Americano coltiva pomodorini e basilico al Polo Nord

L’uomo è riuscito a diventare un agricoltore su un’isola norvegese dove le temperature si aggirano intorno ai venti gradi sotto lo zero e il suolo è totalmente ricoperto di ghiaccio.

Recentemente, il 40enne americano Benjamin Vidmar è diventato internazionalmente noto per essere uno dei pochissimi abitanti del Polo Nord ad avere il pollice verde. Nel 2007,  Benjamin ha lasciato il suo Paese per trasferirsi, insieme alla sua famiglia, sull’isola norvegese di Longyearbean, dove vive una comunità di 2.000 abitanti.  Per loro il quarantenne americano era semplicemente un cuoco, finché non ha deciso di dedicarsi all’agricoltura coltivando pomodori, basilico e tanti altri tipi di ortaggi e piante aromatiche. A spingere  Benjamin verso questa originale avventura, è stata la necessità degli abitanti di  Longyearbean di mangiare verdure fresche raccolte direttamente nel loro villaggio, uno dei luoghi più impervi della Terra, dove la sola idea di coltivare una pianta sembra sfidare le leggi della natura. Sull’isola baltica la temperatura si aggira intorno ai 20 gradi sotto zero, la luce del sole scarseggia e il suolo, oltre ad essere roccioso, è ricoperto di ghiaccio.

Ma queste difficoltà non hanno fermato   Benjamin Vidmar, che è riuscito ad aggirarle costruendo una serra. Una volta realizzata la struttura, “l’agricoltore di   Longyearbean” ha installato al suo interno un impianto di riscaldamento, che ha permesso di creare un microclima di 10 gradi. Solo dopo aver raggiunto una temperatura idonea alla coltivazione,  il 40enne americano ha potuto dedicarsi al “lavoro della terra”, la quale è stata importata e successivamente collocata all’interno della serra. Attraverso un costante lavoro di monitoraggio delle piante e ad una attenta selezione dei fertilizzanti,  Benjamin è riuscito a creare un “angolo di verde” sulla gelida isola norvegese, visitata annualmente da migliaia di turisti. Molti di loro considerano la serra di  Longyearbean come un monumento del luogo.

Le ammissioni di Papa Francesco su presunte violenze ai danni di suore

Il pontefice: «È vero. Ci sono stati chierici che l’hanno fatto. Io credo che si faccia ancora». Sciolta una Congregazione di monache in Francia.

Martedì, durante il suo viaggio di ritorno dagli Emirati Arabi, Papa Francesco ha ammesso, per la prima volta, il problema della “servitù sessuale” di cui sono vittime le suore, che subiscono  violenze da parte di preti e vescovi. «È vero- ha affermato il pontefice- all’interno della Chiesa ci sono stati  chierici, in alcuni contesti culturali più che in altri. Non è un fenomeno generalizzato, ma ci sono stati sacerdoti e anche vescovi che hanno fatto quello. E io credo che si faccia ancora, perché non è una cosa che dal momento in cui te ne accorgi finisce». Il Santo Padre ha fatto sapere che, “da tempo”, la Chiesa è impegnata nella lotta contro lo strapotere di alcuni chierici, che riducono le monache in schiavitù per abusarne sessualmente. Come è accaduto all’interno della Congregazione delle Suore Contemplative di San Giovanni, in Francia.

La Congregazione è stata sciolta dall’allora pontefice  Benedetto XVI, a cui Papa Francesco ha riconosciuto il “coraggio” di aver iniziato la lotta contro questo fenomeno, noto fin dagli anni ‘90. Da tempo, l’Unione Internazionale delle Superiore Generali denuncia la piaga degli abusi sessuali ai danni delle suore, sottolineando come quest’ultimo riguardi ogni Continente e quanto sia difficile per le suore riferire le violenze subite alle autorità ecclesiastiche. Un caso eclatante è quello della sorella Maura O’Donohue, che ha denunciato a un arcivescovo alcuni preti che, nello Stato africano del Malawi, hanno violentato oltre  30 monache, alcune di loro vittime di gravidanze indesiderate. Ma dopo aver denunciato i soprusi, la sorella  Maura O’Donohue è stata destituita. Episodi del genere sono, per Papa Francesco, esempi di “corruzione” della Chiesa, che dovrà intraprendere “un cammino” lungo per recuperare la sua integrità morale.

