Trump dichiara lo stato d’emergenza nazionale per costruire un muro al confine col Messico

Il presidente Usa utilizza una misura che si adotta solo in stato di crisi per costruire un muro da 23miliardi di dollari con soldi pubblici. Ma rischia di essere processato per “abuso di potere”.

Venerdì Donald Trump ha dichiarato lo stato d’emergenza al confine  tra Stati Uniti e Messico che, secondo il presidente americano, è attraversato quotidianamente da “gang criminali, spacciatori di droga e violentatori” provenienti dal Sud America.  «È un’invasione, una crisi della sicurezza nazionale»- ha affermato Trump- e la affronteremo costruendo un muro lungo la frontiera sud». In realtà, secondo stime realizzate dallo stesso governo americano, il flusso migratorio verso gli Stati Uniti si è ridotto drasticamente rispetto al passato. Inoltre, gli immigrati irregolari che attraversano illegalmente la frontiera,  sono molti di meno rispetto a quelli che, una volta entrati negli USA con un visto temporaneo, si stabiliscono nel Paese senza avere i requisiti legali. In America non è in corso alcuna emergenza nazionale ed è lo stesso Trump ad ammetterlo: «Non c’era bisogno di dichiarare lo stato d’emergenza»- ha detto il presidente USA- ma l’ho fatto per poter costruire velocemente il muro». Alcuni mesi fa, Trump ha inserito nella finanziaria i fondi da destinare alla costruzione dell’immensa opera, il cui costo è stato stimato 23 miliardi di dollari. Il Congresso, però, ha ridotto tale cifra a  un miliardo e 375milioni di dollari, un budget insufficiente per realizzare il muro alla frontiera col Messico, che è lunga 3.200 chilometri.

Dichiarare lo stato d’emergenza nazionale ha consentito a Trump di  aggirare il Congresso e di avere accesso a miliardi di fondi pubblici. Di questi ultimi, alcuni erano stati già destinati a progetti promossi dal Dipartimento della difesa: 2.5 miliardi di dollari per la lotta al narcotraffico e 3.6 miliardi per la realizzazione di edifici militari. Gli esperti della sicurezza della Casa Bianca hanno espresso seria preoccupazione per  il dirottamento di fondi annunciato da Trump, il quale è stato duramente attaccato non solo dall’opposizione, i democratici, ma anche dai membri del suo stesso partito. La portavoce della Camera dei Rappresentanti, Nacy  Pelosi ha definito la decisione del presidente americano “un abuso di potere”. «La decisione illegale di Trump di dichiarare una crisi che non esiste- ha detto Pelosi- rappresenta una grave violenza alla nostra Costituzione. Inoltre rende l’America meno sicura e ruba fondi per la sicurezza e la difesa di cui c’è urgente bisogno». Per sospendere lo Stato d’emergenza, è necessario che il Congresso esprima a larga maggioranza parere contrario al provvedimento. Il presidente, però, può invalidare la votazione esercitando il potere di veto.

Nel mar Tirreno vicino Salerno rinvenuta tartaruga morta per aver ingerito plastica

L’inquinamento è una piaga che sta minacciando l’esistenza della fauna marina.

“Cosa abbiamo fatto al mondo?”- domandava Michael Jackson nella sua canzone Earth Song, che parla di come l’uomo abbia deturpato la Terra “uccidendo campi e spiagge”. Sono infiniti gli esempi che si potrebbero fare per dare un’idea dello scempio della natura compiuto dall’uomo. Ma per rispondere alla domanda del cantante americano, basta fare riferimento alla storia dell’esemplare maschio di tartaruga caretta caretta, che è stato ritrovato senza vita su una spiaggia di Camerota, in provincia di Salerno. I ricercatori dell’istituto zooprofilattico meridionale e della stazione zoologica Anton Dohrn di Napoli, dopo aver analizzato il corpo dell’animale, hanno trovato nello stomaco diversi oggetti di plastica: buste, dischetti, filtri, un bicchierino da caffè un clistere e molto altro. Sono solo alcuni dei milioni di rifiuti plastici che inquinano il  Mar Mediterraneo e che vengono scambiati per cibo dagli animali.

