinque secoli i dissidenti locali lasciavano in modo anonimo messaggi di sdegno e protesta contro il potente di turno, spesso in rima, sia in latino che in romanesco. Spesso la pena per tali espressioni era una morte atroce.

Il secondo personaggio fa ancora parte delle tradizioni romane moderne ma in un modo molto inatteso. Mastro Titta, nome vero Giovanni Battista Bugatti, fu il boia del Papa dal 1796 al 1864 durante il quale ha “giustiziato” 514 persone, a volte criminali veri, ma spesso dissidenti e rivoluzionari che tramavano contro il papa, ciascuno “schedato” meticolosamente nel suo taccuino. Oggi Mastro Titta è uno dei personaggi del grande spettacolo musicale teatrale “Rugantino” in un ruolo creato apposta per l’attore romano per eccellenza Aldo Fabrizi. In questo modo Mastro Titta è ancora ricordato dalla città che viveva sotto ‘l’ombre’ delle sue mansioni macabre.

A proposito di Mastro Titta, una vecchia tradizione romana dell’epoca era di portare i figli a vedere il patibolo e la ghigliottina e alla caduta del condannato, oppure della lama della ghigliottina, i padri davano uno schiaffo ai figli per fare capire a loro che non dovevano commettere “l’errore” del condannato.

Questo film mette insieme scene inventate con fatti veri, ma in fondo il film ci induce a pensare cosa doveva dire vivere a Roma in quell’epoca e questa impressione è rafforzata in modo magistrale nel secondo film nominato sopra.

Corte Papale

“In Nome del Papa Re” inizia con un giudice papale, interpretato in modo straordinario da Nino Manfredi, che detta le sue dimissioni dalla Corte Pontificia. Il dettato viene interrotto da un’esplosione.  Lo scoppio era di un attentato vero alle caserme degli Zuavi, i mercenari per il Papa, che causò 27 morti, compresi due civili. Così inizia il tema centrale del film con l’arresto di due patrioti romani Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti che finiranno anche loro sotto la ghigliottina.

Più del primo film, capiamo che il papato degli ultimi decenni non era affatto una monarchia illuminata, bensì una monarchia assoluta e che i detentori dei vari livelli di potere attorno il trono, anche se di San Pietro, tramavano per mantenere potere per sè stessi.

Non entriamo nei dettagli della trama che, come il primo film, mette insieme fatti veri con vicende inventate. Però, quel che rende il film importante non è soltanto vedere i giochi occulti attorno il processo per convincere il Papa a confermare la condanna a morte, ma la scena del processo, con la difesa degli imputati, non presenti al processo, proprio da parte del protagonista che voleva dimettersi dal tribunale perché non credeva più nello Stato che aveva difeso nel passato.

Questa difesa, che vediamo sotto, è non solo emotiva, ma anche controversa perché, all’epoca dell’uscita del film, l’Italia era ancora soggetta alla minaccia dei terroristi, di destra e di sinistra, che terrorizzavano il paese durante i cosiddetti “Anni di Piombo”.

Il film tratta temi importanti ed inattesi che non sveleremo qui, però nel film non abbiamo bisogno di vedere gli ultimi istanti dei due condannati nel 23 novembre 1868, perché la scena finale è una condanna definitiva e devastante delle azioni di chi agiva in nome del potere, cioè del Papa Re, invece che secondo i dettati del Nuovo Testamento che dovrebbero guidare i prelati.

Caduta finale

Con la Breccia di Porta Pia il 20 settembre, 1870 è diventato la data simbolo della fine del Risorgimento e la caduta dello Stato Pontifico, ma come si capisce benissimo nel terzo film, il giorno che doveva essere l’inizio della creazione dell’Italia nuova e moderna, non fu che l’inizio del fallimento di quei sogni che non si sono mai realizzati del tutto.

“Arrivano i Bersaglieri” ci fa vedere quel giorno veramente storico, e, nel concentrarsi sulla vita di una potente famiglia romana aristocratica, capiamo perfettamente l’inizio dei passi che ci hanno portato alla situazione attuale della politica italiana che non ha mai superato i giochi di potere occulti che avevamo visto nei primi due film.

Infine, questo film dimostra magistralmente anche un aspetto della Storia che molti dimenticano, che i rivoluzionari del passato spesso sono i conservatori d’oggi. Non sempre chi crede in un ideale lo segue dopo i sogni e le delusioni della gioventù.

Messi insieme questi tre film sono una lezione importante per iniziare a studiare e capire cos’è stato il Risorgimento che portò all’Italia d’oggi. Non perché i fatti storici sono precisi, in molti casi l’opposto è vero, ma perché ci danno una chiave per capire che la Storia non è fatta soltanto da gente come Mazzini, Garibaldi e Cavour, tradizionalmente i tre punti di riferimento del Risorgimento, ma soprattutto da gente come Montanari, Targhini, Monti e Tognetti che hanno pagato il prezzo più alto per creare un paese nuovo, l’Italia che ha come capitale una vera città di Potere, Roma.

 

di emigrazione e di matrimoni

The Director and the City of Power, Rome

Director Luigi Magni was little known by the international audience, in some ways his films were too Italian, indeed too Roman, to be fully appreciated for the world’s audience

We all know that Rome is not just any city. We call her the Eternal City and we marvel at its buildings, the Basilicas and the monuments to then forget that for more than two thousand years Rome has been above all a City of Power.

In fact, in order to understand Italy’s politics today we must understand Rome and  her history, not during the glories of the Roman Empire but especially during the period that few people overseas know, the Risorgimento that shaped a country the original Romans would never have imagined because for them Rome was everything and the peninsula was only one of the territories they controlled not only with “order” as many think but above all with the terror of being subjected to the power commanded by the Emperors for centuries.

To truly understand Italian politics we would do worse than to try and understand what happened in that city when the power in Rome was that of the Pope and the arrival of the Piedmontese who put on the throne of the new country a King who at the time spoke French more than the language we speak today.

And only a film director from Rome could give us films that let us understand major chapters of the Risorgimento which show the faces of historical characters, famous and otherwise, and especially how a tool that had been created by revolutionaries in France, the guillotine, that was used by the Papal authorities to desperately try to keep power that could no longer exist in an increasingly secular world.

The director

Director Luigi Magni was little known by the international audience, in some ways his films were too Italian, indeed too Roman, to be fully appreciated for the world’s audience. However, his filmography, and in particular three films, explain how the political power games in Rome, often between various factions of the Church, decided the life and death of Romans in the vain attempt to keep a kingdom that had little to do with Gospels of Jesus Christ.

In order of history these films are “Nell’Anno del Signore” (The Conspirators, 1969) set in 1825, “In Nome del Papa Re” (In the Name of the Pope King, 1977) set in 1868 and “Arrivano i Bersaglieri” (no known title in English, 1980) that tells the story of the Breach of Porta Pia (one of Rome’s gates) on September 20, 1870 that marked the end of the Papal State and the total reunification of the peninsula under the tricolour flag of the Piedmontese Royal Family, the Savoias.

Many of the characters of these films are true figures starting with the men who will end up under the guillotine in the first two films and the third film explains very well to those who are born and raised overseas why every city and many of the small towns in Italy have streets or piazzas called “20 settembre”.

The stories are not totally faithful to historical facts, however, the themes of each film make us think what it must have been like to live in stormy times where it a single word was enough to be accused of treason towards the monarch who was also the Head of a Church that was still powerful but subject to factions, as has been normal in Rome since its legendary birth with Romulus and Remus.

Carbonari

In “Nell’Anno del Signore” we see the Papacy’s struggles against the famous “carbonari”, a secret sect that dreamed of a united Italy free from the power of the Pope and his “Princes”, the cardinals who also played shady games. The characters are not simply Leonida Montanari and Angelo Targhini, remembered in the city with a plaque that is seen at the end of the video below. Cardinal Rivarola, interpreted by the great Ugo Tognazzi, was a major figure of the time and as ruthless as shown in the film. He is still remembered today in the Romagna, in particular in Faenza, for the suppression of the uprising against the Papacy. However, two other characters in the film let us see faces of Rome that the international audience does not know.

The first one is the cobbler Cornacchia, interpreted by Nino Manfredi, who represents the then “Pasquino” of a great Roman tradition. Pasquino was the name given to a statue in Rome where for more than five centuries the local dissidents left anonymous messages in both Latin and Roman dialect of indignation and protest against the ruling power in the city, usually in rhyme. Often the punishment for such expressions was an excruciating death.

The second character still plays a part in modern Roman tradition but in a very unexpected way. Mastro Titta, real name Giovanni Battista Bugatti, was the Pope’s executioner between 1796 and 1864 during which he executed 514 people, sometimes real criminals but often dissidents and revolutionaries who plotted against the Pope, each one meticulously “catalogued” in his notebook. Today Mastro Titta is one of the characters of the great musical stage show “Rugantino” in a role created specifically for the Roman actor par excellence Aldo Fabrizi. In this way Mastro Titta is still remembered in the city that lived in the shadow of his macabre duties.

Speaking of Mastro Titta, an old Roman tradition at the time was to take the children to see the gallows and the guillotine and at the fall of the condemned man, or of the guillotine’s blade, the fathers slapped the children to make them understand that they should not repeat the condemned man’s “mistake”.

This film puts together fictional scenes with true facts but basically the film leads us to consider what it meant to live in Rome at the time and this impression is reinforced masterfully in the second film.

Papal Court

“In Nome del Papa Re” begins with one of the Pope’s judges, interpreted by an extraordinary Nino Manfredi, dictating his resignation from the Papal Court. The dictation is interrupted by an explosion. The explosion was a true bombing at the barracks of the Zouaves, the Pope’s mercenary soldiers, which caused 27 deaths, including 2 civilians. So begins the central theme of the film with the arrest of two Roman patriots, Giuseppe Monti and Gaetano Tognetti, who will also end up under the guillotine.

More than the first film, we understand that the Papacy of the final decades was not at all an enlightened monarchy but an absolute monarchy and that the holders of the various levels of power around the throne, even if it was Saint Peter’s, plotted to keep power for themselves.

We will not enter into the details of the plot that, like the first film, puts together true facts with fictional scenes. However, what makes the film important is not only seeing the hidden games around the trial to convince the Pope to confirm the death penalty but the scene of the trial, with the defence of the accused who were not present at the trial, precisely by the protagonist who wanted to resign from the tribunal because he no longer believed in the State that he had defended in the past.

This defence, which we see in the video below, is not only emotional but was also controversial because at the time of the film’s release Italy was still subject the threat of the terrorists, of the left and the right, who were terrorizing the country during the so-called “Anni di Piombo” (Years of lead).

