I nemici del migrante: distanza e tempo – The migrant’s enemies: distance and time

di emigrazione e di matrimoni

I nemici del migrante: distanza e tempo

La distanza, e il suo socio inflessibile il tempo, dettano molti aspetti della vita delle comunità italiane in giro per il mondo, e per questi due motivi principali dobbiamo renderci conto che le considerazioni che facciamo di queste comunità sono divise in due categorie distinte, quelle che sono in Europa e quelle oltreoceano

Uno scambio recente con un amico in Germania e un post di un’utente italo-americano sui social hanno messo in evidenza che, quando parliamo degli italiani all’estero, dobbiamo ricordarci sempre che ci sono differenze tra comunità. Poi il ricordo di una notte in treno mi hanno fatto apprezzare di nuovo che gli italiani in altri continenti hanno concetti e rapporti molti diversi da coloro che abitano nei paesi europei.

Certo, ogni comunità italiana in giro per il mondo ha le sue differenze e peculiarità, ma quel che detta le differenze principali tra di loro non sono soltanto le lingue locali e le tradizioni nuove che incontrano, ma i due aspetti della nostra vita che non possiamo cambiare, solo alleviare fino a un certo punto, che dettano come percepiamo il nostro paese d’origine.

La distanza, e il suo socio inflessibile il tempo, dettano molti aspetti della vita delle comunità italiane in giro per il mondo, e per questi due motivi principali dobbiamo renderci conto che le considerazioni che facciamo di queste comunità sono divise in due categorie distinte, quelle che sono in Europa e quelle oltreoceano, perché distanza e tempo sono i nemici degli emigrati in modi che pochi che non sono mai usciti dall’Italia, particolarmente verso altri continenti, hanno mai capito del tutto. Queste differenze potrebbero costringerci a rivedere le rappresentanze parlamentari all’estero per migliorare i rapporti tra le comunità italiane oltreoceano e l’Italia.

Il treno

 Nel 1980 sono partito dal paese di mia madre nel Lazio per passare Natale al paese di mio padre in Calabria. Per viaggiare facilmente e comodamente, o almeno così pensavo, ho deciso di prendere il treno di notte. Quel che ho scoperto in quel viaggio era un mondo che non immaginavo e che illustra benissimo la differenza tra gli emigrati italiani in Europa e quelli degli altri continenti.

Il treno era stracolmo e allora ho dovuto passare la notte in corridoio perché era il treno che dalla Germania andava in Sicilia. Ovviamente non succederebbe mai oggi perché i computer tengono conto dei posti a disposizione, ma quel treno era il microcosmo della realtà di quegli emigrati.

Sentivo accenti da tutte le province siciliane, come anche quelli della Calabria, da coloro che passavano la lunga notte scambiando racconti delle loro esperienze, di chi cercava vanamente di dormire e le difficoltà per raggiungere i bagni che è meglio non descrivere.

Quella notte ho capito per la prima volta che gli emigrati italiani in Germania, e lo stesso vale per coloro negli altri paesi europei, hanno un rapporto molto più stretto e intimo con i loro parenti e amici in Italia di noi nel resto del mondo. Era il loro rito annuale, perché molti di loro avevano anche lasciato moglie e figli in Italia mentre loro lavoravano lontano. Oppure non erano ancora sposati e tornavano per sentire le voci dei loro cari di persona, invece di sentirle tramite la cornetta del telefono, e magari per raggiungere o trovare un fidanzata nel paese di nascita.

Non è difficile capire che questi emigrati potevano facilmente fare le loro vacanze estive regolarmente nei paesi di nascita in tutta la penisola, e attendere i battesimi, le cresime, i fidanzamenti e i matrimoni di fratelli, sorelle e i cugini. Senza dimenticare che quando, inevitabilmente, arriva la notizia che tutti temiamo, possono persino prendere la macchina per tornare a casa in tutta fretta per stare vicino alla famiglia, e condividere il dolore e la tristezza dell’ultimo saluto al caro defunto.

Niente di questo è possibile per noi delle comunità italiane oltreoceano, perché i nostri due nemici, la distanza e il tempo, hanno un aspetto crudele e implacabile quando torniamo a casa, magari dopo decenni all’estero.

Cambi inattesi

 Per gli emigrati in altri continenti l’immagine che resta in mente dei parenti del paese di nascita è quella del momento della partenza per l’estero. Per coloro dei due decenni dopo la seconda guerra mondiale, è quella di un paese che doveva ancora riprendersi del tutto dai danni subiti in quel conflitto.

Le comunicazioni oggi sono veloci e costano poco, persino con video chiamate con il cellulare dove e quando vogliamo, ma non è stato sempre così. Anzi…

Nei primi decenni all’estero il mezzo principale per tenere il contatto con i parenti a casa era via posta. I postini in quegli anni caricavano nei loro sacchi i messaggi, le speranze e i dolori degli emigrati ai loro genitori, fratelli e sorelle in Italia. Però, mentre scrivevano avevano in mente i visi di quell’ultimo giorno e non si rendevano conto dei cambiamenti del tempo. Lo stesso possiamo dire di chi leggeva e rispondeva a quelle lettere, malgrado le foto che regolarmente erano inviate nelle buste, insieme a somme di soldi che aiutavano i parenti rimasti a casa.

Poi, quando arrivava il giorno del tanto sognato ritorno a casa, pochi erano pronti per i cambiamenti enormi nei parenti. Magari qualcuno arrivava a casa per scoprire parenti malati gravemente perché la nonna non voleva fare preoccupare i parenti lontani.

Quindi, le immagini che i genitori italiani all’estero danno ai loro figli, ed eventualmente anche ai nipoti, sono di un’Italia che non esiste più da tempo. Magari, dopo due generazioni i rapporti tra i rami esteri e i parenti nel paese d’origine non esistono più e quindi in effetti una famiglia è diventata più di una sparsa in più paesi e continenti.

Infatti, un’utente di una pagina Facebook degli italo-americani ha chiesto se solo lei aveva avuto un incontro freddo con i parenti in Italia che aveva incontrato recentemente. Le risposte al quesito hanno rivelato vari livelli di esperienze tra parenti che non si conoscevano prima, e a volte i parenti in Italia non sapevano nemmeno di avere parenti all’estero.

Hanno parlato di incontri fantastici e di diffidenza da parte di parenti che pensavano all’eredità lasciata dai nonni. Alcuni utenti hanno scoperto che quel che i loro genitori e/o nonni avevano raccontato non era quel che era successo davvero. E a volte i nipoti e pronipoti scoprono segreti di famiglia che non potevano mai immaginare, nel bene e nel male.

Rapporti

Per questi motivi i parenti in Italia devono poter capire quel che è successo ai loro parenti all’estero, come anche quelli all’estero devono poter capire i cambiamenti del paese che molti non hanno mai visitato, e che ancora meno conoscono del tutto.

Come paese, e come appartenenti delle comunità italiane in giro per il mondo, abbiamo un obbligo non solo di documentare queste differenze essenziali. Abbiamo anche l’obbligo di aiutare famiglie a tenere i contatti con parenti lontani per poter essere in grado di aiutarli a cercare le proprie origini e il loro patrimonio personale, sia di famiglia che culturale.

Inoltre, dobbiamo chiederci se davvero pochi parlamentari, per decine di milioni di nostri amici e parenti in giro per il mondo per ciascuno di loro, sia davvero il mezzo per migliorare i rapporti tra l’Italia e gli italiani nel mondo e, tramite loro, con i loro paesi di residenza.

Per quelli in Europa, con i contatti costanti e facili, i rappresentanti parlamentari potrebbero essere più che utili, ma per gli italiani negli altri continenti i nostri nemici comuni, la distanza e il tempo, rendono il lavoro ancora più difficile e dobbiamo chiederci se non sia il caso di rivedere questi rapporti e di trovare altre strutture di rappresentanza molti più efficaci, sia per gli individui che per le comunità stesse.

Siamo tutti italiani oppure discendenti di italiani, ma le nostre esigenze e le nostre speranze per mantenere contatto con l’Italia cambiano radicalmente da continente a continente perché, come abbiamo tutti imparato nella vita, la distanza e il tempo sono davvero nemici implacabili.

 

di emigrazione e di matrimoni

The migrant’s enemies: distance and time

Distance and it inflexible partner time dictate many aspects of the lives of the Italian communities around the world and for these main reasons we must realize that the considerations that we make about these communities must be divided into two distinct categories, those in Europe and those overseas

A recent exchange with a friend in Germany and a post by an Italian American user on the social media highlighted that when we talk about Italians overseas, we must always remember that there are differences between communities. Then the memory of a night on a train made me appreciate once more that Italians in other continents have concepts and ideas very different from those who live in European countries.

Of course, each Italian community around the world has its differences and peculiarities but what dictates the main differences between them are not only the local languages and the new traditions they encounter, but the two aspects of our lives that we cannot change, but only alleviate to some extent, that dictate how we perceive our country of origin.

Distance and it inflexible partner time dictate many aspects of the lives of the Italian communities around the world and for these main reasons we must realize that the considerations that we make about these communities must be divided into two distinct categories, those in Europe and those overseas because distance and time are the enemies of migrants in ways that those who have never left Italy, especially to other continents, have never fully understood. These differences could force us to reconsider the parliamentary representation from overseas to improve the relations between Italian communities overseas and Italy.

The train

In 1980 I went from my mother’s home town in Lazio to spend Christmas at my father’s home town in Calabria. In order to travel comfortably, or so I thought, I decided to take the night train. What I discovered in that trip was a world that I never imagined and that illustrated very well the differences between Italian migrants in Europe and those in other continents.

The train was overfull and so I had to spend the night in the corridor because it was the train from Germany that went to Sicily. Obviously this would never happen today because computer bookings take into account the places available, but this train was a microcosm of the reality of those migrants.

I heard accents from all Sicily’s provinces, and those of Calabria as well, from those who spent the night swapping stories of their experiences, of those who tried vainly to sleep and the difficulty in reaching the bathrooms that are better not described.

That night I understood for the first time that Italian migrants in Germany, and the same is true in the other European countries, have a much closer and intimate relationship with their relatives and friends in Italy than we in the rest of the world. It was their annual ritual because many of them had even left their wives and children in Italy while they worked far away. Or, they were not yet married and went back home to hear the voices of the close ones in persons, instead of hearing it on the telephone, or maybe to reach or find a girlfriend in the town of origin.

It is not hard to understand that these migrants could easily spend their summer holidays regularly in their hometowns throughout the peninsula and attend the baptisms, confirmations, engagements and weddings of brothers, sisters or cousins. Without forgetting that when, inevitably, comes the news that we all fear, they can even take their car to get back home quickly to be close to their families and to share the pain and sadness of the final farewell to a loved one.

None of this is possible for us of the Italian communities overseas because our two enemies, distance and time, have a cruel and implacable aspect when we return home, maybe after decades overseas.

Unexpected changes

For the migrants in other continents the mental image of the country and the relatives is that of the moment of departure for overseas. For those of the two decades after the Second World War it is that of a country that had not yet recovered from all the damages suffered in the war.

Communications today are fast and do not cost much, there is even video chat with the mobile phone where and when we want, but it was not always like this. Rather..

In the first decades overseas the main way of keeping in touch with the relatives at home was by mail. In those years the mailmen filled their bags with the messages, hopes and pain of the migrants to their parents, brothers and sisters in Italy. However, while they wrote, they saw in their minds the faces of that last day and they did not take into account the changes of time. We can say the same of those who read and answered those letters, despite the photos that were regularly sent in the envelopes with the sums of money that helped the relatives left at home. 

And then, when the day of the much dreamed return home comes, few are ready for the huge changes in the relatives. Some may even come home to find relatives who are seriously sick because nonna (grandma) did not want to worry the relatives far away.

Therefore, the images that Italian parents overseas give their children, and eventually also to their grandchildren, are of an Italy that has not existed for some time. Maybe, after two generations the relationships between overseas branches and the relatives in the hometowns no longer exist and therefore the family effectively becomes more than one spread over countries and continents.

In fact, an Italian American user on the social media asked if only she had a cold encounter with the relatives that she had recently met in Italy. The answers to the query revealed many levels of experiences between relatives who did not know each other before and at times of relatives in Italy that did not even know they had relatives overseas.

They spoke of fantastic encounters and of diffident encounters with relatives who thought about the grandparents’ inheritance. Some users discovered that what their parents and/or grandparents had told them was not what truly happened. And at times the grandchildren and great grandchildren discover family secrets that they would never have imagined, for better or for worse.

Relationships

For these reasons relatives in Italy must be able to understand what happened to their relatives overseas, just as those overseas must be able to understand the changes in the country that many have never visited and even less know at all.

As a country, and as members of Italian communities around the world, we have an obligation to document these essential differences. We also have an obligation to help families to keep touch with faraway relatives and to be able to help these faraway relatives in the search for their origins and personal heritage, both family and cultural.

Furthermore, we must ask ourselves if a few parliamentarians, with tens of millions of our relatives and friends around the world for each one, is truly the best way to improve relations between Italy and Italians in the world and, through them, their countries of residence.

For those in Europe with the constant and easy contacts the parliamentary representation could be more than helpful. But for the Italians in the other continents our common enemies, distance and time, make the job even harder and we must wonder of it is not the case to review these relations and find other more effective structures of representation, both for individuals and the communities themselves.

We are all Italians, or relatives of Italians, but our needs and our hopes for maintaining contact with Italy change drastically from continent to continent because, as we have learnt in our lives, distance and time are truly implacable enemies.

Il Dolore Indimenticabile – That Unforgettable Sadness

di emigrazione e di matrimoni

Il Dolore Indimenticabile

Nancy Beaumont è deceduta ieri nella città di Adelaide all’età di 92 anni, e ora la città e il paese intero ricorderanno, di nuovo, i tragici fatti sul caso della scomparsa dei figli Jane di 9 anni, Arnna di 7 anni e il fratellino Grant di 4 anni, mai più ritrovati

di Gianni Pezzano

Per chi crede in un’altra vita, quella povera signora finalmente sa il vero destino dei suoi figli. Per chi non crede in un Dio quella povera signora lascia la vita nel dubbio più atroce.

Per il marito che ha perso un’altra volta sua moglie, la sua scomparsa non fa altro che aggiungere altra tristezza enorme che ha colpito non solo una famiglia ma tutta una città e poi, tramite i servizi televisivi, un intero paese non per giorni o per settimane ma per decenni.

Solo due altre famiglie capiranno quel dolore indescrivibile perché anche loro furono colpite dalla stessa sorte terribile, e nessun altro potrà mai capire i sentimenti di queste povere persone mentre i giornali e le televisioni presenteranno di nuovo i fatti e i misteri di quei giorni terribili di decenni fa.

Non importa che quella stessa città e quello stesso paese saranno colpiti da altri reati orribili, il nome di quella prima famiglia rimarrà sempre parte indelebile della coscienza di tutti, perché il caso non è stato solo un articolo di cronaca, ma il peggiore incubo possibile e ha lasciato una tristezza che non sarà mai dimenticata da almeno due generazioni nel paese.

I nomi

Si chiamavano Jane di 9 anni, Arnna di 7 anni e il fratellino Grant di 4 anni. Una parte della crudeltà di quel caso è che pochi ricordano i loro nomi, ma solo come erano descritti all’epoca dei fatti, “the Beaumont Children” (i figli dei Beaumont).

La madre dei bimbi si chiamava Nancy Beaumont ed è deceduta ieri nella città di Adelaide all’età di 92 anni, e ora la città e il paese intero ricorderanno, per l’ennesima volta, i tragici fatti sul caso e magari qualcuno parlerà anche di quell’altro molto simile di qualche anno dopo, che ebbe un eco enorme per la sorte tragica dei tre bimbi.

La mattina del 26 gennaio, 1966, festa nazionale e nel mezzo delle vacanze estive per l’Australia, Jane, Arnna e Grant sono andati al mare di Glenelg della città di Adelaide. Hanno preso il pullman dalla fermata vicino a casa e sono stati visti parlare con un uomo, mai rintracciato.

Quel giorno le due sorelle e il fratellino sono semplicemente spariti.

Ricerche inutili

Le ricerche sono iniziate quello stesso giorno, ma la polizia e le autorità non sono mai riuscite a trovare la soluzione di quell’incubo. Giravano voci di ogni genere, sulla loro morte, sul possibile trasferimento in un altro paese, che fossero stati venduti come “schiavi” e altre versioni ancora più incredibili e crudeli, che non facevano altro che aggiungere tormento al quel che già passavano Nancy e il suo vedovo Jim, che ora ultranovantenne è rimasto solo in una casa di cura con soltanto i suoi ricordi e i suoi dubbi.

Come oggi riportano i giornali locali, per anni i genitori hanno lasciato le camere dei ragazzi come la mattina della partenza, nella speranza che tornassero. Ma lo stress delle ricerche, i giornalisti che facevano ricordare tutto ogni volta che qualcuno dava loro qualche speranza, i dubbi impensabili erano troppo forti, e si erano separati.

Le ricerche di quei primi giorni e le settimane, mesi, anni e decenni dopo non hanno portato nessuna novità per Nancy e Jim. C’erano voci che un chiaroveggente olandese ne sapesse qualcosa e un uomo d’affari locale ha pagato le spese per portarlo ad Adelaide, nella speranza che desse un contributo fondamentale alle ricerche. Tutto invano.

L’unico indizio era l’identikit dell’uomo che era stato visto parlare con  Jane, Arnna e Grant, che ha fatto il giro della città e del paese, ma nessuno è riuscito a sapere chi fosse. Anche se ci sono stati alcuni suggerimenti.

Il caso non è mai stato chiuso e di tanto in tanto qualcuno avanza un’ipotesi, o pensa di ricordare un dettaglio sfuggito nella confusione del momento,  e allora i giornali fanno ricordare a tutti quel che i genitori hanno dovuto affrontare all’epoca, e che tre ragazzini erano spariti dalla spiaggia nel nulla, in mezzo a migliaia di persone senza che nessuno se ne accorgesse.

