Il premio nobel per la pace Malala Yousafzai racconta in un libro le storie delle rifugiate

Ferita gravemente dai talebani per aver difeso il diritto universale allo studio, la giovane è sopravvissuta e ha intrapreso una battaglia di civiltà per salvare dall’analfabetismo centotrenta milioni di ragazze.

La premio nobel per la pace, la siriana Malala Yousafzai, aveva 15 anni quando, nel 2012 ha deciso di manifestare per il diritto delle donne allo studio nella città afgana di Peshawar. Allora, come oggi, la località brulicava di talebani che non hanno esitato a sparare contro  Yousafzai con l’intento di ucciderla. La giovane è sopravvissuta e, subito dopo essersi ripresa, ha continuato la sua battaglia di civiltà, tanto che  nel 2014, non le è stato conferito il premio nobel per la pace. Dopo questo importante riconoscimento Yousafzai ha girato il medio oriente, l’ America latina, l’Africa e l’India per ascoltare i racconti delle ragazze che, proprio come lei, sono state vittime di violenza e che, nonostante le tragedie vissute, non hanno rinunciato ai loro sogni.  Malala Yousafzai ha raccolto queste storie di vita nel suo nuovo libro : “Siamo tutti profughi”, in cui è possibile leggere alcune testimonianze, come quella della ragazza colombiana Maria Caballo. Lei aveva 16 anni quando, nel 2016, suo padre è stato ucciso dai guerriglieri della FARC. Rimasta orfana, ha dovuto abbandonare il suo Paese per emigrare in Messico, dove ora lavora in un salone di manicure. Anche la profuga siriana Muzoon Almellehah, 28 anni, si è vista stravolgere la vita dalla guerra civile che ha ridotto in macerie il suo Paese.

Fuggita in Giordania, è stata accolta nel campo di Zaatari, insieme ad altri 79.000 rifugiati. È proprio in quel luogo che Muzoon Almellehah  ha incontrato il premio nobel per la pace   Malala Yousafzai, la quale ha offerto una speranza alla sua connazionale.  Entrambe ora vivono nel Regno Unito dove, dopo essersi lasciate il loro tragico passato alle spalle, dedicano le loro energie per offrire un’istruzione alle 130 milioni di ragazze nel mondo che vivono nell’analfabetismo. Per raggiungere questo obiettivo  Malala Yousafzai ha fondato un’organizzazione, in cui spera di includere quante più rifugiate possibili. «Se una ragazza istruita può cambiare il mondo- si è domandata  la premio nobel per la pace- che cosa sapranno fare 130 milioni di ragazze?».  Malala Yousafzai è convinta che l’istruzione sia lo strumento necessario per permettere alle donne di abbattere i muri della discriminazione femminile. Lei per prima studia Filosofia, Politica ed Economia all’università di Oxford.  Pur sognando di poter ritornare un giorno in Siria, la premio nobel per la pace ha fatto del Regno Unito la sua seconda casa. «Spesso ci dimentichiamo che anche i rifugiati vorrebbero tornare a casa loro- ha spiegato Malala Yousafzai- quando diventi un rifugiato, ti senti un estraneo nel nuovo Paese. Ma non appena senti di appartenere alla nuova realtà, quel Paese diventa casa tua».

Venezuela, la Ue riconosce il leader anti- Maduro, Juan Guaidó.Ma il grillino Di Battista non è d’accordo

L’Italia non si esprime sulla crisi venezuelana. Ma in seno ad una miniplenaria sul caso passa, con 439 sì, 104 no e 88 astensioni, una risoluzione della Ue che riconosce il ruolo ad interim di presidente dell’Assemblea nazionale a Juan Guaidó. La preoccupazione del Presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani per le sorti del Venezuela