The film deals with major and unexpected issues that we will not reveal here, however, in this film we do not have to see the final moments of the two condemned men on November 23, 1868 because the final scene is a definitive and devastating condemnation of the actions of those who acted in the name of power, that is of the Pope King, instead of according to the dictates of the New Testament.

Final Fall

With the Breach of Porta Pia (one of Rome’s gates) the 20th September, 1870 became a symbolic date for the end of the Risorgimento and the fall of the Papal State but, as we understand very well in the third film, the day that should have been the start of the creation of a new and modern Italy was only the start of the failure of dreams that never quite came true.

“Arrivano i Bersaglieri” lets us see that truly historic day and by focussing on the life of a powerful aristocratic Roman family we understand perfectly the start of the steps that brought us to the current political situation in Italy that never overcame the games of hidden powers that we saw in the first two films.

Finally, this film also masterfully shows an aspect of history that many forget, that yesterday’s revolutionaries are often today’s conservatives. Those who believed in an ideal when they were young do not always follow it after the dreams and the disappointments of their youth.

Put together these three films are an important lesson for starting to study and understand the Risorgimento that led to today’s’ Italy. Not because the historical facts are precise, in many cases the opposite is true, but because they give us a key to understanding that history is not made only by great men such as Mazzini, Garibaldi and Cavour, traditionally the three points of reference of the Risorgimento, but above all by people like Montanari, Targhini, Monti and Tognetti who paid the highest price for the creation of a new country, Italy that has as its capital a true City of Power, Rome.

Italo-Canadese: una richiesta alla “seconda generazione” – Italian – Canadian: a request to the “second generation”

di emigrazione e di matrimoni

Italo-Canadese: una richiesta alla “seconda generazione”

Il primo articolo di Matteo Talotta, un ragazzo italo-canadese che ci fa vedere un altro paese dell’emigrazione italiana

Siamo felici di presentare il primo articolo di Matteo Talotta, un ragazzo italo-canadese che ci fa vedere un altro paese dell’emigrazione italiana. Ci ha scritto dopo d’aver letto la recente serie di articoli sull’identità dei discendenti degli emigrati italiani e voleva aggiungere i suoi pensieri a un tema che sta diventando sempre più attuale.

Come abbiamo sempre detto, i temi dell’emigrazione italiana sono gli stessi in tutto il mondo e che quel che cambia sono i dettagli che rendono ogni storia unica e questo articolo ne è la dimostrazione.

Inoltre Matteo ci da un’altra chiave per poter capire come incoraggiare i giovani italo-canadesi a imparare l’italiano che in fondo è quel che ci definisce. Solo capendo la lingua e il nostro passato potremo davvero capire le nostre esperienze e quindi chi siamo davvero.

In fondo all’articolo il lettore troverà l’indirizzo per inviare altre storie perché più sappiamo della nostra Storia più potremo capire chi siamo.

Italo- Canadese: una richiesta alla “seconda generazione”

di Matteo Talotta

La mia famiglia, sia la parte paterna che quella materna, proviene dall’Italia, precisamente dalla Calabria. Negli anni ‘60 entrambe le parti della mia famiglia si sono trasferite in Canada, a Toronto. Mio padre è nato in Italia mentre mia madre è nata in Canada, comunque entrambi sono cresciuti in Canada e hanno trascorso delle vite particolari da figli di emigrati (mio padre trascorreva quasi tutta la sua infanzia in Canada).

In casa era tutta all’italiana, mentre all’esterno facevano parte di una nuova cultura canadese che all’epoca era sempre in sviluppo. Parlano i loro dialetti di madrelingua, l’italiano standard e naturalmente imparavano l’inglese a scuola. Hanno partecipato nelle festività italiane in città e si sono goduti anche ciò che offriva culturalmente il paese “adottivo”.

Poi sono nato io, italo-canadese ma di seconda generazione, intorno ad altri italo-canadesi sempre della stessa generazione. Accenno particolarmente al termine “seconda generazione”: non siamo mica uguali a quella prima. In realtà ci teniamo alla nostra italianità, le nostre radici, ma solamente fino ad un certo punto.

A che cosa esattamente ci teniamo? In cosa consiste esattamente la nostra italianità? Per la maggior parte ci teniamo ad una cultura molto vecchia, ma va al di là della musica e delle ricette: parlo dei modi di pensare, gli atteggiamenti, i costumi, le credenze, e soprattutto, il modo in cui si vede l’Italia, la culla della nostra storia. Non è per colpa delle comunità migratorie che spesso diventiamo culturalmente (e linguisticamente) “fermati” nel tempo, comunque la cultura come concetto umano si sviluppa e cambia ogni anno, quindi è importante poter aggiornarsi.

Ovvio che non nego la cultura del paese di nascita – sono nato e cresciuto in Canada ed oltre al passaporto ho trascorso la maggior parte della mia vita in Canada, ho un’istruzione canadese, ho lavorato in Canada, naturalmente conosco bene la storia del paese, ecc. Vado fiero del mio lato canadese – queste sono cose che non si possono dimenticare.

Detto questo, la realtà è che gli italo-canadesi della seconda generazione stanno perdendo il legame con le nostre radici, il legame con l’Italia, il legame con la nostra storia, ed il legame con la nostra lingua, quella nazionale e quelle regionali! Mi sorprende a quante persone non interessa affatto. È bello far parte di due mondi diversi (forse anche di più!), e senza conoscere bene la storia familiare e culturale è davvero difficile poter andar avanti. L’italianità va oltre il tifare la nazionale italiana durante i mondiali o gli europei, oppure fare “home-made sugo” in garage la prima settimana di settembre ogni anno. La cultura italiana vuol dire molto di più. L’Italia vuol dire molto di più.

Cinque anni fa mi sono trasferito in Italia a breve per studiare a Firenze. Ritengo oggi che sia stata l’esperienza più bella della mia vita – e non solo perché era Firenze, in tutta la sua bellezza, ma perché mi ha permesso di vedere un’Italia contemporanea, di vivere la cultura contemporanea, di chiedermi quanto conoscessi davvero dell’Italia e della cultura di cui pensavo di far ben parte prima di prendere l’aereo oltreoceano.

L’esperienza mi ha dato la possibilità di conoscere ragazzi della mia età, quelli nati e cresciuti in Italia, e scambiare le nostre storie familiari e culturali. Mi ha fatto capire me stesso molto meglio, la mia identità molto meglio. Il sentimento è stato ribadito cento volte in più dopo d’aver viaggiato ai paesi familiari, a camminare per le vie dove sono nati e cresciuti i nonni e gli avi, dove rimane la mia storia. Da lì in poi è cambiato tutto – cerco quotidianamente di sostenere e promuovere la conoscenza della cultura, storia e lingua italiana più che posso.

Se si studia la storia italiana, si capisce che la lingua italiana non fu ben diffusa in Italia fino agli anni ‘70 con la diffusione della radio e la TV. Siccome gli emigrati italo-canadesi all’epoca se ne sono già andati, è più comune sentire un dialetto per strada piuttosto che l’italiano standard. Mi piacciono i dialetti, e anche se spero che la gente continui a tramandarli, so bene che tanti staranno per morire fra qualche decennio.

Detto ciò, come si fa a capire bene l’Italia e la cultura italiana contemporanea se non si ha una buona conoscenza della lingua nazionale? È la quarta lingua più studiata nel mondo, ma quanti discendenti italiani sono possono impararla, soprattutto noi che abitiamo in paesi anglofoni? La lingua italiana ci permette di riscoprire le origini e l’abilità per portar avanti la nostra identità. Ad una certa età ci si deve rendere conto – non è mai tardi per imparare una lingua, quindi l’apprendimento della lingua italiana bisogna che sia promosso e sostenuto di più nella nostra comunità.

Ritengo ancora di dover dire che non è il caso di negare tutto quello che uno si è preso dal paese di nascita, anzi è impossibile. Comunque non ci si può neanche scordare delle radici – sono la nostra storia, fanno gran parte di ciò che siamo. Dobbiamo davvero tentare di farle sopravvivere.

Inviate le vostre storie a: [email protected]

 

di emigrazione e di matrimoni

Italian – Canadian: a request to the “second generation”

The first article by Matteo Talotta, a young Italian-Canadian who lets us see another country of Italian migration

We are happy to present the first article by Matteo Talotta, a young Italian-Canadian who lets us see another country of Italian migration. He wrote after having read the recent series of articles on the identity of the descendants of Italian migrants and he wanted to add his thoughts to a theme that is becoming more and more current.

As we have always said, the themes of Italian migration are the same around the world and what changes are the details that make each story unique and this article is the proof.

Furthermore, Matteo gives us another key to be able to understand how to encourage young Italians-Canadians to learn Italians which is basically what defines us. Only by knowing the language and our past will be able to understand our experiences and therefore who we truly are.

At the end of the article the reader will find the email address to send other stories because the more we know about our history that more we will understand who we truly are.

Italian – Canadian: a request to the “second generation”

by Matteo Talotta

My family on both my father and my mother’s side came from Italy, precisely from Calabria. In the ‘60s both parts of my family moved to Toronto in Canada. My father was born in Italy while my mother was born in Canada, in any case, both grew up in Canada and spent their particular lives as the children of migrants (my father spent almost all his childhood in Canada).

Everything at home was “Italian style” while outside they were part of the new Canadian culture that was constantly developing at the time. They spoke their native dialects, standard Italian and naturally they learnt English at school. They took part in Italians celebrations and they also enjoyed what the “adoptive” country offered culturally.

And then I was born, Italian Canadian but second generation, amongst other Italian-Canadians of the same generation. I specifically mention the term “second generation”, as we are not like the first. In reality we care about our Italianness, our roots but only up to a certain point.

And what exactly do we care about? Of what exactly does our Italianness consist? For the most part we care about a very old culture but this goes beyond the music and recipes. I am talking about the ways of thinking, the attitudes, the customs, beliefs and especially the way we see Italy, the cradle of our history. This is not the fault of the migrant communities that often become culturally (and linguistically) “suspended” in time. In any case, culture as a human concept develops and changes every year, therefore it is important to be able to update.

Obviously I do not reject my country of birth. I was born and raised in Canada and in addition to the passport I spent most of my life in Canada, I have a Canadian education, I have worked in Canada and naturally I know the country’s history very well, etc. I am proud of my Canadian side and these are things that cannot be forgotten.

