Brexit. Il progetto anti-europeo verso il disastro

Fra tutti i sovranisti che ci sono Europa, gli inglesi sono gli unici ad aver realizzato il sogno nazionalista per eccellenza: l’uscita dall’UE. Ma a un prezzo salato. E paga Pantalone.

Se stiamo insieme ci sarà un perché”. È il ritornello di una canzone di Riccardo Cocciante che sembra ripetersi ogni volta che si parla di Unione Europea. Perché i 28 Stati dell’UE dovrebbero “stare insieme”? Perché dovrebbero sottoporre le loro finanziarie alla Banca Centrale Europea, concordare le varie politiche economiche e sottostare ad altre, numerosissime, norme europee, rinunciando così ad una parte della loro sovranità nazionale? La risposta a questa domanda risale ad oltre settant’anni fa, al 1945. L’imperversare dei nazionalismi negli Stati europei da allora ha disseminato in tutto il vecchio continente teorie suprematiste, basate sull’idea che un popolo abbia più diritto di prosperare rispetto un altro, considerato “inferiore”. La rincorsa al predominio, da parte delle potenze europee, ha portato al loro annientamento nelle due guerre mondiali ed alla consapevolezza che, per prosperare, bisogna lavorare insieme. E’ necessario perseguire obiettivi comuni. L’ Unione Europea è stata la traduzione politica di questo concetto. Oggi più che mai messo in discussione. Nell’arco di mezzo secolo, l’Europa è passata dai fronti del secondo conflitto mondiale al trattato di Schengen, ovvero all’eliminazione delle frontiere all’interno dell’UE, che oggi permette a persone e merci di circolare liberamente. Un passo avanti epocale, a cui però gli europei sono fin troppo abituati, al punto da vederlo come un problema. Oggi si vive in tempi di recessione, di dazi, di crisi migratoria e l’ “idea di stare insieme”, il concetto di Unione Europea sembra non rispecchiare il sentire comune di milioni di persone. Che, da un capo all’altro del vecchio continente, votano i “sovranisti”. I nazionalisti che vedono nell’UE l’usurpatrice dell’autonomia dei suoi Stati membri e la causa dei loro mali. In Europa il consenso di queste forze politiche cresce costantemente. Ma, per ora, c’è solamente un Paese dell’UE in cui i sovranisti hanno realizzato il loro progetto: l’uscita dall’Unione Europea. Si tratta del Regno Unito, dove nel 2016 si è indetto un referendum sull’uscita dall’UE, noto come “Brexit”. La maggioranza del popolo britannico ha espresso parere favorevole all’uscita e, da allora, per gli anti-europeisti d’oltremanica si è affacciato un interrogativo, che ha trascinato il Regno Unito in una delle crisi politiche più gravi della sua storia: “Come si esce dall’Unione Europea?”.

Ci sono solo due modi. Gli Inglesi dicono “With deal or no-deal”. Una frase che noi traduciamo con “accordo o senza accordo”, e spieghiamo come “Brexit morbida o Brexit dura”. È questo il dilemma dell’“addio all’UE”, che divide gli anti-europeisti d’oltremanica. Alcuni di loro, “i morbidi”, vorrebbero uscire dall’Unione Europea, ma restare all’interno del mercato unico. Una condizione che, in pratica, equivale ad “avere la botte piena e la moglie ubriaca”. Il mercato unico è un privilegio riservato esclusivamente agli Stati dell’UE, che sono liberi di importare ed esportare beni e servizi all’interno dell’Unione Europea senza costi o blocchi doganali. In questo modo le aziende sono libere di espandersi nel ricco mercato europeo riducendo al minimo i costi. Per usufruire di tale vantaggio, però, i membri dell’UE devono pagare onerosi contributi, partecipare a politiche sull’immigrazione e di difesa comunitarie e, inoltre, rinunciare alla possibilità di stipulare autonomamente accordi commerciali con altri mercati, come quello Americano o Cinese. Queste questioni vengono decise a Bruxelles, in maniera condivisa, dai 28 Stati membri. Perché?Perché, affinché il mercato unico funzioni, è necessario che i Paesi che vi partecipano agiscano in parità di condizioni. I giganti high tech USA e le case automobilistiche asiatiche, per vendere nel mercato europeo, devono costruire i loro impianti di produzione in una nazione UE e pagare una sorta di “quota di partecipazione” che è uguale in tutta l’Unione Europea. I sostenitori della “Brexit morbida” vorrebbero che il Regno Unito restasse all’interno del mercato unico con una “quota di partecipazione” più bassa rispetto agli altri Stati UE, che vedrebbero i giganti high tech USA e le case automobilistiche asiatiche spostarsi in Gran Bretagna. “Botte piena e moglie ubriaca” appunto. Una situazione che Bruxelles non è disposta ad accettare. È di fronte a questo vicolo cieco che i sostenitori “morbidi” della Brexit inciampano, mentre guadagnano velocità i politici “duri”, quelli che vogliono uscire dall’UE e dal mercato unico, in modo da “riconquistare la sovranità”. Per loro, alla fine del vicolo cieco, c’è il muro della realtà contro cui rischiano di schiantarsi. Il primo ministro inglese Boris Johnson ha promesso che la Brexit senza accordo si sarebbe compiuta il prossimo 31 ottobre, data in cui è prevista l’uscita del Regno Unito dall’UE, “costi quel che costi”.

