Il 2019 è l’anno della riscossa dei sovranismi. Si rischia il “tutti contro tutti” tra i Paesi

Mentre le tensioni tra USA, Russia e Cina raggiungono i livelli più alti dai tempi della guerra fredda, i partiti nazionalisti guadagnano terreno in Europa. È il surriscaldamento del clima politico internazionale.

«Se vincono i sovranisti sarà la terza guerra mondiale», ha affermato l’ex premier Mario Monti pochi giorni prima delle elezioni europee del 26 maggio. Come previsto dai sondaggi, i partiti nazionalisti del vecchio continente non hanno ottenuto  la maggioranza nel Parlamento UE. Eppure il sovranismo non ha smesso di far paura. A migliaia di chilometri da Bruxelles, il nazionalismo si è già da tempo affermato nelle tre superpotenze del pianeta: USA, Cina e Russia. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, l’America è stata la principale protagonista della politica internazionale. Ma oggi, il vertiginoso sviluppo dell’economia cinese e l’ambizione di Putin di aumentare l’influenza russa in altri Paesi hanno tolto agli Stati Uniti la leadership che avevano a livello mondiale. Che il predominio americano sul  mondo fosse ormai giunto alla fine, era apparso chiaramente nel 2013 quando il  presidente cinese Xi Jinping ha annunciato di voler realizzare la “nuova via della seta”. Un programma che prevede la costruzione di infrastrutture strategiche: autostrade, aeroporti, ferrovie, porti, ospedali, scuole, dighe e centrali elettriche nei Paesi del terzo mondo ed in via di sviluppo. Il progetto è rivolto alle nazioni africane, mediorientali, sudamericane e del sudest asiatico.  Xi Jinping ha dichiarato di voler fare della Cina il cuore pulsante di un nuovo mercato internazionale, alternativo a quello rappresentato dalle potenze occidentali. Che, in alcuni settori, sono già state superate dal gigante asiatico. Il caso più eclatante è rappresentato dal campo dell’high tech.

L’anno scorso, il colosso delle telecomunicazioni cinese, Huawei, ha conquistato il mercato degli smartphone, battendo l’americana Apple. Un duro colpo per la supremazia tecnologica statunitense, a cui è seguito un altro ancor più doloroso. Huawei ha sviluppato le tecnologie di 5a generazione, meglio note come 5G,  prima delle  concorrenti USA e si stava preparando ad esportarle in alti Paesi, tra cui gli Stati Uniti ed alcune nazioni europee.  A quel punto le tensioni tra l’America e la Cina hanno raggiunto la punta massima. Donald Trump proibisce a Google, Intel, Qualcomm e a tutti i colossi high tech a stelle e strisce  di fornire componenti e supporto a  Huawei, i cui dispositivi sono stati realizzati soprattutto grazie alla tecnologia americana. Gli USA sono convinti che dietro il colosso cinese ci siano i sevizi segreti  di Pechino, i quali potrebbero utilizzare la diffusione del 5G per accedere ad informazioni riservate e condurre cyber attacchi devastanti. Ecco perché Trump ha detto “no” alla tecnologia di Huawei ed ha chiesto ai Paesi alleati di fare lo stesso. L’estromissione dell’azienda dal mercato occidentale ha generato nel gigante asiatico un sentimento anti-americano.  Di tutte le aziende della Cina, Huawei è quella che è riuscita ad imporsi sul mercato internazionale e tale risultato è motivo d’orgoglio per il popolo cinese, che vede la decisione di Trump come un tentativo di impedire l’affermazione del Paese come superpotenza. Numerosi esperti pensano che, nel giro di pochi anni, Huawei sarà in grado di produrre autonomamente le componenti ed i sistemi operativi necessari, dando origine ad una “nuova cortina  di ferro” tecnologica. Da un lato gli USA e i Paesi occidentali, dall’altro la Cina. L’unica potenza in grado di competere con l’America in ogni campo. Almeno per il momento. Ma anche nazioni con un’economia molto più modesta di quella del gigante asiatico possono ambire ad un ruolo di primo piano sulla scena politica internazionale. È il caso della Russia, il Paese più esteso del mondo con un PIL inferiore   rispetto all’Italia. 