Donald Trump: «Sconfitta totale dell’ISIS prevista per la settimana prossima».Lo afferma Donald Trump

Il trionfale annuncio di Trump accolto scetticamente dal suo stesso partito. I soldati USA stanno per lasciare la Siria dove migliaia di terroristi continuano ad operare.

Mercoledì, durante una conferenza stampa tenutasi nella Casa Bianca, il presidente americano Donald Trump si è detto certo dell’ “imminente e totale” sconfitta dell’ISIS, obbiettivo che sarà raggiunto, entro la “settimana prossima”, dai 2.000 soldati USA dispiegati in Siria. Una volta compiuta la loro missione, secondo quanto annunciato da Trump, i militari americani potranno “tornare a casa”, lasciando che gli altri membri delle Nazioni Unite si occupino delle “rimanenze”, ovvero degli ultimi miliziani dell’ISIS ancora presenti sul territorio siriano. Secondo alcune stime realizzate dalla Commissione di Sicurezza del Senato americano, sono circa 1.500 i terroristi ancora attivi in Siria, concentrati in un’area di 5 chilometri quadrati a ridosso del confine iracheno, vicino al fiume Eufrate. Questa sacca di resistenza è fonte di grande preoccupazione per il Dipartimento di Sicurezza USA, il quale  ha rilevato come i miliziani ISIS siano in grado, anche nel corso della ritirata, di ordire attacchi e tendere imboscate all’esercito governativo siriano o ad altri nemici. Una delle tattiche più utilizzate dai terroristi è quella di organizzare posti di blocco temporanei per compiere omicidi di massa.

L’operatività dell’ISIS non si limita semplicemente ad azioni di guerriglia, perchè si estende anche ad attività di proselitismo che, sopratutto nel nord-est della Siria, avviene attraverso il volantinaggio. L’abilità dello Stato islamico nel reclutare combattenti, sia nel Medio Oriente che in Europa, è ben nota al Dipartimento di Sicurezza Americano, il quale teme che, dopo la partenza delle truppe USA, l’ISIS possa recuperare nuovamente terreno nell’arco di 6 o 12 mesi. La stessa preoccupazione è stata condivisa dalle altre 79 nazioni che hanno affiancato gli Stati Uniti nella lotta contro il terrorismo islamico. Di fronte alla crescente perplessità dei Paesi alleati, il Segretario di Stato USA, Mike Pompeo, ha dichiarato che il ritiro dei militari americani dalla Siria non deve essere inteso come “un cambio della missione”, ma come una “scelta tattica”. Per Mike Pompeo, la jihad si sta “decentralizzando” e, per tale ragione, non va più affrontata con un massiccio dispiegamento di forze. L’amministrazione Trump ha rassicurato gli alleati, garantendo l’impegno dell’America nella lotta all’ISIS, anche se non è chiaro come quest’ultima sarà condotta una volta che i soldati USA avranno lasciato la Siria. Pianificare una nuova strategia bellica spetta al Dipartimento di Sicurezza Americano, ma il Segretario della Difesa USA, James Mattis, ha dato le dimissioni perché in disaccordo con la politica del governo in Medio Oriente, criticata anche dal partito di Trump.

