Spagna, baluardo socialista nell’epoca dei nazionalismi

Dopo le elezioni nazionali svoltesi nel Paese iberico domenica scorsa, la sinistra  è diventata la prima forza politica e Pedro Sánchez è stato riconfermato presidente. Ma anche l’estrema destra ha motivo per festeggiare.

Le elezioni politiche svoltesi domenica scorsa in Spagna, hanno visto la riconferma alla presidenza del Paese di Pedro Sánchez, leader del PESOE (Partito Socialista Operaio Spagnolo), che ha ottenuto il 28,7% dei voti e 123 seggi in Parlamento. Non abbastanza per conquistare la maggioranza, per la quale ne occorrono 176 su 350. Ma al neoeletto presidente Sánchez  gli alleati di governo non mancano. Pablo Iglesias, capo del partito di sinistra Podemos, si è detto disponibile a sostenere il PESOE.  Podemos, dopo aver ottenuto il 14,3% dei consensi, dispone di 42 deputati. Si tratta di un appoggio considerevole, ma non sufficiente a raggiungere la soglia dei 176 seggi, per arrivare alla quale  Sánchez potrebbe rivolgersi al partito indipendentista catalano Esquerra Republicana e ai sui 15 deputati. Naturalmente si tratta di pure ipotesi, alcuni analisti pensano che il leader socialista, prima di formare un nuovo governo, voglia aspettare i risultati delle elezioni europee previste per il 26 maggio, per vedere se sarà possibile convocare nuove elezioni ed ottenere la maggioranza. Si vedrà a fine mese. Quello che al momento appare chiaro è il crollo dell’ex partito di governo di centrodestra, il Partito Popolare (PP), che ha ottenuto 66 seggi in Parlamento, la metà rispetto alle scorse elezioni nazionali. A pesare sul PP, sono stati i numerosi scandali di corruzione che hanno portato alle dimissioni dell’ex presidente spagnolo Mariano Rajoy, che l’anno scorso ha ceduto il posto a  Sánchez. Salito al potere però, il leader socialista ha ingaggiato uno scontro senza esclusione di colpi con l’opposizione che, lo scorso febbraio, ha bocciato la sua finanziaria. A quel punto ha indetto le elezioni anticipate. Ora che la sua presidenza è stata legittimata dal voto popolare, Sánchez  potrà portare avanti  con maggiore sicurezza la sua agenda politica.

Tra i vari punti figurano: l’aumento del salario minimo, l’innalzamento delle tasse per le grandi imprese ed i cittadini con un reddito alto  e la semplificazione dei contratti di lavoro. Un’altra proposta  di Sánchez  è quella di “porre fine alle dispute territoriali”, riferendosi in particolare alle tensioni esistenti tra il governo centrale e gli indipendentisti catalani. Gran parte dell’elettorato spagnolo ha scommesso sulla politica socialista e “pacifista” del nuovo presidente, ma l’orizzonte di  Sánchez non è privo di nubi, perché non è l’unico leader a poter cantare vittoria. Per la prima volta dalla fine della dittatura di Francisco Franco, gli estremisti di destra sono tornati a sedere nel Parlamento sotto l’insegna del partito nazionalista Vox, fondato da Santiago Abascal.  Il leader sovranista può contare su 24 deputati e il sostegno di 2,6 milioni di elettori, che vedono in lui il difensore delle tradizioni iberiche, dell’unità nazionale e dei confini spagnoli dall’“invasione dei migranti”.  Temi che si sono rivelati vincenti in molti altri Paesi in Europa e nel mondo. Basti pensare alla promessa del “muro” tra USA e Messico fatta da Trump in campagna elettorale, oppure alla chiusura dei porti voluta dal leader della Lega Matteo Salvini, oggi a capo della prima forza politica in Italia. A contribuire al successo  dei due leader è stata la sensazione, diffusa tra i loro connazionali, di “essere usati” da altre nazioni.  Ad esempio Trump, fin dalla campagna elettorale, ha accusato la Cina di aver sfruttato gli accordi commerciali internazionali “a proprio vantaggio”. Quello che il presidente americano ha sempre rimproverato al gigante asiatico è il fatto di inondare il mercato USA con prodotti con prezzi competitivi, frutto dello sfruttamento a cui sono soggetti gli operai.