Ma il conto del divorzio tra Londra e Bruxelles si preannuncia salato. Nonostante economisti da tutto il mondo ci stiano lavorando da tre anni, la cifra totale non è stata ancora calcolata. Ma non ci sono dubbi sul fatto che una “Brexit dura” avrebbe effetti disastrosi sui cittadini d’oltremanica. In tale ipotesi, secondo un dossier realizzato dallo stesso governo inglese, il ritorno delle dogane e dei dazi sarebbe inevitabile, così come le code lungo il canale della manica e l’intasamento dei porti. I controlli alla frontiera di persone e merci rallenterebbero gli scambi commerciali, portando al deperimento della merce più delicata, come frutta verdura e diversi farmaci, che il Regno Unito importa regolarmente dall’UE. I britannici si ritroverebbero di fronte a farmacie e supermercati con scaffali più vuoti e con prezzi esorbitanti, a causa dei dazi e dei problemi di approvvigionamento. Le grandi aziende migrerebbero da Londra, alcune l’hanno già fatto, verso altre capitali europee, lasciandosi alle spalle decine di migliaia di disoccupati. Il controllo delle frontiere britanniche, in funzione antiterrorismo, risulterebbe gravemente compromessa senza la cooperazione con le forze dell’ordine degli Stati UE, che diminuirebbe significativamente. Inoltre, una “Brexit dura” rischierebbe di far risorgere i posti di blocco tra la Repubblica d’Irlanda (membro dell’Unione Europea) e l’Irlanda del Nord (Stato del Regno Unito), riportando alla luce memorie sanguinose. Quelle degli attentati dell’IRA, gruppo terroristico irlandese. Le conseguenze di una Brexit senza accordo sarebbero numerosissime, alcune sono imprevedibili.

Ma, per Boris Johnson, i costi di un’uscita totale della Gran Bretagna dall’UE sono accettabili e, fino all’ultimo, ha cercato di portare avanti il suo progetto. Il Parlamento inglese l’ha bloccato, prendendo il controllo dell’agenda politica del Paese. Ora i parlamentari dell’opposizione obbligheranno Johnson a recarsi a Bruxelles, per chiedere all’Europa di ritardare la data della Brexit e guadagnare tempo per raggiungere un accordo con l’UE. L’obiettivo è evitare un’uscita totale dall’Unione Europea. Il premier inglese ha avvertito i parlamentari che, pur di non lasciarsi dettare “inutili” condizioni dall’opposizione, indirà elezioni anticipate. Lo spettro della “Brexit dura” incombe sempre.

I motivi alla base della protesta di Hong Kong

Sono ormai due mesi che sfilano, ogni week-end, per chiedere alla leader di Hong Kong, Carrie Lam, di stracciare definitivamente la “legge sull’estradizione”.  Finora Hong Kong, benché faccia parte della Cina, ha goduto di un regime di semi autonomia: emana leggi attraverso il suo Parlamento, ha un sistema giudiziario indipendente, ha una sua polizia e stampa la propria moneta.

La polizia di Hong Kong ha rilasciato due leader delle proteste che imperversano sull’isola da settimane, ma le manifestazioni contro l’accorpamento di Hong Kong alla Cina proseguono. Sono tornati liberi Joshua Wong ed Agnes Chow, i quali sono solo due dei 900 arrestati da quando è iniziata la sollevazione popolare. Una cifra che sembra destinata a crescere, perché lo scorso sabato c’è stata un’altra maxiprotesta. Ormai la scena si ripete ogni fine settimana: migliaia di persone di ogni età si riversano sulle strade di Hong Kong per difendere l’autonomia politica dell’isola dalla Cina. Sfidano  i cannoni ad acqua, i proiettili di gomma, i gas urticanti e lacrimogeni, le manganellate della polizia. Continuano a marciare. Sono ormai due mesi che sfilano, ogni week-end, per chiedere alla leader di Hong Kong, Carrie Lam, di stracciare definitivamente la “legge sull’estradizione”. La norma che, se approvata, consentirebbe alle autorità cinesi di perseguire tutti i ricercati presenti sull’isola, chiedendone l’estradizione. Finora Hong Kong, benché faccia parte della Cina, ha goduto di un regime di semi autonomia: emana leggi attraverso il suo Parlamento, ha un sistema giudiziario indipendente, ha una sua polizia e stampa la propria moneta. L’isola è una sorta di Stato nello Stato.

Le uniche limitazioni che ha riguardano la politica estera e difensiva, gestite direttamente da Pechino. La Cina è uno dei Paesi più autoritari del mondo, eppure gli abitanti di Hong Kong godono di diritti civili tipici dei Paesi occidentali: la libertà d’espressione,il multipartitismo e processi equi. Privilegi che nel resto della Cina sono inimmaginabili, perché a gestire la vita politica, sociale e culturale della nazione è il Partito Comunista Cinese, guidato dal presidente della Cina Xi Jinpig. Per il governo di Pechino,  la “fedeltà al Partito Comunista Cinese” è più importante di qualunque diritto ed i cittadini hanno l’obbligo di rispettare “l’autorità e l’ordine costituito”, rappresentato appunto dal Partito Comunista. La semi-autonomia di Hong Kong è un “neo” per l’inflessibile sistema di controllo dello Stato centrale. Eppure la gente dell’isola resiste e rivendica i suoi diritti. Perché? In virtù del suo passato coloniale. Dal 1800 fino alla fine del’900, Hong Kong è stata una colonia della Gran Bretagna che, durante il suo dominio, ne ha forgiato il sistema legislativo, molto simile a quello delle democrazie occidentali. La gente di Hong Kong non ha mai voluto rinunciare a questo patrimonio lasciato degli ex colonizzatori. Così, nel 1997, quando il Regno Unito ha ceduto l’isola alla Cina, Londra ha imposto a Pechino una condizione, nota con la formula “una nazione, due sistemi”. Secondo tale accordo, Hong Kong avrebbe mantenuto il suo sistema politico per i prossimi 50 anni, fino al 2047, mentre il resto del Paese sarebbe rimasto in mano al regime comunista. All’epoca dell’accordo, l’idea che Pechino avrebbe tentato di fagocitare l’isola e la sua autonomia era impensabile. Nel 1997 la Cina non era ancora la 2a potenza mondiale e, in quel contesto, Hong Kong produceva il 20% del PIL. L’isola era la testa di ponte per tutti gli investimenti, le tecnologie e  le conoscenze occidentali, la porta d’accesso al gigante asiatico.

