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Stati Uniti d’Europa. Tra sogno e realtà

Vito Nicola Lacerenza

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I cittadini europei non possono partecipare alle elezioni nazionali di un Paese UE di cui non hanno la nazionalità, anche se vi risiedono da anni. Contraddizione o necessità?

Se un italiano risiede da 30 anni in Germania, ha il diritto di partecipare alle elezioni nazionali tedesche? Ed un portoghese che lavora da decenni in Francia, rispettando le leggi dello Stato, può recarsi alle urne per scegliere il futuro presidente transalpino?  In tutti e due i casi, la risposta è “no”. Ogni cittadino dell’Unione Europea, che risiede in un Paese UE di cui non ha la nazionalità, può “votare” o “candidarsi” alle elezioni municipali ed europee. A stabilirlo è l’articolo 22 del Trattato di Funzionamento dell’Unione Europea (TUFE). La norma non menziona le elezioni regionali e nazionali, per la cui partecipazione è necessario essere cittadini del Paese dove gli appuntamenti elettorali si svolgono. In pratica, significa che solo i cittadini italiani possono votare alle elezioni nazionali e regionali italiane. Lo stesso vale per gli altri Stati UE. «Ma cosa significa essere cittadino europeo se vivi in un altro Stato membro e non hai gli stessi diritti degli altri?»- ha chiesto, durante un’intervista al giornale  francese The Local,Philippe Cayla, direttore generale dell’emittente Euronews e promotore di “Leave Me Vote” (Lasciami votare). Si tratta di una campagna che cerca di sensibilizzare le istituzioni dell’UE, affinché diano ai cittadini europei la possibilità di partecipare alle elezioni regionali e nazionali degli Stati membri in cui risiedono, pur non avendone la nazionalità. Al momento l’obiettivo di Leave Me Vote sembra ben lontano dall’essere raggiunto. Tutte le Costituzioni dei Paesi europei legano il concetto di sovranità nazionale al voto espresso dai loro popoli. Ad esempio, l’articolo 1 della Costituzione italiana stabilisce che “la sovranità appartiene al popolo (italiano) che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”; l’articolo 3 della Costituzione francese afferma che “la sovranità nazionale deve risiedere nel popolo (francese), che la esercita attraverso i suoi rappresentanti e il referendum; l’articolo 2 della Costituzione spagnola stabilisce che “la sovranità nazionale risiede nel popolo spagnolo”. Questi esempi permettono di capire come l’Unione Europea sia nata e si sia sviluppata tra le diverse, ed ancora radicate, identità nazionali degli Stati membri.

Tale situazione, però, non ha impedito ai cittadini dell’UE di godere di considerevoli vantaggi rispetto agli extracomunitari. Ad esempio, i cittadini europei hanno il diritto di spostarsi ovunque nell’Unione Europea e di risiedere in ogni Stato Membro; sono liberi di studiare e lavorare in ogni Paese UE e di essere visitati dai loro cari, senza che a questi ultimi venga richiesto un visto per viaggiare. Dopo aver risieduto per cinque anni in una nazione dell’UE, i cittadini europei posso richiedere la residenza permanente. Lo stesso diritto è riservato ai pensionati. Gli abitanti dell’Unione sono abituati a godere di questi benefici, che a volte possono apparire scontati. Ma non lo sono affatto ed è per tale ragione che Barack Obama, quando era presidente degli USA, ha definito l’Unione Europea “il più grande progetto politico della storia”. In quest’ottica, conferire alla cittadinanza europea lo stesso valore di quella nazionale potrebbe essere visto come un ulteriore sviluppo del “più grande progetto politico della storia”. Se tale passo avanti fosse compiuto, l’articolo 22 del TUFE contemplerebbe anche la possibilità, per i cittadini europei, di votare alle elezioni nazionali e regionali degli Stati membri dove risiedono e di cui non hanno la nazionalità. Ma uno scenario del genere è davvero possibile? Le attuali circostanze sembrano suggerire una risposta negativa. La lunga crisi economica, che attanaglia l’Europa da dieci anni, ha favorito il risorgere dei nazionalismi in tutto il vecchio continente. Da un capo all’altro dell’UE prendono sempre più piede i partiti cosiddetti “sovranisti”.

Queste forze politiche, oltre a considerare l’Unione Europea come un ostacolo alla sovranità dei singoli Paesi,la vedono come un ente che impone agli  Stati dell’Unione oneri economici incompatibili con gli interessi nazionali. È emblematica la frase di un video elettorale realizzato dai partiti pro-Brexit, nel 2016, in occasione del referendum: “Ogni settimana il Regno Unito manda 350 milioni di pound ai contribuenti degli altri Paesi dell’UE. Questo è il costo di un nuovo ospedale completamente attrezzato”.  Oltre il 51% degli elettori del Regno Unito ha votato a favore della Brexit. In un momento in cui l’euroscetticismo imperversa  nel vecchio continente, rivedere il concetto di sovranità nazionale farebbe risultare impopolare qualunque governo europeo. Per ora  l’articolo 22 del TUFE sembra destinato a rimanere così com’è.

