Venezuela sull’orlo della guerra civile: migliaia di persone in piazza per chiedere le dimissioni di Maduro

Il leader dell’opposizione Juan Guaidò  si è autoproclamato presidente, riconosciuto da USA e altre Nazioni. I manifestanti chiedono alle forze armate di ribellarsi.

di Vito Nicola Lacerenza

Mercoledì, nella capitale venezuelana Caracas, decine di migliaia di persone hanno marciato per le strade chiedendo ai militari e alla polizia di ribellarsi contro “l’usurpatore” Nicolás Maduro, considerato il principale responsabile della terribile crisi economica che da anni attanaglia il Venezuela.  La mobilitazione è stata organizzata dal leader dell’opposizione Juan Guaidó, il quale si è autoproclamato presidente del Venezuela di fronte a una platea di sostenitori, ricevendo anche il riconoscimento politico di numerosi Paesi, a cominciare dagli Stati Uniti. «Gli Stati Uniti appoggiano la decisione coraggiosa di Juan Guaidó- ha annunciato il governo americano tramite un comunicato- di riconoscersi poteri istituzionali e dichiarare Maduro un “usurpatore”». Il presidente americano Trump ha annunciato un inasprimento delle sanzioni economiche contro il governo venezuelano aggiungendo che, sebbene sia momentaneamente da escludere un intervento militare, “tutte le opzioni sono sul tavolo”.

Anche l’Unione Europea, l’ Argentina, il Brasile, il Canada, il Paraguay,  il Cile, la Colombia, il Perù e  il Costa Rica hanno offerto supporto a  Juan Guaidó, auspicando nuove elezioni democratiche. Queste ultime, però, non potranno essere indette finché le forze armate continueranno a sostenere Maduro, il quale negli ultimi anni ha fatto arrestare e uccidere i dissidenti. Finora sia l’esercito che la polizia sono rimasti fedeli al dittatore, anche se molti osservatori hanno notato da parte degli agenti scarsa determinazione nel reprimere i manifestanti. Quattordici di loro sono morti negli ultimi scontri, mentre in un’analoga protesta avvenuta nel 2017, il bilancio è stato di centinaia di persone decedute. Inoltre, pochi giorni fa, diversi soldati della Guardia Nazionale Bolivariana si sono dichiarati disposti a sostenere Juan Guaidò. Poco dopo la dichiarazione, i militari sono stati arrestati, ma la loro “insubordinazione” resta un atto senza precedenti nella storia del Venezuela.  Guaidò ha promesso l’ “amnistia” a tutti i militari che si schiereranno contro il regime, promettendo loro un “salario degno”, tale da non dover più “patire la fame”.

Da alcuni anni, in Venezuela è praticamente impossibile reperire beni di prima necessità, come cibo e medicine, sia perché sono quasi del tutto assenti sia perché il loro costo è diventato esorbitante a causa dell’inflazione, la quale nei giorni scorsi è arrivata a 1.300.000%. Nutrirsi adeguatamente è ormai un’impresa impossibile in Venezuela, dove, ogni giorno, centinaia di persone muoiono per fame o a causa di malattie infettive, spesso derivate dalle pessime condizioni igieniche in cui versano le abitazioni della gente comune; prive di acqua corrente ed energia elettrica.

Parigi: prostitute in piazza contro il divieto del “sesso a pagamento”

Tre anni fa il governo francese ha varato una legge che prevede multe di oltre tremila euro per i clienti delle passeggiatrici che ora sono diminuiti drasticamente.

Martedì, a Parigi, migliaia di prostitute sono scese in piazza per reclamare il loro “diritto a svolgere il lavoro più antico del mondo” e protestare contro la nuova legge anti-prostituzione varata nel 2016 dal governo francese. La norma, diversamente dalla precedente, non persegue più le passeggiatrici per la loro “attività”, ma penalizza i loro clienti che, se colti in flagranza di reato, devono pagare una multa di 1.500 o di 3.750 se sono recidivi. Ma non è tutto. Una volta corrisposta la pena pecuniaria, gli “sfruttatori della prostituzione” sono obbligati a frequentare un seminario, nel quale si spiega loro “l’immoralità del sesso a pagamento” e la natura criminosa dei  giri di prostituzione che, oltre a rendere schiave moltissime ragazze, finanziano pericolose associazioni criminali.