Le ricerche per quei ragazzini diventerà, e rimane ancora oggi, l’operazione di polizia più grande ed estesa nella Storia dell’Australia. E, malgrado tutti questi sforzi e l’ovvia disperazione di chi ne faceva parte, Nancy e Jim sono rimasti nel dubbio per 53 anni.

Per la città e per il paese è stata una specie di “fine dell’innocenza”. Fino a quel giorno i ragazzi della città potevano girare liberamente, ma l’incertezza e le paure che sono seguite quel giorno hanno fatto sì che tutti i genitori tenevano costantemente d’occhio i figli con il timore che subissero lo stesso destino.

Per noi ragazzi di allora era scocciante dire sempre dove dovevamo andare, con chi e per quanto tempo. Ma ora che siamo adulti capiamo molto di più i timori e le ossessioni degli adulti all’epoca. Poi, a farci capire ancora di più che questi timori non fossero poi campati in aria, è arrivato il secondo caso qualche anno dopo.

Il secondo mistero

Il 26 agosto 1973 Joanne Ratcliffe di 11 anni e Kirste di 4 anni erano ad Adelaide Oval, il campo sportivo più importante della città, per assistere a una partita di football australiano. Come Jane, Arnna e Grant, le due ragazze sono semplicemente sparite.

Come il caso di 7 anni prima, sono sparite in mezzo a migliaia di persone e come il caso precedente, sono state viste insieme a un uomo misterioso. L’identikit di quell’uomo distribuito dalla polizia era molto simile a quello del caso dei figli dei Beaumont. Di nuovo la notizia tragica ha sconvolto l’opinione pubblica e la polizia, che mai aveva accettato il fallimento delle ricerche precidenti, ha fatto tutto il possibile, ma nemmeno queste due ragazze sono mai state ritrovate.

Oltre ad aggiungere due altre famiglie al dolore insopportabile dei dubbi, chissà cosa pensavano Nancy e Jim Beaumont mentre i giornali non solo davano i pochi dettagli di quel caso, ma inevitabilmente presentavano più volte le somiglianze tra le due sparizioni.

Non possiamo dire niente di utile per risolvere queste tragedie, possiamo solo onorare la memoria e i dolori delle povere vittime, non solo dei cinque ragazzini spariti davvero nel nulla, ma anche dei genitori e i parenti che in pochi minuti hanno visto le loro vite distrutte.

Queste tragedie lasciano segni nelle comunità e alimentano il nostro timore dell’ignoto, perché non sono trame di film o libri, ma casi veri e le vittime potevano benissimo essere i nostri figli.

Onoriamo la memoria di Nancy Beaumont. Per chi crede, aggiungiamo i nomi di Nancy, Jane, Arnna, Grant, Joanne e Kirste alle nostre preghiere. E chissà quante persone ad Adelaide e in Australia lo faranno oggi con il timore per i propri figli.

Non possiamo fare niente per poter finalmente sapere il destino di questi ragazzini, ma, nel giorno della scomparsa di un’altra vittima di quei delitti, cerchiamo di fare il più possibile per aiutare le vittime più vulnerabili della nostra società, i nostri bambini.

 

di emigrazione e di matrimoni

That Unforgettable Sadness

Yesterday in the city of Adelaide Nancy Beaumont passed away at the age of 92 and now the city and country will remember once more the tragic facts of the disappearance of her children Jane of nine years, Arnna of 7 years and little brother Grant of 4 years who we never found again

by Gianni Pezzano

For those who believe in another life, that poor woman will finally know the true destiny of her children. For those who do not believe in God, that poor woman leaves this life with the worst of doubts.

For her husband who lost his wife once more, her passing did nothing but add to the great sadness that struck not only a family but all a city and then through the still new news services of the time, a whole country, not for days or weeks, but for decades.

Only two other families will understand that indescribable pain because they too were struck by the same destiny and nobody will ever understand the emotions of those poor people as the newspapers and television will present once more the facts and mysteries of those terrible day decades ago.

It does not matter that this same city and this same country will be struck by other horrible crimes, the name of that first family will always be an indelible part of everybody’s conscience because the case was not simple a news item, it was the worst nightmare possible and left a sadness that will never be forgotten by at least two generations in that country.

The names

Their names were Jane, nine years of age, Arnna 7 and Grant 4. One part of the cruelty of that case is that few remember their names but only how they were described at the time of the case, “The Beaumont Children”.

Their mother’s name was Nancy and she passed on yesterday in the city of Adelaide in Australia and now, for the umpteenth time, the city and the country will go over the known facts of the case and maybe someone will talk about the similar case a few years later that was a horrible echo of the three tragic children.

On the morning of January 26th, 1966, a national holiday and in the middle of the country’s summer holidays, Jane, Arnna and Grant went to Glenelg Beach in the city of Adelaide. They took the bus from the stop near home and they were seen talking to a man who was never traced.

That day the two young sisters and the brother simply disappeared.

The useless search

The search began that very day but the police and the authorities never found the truth about that nightmare. There were rumours of their deaths, the possible transfer to another country, that they had been sold as “slaves” and others that were even more incredible and crueller that only added torment to that Nancy and her husband Jim were already suffering. Now he is in his nineties and alone in a nursing home with only his memories and doubts.

As the local newspapers are reporting today, for years the parents left the children’s rooms as they were on the morning they left, in the hope they would return. But the pressure of the search and the journalists who made them remember every time that someone gave them some hope and the unthinkable doubts were too strong and they separated.

The search of those first days and the weeks, months, years and decades after brought Nancy and Jim no news. There was talk that a Dutch clairvoyant knew something and a local businessman paid to bring him to Adelaide in the hope that who could give an important contribution to the search. All in vain.

The only clue was the identikit of the man seen talking to Jane, Arnna and Grant that made the rounds of the city and country, but nobody knew who it was, even though there were hints.

The case was never closed and from time to time someone advances a theory, or someone thinks he or she remembers a detail that had been forgotten in the emotions of the time and the newspapers make everyone remember what the parents had to go through at the time and that three children disappeared from the beach into nothingness in the middle of thousands of people with nobody noticing.

The search became, and still is, the biggest and most extensive police operation in Australian history. And despite all these efforts, and the obvious desperation of those who took part, Nancy and Jim were left in doubt for 53 years.

For the city and the country it was a sort of “end of innocence”. Until that day the city’s children went around freely but the uncertainty and the fear that followed that day ensured that all the parents constantly kept an eye on their children with the fear that they would suffer the same fate.

For us children of the time it was annoying to always say where we were going, with whom and for how much time. But now that we are adults we understand much more the fears and obsession of the adults at the time. And then, to make us understand even more that these fears were not unrealistic, there was the second case a few years later.

The second mystery

On August 26th, 1973 Joanne Ratcliffe and Kirste Gordon were at Adelaide Oval, the city’s most important sport’s ground, to watch a game of Australian Rules football. Like Jane, Arnna and Grant, the two girls simply disappeared.

Like the case 7 years before, they disappeared in the midst of thousands of people and, like the previous case, they were seen together with a mysterious man. The identikit of that man distributed by the police was very similar to the case of the Beaumont Children. Once again the public was shocked and the police that had never accepted the failure of the previous search did everything possible, but these two girls too have never been found.

In addition to adding two other families to the unbearable pain of the doubts, who knows what Nancy and Jim thought while the newspapers not only gave the few details of that case, but inevitably presented once more, time and time again, the similarities between the cases.

We can say nothing useful to resolve these tragedies, we can only honour the memory and the pain of the poor victims, not only the five young children who truly disappeared into nothingness, but also of the parents who saw their lives destroyed in a few minutes.

These tragedies leave signs on their communities and feed our fears of the unknown because they are not films or books, they are real cases and the victims could very well have been our children.

We honour the memory of Nancy Beaumont. For those who believe, let us add the names of Nancy, Jane, Arnna, Grant,Joanne and Kirste to our prayers. And who knows how many in Adelaide and in Australia today will do so with fear for their children.

We can do nothing to finally know the destiny of these very young children, but on the day of the passing of another victim of those crimes, let us try to do the most possible to help our society’s most vulnerable victims, our children.

L’Arroganza e la Storia – Arrogance and History

di emigrazione e di matrimoni

L’Arroganza e la Storia

E’ ora che tutti gli ex colonizzatori comincino a trattare molti paesi in giro per il mondo non più come sudditi, ma come paesi liberi che hanno anche loro il diritto di decidere la loro sorte, e di non essere schiavi degli interessi dei paesi industrializzati

Di Gianni Pezzano

Volevo vedere il film indiano Kesari (Zafferano) da tempo, perché racconta la storia della Battaglia di Saragarhi del 1897 ai confini tra l’allora Colonia britannica e l’Afghanistan, episodio bellico che non conoscevo e di cui sono protagonisti 21 soldati, in questo caso Sikh, che hanno resistito per quasi una giornata contro gli attacchi di oltre 10 mila guerrieri delle tribù afgane dei Pashtun, una storia che mi sembrava incredibile. Ma oltre il fatto di sapere poi che la battaglia è accaduta davvero, il film fa molto pensare al perché la Storia di quel fortino isolato ha molto da insegnarci anche riguardo quel che sta succedendo nel mondo oggigiorno, e perché coinvolge l’impero più grande della Storia.

Malgrado il fatto che tutti sanno della presenza di cimiteri militari stranieri della Seconda Guerra Mondiale in Italia, pochi conoscono l’esistenza del cimitero dedicato proprio ai Sikh a Forlì, dove ogni anno viene commemorato il sacrificio di quei soldati che hanno svolto un ruolo importante nella liberazione non solo dell’Italia dal nazismo e la dittatura, ma anche di tutta l’Europa.

Infatti, dobbiamo tenere ben in mente che il sub-continente indiano ha fornito oltre 1.300.000 soldati (74.187 morti) nella Grande Guerra e oltre 2.300.000 (oltre 89.000 morti) nella Seconda Guerra Mondiale, e raramente vengono menzionati nei servizi e nei film di quegli scontri orrendi.

Inoltre, alcune scene del film ci fanno capire il prezzo pagato da quei paesi verso gli imperi occidentali che li avevano colonizzati, e che continuano a pagare perché il nostro atteggiamento verso le ex-colonie ancora riflette la mentalità dei conquistatori verso gli sconfitti. Ed è ora che tutti gli ex colonizzatori comincino a trattare molti paesi in giro per il mondo non più come sudditi, ma come paesi liberi che hanno anche loro il diritto di decidere la loro sorte, e di non essere schiavi degli interessi dei paesi industrializzati.

Il Cimitero degli Imperi

All’inizio del film il protagonista Havalgar (sergente) Ishtar Singh spiega in un modo divertente il gioco di potere tra super potenze che coinvolgeva l’India (e anche ora il Pakistan) da secoli. Come oggi, il conflitto si è svolto tra un potere occidentale, l’Impero Britannico, e la Russia che voleva uno sbocco sull’Oceano Indiano, che porterà all’intervento sovietico in quel paese nel 1980. Queste sono le radici storiche delle guerre che ancora oggi vediamo nel Medioriente ogni giorno nei giornali e i TG.

Non a caso, l’Afghanistan è chiamato il “Cimitero degli Imperi” e succede ancora, anche se qualcuno oggi potrebbe contestarlo.

Ma il film non dimostra solo questi giochi di potere. Le scene tra il sergente che comanderà il fortino nel film, come è successo nella realtà,  e il suo superiore ci fanno capire un’altra realtà aspra. Come in tutti i casi degli imperi, compreso quello italiano dei primi decenni del 900, e dimostrato da Indro Montanelli nel suo libro “XX Battaglione Eritreo” tratto dalle proprie esperienze personali, gli ufficiali di quelle forze erano tutti colonizzatori e tutti i soldati indigeni.

Quel che vediamo in quelle scene è l’arroganza dei colonizzatori verso i loro sudditi “sconfitti” che, secondo loro, non meritavano d’essere considerati loro pari. Gli imperi hanno vinto e quindi erano automaticamente superiori alle loro popolazioni indigene sparse nel mondo. Non importava, come il caso, e non solo, dell’India che ha millenni di Storia, luogo storico dove anticamente si commerciava con la Roma antica, al punto che Plinio il Vecchio si lamentò di quanto oro romano finiva nelle tasche degli indiani. Questo fatto spiega benissimo perché nell’antica Roma ci fossero opere d’arte con tigri che sono animali del sub-continente.

Questo fenomeno non si limita solo ai britannici ma a tutti i colonizzatori, e si capisce benissimo nel capolavoro dell’autore francese Albert Camus L’ètranger (Lo straniero), che non nasconde affatto l’atteggiamento dei francesi verso gli algerini. Un atteggiamento che sarà poi esteso ai francesi nati e cresciuti in quella ora ex-colonia, come lo era Camus, che vengono chiamati pieds noirs (piedi neri) da chi non ha mai lasciato la Francia.

E questo lo vediamo anche nel caso degli emigrati che vanno in altri paesi per trovare lavoro, e lo sanno bene gli italiani nel mondo che l’hanno sentito sulla loro pelle, quando gli autoctoni disprezzano le usanze e le tradizioni dei loro nuovi vicini di casa, e pretendono che le abbandonino.

Inoltre, negli scambi tra il sergente e il suo superiore vediamo un altro aspetto di incontri tra culture che spesso dimentichiamo, gli equivoci tra lingue.

Giochi di parole

Chi ha studiato una lingua conosce benissimo il fenomeno dei “falsi amici”, cioè quelle parole che sembrano simili ma hanno significati diversi. Questo non succede solo tra lingue con radici comuni, come spesso accade tra lingue europee, ma anche tra lingue diverse, come vediamo nel film.

L’ufficiale inglese utilizza un epiteto volgare verso il soldato sikh, che somiglia alla parola fakhar in hindi, cioè “orgoglio”. La scena che poi seguirà quando il sergente finalmente impara che in realtà si tratta di una parolaccia, fa ridere. Ma chi di noi ha subito incidenti del genere sa bene la rabbia che viene da tale disprezzo.

Kesari ci sorprende anche perché ci da visioni di un mondo che non conosciamo, e che spesso non consideriamo quando parliamo del passato. Noi che siamo cresciuti nei paesi britannici sapendo la reputazione dei sikh, non ci aspetteremmo di vedere questi guerrieri in atteggiamento poco marziale quando, al suo arrivo al fortino, il sergente li trova attorno a due galli che combattono.

E non consideriamo mai come il loro comportamento sia soggetto alle loro tradizioni e religione. Basta pensare che in molte forze armate anche polizie nel mondo d’oggi, compresi molti dei paesi dell’ex impero britannico e anche gli Stati Uniti, i sikh hanno il permesso di utilizzare il turbante che è parte integrale delle loro tradizioni e religione. Considerando i tanti sikh in Italia, colpiti questo settimana dalla tragedia a Pavia, la domanda è se e quando succederà anche qui.

Un dettaglio affascinante che potrebbe sembrare inverosimile nel film, è il cerchio di ferro sui turbanti enormi che vediamo nella foto in testa all’articolo e che viene utilizzato nel film come arma, cosa che non è affatto un’invenzione del regista. Si chiama chakram e fa parte integrale della Storia marziale dei sikh ed era utilizzato proprio come dimostrato nel film.

Lezioni

Vedendo i film come Kesari conosciamo il mondo con gli occhi degli altri e capiamo come la nostra visione del mondo è condizionata dalla nostra Cultura e le nostre tradizioni.

Non ci rendiamo conto che la “supremazia culturale” che vediamo sempre più spesso nella politica internazionale, persino in Europa, senza eccezioni, non è altro che una forma di arroganza storica, in modo particolare delle ex potenze coloniali che non hanno mai smesso di considerare le loro ex colonie come terra da depredare, persino dalle loro multinazionali.

Nelle costanti interferenze nella politica e negli affari a danno delle ex-colonie continuiamo a vedere queste popolazioni come gli “sconfitti” e quindi inferiori agli ex-colonizzatori. E  si percepisce benissimo in un caso particolare degli ultimi anni, la Libia, soggetto a un intervento internazionale che ha coinvolto anche il nostro paese, e ogni giorno vediamo gli effetti di queste interferenze quando leggiamo le cronache sulle innumerevoli persone che fuggono da quei paesi che hanno sconvolto la politica di molti degli ex-colonizzatori, che non hanno mai trovato la soluzione giusta per risolvere i problemi. Problemi spesso nati non nelle ex-colonie, ma nelle cancellerie delle istituzioni e nelle sedi delle multinazionali dei paesi industrializzati.

Inoltre, ora assistiamo anche alla crescita di versioni radicali di varie religioni, comprese alcune sette cristiane, e capiamo che dobbiamo affrontare di nuovo la separazione tra politica e religione perché decisioni politiche basate su credo religioso, come ora vediamo sempre di più anche negli Stati Uniti, creano problemi che non dovrebbero esistere nelle democrazie moderne, che sembrano aver dimenticato le lezioni dolorose dei secoli dalla Guerra d’Indipendenza americana e fino alla molto più crudele e tragica Rivoluzione francese.

Film come Kesari ci fanno ricordare che l’arroganza culturale e religiosa dei “vincitori” non fa altro che creare le condizioni per nuovi scontri nel futuro, che sarebbero evitabili se solo ci ricordassimo che tutti nel mondo, senza eccezioni, abbiamo gli stessi diritti umani universali e non solo nei paesi avanzati.

di emigrazione e di matrimoni

Arrogance and History

It is about time that the ex-colonizers began to no longer treat many countries around the world as subjects but to treat them as free countries that also have the right to decide their own fate and not to be subject to the interests of the industrialized courtiers.

I wanted to see the Indian film Kesari (Saffron) for some time because it tells the story of the 1897 Battle of Saragarhi on the border of the then British colony and Afghanistan that I did not know and because the story of 21 soldiers who for a day resisted more than ten thousand warriors of the Afghani Pashtun/Pathan tribes seemed improbable to me. But, aside from the fact that the battle actually took place, the film gives us much to think about because the history of that fort has a lot to teach us about what is happening in today’s world and not only because it involves the biggest Empire in history.