Anche la tartaruga ritrovata nel salernitano è stata tratta in inganno ed è deceduta a causa della denutrizione. Le tartarughe, come ogni essere vivente, non riescono a digerire la plastica, che una volta ingerita dà  un senso di sazietà all’animale, il quale finisce per morire di fame senza accorgersene. Negli ultimi anni, sulle coste dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo,  sono state raccolte foto di carcasse di tartarughe, pesci e volatili in avanzato stato di decomposizione. Gradualmente i loro corpi scompaiono nella sabbia, lasciando piccoli mucchi di plastica, una serie di oggetti ingeriti erroneamente. «Gli animali ingoiano gli oggetti plastici  accidentalmente oppure perché li scambiano per meduse – ha spiegato Sandra Hochscheid, la biologa che coordina il centro ricerche sulla tartaruga marina  della stazione zoologica  Anton Dohrn.

Francia. Sindaco apre un centro d’accoglienza contro la volontà di Macron.

La città di Bayonne ha deciso di ospitare i migranti africani provenienti dalla Spagna nonostante il governo lo abbia accusato di “voler creare un campo profughi”.

L’anno scorso, l’ex sindaco del Comune calabrese di Riace, Mimmo Lucano, è  diventato noto per aver fatto della sua città un “modello d’accoglienza migranti”. Ora , il sindaco di Bayonne, Jean-René Etchegaray,  ha deciso di seguire l’esempio del collega italiano,  decidendo di ospitare centinaia di immigrati nel Comune transalpino.   Bayonne è in paese che si trova a pochi chilometri dal confine con la Spagna, dove nel 2018 sono sbarcati 57.000 richiedenti asilo.  Molti di loro, tentano quotidianamente di raggiungere la Francia, spesso senza successo. Il presidente francese Emmanuel Macron, pur avendo sempre elogiato “il primato d’accoglienza” del Paese transalpino, ha inasprito la politica migratoria e i respingimenti di richiedenti asilo ai confini sono aumentati notevolmente rispetto al passato. Per  Jean-René Etchegaray, la Francia sta affrontando il problema dell’immigrazione in maniera “ipocrita”. «Per questo- ha detto  il sindaco di Bayonne- ho deciso di dare dignità a questi ragazzi», i quali provengono tutti dagli Stati africani francofoni.  Etchegaray li ha fatti alloggiare nell’ex caserma militare di Bayonne, che è stata fornita di un efficiente sistema di riscaldamento, posti letto e una mensa.

La gente del posto riempie il cortile della struttura con pacchi di cibo e vestiti, i quali vengono poi distribuiti ai richiedenti asilo dai volontari che lavorano nel centro. «Questi ragazzi sono arrivati qui infreddoliti, ammalati ed esausti- ha affermato  Jean-René Etchegaray- i diritti umani non possono essere calpestati», sopratutto a   Bayonne che, come ha sottolineato il sindaco, ha una “lunga tradizione di  accoglienza”. Tra il 1.500 e il 1.600 d.C,  la città francese ha aperto le porte a decine di migliaia di ebrei spagnoli, che  fuggivano dal loro Paese a causa delle persecuzioni della Santa Inquisizione. Etchegaray ha inoltre ricordato che la sua città ha dato i natali a René Cassin, uno degli intellettuali che ha contribuito alla stesura della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo nel 1948. Le osservazioni del sindaco non sono state accolte positivamente dal governo di Macron che, finora, non ha inviato alcun aiuto ad Etchegaray. Sono le donazioni dei privati, il lavoro dei numerosi volontari e i fondi municipali a permettere al progetto di accoglienza di andare avanti. Ma le difficoltà non mancano.   Bayonne è diventata famosa e sempre più migranti tentano di raggiungerla. L’ex caserma non è più sufficiente ad ospitare i migranti, così  il sindaco ha  alloggiato alcuni di loro nei parcheggi della polizia municipale. «Si tratta di una misura provvisoria»- ha precisato  Etchegaray.

