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Diritti umani

Pensare la diversità attraverso la musica e la bellezza

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Tempo di lettura: 6 minuti

Intervista alla professoressa Claudia Caneva

Claudia Caneva insegna all’Istituto di Scienze Religiose “Ecclesia Mater” e alla facoltà di Teologia all’Università Pontificia Lateranense ed è docente a contratto di Estetica all’Università degli Studi di Roma Tre. Collabora con seminari annuali dal 2006 con la cattedra di Sociologia dei processi culturali e di Ricerca sociale ed è stata cultore di materia sulla cattedra di Storia della Musica e Musicologia al Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Roma Tre. 

Professoressa Caneva, nella sua presentazione emerge subito una vicinanza profondissima al tema della diversità. Lei stessa nell’introdursi scrive: “L’arte, e in modo particolare la musica, rappresenta per l’uomo il sognato castello, il brivido interiore, la ragione materna, le braccia ardenti del desiderarsi a casa, l’humanum utopico del mondo.” Dove è finita questa utopia oggi?

Vicinanza e grande senso di responsabilità. Il rispetto della diversità è una sfida quotidiana e un impegno che perseguo con grande passione.

È stato proprio dallo studio della musica, attraverso l’esecuzione, che ho tratto l’insegnamento di cosa sia la diversità, come comprenderla e rispettarla.

Ma non posso parlare di diversità se non parlo anche di verità intesa come sinfonia dell’essere. Noi filosofi spesso parliamo un linguaggio che sembra lontano e, destinato solo agli addetti ai lavori, ma dalla verità non si esce, ognuno di noi la cerca e la desidera e se cominciassimo a pensarla come una sinfonia di voci e appelli diversi che insieme possono creare armonie meravigliose, il tema della diversità ci apparirebbe più chiaro. La Verità è plurale, non nel senso di relativa, ma di inesauribile. Pensiamo a un’orchestra e ai tanti strumenti che la compongono, suonano insieme…che meraviglia! Eppure, ognuno ha la sua partitura, con il particolare e unico timbro del suo strumento.

C’è stato un filosofo torinese Luigi Pareyson che in un suo libro dal titolo Verità e Interpretazione ha scritto: «si può paragonare la Verità a uno spartito musicale. Se non viene eseguito rimane muto e inerte». Solo l’esecuzione può dargli vita, ma è pur sempre una interpretazione e porta con sé un carattere personale… per questo sarà sempre nuova e diversa, cioè molteplice. Questa molteplicità, così temuta da molti, non pregiudica affatto l’identità dell’opera musicale, che mantiene comunque la sua unicità. L’’esempio musicale ci spiega come sia possibile che ognuno di noi sia un originale esecutore, un interprete della Verità, irripetibile e diverso.

Edmond Barbotin ammirando la prodigiosa diversità culturale che fa gli uni europei gli altri africani, americani, asiatici… rimaneva stordito per tanta varietà, ma scopriva tuttavia quello che di profondamente umano è comune a tutti. Tutte le culture – diceva – mi mostrano che l’uomo nel profondo della sua natura è inesauribile e costante e nella storia millenaria la proliferazione delle culture non è un’esplosione, ma lo sviluppo di un’identità metafisica.

In questo senso, faccio mie le parole di Anténor Firmin quando, rispondendo a J. Arthur De Gobineau e al suo Saggio sulla disuguaglianza delle razze, ribadiva che tutti gli uomini sono l’Uomo.

L’arte, la musica in modo particolare, insegnano a dialogare a disporci all’ascolto e al silenzio per far spazio all’altro.

Riguardo alle espressioni che ha riportato avrebbero bisogno ognuna di una spiegazione che non posso esaurire in poche battute … posso solo dire che la musica è tutto quello che ha detto, è sognato castello interiore perché è espressione di una interiorità e l’ascolto musicale è una esperienza vitale radicata all’interno della coscienza che mi fa prendere contatto con la temporalità soggettiva che si sottrare alle logiche di una razionalità tecnico procedurale. È ragione materna perché recupera l’abbraccio del sentimento, ed è palpitazione interiore. Inoltre, la musica è l’humanum utopico del mondo perché è tensione verso e apre orizzonti di speranza, è linguaggio di pace.  La musica ha una originale capacità utopica nell’offrirci la possibilità di farci trascendere con la forza dell’immaginazione il dato reale per incidervi una forza di cambiamento: l’utopia non è l’irrealizzabile, ma la capacità della coscienza di proiettarsi verso un futuro possibile e migliore. È pensiero che dota l’uomo della facoltà di trasformazione personale e sociale. Esempi in questo senso se ne posso fare tanti, il blues, il jazz, la musica concentrazionaria, ricordo musicisti come Messiaen o come la pianista Judina o come Aeham Ahmad, il leggendario pianista di Yarmoukal

La meraviglia della musica è proprio quella di avere la forza dell’utopia. Ma l’utopia si nutre di immaginazione, creatrice di bellezza e possibilità di scenari e ideali di vita nuovi.

Purtroppo, c’è da rilevare che il cinico liberalismo economico e il pensiero strumentale e calcolante non solo hanno voltato le spalle all’immaginazione e agli affetti, ma li hanno talmente screditati da rendere il cammino dell’uomo verso l’Umano sempre più difficile.

“Bellezza e Persona. L’esperienza estetica come epifania dell’umano” scritto da lei e pubblicato nel 2008 da Armando Editore. Potrebbe riassumerci in parole semplici il concetto di “epifania dell’umano”? In seconda battuta, quali reazioni ha suscitato la pubblicazione del libro nel mondo accademico?