Lo Stato ex sovietico non ha più la stessa potenza di cui godeva ai tempi dell’URSS. Eppure, negli ultimi anni, ha ampliato in modo considerevole la sua influenza al di fuori dei confini nazionali. Basta pensare al 2014, anno in cui la Russia ha invaso la Crimea, regione dell’Ucraina, annettendola al suo territorio. Ma per una politica estera di successo, i soli muscoli non bastano. E Putin lo sa bene. Ecco perché il leader russo ha ideato un tipo di guerra “a basso profilo”. Le Russia, rispetto al passato,  non partecipa più ai conflitti in maniera ufficiale, utilizzando l’esercito regolare. Ma lo fa avvalendosi di truppe mercenarie, una delle quali è nota come “Wagner Group”. Questi soldati di ventura sono reclutati nelle zone più povere della Russia e il loro addestramento si svolge a stretto contatto con i militari regolari. Ben addestrati ed armati, i mercenari offrono un vantaggio che i soldati veri e propri non hanno: possono condurre operazioni vietate dagli accordi internazionali, senza che questo comporti un incidente diplomatico. Perché così, trattandosi di truppe irregolari, la Russia può negare il suo coinvolgimento nelle azioni militari. I soldati di ventura sono uno degli strumenti con cui Putin garantisce la sopravvivenza a “regimi amici”, come quello di Bashar al-Assad, in Siria. A godere del sostegno russo è anche il dittatore venezuelano Nicolás Maduro che, senza la copertura politica e gli ingenti prestiti del Cremlino, avrebbe visto crollare il suo governo. “Puntellando” regimi falliti, la Russia è riuscita a crearsi “testa du ponte”di influenza. Prima dell’avvento di Chavez, il Venezuela era una colonia economica degli Stati Uniti.

Hong Kong. Un milione di persone in piazza contro le pressioni della Cina

Nella città semi-indipendente cinese sta per essere approvata una legge sull’estradizione che rischia di annullare l’autonomia dell’autorità locale.

Domenica scorsa un fiume di gente si è riversato nelle strade di Hong Kong. Non è ancora chiaro quale fosse il numero dei manifestanti. Le autorità affermano 240mila mentre fonti non governative riportano stime molto più alte, oltre un milione di persone. Per i dati esatti bisognerà attendere. Quel che al momento appare certo, è che gran parte della cittadinanza di Hong Kong è scesa in piazza per impedire l’approvazione della “legge sull’estradizione”, voluta dalla governatrice della metropoli cinese, Carrie Lam. Il provvedimento è molto controverso, perché prevede l’estradizione dei sospettati di  omicidio e stupro in Cina, Macao e Taiwan. Si tratta di un cambio significativo per Hong Kong che, da quando ha ottenuto l’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1997, non ha mai firmato alcun trattato di estradizione con le tre entità territoriali.

Questa situazione consente alle autorità locali di decidere caso per caso se concedere l’estradizione oppure negarla. Si tratta di un modo per difendere le libertà civili ereditate dal Commonwelth britannico. I cittadini di Hong Kong godono di libertà individuali proprie dei Paesi democratici  che in Cina, dominata da una dittatura, non sono permesse. Moltissimi abitanti della metropoli cinese temono che, una volta approvata la legge sull’estradizione, la Cina possa smantellare il sistema giudiziario e la legislazione di Hong Kong, finora rimaste autonome dallo Stato centrale. La Cina, dal canto suo, ha condannato le proteste giudicandole frutto dell’ “interferenza di potenze straniere”. Inoltre il presidente cinese Xi Jinping ha cercato  di rassicurare i critici, dicendo che saranno estradati solo i ricercati condannati ad una pena superiore a 7 anni di carcere. Ma la Corte cinese contempla anche i “crimini politici e religiosi” ed i cittadini di Hong Kong hanno paura.

Conte fa il bilancio del primo anno di governo. Ma non convince i critici

Il premier rivendica il suo ruolo di “mediatore” e sottolinea la bontà del contratto di governo. Ma le fratture nella maggioranza sembrano insanabili.