Having said this, the reality is that the Italian-Canadians of the second generation are losing their links to their roots, the link with Italy, the link with our history and the link with our languages, the national language and the ones of the regions! I am surprised how many people are not at all interested. It is nice to be part of two different worlds (maybe even more!), and without knowing the family and cultural history well it is really hard to go forward. Italianness goes beyond supporting the Italian national team during the World Cup or the European Championships, or making “homemade sugo” in the garage in the first week of September every year. Italian culture means much more. Italy means much more.

Five years ago I moved briefly to Italy to study in Florence. Today I believe it was the best experience of my  life – and not only because it was in Florence, in all its beauty, because it let me see contemporary Italy, experience contemporary culture, to wonder how much I really know Italy and the culture that I thought I was a part of before taking the plane overseas.

The experience gave me the chance to know people of the same age, those born and raised in Italy, and to swap our family and cultural histories. This made me understand myself much better, my identity much better. The feeling was emphasized a hundred times after having travelled to the family’s towns, to walk the streets where my grandparents and forebears were born, where my history remains. From then on everything changed – every day I support and promote knowledge of Italian culture, history and language as much as I can.

If you study Italy’s history you understand that the Italian language was not widespread in Italy until the ‘70s with the spread of radio and television. Since the Italian-Canadian migrants had already gone away it was more common to hear dialect in the street rather than standard Italian. I like the dialects, and even if I hope that the people continue to pass them on I know very well that many are going to die in a few decades.

Having said this, how can you know Italy and contemporary Italian culture if you do not have a good knowledge of the national language? It is the fourth most studied language in the world but how many descendants are out of touch with learning it, especially those of us who live in English speaking countries? The Italian language lets us rediscover our origins and the ability to bring forward our identity. At a certain age you must realize – it is never too late to learn a language, therefore learning the Italian language needs to be promoted and supported more in our community.

I still say that you cannot recommend denying everything you have taken from your country of birth, indeed it is impossible. In any case, you cannot forget your roots either, they are our history, they are a great part of what we are. We must truly try to make them survive.

Send your stories to: [email protected]

Il Concetto Imperfetto, la Politica – The Imperfect Concept, Politics

di emigrazione e di matrimoni

Il Concetto Imperfetto, la Politica 

Cosa vuol dire la “politica” in un parlamento, e in modo particolare a livello nazionale, che in fondo decide la qualità di vita di tutti i cittadini. 

Mentre l’Italia si avvia verso un referendum che è tanto controverso quanto importante, limitare il numero di parlamentari sia alla Camera dei Deputati che nel Senato, credo che la battaglia sia così emotiva che molti dimenticano che la posta in gioco non è semplicemente nei numeri ma cosa vuol dire la “politica” in un parlamento, e in modo particolare a livello nazionale, che in fondo decide la qualità di vita di tutti i cittadini. 

Ho avuto una vita diversa da molti perché ho avuto modo di vedere da vicino il lavoro di parlamentari di due paesi, l’Italia e l’Australia, il mio paese di nascita. Ho potuto constatare volta dopo volta che i parlamentari non sono “bestie” come pensano molti, ma esseri umani come noi tutti, con gli stessi pregi e difetti. Però, il loro ruolo ha un aspetto diverso della vita di quasi tutti gli altri cittadini, e non intendo solo i privilegi che esistono ovunque ci sono parlamentari, senza eccezioni. 

La differenza è che i parlamentari prendono decisioni che cambiano la vita di tutti. Ogni legge, ogni emendamento, ogni decisione ha un effetto sui cittadini del paese. Per questi motivi credo fermamente che il dibattito attuale si sia concentrato così tanto sui numeri, che abbiamo evitato del tutto la domanda più importante da fare per migliorare la nostra politica: il problema che dobbiamo risolvere è davvero il numero dei parlamentari e non il nostro sistema parlamentare che crea le condizioni di instabilità che favoriscono l’anti-politica? 

Documento imperfetto 

Ero già laureato in Storia quando ho letto per la prima volta la Costituzione d’Italia e due aspetti della Costituzione mi hanno colpito profondamente. E da allora, e particolarmente da quando mi sono trasferito in Italia nel 2010, ed ho avuto modo di vedere da più vicino la nostra politica, queste idee si sono rinforzate sempre di più. 

Il primo aspetto è quello che Roberto Benigni ha mostrato magistralmente nel suo spettacolo televisivo “La più bella del mondo” dedicato proprio alla nostra Costituzione. In effetti, nella sua prima parte la nostra Costituzione nei suoi principi base è un elogio alla Democrazia, e nessuno che creda davvero nel concetto fondamentale della Democrazia può metterlo in dubbio. 

Purtroppo, nell’elogiare questo aspetto della Costituzione ci siamo convinti che è così bella che non ci accorgiamo che ci sono fattori nella Costituzione che hanno bisogno di modifiche, perché non permettono la creazione di quegli strumenti essenziali per mettere in pratica i bellissimi ideali espressi nel documento, il sistema parlamentare. 

Infatti, il secondo aspetto che mi ha colpito della Costituzione in quella prima lettura è quel che vedo fin troppo spesso mentre seguo la politica italiana. Il sistema parlamentare italiano è anomalo ed ha alcune pratiche che non permettono la creazione di governi funzionanti, a partire proprio da come nasce il governo. 

La Fiducia 

In qualsiasi democrazia moderna il nuovo governo deve ottenere la fiducia del Parlamento. Mentre in altri paesi la fiducia si ottiene in una sola Camera, l’equivalente della nostra Camera dei Deputati, in Italia  la fiducia deve essere espressa anche dal Senato. Mentre questo potrebbe sembrare un’espressione altissima di Democrazia, le realtà elettorali quasi sempre la rendono vana. 

Infatti, per via della legge elettorale, e questo è un problema cronico del sistema politico italiano, la composizione del Senato non è mai la stessa della Camera e quindi il nuovo Governo deve fare un doppio lavoro per  arrivare alla fiducia, in modo particolare quando non ha la maggioranza nel Senato e quindi si aprono le porte ai compromessi parlamentari che hanno come risultati leggi che dovrebbero soddisfare le esigenze di tutti, ma che producono leggi che non raramente sono inefficaci e facilmente raggirate dai soliti furbi. 

Dunque è facile vedere come questi compromessi non fanno altro che indebolire leggi importanti. Ogni legge, e spesso ogni riga di ogni paragrafo di leggi, sono il risultato di trattative occulte e a volte approvate con maggioranze diverse perché ciascun partito cerca un vantaggio per sè stesso. E questo si vede in modo particolare con le molte leggi elettorali che regolarmente falliscono clamorosamente, perché quasi mai il parlamento italiano è riuscito a produrre governi funzionanti in tempi brevi. 

E questo gioco di interessi dei partiti introduce un altro aspetto anomalo del Parlamento italiano che in teoria è protetto dalla Costituzione, ma mai fedele al concetto originale dell’Assemblea Costituente. 

I parlamentari chi rappresentano? 

Nei dibattiti parlamentari in Italia e nelle direzioni dei Presidenti della Camere, i Deputati e i Senatori vengono chiamati con i loro nomi. Questo poi viene ripetuto nelle eventuali interviste, con l’aggiunta del nome del partito. Però in Italia, il semplice fatto che non esiste il vincolo di mandato indica che i parlamentari, almeno secondo le intenzioni dell’Assemblea Costituente, non rappresentano i partiti. 

Infatti, nei parlamenti britannici i deputati e i senatori sono nominati come “il Deputato per il seggio di ….” e il “Senatore dello Stato di…”. Cioè sono i rappresentanti dei cittadini dei seggi e degli Stati (Regioni in Italia) e non i rappresentanti dei loro partiti. Questo viene ripetuto nelle immagini televisive e le cronache politiche, magari con l’aggiunta del partito alla fine per far capire se appartengono al Governo, o all’Opposizione. 

Questo aspetto di nominare i politici come individui, invece di rappresentanti dei cittadini, alla fine vuol dire dimenticare che nel Parlamento rappresentano tutti i loro concittadini e non solo chi li ha votati. 

Il cambio di partito da parte di parlamentari non è raro all’estero. Partiti, come persone, cambiano nel corso del tempo, come vediamo regolarmente in Italia con la creazione continua di nuovi gruppi/partiti politici, ma la decisione finale su questa scelta del parlamentare deve essere fatta da chi lo ha votato, anche perché i motivi potevano essere legati proprio agli interessi dei cittadini, come leggi che potrebbero fare chiudere imprese nel territorio locale, per citarne solo un esempio. A volte un parlamentare deve votare contro il partito per questi motivi e la sua permanenza nel gruppo politico parlamentare potrebbe finire automaticamente di conseguenza. 

Limite di mandati parlamentari 

E nel parlare dei parlamentari dobbiamo anche citare un’altra regolare fonte di controversia verso il loro operato nelle Camere del Parlamento, il limite dei mandati. 

È facile dire che un parlamentare deve solo fare due legislature, però con un tale limite rischiamo effetti importanti. Il primo è che il Parlamento è un’istituzione così complicata e formale che un parlamentare neo-eletto ha bisogno di tempo per poter imparare come funziona la macchina burocratica, a partire dal poter riconoscere i poteri non sempre visibili che agiscono attorno i parlamenti di tutto il mondo. E spesso ci vuole una legislatura per imparare come comportarsi all’interno delle Commissioni e le sedute, ecc. 

Se limitiamo i mandati di parlamentari a due, come vuole uno dei gruppi parlamentari attuali, questo vuol dire che il parlamentare nuovo diventa efficace solo nella seconda legislatura e quindi, quando si trova a poter finalmente agire bene ha l’obbligo di lasciare il Parlamento per far iniziare il giro con un nuovo parlamentare. 

Di nuovo, la decisione del limite dei parlamentari deve essere presa dai suoi elettori che, almeno in teoria, sono quelli che sentono più gli effetti delle sue decisioni parlamentari. Ed è giusto e democratico che sia così. 

Costituzione viva 

Abbiamo tutti intenzioni buone quando iniziamo un progetto e questo è particolarmente vero per la Costituzione. Anzi, spesso dimentichiamo che le Costituzioni non sono perfette ed intoccabili, sono come esseri viventi, cambiano nel corso del tempo e come risultato delle esperienze della vita parlamentare e la Storia del paese. 

Nell’elencare questo esempi, e ce ne sarebbero molti altri, ho voluto fare capire al lettore che i problemi del sistema parlamentare italiano non sono legati al numero dei parlamentari. Infatti, in Italia il numero di Deputati in base alla popolazione degli elettorati è nei limiti delle altre grandi democrazie. 

I problemi della nostra politica imperfetta sono legati a un sistema parlamentare da render più efficace, a partire dalla doppia fiducia. Abbiamo bisogno di un parlamento e governi funzionanti e il sistema attuale non è capace di garantire questa efficacia. Infatti, vediamo regolarmente come certi gruppi/partiti politici, da entrambe le parti, utilizzano queste debolezze parlamentari per scopi partitici invece del bene dei cittadini in generale. 