Maduro blinda i confini del Venezuela per impedire l’arrivo di aiuti umanitari

Il leader dell’opposizione  Juan  Guaidó ha promesso di distribuire tra i venezuelani cibo e medicine inviati dagli USA. Per il dittatore si tratta di un “tentativo di golpe”. Ma la popolazione è alla fame

Mercoledì, l’esercito venezuelano, comandato dal dittatore Nicolás Maduro, ha bloccato il ponte internazionale di “Tienditas”, che collega il Venezuela con la Colombia. I militari hanno posizionato di traverso due giganteschi container blu e un  enorme rimorchio arancione. Inoltre, davanti a questi ostacoli, sono state innalzate tre barricate in modo da impedire che in Venezuela giungessero gli aiuti umanitari provenienti dalla Colombia, dove Stati Uniti e Canada hanno immagazzinato tonnellate di beni di prima necessità, come cibo e medicine. Per Nicolás Maduro, i due Paesi sono colpevoli di fornire sostegno economico e politico al leader dell’opposizione Juan  Guaidó. In effetti, USA e Canada sono stati i primi Stati a riconoscere quest’ultimo presidente ad interim del Venezuela e ad aver costituito per lui un fondo di 73 milioni di dollari.

Guaidó ha promesso di utilizzare l’ingente somma di denaro per l’acquisto di cibo e medicine, articoli di cui il popolo venezuelano ha disperato bisogno. Ma Maduro sta cercando con ogni mezzo di sabotare il progetto di Guaidó perché, se il leader dell’opposizione dovesse riuscire nel suo intento, il regime rischierebbe di cadere nel giro di pochi giorni. Finora  Nicolás Maduro, pur essendo da tempo impopolare  tra i suoi connazionali, è riuscito ad assoggettarli  per mezzo del controllo che il governo ha sulle importazioni di beni di prima necessità. Questi ultimi vengono gestiti direttamente dal regime venezuelano, il quale li fa recapitare gratuitamente ai suoi sostenitori in cambio del loro voto. L’aggravarsi della crisi economica, però,  ha ridotto drasticamente i sussidi dello Stato ed ora  Guaidó vorrebbe sostituirli con gli aiuti umanitari statunitensi. L’ iniziativa è stata equiparata da Maduro ad un “tentativo di golpe”.

Oltre metà degli studenti italiani ha scelto i licei per l’anno scolastico 2019-2020

Il numero maggiore di iscrizioni al liceo scientifico che offre la possibilità di studiare informatica. Bene anche gli istituti tecnici.

Quest’anno il 55,4% degli studenti ha scelto di iscriversi ai licei. Le iscrizioni sono state aperte il 7 gennaio scorso e sono avvenute via internet. Tale procedimento online ha permesso al Ministero dell’Istruzione (Miur) di constatare con rapidità che il 25,5% dei liceali ha scelto l’indirizzo scientifico. A rendere appetibile il percorso di studi offerto da questo istituto è il fatto che, da pochi anni, il latino sia stato reso una materia facoltativa, sostituibile con informatica. Il 2019 si è rivelato essere un buon anno anche per il liceo classico che, dopo aver registrato negli anni precedenti un drastico calo delle iscrizioni, ha invertito la tendenza aumentando dello 0,7% il numero di studenti. Nel 2016, si sono iscritti al liceo classico il 6,1% degli alunni mentre quest’anno il numero è salito a 6,8%.

Il successo dei licei, però, non è dovuto solamente agli indirizzi tradizionali: classico e scientifico, ma anche alle numerose branche nate dopo l’approvazione dell’ultima riforma dell’istruzione. Ad aver attirato l’interesse degli studenti italiani è stato il liceo delle scienze umane, scelto dall’8,3% dei liceali, lo 0,1% in più rispetto all’anno scorso. Il 2019 è stato un buon anno anche per il liceo linguistico, che è stato scelto dal 9,3% degli studenti. Decisamente più contenute sono state le iscrizioni ai licei con indirizzo artistico (4%), musicale coreutico (1%) ed Europeo Internazionale (0,5%). Un terzo degli studenti italiani (il 31%), invece, ha preferito scegliere gli istituti tecnici, i quali, rispetto all’anno scorso, hanno registrato un aumento delle iscrizioni pari allo 0,3%. Tale dato dipende dal fatto che sempre meno ragazzi optano per gli istituti professionali, a cui nel 2019 si sono iscritti il 13,6% degli studenti, l’1% in meno rispetto all’anno precedente.