Un “mediatore”, una “terza figura apolitica” a cui spetta “fare la sintesi” di due agende elettorali diverse tra loro, quelle di Lega e 5Stelle. È così che si è descritto il premier Giuseppe Conte nel suo discorso tenuto a Palazzo Chigi due giorni fa. Di fronte ai giornalisti, il primo ministro ha difeso la bontà del contratto di governo, rivendicando l’utilità delle riforme approvate: reddito di cittadinanza, quota cento, decreto sicurezza e spazza corrotti. Per Conte, si tratta di successi frutto del clima di cooperazione che ha regnato nella maggioranza fino all’inizio di “un ciclo serrato di tornate elettorali”. Prima le elezioni regionali, poi le comunali e infine le europee. Tre appuntamenti che hanno aumentato la competizione tra i due partiti di governo ed hanno visto Salvini e Di Maio impegnati in un interminabile testa a testa. Inutili i tentativi di mediazione fatti da Conte per ristabilire la pace nella maggioranza e, dai toni utilizzati dal premier nel  suo ultimo discorso, sembra emergere un po’ di frustrazione.

«Mi sono determinato ad accettare l’incarico- ha detto il premier- perché, pur consapevole di essere privo di una mia propria forza politica, ho ritenuto di poter attingere la mia forza politica, la mia legittimazione giuridica e istituzionale direttamente dall’articolo 95 della Costituzione». Ma gli aut aut imposti da Salvini ai 5stelle, dopo il 35% ottenuto alle ultime europee, pare abbiano minato la “determinazione” di Conte che, già dall’inizio di questa legislatura, era apparsa infondata agli occhi di molti analisti. Fra loro c’è l’ex premier Mario Monti. «Di solito è il presidente del consiglio che sceglie i ministri- ha detto Monti in un’intervista rilasciata nel novembre del 2018- Qui sono stati due ministri a scegliere il presidente del consiglio», a cui, secondo Monti, spetta la stesura del programma di governo. Ma non è il caso di Conte che, prima di diventare premier, ha svolto per anni il mestiere di avvocato. «Questo spiega- ha continuato l’ex premier- perché i due vicepremier hanno scelto quel presidente del Consiglio. Perché ha, in ragione della sua professione, le caratteristiche di un equilibrato gestore di un patto di sindacato tra i due partiti», Lega e 5Stelle. Ma durante il primo anno di governo, l’ “equilibrio” all’interno della maggioranza si è rotto ed i toni accesi delle ultime campagne elettorali hanno aumentato l’incertezza dei mercati che, ogni anno, finanziano l’immenso debito pubblico italiano. È dalla loro fiducia che dipende la stabilità economica del Paese. Lo sa anche Conte il quale, durante il suo discorso del 3 giugno scorso, ha invitato i suoi vice ad usare “parole univoche e chiare”.

Austria. Governo di estrema destra sfiduciato dopo uno scandalo di corruzione

Il vice-cancelliere Heinz-Christian Stranche è stato ripreso mentre prometteva favori e denaro ad un’ “attraente” donna russa. Elezioni previste per settembre. I nazionalisti favoriti nei sondaggi.

Due giorni fa il Parlamento austriaco ha sfiduciato il governo di estrema destra presieduto da Sebastian Kurz, il capo del “Partito della Libertà” (FPO) che, 18 mesi fa, ha stravinto le ultime elezioni nazionali, diventando cancelliere a 32 anni ed il leader più giovane d’Europa. Ma a 525 giorni dal trionfo,  Kurz ha dovuto fare i conti con un  recente scandalo che ha mandato in frantumi la sua maggioranza. Il vice-cancelliere Heinz-Christian Strache è stato ripreso mentre prometteva appalti pubblici e favori ad una presunta imprenditrice russa che, in cambio della “benevolenza” del politico, avrebbe dovuto versare ingenti somme di denaro a FPO per la campagna elettorale. Il video, pubblicato dal giornale tedesco Der Spiegel, ha portato alle dimissioni di  Strache, tradito dall’aspetto della russa, “donna attraente”.