Tentare di soggiogare l’ex colonia britannica, in tali circostanze, avrebbe significato mettere a repentaglio l’economia nazionale.  Oggi però, il boom economico cinese coinvolge l’intero Paese, di cui Hong Kong è solo un tassello che rappresenta il 3% del PIL. Se ora Pechino decidesse di allungare i suoi tentacoli sull’isola, le conseguenze per l’economia nazionale sarebbero dolorose, ma non letali come 20 fa. Sarebbero il “prezzo da pagare” per la realizzazione del progetto di Xi Jimping: una Cina dominata da un solo partito, una sola ideologia, un’unica cultura. La stragrande maggioranza degli abitanti di Hong Kong affermano di “non sentirsi cinesi”. Non parlano il cinese mandarino, come a Pechino, ma il cantonese. Inoltre molti sull’isola rimpiangono la dominazione britannica ed i suoi valori democratici. Ecco perché allo Stato centrale non piacciono i manifestanti  di Hong Kong, definiti dal governo “formiche arroganti”. L’insofferenza della Cina verso i disordini sull’isola è evidente. Il timore che la Cina decida di mobilitare l’esercito per reprimere le proteste è grande. La base militare di Hong Kong pullula di soldati cinesi inviati da Pechino. Carri armati, blindati e camion continuano a giungere sull’isola. Cresce la paura di un’altra Tienanmen.

Ritirato in Spagna farmaco che ha causato a 17 bambini la sindrome del lupo mannaro

Bimbi coperti di peluria: «I bambini chiamano mia figlia “scimmietta”» denuncia la mamma di una piccina di appena 22 mesi.

Allarme sanitario in Spagna per  17 casi di persone alle quali sono cresciuti peli in ogni parte del corpo, tanto da farle apparire simili ad animali. «Prima le sono cominciati a crescere i peli in faccia, poi si sono estesi gradualmente per tutto il corpo». Così Amaya, mamma spagnola di una bambina di 22 mesi, ha raccontato la trasformazione avvenuta sulla pelle della piccola. Un cambiamento terribile, che rischia di compromettere l’esistenza della piccola fin dalla prima infanzia, sopratutto perché, come donna,  dovrà sgomitare più dell’uomo per farsi spazio in una società ancora troppo maschilista. Ad attenderla c’è una salita ripida, che può diventare estenuante quando il fascino femminile è mortificato da un manto di peli. Amaya lo sa e vive nello sconforto. «Quando portiamo la bambina a giocare nel parco, i bambini più grandi, insieme ai loro genitori, la indicano e dicono “poverina, sembra una scimmietta”- ha raccontato Amaya. Ma la tragedia è un’altra. «Mia figlia è piccola, ma  già si rende conto di quello che succede»- ha aggiunto la mamma che per mesi ha assistito impotente alla trasformazione della bambina, senza riuscire a risalire alla causa. Poi ad aprile scorso la svolta. La bambina soffre di reflusso gastrico, così i genitori la portano da un gastroenterologo. Lo specialista si informa se alla piccola siano stati somministrati farmaci in passato, per trattare il problema.

La mamma rivela che la figlia per curare il reflusso prendeva da mesi uno sciroppo ordinato dal pediatra. L’efficacia di questo farmaco è garantita, o almeno così dovrebbe essere, dalla presenza di un principio attivo: l’omeoprazolo. L’assunzione di questa sostanza non comporta come effetti collaterali la crescita di peli. Dettaglio che ha insospettito il gastroenterologo il quale, dopo essersi fatto consegnare il flacone del farmaco, si è rivolto all’Agenzia Spagnola dei Farmaci (AEMPS) per farlo analizzare. L’esito dell’esame è stato sconcertante. Il medicinale all’interno del flacone, oltre all’omeoprazolo, conteneva una sostanza che non avrebbe dovuto esserci. Si tratta del “minoxidil”, un prodotto che fino agli anni ’80 era usato per curare l’ipertensione. Successivamente il Minoxil è stato impiegato per la cura dell’alopecia, a causa del suo effetto collaterale: la crescita anomala di peli. La stessa che ha colpito la figlia di Amaya, insieme ad altri 16 bambini spagnoli. Nel Paese è scattato l’allarme sanitario e, lo scorso  luglio, l’AMPEAS ha ritirato il farmaco dal commercio in tutto il territorio nazionale. Ma non è tutto. Altri provvedimenti sono partiti nei confronti delle aziende farmaceutiche coinvolte nella commercializzazione dello “sciroppo al Minoxidil”. La prima è la compagnia produttrice indiana “Smilax laboratoris Limited”, i cui prodotti sono stati confiscati. L’altra è l’azienda farmaceutica spagnola Farma-Qímica Sur, distributrice del farmaco, a cui è stata sospesa la licenza di vendita.

