La Cultura Italiana non è solo la Cucina – Italian Culture is not only Cooking

di emigrazione e di matrimoni

La Cultura Italiana non è solo la Cucina

Non abbiamo mai avuto dubbi che la cucina sia una parte fondamentale della nostra vita, come tradizioni e le usanze, ma la nostra Cultura è molto più di quel che dobbiamo mangiare

Di Gianni Pezzano

Sembrerà strano ai lettori leggere un titolone che dovrebbe essere una banalità e per molti esperti in Italia potrebbe persino essere una specie di bestemmia. Però, nel corso del tempo e con le ricerche per gli articoli per la rubrica degli “Italiani nel mondo” ci rendiamo sempre più conto che la nostra cucina è vista come l’espressione più importante della nostra Cultura e per molti dei nostri parenti e amici all’estero un mezzo fondamentale per definire la proprio identità di “italiano”.

Malgrado la tentazione di trattare questa realtà con un pizzico di ironia, dobbiamo trattarla con la serietà che merita non solo perché abbiamo l’obbligo di trovare la chiave per promuovere di più e meglio la nostra Cultura all’estero, a partire dalle nostre comunità italiane in giro per il mondo, ma anche perché le industrie legate alla nostra cucina sono già una fonte importantissima per l’economia del paese e quindi anche loro hanno bisogno di promozioni importanti nel futuro per assicurarsi una continuità di crescita nel futuro.

Ricerche online

Un nuovo articolo prevede sempre una ricerca online per l’immagine adatta all’articolo. Per l’ultimo articolo (https://thedailycases.com/dalla-generazione-italiana-a-generazioni-nuove-from-the-italian-generation-to-the-new-generations/) abbiamo cercato genericamente “italiani all’estero”, poi “italo-americani” e infine, e per confermare l’andamento già visto abbiamo controllato “cultura italiana”. Anche se in misura minore, anche la terza ricerca con le parole chiave ha dimostrato un alto numero di foto di cucina, piatti e prodotti alimentari.

Non abbiamo mai avuto dubbi che la cucina sia una parte fondamentale della nostra vita, come tradizioni e le usanze, ma quel che ci ha molto meravigliato nella ricerca è che potrebbe avere per molti un’importanza più grande, tale da oscurare il fatto che la nostra Cultura è molto più di quel che dobbiamo mangiare.

Basta andare sulla pagine social degli italiani all’estero, a partire dagli italo-americani, per vedere dibattiti su come preparare il sugo/ragù della domenica, se l’ananas può essere messo sulla pizza, oppure richieste per ritrovare vecchia ricette della nonna dimenticate nel tempo, per capire che molti dei nostri parenti e amici misurano il loro livello di italianità solo con i fornelli e le ricette.

Ma è davvero così? Per avere una risposta dobbiamo fare una domanda semplice, che ci porterà ad  un esito semplice e complicato allo stesso tempo: Cos’è la Cultura?

Definire la Cultura

In effetti, la Cultura è in ogni aspetto della nostra vita, e non solo le Arti che molti addetti ai lavori considerano come quelle che dobbiamo promuovere all’estero. Quindi, si, la cucina fa parte della nostra Cultura, ma non quanto e non solo nei modi che pensano quelli alla ricerca di quali carni far cuocere domenica mattina.

Se cominciamo a guardare la cucina ci rendiamo conto che i nostri piatti ci danno ogni giorno prove della nostra Storia. Vediamo ingredienti e prodotti che non hanno origine nella nostra penisola. Il pomodoro fu introdotto in Europa dalle Americhe solo nel ‘500 e dunque molti dei nostri piatti e in modo molto particolare la pizza, sono solo alimenti recenti nella nostra vita quotidiana. Il babà non è un’invenzione di Napoli, ma portato nella città partenopea da soldati polacchi al soldo di Napoleone e i napoletani l’hanno reso unico con l’addizione dello sciroppo che molti di noi adoriamo. Guardiamo i piatti delle regioni meridionali e vediamo tracce inconfondibili degli invasori nel corso dei secoli come i saraceni, i normanni e gli altri invasori che hanno lasciato uno stampo sullo sviluppo, e anche i disastri, che hanno colpito la nostra penisola.