«Si è trattato di un comportamento da macho, derivato dall’ubriachezza- si è giustificato  Strache durante il suo ultimo discorso da vice-cancelliere- volevo anche impressionare la donna attraente, mia ospite. Mi sono comportato come un ragazzino spaccone ed ho agito con troppa enfasi ed in maniera vergognosa». Con le dimissioni del numero due del governo, il premier Kurz sperava di arginare le critiche rivolte contro di lui. Ma invano. Lo scandalo era esploso e il terremoto generato nell’opinione pubblica ha fatto tremare anche il Parlamento e distrutto la maggioranza di Kurz. I socialdemocratici dell’SPO, gli alleati di governo dell’FPO,  hanno appoggiato la mozione di sfiducia presentata dall’opposizione, segnando la fine della leadership sovranista. Ora un governo tecnico traghetterà l’Austria fino alle prossime elezioni nazionali, previste per settembre prossimo. Sebbene in crisi, il Partito della Libertà è il favorito nei sondaggi. Alle ultime europee ha raggiunto il 35%.

Il neopresidente ucraino Volodymyr Zelensky giura in Parlamento e poi lo scioglie

Il nuovo leader ucraino vuole ottenere una larga maggioranza alla Camera per portare avanti la sua agenda. Il suo “primo obiettivo” è ristabilire la pace in Ucraina.

Lunedì scorso il neoeletto presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky ha prestato giuramento in Parlamento, dove è arrivato a piedi, accompagnato da 5 guardie del corpo e una folla di sostenitori. Un debutto sui generis, così come la sua discesa in campo.  Zelensky è un ex attore comico che, recentemente, ha svolto il ruolo di protagonista in una serie TV intitolata “Servo del Popolo”. Sul set recitava la parte di un maestro che, dopo essere diventato presidente per caso, si batte contro la corruzione. Nella realtà Zelenskiy è un uomo che, senza aver alcuna esperienza politica, si è candidato lo scorso aprile alle presidenziali, ottenendo il 73% dei consensi e surclassando l’ex presidente Petro Poroshenco.

Ora il nuovo leader dell’Ucraina dovrà davvero combattere la corruzione, che nel Paese rappresenta una piaga per la popolazione, insieme alla povertà. Ma il “primo obiettivo” di Zelenskiy è un altro: porre fine alla guerra in Crimea, la regione ucraina che la Russia ha invaso nel 2014 annettendola al suo territorio. «Non abbiamo iniziato noi questa guerra- ha detto il presidente ucraino- ma sta a noi finirla», pacificamente.  Zelenskiy si è detto disposto a dialogare con Putin, purché l’esercito russo abbandoni la Crimea e liberi i prigionieri di guerra. Due richieste che il Cremlino non sembra intenzionato a soddisfare.  Ma il nuovo leader ucraino non si scoraggia e tira dritto per la sua strada. «Durante la mia vita ho fatto di tutto per far ridere gli ucraini- ha detto Zelenskiy- Nei prossimi cinque anni farò di tutto per non farli piangere». Il presidente  vuole portare avanti il suo programma indisturbato e per questo ha sciolto la Camera ed indetto nuove elezioni parlamentari, che si terranno tra due mesi. Al momento in Parlamento siedono numerosi sostenitori dell’ex leader Poroshenco, che l’ex attore considera corrotti.

Google ed i colossi high-tech USA non faranno più affari con Huawey. Ordini di Trump

Il fronte della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina si allarga e raggiunge anche il settore della telefonia. A breve gli smartphone cinesi non potranno più acquistare tecnologia americana. È la   “nuova cortina di ferro”.

Nei mesi scorsi il colosso tecnologico cinese Huawei ha lanciato i prodotti high tech di quinta generazione, meglio noti come “5G”, suscitando preoccupazione nel governo americano. Il Dipartimento di Sicurezza degli Stati Uniti ritiene che dietro Huawey ci siano i servizi segreti cinesi,   i quali, secondo le autorità USA, potrebbero utilizzare gli apparecchi esportati in occidente per rubare informazioni sensibili, mettendo a rischio la sicurezza nazionale. Huawey ha sempre negato le accuse, ma questo non è bastato a rassicurare Donald Trump. Alcuni giorni fa, il presidente americano ha firmato un ordine esecutivo che riduce l’accesso ai prodotti USA da parte degli “avversari stranieri”, i quali potranno acquistarli solo se autorizzati dal governo. La reazione dei giganti high tech USA è stata immediata. Lunedì scorso Google la sospensione dei servizi a Huawey, i cui smartphone adoperano il sistema operativo Android, creato da Google. In pratica significa che, dopo il prossimo 22 agosto, non saranno più disponibili gli aggiornamenti per Android e le principali app come Goole map, Goole Play, Gmail e YouTube. Il supporto tecnologico offerto dal colosso americano aumenta in maniera considerevole le prestazioni degli smartphone Huawey e li mette al sicuro da attacchi informatici.