Although almost all of us know about the foreign military cemeteries in Italy from the Second World War, few know about the cemetery dedicated to the Sikhs in Forlì where every year the sacrifice of those soldiers who played an important role in the liberation of not only Italy from Nazism and the dictatorship but also all of Europe.

In fact, we must bear well in mind that the Indian sub-continent gave more than 1,300,000 soldiers (74,187 dead) in the Great War and more than 2,300,000 soldiers (more than 89,000 dead) in the Second World War who are rarely mentioned in the documentaries and films about those horrendous conflicts.

Furthermore, some scenes in the film let us understand the price paid by those countries to the western empires and that they continue to pay because their attitude towards the former colonies still reflect the mentality of the conquerors towards the vanquished. And it is about time that the ex-colonizers began to no longer treat many countries around the world as subjects but to treat them as free countries that also have the right to decide their own fate and not to be subject to the interests of the industrialized courtiers.

The Graveyard of Empires

At the start of the film Havalgar (sergeant) Ishtar Singh explains in an entertaining way the power play between the superpowers that involved India (and now Pakistan) for centuries. Like today, the conflict was between a Western power, the British Empire, and Russia and at stake was the Russian desire for access to a port on the Indian Ocean that will eventually lead to the Soviet intervention in that country in 1980. These are the historical roots of the wars that we now see in the Middle East every day in the newspapers and the TV news.

It is no coincidence that Afghanistan is still called the “Graveyard of Empires”, although some today may contest this.

But the film does not show only these power plays. The scenes between the sergeant who will command the fort in the film, as happened in real life, and his superior officer let us understand a better truth. As in the cases of all empires, including the Italian empire of the first decades of the twentieth century, as shown by Indro Montanelli in his book XX Battaglione Eritreo (Twentieth Eritrean Battalion) based on his personal experiences, the officers of those forces were all colonizers and all the soldiers natives.

What we see in these scenes is the arrogance of the colonizers towards their “defeated” subjects who, according to them, did not deserve to be treated as their equals. The empires won and therefore were automatically superior to their populations around the world. It did not matter, as in the case of India, and not only that country, that it had thousands of years of history and their ancestors traded with ancient Rome to the point that Pliny the Elder complained about how much Roman gold went into the pockets of the Indians. This fact explains very well why Romans had works of art with tigers that are animals of the sub-continent.

This phenomenon was not limited only to the British but to all colonizers and we understand this very well in the masterpiece by French author Albert Camus L’ètranger (The Outsider) that did not hide the attitude of the French towards the Algerians. An attitude that was also extended to the Frenchmen born and raised in that former colony, as was Camus, who were called pieds noir (black feet) by those who never left France.

And we also see this in the case of migrants who go to other countries to look for work and the Italians overseas know this well because they found out on their own when the locals despised the habits and traditions of their new neighbours and demand that they give them up.

In addition, in the exchanges between the sergeant and his superior we see another aspect of meetings of cultures that we often forget, the misunderstandings between languages.

Plays of words

Anyone who has studied a language knows very well the phenomenon of the “false friends”, that is words that are similar but have different meanings. This does not happen only between languages with similar roots, as often happens between European languages, but also between other languages, as we see in the film.

The English officer directs a vulgar word towards the Sikh soldier that sounds like the Hindi word fakhar, “pride”. The scene that later follows when the sergeant finally finds out that this was in fact a swear word makes us laugh but those of us who have suffered such incidents well know the anger such contempt provokes.

Kesari surprises us because it gives us a vision of a world we do not know and often we do not consider when we talk about the past. We who were born in British countries know the reputation of the Sikhs and we would not expect to see these warriors in a less than martial way when, on his arrival at the fort, the sergeant finds them around two cocks fighting.

And we never think about how their behaviour is subject to their traditions and religion. We only have to think that in many armed forces and also police forces around the world, including many countries of the former British Empire and the United States, the Sikhs have permission to wear the turban that is an essential part of their traditions and religion. Considering the many Sikhs now in Italy, who were hit last week by the tragedy in Pavia, we wonder if and when this will happen here as well.

One fascinating detail in the film that could seem implausible is the iron ring on the huge turbans that we see in the photo at the top of this article and used as a weapon in the film is not at all an invention by the director. It is called a chakram and is an essential part of the Sikhs’ martial history and used just as shown in the film.

Lessons

And it is in seeing films such as Kesari that we see the world through other eyes and we understand how our vision of the world is conditioned by our Culture and traditions.

We do not realize that the “cultural supremacy” that we see more and more often in international politics, even in Europe and without exception, is only a form of historical arrogance and especially by the former colonial powers that never stepped considering their former colonies as hunting grounds, even by their multinational companies.

In the continual interference in the politics and business of the former colonies we continue to see these populations as the “vanquished” and therefore inferior to the ex-colonizers. And we perceive this very well in a specific case of recent years, Libya, that was the subject of an international intervention that also involved our country and every day we see the effect of this interference when we read about the innumerable people that flee these countries that have shaken the politics of many of the ex-colonizers that never found the right solution for resolving these problems. Problems that were often created, not in the former colonies, but in the chancelleries and the offices of the multinational companies of the industrialized countries.

Furthermore, we are now seeing the growth of radical versions of various religions, including come Christian sects, and we understand that we must deal once more with the separation of politics and religion because political decisions based on religion, as we are now seeing more and more  often also in the United States, create problems that should not exist in modern democracies that seem to have forgotten the sad lessons learnt in the centuries since the American War of Independence and the much crueller and tragic French Revolution.

Films such as Kesari remind us that the cultural and religious arrogance of the “victors” only creates the conditions for new conflicts in the future that would be avoidable if only we remembered that all the world, without exceptions, has the same universal human rights and not only in the advanced countries.

Gli Italiani all’estero ignoti – The unknown Italians overseas

di emigrazione e di matrimoni

Gli Italiani all’estero ignoti

Quando parliamo di promuovere il nostro patrimonio culturale non dobbiamo pensare che si tratti solo di promuovere la nostra Cultura e altri prodotti all’estero. Anzi, ci deve essere uno scambio e per un motivo ben preciso.

Di Gianni Pezzano

Come sappiamo la popolazione degli italiani all’estero, tra i cittadini italiani registrati nell’AIRE e i discendenti degli emigrati italiani, che potrebbero essere o non essere cittadini italiani, è oltre novanta milioni di persone, una volta e mezzo la popolazione in Italia oggigiorno.

Le comunità italiane in giro per il mondo esistono da oltre un secolo e mezzo in una forma o in un’altra e dobbiamo, finalmente, riconoscere che le imprese dei nostri parenti e amici all’estero vanno ad arricchire il patrimonio culturale e altro, non solo dei loro paesi di residenza e/o nascita ma, di conseguenza, anche dell’Italia stessa.

Nell’introdurre alcuni di questi personaggi, sia del passato che attuali, dobbiamo ammettere che l’elenco è breve, e non solo a causa dei limiti dei nostri articoli, ma perché sappiamo davvero ben poco di questi personaggi in molti paesi, compresi due che hanno comunità italiane enormi, l’Argentina e il Brasile, e allora la loro assenza deve non solo dimostrare la nostra ignoranza della loro Storia, e questo ci duole davvero, ma speriamo servirà per incoraggiare i nostri lettori in quei paesi, anzi in tutti i paesi, a inviare storie di personaggi importanti delle loro comunità (vedi sotto).

Il trombettiere e il banchiere

Nel caso degli Stati Uniti vogliamo iniziare con due personaggi del passato perché spesso non ci rendiamo conto che la nostra emigrazione ha una Storia più lunga di quel che pensiamo.

Molti lettori avranno visto i tanti film dedicati alla morte di George Armstrong Custer alla battaglia di Little Big Horn del 25 giugno, 1876 dalle forze delle tribù indiane degli Arapaho, Apache e Lakota (Sioux) capeggiate da Cavallo Pazzo. Ma quanti sanno che c’è un legame italiano interessante con quell’episodio?

Il trombettiere John Martin fu l’ultimo uomo bianco a vedere la colonna di Custer prima della scontro fatale dopo essere stato inviato dal Colonello con un messaggio, un ordine che senza dubbio gli ha salvato la vita.

In realtà quel soldato si chiamava Giovanni Crisostimo Martini, nato a Sala Consilina(SA), e il trombettiere fortunato non è stato l’unico italiano a far parte della celebre Settima Cavalleria, ce n’erano ben sei. Tutto ciò conferma l’esistenza di un altro soldato italiano che fece conoscere il suo nome fuori dal Paese, che in realtà ancora non esisteva come Italia unita, Giuseppe Garibaldi che non a caso è riconosciuto come “l’Eroe dei Due Mondi”. Garibaldi ad un certo punto è stato anche considerato capo in seconda dell’esercito dal Presidente Lincoln nordista nella Guerra di Secessione in quel paese. Infatti, la strada di Martini verso Little Big Horn iniziò proprio sotto Garibaldi nella Terza Guerra d’Indipendenza alla tenera età di quattordici anni.

Ma un altro nostro concittadino ebbe un ruolo importante nella vita finanziaria americana e benchè il suo nome è noto tra gli italo-americani, pochi in Italia ne sono a conoscenza.

Amadeo Pietro Giannini (Peter) nacque a San José in California nel 1870, figlio di emigrati italiani da Favale di Malvaro(GE). Perse il padre all’età di sette anni e fu proprio il patrigno a indirizzarlo sulla strada delle banche. Ebbe grande fortuna sin dall’inizio, tale da “ritirarsi” a trent’anni, ma non poteva stare lontano quel mondo. Fondò banche, iniziando proprio con la Bank of Italy nel 1904 a San Francisco. Dopo il terremoto del 1906 capì l’opportunità e con “l’arte dell’arrangiarsi” degli italiani ha utilizzato la sua ingegnosità, mettendo un tavolo per strada con il simbolo della sua banca, per dare prestiti immediati a chi ne aveva bisogno per ricostruire casa e vita dopo il disastro. Questa fu la sua vera rampa di lancio, che lo portò ad un successo enorme.

Qualche anno dopo cambiò il nome della sua banca in “Banca d’America e d’Italia” che poi diventò la Bank of America. Inoltre, era molto attivo non solo come filantropo, ma appoggiò anche la nascente industria cinematografica, e i suoi soldi finanziarono i primi film di Walt Disney, Charlie Chaplin e Frank Capra (un altro nostro emigrato di cui dobbiamo essere fieri).

Ma oltre questi due personaggi, gli Stati Uniti ci hanno dato attori, scienziati, scrittori, registi e anche politici che sono la dimostrazione della grandezza del nostro contributo alla crescita del paese.

Ma l’emigrazione italiana non è stata solo in quel paese.

I due politici lontani

Per decenni il “mondo nuovo” dell’emigrazione italiana è stato l’Australia e attualmente in quel paese il Capo dell’Opposizione (un titolo ufficiale quasi alla pari del Primo Ministro nei paesi di stampo Windsor britannico) del parlamento federale del paese si chiama Anthony Albanese. Come dice il nome le sue origini sono italiane, infatti il padre è pugliese. Non entriamo nella sua biografia perché anche lui ha una Storia personale particolare. Ma diciamo solo che prima di diventare il capo del ramo parlamentare federale dell’Australian Labor Party (Partito Laburista Australiano), aveva anche coperto ruoli ministeriali nell’ultimo governo laburista federale nel paese.

Lui non è l’unico politico australiano, di tutti i colori politici, di origini italiane nella terra australe. Ce ne sono in tutti gli Stati del paese, ma dobbiamo nominare velocemente uno di loro perché realizzò un’impresa che una volta sarebbe stata impensabile in Australia.

Giovanni Sgrò era nato a Seminara(RC) il 16 febbraio, 1032  ed è emigrato in Australia nel 1952 dove ha iniziato a lavorare come imbianchino. Era attivo nella locale comunità italiana e nel 1972 ha formato la sezione locale della F.I.L.E.F. un gruppo di assistenza ai nostri connazionali in quello stato del paese, e ha lavorato per un periodo come assistente personale di un parlamentare locale.

Nel 1979 è stato eletto al Legislative Council dello Stato di Vittoria e il suo primo discorso ha fatto Storia perché lo ha fatto in italiano, la prima (ma non ultima) volta che un parlamentare fece un discorso in una lingua che non fosse inglese. Diventerà poi il Vice Presidente della Camera. Tristemente è venuto a mancare il 19 marzo di quest’anno.

Poi, dobbiamo nominare anche un famiglia di artisti in Inghilterra che fa onore alle loro origini italiane.

Anche in Inghilterra

Molti lettori conosceranno il film “Il paziente Inglese”, ma quanti si sono resi conto che il film ha forti legami italiani, oltre il fatto d’essere stato girato in Italia?

Il regista è Anthony Minghella, nato il Inghilterra il 5 gennaio 1954, figlio di un emigrato italiano. Aveva cominciato una vita accademica prima di iniziare a scrivere sceneggiature per programmi televisivi di grande successo nel paese. Allo stesso tempo scrisse pezzi teatrali che hanno avuto gran successo e che gli sono valsi riconoscimenti importanti.

Ma è nel mondo del cinema che ha realizzato la sua opera importante fino a vincere il Premio Oscar con Il Paziente Inglese, che ne ha vinti ben nove in tutto, compreso il Migliore regista per lui.

Tristemente ci ha lasciati troppo presto alla età di 54 anni dopo una tragedia in seguito a un intervento chirurgico, ma la sua tradizione continua non solo con  suo figlio, Max Minghella, un attore celebre per il ruolo di Nick Blaine nelle serie di successo “Le Ancelle”, ma anche con la sorella Edana, cantante jazz e il fratello Dominic, anche lui sceneggiatore e produttore di opere importanti.

Non solo cucina

Come vediamo da questo elenco fin troppo breve, il contributo degli emigrati italiani e i loro discendenti nel mondo non si limita ai luoghi comuni e gli stereotipi come cuochi, costruttori e cosi via, ma a tutte le attività della vita moderna dalla politica, alla medicina, le scienza, le forze armate ecc.

Per questo motivo dobbiamo renderci conto che quando promuoviamo le imprese degli Italiani (I maiuscola intenzionale) non dobbiamo limitarci solo a coloro nati e cresciuti in Italia, ma anche a coloro che hanno le loro origini in Italia, perché una grande parte del loro successo è dovuta anche alle influenze della nostra Cultura e tradizioni.

Gli italiani formano una grande comunità internazionale ed è ora che cominciamo a considerarci come un gruppo e non solo come due entità separate, perché le nostre origini, le nostre radici sono comuni, anche se molti di noi abbiamo parenti in altri paesi.

Infatti, ci identifichiamo quasi tutti come figli del paese a forma di stivale.

Invitiamo chi ha storie di italiani importanti all’estero a inviarle a: [email protected]

 

di emigrazione e di matrimoni

The unknown Italians overseas

When we talk about promoting our cultural heritage we must not think that this is only promoting our Culture and products overseas. Rather, it must be an exchange and for a very precise reason.

We know that the population of Italians overseas, Italian citizens registered at the consulates and the descendents of Italian migrants that may or may not be Italian citizens, is more than ninety million people, one and a half time the population of Italy today.

The Italian communities around the world have existed for more than one and a half centuries in one form or another and we must, finally, recognize that the deeds of our relatives and friends overseas enrich the cultural and other types of heritage not only of their countries of residence and/or birth but, as a consequence, even that of Italy herself.

In introducing some of these people, from both the past and the present, we must admit that the list is short, not only because of the limits to our articles but because we know truly very little of these people in many countries, including two that have huge Italian communities, Argentina and Brazil, and so we hope that their absence will not only illustrate our ignorance of their history, and this truly saddens us, but we hope that it will serve to encourage our readers in those countries, in all countries in fact, to send in their stories of important people in their communities (see below).

The trumpeter and the banker

In the case of the United States we want to start with two people from the past because we often do not realize that our migration has a longer history than what we think.

Many readers would have seen the multitude of films on the death of George Armstrong Custer at the Battle of the Little Big Horn of June 25, 1876 by the forces of the Indian tribes of the Arapaho, Apaches and the Lakota (Sioux) led by Crazy Horse. But how many know there is a very interesting Italian link to that episode?

Trumpeter John Martin was the last white man to see Custer’s column before the fatal encounter after being sent by Custer with a message, it was an order that undoubtedly saved his life.

The soldier’s real name was Giovanni Crisostimo Martini, born in Sala Consilina(SA) and the lucky trumpeter was not the only Italian in the famous Seventh Cavalry, there were six. This confirms the tradition of another Italian soldier who made his name overseas before the country even existed. It is no coincidence that Giuseppe Garibaldi is recognized as the “Hero of Two Worlds” and at one point was also considered by Lincoln as the head of the Union Army during the country’s Civil War. In fact Martini’s road to Little Big Horn begun under Garibaldi during Italy’s Third War of Independence at the tender age of fourteen.

But another of our countrymen had an important role in America’s financial life and although his name is well known to the Italian Americans few in Italy are aware of him.

Amadeo Pietro (Peter) Giannini was born in San José, California in 1870, the son of Italian migrants from Favale di Malvaro(GE). He lost his father at seven years of age and it was his stepfather who put him onto the road to banking. He had the great fortune to be able to “retire” at thirty years of age but he could not stay far from that world for long. He founded banks, starting with the Bank of Italy in San Francisco in 1904. After the earthquake in 1906 he understood the opportunity and with the Italian “arte dell’arriangiarsi” (art of making do) he used his ingenuity, putting a table on the street with the sign of his bank to give immediate loans to those who needed them to rebuild homes and lives after the disaster. This was his true launching pad that took him to huge success.

A few years later he changed the name of his bank to “Banca d’America e d’Italia” (Bank of America and Italy) that then became the Bank of America. Furthermore, he was not only active as a philanthropist but he also supported the newly born movie industry and his money funded the first films by Walt Disney, Charlie and Frank Capra (another of our migrants about whom we should be proud).

And in addition to these two people, the United States has given us actors, scientists, writers, directors and even politicians who are the proof of the greatness of our contribution to the growth of the country.