Papa Francesco scrive a Maduro: “Nessun gesto concreto per risolvere la crisi in Venezuela”

Il Santo Padre si è rivolto al dittatore chiamandolo “Eccellentissimo signore” e non “presidente”.

Il Corriere della Sera ha pubblicato la lettera che Papa Francesco ha inviato, il 7 febbraio scorso, al dittatore venezuelano Nicolás Maduro, che ha chiesto per iscritto al pontefice di offrirsi come mediatore tra il regime e il leader dell’opposizione Juan Guaidó. Il Santo Padre ha inviato la risposta all’“Eccellentissimo signor  Nicolás Maduro Moros”. Quest’ultimo continua a dichiararsi “presidente del Venezuela”, ma Papa Francesco, nella lettera, fa capire di non  riconoscere a Maduro l’incarico di Presidente. Il motivo, secondo alcuni osservatori, deriva dal fatto che  il dittatore non ha “compiuto gesti concreti” per tentare di “trovare un’uscita alla crisi Venezuelana”.

«Purtroppo- ha sottolineato il Pontefice nella lettera- tutti i tentativi di trovare un’uscita alla crisi venezuelana si sono interrotti perché quanto era stato concordato nelle riunioni non è stato seguito da gesti concreti per realizzare gli accordi che erano stati messi per iscritto». Accordi di cui non si conoscono i dettagli, ma potrebbero trasparire dall’appello che Papa Francesco  ha rivolto al regime e all’opposizione: «Evitare uno spargimento di sangue, perché non c’è soluzione al sangue». Finora Maduro è rimasto sordo all’appello del pontefice, perché, in meno di un mese, ha fatto uccidere e torturare centinaia di manifestati, per cercare di reprimere le proteste guidate da Guaidó. Inoltre, alcuni giorni fa, Papa Francesco ha offerto la sua disponibilità a mediare tra le due parti contrapposte, purché fossero queste ultime a “chiederlo di comune accordo”. Ma, finora, il leader dell’opposizione venezuelana Juan Guaidó ha dichiarato di non voler dialogare con l’ “usurpatore” Maduro.

Catalogna: inizia il processo contro i separatisti. Sale la tensione nel governo spagnolo che rischia di cadere.

La corte suprema spagnola ha svolto la prima udienza che vede accusati 12 indipendentisti catalani del reato di “ribellione”. L’evento ha diviso l’elettorato del premier iberico  Sánchez che potrebbe dimettersi.

Martedì, la Corte Suprema spagnola, ha svolto la prima udienza del processo che vede accusati 12 membri dell’ex governo separatista catalano, che, il 1 ottobre del 2017, aveva indetto un referendum per l’indipendenza della Catalogna dalla Spagna. Il governo iberico, considerando il referendum illegittimo ne ha impedito lo svolgimento  con un imponente dispiegamento di polizia, che ha rischiato di trascinare il Paese verso la guerra civile. Al termine dell’operazione, i 12 politici catalani, colpevoli dell’atto secessionista, sono stati arrestati con le accuse di ribellione, sedizione, disobbedienza e malversazione. Tra gli imputati a rischiare la pena più alta, 27 anni di reclusione, è il leader del   “Partito Repubblicano” separatista, il catalano Oriol Junqueras. Mentre sugli altri accusati pende una condanna che va dai 16 ai 17 anni di carcere. I 12, però, hanno sempre proclamato di essere “prigionieri politici” del governo spagnolo che, secondo i separatisti, “ha impedito ai catalani di esprimere democraticamente la loro volontà”. Il governo della Catalogna sostiene che, il 1 ottobre del 2017, la maggior parte dei votanti al referendum si sia espresso con il “si” all’indipendenza dalla Spagna, mentre il governo spagnolo dichiara l’esatto contrario.