E infine, come ho scritto più volte in questo articolo, la decisione se un parlamentare lavora bene o no non spetta ai Segretari dei partiti e alle riunioni in camere chiuse dei loro uffici, ma spetta ai cittadini che sono, almeno in teoria, i veri arbitri delle decisioni dei parlamentari. 

Certo, i cittadini potranno decidere di ridurre il numero di parlamentari, e questo è nel loro diritto. Però, siamo davvero sicuri che ridurre il numero di parlamentari sia la strada giusta per risolvere i problemi della nostra politica imperfetta? 

 

di emigrazione e di matrimoni

The Imperfect Concept, Politics

What “politics” means in a parliament, especially at a national level, that basically decides the quality of life of all its citizens.

While Italy is heading towards a referendum that is as controversial as it is important, to lower the number of parliamentarians in both the Chamber of Deputies and the Senate, I believe that the battle is so emotional that many forget that at play is not simply the numbers but what “politics” means in a parliament, especially at a national level, that basically decides the quality of life of all its citizens.

I have had a life that has been different from other people because I have been able to see up close the work of parliamentarians in two countries, Italy and Australia, my country of birth. I was able to see time after time that parliamentarians are not “beasts” like many think but human beings with the same strengths and faults. However, their role has one aspect that is different from that of almost all the other citizens, and I do not mean only the privileges that exist wherever there are parliamentarians, without exception.

The difference is that parliamentarians make decisions the change the lives of everybody. Every law, every amendment, every decision has an effect on the country’s citizens. For these reasons I strongly believe that the current debate has focussed so much on the numbers that we have completely avoided the most important question to ask to improve our politics: is the problem to be solved really the number of parliamentarians and not our parliamentary system that creates conditions of instability that favour anti-politics?

Imperfect document

I had already graduated in History when I read Italy’s Constitution for the first time and two aspects of the Constitution struck me deeply. And since then, especially after I moved to Italy in 2010, and I have had the opportunity to get a closer look at our politics, these ideas have been reinforced more and more.

The first aspect is what Roberto Benigni showed masterfully in his TV show “La più bella del mondo” (The world’s most beautiful) dedicated to our Constitution. In effect, the basic principals in the first part of our Constitution are a hymn of praise for Democracy and no-one who truly believes in the fundamental concept of Democracy can question this.

Unfortunately, in praising this aspect of the Constitution we have convinced ourselves that it is so beautiful that we do not notice that there are factors in the Constitution that need amending because they do not allow the creation of the tools that are essential for putting the wonderful ideals expressed in the document into practice, the parliamentary system.

In fact, the second aspect that struck me on the Constitution on that first reading is what I have seen all too often as I follow Italian politics. Italy’s parliamentary system is anomalous and has some practices that do not allow the creation of functional governments, starting precisely from how a government is formed.

Confidence

In any modern democracy the new government must obtain the confidence of the Parliament. While in other countries confidence is obtained in only one Chamber, the equivalent of our Chamber of Deputies, in Italy confidence must also be expressed by the Senate. While this may seem a very high expression of Democracy the reality of elections almost always neutralizes this.

In fact, due to the electoral law, and this is a chronic problem in Italy’s political system, the composition of the Senate is never the same as the Chamber and therefore the new government must do a double job to obtain the confidence, especially when it does not have the majority in the Senate and therefore this opens doors to parliamentary compromises that have as a result laws that could satisfy the needs of everybody but which produces laws that are often ineffective and easily hobbled by the usual crafty people.

Therefore, it is easy to see how these compromises do nothing but weaken important laws. Every law, and often every line of every paragraph of laws, have been the result of hidden negotiations and at times approved with different majorities because each political party looks for an advantage for itself. And we see this especially with the many electoral laws that regularly fail resoundingly because the Italian Parliament has almost never managed to produce functional governments in a short time.

And this interplay of interests of the parties introduces another anomalous aspect of Italy’s Parliament that in theory is protected by the Constitution but is never faithful to the original concept of the Constituent Assembly.

Who do the parliamentarians represent? 

During parliamentary debates in Italy and in the directions of the Presidents of the Chamber, the Deputies and the Senators are called by their names. This is then repeated in television interviews with the addition of the name of their party. However, in Italy the simple fact that there is no restriction to a mandate indicates that they, at least according to the intentions of the Constituent Assembly, do not represent the parties.

In fact, in the British Parliaments the Deputies and the Senators are named as the “Member for the electorate of…” and the “Senator for the State of…” That is, they are the representatives of the citizens of their electorates and States (Regions in Italy) and not the representatives of their parties. This is then repeated in the television and political news, maybe with the addition of the party at the end to let viewers understand if they belong to the Government or the Opposition.

In the end this aspect of naming politicians as individuals instead of as representatives of the citizens means forgetting that in Parliament they represent all their citizens and not only those who voted for them.

The change of parties by parliamentarians is not rare overseas. Political parties, like people, change over time as we see regularly in Italy with the continual creation of new groups/parties but the final decision on this choice by the parliamentarians must be made by those who voted for him or her, also because the reasons could be tied to the interests of the citizens, such as laws that could close companies in the local territory to state only one example. Sometimes a parliamentarian must vote against the party for these reasons and his stay in the parliamentary political group could end automatically as a result.

Limit of mandates in Parliament

And in talking about parliamentarians we must also mention another regular source of controversy regarding their work in the Chambers of Parliament, the limit of mandates in parliament.

It is easy to say that a parliamentarian must only sit for two legislatures, however, with such a limit risks major effects. The first is that Parliament as an institution is so complicated and formal that a newly elected parliamentarian needs time to learn how the bureaucratic machines operates, starting with being able to recognise the not always visible powers that act around parliaments around the world. And often this means that a legislature is needed to learn how to behave in the Commissions and the sittings, etc.

If we limit the terms of the mandates to two legislatures, as some parliamentary groups want, this means that the new parliamentarian becomes effective only in the second legislature and therefore when he or she is finally able to act well then has the obligation to leave Parliament to start another round with a new parliamentarian.

Once again, the decision to limit the parliamentarians must be made by his or her electors who, at least theoretically, are the ones who feel the effects of the decisions in parliament the most. And it is right and democratic that this is so.

Living Constitution

We all have good intentions when we start a project and this is especially true for the Constitution. Indeed, we often forget that Constitutions are not perfect and untouchable, they are living beings that change over time and as the result of experiences of parliamentary life and the country’s history.

In listing these examples, and there could be many more, I wanted to make readers understand that the problems of Italy’s Parliament are not connected to the number of parliamentarians. Indeed, in Italy the number of Deputies in proportion to the population of the electors is within the limits of the other great democracies.

The problems of our imperfect politics are connected to a parliamentary system to be made more effective, starting with the double confidence. We need functional Parliaments and governments and the current system is unable to guarantee this effectiveness. In fact, we regularly see how certain political groups/parties, on both sides, use these parliamentary weaknesses for party purposes instead of the good of the citizens in general.

And finally, as I have written a number of times in this article, the decision whether or not a parliamentarian has worked well is not up to the Secretaries of the parties and meetings in the closed rooms of their offices but it is up to the citizens who are, at least in theory, the true arbiters of the parliamentarians.

Of course, the citizens may decide to reduce the number of parliamentarians, and this is their right. However, are we truly sure that the reduction of the number of parliamentarians is the right path to solving the problems of our imperfect politics?

Cos’è la Cultura e a cosa serve? – What is Culture and what is it for?

di emigrazione e di matrimoni

Cos’è la Cultura e a cosa serve? 

La nostra Cultura è tutto ciò che succede nel nostro paese e non solo gli aspetti che pensiamo quando apriamo la pagina Cultura dei giornali. 

Si parla spesso della Cultura, però quante volte ci chiediamo, cos’è la Cultura e a cosa serve? La risposta è semplice e disarmante, però ci consente di capire non solo che la Cultura non è un bagaglio di pochi prescelti, e che pensare alla Cultura in questo modo limita il potenziale enorme della nostra Cultura a favore di tutta la popolazione. Ci sarebbe una terza parte di questa domanda, però la tratteremo sotto nell’ultima parte dell’articolo. 

La risposta alla prima parte della domanda semplice è altrettanto semplice, in effetti la nostra Cultura è tutto ciò che succede nel nostro paese e non solo gli aspetti che pensiamo quando apriamo la pagina Cultura dei giornali. 

Alta e Bassa Cultura e il Provincialismo

Quando si parla della Cultura abbiamo il vizio di pensare solo alla cosiddetta Alta Cultura e quindi alla lirica, alle mostre d’Arte di Michelangelo, Caravaggio, Leonardo e Raffaello e gli altri grandi artisti della storia. Quando leghiamo la Cultura al Cinema pensiamo a Visconti, Fellini, Wertmuller, Leone, De Sica e Zeffirelli per poi dimenticare che il nostro paese ha prodotto moltissimi altri registi importanti come Monicelli, Germi, Risi, Magni e anche altri ormai dimenticati del tutto come Blasetti. 

Se prendiamo soltanto l’Arte pensiamo immediatamente agli Uffizi, la Cappella Sistina e le altre immagini che utilizziamo fin troppo spesso nelle promozioni internazionali come il David di Michelangelo, ma ignoriamo, nel senso più stretto del termine cioè non conosciamo, che l’Italia ha anche una grande tradizione di ceramica e città come Faenza, Caltagirone, Squillace, De Ruta e molte altre sono state e sono ancora centri importanti per la produzione di ceramica, artistica e commerciale. 

E così come dimentichiamo la ceramica, non ci ricordiamo che l’Italia ha anche moltissime altri aspetti di Cultura che formano quel che è senza dubbio il Patrimonio Culturale più grande del mondo, ma molti di questi hanno lo svantaggio di non appartenere all’Alta Cultura. 

Iniziamo dalla Cultura Contadina e la Cultura Popolare che sono alla base di feste e celebrazioni in tutti le città e i paesini italiani. Primavera, estate ed autunno in Italia non sarebbero gli stessi se non ci fossero queste manifestazioni che coinvolgono gran parte delle popolazioni locali, ma che spesso sono sconosciute fuori la provincia, tantomeno in altre regioni, oppure altri paesi. 

La Cultura comprende lo sport, dal professionale al dilettantesco. È facile pensare al calcio, pallacanestro e il rugby, ma aggiungiamo le moltissime maratone in tutto il paese, il canottaggio, l’atletica leggera, la lotta greco-romana, la ginnastica ed altri sport che hanno visto l’Italia vincere mondiali e medaglie d’oro olimpioniche. Inoltre, ci sono sport che sono solamente italiani come i pali medioevali e il tamburello che pochi all’estero conoscono. 