Ma, senza adeguati aggiornamenti, questi pregi verranno meno.  Specie se si considera che Google non è l’unica compagnia USA ad aver aderito alle restrizioni di Trump.  Altre aziende leader nel settore high tech, come Micro Technologies, Qualcomm, Broadcom, Intel e NeoPhotonics non faranno più affari con il colosso cinese. Ma se Pechino piange, Washington non ride. Le restrizioni imposte a Huawey non sono indolore per Google e gli altri giganti USA, che dovevano gran parte del loro fatturato ai contratti con Huawey.  Eppure le relazioni commerciali tra l’America e il gigante Asiatico, sebbene fossero vantaggiose per tutti e due i Paesi, non erano basate sulla reciprocità. Per anni, le aziende cinesi hanno operato nei mercati occidentali in una situazione di parità rispetto ai competitor. Ma in Cina, il mercato interno è sempre stato chiuso ai colossi americani, come Facebook e Amazon, e tuttora le compagnie straniere che investono nel  gigante asiatico soffrono la concorrenza sleale delle imprese locali, che ricevono sussidi dallo Stato. È questa la ragione principale che ha spinto Trump ad avviare una guerra commerciale con la Cina. Dopo l’addio di Google, Huawey potrebbe iniziare a sviluppare un proprio sistema operativo, un “Adroid cinese”, e dar vita ad un universo high tech parallelo a quello USA. Uno scenario che alcuni analisti hanno definito “la nuova cortina di ferro”.

Venezuela. Generale dell’esercito di Maduro invita i soldati ad insorgere contro il dittatore

Si chiama Ramon Rangel e in un messaggio attacca la dittatura venezuelana ed il regime cubano, ricordando la miseria che tormenta l’isola caraibica.

«Non più comunismo per il Venezuela, dobbiamo essere liberi, riconquistare la nostra sovranità. E ora di alzarci e combattere contro il comunismo». Così il generale dell’aeronautica militare venezuelana, Ramon Rangel, attraverso un video messaggio, si è rivolto ai soldati del suo Paese. Per il generale, “ritrovare l’unione militare” è l’unico modo per porre fine al regime di Nicolás Maduro e restaurare la democrazia. Le dichiarazioni di  Ramon Rangel arrivano dopo una  carriera militare decennale, svolta al servizio dello chavismo e del regime comunista, non solo venezuelano ma anche cubano. È stato lo stesso generale a ricordare come nel giugno del 2012, “il comandante Chavez” lo abbia messo al comando di un progetto  militare che si stava svolgendo a Cuba, fedele alleata del regime venezuelano.

«Per sei anni sono stato nella Repubblica Cubana- ha detto  Ramon Rangel- e ho potuto toccare con mano la condizione in cui vive il popolo cubano che è finito nel giogo di una dittatura comunista, dove una cupola di gerarchi impedisce che le risorse arrivino nelle casse dello Stato». Secondo il generale “i cubani lo sanno”, sono consapevoli di tale situazione, ma “il terrore psicologico” seminato dalla dittatura impedisce loro di ribellarsi. «Si tratta dello stesso terrore che Maduro sta seminando in Venezuela»- ha affermato Rangel, che attualmente si trova in esilio in Colombia. Al momento non è possibile sapere se l’appello rivolto dal generale all’esercito venezuelano porterà ad una mobilizzazione  delle forze armate, così come auspicato dal leader dell’opposizione Juan Guaidó che, lo scorso febbraio, si è autoproclamato presidente ad interim del Venezuela.  Guaidó è riconosciuto leader legittimo del Venezuela da oltre 50 nazioni, ora attende di essere sostenuto anche dai vertici dell’esercito.

