Connect with us

Mondo

Irlanda, cresce la paura terrorismo dopo l’omicidio della giornalista Lyra Mckee

Vito Nicola Lacerenza

Published

on

La reporter è morta mentre seguiva uno scontro tra polizia ed ultranazionalisti. Si teme il risorgere del terrorismo politico sull’isola ed il ritorno della frontiera tra le due Irlande dopo la Brexit.

“Il fatto che non ci sia più la guerra non vuol dire che lo spettro dell’attentatore abbia lasciato la stanza”. Sono queste le parole con cui, quattro anni fa, la giornalista irlandese 29enne Lyra Mckee aveva prospettato la possibilità che tra la Repubblica d’Irlanda e  l’Irlanda del Nord potesse risorgere la violenza. Giovedì scorso la reporter è  stata uccisa mentre stava seguendo un’operazione di polizia nella città nordirlandese di Londonderry, dove alcuni ultranazionalisti, appartenenti al gruppo denominato “Nuovo Esercito Repubblicano Irlandese”,  stavano seminando il caos. Tra i facinorosi e gli agenti è nato uno scontro, da cui è partito un proiettile che ha raggiunto  Lyra Mckee. Oggi gli inquirenti hanno fermato una 57enne sospettata dell’omicidio della giovane, definito dalle autorità “un atto terroristico”. Dagli anni ‘60 agli anni ‘90 del secolo scorso, nell’isola d’Irlanda, cattolici e protestanti si sono fronteggiati in una guerra cosiddetta “a bassa intensità”, perché caratterizzata da una lunga serie di attentati che hanno mietuto 3.000 vittime. Dietro le stragi c’era il gruppo terroristico IRA (Esercito Repubblicano Irlandese), la cui opera di morte si è fermata nel 1998, data in cui la Repubblica di Irlanda e l’Irlanda del Nord hanno firmato il “Good Friday Agreement” (l’Accordo del Buon Venerdì). Il trattato, tuttora in vigore, prevede l’abolizione della frontiera tra le due Irlande, permettendo il libero passaggio di persone e merci. “La generazione del “Good Friday Agreement”, la mia generazione- ha scritto Lyra Mckee- ed i figli ed i nipoti di coloro che hanno protestato per i diritti civili sono cresciuti con la convinzione che sarebbero stati i primi a godere della pace dopo decenni di violenza”. 

Ma il timore che sul suolo irlandese possa di nuovo scorrere il sangue cresce di giorno in giorno, alimentato dalle tensioni causate dalla Brexit. La possibilità che il Regno Unito, di cui l’Irlanda del Nord fa parte, possa uscire dall’UE senza un accordo diventa sempre più concreta. Se tale ipotesi si materializzasse, la frontiera tra le due Irlande rischierebbe di non essere più “libera” ed “invisibile”, ma disseminata di posti di blocco. Che, durante la “guerra a bassa intensità”, sono stati i principali obiettivi dei terroristi dell’IRA.  Secondo numerosi analisti, se il Regno Unito uscisse dall’Europa senza siglare un accordo commerciale, i posti di blocco al confine sarebbero inevitabili. Le migliaia di lavoratori che giornalmente attraversano la frontiera non sarebbero soggetti a controlli obbligatori da parte della polizia. I camion carichi di merci, invece,sarebbero ispezionati, dal momento che l’Irlanda del Nord sarebbe ormai fuori dal mercato unico europeo e non potrebbe più godere dei vantaggi commerciali riservati ai membri dell’Unione.

Tale scenario penalizzerebbe in modo significativo uno dei settori chiave dell’economia irlandese, l’agricoltura. Il rallentamento dell’import-export, causato dai posti di blocco, rischierebbe di far deperire alcuni prodotti, come la frutta e la verdura. Inoltre, non è da escludere l’imposizione di dazi sulle importazioni. Al momento non è chiaro quali potrebbero essere  le conseguenze di “una Brexit totale” sull’Irlanda, ma le ipotesi fatte dagli esperti sono tutt’altro che positive. Per scongiurare il risorgere di nuove tensioni tra le due Irlande, l’UE ha annunciato che offrirà al Regno Unito tutte le garanzie legali per evitare, “in ogni circostanza”, il ritorno della frontiera. Anche se meno dolorosa dal punto di vista commerciale, una situazione del genere segnerebbe di fatto la fine del “Good Friday Agreement” e, secondo alcuni esperti, potrebbe far risorgere la violenza nell’Isola. Di tale rischio sembra essere consapevole anche la polizia nordirlandese (PSNI), che ha annunciato il reclutamento, entro il mese di aprile, di 102 agenti, che verranno impiegati per il controllo del confine nel caso la Brexit si concluda senza un accordo tra Regno Unito ed Unione Europea. Per Drew Harris, il comandante della polizia della Repubblica d’Irlanda (GARDA), il ritorno dei posti di blocco alla frontiera rischia di alimentare le “campagne” di odio degli estremisti. «I nazionalisti repubblicani- ha detto  Drew Harris in un’intervista all’emittente inglese BBC- sperano di poter usare ogni differenza, messa in risalto dalla questione della frontiera, come cassa di risonanza per le loro campagne».