Il Messico è il Paese più pericoloso al mondo per i giornalisti

Dal 2000 ad oggi uccisi circa centocinquanta, nove dall’inizio dell’anno, quattro nell’ultimo mese. Il tasso di impunità per questi delitti sfiora il cento percento. Gli indici sono puntati contro lo Stato.

Il Messico è finito in cima alla classifica dei “Paesi più pericolosi per i giornalisti”, pubblicata annualmente dall’associazione Reporter Senza Frontiere. Allo Stato centroamericano seguono Afghanistan, Pakistan e Somalia. Nazioni travagliate dalla piaga del terrorismo islamico ma che, rispetto al Messico, risultano essere più “clementi” nei confronti dei reporter. Dal 2000 ad oggi, nel Paese latino, sono stati uccisi circa 150 giornalisti, nove dall’inizio dell’anno e quattro tra luglio e il 25 agosto. Data in cui un reporter è stato rinvenuto morto sulla collina di Cacalotepec, vicino alla località messicana di Tejupilco. Si tratta di Nevith Condé Jaramillo, assassinato per aver denunciato i legami tra politici e narcotrafficanti che avvelenano la società messicana. La stessa sorte è toccata anche ai suoi colleghi Rojelio Barrágan, Alberto Nava Lopéz e Jorge Ruiz Vásquez, morti poco prima di Jaramillo. Sono gli ultimi eroi dell’informazione ad aver pagato con la vita la dedizione al loro lavoro: il giornalismo oggettivo e indipendente. Quei 150 uomini e donne, armati di penna, avevano il potere di smuovere le coscienze, di aprire gli occhi dei lettori di fronte alla corruzione ed alla violenza della società. Un potere enorme quanto fragile, che non è bastato a difenderli dai loro persecutori o  a sopravvivere ai loro sicari.

L’immagine di gorilla armati che irrompono in una redazione e pestano un giornalista intento a scrivere un articolo è quasi ricorrente in Messico. I più fortunati se la cavano con un ricovero in ospedale oppure con un’umiliazione. Come essere costretti ad occultare la verità in cambio di una mazzetta, il cui rifiuto potrebbe comportare la morte di un familiare. Altri reporter invece imparano a convivere con l’insonnia, con l’ansia. Mali inevitabili per coloro che non possono compiere un passo senza guardarsi le spalle. Chi racconta la realtà, in Messico, non conosce pace né porti sicuri, perché quelli che dovrebbero vegliare su di lui sono i nemici più temibili. Poliziotti, sindaci e funzionari pubblici a vario titolo perpetrano il 65% delle aggressioni nei confronti dei reporter. Lo ha affermato “Articolo 19”, la ONG che vigila sul rispetto della libertà di stampa nel mondo. Lo Stato centroamericano da anni non è in grado di tutelare la libertà d’espressione e così “l’enorme cimitero di giornalisti”, per citare un’espressione della scrittrice messicana Paula Mónaco Felipe, cresce di mese in mese. Le istituzioni si voltano dall’altro lato. Come? Con un escamotage legale. Quando un giornalista viene assassinato, gli inquirenti dichiarano che “il movente non è legato all’attività professionale della vittima ma alla sua vita privata”. Di solito alla sua “sfera sentimentale”. Ecco ridotta l’entità del crimine, ecco come si ammazza un reporter per la seconda volta, sviando le indagini o facendole cadere nel nulla. Succede quasi sempre.

Secondo la FEADLE (Procura Speciale per l’Investigazione di Delitti Contro la Libertà d’Espressione), il 99.7% dei casi di omicidio di giornalisti rimangono senza un colpevole. Poi non c’è da stupirsi se un reporter viene trucidato per aver denunciato la cattiva gestione di fondi comunali da parte di un sindaco. Nel 2015 il primo cittadino di una città nei pressi di Veracruz fece sparire alcuni fondi pubblici. Il giornalista messicano Moisés Sánchez Cerezo lo scopre e scrive la verità, la sua ultima verità. Dopo la pubblicazione dell’articolo, un gruppo di persone armate preleva  Sánchez dalla sua scrivania, in redazione, e lo porta via. È stato ritrovato dieci giorni dopo  dentro un sacco nero della spazzatura. A pezzi. Oggi si sa  che “il boia” del giornalista è l’ex guardia del corpo del sindaco, il quale ha ordinato al bodyguard di trucidare Sánchez. L’esecutore materiale del delitto ora è in carcere, mentre l’ex primo cittadino è latitante. Spesso, in Messico, criminalità e politica hanno lo stesso volto, l’episodio appena narrato lo dimostra. Questo lascia i giornalisti soli nella lotta contro le ingiustizie, di cui sono osservatori, cronisti e vittime. Le loro morti non  restano soltanto impunite, ma diventano un monito per tutti gli altri guerrieri con la penna.

La reporter messicana Miroslava Breach era una di loro. Per anni ha denunciato i legami tra politica e narcos. Finché un giorno, il 23 marzo del 2017, non è stata trivellata di colpi mentre era in auto davanti a casa sua. Le videocamere di sorveglianza hanno ripreso la scena. Lei, appena uscita dall’abitazione, sale in auto con suo figlio, per accompagnarlo a scuola. Non ha avuto neppure in tempo di uscire dal parcheggio. Il sicario, col volto coperto, si è avvicinato al finestrino ed ha aperto il fuoco, uccidendola. Giunti sul posto, i soccorritori non hanno potuto far altro che prendere atto della tragedia. Il corpo della reporter ancora nel veicolo. Accanto c’era il figlio, vivo ed in stato di shock. E  sul cruscotto, un biglietto con la scritta: “Per avere la lingua lunga”.