«No a sanzioni e ultimatum dell’UE». E’ questo il parere di Alessandro Di Battista che, in occasione del gran galà di presentazione dell’associazione UCAI (Unione delle Comunità Africane in Italia) tenutosi a Tivoli, alle domande sulla crisi in Venezuela, ha sostenuto che le vicende di politica interna “sono affari dei venezuelani” e, per tale ragione, l’UE o chiunque altro non dovrebbe cercare di imporre nuove elezioni presidenziali in quel paese attraverso sanzioni o ultimatum. «Chi è l’Unione Europea per poter dare ultimatum al governo venezuelano?- ha affermato Di Battista- Io sono a favore della sovranità del Venezuela. Se si insiste con gli ultimatum, con le sanzioni, col congelamento dei beni del Venezuela, il prossimo  passo è la guerra. Come è accaduto in Libia». Le tesi dell’esponente dei 5Stelle si riferiscono evidentemente  alla attuale risoluzione del Parlamento Europeo che riconosce ufficialmente il leader dell’opposizione venezuelana, Juan Guaidó, presidente ad interim dell’Assemblea Nazionale del  Venezuela, in attesa di nuove elezioni democratiche.

Una posizione quella di Alessandro Di Battista,  opposta a quella di Forza Italia che esprime preoccupazione per l’attuale crisi politica che è ormai sfociata in una guerra civile in Venezuela.  “Spiace che il M5s Europa, la Lega e molti del Pd si siano astenuti, senza schierarsi contro la dittatura di Nicolas Maduro”, – ha detto il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani subito dopo la votazione che ha dato il sostegno europeo a Guaidò – “Serve un messaggio forte dell’Italia per difendere la democrazia in Venezuela, dove c’è una dittatura efferata”. Un messaggio che secondo Di Battista, per evitare ulteriori spargimenti di sangue nel Paese latino, si deve ispirare ad una pacifica mediazione come quella proposta da Messico e Uruguay, che hanno convocato per il prossimo 7 febbraio una conferenza internazionale a Montevideo, per riunire “i principali paesi ed organizzazioni internazionali” che condividono con loro “una posizione neutrale” rispetto alla crisi in Venezuela.

Nel frattempo la popolazione venezuelana è allo stremo delle forze e la fame e la carenza assoluta di medicine rende davvero difficile la sopravvivenza. Sono 40 i morti nell’ultima settimana durante gli scontri tra i cittadini e le forze armate e  tra il 21 e il 26 gennaio sono state arrestate 850 persone, tra cui 77 minori, arresti immotivati che hanno raggiunto il culmine il 23 gennaio quando circa 700 persone sono state fermate in concomitanza dell’ auto proclamazione di Juan Guaidò come presidente ad interim. E nella capitale Caracas allo sbando politico, imperversano anche gang di criminali che commettono ogni tipo di sopruso ai danni di una popolazione già enormemente vessata.

Venezuela: continuano le proteste anti-Maduro. 40 manifestanti hanno perso la vita. USA sanzionano il regime.

Gli Stati Uniti hanno imposto al governo venezuelano sanzioni per sette miliardi di euro. Trump non esclude l’intervento militare.

Recentemente, il leader dell’opposizione venezuelano Juan Guaidó  ha rilasciato un’intervista, nella quale ha affermato che, la settimana scorsa, 40 manifestati sono stati “assassinati” dalle forze dell’ordine durante le proteste contro Maduro. I dati sono stati confermati dalle Nazioni Unite. Al giornalista che gli domandava se non stesse conducendo il Paese  verso la guerra civile,  Guaidó ha risposto ribadendo “la necessità del popolo venezuelano di restaurare la democrazia e ricostruire un’economia prospera”. Per realizzare tali obiettivi è necessario che le forze armate, finora rimaste fedeli a Maduro, si uniscano alla rivolta ponendo fine al regime.