Purtroppo, come in tutti gli altri campi di attività in Italia, la Cultura soffre dal provincialismo che ha  due effetti importanti sulla promozione internazionale del nostro prodotto più prestigioso. Il primo è la tendenza di pensare che tutti sappiano quel che ci sia in una determinata città, però in moltissimi casi questo non è proprio vero. Un esempio è Palazzo Te a Mantova che è un sito UNESCO Patrimonio Mondiale,  ma pochi oltre i confini della zona, tantomeno all’estero, lo conoscono, insieme alle meraviglie delle sale dipinte da Giulio Romano. Il secondo effetto è ancora più dannoso,  l’incapacità di gruppi italiani di lavorare insieme, a qualsiasi livello nazionale e internazionale, per realizzare progetti con scopi utili per tutti.

Quindi, anche con questi pochissimi esempi cominciamo a capire che la varietà della nostra Cultura è molto più grande di quel che immaginiamo se ci limitiamo solo all’Alta Cultura. Anzi, facciamo un male a noi stessi a pensare in termini di “Alta” e “Bassa” Cultura, perché ogni suo aspetto è importante e per ragioni che spesso non riusciamo a riconoscere. 

Però, la nostra domanda iniziale era in due parti e dobbiamo rispondere anche alla seconda, e di nuovo la risposta è semplice e disarmante. 

 A cosa serve la Cultura? 

La Cultura serve ad arricchire la qualità della nostra vita. Al di là del valore economico,  spesso non esistono prezzi al valore delle opere d’Arte, la Cultura, sia Alta che Bassa, ci rende la vita più bella ed interessante. 

Nel vedere un’opera importante in una mostra, nel partecipare a una manifestazione di origini medioevali, nel partecipare a manifestazioni sportive come atleti o come pubblico, andando alle sagre e nelle feste popolari, aggiungiamo valore alla nostra vita. 

Il semplice fatto che l’Italia ha questa varietà enorme di manifestazioni culturali, di ogni genere, vuol dire che la nostra qualità di vita è molto più alta e ricca di moltissimi altri paesi. Purtroppo, abbiamo l’usanza di pensare che la Cultura non ha valore, sia economico che esoterico. 

E qui cominciamo a capire perché il paese con il più grande Patrimonio di Beni Culturali nel mondo sia soltanto la settima destinazione turistica nel mondo. 

Se moltissimi di noi che viviamo in questo Patrimonio non riconosciamo le ricchezze che ci circondo quotidianamente, come possiamo pretendere che gente negli altri paesi lo sappiano? 

Infatti, il fatto che non abbiamo il livello di turismo che meriteremmo per il valore della nostra Cultura è la prova che chi abita all’estero non riconosce l’importanza vera del nostro Patrimonio Culturale. 

Certo, alcuni centri hanno altissimi numeri di turisti stranieri ogni estate, però sono a Roma, Firenze e Venezia che sono sempre al centro delle nostre promozioni internazionali. Però, le Città d’Arte in Italia sono molte di più di tre, partiamo da Mantova, Ravenna, Urbino, Lecce, Orvieto, Ferrara, Reggio Calabria, Genova e molte altre. Tutti conoscono i de Medici che resero grande Firenze artisticamente, ma quanti fuori d’Italia conoscono i nomi dei d’Este, Gonzaga, Montefeltro, Malatesta, della Scala e le altre Signorie che furono i mecenati che permisero ai nostri grandi artisti di creare le loro opere? 

E qui dobbiamo riconoscere che se i turisti internazionali non conoscono questi nomi di persone e città di chi è la colpa se non la nostra? Le nostre promozioni sono limitate dal concetto dell’Alta Cultura che non ci permette di vedere che la nostra Cultura deve essere promossa anche insegnando queste cose all’estero e non in italiano, ma nelle lingue dei paesi dei turisti. 

E qui ci troviamo a quel che doveva essere la terza parte della domanda iniziale ed è il perno del nostro atteggiamento verso la nostra Cultura. 

A cos’altro serve la Cultura? 

Qualche anno fa in Italia un Ministro del Tesoro fece una battuta diventata tristemente celebre che riassume l’atteggiamento di troppi in Italia verso la nostra Cultura, “Con la Cultura non si mangia”. 

Basta vedere le cifre di di turisti ad altri paesi per capire che non solo ci si può mangiare con la Cultura, ma si mangia anche benissimo. E il paradosso di questo è che in molti luoghi dei paesi più visitati nel mondo, come i musei di Parigi e l’Hermitage a San Pietroburgo, le attrazioni più importanti sono di artisti italiani. 

Aumentare il numero di turisti in Italia con promozioni mirate per ogni aspetto della nostra Cultura, Alta e Bassa, avrebbe due esiti altrettanto importanti. Il primo è naturalmente quello di aumentare gli introiti che attualmente non sono al livello dei nostri prodotti in offerta, di ogni genere. 

I soldi spesi dal turista che viene in Italia per andare a vedere le città d’Arte valgono quanto quelli di chi verrebbe per vedere la ceramica, per partecipare a una maratona, per vedere i pali e le feste popolari in tutto il paese, oppure per godere le attrazioni più mondane delle spiagge e le discoteche, come quelle della Costa Adriatica della Romagna. Allora dobbiamo chiederci perché limitiamo le promozioni della nostra Cultura solo ad alcune facce dell’Alta Cultura? Questi soldi creano posti di lavoro importanti per il paese, soprattutto in vista di uscire dalla crisi sanitaria attuale. 

Infine, i soldi dei turisti di tutti i generi, sarebbero fondamentali anche per altri motivi essenziali. Da decenni non riusciamo a finanziare il restauro di importanti opere d’Arte e palazzi perché il governo nazionale dice sempre che non sono una priorità, oppure non ci sono i fondi. Aumentare il numero di turisti internazionali per vedere ogni aspetto della nostra Cultura vuol dire anche avere finalmente a disposizione entrate economiche per poter compiere questi lavori importantissimi, non solo per salvare opere che rischiano di essere perse per sempre, ma anche per fornire altre attrazioni nel futuro per attirare ancora più turisti nel paese. 

Quindi non solo abbiamo l’obbligo di riconoscere finalmente che la Cultura non è un peso per la nostra economia, anzi è un bene che potrebbe e dovrebbe essere una fonte di guadagno per tutto il paese, ma per fare ciò dobbiamo anche finalmente capire che la nostra Cultura non è soltanto l’Alta Cultura, ma ogni aspetto della nostra vita, perché l’Italia non è solo il luogo dove si trovano le Città d’Arte, infatti è davvero il Paese di Cultura per eccellenza. Abbiamo aspetti della Cultura da offrire per tutti i gusti e dobbiamo farlo capire al mondo, a partire da noi stessi. 

di emigrazione e di matrimoni

What is Culture and what is it for?

Our Culture is everything that happens in our country and not only the aspects that we think when we open the Culture page of the newspapers.

We often talk about Culture but how many times do we ask: what is Culture and what is it for? The answer is simple and disarming, however it allows us to understand not only that Culture is not only something for a select few, and thinking about Culture in this way limits the huge potential of our Culture in favour of all the population. There would be a third part to this question. However, we will deal with this below in the final part of the article.

The answer to the first part of this simple question is just as simple, in fact our Culture is everything that happens in our country and not only the aspects that we think when we open the Culture page of the newspapers.

High and Low Culture and Provincialism

When we talk about Culture we have the bad habit of thinking about the so-called High Culture and therefore of opera, art exhibitions of Michelangelo, Caravaggio, Leonardo and Raphael and the other great artists of history. When we link Culture to our cinema we think of Visconti, Fellini, Wertmuller, Leone, De Sica and Zeffirelli to then forget that our country has produced many other major directors such as Monicelli, Germi, Risi and Magni, as well as others who are now completely forgotten such as Blasetti.

If we consider only Art we immediately think about the Uffizi, the Sistine Chapel and other images that we use all too often in international promotions such as Michelangelo’s David but we ignore that Italy also has a great tradition in ceramics and cities such as Faenza, Caltagirone, Squillace, De Ruta and many others were and still are major centres for the production of artistic and commercial ceramics. 

And so, just like we forget ceramics, we do not remember that Italy also has many other aspects of Culture that form what is without doubt the world’s greatest Cultural Heritage but much of this has the disadvantage of not belonging to High Culture.

Let us start with Peasant Culture and Popular Culture which are the basis of the feasts and celebrations in all the cities and small towns in Italy. Spring, summer and autumn in Italy would not be the same without these events that involve a large part of the local populations but they are often unknown outside the province, much less in other regions or in other countries.

Culture includes sport, from the professionals to amateurs. It is easy to think about football, basketball and rugby but let us add the many marathons all over the country, rowing, athletics, Greco-Roman wrestling, gymnastics and other sports that have seen Italy win world championships and Olympic gold medals. Furthermore, there are sports that are solely Italian such as the medieval palio and tamburello that few people overseas know.

Unfortunately, as in many other fields of activity in Italy, Culture suffers from provincialism which has two important effects on the international promotion of our most prestigious product. The first is the tendency to think that everybody knows what there is in a certain cities but in many cases this is not at all the case, One example is Palazzo Te in Mantua which is a UNESCO World Heritage site but few outside the local boundaries, much less overseas, know it let alone the wonders of the rooms painted by Giuliano Romano. The second effect is even more damaging, the incapacity of Italian groups to work together, at any level nationally and internationally, to set up projects with aims that are useful for everybody.

Therefore, even with these very few examples we start to understand that the variety of our Culture is much greater than what we imagine if we limit ourselves to only High Culture. Indeed, we harm ourselves thinking in terms of “High” and “Low” Culture because every one of its aspects is important and for reasons we often fail to recognize.

However, our initial question was in two parts and we must also answer the second and once again the answer is simple and disarming.

  What is Culture for? 

Culture serves to enrich the quality of our lives. Beyond its economic value, often there is no price for the value of works of art, Culture, both High and Low, makes our lives more beautiful and interesting.

When we see a major work of art, when we take part in an event of medieval origin, when we participate in sporting events as athletes or the public, when we go to the sagre and other popular feasts we add value to our lives.

The simple fact that Italy has this enormous variety of cultural events, of all kinds, means that our quality of life is much higher and richer than many other countries. Unfortunately, we have the habit of thinking that Culture has no value, both economic and esoteric.

And here we start to understand why the country with the world’s greatest Cultural Heritage is only the world’s seventh tourist destination.

