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Il Societarismo e la ostilità umana: contro tutti i conflitti di oggi

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Il singolo essere umano impara subito che il rapporto con il mondo non gli consente particolare autonomia, perchè è un essere sociale. Ma esiste un risvolto negativo: la ostilità umana, con conseguenze spesso gravi.

di Sergio Bevilacqua – Sociologo e Sociatra

Russia e Ucraina, una guerra bruttissima. USA e Cina, una minaccia continua. Migranti e popolazioni autoctone, un contrasto di fatto. GLOCAL e LOBAL cioè invasione del globale e resistenza del locale, contrasto tra l’uomo del mondo e uomo dei luoghi diversi. Passato e futuro, conflitto tra i vecchi equilibri e i nuovi equilibri. Ricchi e poveri del mondo, scontro per il benessere. Destra e sinistra, ricerca delle differenze per scaricare aggressività. Razzismo e unica umanità, occasione di identificazione di differenze anziché di omogeneità. Patriarcato e matriarcato, emersione della donna e suo danneggiamento da parte dell’uomo… All’affiorare di queste opposizioni, a volte naturali a volte esasperate a volte inventate, notiamo che si scatena l’ostilità, sia alzano i toni, alza la testa il fantasma delle guerre e della violenza all’interno dell’umanità.

State leggendo le parole di un sociologo vero, che ha usato la sua esistenza come strumento di esperienza clinica sulla società umana, l’umano consorzio, lo stare insieme dell’uomo o come vogliamo chiamarlo.

Circa 1000 società umane studiate, analizzate, interfacciate, ragionate insieme, confrontate, riprogettate insieme, formate, condotte, cambiate, migliorate, insieme con decine di collaboratori formati e soprattutto insieme con loro stesse, le società umane.

È abbastanza normale che un mestiere così produca un’antropologia, una visione complessiva e anche olistica dell’uomo, cioè integrata con l’ambiente: e, visto che sono un sociologo a tutto tondo, ciò accade da quando ho… aperto gli occhi. Umilmente, certo, in progress, cioè riveduta progressivamente, man mano che aumentava l’esperienza: la mia antropologia proviene dalla umile prassi del miglioramento e anche dall’umile studio, rispettoso e fedele dei principali contributi teorici e disciplinari di altri, precedenti e successivi, sulle materie che riguardano il sociale e il societario, cioè soprattutto le Scienze Umane, la teoria dell’organizzazione, la psicanalisi, la filosofia e determinati rami degli altri sapere, come la biologia umana e le neuroscienze.

Una ipotesi evolutiva ormai semisecolare, ma che già mi diede soddisfazioni dopo pochi anni. È sempre stata una antropologia verificata sul campo, grazie al lavoro su tantissime società umane: centinaia di interventi su società umane aziendali, su quelle organizzative pubbliche, su quelle economiche, su quelle familiari e affettive, su quelle alimentari, proprie della sussistenza e del convivo, su quelle ludiche del tempo libero, su quelle specifiche di ambito intellettuale e culturale.

Ebbene, vi riporto un primo (e anche un po’ un ultimo…) risultato: l’umanità si organizza e costruisce soggetti societari seguendo condizioni naturali del suo essere specie, condizioni caratteristiche. Il singolo essere umano impara subito che il rapporto con il mondo non gli consente particolare autonomia: nasce in un altro ventre umano (oggi ancora…), viene protetto quando è piccolo e non può difendersi, alimentato fin quando non può alimentarsi da solo, istruito da altri esseri umani, poi impara a giocare con altri, poi a studiare con altri, poi a lavorare con altri, poi a rifare ad altri ciò che è stato fatto per lui da altri.

Insomma, è un essere SOCIALE.

E il suo modo è quello SOCIETARIO, di trovare cioè processi e obiettivi comuni che sarebbero impossibili a ciascuno da solo. Mentre spesso la via puramente comunitaria, cioè di sommatoria di individui senza una selezione degli aspetti individuali da far confluire, utili alla produzione di beni, servizi e valori intangibili: la mancanza di selezione e la necessaria consapevolezza di tale esigenza porta alla confusione, all’attrito interpersonale e al conflitto.

Tutto questo è vero e, a differenza del primitivismo comunitario, la identificazione di processi societari (aziende, enti, bacini economici, famiglie, società di amici, di credenti, ecc.) e di risultati conseguenti, è anche bello. E soprattutto VERO, a sintesi di un’esperienza sociologica semisecolare di mille (non mill/antati, bensì documentati, cioè vissuti o diretti con attenzione) CASI.

Purtroppo, però, non è tutto: è anche presente e documentata la ostilità reciproca. Nella natura umana odierna (ma potrei dire di sempre), comprovata dalla mia sociatria, è infatti presente, e vincente salvo rari periodi distruttivi, lo spirito vitale di unione, di organizzazione, di mutuo soccorso e azione congiunta; esso ha portato, insieme a scoperte per caso o per progetto, alle forme più evolute di civiltà, che hanno consentito all’umanità di moltiplicarsi di numero e di quasi raddoppiare le aspettative di vita…

Ma l’ostilità reciproca fa sempre paura. È difficile conoscitivamente fare un confronto con altre specie simili o tout-court: può forse dirsi che, mentre le altre specie viventi hanno altre specie diverse nemiche o concorrenti, sia lungo la catena alimentare sia lungo il controllo del territorio o dei valori considerati, invece la specie umana il suo nemico ce lo ha all’interno.