But Italian migration was not only to that country.

Two far away politicians

For decades the “new world” of Italian migration was Australia and at the present time in that country the Leader of the Opposition (an official title almost equal to that of the Prime Minister in the countries with the British Westminster system) of the federal Parliament is named Anthony Albanese. As the name says, his origins are Italian, from a father from Puglia. We will not enter into his life’s story, because he too has a particular personal history, but we will only say that before becoming the Leader of the federal parliamentary branch of the Australian Labor Party he had also been Minster of the country’s previous Federal Labor Government.

And he is not the only Australian politician, of all political colours, with Italian origins in the great southern land. There are others in all the country’s States but we must quickly mention one of these because he performed a deed that once would have been unthinkable in the country.

Giovanni Sgrò was born in Seminara(RC) on February 16, 1932 and he migrated to Australia in 1952 where he began working as a painter. He was active in the local Italian community and in 1972 he was a founder of F.I.L.E.F, a welfare group for the Italian community in that State, and worked for a period as the personal assistant of a local politician.

In 1972 he was elected to the Legislative Council of the State of Victoria and his maiden speech made history because he made it in Italian, the first (and not the last) time a parliamentarian in the country made a speech in a language that was not English. He went on to become the Deputy Speaker of the Chamber. Sadly he left us on March 19 of this year.

And now we must also mention a family of artists in England that honour their Italian origins.

Also in England

Many readers will know the film “The English Patient” but how many understood the film’s strong Italian links, aside from the fact it was filmed in Italy?

The director was Anthony Minghella, born in England on January 5, 1964, the son of an Italian migrant. He began an academic life before starting to write screenplays for highly successful TV programmes in the country. At the same time he wrote plays that had great success and for which he received important awards.

But it was in the world of movies that he had his most important work which went on to win Oscars. “The English Patient”, won a total of nine Oscars, including Best Director for him.

Sadly he left us too early at the age of 54 tragically after a tragedy following an operation but his tradition continues with his son, Max Minghella, the actor who plays Nick Blaine in the series “The Handmaid’s Tale” and also his sister Edana, a jazz singer and brother Dominic, he too a scriptwriter and producer of important works.

Not only cooking

As we see from this all too short list the contribution of Italian migrants and their descendants to the world is not limited to the usual clichés and stereotypes, such as chefs, builders and so forth, but to all the activities in modern life from politics to medicine, science, the armed forces, etc, etc, etc.

For this reason we must understand that when we promote the deeds of Italians we must not limit ourselves only to those born and raised in Italy but also to those who have their origins in Italy because a large part of their success is also due to the influence of our Culture and traditions.

Italians form a great international community and it is time that we began to consider ourselves as one group and not only as two separate entities because we have our origins, our roots in common, even if many of us have relatives from other countries.

In fact, almost all of us identify ourselves as children of the boot shaped country.

We invite those who have stories of important Italians overseas to send them to: [email protected]

La Storia non finisce mai – History never ends

di emigrazione e di matrimoni

La Storia non finisce mai

Dobbiamo essere fieri della nostra Storia, ma questo non vuol dire puntare il dito ai delitti dell’altro quando anche la tua parte ha nascosto delitti gravi

Di Gianni Pezzano

A volte abbiamo il vizio di pensare che la Storia appartenga solo al passato e che avvenimenti di decenni, e in alcune zone persino di secoli fa, non possono avere effetti sulla nostra vita. Però, ci sono episodi e periodi storici che continuano ad avere effetti diretti e indiretti sulla nostra vita, a partire dalla politica.

Due serate in manifestazioni diverse che erano tanto culturali che politiche ci hanno dato un’idea di come la Storia non finisce mai e che dobbiamo finalmente studiarla per bene per fare in modo che la Storia sia di lezione per evitare sbagli e, non raramente, tragedie del passato.

Inoltre, utilizzare il passato solo per motivi di politica d’oggi è sempre uno sbaglio perché vuol dire non aver imparato e capito le lezioni di quel passato. Come disse Indro Montanelli che ha vissuto quel passato sognato dai nostalgici: “Un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente” e quindi non potrà mai guardare al futuro.

Nel fare queste riflessioni dobbiamo tenere in mente una data precisa, il 9 novembre, 1989, la caduta del Muro di Berlino, che fu anche l’inizio delle molte incertezze che affliggono i partiti di sinistra (e non solo in Italia) da allora, e anche perché è sparito uno spauracchio che per molti anni era, ed è ancora, la scusa per cercare di riabilitare un passato che non abbiamo mai affrontato nel modo giusto.

Feste popolari

L’Emilia-Romagna è senza dubbio una parte importante del cuore politico rosso del paese. Paradossalmente, a causa del luogo di nascita del suo fondatore e di molti dei suoi gerarchi più importanti, è stata anche il luogo di nascita del Ventennio che portò il paese in guerra, creando le condizioni che costrinsero poi milioni di italiani a emigrare perché non riuscivano a trovare lavoro in un paese in rovine.

Oggi il simbolo del passato post bellico sono le Feste dell’Unità che risalgono all’ex Partito Comunista Italiano (PCI) in onore del suo giornale, ora in grande difficoltà, l’Unità. Oggigiorno queste feste sono legate al Partito Democratico (PD) perché una grande parte dei suoi iscritti erano ex tesserati del PCI, senza dimenticare che c’è una parte del partito che ha le proprie origini nell’Ulivo di Romano Prodi. Infatti il PD non è ancora riuscito a formare un’identità precisa perché non ha ancora affrontato questo nodo cruciale in modo profondo. Per la sua composizione in larga parte di ex iscritti al PCI, i partiti dell’opposizione spesso timbrano il PD come “comunista” quando la realtà politica è che di comunista il Partito Democratico ha ben poco.

Però, alcuni degli ex comunisti ancora nutrono una nostalgia del passato come abbiamo visto alla recente Festa dell’Unità Nazionale a Ravenna che è, senza dubbio, la più grande manifestazione del genere nel paese e ha un importante ruolo culturale, politico e anche economico per il partito che ora fa parte del nuovo Governo Conte a Roma.

Abbiamo avuto prova di questa nostalgia in una delle tende ristoro quando abbiamo visto la scena della foto in testa a questo articolo. Ovviamente la falce e il martello rappresentano il problema più grande del PCI nel corso dei decenni fino alla caduta del Muro di Berlino, il suo legame con l’Unione Sovietica. Infatti, la rivolta ungherese del 1956 che finì con la battaglia di Budapest, raccontata in modo magistrale da Indro Montanelli che ne era un testimone oculare, mise a dura prova il partito.

La controversia era tale che il PCI fu ben attento nel ripeterla in occasione della Primavera di Praga dodici anni dopo.

Ma non ci sono solo nostalgici del PCI. Ci sono altri nostalgici che giocano sul limite delle leggi e la Costituzione nazionale, che dimostrano che nemmeno loro hanno imparato le lezioni del passato.

L’anno scorso durante una Festa dell’Unità di un quartiere di Faenza(RA) un esponente di un partito di estrema destra si è presentato al bancone per comprare pasta da asporto, già un comportamento inatteso. Ma quel che ha attirato l’occhio era la sua maglietta che aveva ben in vista non solo l’aquila dell’ex dittatura, ma oltre tutto un motto notorio dell’epoca ancora utilizzata trai i nostalgici oggi e che probabilmente sperava di provocare la reazione di qualcuno dei suoi oppositori alla manifestazione.

Memoria selettiva

Questi due atteggiamenti dimostrano chiari segni di memoria selettiva che sono la causa di battaglie tanto vane quanto inutili. Entrambe le parti, chi più chi meno, hanno dimenticato che i loro “oggetti di desiderio” hanno commesso orrori verso le loro stesse popolazioni.

Certo, dobbiamo essere fieri della nostra Storia, ma questo non vuol dire puntare il dito ai delitti dell’altro quando anche la tua parte ha nascosto delitti gravi.

Una decisione del passato è alla base di questi punti di vista miopi; l’Amnistia del 1946 proposta dal Ministro di Grazia e Giustizia, Palmiro Togliatti del PCI, che portò alla cancellazione di tutti i reati commessi legati alla guerra fino al 18 giugno di quell’anno tranne quelli più gravi. Quel provvedimento ha coperto non solo i delitti di guerra, ma anche le rappresaglie dopo la fine della guerra che sono ricordati ogni volta che si parla di qualcosa legato al dittatore o ai comunisti italiani.

Nel nostro umile parere questo è stato probabilmente l’errore più grande commesso dopo la guerra perché, al contrario della Germania post nazista, l’Italia non fu mai costretta ad affrontare i reati e delitti commessi da entrambe le parti in nome della “Patria”, anzi della versione particolare di Patria che ciascuna parte aveva.

Nel considerare i “comunisti” legati solo ai sovietici, e con la presenza di Togliatti nel PCI l’accusa non era poi tanto sbagliata, si dimentica che l’opposizione alla dittatura era legata anche a partiti di quel che oggi si chiama il “centrodestra”, a partire da esponenti di quel che diventerà la Democrazia Cristiana, come Alcide de Gasperi e Giulia Andreotti.

Castigo

Vediamo questo nei libri e i film di Don Camillo di Giovanni Guareschi che certamente non era comunista, ma fu perseguitato dai fascisti. In una celebre scena del film “Il ritorno di Don Camillo” vediamo un “incontro” tra Peppone, il sindaco comunista di Brescello, Don Camillo e un ex federale fascista (interpretato dal grande Paolo Stoppa) tornato al paese dopo l’Amnistia di Togliatti. Peppone (il personaggio coi baffi interpretato da Gino Cervi) era stato punito con il famoso olio di ricino (un purgante potente utilizzato contoro dissidenti al regime)) e diventa ovvio che persino Don Camillo (interpretato dall’attore francese Fernandel) aveva subito lo stesso castigo. La scena fa sorridere in modo amaro perché la base storica, che i nostalgici rifiutano di riconoscere, non è affatto una invenzione. I libri non nascondono affatto che sia Peppone che Don Camillo facevano parte dei partigiani.

Infatti, l’episodio del libro e poi del film, dimostra che quel che vediamo oggigiorno è esistito anche nel passato, perché l’ex federale cerca di minimizzare le persecuzioni agli oppositori che erano vere e proprie torture poichè una tale quantità di quell’olio era davvero devastante per l’organismo.

Casi del genere succedevano anche all’estero, e sappiamo di almeno un caso di un nostro concittadino che si recò a un ufficio consolare in Australia per poi trovarsi davanti all’ex federale fascista che l’aveva perseguitato durante il Ventennio.

Riconoscimento

Così, a ogni commemorazione del passato in Italia sentiamo ripetere le stesse frasi, le stesse condanne agli altri e le stesse accuse di reati. Ormai è facile capire chi dirà cosa e chi darà una certa risposta. Se davvero vogliamo chiudere la chiave con il passato, il governo deve finalmente aprire tutti gli archivi nascosti fino ad ora con il motivo di “cercare la pacificazione del paese”.

Naturalmente dobbiamo essere fieri della nostra Storia, ma non sarebbe affatto onesto far finta che non ci siano stati orrori commessi nel nome del nostro paese da ambedue le parti allora contrapposte. Abbiamo l’obbligo finalmente con onestà di affrontare questi episodi tragici e riconoscerli per quel che sono stati…

Ma dobbiamo farlo tenendo sempre in mente un fatto. La nostra Costituzione nacque con uno scopo ben preciso, evitare il ritorno di qualsiasi forma di dittatura, non importa di quale colore. E possiamo farlo solo se abbiamo la certezza di non ripetere sbagli del sistema parlamentare italiano dell’epoca che hanno permesso oltre vent’anni di dittatura e chissà quante vittime.

 

di emigrazione e di matrimoni

History never ends

We must be proud of our history but this does not mean pointing the fingers at the crimes of the others when your side also has also hidden serious crimes.

Sometimes we have the bad habit of thinking that history belongs only to the past and that events from decades, and in some places even centuries ago, cannot affect our daily lives. However, there are episodes and historical periods that continue to have direct and indirect effects on our lives, starting with politics.

Two evenings at different events that were as much cultural as political gave us an idea of how history never ends and that we must finally study it well to ensure that history teaches us lessons to avoid repeating mistakes and, not rarely, tragedies of the past.

Furthermore, using the past only for reasons of today’s politics is always a mistake because it means we have not learnt and understood the lessons of that past. As famed Italian journalist Indro Montanelli said “A population that does not know its past will never know anything about its present” and therefore will never look to the future.

As we make these considerations we must bear in mind an exact date, November 9, 1989, the fall of the Berlin Wall that was the start of the many uncertainties that have afflicted the parties of the left (and not only Italy) since then and also because a bête noir disappeared that for many years was, and still is, the excuse for trying to rehabilitate a past that we have never dealt with in the right way.

Working class festivals

Italy’s Emilia-Romagna region is without doubt an important part of the country’s political red heart. Paradoxically, due to the place of birth of its founder and many of its most important party officials, it was also the place of birth of the fascist dictatorship that took the country to war and created the conditions that forced millions of Italians to then migrate because they could not find work in a country in ruins.

Today the symbol of that post-war period is the Feste dell’Unità (Festivals of Unity) that go back to the Partito Comunista Italiano (PCI, Italian Communist Party) in honour of its newpaper l’Unità that is now in great difficulty. Today these festivals are tied to the Partito Democratico (PD, Democratic Party) because a large number of its members are former members of the PCI, and we must not forget that there is a part of the party that has its origins in the moderate Ulivo (Olive) coalition of former Prime Minister Romano Prodi. In fact, the PD has not yet managed to form a precise identity because it has not yet faced this crucial issue in a profound way. Because of its composition in large part of former members of the PCI, the opposing parties often brand the PD as “communist” when the political reality is that the PD’s programme has little that is communist.

However, some of its ex-communist members still have nostalgia for the past as we saw at the recent national Festa dell’Unità in Ravenna that is without doubt the biggest such event in the country and has an important cultural, political and financial role in the party that now forms part of the new Conte Government in Rome.

We had proof of this nostalgia in one of the catering tents when we saw the scene in the photo at the head of the article with the sign that states “the corner of our history”. Obviously the hammer and the sickle represent the biggest problem of the PCI over the decades before the fall of the Berlin Wall, its links with the Soviet Union. In fact, the Hungarian Revolt in 1956 that ended with the Battle of Budapest, that was told in such as masterful way by Indro Montanelli who was an eyewitness, put the party to a harsh test.

The controversy was such that the PCI was very careful to avoid repeating it on the occasion of the Prague Spring twelve years later.

But there are not only people who are nostalgic for the PCI. There are others who are nostalgic who play on the edges of the law and Italy’s Constitution and they too show that they have not learnt the lessons of the past.

Last year at a Festa dell’Unità in a hamlet of Faenza (RA) an exponent of an extreme right wing party showed up at the counter to buy some take-away pasta and this behaviour was unexpected. But what caught the eye was his t-shirt that put in plain view not only the eagle of the former dictatorship, but also a notorious motto from the time that is still used today by those who are nostalgic about that past and who probably hoped to provoke a reaction from some of his opponents at the event.

Selective memory

Those two behaviours clearly show signs of selective memory that are the cause of many battles that are as vane as they are useless. Both sides, who more, who less, have forgotten that their “objects of desire” committed horrors towards their populations

Of course we must be proud of our history but this does not mean pointing the fingers at the crimes of the others when your side also has also hidden serious crimes.

A decision from the past is the basis for these one-eyes points of view, the 1946 Amnesty proposed by then Justice Minister Palmiro Togliatti of the PCI that brought about the cancellation of all crimes tied to the war committed up to June 18 of that year, except for the most serious. That provision covered not only war crimes but also the reprisals after the war that are remembered every time we talk about something tied to the dictator or Italian communists.

It is our humble opinion that this was probably the most serious mistake made after the war because, unlike post-Nazi Germany, Italy was never forced to face the crimes and murders committed by both sides in the name of the Patria (Motherland), or rather the specific version of the Patria that each one had.

When we consider the “communists” tied to the Soviets, and with the presence of Togliatti in the PCI the accusation was not so wrong, we forget that the opposition to the dictatorship was also tied to parties of what today is called the “centre-right”, starting with the exponents of what would become the Democrazia Cristiana (Christian Democrats) such as former Prime Ministers Alcide de Gasperi and Giulio Andreotti.

Punishment

We see this in the books and films of “Don Camillo” by Giovanni Guareschi who was certainly not communist but who was persecuted by the fascists. In a famous scene from the film “The return of Don Camillo” we see an “encounter” between Peppone, the communist mayor of Brescello, Don Camillo the priest and an ex fascist official who came back to the town after Togliatti’s Amnesty. Sadly the clip is not subtitled in English. Peppone (the man with the moustache) had been punished with the famous cod liver oil (a powerful laxative used on the dissidents) and it becomes obvious that even Don Camillo had suffered the same punishment. The scene makes you smile bitterly because the historic basis that those who are nostalgic for the dictator refuse to recognize, is that this was not at all an invention. The books do not hide the fact that both Peppone and Don Camillo had been part of the partisans.

In fact, the episode in the book and the film shows what we see today also happened in the past because the ex fascist official tries to minimize the persecution of the opponents, persecution that was real torture since such a quantity of that oil was truly devastating for the body.

Such cases also happened overseas and we know of at least one case of one of our countrymen who went to a consular office in Australia to find himself in front of a former fascist official who had persecuted him during the dictatorship.

Recognition

And so, at every commemoration of the past in Italy we hear the same phrases repeated, the same condemnation of the others and the same accusations of crimes. It is now easy to understand who will say what and who will gave a certain answer. If we truly want to lock away the past the government must finally open all the archives that have been hidden up till now with the excuse of “trying to pacify the country”.

Naturally we must be proud of our history but it would not be at all honest pretending that there had not been horrors committed in the name of our country by the two sides that were then opposed. We have the obligation to finally face these tragic episodes and to recognize them for what they were…

But we must do so bearing always in mind one fact. Our Constitution was written with a precise purpose, to avoid the return of any form of dictatorship, no matter what colour. And we can only do this if we have the certainty of not repeating the same mistakes of the Italian parliamentary system of the time that allowed more than twenty years of dictatorship and who knows how many victims.