If so many of us who live in this Heritage do not recognize the riches that surround us every day how can we expect people in other countries to know?

In fact, the fact that we do not have the level of tourism that we deserve for the value of our Culture is the proof that those who live overseas do not recognize the true importance of our Cultural Heritage.

Of course, some centres have very high numbers of foreign tourists every summer but they are in Rome, Florence and Venice that are always in the centre of our international promotions. However, Italy’s Cities of Art are much more than three, let us start with Mantua, Ravenna, Urbino, Lecce, Orvieto, Ferrara, Reggio Calabria, Genoa and many others. Everyone knows the de Medici that made Florence great artistically but how many people outside Italy know the names of d’Este, Gonzaga, Montefeltro, Malatesta, della Scala and the other Lordships who were the patrons that allowed our great artists to create their works?

And here we must recognize that if international tourists do not know these people and cities whose fault is it if not ours? Our promotions are limited by the concept of High Culture that does not allow us to see that our Culture must be promoted by teaching these things overseas and not in Italian but in the languages of the tourists.

And now we find ourselves with what should have been the third part of the initial question and it is the linchpin of our attitude towards our Culture.

And what else is Culture for? 

A few years ago an Italian Treasurer made a comment that became sadly famous and sums up the attitude of too many in Italy towards our Culture, “You can’t eat with Culture”

You only have to see the numbers of tourists to other countries that not only can you eat with Culture but you also eat very well. And the paradox of this is that in many places in these most visited countries, such as the museums in Paris and the Hermitage in Saint Petersburg, the most important attractions are by Italian artists.

Increasing the number of tourists in Italy with targeted promotions for every aspect of our Culture, High and Low, would have two equally important outcomes. The first is naturally that of increasing revenue that currently is not at the level of our products on offer, of every kind.

The money spent by the tourist who comes to Italy to see the cities of Art is worth as much as that of those who would come to see the ceramics, to take part in a marathon, to see a palio and the popular feasts in all the country or to enjoy the more worldly attractions of the beaches and the discos, such as those of the Adriatic Coast of the Romagna. So, we must ask ourselves, why do we limit the promotions of our Culture only to some aspects of High Culture? This money creates jobs that are important for the country, especially in view of coming out of the current health crisis.

Finally, the money spent by tourists of all kinds would be essential also for other fundamental reasons. For decades now we have not been able to fund the restoration of major works of Art and buildings because the national government always says they are not a priority or there are no funds. Increasing the number of international tourists for every aspect of our Culture also means finally having financial income available to be able to carry out these very important works, not only to save major works that we risk losing forever but also to provide other attractions that would draw even more tourists to the country.

Therefore, not only do we have the obligation to finally recognize that Culture is not a burden on our economy. Indeed, it is an asset that could and should be a source of profit for all the country but in order to do so we must also finally understand that our Culture is not only High Culture but every aspect of our lives because Italy is not only where the Cities of Art are located. In fact Italy is truly the Country of Culture par excellence. We have aspects of Culture to offer for all tastes and we must make the world understand this, starting with ourselves.

Dall’Argentina alla Calabria: una Storia Personale in cerca dell’Identità – From Argentina to Calabria: a Personal Story in search of Identity

di emigrazione e di matrimoni

Dall’Argentina alla Calabria: una Storia Personale in cerca dell’Identità

Il nuovo articolo inviatoci da Paolo Cinarelli è un contributo importante al tema dell’identità personale dei discendenti degli emigrati trattato dalla trilogia di articoli conclusa qualche giorno fa.

Questa trilogia, iniziata con un altro articolo da Paolo, voleva dare qualche spunto sul tema che sta diventando più e più importante per moltissimi discendenti di emigrati italiani in giro per il mondo.

Parte 1: Nomi italiani e la perdita dell’Identità- Italian names and the loss of Identity

Parte 2: I Misteri degli Italo-Americani – The Mysteries of the Italian Americans

Parte 3: Io non sono (solo) Italiano – I am not (only) Italian

In questo articolo leggiamo la storia di una ragazza in Argentina che è andata in Italia per cercare le proprie origini e dunque la propria identità e patrimonio famigliare personale. Come lei ci sono milioni e milioni di figli e discendenti di emigrati italiani in tutti i paesi che sognano l’opportunità di fare lo stesso viaggio ai paesi d’origine dei nonni/genitori. Alcuni troveranno felicità, alcuni tristezza e anche scompiglio perché hanno scoperto segreti famigliari inattesi ed altri iniziano un percorso che durerà tutta la vita. In tutti questi casi, ciascuno tornerà al paese di nascita cambiato e non tutti troveranno le risposte che cercavano.

Non esiste una risposta precisa per chi si chiede se sia “italiano”, “americano/argentino, australiano, ecc., ecc.” come fanno molti nel corso della vita quando, per un motivo o l’altro, qualcun mette in dubbio l’appartenenza dell’individuo al paese di nascita, in modo particolare per la prima generazione nata nel nuovo paese di residenza, ma non solo.

Come abbiamo visto in questi articoli, i casi sono moltissimi, e anche se i temi da considerare sono uguali in tutti i paesi dove ci sono immigrati, i dettagli cambiano da paese e paese, spesso anche all’interno dello stesso paese, e quindi ogni storia raccontata è unica e ci dimostra che ogni soluzione è valida e ciascuno di noi deve prendere la decisione con cui si trova a suo agio.

Questo è uno dei motivi per cui chiediamo ai lettori di inviarci le loro storie. Non solo per raccontare esperienze uniche, ma anche per fare capire a chi ha paura di esprimere il proprio disagio nel paese di nascita, che non sono soli a sentire questa emozione e che hanno il diritto di domandarsi chi sono e di cercare la propria identità personale, anche se non sempre è quella che i genitori sognavano per loro, oppure quella che aspettavano quando hanno preso l’aereo per l’Italia.

Perciò, ripetiamo il nostro invito ai lettori. Inviate le vostre storie a: [email protected]

Dall’Argentina alla Calabria: una Storia Personale in cerca dell’Identità

di Paolo Cinarelli

L’argomento della trasmissione della cultura familiare attraverso il balzo generazionale da nonni a nipoti diventa un fenomeno sempre più ricorrente. Come spiega il prof. Franco Fiumara, il vincolo affettivo unisce le due generazioni sulla base del rapporto di complicità in contrapposizione al ruolo dell’autorità svolto dai genitori. Così, sulla linea di quanto già accennato in articolo precedente ( L’italianità della “generazione saltata” – Italians in Argentina, Developments ), si riscatta la figura del migrante che in passato spesso era sminuita e ora invece viene rivalorizzata. Rivendicare l’origine dell’antenato lavoratore e umile che ha varcato l’oceano, non è più un motivo di vergogna ma di orgoglio.

Amira Giudice, che è andata in Calabria poco più che ventenne a riscoprire la terra e le storie di vita del nonno Modesto deceduto poco prima, è l’esempio concreto di questo fenomeno. E’ ripartita da quel viaggio consapevole di avere trovato il suo posto nel mondo, ma anche con il progetto di diffondere una rete online che unisca i giovani discendenti di emigrati italiani in Sudamerica. Il suo esempio è una sintesi di un fenomeno che solo adesso si sta valutando concretamente e da origine a progetti che vogliono riscoprire le origini, come il turismo delle radici e i tanti progetti di ritorno, ma che in effetti sono la somma di tantissimi casi visti finora sempre come singoli.

Il sei agosto si è presentata nel programma radio “Il Postino Patagonico” della località di Villa Regina in occasione del lancio del sito itRionegro.it che rappresenta la sede più a sud di tutta la rete web di italiani.it.

“(…) Sono una italoargentina, nata a Buenos Aires. Sono italiana da parte di padre e il vincolo con la cultura italiana viene dai miei nonni. Da piccola mio nonno ci portava alle feste della Madonna della Quercia nella chiesa dei Migranti nella zona di La Boca, per cui da sempre sono stata in contatto con l’italianità delle tradizioni, le festività, le ricette che ci preparava il nonno in casa e tutto ciò di italiano che ci trasmetteva, compreso anche il dialetto che lo parlava spesso con i suoi paesani quando lo venivano a salutare o quando si incontravano in qualche festa. Siamo sempre stati molto in contatto con le tradizioni del cibo e del vino fatti in casa, la gastronomia e l’Italia in genere. Da piccola mi piaceva leggere le riviste che gli mandavano dall’Italia perché dalla Regione Calabria arrivavano gli almanacchi e le riviste piene di fotografie. Mio nonno le lasciava nella sala a portata di mano e io le guardavo e le leggevo quasi senza capirle.

Già dall’infanza ho assorbito la cultura italiana e soprattutto la cultura del paese di mio nonno, che è stato quello che più mi ha trasmesso e mi ha avvicinato all’Italia tanto a me come al resto della famiglia. Nel 2016 ho deciso di viaggiare per conoscere il paese dove era nato e da dove era partito, che si chiama Conflenti ed è anche il paese della Madonna che si festeggia qui a Buenos Aires l’ultima domenica di agosto. Lì ho scoperto le mie radici, ho riscoperto in ogni angolo del paese i luoghi dei suoi racconti e mentre camminavo ricostruivo pezzi di storie, ho conosciuto molti parenti e amici. E’ stata una esperienza bellissima, sono stata nel paese molte altre volte e lo porto nel cuore. La prima volta che sono stata a Conflenti ho sentito di avere trovato il mio posto nel mondo.

Lì ho trovato la gente di italiani.it perché Conflenti è la capitale del progetto e mi sono aggiunta alla redazione di itConflenti.it dove ho cominciato come redattrice. Successivamente lo abbiamo portato da questa parte dell’oceano e aprendo il portale itBuenosAires.it e dando il via alla diffusione della cultura italiana nel 2017.

Questo sogno di diffondere la cultura e rendere visibile l’attività delle istituzioni italiane si è espanso fino a costituire una grande rete in America Latina così come era stato fatto in Europa e nel resto del mondo. Abbiamo aggiunto diverse città, adesso fanno parte di questo progetto dodici città latinoamericane nelle cui redazioni ci sono gruppi di giovani che ci occupiamo di diffondere la cultura italiana, di raccontare storie, di diffondere eventi, stare in contatto con le associazioni, istituzioni e immigranti in genere che cercano di rendere visibili le loro attività e raccontare le loro storie. Sono supervisore e mi occupo di coordinare i lavori di tutte le redazioni di italiani.it in America Latina. Adesso siamo più di 60 redattori da questa parte del mondo che scrivono e hanno bisogno di una guida per elaborare e diffondere le loro note, perché da italiani.it è possibile accedere ai siti delle diverse città e ai loro articoli.