Epifania significa apparizione, manifestazione. Parto dall’idea che il bello non sia legato esclusivamente all’arte e alle produzioni artistiche.  L’arte è sì un’operazione specifica e propria degli artisti, ma essa non potrebbe mai sorgere se non a partire da qualcosa che è dentro ciascuno di noi, come accentuazione intenzionale di un’attività che è presente nella vita spirituale di ogni uomo. Il bello si inscrive nell’operosità umana perché ne è il principio produttivo.

Riflettendo sulla dimensione estetica dell’esistenza, sulla ricerca del bello come sorgente e principio originario del fare umano, si giunge a mettere in risalto l’eco qualitativa della soggettività umana con la quale la modernità non è riuscita più di tanto a confrontarsi. In modo particolare il fenomeno del sentire, del patire, l’immaginazione sono state spesso relegate nell’accidentale e nell’irrazionale.

Queste dimensioni, infatti, mettono in risalto la singolarità e l’individualità: l’esperienza estetica riconosce la sensazione, la sensibilità non solo come semplice registrazione, ma come un vero e proprio processo interpretativo, un luogo di manifestazione e di incontro, il laboratorio della domanda sul senso di ciò che sta accadendo. Estetica è, quindi, l’intera vita spirituale in tutte le sue manifestazioni, e oltre alla bellezza artistica vi sono altre forme di bellezze, le quali non cessano di essere tali anche se non sono il risultato di un’attività propriamente artistica. L’Estetica, diceva Pareyson, è filosofia intera perché nell’accogliere dimensioni altre dell’esistenza umana, che non si realizzano sotto il principio della verificabilità scientifica, proietta verso nuove frontiere di una nozione di ragione che non dimentichi il nesso tra logos, pathos. In virtù di questo presagio di arte che la vita reca con sé, essa manifesta la sua vera umanità.

Credo che proprio nell’attività creativa alla ricerca del bello che si raggiunga la vera libertà di fare della propria individualità storica non una prigione o un ostacolo della conoscenza, ma una via di accesso all’essenza dell’essere umano. L’opera a cui l’uomo sceglie di dedicarsi nel suo farsi persona diventa un compito, più che una natura è un compito: non c’è umanità fuori dalle esecuzioni che ciascuno di noi ne dà.

“Servirsi di Dio come di una risposta alla domanda sull’origine delle leggi equivale semplicemente a sostituire un mistero con un altro.” Cosa risponderebbe a Stephen Hawking?

Un filosofo contestualizza sempre e cerca, più che di dare delle risposte, di aprire degli orizzonti di riflessione. Quale presupposto c’è dietro questa domanda? Questi sono argomenti importanti che difficilmente possiamo esaurire in poche battute. Immagino che Stephen Hawking faccia riferimento all’annosa questione del dibattito tra creazionisti ed evoluzionisti.

Ogni ambito disciplinare ha il suo campo di indagine specifico e quando la scienza usa categorie come mistero mi fa riflettere…perché riconosce che c’è qualcosa che non può arrivare a conoscere.

Dal punto di vista della scienza sostituire un mistero a un altro equivale, e allora possiamo dire che ha ragione. Se mi “servo” di Dio come di un Dio risposta e sostituisco la parola “Dio” a un altro mistero come quello di Natura, archè, motore immobile, causa incausata, Deus ex machina…la scelta si equivale. Ma è pur vero che se Hawking parla di mistero riconosce un principio trascendente … ci sono persone che non riconoscono proprio un principio trascendente.

Allora, io potrei provare a risponderle dal mio punto di vista e la prima cosa che risponderei è che non ho bisogno di servirmi né di qualcosa né di qualcuno. Sono troppo curiosa e forse anche troppo problematica per accontentarmi di una risposta così grossolana. Dire che mi servo di Dio come risposta sarebbe una indelicatezza verso il mio pensare e un’offesa alla mia intelligenza. Non agisco per sostituzione, ma per comprensione.

Non oppongo un mistero a un altro e soprattutto non oppongo la scienza alla fede. Se scelgo Dio come orizzonte di senso, di significato come paradigma di interpretazione della realtà non significa che me ne serva, ma che sono entrata in una relazione.

Per quanto mi riguarda la bellezza dell’universo è tale che l’idea del caso sembra davvero incompatibile e impraticabile ed è per questo che alcuni grandi scienziati stanno tornando a credere in Dio

Diciamo che se poni Dio all’origine hai una certezza: ciò che è, può infatti provenire solo da un’entità che gli è esterna. È questa entità che riassume ed esprime il concetto di Dio.

BIO di Claudia Caneva

Laureata in Filosofia all’Università degli Studi di Roma Tor Vergata ha conseguito il Dottorato di ricerca in Filosofia con una tesi su Musica e filosofia in Ernst Bloch e la Licenza in Storia della musica ed Estetica musicale presso il Conservatorio di Musica di Perugia. Si è laureata in Scienze religiose all’Università Pontificia Lateranense con una tesi dal titolo Linguaggio simbolico e contemplazione del mistero e ha conseguito, nella stessa Università, il Bachelor in Teologia. Ha vinto un assegno di ricerca all’Università degli Studi di Roma Tre – Dipartimento di Scienze della Formazione (2016-2017). Attualmente insegna all’Istituto di Scienze Religiose “Ecclesia Mater” e alla facoltà di Teologia all’Università Pontificia Lateranense ed è docente a contratto di Estetica all’Università degli Studi di Roma Tre. Collabora con seminari annuali dal 2006 con la cattedra di Sociologia dei processi culturali e di Ricerca sociale ed è stata cultore di materia sulla cattedra di Storia della Musica e Musicologia al Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Roma Tre.