La Tigre Sconosciuta – The Unknown Tiger

di emigrazione e di matrimoni

La Tigre Sconosciuta

Anna Maria Mazzini è conosciuta soprattutto con il suo nome d’arte: MINA

Di Gianni Pezzano

Nel 1982 un gruppo nuovo ha avuto un successo inatteso in Australia. Il successo è stata una sorpresa non tanto perché la canzone fosse in italiano, infatti nel corso degli anni Umberto Tozzi, Alan Sorrenti e Ada Mori hanno avuto successi nel paese, ma nel caso dei Globos la canzone era stata un successo in Italia venticinque anni prima quando non c’era RAI World, tanto meno le stazioni radio delle varie comunità italiane. E quindi persino molti italiani in Australia non conoscevano il brano che in Italia fu uno dei moltissimi successi della Tigre sconosciuta.

Ma quel successo australiano è stata la prova che artisti italiani, senza dimenticare anche gli scrittori e altre categorie che potrebbero avere grande successo all’estero, si possono affermare anche nella nostra lingua se promossi nel modo giusto e con introduzioni in altre lingue per prepararne il terreno all’estero.

Molti in Italia non avranno una sorpresa a capire la grandezza della cantante soggetto di questo articolo perché lei, insieme al suo grande amico, nonché il suo socio in avventure musicali, Adriano Celentano, anche lui sottovalutato dal pubblico non italiano, hanno accompagnato gli italiani nel corso della loro vita, negli amori e anche nelle tristezze per oltre 5 decenni. Diremo di più, non crediamo esistano altri cantanti nel mondo che abbiano avuto canzoni e album di successo in ogni decennio dagli anni 50 ad oggi.

Però, altrettanti italiani in Italia si meraviglieranno nello scoprire che lei è sconosciuta quasi del tutto al grande pubblico internazionale.

Il nome della Tigre

Il nome Anna Maria Mazzini non vuol dire tanto, nemmeno per molti in Italia. È nata a Busto Arsizio il 25 marzo 1940, ma qualche mese dopo la sua famiglia si è trasferita nella città che le diede il soprannome, la “Tigre di Cremona”.

Anna Maria Mazzini è conosciuta soprattutto con il suo nome d’arte:  MINA.

Ma nello scrivere di lei, e anche di altri grandi cantanti, dobbiamo fare il commento che, benché se ne siano già andati altri grandissimi cantanti come Fabrizio de André e Lucio Dalla, il Bel Paese sta per assistere alla fine di una generazione straordinaria di cantanti e cantautori e nel far conoscere al mondo questa “tigre sconosciuta” ci auguriamo che non aspetteremo la loro scomparsa per immortalarli nell’unico vero modo possibile, farli finalmente conoscere al mondo intero e non solo quello di lingua italiana.

L’elenco dei suoi successi comprende canzoni bellissime come “Il cielo in una stanza”, “Amor mio”, “Grande, grande, grande”, “L’immensità”, “Parole, parole, parole” e anche “Se telefonando”. Ma non tutte le canzoni sono d’amore e passione come dimostra “Mille bolle blu” e la canzone che è stata di grande successo in Australia, di cui parleremo tra poco.

Consigliamo ai nostri lettori all’estero di cercare questi brani sul web, ma voglio indicare in modo particolare un brano e un filmato, entrambi di pezzi ignoti al pubblico internazionale, per dimostrare cosa il mondo ha perso in questi oltre sei decenni di successi.

Il silenzio fatto musica

Un brano che ci fa sentire la forza della sua voce è stato presentato a San Remo del 1968 addirittura da Dionne Warwick e Tony Del Monaco, ma il successo nelle classifiche è stato di Mina e il testo scritto dal grandissimo paroliere Mogol insieme a Paolo Limiti ed Elio Isola.

Presentiamo questo capolavoro con i sottotitoli per fare capire meglio al lettore anche la bellezza delle parole:

Mina però non ha avuto solo un successo straordinario, ma anche una vita segnata da controversie a causa della sua vita privata che l’ha vista bandita dalla RAI per ben due volte, peggio ancora in un periodo in cui non c’erano le reti privati per darle un palco nazionale televisivo nel frattempo. Poi, tragicamente anche la scomparsa prematura del fratello ha avuto un impatto enorme sulla sua vita.

Ma Mina è sempre tornata sul palco e il piccolo schermo con successo enorme tra il pubblico. Lei ha presentato programmi di varietà, ha potuto fare duetti e scene buffe con grandi cantanti, attori e comici che regolarmente vediamo oggi in Italia nel programma estivo della RAI “Techtechete”, che non fa altro che confermare il suo talento e voce straordinaria.

Ma tra questi programmi un programma in particolare ha lasciato la documentazione di una performance davvero incredibile, che mette in luce anche un altro cantante quasi sconosciuto del tutto all’estero e che in Italia è considerato tra i cantanti più importanti della nostra musica leggera.

Il duetto straordinario

Nel nominare il paroliere Mogol sopra non abbiamo parlato del capitolo più importante della sua carriera unica di autore di testi di canzoni. La musica leggera italiana degli anni 60 e 70 è stata segnata in modo spettacolare dal sodalizio tra Lucio Battisti e Mogol (Giulio Rapetti, il soggetto di un nostro articolo qualche mese fa), che ha prodotto una lunga serie di canzoni e album di successo per due decenni.

Era naturale che Mina facesse un programma e un duetto con Battisti, che è scomparso  a soli 55 anni nel 1998. Nel 1972 lui era all’apice della sua carriera e il loro duetto televisivo ci da un’opportunità, non solo di vedere due grandissimi artisti in azione, ma di ascoltare pezzetti dei successi del binomio Battisti-Mogol.

Nell’ascoltare queste canzoni il lettore deve tenere in mente un aspetto del duetto. All’epoca era solito alla televisione italiana cantare in play back. Guardando Mina e Battisti insieme ci vuole poco per capire che cantano dal vivo e questo rende il filmato ancora più incredibile.

Dobbiamo anche ricordare che solo un anno dopo di Battisti è scomparso anche colui che è considerato il più grande dei nostri cantautori, che ha scritto canzoni che oltretutto sono vere e proprie poesie, Fabrizio de André, e il nostro paese deve fare molto di più per fare conoscere al mondo anche questo cantante, persino Peter Gabriel dei Genesis riconosce la bellezza della sua musica.

Nel 1974 Mina decise di lasciare il mondo dei concerti e i programmi televisivi, con l’eccezione di due performances straordinarie, alla Bussola nel 1978 per festeggiare i suoi 20 anni di carriera e sul web per il suo pubblico nel 2001(entrambi disponibili su YouTube). Ha continuato a cantare e ogni anno rilascia un album e ogni album vede di nuovo successo.

Successo inatteso in Australia

Ma qual era la canzone di Mina che ha avuto successo in Australia nel 1982? Era “Tintarella di Luna” interpretata dal complesso locale “The Globos”. Dobbiamo dire per chi non è mai stato in Australia, che il giornale di lingua italiana più venduta del paese è “Il Globo” di Melbourne, e allora il nome del complesso è anche un omaggio a una parte importante della comunità italiana nella terra australe.

I nostri lettori in Italia nel vedere questo filmato riconosceranno immediatamente che lo stile e il modo di vestire della cantante principale è davvero una copia dello stile di Mina, e quindi anche un omaggio importante a lei. Alla fine c’è l’intervista al complesso che spiega perché ha scelto una canzone italiana del 1957. Tristemente non si pronuncia mai il nome di Mina.

Ascoltare le risposte dei componenti del complesso ci da la prova che promuovere più e meglio la nostra Cultura, di cui la musica leggera è una parte importante nel corso degli ultimi decenni, è più che possibile, basta avere la reale volontà di farlo.

Come per molti altri cantanti, autori e artisti, è semplicemente incredibile per gli italiani in Italia pensare che artisti del genere siano sconosciuti all’estero. Ma non è incredibile, è la realtà dolorosa della nostra Cultura.

Troppi italiani, a partire dai nostri addetti ai lavori, di tutte la categorie della nostra Cultura, inclusa quella “Alta”, sono così convinti della grandezza della nostra Cultura che non si rendono conto che non è proprio così dal momento che partiamo per l’estero.

Allora, non aspettiamo più per fare le promozioni per fare conoscere al mondo questi personaggi italiani fondamentali per la qualità della nostra vita, e certamente non aspettiamo che sia troppo tardi per loro vedere la loro arte finalmente riconosciuta dal grande pubblico internazionale.

di emigrazione e di matrimoni

The Unknown Tiger

Anna Maria Mazzini is known above all by her stage name, MINA

In 1982 a new pop group had an unexpected hit in Australia. The hit was a surprise not so much because the song was in Italian, in fact, over the years Umberto Tozzi, Alan Sorrenti and Ada Mori had hits in the country, but in the case of “The Globos” the song had been a hit 25 years before in Italy, when there was no RAI World, much less the various Italian community radio stations.

But that Australian hit was proof that Italian artists, without forgetting writers and other categories who could be very successful overseas as well, can also establish themselves in our language if they are promoted in the right way and by being introduced in other languages to prepare the ground overseas.

Many people in Italy will not be surprised to understand the greatness of the singer who is the subject of this article because she, together with her great friend, as well as her partner in musical adventures, Adriano Celentano who is also underestimated by the non-Italian public, have accompanied Italians during the course of their lives, their loves and even their sadness for more than 5 decades. We will say more, we do not believe there are any other singers in the world who have had successful songs and albums in every decade from the 1950s to today.

However, just as many Italians would be amazed to discover that she is virtually unknown to the great international audience.

The Tiger’s name

The name Anna Maria Mazzini does not mean much, not even to many Italians. She was born in Busto Arsizio on March 25, 1940 but a few months later her family moved to the city that gave her the nickname, la Tigre di Cremona (the Tiger of Cremona).

Anna Maria Mazzini is known above all by her stage name, MINA.

But in writing about her, and also other great singers, we must state that, although many other great singers such as Fabrizio de André and Lucio Dalla have already passed on, Italy is about to witness the end of an extraordinary generation of singers and singer-songwriters and in introducing this “unknown tiger” to the world we hope that we will not wait until their passing to immortalize them in the only real way possible, by finally making them known to the whole world and not just that of the Italian language.

The list of her hits includes beautiful songs such as “Il cielo in una stanza”, “Amor mio”, “Grande, grande, grande”, L’Immensità”, “Parole, parole, parole” and also “Se telefonando”. But not all the songs are about love and passion as she showed in “Mille bolle blu” and the song that was a big hit in Australia and we will talk discuss later.

We suggest to our readers overseas to look for these songs on the net but we want to point out specifically a track and a film clip, both of pieces unknown to the great international market, to show what the world has missed in these more than five decades of hits.

The silence made of music

One song that lets us hear the strength of her voice was presented at the San Remo Song Festival in 1968 by no less than Dionne Warwick and Tony Del Monaco but the success on the charts was by Mina. The lyrics were written by the great wordsmith Mogol together with Paolo Limiti and Elio Isola. We present this masterpiece with subtitles to let the reader better understand the beauty of the words as well:

Mina however did not only have extraordinary success, she also had a life marked by controversy because of her private life that saw her twice banned by RAI, worse still in a period in which there were not yet the private channels to give her a national television stage in the meantime. And then, tragically by the premature death of her brother that had a huge impact on her life.

But Mina always came back to the stage and the small screen with enormous success. She presented musical variety programmes in which she performed duets and comic sketches with great singers, actors and comedians that we see regularly on RAI’s summer TV programme “Techetechete” that only confirm her talent and extraordinary voice.

And in particular, one of these programmes left us the documentation of a truly incredible performance that also puts the spotlight on another singer who is virtually unknown overseas and who in Italy is considered one of the country’s most important singers of light music (pop, rock, etc.).

The extraordinary duet

When we named Mogol above we did not talk about the most important chapter of his unique career as the author of lyrics. Italian light music in the 60s and 70s was marked in the most spectacular way by the partnership between Lucia Battisti and Mogol (Giulio Rapetti, who was the subject of one of our articles a few months ago) that for two decades produced a long line of successful songs and albums.

It was natural that Mina would have a programme and perform a duet with Battisti, who died in 1998 at only 55. In 1972 he was at the peak of his career and their duet on television gives us the chance not only to see two great artists in action but also to listen to excerpts of the hits by the Battisti-Mogol partnership.

While listening to the songs the reader must bear in mind one aspect of this duet. At the time the usual practice on Italian television was to sing in playback. Watching Mina and Battisti together it takes little to understand that they were performing live and this makes the clip even more incredible.

 

We must also remember that only one year after Battisti Fabrizio de André, the singer who is considered the greatest of our cantautori (singer song writers), also passed away. He wrote songs that are above all true poetry and our country must do much more to also let the world know this singer who even Peter Gabriel of the group Genesis recognizes for the beauty of his music.

In 1974 Mina decided to leave the world of concerts and television programmes, with the exception of two extraordinary performances, at the Bussola night club in Tuscany to celebrate the 20th anniversary of her career and in 2001 on the web for her public (both available on Youtube). She continues to sing and every year she releases an album and every year she sees new success.

The unexpected hit in Australia

But which was Mina’s song that became a hit in Australia in 982? It was “Tintarella di luna” (Moonlight tan) interpreted by the local group “The Globos”. For those who have never been in Australia we must say that the country’s most popular Italian language newspaper is Melbourne’s Il Globo and therefore the group’s name is also a tribute to an important part of the Italian community in Australia.

Watching this clip our readers in Italy will immediately recognize that the lead singer’s style and way of dressing are true copies of Mina and therefore this too is an important tribute to her. At the there is an interview with the group that explains why it chose an Italian song from 1957. Sadly Mina’s name is never mentioned.

 

Listening to the answers by the members of the group give us proof that promoting more and better our Culture, of which light music has been an important part over the last few decades, is more than possible, we only need the real will to do so.

As with many other singers, authors and artists, it is simply unbelievable for Italians in Italy to think that such artists are unknown overseas. But it is not unbelievable, it is the painful reality of our Culture.

Too many Italians, starting with our experts in all the categories of our Culture, including “High Culture”, are so convinced of our Culture’s greatness that they do not understand that this is not the case from the moment we leave for overseas.

So, let us wait no more to carry out the promotions to let the world know these Italian performers, artists and authors who are essential for the quality of our lives and, of course, let us not wait until it is too late for them to see their art finally recognized by the great international audience

La Repubblica Anomala – The Atypical Republic

di emigrazione e di matrimoni

La Repubblica Anomala

Chi conosce altri sistemi parlamentari vede alternanza regolare tra Governi di centrosinistra e di centrodestra, questo non succede in Italia.

Di Gianni Pezzano

Chi abita all’estero sente spesso i commenti e le battute a ogni caduta di un Governo in Italia. Chi conosce altri sistemi parlamentari vede alternanza regolare tra Governi di centrosinistra e di centrodestra, questo non succede in Italia. Anzi, noi in Italia vediamo anche Governi tecnici e nemmeno questo succede in altri paesi.

Perché?

Allora abbiamo l’obbligo di spiegare ai nostri lettori all’estero perché il sistema parlamentare italiano è anomalo.

Però, partiamo da un concetto che spesso crea confusione nella mente di chi segue la politica, di qualsiasi paese, regolarmente.

Benché le elezioni, particolarmente quelle nazionali, dovrebbero riflettere la volontà del popolo, questo non capita sempre. Basta pensare che nelle elezioni presidenziali negli Stati Uniti del 2017 Donald Trump ha ricevuto quasi tre milioni di voti popolari meno della sua concorrente, Hillary Clinton, ma ha vinto tramite il sistema del collegio elettorale. Questo succede regolarmente in molti paesi, compresa l’Italia.

Però, una volta che i parlamentari sono eletti il loro comportamento cambia, non tanto per via di “complotti”che molti vogliono far credere, ma le regole del Parlamento e i giochi di potere nel formare le coalizioni governative, e questo è il caso in Italia, vedono i partiti costretti a comportarsi in modi “occulti”. Particolarmente in un sistema nel quale una successione di leggi elettorali inadeguate non è riuscita a fornire maggioranze funzionali nel Parlamento.

Ma partiamo con il concetto base che molti all’estero non conoscono quando si parla dei problemi del sistema parlamentare italiano.

Costituzione

Secondo la Costituzione italiana i cittadini eleggono il Parlamento e sono i parlamentari a eleggere il Presidente della Repubblica ogni sette anni. Dopo le elezioni nazionali, oppure dopo la caduta di un Governo come abbiamo visto in questi giorni, il Presidente della Repubblica, tramite una serie di consultazioni con autorità e i capi dei gruppi parlamentari, deve accertare se esiste o no una maggioranza nel Parlamento, inevitabilmente per l’attuale legge elettorale, una coalizione. Di seguito il presidente della Repubblica individua un candidato Presidente del Consiglio dei Ministri che, entro un periodo di tempo stabilito dal Presidente stesso, deve consultare i gruppi parlamentari per formare una maggioranza che renda stabile il Governo. Nel caso della fine di un Governo, come in questo periodo, questa procedura si chiama “crisi di Governo”.

Alla fine di questa seconda serie di consultazioni il futuro Presidente del Consiglio avvisa il Presidente della Repubblica del successo o fallimento del suo mandato. Nel caso di fallimento il Presidente della Repubblica può ripetere la procedura, oppure sciogliere la camere del Parlamento per indire nuove elezioni. Nel caso di successo, il neo Presidente del Consiglio deve presentare il nuovo governo alla Camera dei Deputati ed il Senato per ottenere la fiducia di entrambe la Camere su un programma di Governo.

