Tecnologia
La sfida dell’IA tra storia, sovranità e normative globali – The AI challenge: history, sovereignty, and global standards
La sfida dell’IA tra storia, sovranità e normative globali
di Marco Andreozzi
La paura dell’automazione è una costante della storia umana, eppure la realtà empirica smentisce questo sentimento. Fin dall’avvento della prima rivoluzione industriale nel Settecento, ogni salto tecnologico ha seguito un percorso identico: distruzione temporanea di vecchie mansioni, nascita esponenziale di nuove professioni e netto aumento della produttività. Quest’ultima è la parola-chiave. Dal 1300, la società più evoluta (ad esempio, la repubblica fiorentina) poteva crescere a tassi che al massimo raggiungevano il 2,5% (The Economist), tipicamente durante riprese post pandemia, come la celebre ‘peste nera’ di metà del XIV secolo. Nella seconda metà del Settecento, il motore a vapore di James Watt raggiunse l’efficienza utile ad alimentare le fabbriche. I dati storici dimostrano che da questa rivoluzione industriale – e quelle che hanno seguito – il tasso di impiego globale si è progressivamente innalzato, trasformando contadini e artigiani in operai e tecnici. Generando un benessere di massa prima impensabile.
Laddove la prima rivoluzione prese piede, il numero di britannici al lavoro passò da 4 milioni e mezzo a 12 milioni nel 1860 (The Economist), pur con una certa stagnazione degli emolumenti. Nella penisola italiana della metà del XIX secolo, si stima invece che la partecipazione formale e informale al lavoro rurale sfiorasse l’intera popolazione abile, a fronte di una produttività estremamente bassa. Il vero dramma storico non è mai stato il progresso, bensì la sua assenza. Le aree geografiche in cui l’industrializzazione non ha attecchito, o è arrivata in ritardo, hanno pagato il prezzo più alto. In Italia, al fermento scientifico del Settecento – con gli sviluppi inventivi della pila elettrica di Alessandro Volta e la scoperta dell’elettricità biologica di Luigi Galvani – non segue una diffusa messa a terra tecnologico-produttiva. Il declino delle manifatture cittadine rispetto ai concorrenti inglesi aprì le porte a una profonda crisi economica che alimentò drammatici scenari di povertà diffusa (pur restando tra le nazioni più ricche del pianeta, mai dimenticare i dati comparati), innescando le prime grandi ondate di migrazioni: verso la confinante e pur ‘miserabile’ (Victor Hugo) Francia, e anche la stessa metropoli di Parigi; a Londra e, per l’emigrazione garfagnina, in Scozia (richiamo di radici antiche dei pellegrini e crociati che si stabilirono in queste valli di Lucchesia intorno alla Via Francigena?) Quindi transoceanica verso le Americhe.
Oggi ci troviamo alle soglie di una nuova transizione epocale, guidata dall’intelligenza artificiale, cui seguirà senza dubbio la medesima traiettoria. Gli USA impiegano attualmente più persone che mai in settori correlati all’IA come quello legale, e nel lungo periodo l’IA aumenterà occupazione ed efficienza economica. Certo, vi saranno fasi intermedie che richiederanno un profondo riallineamento di competenze, e in questo preciso snodo cruciale si trova oggi il ruolo del buon governo. Un esecutivo adeguato deve saper gestire il presente tutelando i lavoratori più esposti attraverso ammortizzatori sociali dinamici, agendo nel contempo con una lucida prospettiva futura. Questo significa investire massicciamente e subito nella formazione continua, riformare i percorsi scolastici (che le case editrici devono seguire), creare un ecosistema normativo capace di attrarre investimenti in alta tecnologia. Soprattutto, l’Italia non può limitarsi a subire l’innovazione: bisogna comprendere che devono sorgere iniziative endogene di ‘robotica chiacchierona’ (chiamiamola così, da “chat-robot/chatbot”), anche attraverso imprenditoria pubblico-privata che sia di pubblica utilità per gli utenti-cittadini, più affidabile rispetto ad imprese private USA che perseguono gli obiettivi del profitto.
In Italia è in atto una sperimentazione, in effetti: un’indagine dell’Agenzia per l’Italia Digitale ha censito oltre 120 progetti attivi o pilota basati sull’IA all’interno delle amministrazioni centrali e locali, finanziati in gran parte da fondi del PNRR. Il salto successivo dovrà essere proprio la nascita di un assistente IA targato-Italia, o (sarebbe meglio) Europa, anche perché è poco opportuno lasciare lo sviluppo delle normalizzazioni internazionali ad americani e cinesi. Per quest’ultimo regime, il presidente in persona ha aperto di recente a Shanghai una conferenza internazionale sull’IA, lanciando un modello di sviluppo alternativo agli USA, basato su codici sorgente accessibili, modificabili e ridistribuibili liberamente da chiunque. Tuttavia, i modelli linguistici in Cina non sono affatto liberi e l’Amministrazione Cibernetica nazionale impone per legge che ogni algoritmo rispetti i “valori socialisti fondamentali”. Quindi, oltre al cercare di avvantaggiarsi gratis di esperti esteri, questo si traduce in rigidi filtri preventivi su temi sensibili e nell’addestramento obbligatorio tramite banche dati statali pre-approvate, rendendo le normative cinesi intrinsecamente strutturate per il controllo ideologico e la tracciabilità dei contenuti. Insomma, è in gioco lavoro, economia, politica industriale, e molto di più.