Sono 2.363 le persone che, dal 2016 a oggi, hanno frequentato questo corso, tutti uomini. Si tratta di un numero relativamente ridotto, specie se si considera che le prostitute in Francia sono circa 40.000. Nessuna di loro, però, è soddisfatta della nuova legge, in quanto ha fatto diminuire notevolmente il numero di clienti per le strade, rendendo più arroganti i pochi che sono rimasti. «Sentendosi esposti al rischio di multe salate, i clienti si sentono autorizzati a contrattare il prezzo delle prestazioni, abbassandolo – ha spiegato una prostituta che ha preferito mantenere l’anonimato- Questa situazione ci costringe ad assecondarli in ogni loro desiderio e a dover far cose che prima non facevamo. Molti uomini pretendono di avere rapporti sessuali facendo a meno del preservativo». Per le manifestanti che ieri hanno protestato a Parigi, la legge contro la prostituzione è “incostituzionale”, perché viola il diritto alla libertà sessuale, alla privacy e, sopratutto, il diritto alla “libertà di fare impresa”.

Bolsonaro versa due milioni di euro sul conto della guardia del corpo di suo figlio. Indagano i giudici

Il presidente brasiliano è finito sotto la lente d’ingrandimento della magistratura a causa di attività finanziarie sospette riguardanti la sua famiglia.

Il primo di gennaio di quest’anno, il politico di estrema destra Jair Bolsonaro è stato eletto presidente del Brasile, surclassando gli altri candidati. Il segreto della  vittoria schiacciante è racchiuso in due punti chiave del programma elettorale: la lotta “senza quartiere” contro la violenza e lo “sradicamento” della corruzione dall’amministrazione pubblica. È proprio su quest’ultimo punto che Jair Bolsonaro rischia di giocarsi la credibilità politica, perché suo figlio, Flavio, eletto senatore col partito del padre, è stato indagato pochi giorni fa per presunte transazioni illecite di denaro. Nel 2017, Flavio Bolsonaro ha aperto nel giro di cinque giorni 48 conti in banca e, in ognuno di questi, ha depositato 2.000 reais (circa 520 euro) accumulando in totale 96.000 reais (poco meno di 30 mila euro), senza dichiarare nulla al fisco. Secondo la legge brasiliana, è possibile aprire un conto in banca anonimamente, purché non si versi su quest’ultimo più di 2.000 reais. A rendere ancora più sospetta l’attività finanziaria di Flavio Bolsonaro, è il fatto che dai sui conti siano transitati 300.000 mila euro, senza che si fosse dichiarata la provenienza. Flavio Bolsonaro si è difeso in una trasmissione televisiva dicendo di “non avere nulla da nascondere”, perché  “quei soldi” sono di sua proprietà e i 300.000 sono il ricavato della “vendita di un immobile”. Le energiche spiegazioni del senatore di estrema destra, però, non hanno convinto gli inquirenti, i quali credono che l’ingente somma di denaro sia il ricavato della compravendita illegale di automobili gestita dallo stesso Flavio Bolsonaro.

Tale pista è stata suggerita dalla sua guardia del corpo, Fabricio Queiroz, che è stato interrogato dai magistrati. Lo scandalo ha già coinvolto il presidente Jair Bolsonaro, il quale, in passato, ha versato sul conto in banca di  Fabricio Queiroz una cifra pari a 2 milioni di euro, senza specificarne il motivo. Preso d’assalto dai giornalisti, il presidente brasiliano ha cercato di tirarsi fuori dall’imbarazzo affermando che quella somma milionaria non era altro che “un prestito non dichiarato” alla guardia del corpo. La gogna mediatica ha colpito Jair Bolsonaro poco prima che partisse per Davos, in Svizzera, dove erano presenti i leader europei. Il meeting è avvenuto ieri e per il presidente brasiliano rappresentava il primo evento istituzionale all’estero. La notizia dello scandalo del figlio ha preceduto l’arrivo in Svizzera di Bolsonaro, atteso da una pletora di giornalisti curiosi di conoscere maggiori dettagli a proposito dell’ “indagine sui conti in banca”. Ma il presidente brasiliano non ha concesso interviste.