Al momento, Guaidó può contare sul sostegno degli Stati Uniti che, ieri, hanno imposto pesanti  sanzioni alla compagnia petrolifera nazionale venezuelana “Petróleos de Venezuela” (Pdvsa), comportando un danno economico di 7 miliardi di euro. Pdvsa produce il 95% del PIL e per anni ha esportato verso gli Stati Uniti mezzo milione di barili al mese. L’America è il primo importatore mondiale di petrolio venezuelano ed è grazie a questo mercato che Maduro ha potuto ricavare le risorse economiche per mantenere in piedi il suo regime. Ora però, le nuove sanzioni imposte dal governo Trump ridurranno drasticamente le importazioni di greggio dal Venezuela per il 2020, il che causerà a Pdvsa perdite per 11 miliardi di dollari. L’obiettivo del governo americano è quello di gettare sul lastrico il regime venezuelano, in modo da privarlo delle risorse economiche necessarie per comprarsi la fedeltà dei generali, a cui Maduro ha affidato il controllo dei principali settori economici del Paese, come l’industria petrolifera. Mentre le sanzioni entrano in vigore, gli USA stanno valutando la possibilità di un intervento militare in Venezuela.

Gli USA trattano con i talebani per raggiungere un accordo di pace in Afghanistan

Potrebbe essere la fine di un conflitto durato diciassette anni. Nel Paese sono dispiegati quattordicimila soldati americani. Il presidente afghano teme un “bagno di sangue”.

Prima di essere eletto presidente degli Stati Uniti nel 2016, Donald Trump ha promesso che avrebbe fatto “ritornare a casa” i 14mila soldati USA schierati in Afghanistan ed ora sta tentando di mantenere la promessa. Pochi giorni fa, il presidente americano ha inviato nel Paese medio orientale il “delegato speciale per la riconciliazione in Afghanistan” Zalmay Khalizad. A quest’ultimo spetta il compito di raggiungere un accordo di pace con i talebani, i fondamentalisti islamici che controllano la maggior parte del territorio afghano. Loro sono gli stessi che, insieme al gruppo terroristico Al Qaida, hanno compiuto il terribile attentato alle torri gemelle dell’11 settembre 2001. Al momento  Zalmay Khalizad non ha rilasciato alcun dettaglio a proposito dei punti che costituiranno il trattato di pace, ma, secondo ultime indiscrezioni, pare che l’intero accordo si basi su un principio fondamentale: il ritiro delle truppe USA dall’Afghanistan in cambio della garanzia dei talebani che Al Qaida non potrà più organizzare attentati sul territorio nazionale. Intorno alle rassicurazioni dei talebani ruota un profondo scetticismo, soprattutto da parte del governo Afghano che, pur essendo l’autorità politica del Paese, non è ancora stato coinvolto nelle trattative di pace.

Il presidente dell’Afghanistan Ashraf Ghani, oltre ad aver espresso seri dubbi riguardo l’affidabilità dei talebani, teme che il ritiro delle truppe americane dal territorio afghano porterà inevitabilmente a un bagno di sangue. Per sostenere la sua opinione,  Ghani ha ricordato l’esempio dell’ex presidente afghano Mohammad Najibullah. Quest’ultimo è stato al governo della nazione negli anni ‘80, quando il Paese era invaso dall’esercito dell’Unione Sovietica che, proprio come l’America oggi, era impegnata a combattere i talebani. Nell’impossibilità di vincere la guerra, la nazione comunista decise di ritirare le truppe, stipulando un trattato di pace con i talebani. L’accordo fu successivamente ratificato da Mohammad Najibullah. Una volta che l’armata sovietica lasciò il Paese, i talebani  impiccarono Najibullah a un semaforo e tentarono di prendere il controllo dell’Afghanistan, facendolo precipitare nell’anarchia. Escludere che uno scenario del genere possa ripresentarsi, dopo la partenza dei soldati americani, è impossibile, anche perché i legami tra i talebani e Al Qaida non hanno mai cessato di esistere. Questi timori però, non frenano Donald Trump il quale, così come il suo predecessore Barack Obama, ritiene che proseguire la guerra in Afghanistan, la più lunga nella storia degli USA, non abbia più senso. Sono decine di migliaia i soldati americani ad aver perso la vita nel conflitto.