Una situazione che ha portato moltissime aziende USA a decentralizzare la produzione in Cina. Con lo slogan “prima gli americani”, Trump ha fatto presa su gran parte della classe operaia, che si sentiva messa in secondo piano dalle amministrazioni precedenti. Tale sentimento ha pervaso anche l’opinione pubblica italiana, durante la crisi migratoria iniziata nel 2014. Mentre migliaia di migranti sbarcavano in Italia, il governo invitava gli Stati europei a trovare una soluzione comune all’emergenza migratoria. Ma invano. Le frontiere tra Italia e Francia erano chiuse e lo sono ancora oggi; Malta si rifiutava di aprire i suoi porti alle navi delle ONG, che viravano verso i porti italiani; gli Stati UE promettevano ripartizioni dei migranti che, però, non erano effettive oppure avvenivano solo parzialmente. Tra gli italiani la convinzione, in buona parte fondata, che il Paese fosse stato “lasciato solo” di fronte ad una crisi umanitaria si è fatta sempre più forte. Lo slogan di Salvini “prima gli italiani” è stato molto sentito dai delusi dall’Europa. Santiago Abascal ha formulato un messaggio analogo a quello del leader del carroccio: “Avanti spagnoli”. Ma la risposta dell’elettorato iberico è stata contenuta.  Francisco Franco è morto nel 1975, molti elettori ricordano bene i tempi della dittatura e la paura nei confronti dell’estrema destra è ancora molta.

Stati Uniti d’Europa. Tra sogno e realtà

I cittadini europei non possono partecipare alle elezioni nazionali di un Paese UE di cui non hanno la nazionalità, anche se vi risiedono da anni. Contraddizione o necessità?

Se un italiano risiede da 30 anni in Germania, ha il diritto di partecipare alle elezioni nazionali tedesche? Ed un portoghese che lavora da decenni in Francia, rispettando le leggi dello Stato, può recarsi alle urne per scegliere il futuro presidente transalpino?  In tutti e due i casi, la risposta è “no”. Ogni cittadino dell’Unione Europea, che risiede in un Paese UE di cui non ha la nazionalità, può “votare” o “candidarsi” alle elezioni municipali ed europee. A stabilirlo è l’articolo 22 del Trattato di Funzionamento dell’Unione Europea (TUFE). La norma non menziona le elezioni regionali e nazionali, per la cui partecipazione è necessario essere cittadini del Paese dove gli appuntamenti elettorali si svolgono. In pratica, significa che solo i cittadini italiani possono votare alle elezioni nazionali e regionali italiane. Lo stesso vale per gli altri Stati UE. «Ma cosa significa essere cittadino europeo se vivi in un altro Stato membro e non hai gli stessi diritti degli altri?»- ha chiesto, durante un’intervista al giornale  francese The Local,Philippe Cayla, direttore generale dell’emittente Euronews e promotore di “Leave Me Vote” (Lasciami votare). Si tratta di una campagna che cerca di sensibilizzare le istituzioni dell’UE, affinché diano ai cittadini europei la possibilità di partecipare alle elezioni regionali e nazionali degli Stati membri in cui risiedono, pur non avendone la nazionalità. Al momento l’obiettivo di Leave Me Vote sembra ben lontano dall’essere raggiunto. Tutte le Costituzioni dei Paesi europei legano il concetto di sovranità nazionale al voto espresso dai loro popoli. Ad esempio, l’articolo 1 della Costituzione italiana stabilisce che “la sovranità appartiene al popolo (italiano) che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”; l’articolo 3 della Costituzione francese afferma che “la sovranità nazionale deve risiedere nel popolo (francese), che la esercita attraverso i suoi rappresentanti e il referendum; l’articolo 2 della Costituzione spagnola stabilisce che “la sovranità nazionale risiede nel popolo spagnolo”. Questi esempi permettono di capire come l’Unione Europea sia nata e si sia sviluppata tra le diverse, ed ancora radicate, identità nazionali degli Stati membri.

Tale situazione, però, non ha impedito ai cittadini dell’UE di godere di considerevoli vantaggi rispetto agli extracomunitari. Ad esempio, i cittadini europei hanno il diritto di spostarsi ovunque nell’Unione Europea e di risiedere in ogni Stato Membro; sono liberi di studiare e lavorare in ogni Paese UE e di essere visitati dai loro cari, senza che a questi ultimi venga richiesto un visto per viaggiare. Dopo aver risieduto per cinque anni in una nazione dell’UE, i cittadini europei posso richiedere la residenza permanente. Lo stesso diritto è riservato ai pensionati. Gli abitanti dell’Unione sono abituati a godere di questi benefici, che a volte possono apparire scontati. Ma non lo sono affatto ed è per tale ragione che Barack Obama, quando era presidente degli USA, ha definito l’Unione Europea “il più grande progetto politico della storia”. In quest’ottica, conferire alla cittadinanza europea lo stesso valore di quella nazionale potrebbe essere visto come un ulteriore sviluppo del “più grande progetto politico della storia”. Se tale passo avanti fosse compiuto, l’articolo 22 del TUFE contemplerebbe anche la possibilità, per i cittadini europei, di votare alle elezioni nazionali e regionali degli Stati membri dove risiedono e di cui non hanno la nazionalità. Ma uno scenario del genere è davvero possibile? Le attuali circostanze sembrano suggerire una risposta negativa. La lunga crisi economica, che attanaglia l’Europa da dieci anni, ha favorito il risorgere dei nazionalismi in tutto il vecchio continente. Da un capo all’altro dell’UE prendono sempre più piede i partiti cosiddetti “sovranisti”.