A due anni di distanza dal “referendum illegale”, le relazioni tra il Paese iberico e la sua regione, la Catalogna, appaiono sempre più tese, anche a causa dell’incertezza politica dominante in Spagna. Alcuni giorni fa, il premier spagnolo  Pedro Sánchez ha espresso la possibilità di indire nuove elezioni anticipate ad aprile prossimo. Negli ultimi giorni  Sánchez è stato duramente criticato in patria per il suo atteggiamento “accondiscendente”  verso il governo separatista catalano, con cui il premier spagnolo ha cercato di trovare una soluzione diplomatica alla crisi, ma senza successo.  Sánchez, in qualità di primo ministro spagnolo, ha il potere di concedere l’amnistia e, per tale ragione, il governo catalano auspica che questo privilegio venga concesso ai 12 politici indipendentisti sotto processo. La richiesta ha messo Sánchez di fronte a un vicolo cieco.  Se il premier spagnolo concedesse l’amnistia, verrebbe tacciato di “debolezza” dal suo elettorato, mentre, se si rifiutasse di assecondare il governo catalano, quest’ultimo potrebbe negare il suo sostegno alla prossima riforma finanziaria, che la Spagna si prepara ad approvare. In tal caso, la manovra economica si ritroverebbe priva di coperture e   Sánchez sarebbe costretto a dimettersi. Di tutte le regioni iberiche, la Catalogna è la più ricca, in quanto produce il 19% del PIL e contribuisce per il 23% all’export nazionale. Inoltre, la Catalogna attira il 26% dei turisti che annualmente visitano la Spagna.

Venezuela: arrivano gli aiuti umanitari USA che Maduro aveva bloccato.

Il leader dell’opposizione Juan Guaidó sta facendo distribuire tonnellate di cibo e medicine tra la popolazione nonostante Maduro cerchi di impedirlo.

Oggi, il presidente ad interim del Venezuela Juan Guaidó ha distribuito aiuti umanitari tra la popolazione, nonostante il dittatore venezuelano Nicolás Maduro abbia cercato di impedirlo, facendo presidiare i confini nazionali dall’esercito. «Abbiamo consegnato i primi aiuti umanitari, sebbene a piccoli carichi- ha annunciato Guaidó- perché, come sapete, i militari comandati da Maduro bloccano la frontiera». L’opposizione venezuelana, guidata da  Guaidó, è riuscita a far recapitare ai più bisognosi  un milione e settecentomila pacchi di cibo e medicine, di cui 4.500 sono stati consegnati a donne in stato di gravidanza. Delle migliaia di persone che ogni anno muoiono per fame o a causa di malattie infettive in Venezuela, il 10% sono neonati. Nel suo discorso,  Guaidó ha omesso di specificare da dove provengono gli aiuti e chi li manda. Ma è noto che è stata l’America, la principale alleata dell’opposizione venezuelana, ad organizzare il progetto umanitario, reso possibile anche dalla collaborazione di Brasile e Colombia.

È  nei due Paesi latini, confinanti col Venezuela, che sono stati immagazzinate le derrate alimentari e i medicinali . Finora è stato il regime ad avere il controllo della distribuzione di cibo e medicine, che vengono consegnati, ogni 3 o 4 mesi, ai sostenitori di Maduro, la maggior parte dei quali appartengono alle classi sociali meno abbienti. L’aggravarsi della crisi economica ha reso sempre più difficile al dittatore Maduro garantire sussidi ai poveri, che ora attendono disperatamente gli aiuti umanitari provenienti dagli Stati Uniti. Intanto, Guaidó continua a rivolgere appelli alle forze armate venezuelane affinché si sollevino contro Maduro. «So che i soldati, insieme ai loro familiari, soffrono come il resto del popolo»- ha detto il leader dell’opposizione, che confida sempre in un’imminente insurrezione dell’esercito. Nel frattempo grazie ad un intervento del ministro Moavero Milanesi nelle due camere del Parlamento italiano, è stata votata una mozione che vede in accordo M5s e Lega che  impegnano il governo “a sostenere gli sforzi diplomatici anche attraverso la partecipazione a fori multilaterali, al fine di procedere, nei tempi più rapidi, alla convocazione di nuove elezioni presidenziali che siano libere credibili e in conformità con l’ordinamento costituzionale”.