Ma la Storia non è solo ricette. La Storia d’Italia ha molte facce che nemmeno molti italiani in Italia riconoscono. Ci riteniamo un paese cattolico, ma le comunità ebraiche presenti nel paese risalgono all’epoca dell’Impero romano e ci sono importanti comunità di altri rami cristiani come i Valdesi e gli Ortodossi. Basta fare ricerche di cognomi italiani in tutto il paese per vedere la presenza di cognomi di chiare origini greche, arabe, spagnole, francesi, tedesche e altri gruppi per capire gli effetti di millenni di guerre, invasioni e occupazioni straniere, che poi vengono rivelate quando andiamo a fare le nostre ricerche di DNA, e alcuni si scandalizzano perché trovano tracce inattese di altre nazionalità e non solo DNA di un paese che esiste come tale solo dal 1861.

Altra Cultura

Poi, parliamo della letteratura che nell’ultimo secolo ha riservato all’Italia sei Premi Nobel per la Letteratura, ma che sin dai tempi dei Romani ha avuto effetto non solo in Europa, ma anche in tutto il mondo.

Senza la nostra Cultura non esisterebbe la lirica che viene presentata in tutto il mondo ogni giorno e che continua a ispirare nuove opere. I nostri musicisti non hanno mai smesso di scrivere anche altri tipi di musica, che vengono poi riprese da cantanti e musicisti stranieri.

Non abbiamo inventato il cinema, ma i nostri registi e attori sono diventati modelli da seguire, tanto che un regista italiano, Sergio Leone, ha prodotto alcuni film che molti esperti, e anche una grande parte del pubblico internazionale, considerano i migliori esempi del genere di film più americano, il western.

Alla Cultura dobbiamo aggiungere anche i nostri scienziati perché con le loro invenzioni hanno cambiato la nostra vita quotidiana. Marconi con la radio, Meucci con il telefono, Volta con la batteria, Torricelli con il barometro sono solo quattro italiani che hanno cambiato il mondo.

Possiamo andare avanti per volumi per raccontare i contributi culturali di ogni genere dei nostri connazionali, ma per ora dobbiamo solo farci una domanda: perché le ricerche online dimostrano una prevalenza così alta della cucina quando cerchiamo la nostra Cultura?

E anche qui la risposta è semplice ma è anche molto più dolorosa.

Vanità

Noi in Italia, a partire dagli addetti ai lavori, siamo cosi annebbiati dalla grandezza della nostra Cultura che siamo diventati vanitosi e pensiamo che tutti all’estero sappiano quel che abbiamo fatto e quel che c’è da vedere nel paese.

La verità dolorosa è che non è affatto così.

Il semplice fatto che un utente su una pagina degli italo-americani qualche mese fa abbia chiesto “come si chiama la pizza in Italia?” dimostra che lui, come tantissimi americani, compreso non pochi italo-americani, pensano che quel piatto riconosciuto e goduto in tutto in mondo sia un’invenzione americana, ne è la prova.

Soluzione

Dobbiamo essere onesti con noi stessi e capire che dobbiamo fare molto di più per promuovere la nostra Cultura all’estero, a partire proprio dagli italiani all’estero. La prevalenza di post che si concentrano sulla cucina e altre banalità come la Ferrari e magari le legioni romane, non fa altro che dimostrare chiaramente che sanno pochissimo del loro vero patrimonio culturale.

Le scuole all’estero trattano poco i nostri grandi autori, soprattutto nei paesi anglosassoni che conoscono più gli autori francesi o tedeschi che i nostri. Chi è cresciuto in un paese anglosassone, come il sottoscritto, è ben cosciente che per molti degli anglofoni la nostra Cultura è di seconda e anche terza categoria paragonata alla loro.

Mi rendo conto che alcuni esperti in Italia contesteranno questi commenti, ma dalle reazioni dei lettori nel corso degli ultimi anni, sappiamo che saranno i primi a dire che proprio queste sono le condizioni in cui sono cresciuti e dobbiamo tenerlo ben in mente nel programmare le promozioni della nostra Culture a livello internazionale.

Si, la cucina è importante, ma non è affatto il nostro alfiere più importante a livello culturale, anche se è un fattore essenziale della nostra qualità di vita e riflette lo sviluppo storico del paese.

Ma i nostri addetti ai lavori devono cominciare a capire davvero che se all’estero considerano la cucina il simbolo del nostro orgoglio più importante, la nostra Cultura, allora non solo abbiamo sbagliato di grosso nel passato, dobbiamo sapere come cambiare il nostro messaggio nel futuro per farlo finalmente capire a tutto il mondo.

La soluzione è semplice, dobbiamo cambiare il nostro atteggiamento verso la promozione della nostra Cultura e agire con sagacia e non con la vanità di pensare d’essere i migliori perché, semplicemente, all’estero non lo sanno.