Tra i progetti a futuro abbiamo già cominciato con le borse di studio di lingua italiana insieme alla Associazione Calabrese di Buenos Aires. Ci sono anche altri progetti a breve, quindi vi invito tutti a visitare il sito per conoscerci meglio e a seguirci sui social per conoscere le nostre attività”.

di emigrazione e di matrimoni

From Argentina to Calabria: a Personal Story in search of Identity

Paolo Cinarelli’s new article is a major contribution to the theme of the personal identity of the descendants of migrants we dealt with in the trilogy of articles that ended a few days ago.

This trilogy began with another article by Paolo and wanted to provide some talking points on a theme that is becoming more and more important for many descendants of Italian migrants around the world.

Parte 1: Nomi italiani e la perdita dell’Identità- Italian names and the loss of Identity

Parte 2: I Misteri degli Italo-Americani – The Mysteries of the Italian Americans

Parte 3: Io non sono (solo) Italiano – I am not (only) Italian

This article is the story of a young Italo-Argentinean woman who went to Italy to look for her origins and therefore for her own identity and personal family heritage. There are millions and millions of children and descendants of Italian migrants like her in every country who dream of the chance of making the same trip to the towns of origin of their grandparents/parents. Some find happiness, others sadness, others are even upset because they found unexpected family secrets and others start a path that will last a lifetime. In all these cases each one of them will go home to their country of birth changed and not everyone will find the answers they were looking for.

There is no exact answer for those who ask themselves if they are “Italian”, “American, Argentinean, Australian, etc, etc” as many people do during their lifetimes for one reason or another and some question their belonging to their country of birth, especially the first generation born in the new country of residence but not only in that generation.

As we have seen in these articles there are a multitude of cases and even if the issues to be considered are the same in all the countries where there are migrants the details change from country to country and even within the same country and therefore each story is unique and shows us that every solution is valid and each one of us has to make the decision which he or she feels at ease.

This is one of the reasons that we ask our readers to send us their stories. Not only to tell stories of unique experiences but also to make those who are scared to express their discomfort in their country of birth understand that they are not alone in feeling this emotion and that they have the right to ask themselves who they are and to look for their own personal identity, even if it is not always the one their parents dreamed of for them or what they expected when they took the plane to Italy.

Therefore, we repeat our invitation to our readers to send your stories to:

[email protected]

From Argentina to Calabria: a Personal Story in search of Identity

di Paolo Cinarelli

The subject of passing on the family’s culture through the leap of generations from the grandparents to the grandchildren is becoming more and more a recurring phenomenon. As Professor Franco Fiumara explained, an emotional bond unites two generations on the basis of complicity as opposed to the authoritative role of the parents. And so, as stated in a previous article on this issue ( L’italianità della “generazione saltata” – Italians in Argentina, Developments ), the figure of the migrant was often downplayed but it is now being appreciated once more. Claiming your origin from the hard working and humble forebear who crossed the ocean is no longer a reason for shame but for pride.

Amira Giudice who went to Calabria in her early 20s to rediscover the land and the stories of the life of her grandfather Modesto who had passed away shortly before is a concrete example of this phenomenon. She came back from this trip aware of having found her place in the world but also with a plan to spread an online network that brings together young descendants of Italian migrants in South America. Her example is a synthesis of a phenomenon that only now is being solidly evaluated and gives rise to projects that aim to discover origins, such as tourism of the family roots and many projects of return to Italy which are in fact the sum of the many cases we have seen up to now but always by individuals.

On August 6 she came to the radio programme “Il Postino Patagonico” (The Postman of Patagonia) in the town of Villa Regina on the occasion of the launch of the website itRionegro.it that represents the southernmost setting of all the italiani.it network.

“…I am Italo-Argentinean, born in Buenos Aires. I am Italian on my father’s side and the connection with Italian Culture comes from my grandparents. Since I was a child my grandfather used to take us to the feast of the Madonna della Quercia (Our Lady of the Oak) in the church of the Migrants in the area of La Boca which meant I was always in contact with the Italian spirit of the traditions, the celebrations, the recipes that nonna prepared at home and everything Italian they passed onto us, also including the dialect that was often spoken with his paesani (people from the same town) when they came to say visit or when they met at some celebration. We were always very much in touch with the traditions of homemade food and wine, gastronomy and Italy in general. When I was a child I liked to read the magazines they sent from Italy because almanacs and magazines full of photos used to be sent from the Calabria Region. My grandfather left them at hand in the room and I looked at them and read them almost without understanding them.

“I absorbed Italian Culture since my childhood and above all the culture of my grandfather’s hometown which is what he passed onto me the most and this brought me closer to Italy as well as the rest of the family. In 2016 I decided to travel to get to know the town where he was born and from where he left. It is called Conflenti and it is also the town of the Madonna that is celebrated in Buenos Aires on the last Sunday in August. I discovered my roots there, in every corner of the town I rediscovered the places of his stories and as I walked around I rebuilt pieces of stories. I got to know many relatives and friends, it was a beautiful experience. I have been to the town many other times and I carry it in my heart. The first time I went to Conflenti I felt that I had found my place in the world.

“There I found the people of italiani.it because Conflenti is the capital of the project and I was added to the editorial staff of itConflenti.it where I began as an editor. Subsequently we brought it to this side of the ocean and opened the itBuenosAires.it portal and starting the spread of Italian Culture in 2017. This dream of spreading Italian Culture and making the activities of Italian institutions visible expanded up to building a great network in Latin America as was done in Europe and the rest of the world. We added various cities, and now twelve Latin American cities are part of the project where groups of young people in the editorial staff deal with the spread of Italian Culture, telling stories, spreading events, keeping in touch with associations, institutions and migrants in general who try to make their activities visible and to tell their stories. I am the supervisor and I look after the work of all the editorial offices of italiani.it in Latin America. We are now more than 60 members of the editorial staff in this part of the world who write and need a guide to elaborate and spread their notes, because from italiani.it it is possible to access the sites of various cities and their articles.

“One of the future projects we have already started is that of scholarships, together with the Buenos Aires Calabrese Association, to study the Italian language. There will also be other projects shortly and so we invite everyone to visit the website to get to know us better and to follow us on the social media to get to know our activities”

Io non sono (solo) Italiano – I am not (only) Italian

di emigrazione e di matrimoni

Io non sono (solo) Italiano

Parliamo molto degli italiani all’estero, però cosa ne sappiamo davvero di questi italiani?

Ho finito la seconda parte di questa trilogia di articoli con le parole “vera identità da discendenti di emigrati italiani”. Questo non è a caso perché proprio questo era il punto che mi ha colpito delle due vicende cha hanno ispirato questi tre articoli. 

Parte 1: Nomi italiani e la perdita dell’Identità- Italian names and the loss of Identity

Parte 2: I Misteri degli Italo-Americani – The Mysteries of the Italian Americans

Parliamo molto degli italiani all’estero, però cosa ne sappiamo davvero di questi italiani? Ci concentriamo così tanto su chi potrebbe avere diritto alla cittadinanza italiana, e quindi il passaporto e poter votare, che fin troppo spesso dimentichiamo, soprattutto a livello ufficiale, che chi ha la cittadinanza non è che una minoranza della collettività italiana nel mondo. 

Purtroppo, nel parlare degli italiani nel mondo, con o senza cittadinanza, non facciamo una domanda fondamentale che potrebbe aiutare loro a trovare le loro origini e il loro patrimonio famigliare italiano. 

Tristemente la domanda è crudele, però non per questo non dobbiamo porla: può il figlio e/o discendente di emigrati italiano essere un “italiano vero”? Infatti, la canzone “L’Italiano” di Toto Cutugno ha avuto un successo enorme tra le comunità italiane in giro per il mondo, ma evita le molto spesso dure realtà delle comunità italiane in tutti i continenti. 

Inoltre, in certe circostanze, quel che ci obbliga a chiederci cosa siamo non è solo l’atteggiamento dei genitori che ovviamente vogliono che i figli facciano una vita nuova e prosperosa nel paese nuovo, ma anche l’atteggiamento degli autoctoni che spesso non sono affatto gentili con i nuovi vicini e non nascondono il loro disprezzo per gli stranieri. 

 Australia 

Sono figlio di emigrati italiani, nato e cresciuto in Australia, ma posso dire, come ho scritto in più occasioni in questa rubrica, che sin dai primi giorni di scuola mi sentivo un pesce fuor d’acqua. Volevo essere come gli altri ma alcuni non volevano fare amicizia e regolarmente, anche da adulto, sentivo il commento “Go back to where you come from”, cioè, torna da dove sei venuto. 

Da bambino non capivo quella frase, era nato in Australia ma loro non lo volevano riconoscere. Però, con il passare degli anni ho capito che questo era la prima fase per capire la mia identità vera. In casa parlavamo in italiano, ma fuori casa in inglese a fare la spesa, dal medico, ecc., poiché il mondo fuori casa era anglofono. 

Il secondo passo è stato il primo viaggio in Italia quando ho capito che non ero tanto italiano quanto pensassi. Il mio italiano era rudimentale e la mia conoscenza della Storia e la Cultura del paese era scarsa paragonata ai miei cugini. Questo non cambiava il legame d’affetto con i cugini, ma sapevo che c’era una barriera tra di noi creata dagli ambienti in cui siamo nati e cresciuti, chi in Italia e chi all’estero. 

Sono tornato in Australia con moltissimi dischi e libri italiani e così è iniziato il mio percorso vero verso la mia identità. Ma cercarla ha aggravato la differenza tra me e gli australiani, particolarmente a scuola quando portavo qualcosa dal viaggio che alcuni hanno preso malissimo. 

Qualche anno dopo ho saputo d’essere nato cittadino italiano e ricordo benissimo il giorno che ho ricevuto il mio primo passaporto italiano e pensavo fosse la fine della ricerca. Ma non lo era, era semplicemente il riconoscimento della mia identità ufficiale di cittadino italiano, ed era anche l’inizio della terza fase che ha impegnato molti anni. 

Ora riguardo questi passi e capisco che il ragazzo cresciuto in una zona popolare della città di Adelaide non poteva immaginare il percorso che l’avrebbe portato a fare proprio quel passo che volevano i suoi avversari australiani a scuola e anche dopo, di tornare al paese dei miei genitori. 

Ed è stato nei miei vari viaggi in Italia che ho capito che la mia identità vera non è solo italiana, ma anche australiana. Per come sono cresciuto, in scuole australiane e lavorando per decenni in Australia, ero troppo australiano per essere “100% italiano” e viceversa. Non nel sangue, bensì come persona. 