Elezioni regionali in Abruzzo: vola il centrodestra, crolla 5Stelle, il PD resiste

Il candidato di Fratelli d’Italia Marco Marsillo surclassa la pentastellata Sara Marcozzi  con quasi trenta punti percentuali di differenza. Il Partito Democratico si attesta in seconda posizione.

Ieri il senatore di Fratelli d’Italia Marco Marsillo è stato eletto governatore dell’Abruzzo con il 48,21%. Tale successo è stato reso possibile grazie al centrodestra unificato (Forza Italia, Lega e FDI), che ha distanziato di diciassette punti percentuali il candidato del PD, Giovanni Legnini. Quest’ultimo, appoggiato dal centrosinistra unito, si è aggiudicato il 30,6% dei consensi arrivando secondo. La grande sconfitta di questa tornata elettorale è la candidata dei 5Stelle Sara Marcozzi che si è fermata al 19,86%, quasi 30 punti sotto il neo presidente del centrodestra. Molti osservatori ritengono, che la debacle dei 5Stelle sia la prova di un indebolimento del Movimento, i cui consensi sono calati di sette punti percentuali nell’arco di 11 mesi.

Nelle elezioni nazionali del 4 marzo, il Movimento 5Stelle era la  prima forza politica del Paese con il 33% dei voti, e il suo alleato di governo, la Lega, era al 17%. Ora, secondo gli ultimi sondaggi, il carroccio è il primo partito col 31%, mentre il partito di Di Maio e Di Battista registra un calo dei consensi, attualmente fermo al 24%. Forte di questo consenso popolare il leader della Lega Matteo Salvini, alcuni giorni fa, ha affermato: «I 5stelle non governano nulla». I due partiti  appaiono sempre più divisi e  il risultato dei grillini in Abruzzo rischia di far esplodere le tensioni nel governo. Tuttavia sia Di Maio che Salvini, all’unisono, continuano a sostenere che “la legislatura durerà 5 anni”.

Venezuela: ipotesi di un intervento militare USA. Maduro: «No a un altro Vietnam».

Guaidò ha promesso di distribuire tra la popolazione cibo e medicine inviate dagli USA ma il dittatore venezuelano ha militarizzato i confini per impedire l’arrivo degli aiuti umanitari. Aumenta il rischio di guerra civile.

Lunedì, il leader dell’opposizione venezuelana, Juan Guaidó, ha promesso di adottare “ogni misura necessaria” per far reperire al popolo venezuelano gli aiuti umanitari di cui hanno disperato bisogno. L’annuncio è giunto a pochi giorni di distanza dalla chiusura dei collegamenti stradali tra  Venezuela e Colombia, dove gli USA, i principali sostenitori di  Guaidó, hanno immagazzinato tonnellate di cibo e medicine, affinché l’opposizione li distribuisse tra la popolazione. Ma l’operazione è stata sabotata dal dittatore venezuelano Nicolás Maduro, che ha fatto blindare la frontiera con la Colombia, impedendo il passaggio degli aiuti umanitari. L’obiettivo di Maduro è evitare che  Guaidó aumenti il suo già elevato consenso. Ma, per il leader dell’opposizione, far entrare i beni di prima necessità in Venezuela è fondamentale per difendere la sua credibilità di fronte ai sostenitori. «Il 90% dell’esercito è scontento di Maduro»- ha detto recentemente  Guaidó, prospettando l’ipotesi di una rivolta militare, che sarebbe sostenuta dagli Stati Uniti. Tre settimane fa, il presidente americano Donald Trump ha ammesso di prendere in  considerazione “l’opzione militare” per risolvere la crisi venezuelana.