 

di emigrazione e di matrimoni

Italian Culture is not only Cooking

We have never doubted that cooking is a fundamental part of our lives, as traditions and habits, but our Culture is much more than only what we must eat

By Gianni Pezzano

It will seem strange to some readers seeing a headline that could seem banal and for many experts in Italy it could seem like a kind of blasphemy. However, over time and the research for the articles in the “Italians around the world” section we realize more and more that our cooking is seen as the most important expression of our Culture and for many of our relatives and friends overseas it is an essential means for defining their “Italian” identify.

Despite the temptation to treat this statement as a joke, we have to treat it with the seriousness it deserves not only because we have an obligation to find the key to promoting our Culture more and better overseas, starting with our Italian communities overseas, but also because the industries tied to our cuisine are already important sources of money for the country’s economy and therefore they too need major promotions to ensure they continue growing in the future.

Research online

A new article always involves online research for an image that is suitable for the article. For the latest article (https://thedailycases.com/dalla-generazione-italiana-a-generazioni-nuove-from-the-italian-generation-to-the-new-generations/) we searched generically for “Italians overseas”, then “Italian Americans” and finally, to confirm the direction we had already seen, we searched for “Italian Culture”. Even if to a lesser extent, the third search showed a high level of photos of cooking, dishes and food products.

We have never doubted that cooking is a fundamental part of our lives, as traditions and habits, but what amazed us about the searches is that for many it could have greater importance, such as to obscure the fact that our Culture is much more than only what we must eat.

We only have to look at the social media pages of Italians overseas, beginning with the Italian Americans, to see arguments about preparing the Sunday sauce/ragù, if pineapples can be put on pizzas, or requests for finding grandma’s old recipes that have been lost over time to understand that many of our relatives and friends overseas measure their level of Italianness only with the stove and recipes.

But is this truly so? In order to have an answer we have to ask a simple question but one with an answer that is easy and complicated at the same time: What is Culture?

Defining Culture

Effectively Culture is every aspect of our lives and not only the Arts that many experts consider the only aspects of our Culture that we must promote overseas. Therefore, yes, cooking is part of our Culture but not as much and not only in the ways that many of those researching for which meats to cook on Sunday mornings think.

If we start looking at the cuisine we understand that every day our dishes give us proof of our history. We see ingredients and products that did not originate in our peninsula. The tomato was only introduced into Europe from the Americas only in the 16th century and therefore many of our dishes, and in a very particular way the pizza, are only recent additions to our daily lives. The rum babà was not invented in Naples but brought to the city by Polish soldiers fighting for Napoleon and the Neapolitans made it unique by adding the syrup that many of us adore. We look at the plates from the southern regions and we see unmistakable traces of the invaders over the centuries such as the Saracens, the Normans and the other invaders that left their stamp on the development, and even the disasters, which hit our peninsula.

But history is not only recipes. Italy’s history had a lot of faces and not even many in Italy recognize them. We believe we are a Catholic country but the Jewish communities present in the country go back to the times of the Roman Empire and there are other important Christian groups such as the Waldensians and the Orthodox. We only have to look at Italian surnames to see the presence of surnames with clear Greek, Arab, Spanish, French, German and other origins to understand the effects of thousands of years of wars, invasions and foreign occupations that are then revealed when we do our DNA searches and some are scandalized because they find unexpected traces of other nationalities and not only DNA from a country that has existed as such only since 861.

Other Culture

And then let us talk about the literature that in the last century has won six Nobel Prizes for Literature but which, since the times of the Romans, has had an effect not only in Europe but also the whole world.

Without our Culture there would not be the opera that is presented every day around the world and continues to inspire new operas. Our musicians have never stopped writing even other types of music that are then taken up by foreign singers and musicians.

We did not invent the cinema but our directors and actors have become models to follow, so much so that an Italian director, Sergio Leone, produced some films that many experts and even a majority of the world’s audience, consider the best examples of the most American of film genres, the western.

We must also add our scientists to Culture because with their inventions they changed our daily lives. Marconi with the radio, Meucci with the telephone, Volta with the battery and Torricelli with the barometer are only four Italians who changed the world.

We can continue for volumes to tell the cultural contributions of every type by our countrymen and women but for now we only have to ask one question: why does the research online show such a high prevalence of cooking when we research Italian Culture?

And here too the answer is simple but also much more painful.

Vanity

We in Italy, starting with the experts, are so blinded by the greatness of our Culture that we have become vain and think that everybody overseas knows what we have done and what there is to see in the country.

The painful truth is that this is not the case at all.