Queste forze politiche, oltre a considerare l’Unione Europea come un ostacolo alla sovranità dei singoli Paesi,la vedono come un ente che impone agli  Stati dell’Unione oneri economici incompatibili con gli interessi nazionali. È emblematica la frase di un video elettorale realizzato dai partiti pro-Brexit, nel 2016, in occasione del referendum: “Ogni settimana il Regno Unito manda 350 milioni di pound ai contribuenti degli altri Paesi dell’UE. Questo è il costo di un nuovo ospedale completamente attrezzato”.  Oltre il 51% degli elettori del Regno Unito ha votato a favore della Brexit. In un momento in cui l’euroscetticismo imperversa  nel vecchio continente, rivedere il concetto di sovranità nazionale farebbe risultare impopolare qualunque governo europeo. Per ora  l’articolo 22 del TUFE sembra destinato a rimanere così com’è.

2018. L’anno più violento della storia del Messico con oltre 34mila omicidi

Tra le vittime ci sono più di ottocento donne. La media dei femminicidi è di nove al giorno. Il governo crea una “super polizia” per combattere la criminalità.

Il 2018 è stato l’anno più violento della storia del Messico  con 34.202 omicidi, una media di 94 al giorno. Tra le vittime ci sono 864 donne. Se uscire di casa può essere pericoloso per un uomo, lo è ancor di più per una donna. I femminicidi avvengono con una frequenza di 9 al giorno. L’ondata di violenza sembra inarrestabile, specie se si pensa che il 2014 si era chiuso con un numero di omicidi pari a  12.096 vittime, una cifra di gran lunga inferiore a quella dell’anno scorso. Nell’arco di 4 anni le morti violente sono aumentate del 74% e gli esperti stanno cercando di capire quali siano le cause che hanno portato a quella che nel Paese centroamericano viene ormai chiamata “crisi di sicurezza”.  Uno dei fattori  considerati dagli esperti, per analizzare il fenomeno, è l’impunità. In Messico solo 5 casi di omicidio su 100 vengono risolti, tutti gli altri restano senza un colpevole. Perché? La polizia messicana è tra le più corrotte del mondo ed è spesso collusa con la criminalità organizzata legata al narcotraffico. Si tratta di un fenomeno dilagante, la cui entità è stata resa tangibile da un episodio di cronaca avvenuto l’anno scorso e riportato dai media internazionali. Nella località balneare di Acapulco, situata nello Stato federale messicano di Guerrero, diverse unità dell’esercito, dotate di supporto aereo, hanno preso il controllo delle stazioni di polizia locale, disarmato gli agenti all’interno ed arrestato alcuni comandanti per presunti legami con la criminalità organizzata. La maxi operazione è stata lanciata dopo che ad Acapulco, nel 2017, si sono verificati 12.096 omicidi, la stragrande maggioranza dei quali rimasti senza un colpevole. Lo Stato di Guerrero è tra i più violenti del Messico e spesso molti agenti della polizia locale, sottopagati, non addestrati e mal equipaggiati, preferiscono “lavorare” per i narcotrafficanti in cambio di ‘mazzette’ allettanti  e regali. La situazione è analoga in altre zone del Paese, per questo il nuovo presidente del Messico, Andrés Manuel López Obrador, salito al potere a dicembre del 2018, ha fatto approvare in Parlamento la creazione di un nuovo corpo di polizia che ha il nome di “Guardia Nazionale”. L’obiettivo di Obrador è quello di formare un corpo di polizia incorruttibile, composto da membri dell’esercito, della polizia militare, navale e  dagli agenti della polizia federale, che verrà rimpiazzata completamente nel giro di 18 mesi.