“Eroina gialla”: la nuova droga che in Italia ha ucciso diciotto giovani

Questa sostanza è stata portata nelle piazze di spaccio italiane dalla mafia nigeriana. Il prezzo dello stupefacente è relativamente basso ma il suo effetto è potentissimo.

Sono 167 le persone che in Italia hanno perso la vita a causa di un’overdose di eroina. Questo stupefacente, il cui uso si è ridotto drasticamente negli anni ‘90, è di nuovo presente nelle piazze di spaccio e viene venduta in varie versioni, come “l’eroina gialla”. Questa sostanza è  più pura rispetto alla “normale eroina” e, per tale ragione, ha un principio attivo molto potente. L’assunzione dello stupefacente ha conseguenze devastanti sull’organismo , anche perché, spesso, gli spacciatori tagliano l’eroina gialla con analgesici e paracetamolo, in modo da aumentarne l’effetto. Questa droga è comparsa nelle piazze di spaccio italiane un anno fa e ha trovato particolare diffusione nelle regioni del nord, specialmente in Veneto e in Friuli-Venezia Giulia.

L’eroina gialla ha un prezzo relativamente basso rispetto alle altre droghe cosiddette “pesanti”, il che ha reso questo stupefacente particolarmente diffuso tra gli adolescenti, i quali possono acquistare i grammi necessari per una dose ad un prezzo che oscilla tra 10 e 20 euro. Finora, in Italia, sono 18 i giovanissimi morti per overdose di eroina gialla. L’ultima ad aver perso la vita è stata la 16enne Alice Boros. Il 3 ottobre 2018, il corpo senza vita della ragazza è stato trovato nei bagni della stazione di Udine. Secondo la polizia, questo nuovo tipo di stupefacente è stato portato in Italia dalla mafia nigeriana che, per cercare di conquistare le piazze di spaccio, ha deciso di offrire “prodotti” di qualità superiore come l’eroina gialla. Numerose sono state le operazioni condotte dalla polizia per combattere la diffusione della sostanza. L’ultima, conclusasi pochi giorni fa, ha portato all’arresto di 320 persone.

Papa Francesco chiede una soluzione pacifica alla crisi venezuelana

Il Venezuela è sull’orlo di una guerra civile che vede contrapposti il dittatore Maduro e il leader dell’opposizione Juan Guaidó. Il pontefice si è mantenuto neutrale facendo appello al “rispetto dei diritti umani”.

Domenica a Panama, nell’omonima capitale, Papa Francesco si è rivolto a una platea di 700mila fedeli per chiedere una soluzione pacifica alla crisi venezuelana. «Qui a Panama ho pensato molto al popolo venezuelano- ha detto il pontefice- a cui mi sento particolarmente vicino in questi giorni a causa della grave situazione che attraversa. Chiedo al Signore che si cerchi e si raggiunga una soluzione giusta e pacifica per superare la crisi, rispettando i diritti umani e desiderando esclusivamente il bene di tutti gli abitanti» del Venezuela. Il Paese è sull’orlo di una guerra civile in cui si vedono contrapposti due schieramenti: quello del dittatore Nicolás Maduro, il quale ha dalla sua parte le forze armate, e quello del leader dell’opposizione Juan Guaidó che, dopo essersi autoproclamato presidente del Venezuela la settimana scorsa, si è messo alla guida di una rivolta popolare che attraversa tutto il Paese. Ma non è soltanto la società venezuelana a dividersi tra i “pro-Maduro” e i sostenitori di  Guaidó, bensì anche numerose nazioni. L’America, insieme ad Argentina, Colombia, Israele, Perù, Cile, Costa Rica, Paraguay, Canada e Regno Unito hanno riconosciuto  Juan Guaidó come “legittimo rappresentante del popolo venezuelano”, mentre gli Stati dell’Unione Europea hanno concesso al dittatore venezuelano una settimana di tempo per indire “vere” elezioni democratiche. Se queste non dovessero svolgersi entro il tempo stabilito, anche l’UE offrirà sostegno politico a  Guaidó.