Lascia un commento
Continue Reading

Mondo

Coronavirus, a rischio gli indigeni del Rio de la Plata: il tasso di mortalità è doppio rispetto al resto della popolazione.

Avatar

Published

on

Associandosi alle preoccupazioni del Dipartimento per gli Affari Economici e Sociali del Segretariato delle Nazioni Unite, del Presidente del Forum Permanente delle Nazioni Unite sulle Questioni Indigene e della World Organization for International Relations, la Casa Dinastica del Rio de la Plata  lancia l’allarme sulla vulnerabilità delle popolazioni indigene.

In Sudamerica milioni di colpiti aggrediti dalla pandemia rischiano di non ricevere assistenza e cure necessarie. La situazione è più a rischio proprio nei territori del Rio de la Plata: Argentina, Brasile ed Uruguay.

La stima è di 3 milioni di indigeni che stanno morendo a causa del Covid-19, a un tasso che è il doppio rispetto a quello nel resto della popolazione dei Paesi coinvolti.

A denunciarlo è la ong «Casa Dinastica del Rio de la Plata» (www.virreinatodelriodelaplata.org), che dal 1989 si batte per i diritti delle minoranze svantaggiate e delle popolazioni indigene nei distretti del Rio de la Plata.

La pandemia ha già colpito 42 tribù di indios argentini, 44 tribù di indios brasiliani, e 9 tribù di indios uruguaiani. Vista la gravità della situazione, Casa Dinastica del Rio de la Plata sollecita l’attenzione delle Nazioni Uniti e dei singoli governi sull’aumento dei casi di Covid-19 nei villaggi indigeni della regione del Rio de la Plata, affermando di trovarsi di fronte alla mancanza di politiche pubbliche efficienti per combattere la malattia.

«I governi degli stati coinvolti non stanno adeguatamente aiutando con i test rapidi e non riescono a raggiungere le popolazioni indigene più isolate» puntualizza Viola Lala, press officer della World Organization for International Relations (www.woirnet.org).

Certo è che la pandemia di Coronavirus rappresenta una grave minaccia per la salute delle popolazioni indigene di tutto il mondo. «Le comunità indigene hanno già uno scarso accesso all’assistenza sanitaria e tassi significativamente più elevati di malattie trasmissibili e non trasmissibili» sottolinea Alejandro Gastón Jantus Lordi de Sobremonte, presidente della Casa Dinastica del Rio de la Plata.

Associandosi alle preoccupazioni del Dipartimento per gli Affari Economici e Sociali del Segretariato delle Nazioni Unite (UNDESA), del Presidente del Forum Permanente delle Nazioni Unite sulle Questioni Indigene, Anne Nuorgam, e della World Organization for International Relations, la Casa Dinastica del Rio de la Plata (www.virreinatodelriodelaplata.org) lancia dunque l’allarme sulla vulnerabilità delle popolazioni indigene, aderendo alla campagna #WeAreIndigenous dell’ONU e #WeAllAreIndigenous della WOIR.

Secondo la Casa Dinastica del Rio de la Plata, anche quando le popolazioni indigene sono in grado di accedere ai servizi sanitari, subiscono stigma e discriminazione. E molto più spesso sono vittime della mancanza di accesso ai servizi essenziali ed alle altre misure preventive chiave come acqua pulita, sapone e disinfettanti.

Le strutture mediche locali —se e quando ve ne siano— sono spesso poco attrezzate e carenti di personale. «Un fattore chiave è garantire che questi servizi e strutture siano forniti nelle lingue indigene e in base alle situazioni specifiche di queste popolazioni» sottolinea Viola Lala, press officer della WOIR.

«Noi tutti dobbiamo impegnarci per includere le esigenze e le priorità specifiche delle popolazioni indigene nell’affrontare la pandemia di Covid-19» conclude Alejandro Gastón Jantus Lordi de Sobremonte, presidente della Casa Dinastica del Rio de la Plata. (AJ-Com.Net)

Lascia un commento
Continue Reading

Mondo

In giringiro per l’Australia. Cairns

Paolo Buralli Manfredi

Published

on

Cairns fu scoperta nel 1770 dal Capitano James Cook e per i cento anni successivi fu meta di numerose esplorazioni da parte degli europei

Quinta città per densità di popolazione dell’Australia, era abitata un tempo dalla popolazione chiamata Yidindji, Cairns fu scoperta nel 1770 dal Capitano James Cook e per i cento anni successivi fu meta di numerose esplorazioni da parte degli europei.