La Cina aumenta di 60miliardi di dollari i dazi sulle importazioni USA

È la reazione del gigante asiatico alla minaccia di Trump di tassare ulteriormente  i prodotti cinesi. La guerra commerciale continua

Nelle scorse settimane sembrava che un accordo tra USA e Cina stesse per essere raggiunto e che la guerra commerciale tra le due superpotenze fosse sul punto di terminare. Ma le apparenze si sono infrante quando  Donald Trump, alcuni giorni fa, ha annunciato l’aumento dei dazi sulle importazioni cinesi del 25%, l’equivalente di 200 miliardi di dollari, che si sommano agli altri 250 miliardi di tasse imposte l’anno scorso. La colpa della Cina, secondo il presidente americano, è quella di aver “rifiutato un buon accordo”. «Dico apertamente al presidente cinese Xi ed a tutti i miei amici in Cina- ha tweettato recentemente Donald Trump- che la Cina sarà colpita duramente se non siglerete un accordo, perché le imprese saranno costrette a lasciare la Cina per altri Paesi. Troppo costoso comprare in Cina. Avevate un buon accordo e l’avete rifiutato!». Ma non solo. Il gigante asiatico ha reagito alle minacce di Trump portando i dazi sulle importazioni USA da 110 miliardi di dollari a 170. Un aumento di 60 miliardi di dollari che prevede aumenti fino al 25% dei prezzi dei prodotti americani presenti nel mercato cinese.  Tra i beni presi di mira ci sono: caffè, liquori,batterie, motori e gas liquidi. I nuovi dazi entreranno in vigore dal primo giugno e penalizzeranno le aziende americane presenti in Texas, Oklahoma  e Louisiana, gli Stati federali USA dove sono concentrati gli elettori di Trump.  Le due superpotenze hanno tempo fino al mese prossimo per raggiungere un accordo, prima che la guerra commerciale in atto, che gli economisti hanno definito “la più grande della storia”, rischi di avere gravi conseguenze sui portafogli di imprenditori e consumatori.

Uno scenario che, in parte, si è già realizzato. Lo ha detto, domenica scorsa, Larry Kudlok,  il consigliere economico di Donald Trump. Kudlok ha spiegato che non è il gigante asiatico a pagare il prezzo dei dazi USA sulle importazioni cinesi, come sostenuto da Trump, ma le aziende americane che, a loro volta, scaricano il costo delle tasse sui consumatori, aumentando il prezzo del prodotto finale. La Federal Reserve  ha calcolato che i dazi introdotti da Trump, nel 2018, sulle lavatrici e l’acciaio provenienti dalla Cina sono costati agli americani 3 miliardi di dollari. Un segnale che mostra come le tensioni tra i due Paesi stiano iniziando a logorare le loro economie. Per uscire da questa situazione, il presidente americano ha suggerito alle imprese USA di “guardarsi intorno” e di investire in altri Paesi, come il Vietnam. Ma, secondo gli economisti, costruire una nuova catena di distribuzione con un’altra nazione è un processo complesso e costoso. In questa guerra commerciale è difficile individuare vincitori e vinti.

I tweet di Trump fanno esplodere la guerra commerciale USA-Cina

Il presidente americano annuncia l’aumento dei dazi sulle importazioni cinesi. Il gigante asiatico promette di reagire. FMI teme danni per l’economia globale.

L’anno scorso gli USA hanno imposto dazi sulle importazioni cinesi per un valore di 250 miliardi di dollari che, secondo Donald Trump, “sono in parte responsabili dei grandi risultati economici” ottenuti dal Paese. Ora il presidente americano ha intenzione di aumentare di altri 200 miliardi di dollari i dazi. Lo ha annunciato domenica scorsa con un paio di tweet, che hanno fatto tremare il mercato finanziario. La guerra commerciale tra l’America e la Cina è, secondo gli economisti, “la più grande della storia”. Ma allora perché fomentarla con minacce via twitter? La risposta Trump l’ha data già nel 2016, anno in cui correva per la Casa Bianca. Per il presidente USA, il gigante asiatico è colpevole di agevolare le industrie nazionali con sussidi statali a scapito delle aziende americane che investono in Cina.