The AI challenge: history, sovereignty, and global standards
by Marco Andreozzi
The fear of automation is a constant in human history, yet empirical reality refutes this sentiment. Since the advent of the First Industrial Revolution in the eighteenth century, every technological leap has followed an identical path: the temporary destruction of old tasks, the exponential birth of new professions, and a net increase in productivity. The latter is the key word. Since 1300, the most advanced society (such as the Florentine Republic) could grow at rates that peaked at 2.5% (The Economist), typically during post-pandemic recoveries, such as the celebre ‘Black Death’ of the mid-14th century. In the second half of the eighteenth century, James Watt’s steam engine reached the efficiency required to power factories. Historical data shows that from this industrial revolution—and those that followed—the global employment rate has progressively risen, transforming peasants and artisans into factory workers and technicians, and generating a mass well-being previously unthinkable.
Where the first revolution took root, the number of British people at work grew from 4.5 million to 12 million by 1860 (The Economist), despite a certain stagnation in wages. Conversely, in the Italian peninsula during the mid-nineteenth century, it is estimated that formal and informal participation in rural work neared the entire able-bodied population, against extremely low productivity. The real historical tragedy has never been progress, but rather its absence. The geographical areas where industrialization did not take hold, or arrived late, paid the highest price. In Italy, the scientific fervor of the eighteenth century—with the inventive developments of Alessandro Volta’s electric battery and Luigi Galvani’s discovery of bioelectricity—was not followed by widespread technological and productive implementation. The decline of urban manufacturing compared to British competitors opened the doors to a deep economic crisis that fueled dramatic scenarios of poverty (while remaining among the richest nations on the planet, never forget the comparative data), triggering the first great waves of migration: first toward neighboring and yet “miserable” (Victor Hugo) France, and even the metropolis of Paris itself; to London and, for the northern Tuscany Garfagnana emigration, to Scotland (a call of ancient roots of the pilgrims and crusaders who settled along these Lucchese valleys around the Via Francigena?) Then transoceanic toward the Americas.
Today we find ourselves on the threshold of a new epochal transition, driven by artificial intelligence, which will undoubtedly follow the exact same trajectory. The US currently employs more people than ever in AI-related fields such as the legal sector, and in the long run, AI will increase employment and economic efficiency. To be sure, there will be intermediate phases requiring a profound realignment of skills, and it is precisely at this crucial juncture where the role of good governance lies. An adequate government must know how to manage the present by protecting the most exposed workers through dynamic social safety nets, while simultaneously acting with a clear perspective on the future. This means investing massively and immediately in continuous learning, reforming school curricula (which publishing houses must follow), and creating a regulatory ecosystem capable of attracting high-tech investments. Above all, Italy cannot merely suffer innovation: we must understand that endogenous initiatives of chatbot platforms must arise, including through public-private entrepreneurship providing true public utility for citizen-users, which is more reliable than private US companies pursuing profit goals.
An experiment is underway in Italy, actually: a survey by the Agency for Digital Italy (AgID) has mapped over 120 active or pilot projects based on AI within central and local administrations, largely financed by Europe’s NRRP funds. The next leap forward must be the birth of an Italian-branded, or (even better) European-branded AI assistant, also because it is highly inappropriate to leave the development of international standards to Americans and Chinese. For this latter regime, the president himself recently opened an international conference on AI in Shanghai, launching an alternative development model to the US, based on open source. However, language models in China are not free at all, and the national Cyberspace Administration imposes by law that every algorithm must respect “core socialist values.” This translates into rigid preemptive filters on sensitive topics and mandatory training through pre-approved state datasets, making Chinese standards inherently structured for ideological control and content traceability. In short, jobs, the economy, industrial policy, and much more are at stake.

Marco Andreozzi, è Dottore in Ingegneria Meccanica, Economia/Amministrazione (Politecnico di Torino). Tecnologo industriale e specialista del settore energetico, proviene da esperienze professionali in cinque multinazionali in Italia e paesi extra-europei, e come direttore generale da un quarto di secolo; nomade digitale dal 2004 al 2019, e’ sinologo, parla correntemente il mandarino e in Cina e’ stato docente a contratto.
Marco Andreozzi, is a Doctor in Mechanical Engineering, Economics/Administration (Polytechnic of Turin). Industrial technologist and specialist in the energy sector, he comes from professional practices in five corporates in Italy and non-European countries, and as managing director for a quarter of a century; digital nomad from 2004 to 2019, he is a sinologist, speaks fluent Mandarin and was a visiting professor in China.