Venezuela: soldati della Guardia Nazionale si ribellano a Maduro

I militari sono stati arrestati ma resta alta la possibilità di altre insubordinazioni. L’aggravarsi della crisi umanitaria nel Paese latino ha reso il regime impopolare anche tra le forze armate.

L’altro ieri, nella capitale venezuelana Caracas, soldati della Guardia Nazionale si sono ribellati al regime, dicendosi disposti a sostenere qualunque leader politico che si opponga a al dittatore Nicolás Maduro. I militari hanno reso pubblica la loro intenzione attraverso un video postato sui social, ma non è chiaro quanti siano i soldati ribellati. Intanto, dai comunicati rilasciati dal governo venezuelano, sembra che gli “insubordinati” siano stati “neutralizzati e arrestati”. Ma la possibilità che un evento del genere possa ripetersi è alta, perché sia l’esercito che la società civile del Venezuela patiscono, da dieci anni, una crisi economica e umanitaria che ha provocato decine di migliaia di morti. Nel Paese latino sono completamente assenti generi alimentari, medicine e persino l’acqua potabile. L’ elettricità scarseggia e l’inflazione sta per raggiungere quota un milione per cento.

Ogni mese in Venezuela centinaia di bambini muoiono di denutrizione mentre Maduro, considerato il principale responsabile di questa catastrofe, rivendica il suo ruolo di presidente. Recentemente, però, nel Paese sembra essersi accesa una speranza di cambiamento, da quando un politico dell’opposizione, Juan Guaidó, si è proposto come “presidente di transizione” di un governo di unità nazionale. Il progetto di   Juan Guaidó è quello di far dimettere Maduro e indire nuove elezioni democratiche. Ma per realizzare tale obbiettivo, è necessario che l’esercito, il quale finora ha sostenuto il regime, si schieri dalla parte dell’opposizione. Ai soldati che decideranno di ribellarsi per unirsi alla rivolta, Juan Guaidó ha promesso l’ amnistia. Sebbene molti osservatori dubitino del fatto che le forze armate tolgano il loro sostegno a Maduro, l’insubordinazione dei soldati della Guardia Nazionale rappresenta un evento senza precedenti nella storia del Venezuela.

Egitto: arrestato conduttore televisivo per aver intervistato un gay

L’uomo rischia la condanna ai lavori forzati.Nel Paese africano l’omosessualità è punita come reato di “depravazione”.

Lunedì, un conduttore televisivo di un’emittente egiziana, Mohamed al Ghety, è stato arrestato dopo aver intervistato in diretta un gigolò gay, il quale, col volto coperto per renderlo irriconoscibile, ha spiegato quanto sia difficile per un omosessuale vivere in un Paese musulmano e conservatore come l’Egitto. Al termine della trasmissione  Mohamed al Ghety è stato portato via dalle forze dell’ordine ed è mistero sulla sua sorte. Il conduttore, invece, rischia di essere condannato a un anno di lavori forzati e dovrà pagare una multa di 160 euro. Mohamed al Ghety potrebbe evitare la sentenza pagando una cauzione di 50 euro, ma il canale su cui andava in onda la sua trasmissione, LTC TV Channel, è stato chiuso per aver offerto al pubblico televisivo “contenuti depravati”. L’omosessualità non è illegale in Egitto, ma le autorità locali la perseguono come se fosse un reato, ricorrendo a una legge del 1961 contro la prostituzione. La norma vieta ogni forma di “depravazione abituale”, ovvero comportamenti ritenuti dannosi per il decoro della società egiziana, la quale, essendo fortemente legata alla tradizione islamica, considera i gay come un’anomalia. Per tale ragione, proporre il tema dell’omosessualità in TV è considerato un atto sovversivo.