L’espansione e la ricchezza che fece da motore allo sviluppo della città fu l’oro, che proveniva dall’entroterra e che, inevitabilmente, creò l’arrivo dei cercatori d’oro che affollarono quell’area molto velocemente, e molto velocemente crescevano le costruzioni di case negozi hotels, insomma la città prendeva forma e si allargava notevolmente; oltre al mitico oro la città, una volta diventata grande, fu collegata alla rete ferroviaria dando così la possibilità di creare attività agricole, in particolare la coltivazione di canna da zucchero e con queste due produzioni importanti Cairns, di fatto, divenne a tutti gli effetti una città, fondata dal Governatore del Queensland William Cairns, da cui la città prende il nome.

Anche la sua posizione era strategica, ottima per l’arrivo di materie e merci grazie alla possibilità del fiume navigabile Hodginkston che rese la città appetibile ai commerci ed in tempi più recenti fu anche utilizzato dalle Forze Alleate come base per le operazioni nell’area dell’Oceano Pacifico.

Finita la Seconda Guerra mondiale Cairns si trasforma in un importante centro turistico, aiutata oltre che dalla sua posizione a Nord dell’Australia anche dal clima tropicale, per la bellezza delle sue spiagge da sogno con sabbia bianchissima, palme in stile caraibico e una natura da mozzare il fiato. Unico lato “negativo” sono gli animaletti che la abitano sia in mare che sulla terra; in mare si possono incontrare squali, tant’è che molte spiagge sono protette da rete metallica ed alcune addirittura non praticabili per la presenza dei coccodrilli marini che possono raggiungere i sette metri di lunghezza e fino a mille chili di peso.

Il Porto della città è naturalmente un punto importante d’approdo per le navi da crociera che da li partono in direzione della grande reef, la Barriera Corallina più lunga del mondo (Great Barrier Reef), composta da 2.900 barriere coralline singole e da 900 isole, estendendosi così per 2.300 km su una superficie di circa 344.440 km quadrati.

Lascia un commento
Continue Reading

Mondo

Umpherston Sinkhole Garden, giardino sommerso in South Australia

Paolo Buralli Manfredi

Published

on

Oggi vi porteremo a spasso nel giardino di “Umpherston Sinkhole Garden” o il Giardino sommerso che si trova nello Stato del South Australia che ha come Capitale Adelaide, creato nel 1886.

Di certo l’Australia non ha bellezze storico-culturali come l’Italia essendo una Nazione che si può definire giovane. Ma in quanto a meraviglie naturali è una Nazione che non ha nulla da invidiare al resto del mondo, ed in effetti la natura australiana offre una fauna ed una flora che porta con sé una varietà di animali e vegetazione del tutto invidiabili anche perché, va ricordato che l’Australia conta un territorio che è più grande di tutta l’Europa, e la sua vastità le consente di avere degli ecosistemi totalmente differenti uno dall’altro, con la conseguenza che la vegetazione e gli animali sono di vario tipo perché si può passare da un clima quasi europeo con le quattro stagioni ad un clima tropicale o desertico come quello africano.

Oggi vi porteremo a spasso nel giardino di “Umpherston Sinkhole Garden” o il Giardino sommerso che si trova nello Stato del South Australia che ha come Capitale Adelaide, creato nel 1886.

Umpherston Sinkhole Garden viene definito il giardino sommerso, perché una volta era una enorme grotta calcarea che per le varie trasformazioni naturali subite nel tempo e con l’aiuto dell’uomo, si è trasformata in un giardino meraviglioso, in pratica diventando un museo naturale a cielo aperto dove alla sera, e precisamente al tramonto, nonostante il parco sia illuminato, viene affollato da centinaia di Opossum che, essendo abituati alla presenza dell’uomo, gironzolano tranquilli tra le rocce e la flora accettando persino il cibo direttamente dalle mani dei turisti, cui lo staff chiede cortesemente di offrire loro frutta secca evitando il pane o cibo di uso umano. I turisti possono frequentare il parco gratuitamente e, grazie ad una organizzazione impeccabile, possono fermarsi a fare pic-nic sotto la grande cupola della grotta, riparati persino nei giorni di pioggia perché il parco è attrezzato con BBQ elettrici pubblici e panchine per poter appoggiare e consumare le vivande.

Nel giardino è possibile passeggiare nei sentieri creati ad-hoc dove ci si può fermare nei punti d’osservazione realizzati, per scrutare vegetazione e gli animali selvatici che lo popolano, tante sono anche le specie di volatili, o rilassarsi e camminare tra le sculture nel parco ammirando la flora che ricopre la grande cupola della grotta, oppure camminare tra  le terrazze in stile “ligure” che offrono una visuale che rilassa gli occhi e la mente, cosa che gli Australiani amano fare appena hanno tempo, “Relax and keep calm, drink and no stress!” (Rilassati stai calmo, bevi e non stressarti!).

Lascia un commento
Continue Reading

In evidenza