The simple fact that a user on an Italian American page a few months ago asked “what is the Italian name for pizza?” shows that he, like many Americans, including not a few Italian Americans, think that the dish that all the world recognizes and enjoys is an American invention is proof of this.

Solution

We must be honest with ourselves and understand that we must do much more to promote our Culture overseas, starting precisely with the Italians overseas. The prevalence of posts that concentrate on cooking and other banalities such as Ferrari and maybe the Romans legions do nothing but show clearly that they know very little of their true cultural heritage.

Schools overseas teach little of our great authors, especially in the English speaking countries that know French and German authors more than ours. Those such as I who were born and raised in Anglo-Saxon countries are well aware that for many English language speakers our Culture is second or third rate compared to theirs.

I realize that some experts in Italy will contest these comments but from the reactions of the readers over recent years we know that they will be the first to say just these are the very conditions in which they grew up and we must bear this well in mind when we programme promotions of our Culture internationally.

Yes, cooking is important but it is not at all our most important standard bearer culturally, even if it is an essential factor in our quality of life and reflects the country’s historical development.

But our experts must begin to truly understand that if overseas they consider our cooking as a symbol of our most important source of pride, our Culture, then not only have we made a big mistake in the past, we must know how to change our message in the future to finally make it understood around the world.

The solution is simple, we must change our attitude towards the promotion of our Culture and act wisely and not with the vanity of thinking we are the best because, simply, they do not know it overseas.

Il Nuovo Vocabolario Italiano Internazionale – The New International Italian Vocabulary

di emigrazione e di matrimoni

Il Nuovo Vocabolario Italiano Internazionale

Fino agli anni 60 del ‘900 la stragrande maggioranza degli emigrati italiani non parlava la nostra lingua nazionale, bensì i dialetti. Allora i figli, e di conseguenza i nipoti e gli altri discendenti, hanno utilizzato parole che originariamente erano dialettali che poi cambiano con il tempo e le lingue e accenti delle zone dei paesi di residenza.

Di Gianni Pezzano

La nostra identità da italiani è definita dalla lingua che parliamo, ma abbiamo un paradosso enorme, a volte è proprio questa lingua che crea le differenze tra di noi perché quel che parliamo cambia da paese a paese, non solo nel senso dei dialetti in Italia ma anche e soprattutto tra comunità italiane da nazione a nazione.

Un recente post in una pagina Facebook degli italo-americani ha messo questo in risalto per l’ennesima volta e vale davvero la pena fare qualche considerazione su questo fenomeno perché è un fattore fondamentale per come ci identifichiamo.

Qualche giorno fa un utente su Facebook ha messo un post con la domanda Is gagootz the right spelling? (Gagootz, è l’ortografia giusta?) Un qualsiasi nostro lettore in Italia avrebbe difficoltà a identificare la parola in questione e alcuni persino avrebbero difficoltà, come abbiamo visto, a riconoscere la parola originale italiana dalla quale deriva questo neologismo, cucuzza.

Quel che l’utente del post e nemmeno molti di coloro che hanno risposto, non capiscono è che la parola non è italiana e nemmeno inglese, a tutti gli effetti la parola è italo-americana.

Italiano o dialetto

Nel considerare questo fenomeno dobbiamo partire da una base che è così ovvia che a molti sembrerà banale, ma non lo è affatto perché è la chiave per capire la creazione di parole come gagootz, galamad (calamari) madanad (marinara, vedere filmato sotto) e altri neologismi non solo negli Stati Uniti ma in tutte le comunità italiane in tutti i continenti.

Fino agli anni 60 del ‘900 la stragrande maggioranza degli emigrati italiani non parlava la nostra lingua nazionale, bensì i dialetti. Allora i figli, e di conseguenza i nipoti e gli altri discendenti, hanno utilizzato parole che originariamente erano dialettali che poi cambiano con il tempo e le lingue e accenti delle zone dei paesi di residenza.

A creare altri problemi alla ritenzione e conseguente trasmissione della lingua per le generazioni è il triste fatto che nei paesi nuovi hanno incontrato anche molte realtà che non esistevano nei loro paesi di origine in Italia, che regolarmente erano paesini agricoli. Quindi l’ex coltivatore in Italia che andò a lavorare in uno stabilimento all’estero doveva creare un vocabolario per il nuovo ambiente.

Quindi, in un paese anglofono la factory (stabilimento) è diventata fattoria per l’emigrato e per la sua famiglia. In casi come questo, questi tipi di cambiamenti sono diventati motivi di equivoci tra l’emigrato e la famiglia in Italia nel corso degli anni perché chi è rimasto a casa ha capito il senso italiano di quella parola. 