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Coronavirus, a rischio gli indigeni del Rio de la Plata: il tasso di mortalità è doppio rispetto al resto della popolazione.

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Associandosi alle preoccupazioni del Dipartimento per gli Affari Economici e Sociali del Segretariato delle Nazioni Unite, del Presidente del Forum Permanente delle Nazioni Unite sulle Questioni Indigene e della World Organization for International Relations, la Casa Dinastica del Rio de la Plata  lancia l’allarme sulla vulnerabilità delle popolazioni indigene.

In Sudamerica milioni di colpiti aggrediti dalla pandemia rischiano di non ricevere assistenza e cure necessarie. La situazione è più a rischio proprio nei territori del Rio de la Plata: Argentina, Brasile ed Uruguay.

La stima è di 3 milioni di indigeni che stanno morendo a causa del Covid-19, a un tasso che è il doppio rispetto a quello nel resto della popolazione dei Paesi coinvolti.

A denunciarlo è la ong «Casa Dinastica del Rio de la Plata» (www.virreinatodelriodelaplata.org), che dal 1989 si batte per i diritti delle minoranze svantaggiate e delle popolazioni indigene nei distretti del Rio de la Plata.

La pandemia ha già colpito 42 tribù di indios argentini, 44 tribù di indios brasiliani, e 9 tribù di indios uruguaiani. Vista la gravità della situazione, Casa Dinastica del Rio de la Plata sollecita l’attenzione delle Nazioni Uniti e dei singoli governi sull’aumento dei casi di Covid-19 nei villaggi indigeni della regione del Rio de la Plata, affermando di trovarsi di fronte alla mancanza di politiche pubbliche efficienti per combattere la malattia.

«I governi degli stati coinvolti non stanno adeguatamente aiutando con i test rapidi e non riescono a raggiungere le popolazioni indigene più isolate» puntualizza Viola Lala, press officer della World Organization for International Relations (www.woirnet.org).

Certo è che la pandemia di Coronavirus rappresenta una grave minaccia per la salute delle popolazioni indigene di tutto il mondo. «Le comunità indigene hanno già uno scarso accesso all’assistenza sanitaria e tassi significativamente più elevati di malattie trasmissibili e non trasmissibili» sottolinea Alejandro Gastón Jantus Lordi de Sobremonte, presidente della Casa Dinastica del Rio de la Plata.

Associandosi alle preoccupazioni del Dipartimento per gli Affari Economici e Sociali del Segretariato delle Nazioni Unite (UNDESA), del Presidente del Forum Permanente delle Nazioni Unite sulle Questioni Indigene, Anne Nuorgam, e della World Organization for International Relations, la Casa Dinastica del Rio de la Plata (www.virreinatodelriodelaplata.org) lancia dunque l’allarme sulla vulnerabilità delle popolazioni indigene, aderendo alla campagna #WeAreIndigenous dell’ONU e #WeAllAreIndigenous della WOIR.

Secondo la Casa Dinastica del Rio de la Plata, anche quando le popolazioni indigene sono in grado di accedere ai servizi sanitari, subiscono stigma e discriminazione. E molto più spesso sono vittime della mancanza di accesso ai servizi essenziali ed alle altre misure preventive chiave come acqua pulita, sapone e disinfettanti.

Le strutture mediche locali —se e quando ve ne siano— sono spesso poco attrezzate e carenti di personale. «Un fattore chiave è garantire che questi servizi e strutture siano forniti nelle lingue indigene e in base alle situazioni specifiche di queste popolazioni» sottolinea Viola Lala, press officer della WOIR.

«Noi tutti dobbiamo impegnarci per includere le esigenze e le priorità specifiche delle popolazioni indigene nell’affrontare la pandemia di Covid-19» conclude Alejandro Gastón Jantus Lordi de Sobremonte, presidente della Casa Dinastica del Rio de la Plata. (AJ-Com.Net)

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In giringiro per l’Australia. Cairns

Paolo Buralli Manfredi

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Cairns fu scoperta nel 1770 dal Capitano James Cook e per i cento anni successivi fu meta di numerose esplorazioni da parte degli europei

Quinta città per densità di popolazione dell’Australia, era abitata un tempo dalla popolazione chiamata Yidindji, Cairns fu scoperta nel 1770 dal Capitano James Cook e per i cento anni successivi fu meta di numerose esplorazioni da parte degli europei.