Nel 2017, durante la diretta  di un concerto tenutosi nella  capitale egiziana Il Cairo, alcuni membri dell’associazione LGBT (Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender) hanno sventolato una bandiera arcobaleno, simbolo di LGBT, mentre erano ripresi dalle videocamere. Le immagini della bandiera hanno fatto il giro dell’Egitto, suscitando scandalo nella parte più conservatrice dell’opinione pubblica del Paese. A quel punto,  la Corte Suprema Egiziana per la Regolazione dei Media, ha ordinato l’arresto di 33 ragazzi gay presenti al concerto, 32 uomini e una donna, accusandoli di aver innalzato la bandiera di LGTB durante la diretta. I trentatré arrestati sono stati obbligati a sottoporsi a quello che le autorità egiziane chiamano l “esame dell’ano”. Si tratta di una forma brutale di ispezione corporale, utilizzata dalla polizia per acquisire “prove concrete” dell’omosessualità dell’accusato. Questo esame non è riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale ed è stata definito una “tortura” dall’organizzazione per la difesa dei diritti umani Amnesty International. La grande attenzione che i media egiziani hanno dedicato alla “campagna contro i gay” ha insospettito gli osservatori, i quali sospettano che il governo voglia distrarre l’opinione pubblica locale da problemi reali e gravissimi, come la povertà. Secondo un rapporto dell’UNICEF, dieci milioni di bambini in Egitto vivono in povertà assoluta e non hanno accesso all’acqua potabile.

Turchia: donne discriminate perché non portano il velo

Negli ultimi tempi, i turchi hanno mostrato di essere ostili verso la cultura occidentale e il rifiuto di coprirsi il capo viene visto come una forma di “ignoranza”.

«Il musulmano non ha niente contro la modernità, perché un musulmano non dovrebbe essere una persona moderna?» È la domanda che il presidente Recep Tayyip Erdogan ha rivolto ai connazionali che lo criticavano per aver abolito il divieto per le donne di entrare negli edifici pubblici: scuole, università, ospedali, uffici postali e stazioni di polizia col capo coperto dal velo. Si tratta di una norma rimasta in vigore fino a 10 anni fa e che aveva come obbiettivo quello di “occidentalizzare” le donne turche, spingendole ad abbandonare le antiche usanze musulmane. Oggi, eliminato quel divieto, le turche religiose sono libere di entrare velate negli uffici pubblici senza rischiare di essere sanzionate o arrestate. Invece, per moltissime donne a cui piace adottare usi e costumi occidentali, la vita è diventata più difficile. Lo ha raccontato Nazan che, un anno fa, ha deciso di togliersi il velo e postare su Instagram le sue foto col capo scoperto, celebrando il gesto come un atto di libertà.

«Non c’è nessun modo di descrivere quanto sia meraviglioso vivere come credi e come vuoi»- ha detto Nazan, che, sui social, è stata accusata di essere un’“ignorante” dai suoi connazionali religiosi. La Turchia ha una popolazione di circa 80 milioni di abitanti, la maggior parte dei quali è di religione islamica. I musulmani più conservatori si concentrano delle vastissime aree rurali dell’est della Turchia, dove la tradizione islamica è particolarmente sentita. È in queste aree del Paese che Erdogan riscuote gran parte dei consensi, in quanto viene visto come il “difensore dell’identità turca”, la quale, specie negli ultimi tempi, è stata identificata con la religione musulmana. Ma non è sempre stato così. Nei primi del ‘900 il presidente turco di allora,  Mustafa Kemal Atatürk, aveva cercato di trasformare la Turchia in uno Stato laico e occidentale, promuovendo riforme innovative e liberali. Come quella fatta nell’istruzione, abolendo nelle scuole la lingua del Corano e sostituendo l’alfabeto arabo con quello latino.

Grecia: 60mila persone assediano il Parlamento per impedire alla Macedonia di cambiare nome

Il piccolo Paese balcanico è l’omonimo di una regione greca e la Grecia pretende che lo Stato macedone cambi nome.