La Guardia Nazionale, che conterà oltre 100.000 agenti effettivi, dovrà operare nelle aree più critiche del Paese e sostituire la troppo corrotta polizia locale, in attesa che venga riformato completamente l’organico. I reati di competenza della “Guardia Nazionale” sono vari. Si va dal traffico di esseri umani al furto d’auto; dall’estorsione al narcotraffico. Sono di competenza della Guardia Nazionale anche le indagini sui casi di sequestro e la vigilanza delle infrastrutture strategiche come autostrade, porti e aeroporti. A capo di questo nuovo organo di sicurezza, il presidente messicano ha nominato il generale dell’esercito Rodrigez Bucio, ai cui uomini sono stati conferiti ampi poteri. Come la possibilità di ricorrere, in caso di reati gravi e previa autorizzazione del giudice, ad intercettazioni telefoniche e di condurre operazioni di intelligence. Insomma, la creazione di un “super corpo di polizia” è la ricetta proposta da Obrador per tentare di arginare la “crisi di sicurezza”, un problema che tormenta milioni di messicani. Ma le critiche al progetto non mancano, specie da parte delle associazioni per i diritti umani. In un comunicato rilasciato recentemente, Human Right Watch ha sottolineato come “le forze armate siano fatte per la guerra e non per la pubblica sicurezza”. In effetti, la maggior parte degli agenti della Guardia Nazionale sono militari, addestrati a combattere il nemico e ad eliminarlo se necessario. Il poliziotto non opera sui campi di battaglia ma nei centri abitati, tra i civili e,per tale ragione,ha una preparazione ed una forma mentis  diversa da quella del soldato. A coloro che lo accusano di voler “militarizzare” le forze dell’ordine, Obrador ha risposto evidenziando un dato condiviso da gran parte dell’opinione pubblica messicana: i soldati sono gli unici ad avere l’equipaggiamento e la preparazione necessaria per fronteggiare i narcotrafficanti, dotati di armi pesanti e veicoli corazzati. Tale osservazione però non è bastata a rassicurare gli scettici, preoccupati da possibili violazioni dei diritti umani. Non è la prima volta che il Messico ricorre ai soldati per combattere la criminalità. Già nel 2006, l’allora presidente messicano Felipe Calderón aveva fatto approvare in Parlamento la “legge di sicurezza interna”, che conferiva all’esercito il compito proprio della polizia. A distanza di 13 anni, la violenza nel Paese è tutt’altro che diminuita. In alcuni casi le operazioni condotte dai militari contro il crimine organizzato, si sono concluse con esecuzioni extragiudiziali di massa. Tre anni fa nella località  messicana di Tanhuato, un gruppo di militari ha catturato alcuni banditi al termine di una sparatoria. Gli uomini in divisa hanno fatto fuoco su 13 prigionieri colpendoli alle spalle. Un altro è stato torturato ed un altro ancora è stato bruciato vivo. Subito dopo i cadaveri sono stati trasportati lontano dal luogo della strage ed “armati”, in modo da simulare un secondo conflitto a fuoco.

Irlanda, cresce la paura terrorismo dopo l’omicidio della giornalista Lyra Mckee

La reporter è morta mentre seguiva uno scontro tra polizia ed ultranazionalisti. Si teme il risorgere del terrorismo politico sull’isola ed il ritorno della frontiera tra le due Irlande dopo la Brexit.

“Il fatto che non ci sia più la guerra non vuol dire che lo spettro dell’attentatore abbia lasciato la stanza”. Sono queste le parole con cui, quattro anni fa, la giornalista irlandese 29enne Lyra Mckee aveva prospettato la possibilità che tra la Repubblica d’Irlanda e  l’Irlanda del Nord potesse risorgere la violenza. Giovedì scorso la reporter è  stata uccisa mentre stava seguendo un’operazione di polizia nella città nordirlandese di Londonderry, dove alcuni ultranazionalisti, appartenenti al gruppo denominato “Nuovo Esercito Repubblicano Irlandese”,  stavano seminando il caos. Tra i facinorosi e gli agenti è nato uno scontro, da cui è partito un proiettile che ha raggiunto  Lyra Mckee. Oggi gli inquirenti hanno fermato una 57enne sospettata dell’omicidio della giovane, definito dalle autorità “un atto terroristico”. Dagli anni ‘60 agli anni ‘90 del secolo scorso, nell’isola d’Irlanda, cattolici e protestanti si sono fronteggiati in una guerra cosiddetta “a bassa intensità”, perché caratterizzata da una lunga serie di attentati che hanno mietuto 3.000 vittime. Dietro le stragi c’era il gruppo terroristico IRA (Esercito Repubblicano Irlandese), la cui opera di morte si è fermata nel 1998, data in cui la Repubblica di Irlanda e l’Irlanda del Nord hanno firmato il “Good Friday Agreement” (l’Accordo del Buon Venerdì). Il trattato, tuttora in vigore, prevede l’abolizione della frontiera tra le due Irlande, permettendo il libero passaggio di persone e merci. “La generazione del “Good Friday Agreement”, la mia generazione- ha scritto Lyra Mckee- ed i figli ed i nipoti di coloro che hanno protestato per i diritti civili sono cresciuti con la convinzione che sarebbero stati i primi a godere della pace dopo decenni di violenza”. 

Ma il timore che sul suolo irlandese possa di nuovo scorrere il sangue cresce di giorno in giorno, alimentato dalle tensioni causate dalla Brexit. La possibilità che il Regno Unito, di cui l’Irlanda del Nord fa parte, possa uscire dall’UE senza un accordo diventa sempre più concreta. Se tale ipotesi si materializzasse, la frontiera tra le due Irlande rischierebbe di non essere più “libera” ed “invisibile”, ma disseminata di posti di blocco. Che, durante la “guerra a bassa intensità”, sono stati i principali obiettivi dei terroristi dell’IRA.  Secondo numerosi analisti, se il Regno Unito uscisse dall’Europa senza siglare un accordo commerciale, i posti di blocco al confine sarebbero inevitabili. Le migliaia di lavoratori che giornalmente attraversano la frontiera non sarebbero soggetti a controlli obbligatori da parte della polizia. I camion carichi di merci, invece,sarebbero ispezionati, dal momento che l’Irlanda del Nord sarebbe ormai fuori dal mercato unico europeo e non potrebbe più godere dei vantaggi commerciali riservati ai membri dell’Unione.