Guaidó promette di distribuire cibo e medicine ai venezuelani. Critiche da Caritas e Croce Rossa

Molti Paesi hanno inviato fondi e beni di prima necessità al fronte anti-Maduro che vuole costruire una rete umanitaria per aiutare i bisognosi. Organizzazioni no profit temono l’utilizzo della carità per “fini politici”. Farmaci e cibo in realtà potrebbero essere bloccati da esercito pro Maduro

Ieri, il leader dell’opposizione venezuelana Juan Guaidó ha promesso di distribuire tra la popolazione cibo e medicine, le quali saranno inviate a breve dalle numerose nazioni che l’hanno riconosciuto presidente ad interim del Venezuela. Tra i Paesi “pro-Guaidó”, sono stati soprattutto Stati Uniti e Canada, che hanno finanziato l’opposizione, mettendo a disposizione di quest’ultima un fondo di oltre 40 milioni di euro.  Guaidó ha reso noto la sua intenzione di destinare le ingenti risorse alla costruzione di una rete umanitaria, che si occuperà di far recapitare gli aiuti alle persone più bisognose. La Croce Rossa e la Caritas, però, hanno negato la loro partecipazione al progetto, ritenendo che l’opposizione venezuelana voglia guadagnare consenso elettorale  distribuendo tra i più poveri cibo e medicine. “Gli aiuti umanitari- ha sostenuto la Caritas attraverso un comunicato-non  dovrebbero essere usati come strumento per perseguire fini politici, ma solo per aiutare le persone più vulnerabili». In Venezuela, ogni giorno, centinaia di persone muoiono di fame o a causa di malattie. In tale situazione è facile che persone disperate decidano di dare il proprio voto in cambio di cibo e medicine.

Questa  “strategia elettorale” è stata utilizzata dal dittatore Nicolás Maduro per mantenere il suo consenso durante anni di forte recessione. Ancora oggi, il regime venezuelano fa distribuire cartoni pieni di cibo, denominati “CLAP”, tra i sostenitori di Maduro che, nella stragrande maggioranza dei casi, appartengono alle classi meno abbienti della popolazione e dipendono completamente dagli aiuti dello Stato. Coloro che manifestano contro Maduro perdono automaticamente il loro “diritto a nutrirsi” e vengono lasciati  morire di fame. A coloro che hanno accusato l’opposizione venezuelana di voler utilizzare lo stesso metodo di Maduro,  Guaidó ha risposto dicendo che “i destinatari degli aiuti umanitari saranno selezionati in base al bisogno e non all’appartenenza politica”. Negli ultimi giorni, diverse tonnellate di beni di prima necessità sono stati immagazzinati a ridosso del confine venezuelano e, a breve, saranno inviate nel Paese. Ma la probabilità che gli aiuti vengano respinti alla frontiera dai militari venezuelani è alta. Le forze armate hanno dichiarato fedeltà a Maduro, il quale ha sempre impedito l’arrivo di aiuti umanitari inviati dall’estero per continuare a mantenere il massimo controllo sulle importazioni e ad essere l’unico a poter elargire i sussidi. Molti soldati venezuelani, però, vivono in povertà estrema e, secondo  Guaidó, potrebbero essere proprio loro  a ribellarsi, lasciando entrare gli aiuti nel Paese.

Salvini riceve al Viminale una delegazione di venezuelani:” Guaidò è l’unico rappresentante del popolo eletto democraticamente”

Il ministro dell’Interno ha incontrato una delegazione di venezuelani che ha chiesto una posizione netta dell’Italia per il ripristino della democrazia secondo le loro regole costituzionali. Con loro anche la Lidu onlus