Domenica, nella capitale greca Atene, 60 mila manifestanti si sono riuniti davanti al Parlamento e diverse centinaia hanno provato ad entrare all’interno, percorrendo le lunghe scalinate dell’entrata principale, dove erano schierati 2.000 poliziotti in tenuta antisommossa che li hanno respinti servendosi di gas lacrimogeni. L’obbiettivo dei facinorosi era quello di occupare il Parlamento e impedire a quest’ultimo di autorizzare lo Stato della Macedonia a cambiare il proprio nome. Il piccolo Paese balcanico è ufficialmente riconosciuto dalle Nazione Unite come “Ex Repubblica   Jugoslava di Macedonia”, in quanto ex membro della Jugoslavia, che ha cessato di esistere nel 1991. Da allora ha avuto inizio una disputa diplomatica tra l’ex repubblica jugoslava e la Grecia, che, per quasi trent’anni, ha preteso che lo Stato balcanico rinunciasse a menzionare la parola “Macedonia” nel proprio nome. Il motivo della disputa consiste nel fatto che, nel nord della Grecia, si trova una regione chiamata Macedonia, la quale è confinante con l’omonimo Stato. Milioni di greci temono che lo Stato macedone possa avvalersi di tale omonimia per avanzare pretese territoriali a danno della Grecia, ma, nonostante le proteste, il primo ministro greco Alexis Tsipras ha continuato, e continua tuttora, a lavorare con il suo collega macedone Zoran Zaev per risolvere la questione. Lo scorso giugno i due si sono incontrati nella città macedone di Prepsa, per firmare un accordo in cui si autorizza lo Stato balcanico a cambiare il nome da “Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia” a “Repubblica  di Macedonia”.

Per essere valido, però, l’accordo deve essere ratificato dai Parlamenti dei due Paesi. La Macedonia, pur con alcune difficoltà, è riuscita a far approvare il trattato i primi di gennaio, mentre la Grecia si prepara a fare lo stesso entro questa settimana, ma non è detto che ci riesca. Secondo recenti sondaggi, il 70% dei greci è contrario all’accordo, perché ritiene che permettere allo Stato balcanico di utilizzare la parola “Macedonia”, anche nel nuovo nome, rappresenterebbe una “minaccia all’integrità territoriale della Grecia”. Inoltre, il premier Tsipras ha perso il supporto del suo principale alleato di governo e rischia di essere messo in minoranza nella prossima votazione parlamentare. Se si materializzasse questa ipotesi, Tsipras sarebbe costretto a dimettersi e a indire le elezioni anticipate. A quel punto l’accordo “sul cambio del nome della Macedonia” salterebbe e il Paese balcanico vedrebbe svanire ogni possibilità di entrare nell’Unione Europea, di cui la Grecia fa parte. In quanto membro dell’UE, lo Stato ellenico si è servito del suo diritto di veto per impedire l’ingresso della Macedonia nell’Unione Europea e per cercare, così facendo, di prevalere nella “disputa sul nome”.

Ravenna: anonimi teppisti scrivono su un muro del liceo “il preside è gay”.Il dirigente non fa cancellare la scritta.

Il preside: «Perché un alunno ha pensato di offendermi utilizzando una frase che dovrebbe connaturare solo l’orientamento sessuale di una persona?».

“Dovremmo essere così grandi da non offendere e così nobili da non sentirci offesi”- ha detto l’ex presidente americano Abramo Lincoln, che considerava una virtù il fatto di non odiare coloro che vogliono offenderci. È una qualità che ha dimostrato di possedere il preside del liceo scientifico “Oriani” di Ravenna, quando qualcuno, presumibilmente uno studente, ha scritto su un muro dell’edificio “il preside è gay”, riferendosi a Gianluca Dradi. Quest’ultimo è dichiaratamente omosessuale e, alla vista di quella scritta, non ha provato alcun risentimento per l’intento offensivo della frase, ma sorpresa. «Perché un alunno- si è domandato il preside- ha pensato di offendermi utilizzando una frase che dovrebbe connaturare solo l’orientamento sessuale di una persona?». A questa domanda Gianluca Dardi ha deciso di rispondere con un atto concreto, ovvero lasciare la scritta “il preside è gay sul muro”, in modo che tutti i giovani possano leggerla e porsi la stessa domanda che si è posto il preside.

L’intenzione di Dardi è quella di trasformare un tentativo di scherno in un momento di riflessione per gli studenti, in modo che possano rendesi conto della banalità della discriminazione. «Le offese omofobe sono una caratteristica degli atti di bullismo tra gli adolescenti- ha spiegato il preside- che usano spesso frasi, tipo sei grasso, sei gay. La mia è una provocazione: vorrei dare forza all’idea che è stupido utilizzare l’orientamento sessuale di una persona come un’offesa». Sono passati sette anni da quando Gianluca Dradi ha abbandonato la professione di avvocato per fare il preside. Da quando è responsabile del  liceo scientifico “Oriani”, Dradi ha sempre avuto tra i suoi obiettivi principali quello di “educare i bulli”, sui quali spesso i consigli degli adulti “scivolano via o sortiscono l’effetto opposto”.