Finora Maduro ha respinto l’ultimatum europeo, forte del sostegno di Cuba, Bolivia, Messico e, sopratutto, di Cina e Russia. Le due superpotenze hanno accusato gli Stati Uniti, insieme agli altri Paesi occidentali, di interferire con le questioni di politica interna del Venezuela. In realtà, Russia e Cina hanno concesso al governo venezuelano prestiti miliardari, ricevendo in cambio le concessioni per estrarre petrolio e metalli preziosi nel Paese.  Se il regime di Maduro cadesse, lasciando il posto ad un leader filo americano come  Guaidó, le compagnie petrolifere cinesi e russe rischierebbero di non avere più accesso ai giacimenti di petrolio venezuelani, i più grandi del mondo. Per tentare di boicottare il regime, il Regno Unito ha congelato 920 milioni di euro in lingotti d’oro che Maduro ha depositato nella Banca d’Inghilterra, mentre gli Stati Uniti stanno mettendo a punto un piano per finanziare Juan Guaidó. L’America importa mensilmente dal Venezuela 20.000 barili di greggio, i cui proventi finiscono nelle mani del regime. L’intenzione del governo Trump è quella di deviare l’ingente flusso di denaro verso un deposito fondi a disposizione del leader dell’opposizione.

Iraq: civili di etnia curda assaltano e distruggono un accampamento dell’esercito turco

Blindati e altri mezzi militari sono stati dati alle fiamme mentre una persona è stata uccisa ed altre dieci sono gravemente ferite.

Sabato, nei pressi della città irachena di Dhouk, gli abitanti del posto hanno preso d’assalto un accampamento dell’esercito turco distruggendolo e incendiando i veicoli militari che vi si trovavano. Colti di sorpresa e in netta inferiorità numerica, i soldati non hanno potuto far altro che abbandonare la zona ma, prima di fuggire, hanno sparato sulla folla che li rincorreva. I proiettili hanno raggiunto un civile uccidendolo e ne hanno feriti altri dieci. Tutti loro sono appartenenti all’etnia curda che popola l’altopiano del Kurdistan, il quale si estende in un’area che comprende il nord dell’Iraq, la zona settentrionale della Siria e la Turchia meridionale.

La località di Dhouk è situata nel nord dell’Iraq vicino al confine con la Turchia, dove il presidente turco Recep Tayyp Erdogan ha lanciato un’operazione militare su vasta scala per respingere le milizie curde siriane e irachene. Queste ultime hanno svolto un ruolo strategico nella lotta contro il sedicente Stato Islamico, che dal 2014 semina il terrore nel Medio Oriente. Ora Erdogan teme che i curdi possano approfittare dell’anarchia dominante nella regione per costituire l’agognato Stato del Kurdistan. La creazione di tale entità nazionale metterebbe a repentaglio l’integrità territoriale della Turchia, nella cui zona meridionale risiede la numerosissima comunità curda “turca”, la quale, da diversi anni, ha formato una milizia armata denominata “PKK” (Partito dei Lavoratori Curdi). Per anni, i combattenti del PKK hanno ingaggiato violenti scontri con l’esercito turco che, pur avendo avuto sempre la meglio, non è mai riuscito ad ottenere una vittoria schiacciante sui “curdi della Turchia”. Ora l’obiettivo di Erdogan è quello di respingere le milizie curde di Siria e Iraq per evitare che si uniscano ai combattenti del PKK.

Venezuela: UE lancia un ultimatum a Maduro: “8 giorni per indire elezioni democratiche”

Gli Stati europei esigono che il dittatore venezuelano riapra subito le urne. In caso contrario delegittimeranno il governo riconoscendo il leader dell’opposizione Juan Guaidó capo dello Stato.