Brasile.A rischio la foresta amazzonica, polmone del mondo

La foresta amazzonica è preda di sciacalli a caccia di oro,rame, ferro,bauxite e tantalio. Un’ampia fetta della foresta è stata distrutta da un incendio doloso A rischio la sopravvivenza di oltre 16mila specie animali e un centinaio di tribù indigene che vivono nella foresta.

Pochi giorni fa una distesa di fumo nero ha inghiottito la metropoli brasiliana di San Paolo, ricoprendola completamente. La densità della coltre oscura ha mandato in tilt le linee elettriche provocando un blackout durato oltre un’ora. Per gli abitanti del posto la causa di questo evento eccezionale era chiara: il fumo proveniva dai roghi della foresta amazzonica, la macchia verde più grande del mondo che  il presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, vuole distruggere per far spazio alle coltivazioni. Il suo obiettivo è quello di potenziare l’export di prodotti agricoli, un settore strategico per l’economia brasiliana che l’anno scorso ha fruttato 100 miliardi di euro. Il successo commerciale ha spinto Bolsonaro a vedere nello sfruttamento della foresta amazzonica, da lui definita “improduttiva”, la chiave di volta per porre fine alla recessione che da anni attanaglia il Paese. Ma la ricetta del leader brasiliano è tutt’altro che originale, perché la deforestazione va avanti da decenni. Negli ultimi 30 anni, una area dell’Amazzonia, pari all’estensione di Francia e Gran Bretagna messe insieme, è andata  in fumo con la fauna ed i villaggi indigeni che vi si trovavano. Nella foresta pluviale brasiliana vivono oltre 16 mila specie animali e centinaia di tribù native antichissime. Sono loro l’ultimo baluardo contro la politica economica di Bolsonaro, che ha annunciato di voler autorizzare l’estrazione di materie prime nella foresta amazzonica, ricca di miniere di rame, oro, bauxite, ferro e tantalio, indispensabile per la produzione degli smartphone.

L’attività estrattiva nella macchia verde è proibita dal 1998, a causa degli effetti devastanti che la “caccia al metallo” ha avuto in passato sull’habitat naturale. Prima del divieto, minatori e boscaioli erano liberi di radere al suolo la superficie della foresta e di devastarne il sottosuolo. Tra i “cacciatori di metallo” più agguerriti c’erano, e ci sono tuttora, i “garimpeiros”. Sono i cercatori d’oro brasiliani che, utilizzando il mercurio per l’estrazione, inquinano i fiumi e le falde acquifere. La loro attività non è mai cessata. Ma l’abolizione del divieto del 1998 consentirebbe ai garimpeiros di operare con maggiore tranquillità. Ad ostacolarli resterebbero soltanto gli indigeni, sovrastati da nemici infinitamente più forti di loro: i latifondisti, le aziende minerarie, i grandi allevatori. Queste figure costituiscono le lobby più potenti del Paese carioca. Per loro, avere alla presidenza un leader come Jair Bolsonaro è una “benedizione”. Secondo il presidente brasiliano, i nativi sono stufi di vivere nella foresta, perché “vogliono elettricità, televisione, fidanzate bionde ed internet”. Inoltre Bolsonaro ha dichiarato che agli indigeni non verranno più concesse riserve protette, “nemmeno un centimetro di più”. «Aver permesso agli aborigeni di vivere nella foresta è stato come tenerli in uno zoo»- ha precisato Bolsonaro. La sua scarsa considerazione per i nativi era evidente fin da quando era candidato alle ultime  presidenziali del 2018. Non è una sorpresa. A stupire, invece, è la determinazione con cui il presidente del Brasile contrasta gli enti per la difesa degli indigeni e dell’ambiente. La Funai (Agenzia per la protezione degli Indigeni) è uno degli obiettivi finiti nel mirino di Bolsonaro. Che, nei mesi scorsi, ha cercato di svuotare l’associazione dei suoi poteri per trasferirli al ministero dell’agricoltura. Ma senza successo, la Corte Suprema glielo ha impedito.

Ad ostacolare i piani del presidente brasiliano ci sono anche l’Inpe (istituto nazionale di ricerche spaziali del Brasile) e  l’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente del Brasile. I presidenti dei due enti, rispettivamente Ricardo Galvao e Meneses Evaristo, sono stati licenziati dopo aver pubblicato  dati allarmanti sulla deforestazione in Amazzonia. Secondo le due organizzazioni ambientaliste, il fenomeno è aumentato del 400% da quando Bolsonaro è al potere. I primi a pagare il prezzo dell’indebolimento del fronte pro-ambiente sono i più deboli, gli aborigeni, i cui tentativi di difendere la foresta finiscono spesso nel sangue. Recentemente il capo della tribù Waiapi, una popolazione nativa brasiliana, è stato ucciso a coltellate. Il suo corpo è stato ritrovato in un fiume. I Waiapi sono impegnati da tempo a contrastare l’avanzata dei minatori e dei latifondisti. Il sospetto che i possidenti abbiano pagato dei sicari per uccidere il leader indigeno è forte. Si tratta di una pratica consolidata tra gli “invasori dell’Amazzonia. Il motivo? Si tratta di una sorta di “cavillo legale”. La Costituzione brasiliana riconosce agli aborigeni il diritto di vivere nella foresta. È sufficiente dimostrare che uno di loro viva in una determinata zona della selva perché quest’ultima venga considerata zona protetta, interdetta alle attività produttive. Nel momento in cui gli indigeni cessano di abitare l’area, lo status di riserva protetta decade. Il compito dei sicari è quello di facilitare questo processo.

