Diritti umani
Il patriarcato è una cosa seria. Parte2
Cultura e politica dell’esclusione in uno schema ideologico pericoloso
di Alessio Zedda – sociologo
I modelli sociali nei quali viviamo costituiscono delle vere e proprie gabbie. Facciamo fatica ad uscirne e a liberare il pensiero. Ne è una prova schiacciante la sproporzione dei suicidi a danno degli uomini e il generale menefreghismo riguardo un tema che riguarda 10 individui l’anno solo in Italia. Eppure, la violenza autodiretta configura una vera e propria emergenza di salute pubblica, che denuncia l’esistenza di una sproporzione alimentata dal conflitto di genere e in costante aumento.
Partiamo dai numeri: il 77% dei suicidi riguarda uomini e, da oltre quaranta anni, si sta alimentando un divario importante. Nel 1980 gli uomini che si toglievano la vita erano il doppio rispetto alle donne, nel 2018 erano già arrivati al triplo. Dopo i 65 anni i suicidi tra gli uomini aumentano in modo esponenziale, e gli over 70 rappresentano da soli superano il 25% del totale dei suicidi maschili. La variabile dell’età rafforza l’ipotesi di ricerca sull’isolamento sociale e su un modello culturale che affida all’uomo l’obbligo di sostenere la famiglia, i figli e i nipoti. Un modello molto in voga nei tribunali, per citare un esempio diffuso, dove le decisioni giudiziarie sono estremamente punitive verso la componente maschile ed enormemente accomodanti con quella femminile, spesso destinataria della custodia esclusiva della prole, cui il padre è tenuto a garantire il “mantenimento” secondo la logica più antica del patriarcato che, guarda caso, non scandalizza mai le femministe nostrane.
Eppure, i temi non sono nuovi: isolamento sociale dopo aver concluso l’esperienza lavorativa, la perdita dello status che al lavoro è costantemente associato e il deterioramento delle condizioni fisiche che sono connaturate al ruolo maschile di efficienza, protezione e performance a tutti i costi. A nessuno interessa la pressione sociale cui sono sottoposti gli individui di genere maschile? A quanto pare non molto. Non esiste, infatti, nessun matriarcato tossico a cui affidare la responsabilità di un sistema soffocante, che proietta le aspettative verso gli uomini in una stratosfera di capacità impossibili da sostenere. Le aspettative rigide nei confronti dell’universo maschile corrono parallelamente al giudizio sferzante verso il “maschio” che chiede aiuto e che, già solo per questo, smette di essere un vero “maschio” per regredire ad una forma inaccettabile di ingombro sociale: in famiglia, a lavoro, nel gruppo dei pari.

Nessuno grida al femminismo tossico, nonostante modelli culturali che esercitano una pressione insostenibile sul ruolo maschile fin dall’infanzia. Anche i social mostrano un modello di iper-performatività che sta pericolosamente tornando di moda, con un modello sociale rigido per il quale se non vinci sempre, non diventi ricco in poco tempo e non sei sportivo, non hai gli addominali scolpiti e le donne non ti cadono ai piedi, sei semplicemente un fallito. O meglio: non sei un uomo. Che uomo sei? Frasi come queste alimentano uno standard di prestazioni impossibili che rendono gli uomini incapaci di accettare la sconfitta o le battute d’arresto, i lutti o le difficoltà personali. La vulnerabilità maschile è un tabù del quale meglio non parlare, chiedere supporto significa autodenunciarsi come uomo debole, denunciare una donna per maltrattamenti è il massimo dell’umiliazione sociale e, nella percezione comune, significa “non essere abbastanza uomo”.

In ultima analisi significa non essere degno di vivere. Non stupisce allora questa strage silenziosa, consumata nell’indifferenza generale, di uomini che non possono più considerarsi tali e si tolgono la vita. In un sistema dominato dalle reti di supporto e dai centri antiviolenza al femminile, l’uomo entra nella narrazione pubblica come violentatore, molestatore, femminicida e tiranno. Il Ministero dell’Interno certifica 8 femminicidi nel primo semestre del 2026. 8 uomini che hanno ucciso le loro compagne, mogli, amanti. 8 assassini che hanno alimentato una propaganda ideologica il cui unico risultato è stata la riproduzione di un sistema culturale nel quale verbalizzare la sofferenza emotiva non garantisce agli uomini di avere una rete di supporto psicologico prima che il disagio diventi irreversibile. Semplicemente, per il disagio dei 3000 uomini che si ammazzeranno quest’anno, varrà la narrazione ideologica attribuita agli 8 assassini che definiranno magicamente la totalità dei “maschi tossici”. Riconoscere la fragilità maschile non deve togliere nulla alle battaglie per la sicurezza delle donne in ogni ambito, deve piuttosto spingerci a costruire una rete di supporto che sia capace di andare oltre i generi, nella piena consapevolezza che l’armonia va costruita sulla collaborazione e non per contrapposizione.