Inoltre dobbiamo aggiungere un altro fattore non indifferente per gli emigrati italiani e i loro figli e discendenti.

Memoria

Sappiamo tutti che la memoria è una brutta bestia e questo in un modo particolare per i giovanissimi che interagiscono con i nonni e altri parenti di una certa età.

Nel caso dei figli di prima generazione nati all’estero il contatto con i genitori di solito vuol dire che sentono i genitori parlare in italiano oppure il dialetto. Questa è la lingua che imparano in casa, e quindi il loro vocabolario è composto da parole italiane, dialettali e della lingua del paese di residenza. Ma hanno il pregio che prendono l’orecchio per le differenze di parole, un fattore che non succede nelle generazioni seguenti. Questa situazione diventa molto difficile perché pochi della generazione dopo la seconda guerra mondiale hanno avuto l’opportunità di studiare l’italiano a scuola. Per i ragazzi di questa generazione non è insolito che, quando vanno in Italia per la prima volta, uno degli choc dei viaggi è di imparare che quel che parlano non è l’italiano ma una lingua ibrida.

Arriviamo poi ai figli di questa generazione, i nonni cercano di insegnare loro le parole ma alla loro tenera età non hanno l’orecchio o la capacità di poter imparare bene le parole e quindi di ricordare le parole strane dopo tanti anni.

A rendere questa situazione molto più complicata è la nostra memoria che cambia con il tempo e allora anni dopo questi nipoti e pronipoti hanno ricordi vaghi di quel che dicevano i nonni, e quindi sono convinti che le parole che loro ricordano siano “italiane”.

L’esempio di Gagootz dimostra chiaramente che questo non è affatto il caso.

Tema delicato

Questo è un tema molto delicato perché sono ricordi carissimi per chiunque e qualsiasi suggerimento che le parole non siano “italiane” vengono considerate offensive perché mettono in dubbio la memoria dei genitori e i nonni. Basta andare su queste pagine sui social media ogni giorno per vedere che c’è un ritmo in questi post e conseguenti scambi.

Siamo convinti che siamo italiani, ma noi nati e cresciuto all’estero, senza eccezione anche se alcuni non vogliono riconoscerlo, siamo figli di due mondi. Incarniamo le nostre due Culture, quella italiana e quella del paese di residenza. Allora chi scrive è italo-australiano, quelli negli Stati Uniti sono italo-americani, poi gli italo-brasiliani, gli italo-argentini e così via per ogni nostra comunità sparsa nel mondo.

Di conseguenza, ogni comunità si è evoluta secondo le condizioni, la lingua e la cultura di ciascun paese di residenza. Questo diventa poi molto più complicato in alcuni paesi che sono così grandi che le comunità cambiano da stato a stato e persino da città a citta, e lo vediamo in modo particolare sulle pagine degli italiani negli Stati Uniti. Il filmato sotto, che abbiamo avuto il modo di mostrare nel passato lo fa vedere benissimo, non solo per gli aspetti linguistici che è il tema dell’articolo, ma anche alla reazione sdegnato dei giudici che si offendono al solo suggerimento che le parole non siano quelle portate dei nonni dalla Sicilia…

https://www.youtube.com/watch?v=qcp8rN-YqLw&t=16s

Prossimi passi

Questi sviluppi non sono banali dettagli per farci una battuta o commenti ma sono prove delle difficoltà e le esperienze dei nostri parenti e amici all’estero e perciò aiutano a capire che essere “italiano” ha molti significati e non solo quello legale,  ma soprattutto quello sentimentale per ciascuno di noi.

Per questo motivo, l’Italia come paese e anche le comunità italiane in giro per il mondo come italiani e discendenti di emigrati italiani devono capire che l’evoluzione delle nostre comunità deve essere un soggetto serio da studiare. Dobbiamo capire come mai certe cose succedono in un paese e non in un altro, dobbiamo capire le differenze da paese a paese e documentarle il più possibile perché questi sviluppi sono anche la nostra Storia, d’Italia e degli italiani all’estero.

Abbiamo l’obbligo di capire le differenze linguistiche e senza dubbio capirle aiuterebbe anche a incoraggiare i figli, nipoti e discendenti dei nostri emigrati a finalmente imparare la lingua che fa parte essenziale della loro identità personale.

E di una cosa siamo sicuri, che nel fare queste ricerche impareremo che la nostra Cultura è davvero più grande e sparsa nel modo di quel che sappiamo.