Australia, 21enne accoltella donna per strada

L’inaudita violenza e l’urlo “Allah akbar”, lanciato dall’assalitore, hanno creato panico tra i presenti che si sono dati alla fuga.

Ieri a Sidney alle 14:00 (ora locale), nella centralissima via York, i passanti sono stati scossi dall’immagine di un giovane che, sporco di sangue, colpiva alla schiena una 41enne con un lungo coltello da macellaio. L’inaudita violenza e l’urlo “Allah akbar”, lanciato dall’assalitore, hanno creato panico tra i presenti che si sono dati alla fuga. Anche l’aggressore ha iniziato a percorrere di corsa via York. Ma il suo tragitto è stato breve. Le urla della gente terrorizzata hanno attirato l’attenzione di tre uomini che gli hanno sbarrato la strada. Sono i  cittadini inglesi Paul O’Shaughnessy, Luke O’Shaughnessy e Lee Culhbert. I tre si trovavano in un ufficio vicino al luogo dell’accoltellamento quando, udite le grida, si sono precipitati fuori ed hanno visto il giovane che, urlando,  agitava la lama ancora sporca di sangue. Un gesto che ha provocato l’immediata reazione dei tre inglesi. Uno di loro con una sedia prelevata da un bar vicino si è lanciato contro il giovane che, dopo aver tentato di opporre resistenza, è caduto a terra.

Un video, postato sui social, lo riprende mentre, disteso sul marciapiede, ha il busto bloccato dalle gambe di una sedia, la testa immobilizzata dentro una cassetta di plastica ed un braccio schiacciato da un’altra sedia. Sono gli strumenti di fortuna con cui i tre inglesi, insieme ad alcuni vigili del fuoco accorsi sul posto, hanno bloccato l’assalitore fino all’arrivo della polizia, che lo ha arrestato. Ancora non si conosce l’identità del giovane. Secondo le prime indagini,il giovane ha agito da solo, probabilmente in preda ad un raptus violento. Dai primi accertamenti è risultato che l’arrestato da tempo soffriva di problemi psichici. Nella stessa giornata in un appartamento a pochi isolati dalla via dove è avvenuto l’aggressione e il ferimento della 46enne, gli agenti hanno rinvenuto il cadavere di una 21enne, a cui sono state inferte diverse coltellate. L’assalitore di via York è il principale sospettato. La sua vittima, la 41enne accoltellata alla schiena, è attualmente ricoverata in ospedale, ma non è in pericolo di vita.

Tensioni tra India e Pakistan. Timori per una guerra nucleare

Il primo ministro indiano ha dichiarato di volersi impossessare della regione del Jammu e Kashmir. Parte di quel territorio è controllato dal Pakistan che ha promesso di mettere in campo “tutte le misure necessarie” per fermare il nemico. I due Paesi sono dotati di armi atomiche.

Nei giorni scorsi l’India ha privato una delle sue regioni, il Kashmir, dello status di autonomia di cui ha goduto per più di 50 anni. Questa decisione ha provocato tensioni con il vicino Pakistan, che da tempo aspira a controllare la zona, riconosciuta dalla comunità internazionale come un’entità territoriale denominata “Jammu e Kashmir”.  Il Jammu è un’area occupata dalle milizie Pakistane, mentre nel Kashimr sono stanziate truppe dell’esercito indiano. Per oltre mezzo secolo, l’articolo 370 della Costituzione indiana ha concesso al Kashmir lo statuto di regione autonoma, che gli ha permesso di avere una sua bandiera, una sua Costituzione e l’autonomia decisionale su tutte le questioni, tranne quelle relative alla politica estera, difensiva e delle comunicazioni.   Lunedì scorso però, il primo ministro indiano Narendra  Modi ha fatto approvare dal Parlamento l’abrogazione dell’articolo 370, annullando di fatto lo statuto di regione autonoma del Kashmir. L’intenzione di Modi è quella di annettere l’area all’India e di strappare il Jammu ai pakistani. Un progetto pericoloso che, se portato avanti, rischia di dar origine ad un conflitto armato dall’esito imprevedibile. Le due nazioni,infatti, sono dotate di arsenali nucleari.

Uno scenario che spaventa la comunità internazionale ed infervora l’elettorato del premier indiano, che lo scorso maggio ha trionfato alle ultime elezioni nazionali. Come? Cavalcando il sentimento nazionalista e anti-islamico che negli ultimi anni ha pervaso i fedeli induisti, che rappresentano la stragrande maggioranza della popolazione in India. Un Paese con oltre un miliardo e 300 mila abitanti, dove risiede solo una minoranza musulmana. Gran parte dell’opinione pubblica indiana, considera la comunità islamica nazionale come irrispettosa della religione dominante e la ritiene promotrice di attività terroristiche. Un sentimento generalizzato che è esploso lo  scorso 14 febbraio quando, nella città di Pulwama nel Kashmir, un’autobomba è esplosa travolgendo un convoglio militare indiano. L’attentato è stato rivendicato dal gruppo terrorista islamico Saish- e Mohammed, una delle tante cellule jihadiste operanti in Jammu e di cui il Pakistan si serve per combattere le truppe nemiche. Il 15 febbraio, in risposta all’attentato, l’aviazione indiana ha effettuato un bombardamento nei pressi della località pakistana di Bajakot dove, secondo le autorità indiane, esisteva un campo d’addestramento utilizzato dagli estremisti. L’episodio ha provocato un’ondata nazionalista in India, che ha fatto volare  Narendra  Modi nei sondaggi, portandolo per la seconda volta alla presidenza del Paese.