E qui iniziano i primi giochi politici che vediamo fin troppo spesso nel Parlamento italiano a causa del voto segreto che ci si utilizza. Benché i gruppi parlamentari accordino o no il loro consenso ufficiale nei dibattiti, il voto vero si tiene in segreto e non sempre i parlamentari seguono gli ordini di partito, oppure il voto vero non sempre va secondo le intenzioni espresse dai capigruppo. In questo casi i parlamentari, che non sono identificabili, sono chiamati “franchi tiratori”. Questo fenomeno non succede solo in queste votazioni, ma anche per proposte di leggi importanti e persino nelle elezioni per Presidenti della Repubblica.

Naturalmente una coalizione governativa è forte quanto il partito più piccolo che ne fa parte e spesso sono proprio questi partiti piccoli a fare cadere il Governo, quindi le coalizioni effettivamente concedono ai piccoli partiti che ne fanno parte un peso politico più grande dei loro risultati elettorali.

Questo voto segreto è uno dei fattori che rendono l’Italia un Repubblica anomala e molto spesso ingovernabile.

E con questa considerazione entra in vigore l’altro fattore che pochi all’estero conoscono.

Le leggi viziate

Da decenni in Italia si parla di riforma della legge elettorale perché con l’attuale Rosatellum, e le precedenti, non si riesce a formare una maggioranza funzionale al paese. Regolarmente si cerca di ridurre il numero di partiti piccoli o gruppi che vengono eletti tramite l’elettorato che risponde al voto proporzionale.

Il paradosso è che, per cambiare la legge elettorale e per ridurre il numero di partitini o gruppi, bisogna avere il voto favorevole dei gruppi soggetti a questa legge. Ci vuole poco per capire che questo consenso non arriverà mai. Vediamo gli effetti di questo nei compromessi e condizioni quasi surreali ma necessari per ottenere anche il più piccolo degli emendamenti.

Infatti in un caso dal passato non tanto lontano Roberto Calderoli, il disegnatore della legge elettorale più nota in un’intervista televisiva nel 2006 ha ammesso: “La mia legge è una porcata, lo dico io onestamente”. Da allora quella legge è conosciuta come il “Porcellum”.

Il risultato di quella “porcata” e i cambi di legge che ne sono seguiti, segnano tredici anni di incapacità nel dopo elezioni di formare Governi nazionali con mandati forti da parte dei cittadini.

Questo è il motivo per cui l’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il suo predecessore Giorgio Napolitano non hanno chiamato elezioni immediatamente ma hanno preferito strade parlamentari, anche di governi tecnici che non esistono in altri paesi, perché non esistevano e ancora non esistono le condizioni per avere un risultato definitivo con un Governo forte che duri nel tempo, da elezioni nazionali con le leggi elettorali.

Naturalmente, qualsiasi nuovo Governo italiano ha l’obbligo di trovare una riposizione a questa stasi elettorale, ma nessuno ha fiducia che ci sia la volontà politica di molti gruppi di votare la propria estinzione che ne sarebbe la conseguenza.

Inoltre, si deve fare una considerazione storica per capire i giochi bizantini che vediamo fin troppo spesso nel Parlamento italiano.

La Balena Bianca

Nei paesi democratici moderni il cambio regolare di Governi è considerato sano per il regolare svolgimento del lavoro parlamentare, visto che essere al potere vuol dire perdere contatto con i cittadini. Purtroppo, per circa quarant’anni questo non è successo in Italia.

La Democrazia Cristiana ha fatto parte dei Governi nazionali per quasi cinque decenni. Pur di non perdere il potere i capi del partito hanno stabilito le più svariate coalizioni per assicurarsi i propri posti nei nuovi Governi.

La “Balena Bianca”, come era chiamata, ha dominato il Parlamento italiano in un modo che non era certamente democraticamente sano, e non conosciamo ancora tutti gli accordi segreti fatti, a volte al limite della legalità, per formare molti di questi Governi. Questa egemonia ha avuto molti effetti negativi sul sistema politico italiano che purtroppo non possiamo trattare in un articolo breve

Purtroppo, questo rifiuto di lasciare il potere è diventato un modello che altri Governi hanno seguito e che ancora oggi fa scuola nel sistema politico italiano.

Rappresentanti della Repubblica

L’effetto di questo è stato che in molti casi il futuro del partito è considerato più importante del futuro del paese stesso. Invece di considerarsi rappresentanti dei cittadini italiani i parlamentari non raramente si considerano i rappresentanti del loro partito e un Ministro dell’ultimo Governo ci ha dato prova di questa mentalità.

Nei quattordici mesi del primo governo Conte abbiamo visto il Ministro dell’Interno, nonché uno dei Vice Premier, Matteo Salvini, presentarsi a incontri nel suo ruolo di Ministro, non con il tricolore all’occhiello, ma con il distintivo della Lega.

Un Ministro della Repubblica, in incontri ufficiali e in modo particolare negli incontri con rappresentanti di altri governi, rappresenta la Repubblica italiana e non un partito politico.

Questo comportamento specifico dell’ormai ex Ministro dell’Interno ci fa capire che mentre in Italia tutto questo è tollerato, in altri paesi democratici nel mondo non lo è, e di sicuro questi atteggiamenti vanno corretti se si vuole risolvere e migliorare il nostro sistema parlamentare/politico. Ma non dobbiamo pensare che questo si limiti solo all’ex Ministro o la Lega, ma anche a tutti i partiti.

Ora, mentre si sta arrivando all’esito dell’attuale crisi di Governo, dobbiamo pensare seriamente a trovare la strada per rendere la nostra Repubblica più efficace e “normale”. Ma davvero esiste la volontà, non solo da parte dei politici, ma anche di molti cittadini, di fare le modifiche necessarie, a partire dalla legge elettorale?

Tristemente, nello stato attuale del paese dobbiamo pensare che la risposta, almeno per ora, sia negativa.

di emigrazione e di matrimoni

The Atypical Republic

Those who know other systems of government see regular turnovers between the centre-left and the centre-right, this does not happen in Italy.

Those who live overseas often hear comments and jokes after every fall of a government in Italy. Those who know other systems of government see regular turnovers between the centre-left and the centre-right, this does not happen in Italy. Instead, we in Italy also see technical governments and this too does not happen in other countries.

Why?

So we have a duty to explain to overseas readers why the Italian parliamentary system is atypical.

However, we must start from a concept that often creates confusion in the mind of those who follow politics regularly, in any country.

Although elections, especially nationally, should reflect the will of the people, this does not always happen. We only have to think of the American presidential election in 2017 when Donald Trump received almost three million less popular votes than his opponent Hillary Clinton but won because of the Electoral College system. This happens regularly in many countries, including Italy.

But once elected the parliamentarians’ behaviour changes, not so much due to “conspiracies” that many want to believe but the rules of the parliament and the power plays in the formation of governing coalitions, and this is the case of Italy, see parties forced to behave in “hidden” ways, especially in a system in which a succession of inadequate electoral laws has not supplied functional majorities in Parliament.

But lets us start with the basic concept that many overseas do not know when they talk about the problems of the Italian parliamentary system.

Constitution

According to the Italian Constitution the citizens elect the Parliament and the parliamentarians elect the Italian President every seven years. After national elections, or after the fall of a Government as we saw recently, the Italian President, through a series of consultations with authorities and the heads of the parliamentary groups, must certify whether or not there is a majority in the Parliament, inevitably a coalition due to the electoral law. Subsequently the Italian President identifies a candidate as Presidente del Consiglio dei Ministri (Prime Minister) who must consult the parliamentary groups, within a period of time set by the President, in order to form a majority that will make the government stable. In the case of the end of a Government, such as the present time, this procedure is called a crisi di Governo, (Government crisis).

At the end of this second series of consultations the future Prime Minister notifies the President of the success or failure of his mandate. In the case of failure the Italian President can repeat the procedure, or dissolve Parliament to call new elections. In the case of success, the neo-Prime Minister must present the new Government to the Chamber of Deputies and to the Senate to obtain the vote of confidence of the two Chambers on the Government’s programme.

And here begin the first political games that we see all too often in Italy’s Parliament due to the secret vote used there. Although the parliamentary groups agree or not agree to give their official consent in the debates, the true vote is held in secret and the parliamentarians do not always follow the party orders, or the true vote is not always according to the intentions expressed by the party leaders. In these cases the parliamentarians, who cannot be identified, are known as franchi tiratori (snipers). This phenomenon does not happen only in these votes but also in proposals of important laws and also in the election of the Italian President.

Of course a governing coalition is only as strong as the smallest party that is part of it and often these small parties are the very ones that make the Government fall, therefore the coalitions effectively concede to the small parties that take part a political weight greater than their electoral results.

This secret vote in Parliament if one of the factors that makes the Italian Republic atypical and very often ungovernable.

And with this thought the other factor that few overseas know comes into force.

The flawed laws

For decades in Italy there has been talk of the reform of the electoral law because the current Rosatellum, and the previous laws, have not managed to give the country a functional majority. Regularly they try to reduce the number of small parties or groups that are elected through the electorates with proportional voting.

The paradox is that changing the electoral law to reduce the number of small parties or groups needs the approval of the groups that are the subject of the law. It takes little to understand that this consent will never come. We see the effects of this in the surreal but necessary compromises and conditions needed to achieve even the smallest of amendments.

In a case from the not distant past Roberto Calderoli, the designer of the most famous electoral law, in a television interview in 2006 admitted: “My law is a porcata (filthy), I say this honestly”. Since then this law has been known as the Porcellum.

The result of this “filth” and the changes of law that followed, have marked thirteen years of incapacity, after elections, to form national Governments with strong mandates from the citizens.

This is the reason why the current Italian President Sergio Mattarella and his predecessor Giorgio Napolitano did not call elections immediately but preferred parliamentary paths, even with technical governments that do not exist in other countries, because with the electoral laws, the conditions did not exist to have a definitive result with a strong government that will last over time after national elections and they still do not exist.

Naturally, any new Italian government has an obligation to find a resolution to this electoral impasse but nobody trusts that there is the political will of many political groups to vote for their own extinction which would be the consequence.

In addition, we must make a historical consideration to understand the Byzantine games that we see too often in the Italian Parliament.

The White Whale

In modern democratic countries regular changes of Government are considered healthy for the proper performance of parliamentary work as being in power means losing contact with the citizens. Sadly, for about forty years this did not happen in Italy.

The Christian Democrats were in national Governments for nearly five decades. In order not to lose power, the leaders of the party formed the most varied coalitions to ensure their places in the new Governments.

The Balena Bianca (White Whale), as the party was called, dominated the Italian Parliament in a way that was certainty not democratically healthy and we still do not know all the secret agreements made, at times on the limits of legality, to form many of these governments. This hegemony had many negative effects on the Italian political system that sadly we cannot deal with in a short article.

Unfortunately, this refusal to leave power has become model that other Governments followed and is still taught today in the Italian political system

Representatives of the Republic

The effect of this was that in many cases the future of the party is considered more important than the future of the country itself. Instead of considering themselves representatives of Italy’s citizens, the parliamentarians often consider themselves the representatives of their parties and a minister of the recent Government gave proof of this mentality.

In the fourteen months of the Conte Government we saw the Interior Minister and also Deputy Prime Minister, Matteo Salvini, present himself at meetings as Minister not with the national flag on his lapel but with the badge of his party, the Lega.

A Minster of the Republic, at official meetings and especially at meetings with representatives of other Governments, represents the Italian Republic and not a political party.

This behaviour by the now former Interior Minister makes us understand why all this is tolerated in Italy, in other democratic countries it is not and surely this behaviour must be corrected if we want to resolve and improve our parliamentary/political system. But we must not think that this is limited only to the former Minister or the Lega but also to all parties.

Now, as we are reaching the outcome of the current Government crisis, we must think seriously about finding the road to make our Republic more effective and “normal”. But is there really the desire, not only on the part of politicians but also on the part of many citizens, to make the changes needed, starting with the electoral law?

Sadly, in the current state of the country, we must think that the answer, at least at the present time, is in the negative.

Emigrati Italiani: Memoria e Onore – Italian Migrants: Memory and Honour

di emigrazione e di matrimoni

Emigrati Italiani: Memoria e Onore

Questa settimana sui social c’era un articolo sulla chiusura e demolizione della Chiesa della Madonna del Carmelo a Worcester in Massachusetts negli Stati Uniti. Lo sdegno dei parrocchiani è inevitabile e comprensibile, ma la decisione non è l’unica presa su strutture legate alle nostre comunità italiane nel mondo

Di Gianni Pezzano

Quando siamo giovani pensiamo d’essere eterni, il futuro è raggiante e cerchiamo di realizzare i nostri sogni. Alcuni lo fanno, altri no, alcuni prendono una strada precisa e altri si trovano in percorsi inattesi, a volte per motivi fuori il loro controllo.

Questo vale anche per le comunità degli emigrati italiani in tutti i continenti e anche loro sono essere viventi che cambiano con gli anni e quindi soggetti agli stessi destini della vita di tutti gli esseri umani

Per noi tutti, umani e comunità, l’unica certezza della vita è di sapere che c’è un limite al nostro soggiorno su questa terra. Agiamo non sapendo il tempo che ci rimane e quindi cerchiamo di fare il più possibile nel tempo che abbiamo.

Questa è la triste realtà che definisce la nostra vita, ma se agiamo con saggezza potremmo fare in modo di assicurare che, bensì non siamo più sulla terra, rimanga la memoria di quel che abbiamo fatto, e se ci prepariamo bene come comunità potremmo trovare anche il miglior modo per onorare questa memoria.

Di chiese e di palazzi

Queste considerazioni sono state suggerite da sviluppi in queste settimane in due continenti, che ci hanno fatto capire per l’ennesima volta come le comunità non sono eterne e immutabili come alcuni vorrebbero sperare.

In Australia qualche settimana fa c’è stata la discussione online sulla possibilità della vendita di alcuni centri per curare gli italiani anziani di una città. Lo scalpore di alcuni degli interlocutori era comprensibile, ma un passo del genere era inevitabile e molti degli addetti ai lavori lo sanno da tempo.

Gli immigrati anziani hanno bisogni particolari, uno dei quali è dovuto al fatto di perdere con l’età la capacità di parlare la seconda lingua, quella del paese di residenza, che rende fornire l’assistenza medica necessaria ancora più difficile. Inoltre, a peggiorare questa situazione è la demenza che tristemente colpisce una percentuale non indifferente. Per questo motivo gruppi italiani in quasi tutti gli stati australiani, hanno creato case di cure e case di riposo per gli italiani anziani. Per fortuna nel passato i governi federali australiani avevano capito che questo era il modo più efficace  per assistere gli anziani immigrati nel paese, e di conseguenza hanno fornito fondi in aiuto alla creazione  di questi centri.

Però, proprio per la natura di questi servizi, le strutture specificatamente per gli italiani hanno una data di scadenza, in termini crudeli, il limite della vita degli immigrati stessi, perché i loro figli nati e cresciuti nel paese non avranno gli stessi problemi.

Inevitabilmente questi servizi, con le loro capacità ed esperienze, saranno venduti a gruppi di nuovi immigrati nel paese che ora cominciano a incontrare gli stessi problemi di vecchiaia, così come gli italiani affrontano da circa tre decenni ormai.

Ma queste vendite creano altri problemi scomodi che hanno in comune con altri palazzi nelle nostre comunità in giro per il mondo.

Questa settimana sui social c’era un articolo sulla chiusura e demolizione della Chiesa della Madonna del Carmelo a Worcester in Massachusetts negli Stati Uniti. Lo sdegno dei parrocchiani è inevitabile e comprensibile, ma la decisione non è l’unica presa su strutture legate alle nostre comunità italiane nel mondo. Allo stesso tempo sento notizie di chiusure e possibili chiusure di circoli italiani in Australia, alcuni con decenni di vita ed espressione di grandi comunità di varie regioni italiane.

Come per le case per gli anziani, questi sviluppi fanno parte dei cambiamenti demografici delle nostre comunità. Ormai la seconda e terza (e oltre) generazioni non hanno gli stessi legami sia con la chiesa dei bisnonni, nonni o genitori, sia con i circoli che spesso hanno matrice non tanto regionale o “italiana” in generale, ma si ispirano a singoli paesi oppure feste religiose.

Sono decisioni dolorose perché queste strutture sono legate a ricordi carissimi per chissà quanta gente, a battesimi e matrimoni, a feste tra paesani, processioni e le altre attività svolte in queste comunità. Ma come dice la Bibbia ogni cosa ha la sua stagione,  e per molti di questi circoli la stagione sta per finire.

Allora, cosa seguirà alla chiusura di queste strutture?

Memoria e Onore

Alcuni circoli italiani sono chiusi in Australia, come sono sicuro sia successo in altri paesi, e i soldi delle vendite, come dice la legge per questi casi, sono stati devoluti in beneficenza. Soldi raccolti dalla nostra comunità in anni e decenni di lavori gratuiti di volontari sono stati dati a gruppi di beneficenza, ma onoriamo il lavoro di questi volontari nel modo giusto?

Come italiani, abbiamo il vizio di non pensare al futuro e in questi casi abbiamo l’obbligo fortissimo di pensare che i soldi delle vendite di strutture, della chiusura dei circoli, dovrebbero essere utilizzati non semplicemente per aiutare altri gruppi, ma per assicurarci che continuiamo a ricordare i nostri immigrati, perché assicurare la loro memoria è l’unico vero modo di onorare il loro contributo a due paesi, l’Italia e i loro nuovi paesi di residenza.

Come comunità dobbiamo pensare a preservare nella memoria le imprese dei nostri immigrati che hanno fondato queste comunità. Dobbiamo stabilire fondazioni e associazioni che hanno come scopo non solo di conservare documenti e anche la Storia orale dei nostri anziani, tristemente già troppo tardi in molti casi, ma anche per incoraggiare i nostri studenti a svolgere le loro tesi di dottorato su soggetti legati alla nostra emigrazione.

Cosa sappiamo davvero del perché queste generazioni siano emigrate? Cosa sappiamo davvero delle loro esperienze nei nuovi paesi e dei loro scambi con i parenti in Italia? Inoltre, dobbiamo anche assicurare che i nipoti e i pronipoti di questi emigrati italiani abbiano la possibilità vera di imparare la lingua italiana che è quel che li definisce. E, quando arriva la loro volontà di farlo, come succede sempre più spesso, aiutarli a rintracciare le proprie origini e famiglie in Italia, a volte anche dopo decenni di silenzio tra di loro.