Ma dobbiamo farlo ora perché siamo già in ritardo. Ogni giorno perdiamo i testimoni diretti di queste esperienze e abbiamo l’obbligo di assicurare che scriviamo il più possibile le imprese di queste generazioni coraggiose che hanno sfidato il mondo.

Queste sono state imprese che hanno fatto il mondo e purtroppo pochi, partendo proprio in Italia, capiscono quel che abbiamo fatto nel corso di molti decenni. Tutto in nome dell’Italia e dell’italianità.

Vale davvero la pena finalmente conoscerle.

Se avete qualche storia da raccontarci come figli o discendenti di emigrati italiani, inviate le vostre storie a: [email protected]

 

 

di emigrazione e di matrimoni

The New International Italian Vocabulary

Up to the early 1960s the great majority of Italian migrants did not speak our national language but the dialects. So the children, and subsequently the grandchildren and great grandchildren, used words that were originally dialect that then changed with time and the language and the accents of the areas of the countries of residence.

By Gianni Pezzano

Our identity as Italians is defined by the language that we speak but we have a huge paradox, at times it is the very language that creates differences between us because what we speak changes from country to country, not only in the sense of dialects in Italy but also and above all between Italian communities from country to country.

A few days ago a user on Facebook put up a post with the question “Is Gagootz the right spelling?” Any reader in Italy would have problems identifying the word in question and some would even have problems, as we saw, recognizing the original Italian word, cucuzza (pumpkin), from which this neologism was created.

What the user and even many others who commented do not understand is that the word is not Italian and not even English, effectively the word is Italian American.

Italian or dialect

In considering this phenomenon we must start from a basis that is so obvious that it will seem banal to many readers, but it is not at all because this it is the key for understanding the creation of words such as gagootz, galamad (calamari), madanad (marinara sauce, see the film clip below) and other neologisms not only in the United States but in all the Italian communities in all the continents.

Up to the early 1960s the great majority of Italian migrants did not speak our national language but the dialects. So the children, and subsequently the grandchildren and great grandchildren, used words that were originally dialect that then changed with time and the language and the accents of the areas of the countries of residence.

Creating other problems of retention and subsequently transmission of the language through the generations is the sad fact that in the new countries they also encountered other realities that did not exist in their towns of origin in Italy that were often rural townships. Therefore the former farm worker in Italy who went to work in a factory overseas had to create a vocabulary for the new environment.

So, in an English language country the word factory became fattoria (farm, in Italian, which is often different in dialect) for the migrant and his family. In cases such as this, these types of changes became the cause of misunderstandings between the migrant and the family in Italy over the years because those who stayed at home understood the Italian sense of the words.

Furthermore, we must add another not inconsiderable factor for Italian migrants and their children and descendants.

Memory

We all know that memory is a terrible beast and especially for the very young with the grandparents and other relatives of a certain age.

In the case of the first generation born overseas the contact with the parents usually meant that they heard the parents speak in Italian or dialect. This is the language they learnt at home and therefore their vocabulary is made up of words from Italian, the dialect and the language of the country of residence. But they have the advantage that they learnt to listen for the differences in words, a factor that does not happen in the following generations. This situation is made even harder because many of the generation after the Second World War did not have the chance to study Italian at school. For the young people of this generation it is not unusual that when they go to Italy for the first time one of the shocks of the trip is to learn that what they speak is not Italian but a hybrid language.

We now come to the children of this generation. The grandparents try to teach them the words but at their tender age they do not have the ear or the capacity to learn the words well and therefore to remember the strange words after many years.

Making this situation even more complicated is our memory that changes with time and so, years later, the grandchildren and great grandchildren have vague memories of what the grandparents said and therefore they are convinced that the words they remember are “Italian”.

The example of Gagootz clearly shows that this is not at all the case.

Delicate theme

This is a very delicate theme because these are very dear memories for anyone and any suggestion that the words are not “Italian” are considered offensive because they put into doubt their memory of the parents and grandparents. We only have to go to the pages on the social media every day to see that there is a rhythm to these posts and subsequent exchanges.

We are convinced that we are Italians but we who were born and raised overseas, without exception even if some do not want to recognize this, we are children of two worlds. We embody our two Cultures, the Italian and that of the country of residence. So I am Italo-Australian, those in the United States are Italian American, then the Italo-Brazilians, the Italo-Argentineans and so forth for every Italian community around the world.