Lui, leader del partito di estrema destra “BJP”, ha fatto della riconquista del Jammu e Kashmir uno dei cavalli di battaglia della sua campagna elettorale e, nei giorni scorsi, ha inviato decine di migliaia di soldati a presidiare quella regione. Per molti osservatori, questa decisione rischia di riportare indietro di due secoli le lancette della storia. Quando l’India, il Pakistan e il Jammu e Kashimir non esistevano come entità statali, ma facevano tutti parte degli sconfinati domini coloniali dell’ex immenso impero britannico. Poi nel 1947, l’Inghilterra, che nel frattempo si era ridimensionata ed aveva cambiato il suo nome in  “Regno Unito”, aveva deciso di abbandonare gran parte delle colonie del sud-est asiatico, dando vita a Stati indipendenti. Un’ operazione che si rivelò molto complessa, a causa delle profonde differenze etniche, religiose e culturali esistenti tra le popolazioni della regione. Tra queste, la più grande era data dai contrasti fra gli indù e i musulmani, col probabile rischio di sfociare in un genocidio. Un rischio che i britannici pensarono di scongiurare separando, “una volta per tutte”, i fedeli di religione islamica dagli induisti. Come? Creando due Stati diversi: il Pakistan per i musulmani e l’India per gli Induisti.

Una soluzione apparentemente semplice, ma che presentava un punto debole:  il Khasmir e Jammu. Questa zona era un principato dove una minoranza induista viveva gomito a gomito col resto della popolazione di fede islamica. Gli inglesi decisero di conferire l’autonomia politica al principato, credendo che i due Stati avversari non avrebbero avanzato pretese territoriali. Un errore. Non appena le truppe britanniche lasciarono la regione, il Pakistan e l’India stritolarono il principato, invadendolo. L’esercito indiano si stanziò nel Kashmir e le milizie islamiche, sostenute dal governo pakistano, si stabilirono nel Jammu. Fu la fine del principato autonomo e l’inizio di una disputa territoriale rimasta insoluta fino ai giorni nostri.  Il Kashmir è una regione dell’India con 12 milioni di abitanti, la maggior parte dei quali di fede musulmana. Una dato demografica che in tale situazione contribuisce ad alimentare le tensioni tra la popolazione locale ed il governo indiano.   Ora il premier Narendra Modi si dice determinato ad annettere la regione contesa al territorio nazionale, mentre il suo omologo pakistano, Imran Khan, promette di mettere in campo “tutte le misure necessarie” per impedire l’espansione dell’India.

Arabia Saudita, Mohammed bin Salman approva legge che concede il passaporto alle donne

Concesso alle donne dell’Arabia Saudita di circolare liberamente con un proprio passaporto. Fino ad ora non era loro consentito di uscire dal Paese senza l’autorizzazione del marito o del padre

Nei giorni scorsi il principe ereditario dell’Arabia Saudita Mohammed bin Salman  ha approvato una legge che consente alle donne di ottenere il passaporto per un espatrio. Prima alle donne dell’Arabia Saudita non era permesso di uscire dallo Stato senza l’autorizzazione del marito, se sposate, e del padre se nubili. Si tratta di una prima importante concessione di libertà per le “suddite” in un Paese governato in una delle forme più autoritarie e conservatrici del mondo. Basti pensare che fino al 2015 alle donne non era consentito neppure lavorare negli spazi pubblici. Un’emarginazione non soltanto legale ma fisica. Poi, per ordine di Bin Salman, questo divieto è stato abolito ed ora è possibile vedere cittadine saudite lavorare come cassiere  nei supermercati o commesse nei  negozi. Ieri poi, una nuova svolta. Il principe ereditario ha concesso  alle donne del regno la possibilità di richiedere autonomamente il passaporto e scegliere liberamente le loro destinazioni di viaggio, senza alcuna autorizzazione dei mariti o dei genitori se minori. Inoltre le suddite saranno libere, cosa inimmaginabile fino a due giorni fa, di recarsi da sole negli appositi uffici per registrare nascite, matrimoni e divorzi.

Se per una donna occidentale tali novità potrebbero sembrare sensazionali, per moltissime abitanti dell’Arabia Saudita si tratta di cambiamenti epocali, di una vittoria sulla segregazione e dell’indebolimento del cosiddetto “sistema dei guardiani”. È un insieme di leggi che, per secoli, ha condannato le saudite ad una subordinazione totale ai loro parenti maschi (padri, fratelli e mariti), “i guardiani” delle donne della famiglia. Fino a ieri, era impossibile immaginare che una donna del Paese islamico potesse uscire di casa da sola e senza il permesso del padre, del marito o del fratello. E lo stesso valeva per i documenti ed altre pratiche burocratiche. Negli uffici pubblici non si batteva timbro, se accanto alla donna non c’era il suo “guardiano” pronto a dare al funzionario l’autorizzazione a procedere. E secondo le vecchie leggi, le aziende private non potevano assumere una donna saudita senza il consenso di un suo parente maschio. Poi, immaginare che una suddita del regno potesse lavorare per lo Stato rasentava la fantasia. La nuova concessione del principe  Mohammed bin Salman ridimensiona il “sistema dei guardiani” e rende più libera e agevole la vita delle donne saudite.