Tale scenario penalizzerebbe in modo significativo uno dei settori chiave dell’economia irlandese, l’agricoltura. Il rallentamento dell’import-export, causato dai posti di blocco, rischierebbe di far deperire alcuni prodotti, come la frutta e la verdura. Inoltre, non è da escludere l’imposizione di dazi sulle importazioni. Al momento non è chiaro quali potrebbero essere  le conseguenze di “una Brexit totale” sull’Irlanda, ma le ipotesi fatte dagli esperti sono tutt’altro che positive. Per scongiurare il risorgere di nuove tensioni tra le due Irlande, l’UE ha annunciato che offrirà al Regno Unito tutte le garanzie legali per evitare, “in ogni circostanza”, il ritorno della frontiera. Anche se meno dolorosa dal punto di vista commerciale, una situazione del genere segnerebbe di fatto la fine del “Good Friday Agreement” e, secondo alcuni esperti, potrebbe far risorgere la violenza nell’Isola. Di tale rischio sembra essere consapevole anche la polizia nordirlandese (PSNI), che ha annunciato il reclutamento, entro il mese di aprile, di 102 agenti, che verranno impiegati per il controllo del confine nel caso la Brexit si concluda senza un accordo tra Regno Unito ed Unione Europea. Per Drew Harris, il comandante della polizia della Repubblica d’Irlanda (GARDA), il ritorno dei posti di blocco alla frontiera rischia di alimentare le “campagne” di odio degli estremisti. «I nazionalisti repubblicani- ha detto  Drew Harris in un’intervista all’emittente inglese BBC- sperano di poter usare ogni differenza, messa in risalto dalla questione della frontiera, come cassa di risonanza per le loro campagne».

Parlamentare italo-venezuelana fermata dalla polizia a Caracas. Il ministro Moavero convoca l’ambasciatore Rodriguez

Mariela Magallanes, deputata in Venezuela ma con cittadinanza anche in Italia, era in partenza per Doha per motivi istituzionali. Il fermo della polizia di Maduro ha causato la reazione del ministro degli esteri Moavero per la “palese violazione dell’immunità parlamentare”.

La deputata venezuelana Mariela Magallanes è anche cittadina italiana, e due giorni fa è stata fermata all’aeroporto di Caracas insieme alla sua delegazione, dalla polizia di regime. Magallanes stava per prendere un aereo diretto a Doha, la capitale del Qatar, per partecipare ad un incontro dell’Unione Interparlamentare. Ma, attualmente, è in stato di fermo ed il suo passaporto è stato sequestrato dalle autorità.  Il Ministro degli Esteri Moavero ha convocato l’ambasciatore venezuelano a Roma, Isaias Rodriguez, per condannare quella che ha definito “una palese violazione dell’immunità parlamentare”. Di tale diritto era stato privato il giorno prima anche il leader dell’opposizione venezuelana Juan Guaidó che, lo scorso 23 gennaio, si era autoproclamato presidente ad interim del suo Paese. Prima di quella data, Guaidó era già stato eletto presidente dell’Assemblea Nazionale, ovvero il Parlamento dello Stato latino, acquisendo così l’immunità parlamentare, garantita dall’articolo 200 della Costituzione Venezuelana. La norma stabilisce che un parlamentare non può essere arrestato finché la Corte Suprema non lo priva dell’immunità. Quest’organo però è composto attualmente dai fedelissimi del dittatore venezuelano Nicolás  Maduro, che per mesi ha cercato di limitare, senza successo, gli spostamenti del leader dell’opposizione, facendo emettere contro di lui il divieto di lasciare il Paese. Fin dal giorno della sua autoproclamazione, avvenuta a seguito di gravi violazioni della Costituzione da parte di Nicolas Maduro,  Guaidó non solo ha tenuto comizi su tutto il territorio nazionale, ma si è anche recato in Colombia per coordinare l’invio di beni di prima necessità in un Venezuela ridotto allo stremo delle forze.