Allo stesso modo, i figli e i nipoti dovrebbero pensare a dare a questi gruppi copie di documenti, lettere e cimeli dei loro cari,  per assicurare che in ogni modo la memoria del loro passato che  non consiste solo in lapidi nei cimiteri, ma è il valore della Storia dell’emigrazione italiana di cui loro hanno fatto parte.

Qualcuno dirà che sono sogni irrealizzabili, ma sappiamo che alcuni circoli italiani hanno già fatto le proprie Storie. Una di queste è la Società di Sant’Ilarione ad Adelaide che fu fondata da emigrati da Caulonia(RC) per onorare il Santo Patrono del paese, e che ora gestisce anche case per gli italiani anziani di quella città. Ma naturalmente anche le società come questa si troveranno nel futuro a dover affrontare decisioni dolorose.

Si parla molto di onorare le imprese dei nostri emigrati, ma il miglior mezzo non è tramite qualche documentario televisivo, né tantomeno nel dare qualche cavalierato a individui che , spesso,  hanno fatto solo i loro affari invece di svolgere lavoro per la comunità italiana delle loro città.

Il miglior modo per onorare questa memoria è di assicurare che ci siano i mezzi per garantire che queste imprese siano documentate e che i discendenti degli emigrati conoscano le loro origini e i loro avi.

Si, vedere chiudere chiese, circoli e palazzi italiani è triste, ma se le nostre comunità all’estero fossero davvero lungimiranti, dovrebbero provvedere a trasformare questa tristezza in fonte di orgoglio nel futuro invece che fonte di rammarico.

Parliamo molto di “memoria e onore” per i nostri emigrati, ma sono parole vuote se, come comunità, non agiamo nel modo più appropriato.

 

di emigrazione e di matrimoni

Italian Migrants: Memory and Honour

This week there was an article on the social media about the closure and demolition of the Church of Our Lady of Mount Carmel in Worcester, Massachusetts in the United States. The indignation of the parishioners was inevitable and understandable but the decision was not the only one concerning structures in our Italian communities around the world

When we are young we think we are eternal, the future is radiant and we try to make our dreams come true. Some do so, some take a precise road and others find themselves on unexpected paths, sometime for reasons beyond their control.

This is also true for the Italian migrant communities in all the continents and they too are living beings that change over the years and therefore are subject to the same destiny of life of human beings.

For all of us, humans and communities, the only certainty in life is to know that there is a limit to our stay on this Earth. We act not knowing how much time we have left and therefore we try to do as much as possible in the time we have.

This is the sad reality that defines our lives but if we act wisely we could do something to ensure the, although we are no longer on this earth, the memory of what we have done will remain and if we prepare well as communities we could also find the best way to honour this memory.

Of churches and buildings

These thoughts were suggested by recent developments in two continents that made us understand once more how communities are not eternal and unchangeable as some hope.

A few weeks ago in Australia there was an online discussion about the possibility of the sale of some aged care facilities for Italians in a city. The outrage of some of the participants was understandable but such a step was inevitable and many of those involved in these centres have known this for some time.

Aged immigrants have special needs, one of which is because they lose the capacity to speak their second language, that of their country of residence, that makes giving medical assistance even harder. Furthermore, making this situation even worse is the dementia that sadly strikes a considerable percentage. For this reason Italian groups in almost all the Australian states have established aged care and nursing homes for the aged Italians. Luckily, Australian federal governments in the past had understood that this was the most effective way to assist the aged migrants in the country and subsequently they supplied funds to help them establish these facilities.

However, by the very nature of these services, the facilities specifically for Italians have an expiry date, in cruel terms, the limit of the lives of the migrants themselves because their children born and raised in the country will not have the same problems.

Inevitably, these services, with their skills and experience, will be sold to groups of new migrants in the country that are now beginning to encounter the same old age problems that the Italians in the country faced for about the last thirty years.

But these sales create other inconvenient problems that they have in common with other buildings in our communities around the world.

This week there was an article on the social media about the closure and demolition of the Church of Our Lady of Mount Carmel in Worcester, Massachusetts in the United States. The indignation of the parishioners was inevitable and understandable but the decision was not the only one concerning structures in our Italian communities around the world. At the same time I have been hearing news of closures and possible closures of Italian clubs in Australia, some with decades of life and big communities from various regions of Italy.

As for the aged care homes, these developments are part of the demographic changes in our communities. Now the second, third and other generations do not have the same ties with the church of their great grandparents, grandparents or parents, or the clubs that are often tied not so much to regions or are “Italian” in general, but to single towns or religious feasts tied to them. 

These are painful decisions because these facilities provide cherished memories for who knows how many people, of baptisms and weddings, of feasts amongst people from the same town, processions and other activities carried out by these communities. But as the Bible says, to everything there is a season and for many of these clubs the season is about to end.

So, what will follow the closure of these facilities?

Memory and Honour

Some Italian clubs in Australia have closed, as I am sure has happened in other countries, and the money from the sales, as the law states in these cases, have been given to charity. Moneys collected by our communities from years and decades of free work by volunteers have been given to charity groups but do we honour the work of these volunteers in the right way?

As Italians we have the bad habit of not thinking about the future and in these cases we have the very strong obligation to think that the money from the sale of these structures, or the closure of the clubs, could be used not simply to help other groups but to ensure that we continue to remember our migrants because guaranteeing their memory is the only true way to honour their contribution to two countries, Italy and their new countries of residence.

As communities we must think about saving the deeds of our migrants who founded these communities. We must establish foundations and associations that have as their aim not only to store documents and preferably oral history, sadly already too late in many cases, but also to encourage our students to carry out their doctoral theses on subjects tied to our migration.

What do we truly know about why these generations migrated? What do we truly know about their experiences in the new countries and their exchanges with the relatives in Italy? Furthermore, we must ensure that the grandchildren and great grandchildren of these Italian migrants not only have the real chance to learn the Italian language that is what defines them. And, when the natural desire comes, as is becoming more and more common, to help them to trace their origins and families in Italy, often even after decades of silence between them.

In the same way, the children and grandchildren must think about giving these groups copies of the documents, letters and mementoes of their loved ones to ensure that in one way or another their memory does not consist only of the headstones in cemeteries but in the history of Italian migration of which they were a part.

Some will say these are impossible dreams but we know that some Italian clubs have already written their own histories. One of these is the Society of Saint Hilarion in Adelaide, Australia that was founded by migrants from Caulonia (RC) in Italy to honour the Patron Saint of the town and that now runs aged care homes for Italian aged in that city. But eventually this society will also find itself having to make painful decisions in the future.

We often talk about honouring our migrants’ deeds but the best way is not through some TV documentary and not even giving some official honour to individuals who often only did their own business rather than carry out work for their city’s Italian community.

The best way to honour this memory is to ensure the means to guarantee that these deeds are documented and that the descendants of migrants know their origins and forebears.

Yes, seeing Italian churches, clubs and buildings is sad but if our communities overseas are truly clever they should ensure that this sadness becomes a source of pride in the future instead of a source of regret.

We talk a lot about “memory and honour” for our migrants but these are only empty words if, as a community, we do not act in the most appropriate way.

Italiani all’estero, gli Sbagli – Italians overseas, the Mistakes

di emigrazione e di matrimoni

Italiani all’estero, gli Sbagli

 

A causa dell’impressione ingannevole dei contatti ufficiali con le comunità italiane, insistiamo a pensare che dobbiamo promuovere la nostra Cultura e i nostri altri prodotti nella nostra lingua nazionale. L’effetto di questo è semplicemente che non consideriamo oltre la seconda generazione e cerchiamo di vendere e promuovere ai 5 milioni registrati all’AIRE ignorando un potenziale mercato di oltre 90 milioni.

 

Di Gianni Pezzano

Nel corso degli articoli in questa rubrica degli “italiani nel mondo” abbiamo spesso parlato delle cifre ufficiali dei nostri parenti e amici in giro per il mondo, ma dobbiamo chiederci seriamente se queste cifre stesse non ci abbiano tratto in inganno, non solo su come avvicinare questa vasta comunità, ma anche su come promuovere i nostri prodotti al mondo, partendo dal nostro prodotto più importante e prestigioso, la nostra Cultura.

Nei primi Stati Generali della Lingua Italiana a Firenze quattro anni fa il Sottosegretario per gli Esteri, Mario Giro, ha fornito due cifre che abbiamo citato più volte da allora. Secondo il suo ministero ci sono 5 milioni di cittadini italiani fuori dai confini nazionali, ovviamente sono coloro registrati all’AIRE nei rispettivi consolati, una cifra probabilmente inferiore alla realtà, e 85 milioni di discendenti di emigrati italiani. Visto le molte generazioni di italiani all’estero dobbiamo pensare che anche questa seconda cifra sia inferiore alla realtà. Inoltre, il Sottosegretario ha fornito un’altra cifra molto importante che tratteremo sotto e che rinforza il messaggio che, in ogni probabilità, come paese commettiamo sbagli sulle molte realtà degli italiani all’estero.

Non intendiamo dire che questi sbagli siano intenzionali, anzi, siamo sicuri che non lo sono, ma non per questo non dobbiamo rivedere come agiamo con le nostre comunità in tutti i continenti, e come possiamo riavvicinare decine di milioni di persone al paese d’origine dei loro avi.

Nel ragionare su questi aspetti dobbiamo partire da cosa vedono le autorità italiane in visita all’estero.

Impressioni ingannevoli

 Quando un politico, burocrate o imprenditore italiano visita le comunità italiane all’estero, per qualsiasi motivo, incontra i rappresentanti delle varie comunità, cioè persone solo quasi sempre di prima generazione, o al massimo seconda generazione, che parlano bene la nostra lingua e di solito già coinvolte nell’insegnamento della nostra lingua, la promozione della nostra Culture in generale o la vendita dei nostri prodotti dalle piastrelle alle armi.

Ma la gente che incontra il nostro politico, burocrate o imprenditore in queste visite riflette davvero la realtà di ciascuna comunità italiana nel mondo?

La risposta semplice e crudele è che queste impressioni sono ingannevoli e le realtà sono molto più complesse.

Se pensiamo alla grande ondata dell’emigrazione italiana in seguito alla seconda guerra mondiale, dobbiamo tenere ben in mente la crudeltà del tempo. Non solo quella generazione sta passando a vita migliore, ma i figli di quella generazione sono già nonni e in alcuni casi anche bisnonni. Nei paesi delle Americhe l’emigrazione italiana risale ad ancora prima dell’unificazione del paese nel 1861,  e quindi di generazioni ne abbiamo molte più di tre, quattro o cinque.

In parole povere, questi rappresentanti, e in questo includiamo i membri dei Comites e il CGIE, non sono che una minoranza della nostre comunità estere.

Quando parliamo del passare da generazione a generazione parliamo di gente che spesso cambia cognome a causa di matrimoni con non italiani e di conseguenza spesso scopre tardi nella vita d’essere discendente d’italiani e questo lo vediamo quasi ogni giorno sulle pagine degli italo-americani sui social. Ma soprattutto questo passaggio vuol dire perdere i ricordi delle tradizioni, della consapevolezza delle loro origini italiane e in modo particolare la perdita della capacità di parlare e capire la lingua italiana che definisce le loro origini nel Bel Paese.

Lo sbaglio più grande

 A causa dell’impressione ingannevole dei contatti ufficiali con le comunità italiane, insistiamo a pensare che dobbiamo promuovere la nostra Cultura e i nostri altri prodotti nella nostra lingua nazionale.

L’effetto di questo è semplicemente che non consideriamo oltre la seconda generazione (e a volte nemmeno quella) e cerchiamo di vendere e promuovere ai 5 milioni registrati all’AIRE e ignoriamo un potenziale mercato di oltre 90 milioni.

Una dei responsabili di questo atteggiamento è la RAI che trasmette programmi tv all’estero solo in lingua italiana e non fornisce programmi e servizi per coloro che non capiscono che un minimo dell’italiano. Quindi il nipote o pronipote di emigrati italiani non capisce i programmi della RAI che guardano i nonni, e quando decide di fare la propria casa non pensa di includere la RAI tra i canali a pagamento che vuole guardare.

Per correggere queste fallo di servizio la RAI dovrebbe considerare di fornire programmi con i sottotitoli nelle lingua dei paesi di residenza. Allo stesso tempo fornire siti web in queste lingue dove i discendenti possono trovare dettagli dei programmi e poter capire meglio i programmi stessi, cantanti, comici e altri servizi forniti sul piccolo schermo. Il successo di programmi RAI come “La mia amica geniale” su Netflix all’estero con sottotitoli, dimostra proprio la voglia all’estero di fruire di programmi forniti in quel modo.

Questo discorso vale anche per i nostri giornali e altri mezzi d’informazione, perché nel fornire le loro cronache e servizi solo in italiano arrivano solo agli stessi 5 milioni di cittadini e ignorano il mercato potenziale.

È inutile fornire cronache e informazioni se il pubblico non le capisce. Come la RAI, le cronache dovrebbero essere con sottotitoli in almeno cinque lingue per assicurare una copertura più efficace per le comunità italiane all’estero. Per fornire almeno la minima copertura efficace internazionale questi sottotitoli devono essere in inglese, spagnolo, portoghese, francese e  tedesco, lingue che coprono le maggiori concentrazioni dei nostri connazionali all’estero.

Immaginiamo già le proteste di chi pensa  che sarebbe inutile, ma rispondiamo che la BBC inglese lo fa già da tempo in molte altre lingue.

Per quel che riguarda le spese, aprire ai 90 milioni, e non solo ai 5 milioni di cittadini, il bacino internazionale più grande, vorrebbe dire automaticamente avere un potenziale introito dalla pubblicità molto più grande di quel cha già esiste, non solo per la RAI ma per i  nostri giornali e altri mezzi d’informazione e dobbiamo davvero chiederci perché i loro dirigenti non ci pensino già.

E nel fare queste considerazioni entra in azione la terza cifra fornita dal Sottosegretario Giro a Firenze.

La terza cifra

 La cifra fornita dagli addetti ai lavori della Farnesina ha considerato quante persone nel mondo si identificano con qualche aspetto della nostra Cultura. Questo comprendeva ovviamente l’Arte in generale, la musica Lirica, la cucina e molti altri.

In base a queste considerazioni 250 milioni di persone in giro per il mondo sono interessate in qualche aspetto al Patrimonio Culturale più grande del mondo.

Dunque, se correggiamo i nostri sbagli di valutazione sul nostro potenziale mercato internazionale la cifra non è più oltre 90 milioni, ma ben oltre 300 milioni.

Questo mette in un’altra luce l’insegnamento della nostra lingua nel mondo. Siamo orgogliosi del quarto posto come insegnamento internazionale, ma se sapessimo sfruttare davvero questo potenziale bacino enorme il primo posto non sarebbe impossibile.

Noi italiani diciamo “chi non lavora non sbaglia mai” e sarebbe sciocco dire che non siamo soggetti a sbagliare. Però, queste cifre e considerazioni dovrebbero farci ripensare a come affrontiamo il tema di promuovere la nostra lingua, la nostra Cultura e tutti i nostri prodotti nel mondo.

Ma qualsiasi progetto futuro per avvicinare questo mercato internazionale enorme deve iniziare con i nostri parenti e amici nel mondo e dobbiamo sempre ricordarci che non sono 5 milioni, ma ben oltre i 90 milioni, una volta e mezzo la nostra popolazione nazionale attuale.

Se davvero teniamo a far capire al mondo la grandezza della nostra Cultura che fin troppo spesso è sottovalutata all’estero, a partire dagli anglosassoni, dobbiamo agire in maniera ordinata e per poterlo fare in modo efficace dobbiamo farlo tramite gli italiani all’estero, che sono una risorsa molto più grande di quel che molti hanno capito fino ad ora.

Gli italiani nel mondo non sono solo cifre, ma persone che potrebbero essere i nostri miglior ambasciatori e promotori nel mondo e perciò dobbiamo finalmente trattarli come meritano e non solo, come fanno molti, come parenti lontani a volte un po strani.

di emigrazione e di matrimoni

Italians overseas, the Mistakes

Due to these misleading impressions during the official contacts with the Italian communities we insist on thinking that we must promote our Culture and our other products in our national language.The effect is simply that we do not consider beyond the second generation and we try to sell and promote to the 5 million registered in the AIRE and we ignore a potential market of over 90 million.

In the articles of this section about “Italians in the world” we have often spoken about the official numbers of our relatives and friends around the world but we must ask ourselves if these same numbers have not misled us, not only on how to approach this vast community but also on how to promote our products to the world, starting with our most important and prestigious product, our Culture.

During the first Estates General of the Italian Language in Florence four years ago the Under Secretary for Foreign Affairs, Mario Giro, supplied two figures that we have quoted a number of times since then. According to his ministry there are 5 million Italian citizens abroad, obviously those registered in the AIRE (Registry of Italian citizens overseas) in the respective consulates, a figure that is probably power than the reality, and 85 million descendants of Italian migrants. Seeing the many generations of Italians overseas we must think that this second figure is lower than the reality. Furthermore, Undersecretary Giro also supplied a very important third figure that we will discuss below that reinforces the message that, in all probability, as a country we are making mistakes on the many realities of the Italians overseas.

We do not intend saying that these mistakes are intentional, on the contrary, we are sure that they are not, but that does not mean we must not review how we act towards our communities in all the continents and how we can bring tens of millions closer to the country of origin of their forebears.

In considering these aspects we must start with what Italian authorities see when they visit overseas.

Misleading impressions

When an Italian politician, bureaucrat or entrepreneur visits Italian communities overseas, for any reason, meets the representatives of the various communities these people are almost always of the first generation, or at most the second generation, who speak our language well and are usually already involved in teaching our language, promoting our Culture in general or the sale of our products from tiles to weapons.

But do the people that our politician, bureaucrat or entrepreneur meets in these visits truly reflect the reality of each Italian community in the world?