L’espansione e la ricchezza che fece da motore allo sviluppo della città fu l’oro, che proveniva dall’entroterra e che, inevitabilmente, creò l’arrivo dei cercatori d’oro che affollarono quell’area molto velocemente, e molto velocemente crescevano le costruzioni di case negozi hotels, insomma la città prendeva forma e si allargava notevolmente; oltre al mitico oro la città, una volta diventata grande, fu collegata alla rete ferroviaria dando così la possibilità di creare attività agricole, in particolare la coltivazione di canna da zucchero e con queste due produzioni importanti Cairns, di fatto, divenne a tutti gli effetti una città, fondata dal Governatore del Queensland William Cairns, da cui la città prende il nome.

Anche la sua posizione era strategica, ottima per l’arrivo di materie e merci grazie alla possibilità del fiume navigabile Hodginkston che rese la città appetibile ai commerci ed in tempi più recenti fu anche utilizzato dalle Forze Alleate come base per le operazioni nell’area dell’Oceano Pacifico.

Finita la Seconda Guerra mondiale Cairns si trasforma in un importante centro turistico, aiutata oltre che dalla sua posizione a Nord dell’Australia anche dal clima tropicale, per la bellezza delle sue spiagge da sogno con sabbia bianchissima, palme in stile caraibico e una natura da mozzare il fiato. Unico lato “negativo” sono gli animaletti che la abitano sia in mare che sulla terra; in mare si possono incontrare squali, tant’è che molte spiagge sono protette da rete metallica ed alcune addirittura non praticabili per la presenza dei coccodrilli marini che possono raggiungere i sette metri di lunghezza e fino a mille chili di peso.

Il Porto della città è naturalmente un punto importante d’approdo per le navi da crociera che da li partono in direzione della grande reef, la Barriera Corallina più lunga del mondo (Great Barrier Reef), composta da 2.900 barriere coralline singole e da 900 isole, estendendosi così per 2.300 km su una superficie di circa 344.440 km quadrati.

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Umpherston Sinkhole Garden, giardino sommerso in South Australia

Paolo Buralli Manfredi

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Oggi vi porteremo a spasso nel giardino di “Umpherston Sinkhole Garden” o il Giardino sommerso che si trova nello Stato del South Australia che ha come Capitale Adelaide, creato nel 1886.

Di certo l’Australia non ha bellezze storico-culturali come l’Italia essendo una Nazione che si può definire giovane. Ma in quanto a meraviglie naturali è una Nazione che non ha nulla da invidiare al resto del mondo, ed in effetti la natura australiana offre una fauna ed una flora che porta con sé una varietà di animali e vegetazione del tutto invidiabili anche perché, va ricordato che l’Australia conta un territorio che è più grande di tutta l’Europa, e la sua vastità le consente di avere degli ecosistemi totalmente differenti uno dall’altro, con la conseguenza che la vegetazione e gli animali sono di vario tipo perché si può passare da un clima quasi europeo con le quattro stagioni ad un clima tropicale o desertico come quello africano.

Oggi vi porteremo a spasso nel giardino di “Umpherston Sinkhole Garden” o il Giardino sommerso che si trova nello Stato del South Australia che ha come Capitale Adelaide, creato nel 1886.

Umpherston Sinkhole Garden viene definito il giardino sommerso, perché una volta era una enorme grotta calcarea che per le varie trasformazioni naturali subite nel tempo e con l’aiuto dell’uomo, si è trasformata in un giardino meraviglioso, in pratica diventando un museo naturale a cielo aperto dove alla sera, e precisamente al tramonto, nonostante il parco sia illuminato, viene affollato da centinaia di Opossum che, essendo abituati alla presenza dell’uomo, gironzolano tranquilli tra le rocce e la flora accettando persino il cibo direttamente dalle mani dei turisti, cui lo staff chiede cortesemente di offrire loro frutta secca evitando il pane o cibo di uso umano. I turisti possono frequentare il parco gratuitamente e, grazie ad una organizzazione impeccabile, possono fermarsi a fare pic-nic sotto la grande cupola della grotta, riparati persino nei giorni di pioggia perché il parco è attrezzato con BBQ elettrici pubblici e panchine per poter appoggiare e consumare le vivande.

Nel giardino è possibile passeggiare nei sentieri creati ad-hoc dove ci si può fermare nei punti d’osservazione realizzati, per scrutare vegetazione e gli animali selvatici che lo popolano, tante sono anche le specie di volatili, o rilassarsi e camminare tra le sculture nel parco ammirando la flora che ricopre la grande cupola della grotta, oppure camminare tra  le terrazze in stile “ligure” che offrono una visuale che rilassa gli occhi e la mente, cosa che gli Australiani amano fare appena hanno tempo, “Relax and keep calm, drink and no stress!” (Rilassati stai calmo, bevi e non stressarti!).

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