È stato proprio questo viaggio a fornire alla Corte Suprema il pretesto per invalidare l’immunità parlamentare di Guaidó, “colpevole di non aver rispettato il divieto di lasciare il Paese”. Una decisione spinta dalla ferma volontà di Maduro per bloccare l’opposizione ed evitare di andare ad elezioni democratiche: in effetti il presidente dell’Assemblea Nazionale ora può essere arrestato in qualsiasi momento.  Del resto già nel 2017 il dittatore Maduro, resosi conto che il Parlamento era critico con il suo operato, aveva creato in spregio al dettato costituzionale, un organo composto  da sostenitori del regime: l’Assemblea Nazionale Costituente, per esautorare quella Nazionale dalle sue funzioni. Il presidente di questa Assemblea Costituente Diosdado Cabello, ha espresso con forza l’odio  verso Juan Guaidò, che vuole vedere  “contro il muro”, intendendo quello della fucilazione. Alla recente sentenza emessa contro il leader dell’opposizione, si è aggiunto ieri l’arresto della deputata italo-venezuelana Mariela Magallanes. Una escalation di gravi atti di repressione da parte di Maduro. La risposta di Guaidó all’ennesima minaccia del dittatore è stata netta: «Se il regime osa rapirmi, reagirò con decisione». Da giorni inoltre sono atterrati nel Paese aerei con militari russi che fonti locali riferiscono stiano addestrando i sostenitori di Maduro per fronteggiare una possibile guerra civile.

India: Decine di musulmani assassinati per aver mangiato manzo. Le autorità non indagano

Nel Paese asiatico le mucche sono ritenute sacre ed è proibito cibarsene. Negli ultimi anni la comunità islamica è stata perseguitata perché accusata di consumare la carne di bovino.

Negli ultimi due anni, secondo un rapporto dell’organizzazione per la difesa dei diritti umani Human Right Watch, in India almeno 44 persone di fede islamica sono state brutalmente assassinate da estremisti di destra appartenenti al “gruppo di protezione delle mucche”. I grossi bovini sono ritenuti sacri dagli indiani di fede induista, che rappresentano il 90% della popolazione indiana.  L’estrema destra in India, basa la sua politica su una visione integralista dell’induismo, ed i suoi membri, “i protettori delle mucche”, perpetrano in nome della loro “dottrina”, orrendi crimini contro i musulmani, accusati di “cibarsi delle vacche sacre”. Alcune delle vittime, dopo aver subito un pestaggio di massa, vengono bruciate vive e impiccate ad un albero; altre, vengono immobilizzate e posizionate di fronte ai loro cari mentre subiscono violenza sessuale. Poi, terminato lo scempio,  vengono assassinati.

A volte i “protettori delle mucche” evitano di uccidere i musulmani e preferiscono umiliarli pubblicamente, spesso costringendoli a mangiare lo sterco di mucca o a berne le urine. Le angherie vengono quasi sempre filmate dagli aguzzini, i quali non temono di essere puniti dalle autorità. «Nessuno commetterebbe crimini del genere di fronte a una videocamera, se non fosse certo di essere accolto come un eroe»- ha detto lo scrittore indiano Harsh Mander. Dal 2014 in India è al potere il primo ministro Narendra Modi, leader del partito nazionalista che gode del supporto della parte più conservatrice della società. Sebbene Modi abbia condannato “i pestaggi di massa”, le autorità giudiziarie si sono mostrate poco propense ad investigare i crimini commessi contro i musulmani. Secondo Human Right Watch,  in alcuni casi sono addirittura i poliziotti a perseguitare la comunità islamica.

Giappone: sempre più pensionati scelgono di vivere in carcere

Nel Paese nipponico, migliaia di anziani commettono furti per farsi arrestare. Tutti loro vivono nell’indigenza e nella solitudine e vedono la prigione come l’unico rimedio alle sofferenze.

Negli ultimi vent’anni, in Giappone, l’età media dei detenuti è  aumentata, perché sempre più pensionati preferiscono passare il resto della loro vita in prigione. Tutti loro hanno un’età superiore a 65 anni e, prima di diventare anziani, non avevano mai commesso alcun crimine. «Poi, quando lasci il lavoro, ti rendi conto che è impossibile condurre una vita dignitosa con una pensione bassa- ha spiegato Toshio Takata, un pensionato giapponese di 69 anni detenuto nella prigione di Fucho, vicino Tokio-  così ho pensato che l’unico modo per poter “vivere gratis” fosse farsi arrestare e così ho fatto». Un giorno, mentre passeggiava per strada, Takata ha rubato una bicicletta rimasta incustodita e si è recato alla stazione di polizia più vicina per costituirsi. «Sono stato condannato ad un anno di reclusione- ha raccontato il 69enne- e, dopo aver scontato la pena, sono andato in un parco e ho minacciato una donna con un coltello. Non volevo farle del male, volevo solo che chiamasse la polizia e mi facesse arrestare di nuovo». Per molti pensionati poveri, il carcere è l’unico posto in cui poter avere tre pasti caldi al giorno.