Non le manda a dire il ministro dell’Interno Matteo Salvini dopo aver incontrato ieri al Viminale una delegazione di cittadini venezuelani, con i quali ha voluto ‘vederci chiaro’ sulla drammatica situazione di un paese ormai ridotto alla fame sotto il regime del dittatore Nicolás Maduro. ”Maduro è fuorilegge, affama, incarcera e tortura il suo popolo.
Spero in elezioni libere e democratiche il prima possibile. Sono vicino ai milioni di Italiani, e discendenti di Italiani, che vivono, resistono e soffrono in #Venezuela” ha twittato il leader della Lega al termine dell’incontro durante il quale la delegazione del Venezuela, coordinata dalla giornalista Marinellys Tremamunno, ha potuto rendere testimonianza su quanto sta accadendo nel loro martoriato paese. “E’ inammissibile che l’Italia si sia astenuta nel voto europeo a sostegno di Juan Guaidò, unico rappresentante politico eletto democraticamente dal popolo” – ha detto con forza la Tremamunno – “ e questa astensione è ancora più grave anche in considerazione dei tanti italo – venezuelani che devono prendere tristemente atto del voltafaccia proprio del loro paese d’origine: l’Italia!” Secondo la spiegazione dei venezuelani presenti Juan Guaidò, presidente dell’assemblea nazionale regolarmente eletto nel 2015,    diventa presidente ad interim ai sensi dell’art. 233 della Costituzione per traghettare il Venezuela al più presto verso elezioni democratiche. Dall’altro lato Nicolas Maduro, sul quale pesano gravi violazioni dei diritti umani contro la sua stessa popolazione, in evidente scontro con la maggioranza dell’Assemblea Nazionale, aveva creato già dal 2017 un organo collaterale a cui ha dato il nome di Assemblea Nazionale Costituente, non previsto dalla Costituzione. Con il placet di tale struttura non costituzionale e con il paese ormai allo sbando, si è fatto rieleggere il 20 maggio 2018, anticipando la data  prevista per la nuova elezione e ponendo il veto a tutti i leader e ai partiti di opposizione.

In effetti il suo mandato presidenziale precedente è scaduto solo il 10 gennaio 2019, dato oggettivo che mette in luce l’anomalia della elezione del 20 maggio 2018. A questo si aggiungono una serie di involontarie defezioni dell’Alta Corte di Giustizia, all’interno della quale lo stesso Maduro ha provveduto ad epurare con la carcerazione o costringendoli all’esilio, tutti i componenti non allineati al suo regime. Una situazione che ha creato un malcontento generale che è presto sfociato in aperta ribellione, provocato oltretutto anche dalla pessima gestione economica del paese stesso. Dunque è chiaro che Juan Guaido non si è autoproclamato presidente ad interim del Venezuela, è stato proclamato presidente dall’Assemblea, e in questo ruolo è presidente della Repubblica ad interim,  fino alla convocazione delle prossime elezioni come stabilito nell’articolo 233 della  Costituzione del 1999 ( promulgata sotto la presidenza di Ugo Chavez).  Una situazione che ha motivato anche la Lidu onlus ad intervenire che, presente all’incontro con una sua rappresentanza, ha chiesto la chiara e netta difesa dei diritti umani in Venezuela e l’aiuto per tutti gli italiani residenti o cittadini di origini italiane del paese ormai in conclamata guerra civile.

Subito dopo l’incontro, Salvini nel partecipare come ospite a Quarta repubblica, programma condotto da Nicola Porro su Rete 4, ha espresso seria preoccupazione riguardo alla crisi umanitaria che ha fatto piombare  il Venezuela in una guerra civile. Inoltre, il ministro si è “impegnato a difendere” il popolo venezuelano dai soprusi del regime di Nicolás Maduro.”Ho ascoltato tutti i problemi di una comunità che vive in un regime che affama e terrorizza- ha detto Salvini- Mi hanno parlato di negozi vuoti, ospedali in difficoltà, di 7mila casi di tortura documentati, di legami con narcotrafficanti. E ci sono 160mila italiani residenti in Venezuela che sono alla disperazione. Mi sono impegnato a difendere e sostenere democrazia, diritti, libertà e lavoro”. Sebbene, al termine del suo intervento, Salvini abbia precisato  di non voler “fare ingerenze in un Paese straniero”, il ministro si è detto consapevole della pessima figura dell’astensione italiana nella compagine europea sul caso Venezuela e della necessità di difendere i diritti umani. Non così gli alleati di Governo, i 5 stelle,  la cui  posizione rispetto alla crisi venezuelana è quella di mantenere la neutralità, aspettando che le due parti contrapposte, il regime di Nicolás Maduro e il fronte dell’opposizione guidato da  Juan Guaidó, raggiungano un accordo. L’immobilismo dell’Italia, rispetto ad una delle crisi umanitarie più terribili degli ultimi tempi, non corrisponde alla linea politica adottata dagli altri Stati UE, che hanno già riconosciuto  Juan Guaidó presidente ad interim del Venezuela.