Ma ad irritare ancora di più Trump è il fatto che gli Stati Uniti abbiano col gigante asiatico un deficit commerciale di 419 miliardi di dollari. In pratica significa che, per anni, l’America ha importato dalla Cina molti più prodotti di quelli che esportava nel mercato cinese. “Una fregatura” per il presidente USA che, “a breve”, aumenterà i dazi sui prodotti cinesi dal 10% al 25%. I beni di consumo colpiti dalla tassazione vanno dai prodotti di telecomunicazione ai pezzi di ricambio per le auto, dagli articoli di vestiario al legname, dai metalli alla frutta secca. Trump vuole una guerra commerciale a tutto campo ma il gigante asiatico ha giurato di contrattaccare alzando la tassazione sulle importazioni USA, che attualmente ammontano a 110 miliardi di dollari e riguardano le sostanze chimiche, il whisky e i semi di soia. Lo scontro tra le due superpotenze preoccupa il Fondo Monetario Internazionale che teme un rallentamento della crescita globale per il prossimo anno.

Venezuela. La guerra dei due presidenti

Guaidò tenta di rovesciare il governo chavista fallito di Maduro ma non ci riesce. L’esercito è al fianco del dittatore e la promessa dell’opposizione di abolire i sussidi genera perplessità. L’antico nemico del Paese latino è la disuguaglianza sociale.

Da quattro mesi il Venezuela ha due presidenti: uno è l’erede di Hugo Chavez, Nicolás Maduro,  al governo dal 2013 e capo delle forze armate; L’altro è Juan Guaidó che, lo scorso febbraio, si è autoproclamato presidente ad interim del Paese e, da allora, ha organizzato moti di protesta su tutto il territorio nazionale, per costringere Maduro a dimettersi. L’ultima manifestazione è avvenuta pochi giorni fa nella capitale venezuelana, Caracas, ma è finita in tragedia. Una donna di 27 anni è morta dopo essere stata raggiunta alla testa da un proiettile sparato da un agente, mentre altre 12 persone sono rimaste ferite.  La notizia, oltre ad aver esacerbato ancora di più lo scontro tra pro-Maduro ed oppositori, ha scosso l’opinione pubblica internazionale ed ha pesato sulle coscienze di molti militari, che hanno scelto di schierarsi con Guaidó. Eppure, la morente dittatura  non crolla. Sopravvive, sostenuta dai vertici dell’esercito che devono al regime la loro ricchezza. La disperazione del popolo venezuelano, tormentato dalla fame e dalle malattie, le pietre e le bombe artigianali lanciate dai manifestanti non sono sufficienti per vincere lo scontro coi militari armati. E i numerosi appelli rivolti da Guaidó  ai soldati e agli ultimi sostenitori del chavismo non sono bastati a convincerli. Maduro si è sempre procurato il consenso con le intimidazioni e la violenza. Ma sono in molti a chiedersi se l’autoritarismo faccia più paura della crisi umanitaria in cui è piombato il Venezuela negli ultimi 5 anni. È possibile che esistano altre ragioni per giustificare la polarizzazione della società venezuelana oggi? Da una foto satellitare Caracas sembra suggerire una risposta affermativa. Vista dall’alto, la capitale venezuelana appare come una città moderna, con alti palazzi ed ampie strade, circondata da una distesa di edifici diroccati e baracche, abitazioni di fortuna  che i venezuelani chiamano “ranchos”. L’immensa baraccopoli è il luogo riservato ai poveri, agli emarginati dalla società. I ranchos hanno sempre fatto parte del panorama di Caracas, fin dai tempi del boom economico degli anni ‘70, da quando il Paese ha avviato la sua industria petrolifera. In Venezuela sono presenti i giacimenti di petrolio più grandi del mondo e le compagnie petrolifere americane hanno iniziato a trivellare il suolo per estrarre il greggio, dando il via ad un giro d’affari multimiliardario. La parte della società venezuelana che è riuscita ad inserirsi in questo “Eldorado” ha vissuto un periodo di grande prosperità.