Ma l’arrivo di truppe nel Paese latino, secondo numerosi osservatori internazionali, rischierebbe di scatenare una guerra civile dagli esiti imprevedibili, “un altro Vietnam”, come ha detto Maduro. «Gli Stati Uniti hanno  organizzato una campagna mediatica per giustificare un colpo di Stato in Venezuela- ha affermato il dittatore venezuelano- non permettiamo un altro Vietnam in America latina, se gli Stati Uniti proveranno a invaderci avranno un Vietnam peggiore di quanto possano immaginare». Sebbene il regime venezuelano sia sempre più isolato internazionalmente, quest’ultimo può ancora  contare sul sostegno di Russia e Cina. Le due super potenze hanno tutto l’interesse a mantenere in piedi il decadente governo venezuelano, perché Nicolás Maduro ha concesso alle compagnie petrolifere russe e cinesi autorizzazioni per estrarre greggio dagli immensi giacimenti petroliferi del Venezuela, i più grandi del mondo. La Russia ha  diffidato gli USA dal compiere operazioni militari nel Paese sudamericano, dove sono presenti truppe dell’esercito russo dotate di armi di ultimissima generazione. Come i due cacciabombardieri Tu-160, in grado di raggiungere una velocità due volte superiore a quella del suono e di lanciare testate nucleari. Lo scontro tra Maduro e  Guaidó rischia di trasformarsi in un conflitto globale tra potenze militari. Intanto, i venezuelani attendono l’arrivo degli aiuti umanitari USA. Sono centinaia le persone che ogni giorno muoiono di fame in Venezuela.

Iran:Hamid Askari accusato di “sovversione” per aver fatto cantare una donna durante un concerto

Il governo ultraconservatore vieta alle donne di esibirsi come soliste in pubblico. Le autorità dell’Iran temono che la voce femminile possa “indurre gli uomini in tentazione”.

“La voce delle donne non deve essere sentita da uomini estranei”; è uno dei tanti dogma dettati dall’ayatlollah Khomeini al momento di divenire capo dell’Iran dopo la rivoluzione islamica del 1979. E in base a questo obbligo morale il cantante pop Hamid Askari, molto noto in Iran, è stato accusato di “sovversione” perché, in occasione di un concerto,  ha permesso alla sua chitarrista, Negin Parsa, di cantare davanti a una platea formata da un gran numero di uomini. Dinamiche del genere sono parte integrante delle performance musicali che si svolgono nei Paesi occidentali, ma, in Iran, il fatto che una donna canti in pubblico è considerato un attentato alla “moralità” di uomini “turbati” dalla voce femminile. Per tale ragione, il ministero della Cultura iraniano, per punizione, ha vietato ad Hamid Askari di tenere concerti per un periodo di tempo indeterminato, così come prescritto dalla legge iraniana che, dal 1990, permette alle donne di cantare soltanto in coro.

Prima di questa data in Iran, Paese islamico ultraconservatore, il canto e la musica erano proibiti, in quanto considerati “frivolezze” in grado di “instupidire gli uomini”, secondo l’ayatollah Ruhollah Khomeini, il quale ha governato l’Iran, dal 1979 al 1989. È stato Khomeini a fare approvare il divieto alle donne di cantare “in presenza di uomini”. Dopo la morte di Khomaini, i concerti sono stati legalizzati, ma solo quelli in cui il cantante è di sesso maschile. La restrizione però,viene costantemente aggirata durante le rappresentazioni teatrali. In queste manifestazione artistiche la presenza del coro è molto frequente, il che consente alle cantanti di esibirsi come soliste con maggiore sicurezza.

La Francia richiama l’ambasciatore Francese in Italia dopo l’incontro tra Di Maio e i gilet gialli

La relazione diplomatica tra i due Stati ha raggiunto i livelli peggiori dai tempi della seconda guerra mondiale. Allarme per i rapporti economici col Paese transalpino, che importa cinquantacinque miliardi di prodotti Made in Italy.