La specie umana dimostra di essere una specie eutrofica (rivolta al miglior rapporto con l’ambiente per i suoi fini) ma anche entropica (cioè si consuma al suo interno).

Ed è una vera scuola di vita il miglioramento societario, e ci mostra come assolute evidenze positive sono contrastate e appositamente danneggiate, come ipotesi di fruttuosa evidenza sono osteggiate per motivi quasi impensabili con fini non del meglio per tutti ma dell’interesse per uno o per pochi, a danno del valore complessivo.

Ecco dove interviene, operativamente cioè clinicamente, la vera Sociatria. Che è proprio clinica, avveduta quindi sempre di specifici progetti di cura e miglioramento, e organalitica, cioè svolta sempre con il coinvolgimento delle società stesse, e in primis della loro coscienza e senso di realtà, per ottenere migliori risultati per tutti i loro esterni, alcuni dei quali anche partecipi, come ad esempio le persone delle società stesse, che vi partecipano per una porzione di tempo e capacità. Persone: parola che potrei non specificare, lasciandola al suo senso filosofico, ma che può essere meglio qualificata, secondo un vocabolario un po’ abusato, in “persone fisiche e giuridiche”, intendendo con queste ultime ogni tipo di società umana anche di fatto, giuridica appunto perché si dà regole e modi di interazione, obiettivi e divisione del lavoro, che costituiscono una forma di ius, legge in latino (da cui la parola “giuridiche” sopra), per gli appartenenti alla società, anche se questa legge, pur legittima, non è sempre generalmente riconosciuta o formale.

La condizione societaria è un bene di grande valore: insegna agli uomini a trovare intese, a limitare la propria individualità (che spesso è individualismo) e renderla funzionale al bene societario (che quasi sempre è comune), a riversare generosamente nell’azione organizzata le proprie magistralità, intendendosi tra persone, rispettando regole comuni, riconoscendo qualità altrui, adottando codici di educazione e criteri di comunicazione.

L’ostilità umana ne è la più grave malattia, e per questo è fortemente sanzionata in tutte le società civili. Nelle società umane prevalgono le regole e il buon senso, la sincerità e la collaborazione: si stima il collega che mostra una maggiore abilità a condurre l’organizzazione, quello che ha una maggiore propensione a concentrarsi su fattori specialistici di tipo logico o tecnologico, quello che manifesta abilità relazionali, creatività o capacità innovativa, e così avanti a seconda dei campi di attività delle società.

L’ostilità va contro tutto questo. E, da quanto detto sopra, è chiaro che i buoni contesti societari resistono alla ostilità: le organizzazioni ne rifuggono e coloro che la esprimono o sono così astuti da nasconderla per non essere giustamente attaccati, oppure vengono selezionati negativamente, sanzionati, estromessi e messi da parte.

L’ostilità è molto più presente quando le dimensioni societarie diventano sempre più piccole. E così, i Ministeri degli Interni dei Paesi OCSE dicono in coro che l’ostilità umana (e i reati conseguenti) si scatena soprattutto in due contesti societari concreti: la famiglia da una parte e il condominio dall’altra in quanto società di semplice coabitazione. La dinamica uomo-donna è frequente teatro di ostilità e così, nel condominio, i rapporti personali di contiguità non guidati da precise condizioni organizzative della molteplicità individuale.

Ci sono culture più societarie e meno societarie. Più il livello societario è presente ed evoluto (il “buon” management, di cui “organizzazione e direzione” è la giusta traduzione nella lingua italiana, del pubblico e del privato, delle società) meno l’ostilità umana si presenta.

Più l’uomo è solo, più l’ostilità si manifesta nell’incontro con gli altri. Più la sua psicologia è lontana dalle opportunità della congiunzione, per esempio nelle nevrosi e nelle psicosi, come ben sanno i clinici dell’individuo psichiatri e psicologi, più si scatenano le forme connesse di violenza comunicazionale e fisica, violenza sottile e cerebrale fino alle forme di vera aggressione.

In un mondo fortemente integrato, dove cioè i singoli sono in rapporto con tutti senza infrastrutture societarie di mezzo, l’ostilità diviene un problema di grande pericolosità. Oggi, la quadrivoluzione in corso (globalizzazione, antropocene, mediatizzazione estrema, ginecoforia) pone proprio questo problema.

E diventa fondamentale proprio la cultura societaria (non semplicemente comunitaria, anzi!) per evitare le gravissime conseguenze di questi disturbi. E così, in particolare in quest’epoca diluviana, in tutti i piani della comune civiltà contemporanea, come ad esempio nei sistemi sociali meno strutturati, come sul web nei social network.

Non basta l’appello all’individuo, sempre peraltro opportuno, come fanno alcune religioni in particolare, a una sua interiore regolazione morale: occorre uno sforzo organizzativo e razionale in tutti gli ambiti del sociale per fare crescere la vera cultura positiva del futuro, quella dell’organizzazione societaria, del Nuovo Uomo Societario del Terzo Millennio.

Pena, tornare a essere, ma in modo forse totalmente entropico, terminalmente autodistruttivo, quell’Uomo primitivo, celebre per la sua fragilità rispetto all’ambiente e alla vita e oggi dotato di straordinari strumenti di costruzione ma anche di distruzione di massa mai visti prima.

Il rischio è totale e la risposta giusta è: FARE SOCIETÀ, non semplice comunità, organizzarsi in società, anche a volte complesse. E farla al meglio possibile.

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