Gli altri venezuelani invece sono rimasti ai margini della società, ai confini di Caracas, nei “ranchos”, dove non ci sono né elettricità né acqua corrente. La polarizzazione del popolo venezuelano è data dall’esistenza di due società parallele, dalla disuguaglianza sociale. Un fenomeno che caratterizza tutte le nazioni sudamericane. Come ha ricordato  l’ex presidente della Repubblica Dominicana Leonel Fernández che, in occasione del IV vertice delle Americhe svoltosi nel 2005 in Argentina, ha parlato della necessità di creare “un’armonia tra mercato e Stato”. «In un’economia di libera concorrenza, il mercato sarà sempre il miglior meccanismo di assegnazione delle risorse- ha detto  Fernández rivolgendosi all’allora presidente USA George W. Bush-  ma se lasciamo al mercato quella che è la convivenza sociale non si va da nessuna parte. Dopo l’indipendenza dalla Spagna ottenuta nel ‘900, tutti i popoli sudamericani sono passati da  un’economia agraria gestita da un’oligarchia latifondista ad un modello d’industrializzazione incompleto».  Questa “transizione storica”, secondo Fernández, ha provocato una migrazione della popolazione dalle campagne verso le città, ma il “processo d’industrializzazione incompleto” non è riuscito ad assorbire tutta la forza lavoro, relegando moltissime persone ai margini della società. I “ranchitos” sono il risultato di questo fenomeno e Hugo Chavez, il predecessore di Maduro, era il volto della povertà di Caracas, perché nei ranchos è nato e cresciuto. A muovere le politiche di Chavez era l’odio sociale nei confronti dei ricchi e della borghesia. Tale sentimento si traduceva in progetti politici costosissimi come l’istituzione della sanità e dell’istruzione pubblica, la fondazione di cooperative agricole statali, la costruzione di case popolari e l’assegnazione dei sussidi ai poveri. Queste misure ,però, non erano il frutto di una politica lungimirante, ma della “disperazione”. Come ha raccontato l’ex presidente della compagnia petrolifera dello Stato venezuelano (PDVSA), Rafael Ramírez, fedelissimo di Chavez. «Il presidente Chavez mi ha confidato molti obiettivi della lotta contro la povertà- ha detto  Rafael Ramírez in un’intervista con la BBC- voleva fare le cose in maniera rapida e disperata, come “Farlo!Farlo!Farlo!”». Per finanziare il suo programma elettorale Chavez ha chiesto un prestito di un miliardo di dollari alla Banca Centrale venezuelana. Ma senza successo. Così l’ex presidente si è rivolto a  Ramírez che ha creato un fondo, finanziato da PDVSA, di 100 miliardi di dollari. L’immenso budget è servito a portare avanti l’agenda politica del regime, che ha trascinato il Venezuela verso la catastrofe.

Per uscire dalla crisi umanitaria, l’autoproclamato presidente Guaidó ha messo a punto un piano d’emergenza denominato “operazione libertà”. Il progetto mira a far uscire il Paese dall’isolamento politico, a reinserirlo nel mercato globale e ad abolire i sussidi statali. «Non più controllo sociale, non più dipendenza dal sussidio»- ha annunciato Guaidó in uno dei suoi comizi. Quest’ultimo punto ha destato perplessità fra alcuni esponenti dell’opposizione, come il deputato Muguel Pizarro e Luis Pedro España, coordinatore dello studio sulla povertà in Venezuela. Tutti e due ritengono che il sussidio sia il modo più rapido per fronteggiare l’emergenza umanitaria. A gettare un’ombra su  Guaidó, è anche l’energico sostegno degli USA, che ambiscono a ristabilire la loro influenza nel Paese. In una fase critica come quella che sta attraversando il Venezuela oggi, è facile immaginare un presidente migliore di Maduro. Eppure la stretta relazione tra   Guaidó e gli Stati Uniti non convince del tutto. Riproponendo un modello economico ispirato al capitalismo americano che, come ha detto  Leonel Fernández, “lascia al mercato la convivenza sociale”, non si genererà una società ricca ma avvelenata dalla disuguaglianza sociale? Non si genererà di nuovo odio tra classi sociali, permettendo così che nasca un “nuovo Hugo Chavez”? Ai posteri l’ardua sentenza.

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