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Spagna, baluardo socialista nell’epoca dei nazionalismi


Dopo le elezioni nazionali svoltesi nel Paese iberico domenica scorsa, la sinistra  è diventata la prima forza politica e Pedro Sánchez è stato riconfermato presidente. Ma anche l’estrema destra ha motivo per festeggiare.

Le elezioni politiche svoltesi domenica scorsa in Spagna, hanno visto la riconferma alla presidenza del Paese di Pedro Sánchez, leader del PESOE (Partito Socialista Operaio Spagnolo), che ha ottenuto il 28,7% dei voti e 123 seggi in Parlamento. Non abbastanza per conquistare la maggioranza, per la quale ne occorrono 176 su 350. Ma al neoeletto presidente Sánchez  gli alleati di governo non mancano. Pablo Iglesias, capo del partito di sinistra Podemos, si è detto disponibile a sostenere il PESOE.  Podemos, dopo aver ottenuto il 14,3% dei consensi, dispone di 42 deputati. Si tratta di un appoggio considerevole, ma non sufficiente a raggiungere la soglia dei 176 seggi, per arrivare alla quale  Sánchez potrebbe rivolgersi al partito indipendentista catalano Esquerra Republicana e ai sui 15 deputati. Naturalmente si tratta di pure ipotesi, alcuni analisti pensano che il leader socialista, prima di formare un nuovo governo, voglia aspettare i risultati delle elezioni europee previste per il 26 maggio, per vedere se sarà possibile convocare nuove elezioni ed ottenere la maggioranza. Si vedrà a fine mese. Quello che al momento appare chiaro è il crollo dell’ex partito di governo di centrodestra, il Partito Popolare (PP), che ha ottenuto 66 seggi in Parlamento, la metà rispetto alle scorse elezioni nazionali. A pesare sul PP, sono stati i numerosi scandali di corruzione che hanno portato alle dimissioni dell’ex presidente spagnolo Mariano Rajoy, che l’anno scorso ha ceduto il posto a  Sánchez. Salito al potere però, il leader socialista ha ingaggiato uno scontro senza esclusione di colpi con l’opposizione che, lo scorso febbraio, ha bocciato la sua finanziaria. A quel punto ha indetto le elezioni anticipate. Ora che la sua presidenza è stata legittimata dal voto popolare, Sánchez  potrà portare avanti  con maggiore sicurezza la sua agenda politica.

Tra i vari punti figurano: l’aumento del salario minimo, l’innalzamento delle tasse per le grandi imprese ed i cittadini con un reddito alto  e la semplificazione dei contratti di lavoro. Un’altra proposta  di Sánchez  è quella di “porre fine alle dispute territoriali”, riferendosi in particolare alle tensioni esistenti tra il governo centrale e gli indipendentisti catalani. Gran parte dell’elettorato spagnolo ha scommesso sulla politica socialista e “pacifista” del nuovo presidente, ma l’orizzonte di  Sánchez non è privo di nubi, perché non è l’unico leader a poter cantare vittoria. Per la prima volta dalla fine della dittatura di Francisco Franco, gli estremisti di destra sono tornati a sedere nel Parlamento sotto l’insegna del partito nazionalista Vox, fondato da Santiago Abascal.  Il leader sovranista può contare su 24 deputati e il sostegno di 2,6 milioni di elettori, che vedono in lui il difensore delle tradizioni iberiche, dell’unità nazionale e dei confini spagnoli dall’“invasione dei migranti”.  Temi che si sono rivelati vincenti in molti altri Paesi in Europa e nel mondo. Basti pensare alla promessa del “muro” tra USA e Messico fatta da Trump in campagna elettorale, oppure alla chiusura dei porti voluta dal leader della Lega Matteo Salvini, oggi a capo della prima forza politica in Italia. A contribuire al successo  dei due leader è stata la sensazione, diffusa tra i loro connazionali, di “essere usati” da altre nazioni.  Ad esempio Trump, fin dalla campagna elettorale, ha accusato la Cina di aver sfruttato gli accordi commerciali internazionali “a proprio vantaggio”. Quello che il presidente americano ha sempre rimproverato al gigante asiatico è il fatto di inondare il mercato USA con prodotti con prezzi competitivi, frutto dello sfruttamento a cui sono soggetti gli operai.


Una situazione che ha portato moltissime aziende USA a decentralizzare la produzione in Cina. Con lo slogan “prima gli americani”, Trump ha fatto presa su gran parte della classe operaia, che si sentiva messa in secondo piano dalle amministrazioni precedenti. Tale sentimento ha pervaso anche l’opinione pubblica italiana, durante la crisi migratoria iniziata nel 2014. Mentre migliaia di migranti sbarcavano in Italia, il governo invitava gli Stati europei a trovare una soluzione comune all’emergenza migratoria. Ma invano. Le frontiere tra Italia e Francia erano chiuse e lo sono ancora oggi; Malta si rifiutava di aprire i suoi porti alle navi delle ONG, che viravano verso i porti italiani; gli Stati UE promettevano ripartizioni dei migranti che, però, non erano effettive oppure avvenivano solo parzialmente. Tra gli italiani la convinzione, in buona parte fondata, che il Paese fosse stato “lasciato solo” di fronte ad una crisi umanitaria si è fatta sempre più forte. Lo slogan di Salvini “prima gli italiani” è stato molto sentito dai delusi dall’Europa. Santiago Abascal ha formulato un messaggio analogo a quello del leader del carroccio: “Avanti spagnoli”. Ma la risposta dell’elettorato iberico è stata contenuta.  Francisco Franco è morto nel 1975, molti elettori ricordano bene i tempi della dittatura e la paura nei confronti dell’estrema destra è ancora molta.

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