Sabato gli Stati dell’Unione Europea hanno concesso al dittatore Nicolás Maduro 8 giorni per indire “vere” elezioni democratiche, affermando che,  se queste non dovessero svolgersi entro il tempo stabilito, l’UE riconoscerà come legittimo presidente del Venezuela il leader dell’opposizione Juan Guaidó. Quest’ultimo si è autoproclamato presidente di transizione, promettendo ai suoi sostenitori di restaurare la democrazia nel Paese. Tali dichiarazioni hanno infervorato il popolo venezuelano, che è sceso in piazza per chiedere le dimissioni di Maduro, il quale ha apostrofato le proteste contro di lui come “un tentanto golpe orchestrato dagli Stati Uniti”. In effetti gli USA sono stati i primi a garantire supporto economico e politico a  Guaidó, il quale in queste ore sta cercando di convincere  militari e poliziotti a ribellarsi contro il regime, per scongiurare una guerra civile dagli esiti tragici. Da alcuni giorni, nella capitale venezuelana Caracas, le forze armate sono impegnate in una violenta repressione contro decine di migliaia di manifestanti anti-Maduro. Finora si contano 26 vittime civili ma il bilancio potrebbe essere più alto. I militari non esitano a sparare ad altezza d’uomo per respingere  i rivoltosi, che non arretrano non essendo più in grado di procurasi beni di prima necessità e al limite della sopravvivenza perché le loro case sono prive di elettricità, gas e acqua corrente. L’economia nazionale è stata distrutta da anni di forte recessione ed ora lo Stato non riesce a garantire ai cittadini servizi basici come la manutenzione delle infrastrutture strategiche, l’assistenza sanitaria e la sicurezza.

Nel Paese imperversano  gang criminali e regna l’anarchia, in cui si muovono, segretamente, gli agenti dell’intelligence venezuelana, i quali identificano ed eliminano i dissidenti politici e militari del regime. In questi momenti di grande tensione per Maduro è diventato indispensabile assicurarsi la lealtà dell’esercito, in cui recentemente si sono verificati episodi di insubordinazione. Pochi giorni fa, alcuni soldati della Guardia Nazionale Bolivariana hanno dichiarato, via social, il loro sostegno a  Guaidó. Ma, dopo l’annuncio, i militari sono stati localizzati e arrestati dagli uomini dei servizi segreti. Pare che molti agenti dell’intelligence fossero di nazionalità cubana, come la maggior parte degli addestratori dell’esercito venezuelano. Dal 1998, data in cui il padre politico di Maduro,  Hugo Chávez, è salito al governo del Venezuela, l’alleanza tra quest’ultimo e Cuba si è cementata rapidamente. Da allora il Venezuela ha inviato ingenti quantità di greggio a Cuba che, in cambio, ha mandato nel Paese alleato agenti segreti, addestratori militari e medici.

In Venezuela è guerra civile: soldati sparano uccidendo 26 manifestanti.

A Caracas continuano gli scontri tra l’esercito e la popolazione guidata dal leader dell’opposizione Juan  Guaidó. Rischio di una guerra civile fratricida.

Non si ferma l’ondata di protesta che negli ultimi giorni ha trasformato la capitale venezuelana, Caracas, in un campo di battaglia dove hanno perso la vita 26 manifestanti. Decine di migliaia di persone si sono riversate per le strade chiedendo le dimissioni del dittatore Maduro che ha blindato il centro della città dove sono schierati numerosi agenti pronti a sparare ad altezza d’uomo. Ma la brutale repressione non ha scoraggiato la popolazione, la quale, stremata da anni di terribile recessione, ha deciso di sostenere il leader dell’opposizione Juan Guaidó che, recentemente, si è autoproclamato presidente “legittimo” del Venezuela.  Guaidó ha accusato Maduro di essere un “usurpatore” perché, oltre ad aver condotto il Paese verso la catastrofe economica, ha truccato i risultati delle elezioni presidenziali svoltesi nel 2018, per poter rimanere al potere. Quaranta Stati si sono rifiutati di riconoscere Maduro presidente, così come la stragrande maggioranza dei venezuelani, che a gran voce chiedono nuove elezioni democratiche. Queste ultime, però, non potranno mai avvenire finché esercito e polizia venezuelane resteranno al fianco del dittatore che, inoltre,ha ricevuto il sostegno  internazionale di due potenti nazioni: Cina e Russia. Sono loro a sostenere la fragile economia del Venezuela, mettendo a disposizione armi e risorse finanziarie per mantenere le forze armate.