As a result every community evolved according to the conditions, the language and the culture of each country of residence. This then becomes even more complicated in some countries that are so big that the communities change from state to state and even from city to city and we see this especially in the pages of the Italians in the United States. The film clip below, that we have already shown in the past, shows this very well, not only in the linguistic aspects that is the theme of this article but also in the indignant reaction of the judges who are offended by the simple thought that the words are not those brought by the grandparents from Sicily…

https://www.youtube.com/watch?v=qcp8rN-YqLw&t=16s

Next steps

These developments are not banal details on which to make a joke or comments but are proof of the difficulties and the experiences of our relatives and friends overseas and thus they help us understand that being “Italian” has many meanings and not only legal but especially sentimental for each one of us.

For this reason Italy as a country and also the Italian communities around the world as Italians and descendants of Italian migrants must understand that the evolution of our communities must be a serious subject to be studied. We must understand how come certain things happen in one country and not in others, we must understand the differences from country to country and to document them as much as possible because these developments are also our History, Italy’s and of the Italians overseas.

We have the obligation to understand the linguistic differences and without doubt understanding them would also help the children, grandchildren and descendants of our migrants to finally learn the language that is an essential part of our personal identity.

And we are sure of one thing, that by carrying out this research we will learn that our Culture is truly even greater and widespread around the world than what we know.

But we must do this now because we are already late. Every day we lose eyewitnesses to these experiences and we have the duty to ensure that we write down as much as possible the deeds of these courageous generations that challenged the world.

These were the deeds that made the world and unfortunately few, starting in Italy, understand what we have done over many decades. All in the name of Italy and Italianness.

It is truly worth the effort to finally learn them.

If you have a story to tell us as children or descendants of Italian migrants, send your stories to: [email protected]

L’Ultima Lezione di Camilleri – Camilleri’s Last Lesson

di emigrazione e di matrimoni

L’Ultima Lezione di Camilleri

Conosciuto in tutto il mondo Andrea Camilleri ci ha lasciato, ma la sua eredità culturale resterà viva nel mondo

Di Gianni Pezzano

La notizia era attesa da tempo, ma vedere l’annuncio della scomparsa dell’autore e del grande personaggio Andrea Camilleri ha portato tanta tristezza lo stesso ed ha colpito il paese in modo particolare perché il suo Commissario Montalbano fa parte della vita degli italiani da decenni.

Però, nel giorno stesso della sua scomparsa il maestro siciliano ha dato al paese un’ultima lezione importantissima, perché non solo abbiamo saputo i numeri delle vendite dei suoi libri e le fiction ispirate su essi, ma soprattutto come si è sparsa la notizia della sua morte nel mondo, all’unisono con l’Italia,  che dimostra come Camilleri fosse conosciuto internazionalmente.

Oggi Andrea Camilleri, con la moltitudine di articoli pubblicati sulla sua scomparsa in tutto il mondo,  ha contraddetto,  pur senza esser più tra noi,  quel politico che disse che “di Cultura non si mangia” e non abbiamo dubbi che avrebbe avuto moltissimo piacere nel fare una smentita del genere.

Cifre

Le cifre della vendite dei suoi libri hanno fatto il giro del web e sono davvero impressionanti.

Quando parliamo delle vendite delle opere dell’autore siciliano dobbiamo tenere in mente che sono divise in due parti, la prima quelle dei libri e nella seconda la vendita internazionale delle fiction.

Partiamo dei i libri. Camilleri ha scritto oltre cento romanzi che comprendono anche libri che non raccontano le avventure del Commissario Montalbano e i suoi colleghi a Vigata. Questi libri hanno venduto solo in Italia ben oltre 30 milioni di copie, ma all’estero questi libri, in particolare la serie di Montalbano, incassano una  cifra che supera i 65 milioni in 120 lingue compreso il cinese.

Inoltre, le serie televisive sono state vendute in oltre 30 paesi e quindi anche queste hanno dato un grande contributo all’economia italiana.

Reazione

A rinforzare il successo mondiale dei suoi libri basti pensare che siti autorevoli in giro per il mondo, compreso il New York Times e la BBC, hanno dato la notizia oggi entro pochissimo tempo e non dopo qualche giorno come spesso accade con la scomparsa di italiani famosi.

Sicuramente molti di questi paesi coglieranno l’occasione di ripresentare le puntate di Montalbano nel prossimo futuro, per rendere onore al creatore del personaggio. E questo è più che giusto per un autore che ha ottenuto il suo grande successo a un’età in cui molti non pensano che al pensionamento invece di continuare a lavorare. Infatti, Camilleri ha dimostrato anche che i concetti del tempo e del pensionamento cambiano da persona a persona e il suo successo ne è indubbiamente la prova.