A lasciare perplessi, invece, è la politica ambigua di bin Salman sul fronte dei diritti civili. Ma tutte le recenti concessioni del principe certamente sono avvenute grazie alle numerose attiviste che hanno dedicato la vita a manifestare per quelle libertà, molte delle quali sono ancora oggi in carcere per il loro impegno civile. Il timore delle associazioni per i diritti umani è che subiscano anche torture e violenze sessuali.  Il pugno duro del principe saudita contro la dissidenza è stato uno  dei suoi biglietti da visita fin da quando ha preso in mano il potere. È lui il principale sospettato per l’omicidio del giornalista del Washington Post, il saudita Jamal Khashoggi, uno dei critici più feroci del governo del suo Paese. Secondo le indagini condotte sul caso, pare che il reporter sia stato ucciso e fatto a pezzi da agenti speciali sauditi mandati da   Mohammed bin Salman. Per la monarchia araba, la strada verso la modernizzazione dello Stato è ancora tutta da percorrere.

In Cina è proibito essere musulmani. Il genocidio culturale degli Uiguri dello Xinjiang

Milioni di cinesi appartenenti alla etnia Uiguro, di religione musulmana e con una propria lingua, perseguitati dalle autorità governative e  rinchiusi in “centri vocazionali” per apprendere il “mandarino” e “Le leggi della Patria”. Ferma denuncia delle associazioni per i diritti umani.

Centinaia di migliaia di persone rinchiuse in enormi edifici circondati da filo spinato. Forse sono un milione o un milione e mezzo. Difficile dirlo. Nella regione dello Xinjiang, nell’estremo ovest del Paese, la polizia di Pechino esercita un controllo capillare del territorio e della vita di chi ci abita, gli Uiguri. Una minoranza etnica cinese, con una lingua propria e di religione musulmana, finita nel mirino del governo centrale. Nella Cina autoritaria del presidente Xi Jinping, l’idea che una parte della popolazione abbia fede nell’Islam piuttosto che nel Partito Comunista Cinese è inaccettabile. Ecco perché negli ultimi anni gli Uiguri sono stati sottoposti a quello che lo Stato ha definito “programmi rieducativi”, che si svolgono all’interno di “centri vocazionali”.

Si tratta di complessi edilizi dove, secondo le autorità, gli Uiguri sono liberi di andare quando vogliono e di imparare il mandarino, un mestiere e “le leggi della Patria”. Ma la presentazione idilliaca dei cosiddetti “programmi di rieducazione” non ha convinto le associazioni per i diritti umani. «Se questo fosse vero- ha domandato Sharom Hom, direttore esecutivo di Human Rights in Cina- perché nessuno può lasciare di sua iniziativa questi campi? Perché i parenti non hanno la possibilità di vedere i loro cari?» A queste domande, le autorità cinesi rispondono negando di ricorrere a qualunque forma di coercizione. Ma anche tale dichiarazione non basta a rassicurare l’opinione pubblica internazionale, che ha accusato il gigante asiatico di condurre  un “genocidio culturale nei confronti degli Uiguri”, i musulmani cinesi. In passato, lo Xinjiang è stato teatro di sanguinosi attentati ispirati all’estremismo islamico. In nome della lotta alla radicalizzazione, la Cina ha deciso di sopprimere la cultura Uiguro.

Strage dei Waiapi in Brasile, assaltati dai “garimpeiros”, cacciatori d’oro con il placet di Bolsonaro

In Brasile i “garimpeiros”, cacciatori d’oro, assaltano le ultime popolazioni indigene per costringerle ad abbandonare le foreste dell’Amazzonia. Uccisi 52 Waiapi e il loro capo. Il presidente Bolsonaro è al fianco dei garimpeiros ed ha definito “uomini preistorici” i Waiapi.

“Una guerra tra uomini armati di lance contro altri dotati di mitra”. È così che moltissimi osservatori hanno definito la lotta per la sopravvivenza delle popolazioni indigene brasiliane. Tribù impegnate da anni a difendere la foresta amazzonica, la loro terra, agognata da latifondisti, boscaioli e  “garimpeiros”, i cacciatori d’oro, noti alle cronache per la loro spietatezza quando si tratta di mettere le mani su qualche miniera. Finora si erano limitati ad inquinare i fiumi dell’Amazzonia con il mercurio e distruggere ettari di foresta. Ma sabato scorso nel nord-est del Brasile, 52 indigeni di etnia Waiãpi sono stati uccisi, tre giorni dopo l’assassinio del leader della loro comunità. I principali sospettati della carneficina sono proprio i  garimpeiros, i più beneficiati dalla politica economica del presidente brasiliano Jair Bolsonaro che, aprendo i territori indigeni alle miniere, sta “incoraggiando i cercatori d’oro illegali ed altri invasori”.

«Bolsonaro ha praticamente dichiarato guerra alle popolazioni indigene- ha affermato Stephen Corry, direttore di Survival International, organizzazione che difende i diritti delle popolazioni native. E non è l’unica. Anche l’Unesco è scesa in campo, dichiarando le realizzazioni artistiche degli aborigeni d’Amazzonia patrimonio dell’umanità. Ma il supporto internazionale ottenuto dagli indigeni deve fare i conti con Bolsonaro che, oltre ad aver negato la strage dei  Waiãpi, ha recentemente definito  questi indigeni che vivono nelle foreste dell’Amazzonia “uomini preistorici” senza accesso alle “meraviglie della modernità”. “Meraviglie” che Bolsonaro ha contribuito a far sottrarre ai Waiapi, privandoli dei servizi sanitari ed educativi per costringerli ad abbandonare le foreste. Lo ha denunciato la Coiab, la maggiore rete di organizzazioni indigene del Brasile.

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