Migliaia di donne americane in piazza contro Donald Trump

Il presidente americano è finito nel mirino dell’elettorato femminile USA a causa della sua politica anti-migratoria, che penalizza sopratutto le donne e i bambini richiedenti asilo.

 

Sabato 19 gennaio, in molte città degli Stati Uniti, decine di migliaia di donne  sono scese in strada per protestare conto la politica migratoria restrittiva del presidente americano Donald Trump. A lui erano indirizzati i numerosi manifesti d’accusa che imbracciavano le dimostranti, acclamate dalla gran folla che gremiva la piazza newyorchese di Foley Square. Particolarmente applauditi i cartelli con la scritta a caratteri “Siamo dalla parte delle donne migranti”, che richiamava alla mente le numerose madri sudamericane che, l’anno scorso, si sono viste portare via i figli dalla polizia di frontiera statunitense, dopo aver varcato illegalmente il confine che divide il Messico dagli USA.

La separazione familiare sistematica, che è stata giudicata dalla comunità internazionale una grave violazione dei diritti umani, era per Trump una “strategia” necessaria per scoraggiare la partenza di altre famiglie di richiedenti asilo, con il timore di restare privi dei propri figli. In effetti, la crudele strategia ha funzionato, ma ha attirato sul Presidente Trump l’indignazione delle donne americane. Queste ultime, già nel 2018, si sono radunate nella piazza Foley Square di New York, formando una folla di mezzo milione di persone, chiedendo al Presidente americano di riconoscere più diritti alle donne ed “eleggere nel Congresso donne di varie etnie per fermare la politica razzista”. Nel 2019 la promessa è stata mantenuta. Oggi, siedono nel Congresso 113 donne; alcune hanno origini arabe, altre sono indiane native, altre ancora sono figlie di immigrati latinoamericani. Come Alexandria Ocasio-Cortez, figlia di un’immigrata portoricana ed eletta nella Camera dei Rappresentanti. Ora si attendono pari diritti tra uomini e donne.

Cresce l’incubo del traffico d’organi della mafia nigeriana. Indagano le procure

Una nuova organizzazione criminale, presente in Italia,accanto a quella che  si arricchisce con lo sfruttamento della prostituzione e il traffico di droga:quella nigeriana dedita al mercato di organi e esseri umani.

Da alcuni giorni è apparsa sui giornali la notizia di una presunta telefonata relativa al traffico d’organi, avvenuta tra due cittadini nigeriani residenti ad Asti. Durante la conversazione, uno dei due interlocutori avrebbe contrattato con l’altro il prezzo per un rene, il cui valore sarebbe stato fissato a 60 mila euro. Ma di tale telefonata, così come del traffico d’organi, non esiste traccia, almeno in Piemonte. A dirlo è il questore di Alessandria Fernanda Cordella. «Non siamo a conoscenza di fatti del genere- ha affermato Cordella- la comunità nigeriana è attenzionata come le altre. Il livello di controllo del territorio è alto e non ci risultano indagini su questo fenomeno in particolare». Ma il sospetto che, in altre regioni di Italia, la mafia nigeriana sia riuscita a mettere in piedi un commercio di organi dal giro d’affari miliardario è forte.

Così come è forte la disperazione delle migliaia di richiedenti asilo africani che, pur di inseguire il sogno di una vita migliore in Europa, sono disposti a fare qualunque cosa per pagare i trafficanti di uomini.  Al momento non esistono prove certe di questo traffico d’organi, ma le procure di Roma, Napoli, Torino e Palermo, in collaborazione con l’FBI, hanno aperto un fascicolo per fare luce su quello che, per il momento, è solo un sospetto.  È possibile che le indagini si concentrino sulla provincia di Caserta, dove la mafia nigeriana, ben integrata con la criminalità organizzata locale, gestisce un importante giro di prostituzione e diverse piazze di spaccio. Il cerchio delle indagini, però, potrebbe allargarsi anche ad altre regioni italiane, in cui le organizzazioni criminali nigeriane esistono già quasi dieci anni. In Sicilia, ad esempio, è ben radicato a Palermo un gruppo criminale nigeriano denominato “Black Axe”.

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