Case a un euro in Sicilia. Soluzioni alternative al fenomeno dello spopolamento

Il Comune di Sambuca “regala” abitazioni a chiunque decida di trasferirsi. In pochi giorni la popolazione del piccolo paese è aumentata di trecento abitanti.

“Non ho molti soldi ma, se li avessi, comprerei una casa dove entrambi potremmo vivere”- ha cantato Elton John nel 1971. All’epoca il cantante inglese non poteva sapere che, 41 anni dopo, nel piccolo Comune siciliano di Sambuca, provincia di Agrigento, sarebbe stato possibile acquistare una casa alla modica cifra di 1 euro. «Basta impegnarsi a ristrutturarla con una spesa minima di 15 mila euro, procedendo con un’asta in caso di più richieste»- ha detto il sindaco di Sambuca Leo Ciaccio, il quale ha spiegato che, nel paese, sono moltissime le case in vendita: quaranta sono di proprietà del Comune e versano in pessime condizioni, mentre ce ne sono quattrocento che sono agibili.  Il prezzo per un edifico è sempre lo stesso, 1 euro. L’importante per  Ciaccio non è fare affari, ma convincere quante più persone possibili ad andare a vivere a Sambuca che, come altri Comuni dell’Italia meridionale, sono a rischio spopolamento.

Dieci anni di crisi economica, insieme all’alto tasso di disoccupazione, ha costretto moltissime famiglie ad emigrare verso il nord del Paese o all’estero. L’ “iniziativa delle case a 1 euro” sembra aver invertito questa tendenza, perché, dopo pochi giorni dall’inizio della vendita, oltre 300 immobili sono stati acquistati da cittadini provenienti da ogni parte del mondo. Tale “miracolo” è stato reso possibile dal fatto che l’agenzia di stampa americana Cnn e il giornale inglese The Guardian hanno dedicato servizi ed articoli all’originale iniziativa delle “case a 1 euro”, rendendola famosa in tutto il mondo e moltiplicando il numero di acquirenti. In passato altri Comuni del sud Italia, per contrastare il fenomeno dello spopolamento, sono ricorsi a soluzioni analoghe. Ad esempio, il comune pugliese di Candela, provincia di Foggia, dal 2016, offre un incentivo di 2.000 euro a chiunque voglia trasferirsi in questo angolo del Sud.

Rifugiato iraniano vince il premio letterario più prestigioso dell’Australia grazie a un romanzo scritto su Whatsapp

E’ diventato uno scrittore di fama internazionale ma è ancora rinchiuso in un campo profughi australiano dove è stato deportato sei anni fa.

Pochi giorni fa, lo scrittore iraniano Behrouz Boochani, autore del libro “No amici ma montagne”, ha vinto il premio letterario più prestigioso d’Australia, ricevendo una somma di circa 80 mila euro. Per Behrouz Boochani è stata una vera sorpresa perché, per la legge australiana, lui è sempre stato un clandestino, colpevole di aver tentato di entrare in Australia illegalmente. Per tale ragione, lo scrittore  è stato deportato nel campo profughi di Manus, isola della Papua Nuova Guinea situata a pochi chilometri dalla costa australiana.  Behrouz Boochani è arrivato nel campo 6 anni fa e non è mai uscito, nemmeno ora che è diventato uno scrittore di fama internazionale.