Un terzo dei detenuti della prigione di Fucho sono ultrasessantenni con una situazione analoga a quella di  Toshio Takata e, come quest’ultimo, hanno compiuto reati minori per essere arrestati, di solito piccoli furti nei supermercati. La legge giapponese prevede pene molto severe contro il taccheggio. Basti pensare che il furto di un articolo alimentare è punito con uno o due anni di reclusione, se il reo è incensurato. Se invece quest’ultimo è recidivo, gli anni di carcere aumentano a 6. Tali norme hanno incoraggiato i pensionati a commettere crimini, facendo salire l’età media della popolazione carceraria del Paese nipponico. Nel 1997 un detenuto su 20 era ultrasessantenne; oggi il rapporto e di 5 a 20. Per molti esperti, però, non sono le difficoltà economiche a spingere i pensionati a farsi arrestare, ma la  loro solitudine. «In Giappone, il numero di anziani soli sta crescendo- ha spiegato Masaki Ichinose, professore di demografia dell’università di Tokio- e si sta perdendo il concetto di famiglia tradizionale». Fino a non molto tempo fa, i giovani condividevano la stessa abitazione con i genitori e i nonni, i quali godevano del sostegno e l’affetto dei loro cari. Oggi, a causa dell’aumento della disoccupazione, i giovani giapponesi sono costretti a lasciare le loro case per trovare lavoro. A quel punto, i parenti più anziani scivolano nell’indigenza. Alcuni pensionati poveri, sopratutto uomini, si rifiutano di chiedere aiuto ai figli per orgoglio; altri, invece, finiscono per perdere i rapporti coi loro cari, rimanendo soli.

Venezuela. Trump avverte i soldati pro-Maduro: «Non troverete riparo e perderete tutto»

Il regime venezuelano ha schierato militari lungo i confini per impedire l’arrivo di aiuti umanitari USA nel Paese. L’opposizione progetta di allearsi con gli indigeni Pemon per trasportare cibo e medicine con le canoe.

Lunedì a Miami Donald Trump ha tenuto un discorso di fronte a una folla di venezuelani residenti negli Stati Uniti e ha dichiarato di “voler restaurare la democrazia in Venezuela”. “Ma affinché avvenga questo- ha detto Trump- l’esercito venezuelano deve svolgere un ruolo fondamentale”, ovvero, secondo il presidente americano,  voltare le spalle  al dittatore Nicolás Maduro e schierarsi dalla parte del leader dell’opposizione  Juan Guaidó. ” Se sceglierete di sostenere Maduro- ha detto chiaramente Trump  riferendosi con forza  ai militari venezuelani- non avrete via di scampo, non troverete rifugio e perderete tutto”. Un discorso teso a  convincere gli ufficiali del regime a riaprire i confini con la Colombia ed il Brasile, contro gli ordini di Maduro,  ed a lasciar entrare gli aiuti umanitari americani. Il Venezuela è ormai allo stremo delle forze ed il presidente ad interim Juan  Guaidó che ha come unico alleato gli Usa, ha promesso di distribuire cibo e medicine tra la popolazione venezuelana. Tutto questo però è stato definito da “Maduro” come un “colpo di Stato orchestrato dall’America”. In effetti, molti osservatori internazionali, sono convinti che il governo USA stia usando gli aiuti umanitari come un’arma per minare il consenso del regime.

La grave crisi economica che ha travolto il Venezuela ha visto assottigliarsi sempre più l’approvvigionamento di viveri da parte del regime di Maduro, unico a controllare le catene di distribuzione di cibo.  Il governo  sempre più in difficoltà economiche non riesce più ad erogare sussidi alimentari come prima. In questa situazione se Guaidò riuscisse a far entrare gli aiuti umanitari americani nel Paese, si guadagnerebbe l’appoggio dei cittadini meno abbienti, gli stessi che per decenni hanno sostenuto il regime.  Maduro ne è consapevole e ha ha bloccato il collegamento stradale principale tra Venezuela e Colombia, il ponte di “Tienditas”. La stessa via attraverso la quale l’opposizione ha cercato di far passare gli aiuti umanitari nel Paese, prima che Maduro dispiegasse sul ponte militari dotati  di blindati e missili. “Ma la frontiera con la Colombia è lunghissima e gli aiuti possono entrare da qualunque punto”- ha detto Gaby Arellano, fedelissimo di Guaidó e coordinatore del progetto umanitario.  Arellano, insieme ad altri membri dell’opposizione, sta valutando diverse soluzioni per aggirare i presidi militari e far giungere cibo e medicine ai bisognosi. Tra le varie ipotesi, c’è quella di allearsi con gli indigeni venezuelani Pemon,  noti per le loro canoe su cui riescono a trasportare carichi anche molto pesanti.

Parigi: il filosofo ebreo Alain Finkielfraut insultato per strada da antisemiti

Ad ingiuriare l’intellettuale sono stati alcuni gilet gialli. In Francia aumentano gli atti discriminatori contro la comunità ebraica.

«Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi. La peste si è spenta, ma l’infezione serpeggia»- ha detto Primo Levi. Le parole dello scrittore e poeta ebreo sembrano riecheggiare in queste ore, dopo il grave episodio di antisemitismo di cui è stato vittima il filosofo francese ebreo Alain Finkielkraut. Quest’ultimo passeggiava nella sua città, Parigi, quando un gruppo di gilet gialli lo ha raggiunto per rivolgergli offese antisemite: «Vattene sporco sionista di merda, la Francia è nostra, il popolo ti punirà». Non è la prima volta che  Finkielkraut riceve ingiurie del genere, come ha riconosciuto lui stesso. Il filosofo è inviso a gran parte della comunità islamica francese per aver espresso pubblicamente il suo sostegno ad Israele e aver denunciato la “radicalizzazione dei musulmani di Francia”.

L’ “odio assoluto” di cui è stato vittima  Finkielkraut è una conseguenza, secondo l’intellettuale, del crescente antisemitismo in Francia che, l’anno scorso, ha causato “un aumento degli atti discriminatori contro gli ebrei del 74%”. «Gli insulti antisemiti di cui è vittima  Alain Finkielkraut sono la negazione assoluta di quello che fa di noi una grande nazione- ha detto il presidente francese Emmanuel Macron, che ha espresso solidarietà al filosofo, nato a Parigi 69 anni fa. Dopo la caduta di Hitler, la Francia ha dato rifugio a migliaia di profughi polacchi di religione ebraica. Tra loro c’erano anche i genitori di Alain Finkielkraut, i quali, dopo essere sopravvissuti agli orrori del campo di concentramento di  Auschwitz, sono fuggiti in Francia. A quasi settant’anni da allora, la Francia rivive un’ondata di antisemitismo che trova ispirazioni nelle memorie del nazismo. Giorni fa sulla vetrina di un ristorante di Parigi è comparsa la scritta “juden” (ebrei, in lingua  tedesca).

Chiude la sede dei servizi segreti gestita dai nazisti nel dopoguerra

La cancelliera tedesca Merkel ha fatto costruire il nuovo centro di intelligence perché in quello vecchio lavorava la figlia del gerarca nazista  Heinrich Himmler, ideatore dei campi di concentramento.

Fino a gennaio scorso, la sede dell’intelligence tedesca (la BND) si trovava nella città di Pullach, nella Germania meridionale, ed era la stessa utilizzata dai servizi segreti militari nazisti durante la seconda guerra mondiale. Questa situazione ha causato grande imbarazzo nel governo tedesco, sopratutto quando si è scoperto che il primo presidente della BND, fondata nel 1956, è  Reinhard Gehlen, un ex generale nazista che, durante il secondo conflitto mondiale, gestiva il centro dell’intelligence comandato da Adolf Hitler. Ma  Gehlen non è stato l’unico nazista a lavorare per la  BND. Anche la figlia di Heinrich Himmler è stata assunta dall’agenzia come segretaria.  Himmler, noto anche come “il boia”, è stato l’ideatore dei campi di concentramento e il pianificatore dello sterminio degli ebrei. Dopo i due scandali, la già scarsa fiducia dei  tedeschi verso i servizi segreti è crollata. Secondo un sondaggio realizzato dal governo nel 2016, il 77% della popolazione diffida della BND. Per cercare di ridare  credibilità all’agenzia, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha fatto costruire la nuova sede della BND a Berlino.

L’opera è stata inaugurata pochi giorni fa ed è il centro di intelligence più grande d’Europa con un’estensione di 26 ettari. Si stima che, per realizzare la struttura, siano stati necessari 135.000 metri cubi di cemento armato e 20.000 tonnellate d’acciaio. «Ma ad essere davvero impressionante è quello che si trova all’interno del centro»- ha affermato Angela Merkel nel suo discorso di inaugurazione della struttura- ogni agente di sicurezza straniero rimarrebbe stupito». Il governo tedesco ha destinato 1.23 miliardi di euro per realizzare l’opera, i cui lavori di costruzione si sono svolti con lentezza. Iniziata nel 2008, la nuova sede della BND avrebbe dovuto essere inaugurata nel 2011, ma una serie di imprevisti hanno ritardato il completamento dell’opera, avvenuto alla fine del 2017. Una volta terminato l’edificio, è stato necessario traslocare  100.000 scatole piene di documenti segreti e 58.000 mobili dall’ex sede dei servizi segreti di Pullach alla nuova. L’operazione si è rivelata particolarmente complicata, non solo per l’enorme quantità di oggetti da trasferire, ma anche per il fatto che soltanto la cancelliera tedesca e gli agenti della BND sono autorizzati ad entrare nella struttura, che è protetta dal segreto di Stato.  L’eventuale rivelazione delle informazioni possedute dall’intelligence rischierebbe di riportare alla luce il passato nazista che ancora oggi pesa sulla Germania.

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