Questo me lo sarei aspettato da figlio di emigrati, ma più  scambio pareri con altri figli e soprattutto discendenti di emigrati italiani nel mondo, più mi rendo conto che questa voglia si estende ben oltre la prima generazione nata nel paese nuovo. 

Domanda 

Un esempio che vedo regolarmente è nei post nelle pagine social degli italo-americani come quello dello screenshot in testa all’articolo. Il post dice: “Allora chi viene dalla Patria? Chi qui è 100% italiano?” Nello spazio delle prime 14 ore, il momento in cui batto questo articolo, ci sono stati quasi mille risposte e/o commenti. Molti dei quali in accordo con la domanda e altri che, precisano dicendo che sei del paese dove nasci, oppure sei una miscela. 

Difatti, quasi ogni giorno qualcuno scrive sui social d’aver ottenuto il risultato delle prove DNA ed è indignato che il risultato non è 100%, quindi rivelando anche il fatto di non conoscere la Storia delle moltissimi invasioni del paese nel corso dei millenni, per cui nemmeno in Italia troveresti mai qualcuno “100% italiano” secondo il DNA. 

Tristemente, come spesso accade in questi casi, ci sono anche risposte da italiani in Italia che prendono in giro questo atteggiamento e questo non fa altro che scaldare gli animi e non aggiungono niente di utile al soggetto. Anzi rendono banale una questione che è la chiave per l’identità dei discendenti degli emigrati italiani che va ben oltre l’aspetto legale della cittadinanza. 

Vedo spesso nei discorsi da parte di politici che il sangue definisce chi è o non è italiano. E questo è ovviamente un riferimento alla cittadinanza. Ma davvero tiene conto della realtà degli italiani negli altri paesi? Credo proprio di no, anzi l’ignorano. 

Con ogni generazioni che passa i figli e discendenti degli emigrati italiani sposano non italiani e questo è perfettamente naturale. I figli di questi matrimoni poi apprendono aspetti da entrambi i genitori e per questo motivo, di cultura e ambiente, questi figli incarnano non solo il loro aspetto italiano. Basta andare sulle pagine social degli italiani all’estero di tutti i paesi per vedere che moltissimi nomi e cognomi non sono, e non potranno mai essere, solo italiani. 

Allora perché chiedersi d’essere “100% italiano”, la risposta è semplice, fa parte della ricerca della propria identità da discendente di emigrati italiani, anche se alcuni ancora non lo capiscono. 

Identità vera 

So di rischiare la rabbia di lettori con quel che sto per scrivere, però la nostra identità personale non si basa solo su un aspetto della nostra vita, ma l’ambiente in cui nasciamo e cresciamo e ogni episodio, buono o cattivo della nostra vita.  

Dire di essere “100% italiano” vuol dire in effetti conoscere perfettamente la lingua e la cultura del paese. Chi non conosce la lingua, chi non sa niente della Storia e la Cultura del paese oltre le tradizioni di famiglia, anche se sono importanti per ciascuno di noi, può davvero dire d’essere 100% italiano? 

Inoltre, dire di essere “100% italiano” vuol dire rinnegare una parte della propria identità se nonni o genitori non sono italiani. Come anche rinnegare molti aspetti dell’ambiente in cui sei nato e cresciuto. 

Possiamo dire d’essere discendenti di emigrati italiani, ma dire “100% italiani” non fa altro che confondere quel che siamo davvero, il frutto di almeno due culture, quella italiana, quella del paese di nascita, e le culture di ogni genitore/nonno non italiano. 

Da figlio di immigrati italiani in Australia la mia risposta è stata di capire che non posso essere “solo” italiano. La mia scuola, le mie esperienze di vita erano in un altro paese e quindi quando qualcuno qui in Italia mi chiede del mio accento rispondo che sono italo-australiano e ne sono fiero. 

Naturalmente ogni persona deve trovare la propria risposta alla vera identità personale, ma dobbiamo farlo riconoscendo che la nostra vita all’estero non è una “vita italiana” bensì una vita con aspetti italiani, chi più, chi meno. 

La risposta non è facile, ne sono più che cosciente, però bisogna farlo in tutta onestà perché non esiste una “identità italiana” standard, perché ciascuno di noi è una persona unica e quindi anche la nostra identità personale da discendenti di emigrati italiani è unica. 

Di nuovo invitiamo i nostri lettori a inviare le loro storie da emigrati e/o figli/discendenti di emigrati italiani a: [email protected]

 

di emigrazione e di matrimoni

 I am not (only) Italian

We talk a lot about Italians overseas, however, what do we truly know about these Italians?

I finished the second part of this trilogy of articles with the words “true identity as descendants of Italian migrants” This was not by chance precisely because this was the point that struck me about the two matters that inspired these three articles.

Part 1:Nomi italiani e la perdita dell’Identità- Italian names and the loss of Identity

Part 2: I Misteri degli Italo-Americani – The Mysteries of the Italian Americans

We talk a lot about Italians overseas, however, what do we truly know about these Italians? We concentrate so much on who could have a right to Italian citizenship, and therefore the passport and being able to vote, that all too often we forget, especially at an official level, that those who have citizenship are only a minority of the Italian collective around the world.

Unfortunately, when we talk about Italians around the world, with or without citizenship, we never ask an essential question that could help them find their origins and their Italian family heritage.

Sadly the question is cruel but this does not mean we should not ask: can the child and/or descendant of Italian migrants be a “true Italian”? In fact, the song “L’Italiano” (The Italian) by Toto Cutugno was a huge success amongst the Italian communities around the world but very often it avoids the harsh reality of the Italian communities in all the continents. 

Furthermore, in certain circumstance what forces us to ask ourselves what we are is not only the attitude of the parents, who obviously want their children to lead a new and prosperous life in the new country, but also the attitude of the natives who often are not at all kind with the new neighbours and do not hide their contempt for the foreigners.  

Australia 

I am the son of Italian migrants, born and raised in Australia, but I can say, as I have often done in this column, that since the first days at school I felt like a fish out of water. I wanted to be like the others but some of them did not want to become friends and regularly, even as an adult, I heard the comment “Go back to where you come from”, 

I did not understand that phrase when I was a child, I was born in Australia but they did not want to recognize that. However, with the passing of the years I understood that this was the first phase to understanding my true identity. We spoke Italian at home but English outside the home when shopping, going to the doctor, etc because the world outside the home spoke English. 

The second stage was the first trip to Italy when I understood that I was not as Italian as I thought. My Italian was rudimentary and my knowledge of the country’s history and Culture was scarce compared to my cousins. This did not change the emotional bond with my cousins but I knew that there was a barrier between us created by the environments in which we were born and grew up, who in Italy and who overseas. 

I returned to Australia with many Italian records and books and so began my path towards my identity. But looking for it made the difference between me and the Australians worse, especially at school when I brought something from the trip and some of them took this very badly. 

A few years later I found out I was born an Italian citizen and I remember very well the day I got my first Italian passport and I thought I was at the end of my search. But it was not, it was simply the recognition of my official identity as an Italian citizen and it was also the start of the third phase that took many years. 

I now look hack at those stages and I understand that the boy who grew up in a working class suburb of Adelaide could not imagine the path that would take him to take that very step that his Australian adversaries at school and even after wanted, to go back to my parents’ country. 

And it was during my various trips to Italy that I understood that my true identity was not only Italian but also Australian. Since I grew up in Australian schools and working for decades in Australia, I was too Australian to be “100% Italian” and vice versa. Not by blood but rather as a person. 

I would have expected this for the child of migrants but the more I exchange opinions with other children and especially descendants of Italian migrants around the world, the more I realize that this desire extends well beyond the first generation born in the new country. 

  Question 

One example that I see regularly is in the posts on the social media pages of the Italian Americans, such as the screenshot at the top of this article. The post says “So, who is from the Mother Land? Who here is 100% Italian?” In the space of the first 14 hours, at the time that I am typing these words, there have been almost a thousand replies and/or comments. Many of them agree with the question and many others specify that you are of the country where you are born, or you are a mix.

In fact, almost every day people on the social media write that he or she has had the results of their DNA tests and is indignant that the result is not 100%, thus also revealing the fact that they do not know the history of the many invasions in the country over millennia so that even in Italy you would never someone who is “100% Italian” according to their DNA. 

Sadly, as often happens in these cases, there are also the replies from Italians in Italy who mock this attitude and this only raises the temperature of the discussion and adds nothing useful to the subject. Indeed, they trivialize a question that is the key to the identity of the descendants of Italian migrants that goes well beyond the legal issue of citizenship. 

I often see in speeches by politicians that blood defines whether or not someone is Italian. And this obviously refers to citizenship. But does it truly take into account the reality of Italians in other countries? I really think not, in fact they ignore it. 

With every passing generation the children and descendants of Italian migrants marry non-Italians and this is perfectly natural. The children of these marriages then take in aspects from both parents and for this reason, of cultural and the environment, these children do not embody only their Italian aspect. We only have to go to the social media pages of the Italians overseas of all the countries to see that multitude of names and surnames are not, and cannot ever be, only Italian. 

So why ask yourself whether or not you are “100% Italian”? The answer is simple, it is part of the search for your own identity as a descendant of Italian migrants, even if some do not yet understand this.

  True identity

I know that I risk the anger of readers with what I am about to write, however, our personal identity is not based only on one aspect of our lives but the environment into which we are born and every episode, good or bad, in our lives.

Saying you are “100% Italian” in fact means you know that country’s language and culture perfectly. Can those who do not know the language or those who know nothing of the country’s history and Culture beyond the family’s traditions, even if they are important for each one of us, truly say they are 100% Italian?

Furthermore, saying you are “100% Italian” means denying a part of your identity if any grandparents or parents are not Italian. As well as denying many aspects of the environment in which you were born and grew up. 

We can say we are descendants of Italian migrants but saying “100% Italian” does nothing but confuse what we truly are, the fruit of at least two cultures, Italian Culture, the Culture of the country of birth and the Culture of each non-Italian parent/grandparent. 

As the child of Italian migrants in Australia my answer was to understand that I cannot be “only” Italian. My education and my life experiences were in another country and therefore when someone here in Italy asks me about my accent I answer that I am Italo-Australian and I am proud of this. 

Of course every person must find their own answer to their personal identity but we must do this recognizing that our lives overseas are not “Italian lives” but rather a life with Italian aspects, some more, some less. 

The answer is not simple, I am more than aware of this, however, we must do so with total honesty because there is no ”standard Italian” identity because each one of us is a unique person and therefore our personal identity as descendants of Italian migrants is also unique. 

  Once again we invite our readers to send in their stories as migrants and/or children/descendants of Italian migrants to: [email protected]

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