Ma, durante i sei anni di detenzione, le sue parole, i suoi pensieri e le sue storie, scritti su Watsapp, hanno raggiunto l’Australia, dove una persona di fiducia, ha conservato tutte le frasi, i sogni, i turbamenti e i pensieri di Behrouz Boochani rinchiuso nell’isola di Papua e , li ha riuniti in un libro intitolato “No amici ma montagne”. Il protagonista di questo romanzo è “un scrittore che, seminudo, attraversa le barriere di un campo di reclusione per avvicinarsi alle montagne che vede all’orizzonte”: sono le montagne di Manus. «Ho immaginato uno scrittore richiuso in un posto remoto, perché questa è la nuova immagine di me che ho dovuto creare per sopravvivere nel campo e per resistere a un sistema  che ha privato i profughi della loro dignità di esseri umani».  Behrouz Boochani ha raccontato che, prima di essere deportato a  Manus, si è presentato ad un addetto dell’ufficio immigrazione australiana come uno scrittore. Il funzionario gli ha riso in faccia. «È stato umiliante»- ha raccontato  Boochani che, nonostante le sofferenze patite a Manus, non ha mai rinunciato alla sua convinzione: «Io sono convinto che le parole sono più potenti delle barriere di questo campo».

UE delegittima Maduro mentre Russia, Turchia ed Emirati Arabi lo finanziano comprando oro

Per anni il regime in Venezuela si è mantenuto grazie agli introiti del petrolio. Ora la produzione di greggio è crollata. L’ultima risorsa economica della  dittatura è il metallo prezioso.

Il governo italiano, formato da Lega e 5stelle, non ha ancora deciso se schierarsi dalla parte del dittatore venezuelano Nicolás Maduro oppure col leader dell’opposizione Juan Guaidó, diventato il volto del moto di protesta esploso in Venezuela settimane fa. Dopo un iniziale periodo di titubanza, il Parlamento europeo ha deciso di sostenere  Juan Guaidó e  concesso a Maduro otto giorni per indire nuove elezioni presidenziali, in linea con gli standard internazionali di trasparenza e democrazia. L’ultimatum scadrà domenica e il dittatore venezuelano ha espresso pubblicamente la sua intenzione di restare al governo fino alla fine del mandato, ovvero fino al 2025. Ma terminare la legislatura sarà sempre più difficile per Maduro, perché, da lunedì prossimo, i Paesi europei imporranno nuove sanzioni economiche al governo venezuelano, così come hanno già fatto USA, Regno Unito, Perù, Colombia, Cile e molti altri Stati. Maduro è sempre più isolato internazionalmente, eppure Russia, Turchia ed Emirati Arabi Uniti stanno provando a sostenere il regime acquistando decine di tonnellate d’oro proveniente dal Venezuela. Il metallo prezioso è l’ultima risorsa a disposizione del governo venezuelano per poter ottenere liquidità in valute forti, come l’euro e il dollaro.

Il valore della valuta venezuelana, il bolivar, è ormai nullo a causa della crescente inflazione mentre l’industria petrolifera, prima fonte di introito del Paese latino, è in piena crisi, a causa della cattiva gestione e  per le sanzioni. In questa situazione, a Maduro è rimasto soltanto l’oro da vendere ai suoi alleati o sostenitori. Gli Emirati Arabi Uniti hanno acquistato 15 tonnellate d’oro venezuelano e ne acquisteranno altre 14 il mese prossimo. La Russia invece ha ottenuto 20 tonnellate del prezioso metallo, pagandole 1.2 miliardi di dollari in contanti. L’immensa quantità di cash è stata trasportata su un aereo della compagnia russa Nordwind. Anche la Turchia ha importato dal Venezuela ingenti quantità d’oro, per un valore complessivo di 900 milioni di euro. Sia il metallo che il denaro cartaceo sono stati trasportati su un aereo appartenente alla compagnia mineraria turca “Ciner”. Quest’ultima è molto legata al presidente della Turchia  Recep Tayyip Erdogan, il cui governo è accusato di aver violato le sanzioni economiche imposte a Maduro dagli Stati Uniti, i quali hanno proibito ai Paesi alleati di acquistare oro dal Venezuela. Formalmente USA e Turchia sono Paesi alleati, in quanto membri della NATO. Ma, in realtà, le relazioni diplomatiche tra le due nazioni sono ai minimi storici, al punto che Trump ha minacciato di colpire il governo turco con pesanti sanzioni economiche.

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