Questa situazione di stallo rischia di degenerare in una guerra civile, in quanto sempre più civili implorano militari e agenti di ribellarsi al regime e unirsi a Juan Guaidó, il quale ha promesso l’amnistia a tutti i soldati che decideranno di partecipare alla rivolta. Al momento le forze armate non sembrano intenzionate ad abbandonare Maduro e continuano ad accanirsi contro la popolazione sparando ed uccidendo. Sono centinaia le persone che ogni giorno muoiono di denutrizione in Venezuela; il 10% dei decessi è costituito dai neonati, che non ricevono il latte indispensabile per la loro sopravvivenza. Le loro madri, restando diversi giorni senza mangiare, non riescono a produrlo mentre il latte liofilizzato è introvabile. Da anni il Paese ha smesso di importare cibo e medicine ed i rarissimi beni di prima necessità presenti sul mercato nero hanno prezzi proibitivi che vanno ben oltre le possibilità economiche della gente comune. Lo stipendio medio in Venezuela è di 5 euro al mese e il potere d’acquisto è polverizzato dalla crescente inflazione, la quale recentemente ha toccato quota 1.300.000%. Guaió ha promesso aiuti umanitari ai suoi concittadini, facendosi forte del sostegno politico ed economico offertogli dagli USA, che hanno promesso di inviare al leader dell’opposizione 20 milioni di dollari.

Catalogna: intellettuali spagnoli chiedono la scarcerazione di Jordi Sànchez e Jordi Cuixart, i volti dell’indipendentismo catalano

I due sono presidenti di due associazioni culturali e sono stati accusati di “sedizione” per aver organizzato diverse manifestazione a favore dell’indipendenza dalla Spagna.

di Vito Nicola Lacerenza

Alcuni giorni fa, numerosi intellettuali spagnoli hanno chiesto la liberazione di due figure riconosciute nell’ambiente culturale del Paese iberico. Si tratta dei catalani Jordi Sànchez e Jordi Cuixart. Il primo è il presidente dell’associazione culturale “Òmnium Cultural”, il cui obiettivo è quello di diffondere la lingua e la cultura catalana; l’altro è il fondatore di ANC, un’organizzazione che promuove campagne a favore dell’indipendenza della Catalogna dalla Spagna. Nel 2013 Jordi Sànchez, presidente di ANC, ha organizzato, in collaborazione con Òmnium Cultural, una catena umana lunga 400km per sostenere la causa indipendentista. In quell’occasione Sanchez ha affermato: «Il nostro obiettivo è quello di votare e voteremo. Le urne non possono essere un delitto e non possono essere causa di alcuna persecuzione politica». Di parere contrario sono stati i giudici spagnoli che, nel 2017, hanno fatto arrestare Jordi e Cuixart  Sànchez per il reato di sedizione. Il primo di ottobre di quello stesso  anno, si è svolto il “referendum sull’indipendenza” della Catalogna dalla Spagna, indetto dall’allora presidente catalano Carles Puigdemont.  Migliaia di persone si sono recate alle urne per esprimere il loro voto ma lo scrutinio non è mai avvenuto, perché il governo iberico, giudicando il referendum “illegale”, ha sospeso l’evento elettorale ricorrendo all’uso della forza pubblica. Pochi giorni dopo la maxi operazione di polizia,  Jordi Sànchez e Jordi Cuixart sono finiti in carcere e sono ancora in attesa di giudizio mentre il vero fautore del “referendum illegale”, l’ex presidente della Catalogna Carles Puigdemont, è in esilio in Belgio ed è libero di viaggiare in tutti i Paesi del mondo, tranne la Spagna. Due anni fa il Paese iberico ha emesso nei confronti di Puigdemont un mandato di cattura internazionale che è stato respinto dal governo belga.

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