The simple and cruel answer is that these impressions are misleading and the realities are much more complex.

If we consider the great wave of Italian migration after the Second World War we must bear well in mind the cruelty of time. Not only is that generation passing on to a better life but the children of that generation are already grandparents and in some cases even great grandparents. Italian migration to the countries of the Americas goes back to before the Unification of Italy in 1861 and therefore there have been more than three, four or five generations.

Put simply, these representatives, and in this we include the members of the Comites and CGIE (the representative bodies of Italian migrants), are only a minority of their overseas communities.

When we talk about passing from generation to generation we talk about people who often change surnames due to marriage with non-Italians and subsequently often discover late in life that they are descendants of Italians and we see this almost every day on the social media pages of the Italian Americans. But above all this passage of time means losing the memories of the traditions, the knowledge of their Italian origins and especially the loss of skill in speaking and understanding the Italian language that defines their origins in Italy.

The biggest mistake

Due to these misleading impressions during the official contacts with the Italian communities we insist on thinking that we must promote our Culture and our other products in our national language.

The effect is simply that we do not consider beyond the second generation (and at times not even that) and we try to sell and promote to the 5 million registered in the AIRE and we ignore a potential market of over 90 million.

One of those responsible is State broadcaster RAI that transmits TV programmes overseas only in Italian and does not supply programmes and services for those who only understand a minimum of Italian. Therefore the grandchild or great grandchild of Italian migrants does not understand RAI’s programmes that the grandparents are watching and when they decide to move away from home they do not think to include RAI as one of the pay TV channels they want to watch.

In order to correct this lack of service RAI should consider supplying programmes with subtitles in the languages of the countries of residence. At the same time supplying websites in these languages where the descendants can find details on the programmes and to be able to better understand the programmes, singers, comedians and other services supplies on the small screen. The success of RAI programmes such as La mia amica geniale (My Brilliant Friend) on Netflix overseas, with subtitles, shows this desire overseas for programmes to be supplied in this way.

This also applies to our newspapers and other means of information because supplying the reporting and services only in Italian supplies the same 5 million citizens and ignores the same potential market.

It is useless providing reportages or services if the audience does not understand them. As with RAI, the news reports must be with subtitles in at least five languages to ensure more effective coverage for the Italian communities overseas. To supply a minimum effective coverage these subtitles must be in English, Spanish, Portuguese, French and German that cover the greatest concentrations of our fellow Italians overseas.

We already imagine those who protest that it would be useless but our answer is the British BBC has been providing services in many other languages for some time.

As far as the costs are concerned, opening to the 90 million and not only the 5 million citizens the bigger international market would automatically mean having greater income from advertising than what is already being received, not only for RAI but also for our newspapers and other information services and we must wonder why their managers are not already thinking about doing this.

In making these considerations the third figure mentioned by Undersecretary Giro in Florence comes to the fore.

The third figure

The figure supplied by the experts of the Italian Foreign Affairs Ministry took into account how many people around the world who identify themselves with some aspect of our Culture. These aspects obviously included Art in general, Opera, cooking and many others.

According to these considerations 250 million people around the world are interested in some aspect of the world’s greatest Cultural Heritage.

Therefore, if we correct our mistakes of evaluation of our potential international market, the figure is no longer more than 90 million but well over 300 million.

This puts the teaching of our language around the world into another light. We are proud of fourth place as the second language taught around the world but if we truly knew how to take advantage of this huge potential international market first place would not be impossible.

We Italians say Chi non lavora non sbaglia mai (Who does not work never makes mistakes) and it would be foolish to say we are not subject to making mistakes. However, these figures and considerations should make us rethink how to deal with the theme of promoting our language, our Culture and all our products around the world.

But any future project to approach this enormous international market must start with our relatives and friends around the world and we must always remember that they are not 5 million but well over 90 million, one and a half times our current national population.

If we truly want to make the world understand the greatness of our Culture that is all too often underestimated overseas, starting with the English language countries, we must act in an orderly manner and to be able to do so efficiently we must do this through the Italians overseas who are a much bigger resource than many of us have understood up till now.

The Italians overseas are not only numbers but people who would be our best ambassadors and promoters around the world and therefore we must finally treat them as they deserve and not only, as many do, as far away relatives who are sometimes a bit strange.

Perché devo studiare l’Italiano?- Why should I study Italian?

di emigrazione e di matrimoni

Perché devo studiare l’Italiano?

Qualsiasi ricerca per l’identità personale italiana è destinata a essere solo parziale per il semplice fatto di non sapere la nostra lingua in comune, perché è proprio questa lingua che ha portato a molti aspetti della nostra identità e non solo della nostra Cultura

Di Gianni Pezzano

Avevo 16 anni quando ho capito che la lingua che parlavamo in casa non era proprio l’italiano. La nostra casa era insolita tra gli italiani in Australia che, come gli immigrati italiani di prima generazione in altri paesi,si sposavano tra paesani o al massimo corregionali, ma nel nostro caso mamma era del Lazio e papà dalla Calabria e quindi la lingua in casa era la lingua nazionale.

Ero ben cosciente di questo perché i nostri amici spesso facevano commenti perchè parlavo “l’italiano”, però nel primo viaggio in Italia ho capito che benché riuscissi a spiegarmi abbastanza bene nella nostra lingua, mi mancava una base solida di grammatica e avevo un vocabolario limitato perché ancora leggevo poco in italiano, cosa che mi impediva di capire fino in fondo quel che vedevo e sentivo.

Infatti, quel primo viaggio in Italia mi ha fornito le prime prove che imparare bene la nostra lingua non solo aiuta a mantenere contatti con i parenti che prima non conoscevo, ma ad aprire le porte a nuove esperienze culturali che arricchiscono la vita e hanno come fonte il patrimonio culturale più grande del mondo.

All’epoca, come altri figli d’italiani in Australia, già studiavo il francese a scuola e ho continuato a farlo fino ai primi anni dell’università quando ho preso la decisione finalmente di  fare le lezioni formali in italiano che non esistevano per tutto il mio percorso scolastico in Australia. Quindi mi sono iscritto ai corsi della Società Dante Alighieri che mi ha portato a un livello accettabile dell’italiano che la vita ha poi migliorato, ma quelle lezioni hanno fornito ulteriori prove, confermate poi nel corso di molti viaggi in Italia e ora l’attuale residenza nel Bel Paese, che poter parlare l’italiano è importante.

Dischi

In quel primo viaggio ho conosciuto cantanti sconosciuti in Australia. Un nome in particolare mi ha impressionato, Lucio Battisti che era in mezzo a una carriera straordinaria di successi che ancora oggi hanno un impatto enorme sulla vita di molti in Italia.

Una sua canzone specifica mi ha colpito in quel viaggio, “Pensieri e Parole” ha avuto un impatto enorme sulla mia idea della musica italiana perché in casa sentivamo solo cantanti come Claudio Villa e Nilla Pizzi, i cantanti della generazione dei miei genitori. Il gioco di voce crea un duetto stupendo di emozioni espresse nelle parole del grande paroliere Mogol che è stato il soggetto di un nostro recente articolo

https://www.youtube.com/watch?v=7EA2YT0YS7c

Dopo tre mesi sono tornato in Australia con una valigia piena di dischi che era l’inizio di una collezione che comprende quel che è considerata la generazione più importante della musica italiana delle ultime generazioni, i cantautori.

Sommo poeta

Ma c’è un cantautore in particolare che chi non capisce la nostra lingua non può conoscere. Tristemente Fabrizio De André, il vero Sommo Poeta dei cantauori, è quasi sconosciuto ai figli d’Italia all’estero che sanno poco o niente della nostra lingua.

Per apprezzare davvero la musica di De André bisogna capirne le parole. Benché la musica sia sempre bella, sono le parole, quasi sempre scritte da lui stesso, che rendono la sua musica così potente. Purtroppo, per la loro natura le traduzioni sono sempre una versione minore della bellezza e la forza delle sue opere.

Per fortuna abbiamo trovato un filmato di una sua canzone che dimostra questa miscela potente di musica e parole. Scrisse la straziante “Preghiera di Gennaio” per commemorare la morte per suicidio del cantante e anche suo amico Luigi Tenco al Festival di San Remo del 1967. In un’epoca dove il suicidio era considerato un peccato dalla chiesa cattolica, lui fa un appello direttamente a Dio d’accogliere il suo amico in Paradiso. Ogni commento a riguardo questo testo sarebbe totalmente superfluo.

https://www.youtube.com/watch?v=aPfKrm4EEFw&list=RDrmqPe4P5mkE&index=4

Chi impara la nostra lingua impara a capire e finalmente apprezzare gente come De André, che fa parte della nostra Cultura in pieno merito insieme agli altri grandi scrittori e poeti.

Differenze linguistiche e culturali

Però sarebbe sciocco dire che imparare l’italiano è utile solo a capire cantanti nuovi. La Cultura italiana comprende altri generi che diventano più ricchi per noi quando finalmente riusciamo a capire la lingua che ci definisce.

Il primo è naturalmente il cinema. Capire la lingua ci fa capire che in molti casi i sottotitoli o doppiaggi tradotti che fin troppo spesso non danno al pubblico tutto il senso del messaggio dei registi e gli sceneggiatori. Il semplice fatto che in inglese non esistono differenza tra il lei e il tu non permette di giocare sull’intimità che il tu da a persone che si conoscono, e come il lei crea barriere tra persone che si, sono cordiali, ma per niente amichevoli.

Allo stesso modo, poter capire la lingua dei film permette al pubblico di capire sottigliezze perse  al traduttore che prepara eventuali sottotitoli/doppiaggi. Questo è una sbaglio che notiamo spesso nel vedere film in lingua inglese doppiati in italiano, nei quali i traduttori non hanno capito in pieno una frase o commento e quindi un aspetto del film è perso dal pubblico italiano.

Questo infatti dimostra l’altro grande aspetto di poter parlare la lingue italiana, quella di potere capire molto di più ogni aspetto non solo culturale del Bel Paese ma anche di poter capire ogni aspetto di tutta la sua vita, persino la vita quotidiana, che il semplice turista in soggiorno veloce non può mai capire bene.

Capire la lingua dell’altro paese fa capire le differenze tra lingue e quindi il perché autori cambiano di paese in paese in base alla lingua locale, perché pensare in una lingua con le sue regole specifiche cambia il modo di pensare quando devi trattare e scrivere temi.

La grande canzone “Il blu dipinto di blu” ha avuto grandissimo successo all’estero, ma pochi che conoscono la versione inglese capiscono che la canzone è molto più poetica di quel che è raccontato nella versione inglese. Difatti, non è un caso che quella versione ha avuto successo con il cantante italo-americano Dean Martin che ne cantò una parte proprio in italiano.

Naturalmente questo vale anche per la letteratura e la poesia dove molti aspetti delle capacità degli autori e i poeti, come per i cantautori, sono persi in traduzione.

Capire il passato

Queste differenze culturali incarnate nelle lingua di ciascun paese sono la chiave più importante nel capire davvero un’altra Cultura e diventa di importanza fondamentale per chi vuole veramente cercare di capire la parte italiana della propria identità personale.

Qualsiasi ricerca per l’identità personale italiana è destinata a essere solo parziale per il semplice fatto di non sapere la nostra lingua in comune, perché è proprio questa lingua che ha portato a molti aspetti della nostra identità e non solo della nostra Cultura.

Perciò dobbiamo incoraggiare chi vuole conoscere il proprio passato a pensare seriamente a imparare la lingua che definisce quella parte della loro identità perché quella lingua è la vera chiave per capire il loro passato, compreso quei libri di Storia, ecc., mai tradotti in inglese e altre lingue, che spiegano benissimo perché milioni di persone hanno lasciato il loro paese di nascita per fare una vita nuova all’estero.

Non parlare e capire l’italiano non ci impedisce di trovare quel percorso fondamentale, ma non potere parlare e capirlo ci impedisce di conoscere il passato fino in fondo perché la lingua, compresi i suoi dialetti, sono la chiave per conoscere davvero i nostri avi e le loro imprese. A partire dalla frase che spiega perché in maggioranza della prima generazioni di emigrati si sposava solo paesani o corregionali, “moglie e buoi dai paesi tuoi”.

E questo detto, che così tanti seguivano alla lettera, non è che una chiave di lettura del nostro passato.

di emigrazione e di matrimoni

Why should I study Italian?

Any search for Italian personal identity is destined to be only partial by the simple fact of not knowing our language in common because it is this very language that brought about many aspects of our identity and not only our Culture.

By Gianni Pezzano

I was 16 when I understood that the language we spoke at home was not truly Italian. Our home was unusual amongst Italians in Australia who, like most first generation Italian migrants in other countries, usually married people from the same town or at the most the same region, but in our case mamma was from Lazio and papà from Calabria and therefore the language we spoke was the national language.

I was well aware of this because our friends often made comments that I spoke “Italian”, however, during the first trip to Italy I understood that although I could explain myself well in our language I lacked the solid base of grammar and had a limited vocabulary because I still read little in Italian that stopped me from understanding fully what I saw and heard.

In fact, that first trip to Italy gave me the first proof that learning our language well not only helps to keep in touch with the relatives I did not know before but opened doors to new cultural experiences that enrich our lives and have as the source the world’s biggest cultural heritage.

At the time, like other children of Italian migrants in Australia, I was already studying French at school and I continued to do so up to the first years at university when I decided to finally take formal lessons in Italian that did not exist throughout my scholastic path in Australia. Therefore I enrolled in the courses of the Dante Alighieri Society that gave me an acceptable level that my life then improved and these lessons gave further proof, which were then confirmed during my many trips to Italy and now that I live in Italy, that being able to speak Italian is important.

Records

During that first trip to Italy I discovered many singers who were unknown in Australia. One name in particular impressed me, Lucio Battisti who was in the middle of an extraordinary career of hits that today still have an enormous impact on the lives of many in Italy.

One song specifically struck me during that trip. Pensieri e Parole (Thoughts and Words) had an enormous impact on my concept of Italian music because at home we only heard singers such as Claudio Villa and Nilla Pizzi, the singers of my parents’ generation. His play of voice creates a fantastic duet expressed in the words of the great lyricist Mogol who was recently the subject of one of our articles.

https://www.youtube.com/watch?v=7EA2YT0YS7c

After three months I went back to Australia with a suitcase full of records that was the start of a collection that includes what is considered the most important of the recent generations of Italian music, the cantautori (singer songwriters).

Poet Laureate

But there is one particular cantautore that those who do not understand our language cannot know. Sadly Fabrizio De André, the true Poet Laureate of our cantautori, is almost unknown to the children of Italy overseas who know little or nothing of our language.

In order to understand De André’s music you must understand the words. Although the music is always beautiful, the words, which are almost always written by him, are what make his music so powerful. Unfortunately, by their very nature, translations are always a minor version of the beauty and strength of his works.

Luckily we found a film clip of one of his songs that shows this powerful mix of music and words. He wrote the heart wrenching Preghiera di Gennaio (January’s Prayer) to commemorate the death by suicide of the singer, and also his friend, Luigi Tenco at the 1967 San Remo Song Festival. At a time when the Catholic Church considered suicide a sin he appealed directly to God to welcome his friend into Heaven. Any comment about these lyrics would be totally superfluous.

https://www.youtube.com/watch?v=aPfKrm4EEFw&list=RDrmqPe4P5mkE&index=4

Those who learn our language learn to understand and finally appreciate people like Fabrizio De André who fully deserves to be part of our Culture together with other great writers and poets.

Linguistic and cultural differences

However, it would be foolish to say that learning Italian would be useful only for understanding new singers. Italian Culture includes other genres that become richer for us when we finally understand the language that defines us.

Naturally the first is cinema. Understanding the language lets us understand that in many cases the translated subtitles or dubbing all too often do not give the audience the full sense of the message of the directors and screenwriters. The simple fact that English does not have the friendly tu (the former “thee” in English) and the formal lei does not allow the plays of words on intimacy that the tu gives to people who know each other and how the lei creates barriers between people who are cordial but not at all on friendly terms.

In the same way being able to understand the language of films allows the audience to understand the subtlety lost by the translator who prepares the subtitles/dubbing. This is a mistake that we often notice when we watch English language films dubbed into Italian in which the translators had not understood fully a phrase or comment and therefore the Italian audience loses an aspect of the film.

In fact, this shows another great aspect of being able to speak Italian, that of being able to understand much more every aspect not only of Italy’s Culture but also to understand every aspect of all its life, even day to day life, which a simple tourist on a quick trip can never understand.

Understanding the language of the other country lets you understand the differences between languages and therefore why authors change from country to country according to the country’s language with its specific rules because thinking in a language with its specific rules changes how to think when we have to deal with and write on themes.

The great song Il blu dipinto di blu “(Volare in English) had great success internationally but few of those who know the English version know that the song is much more poetic than the English version. Indeed, it was no accident that the English version was a hit with Italian American singer Dean Martin who sang part of the song in Italian.

Of course this also applies to literature and poetry where many aspects of the authors’ and poets’ skills, just like with the cantautori, are lost in translation.

Understanding the past

The cultural differences embodied in the languages are the most important key to truly understanding another Culture and they become of fundamental importance for those who truly want to try and understand the Italian part of their personal identity.

Any search for Italian personal identity is destined to be only partial by the simple fact of not knowing our language in common because it is this very language that brought about many aspects of our identity and not only our Culture.

Therefore we must encourage those who want to discover their own past to seriously consider learning the language that defines that part of our identity because that language is the true key to understanding their past, including those history books, etc. that have never been translated into English and other languages which explain very well why millions of people left their places of birth to make a new life overseas.

Not speaking and understanding Italian does not prevent us from finding that essential path but not being able to speak and understand it prevents us from knowing fully the past because the language and its dialects are the key to truly knowing our forebears and their deeds. Starting with the saying that explains why the majority of the first generation of migrants only married people from the same town or region, donne e buoi dai paesi tuoi (women and cows from your towns).

And this saying that many followed to the letter is only one key to our past.

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