Due giorni fa la Francia ha richiamato l’ambasciatore francese a Roma, Christian Masset, nel mezzo della più grave crisi diplomatica tra il Paese transalpino e l’Italia dai tempi della seconda guerra mondiale.  A far precipitare le relazioni tra i due Paesi UE è stato il faccia a faccia, avvenuto nelle periferie di Parigi, tra il vicepremier Luigi Di Maio e uno dei leader dei gilet gialli, Christophe Chalençon, noto per aver chiesto all’esercito d’oltralpe di rovesciare il governo del presidente francese Emmanuel Macron. Quest’ultimo ha giudicato l’iniziativa del leader dei 5stelle “una provocazione inaccettabile” e lo ha accusato di “strumentalizzare” lo  stretto rapporto economico e politico, esistente tra i due Stati, “per fini elettorali”. Come ricordato pochi giorni fa dal presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, “la Francia è il secondo importatore al mondo in cui nostro Paese esporta il 10% del totale dell’export per un valore di 55 miliardi di euro”. Le relazioni commerciali tra l’Italia e il Paese d’oltralpe vanno a gonfie vele, ma non si può dire lo stesso degli accordi relativi all’accoglienza dei richiedenti asilo.  Tra il 2015 e il 2017, l’Italia ha visto sbarcare sulle sue coste decine di migliaia di migranti provenienti dall’Africa e ha chiesto all’Unione Europea maggiore cooperazione per risolvere l’emergenza. L’appello è stato accolto dal presidente francese Emmanuel Macron che, poco dopo essere salito al governo 2 anni fa, si era impegnato con l’allora premier italiano Paolo Gentiloni a collaborare sul tema dell’accoglienza dei migranti. Ma contrariamente a quanto annunciato da Macron,  il governo francese ha inasprito la sua politica migratoria aumentando il numero di respingimenti al confine con l’Italia.

Nel 2016 le autorità transalpine hanno rimandato indietro, sul territorio italiano, 37 mila migranti, un numero che è salito a 45 mila l’anno successivo. Si tratta di dati che stridono con la dichiarazione del presidente francese di trovare una “soluzione europea” alla crisi migratoria.  L’atteggiamento ambiguo della Francia rispetto a tale problema ha lentamente eroso i rapporti con l’Italia, al punto che,  lo scorso settembre, il rancore tra i due Paesi è emerso attraverso uno scambio di insulti tra il governo transalpino e quello Italiano. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la decisione del Ministro degli Interni, Matteo Salvini, di impedire ai 58 migranti a bordo della nave Aquarius nel giugno scorso di sbarcare in Italia, attirando su di sé  critiche da parte di diversi leader europei, tra cui Emmanuel Macron. Il presidente francese, oltre ad aver accusato l’Italia di aver violato le leggi del mare, ha etichettato il governo Lega-5stelle come “una lebbra populista”. La dura replica del premier Giuseppe Conte non si è fatta attendere e la Francia, dopo aver ritirato le sue dichiarazioni, ha rivolto all’Italia pubbliche scuse. Ma queste ultime non sono bastate a fermare l’escalation di tensione tra i due Paesi, i cui rapporti diplomatici sono precipitati negli ultimi giorni.

Da due settimane, il Movimento 5Stelle accusa la Francia di sfruttare gli ex Stati coloniali africani per mezzo di una valuta denominata CFA(franco coloniale francese), alimentando in questo modo il flusso migratorio verso l’Italia. Sebbene non esistano dati certi a sostegno di questa tesi, la questione ha provocato grande imbarazzo del governo transalpino. Durante l’epoca coloniale, la Francia aveva il dominio di 15 Stati africani, da cui estraeva ingenti quantità di materie prime e metalli preziosi. Ora quelle nazioni sono formalmente indipendenti, ma il Paese transalpino continua a stampare per loro la moneta nazionale, obbligandole a riconoscere il 50% dell’utile su ogni transazione al governo francese . Una situazione, secondo alcuni economisti, che  consente alla Francia di assoggettare economicamente le sue ex colonie, non permettendone la crescita con investimenti adeguati e relegandoli tra gli Stati più poveri del mondo.

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