Però, le cifre sono solo l’anteprima della lezione che l’autore siciliano ci ha dato oggi, perché dimostrano non solo che di Cultura si può vivere, e benissimo anche, ma in particolare ci ha fatto ricordare quel che troppo spesso ignoriamo, in entrambi i sensi della parola.

Lezione

Non abbiamo dubbio che Camilleri avrebbe potuto “mangiare con la Cultura”, come disse il ministro del passato, solo dalle vendite italiane, ma è andato ben oltre i confini nazionali, un’impresa che pochi autori italiani riescono a ottenere.

Dobbiamo chiederci, perché?

La risposta è fin troppo facile e ovvia, ma molti dei nostri addetti al lavoro culturale non riescono a percepirla. I libri di Camilleri sono stati tradotti nelle altre lingue così il pubblico internazionale iniziando dal mercato più grande del mondo, quello di lingua inglese, ha letto i libri nella propria lingua. E qui dobbiamo riconoscere il lavoro dei traduttori che non hanno avuto un compito affatto facile con le sezioni in dialetto siciliano. E questi sforzi sono stati ripagati in pieno con il successo.

E non dobbiamo dimenticare che queste vendite internazionali, calcolabili  in cifre di decine di milioni, sono di conseguenza fonti importanti di denaro per il nostro paese.

Nel passato altri autori hanno avuto successo internazionale. Umberto Eco, Roberto Saviano e anche Giorgio Faletti, ma le opere di Camilleri sono una prova importante che l’industria editoriale italiana non può crescere pensando solo al mercato interno.

Però, il nostro paese ha una potenziale base di lettori per i nostri libri in altre lingue, prima ancora di vendere agli stranieri. Parliamo degli oltre 85 milioni di discendenti di emigrati italiani, che hanno poca conoscenza della nostra lingua e quindi non comprerebbero mai romanzi e altri libri in italiano.

Incentivo

Sappiamo dalle nostre visite regolari alle pagine degli italiani all’estero in tutti i continenti, che esiste grande curiosità delle loro origini e la Storia del nostro paese, ma questi nostri parenti e amici non possono farlo perché non esistono i libri adatti nelle loro lingue.

Cercare di vendere i nostri libri all’estero, come ha fatto benissimo Camilleri, non solo ci da un potenziale mercato enormemente più grande del solo mercato italiano, ma potrebbe anche, con il tempo e la giusta promozione, incoraggiare i nipoti e i pronipoti dei nostri emigrati a imparare finalmente la lingua che li definisce come italiani.

Questo avrebbe due effetti. Il primo ovviamente è di aumentare la vendita dei nostri libri in altre lingue, ma il secondo sarebbe proprio di fare crescere il mercato in lingua italiana all’estero per i nostro libri. Con i benefici naturali per i nostri editori.

Vizio

Ma qui purtroppo, abbiamo il vizio di voler fare le promozione solo in italiano e spesso solo agli addetti ai lavori in Italia, a partire dagli Stati Generali della Lingua Italiana che hanno avuto pochissime presenze, considerando il tema di promuovere la nostra lingua, con gli addetti ai lavori all’estero e, ancora più assurda, con l’assenza di quel settore italiano che ha più bisogno di aiuto a espandersi, l’editoria.

Visto il successo di Andrea Camilleri all’estero dobbiamo chiederci, come mai altri autori italiani non sono venduti all’estero agli stessi livelli di Camilleri?

Sarebbe facile capire che i responsabili delle nostre case editrici hanno paura di rischiare, ma chiediamo a questi responsabili timidi, che effetto ha avuto questo rifiuto di guardare all’estero regolarmente?

Basta guardare la crisi della nostra editoria per avere la risposta.

Futuro

Quindi dobbiamo dimenticare quell’ elemento di “di Cultura non si mangia” perché Camilleri è la prova che non è affatto vero, e puntare regolarmente a promuovere i nostri autori all’estero, in edizioni in altre lingue per rilanciare un’industria fondamentale per la nostra Cultura, quella letteratura che non solo ha prodotto “La Divina Commedia” e “I Promessi Sposi”, ma ha anche dato al mondo ben sei Premi Nobel per la Letteratura.

Si, abbiamo una grandissima Cultura, ma che senso ha se solo noi lo sappiamo? Promuovere nel modo giusto la nostra Cultura all’estero, iniziando col fare conoscere i nostri autori ai mercati internazionali , può farci solo bene.

Tale promozione avrebbe anche un altro effetto, e i telegiornali di oggi ce l’hanno dimostrato benissimo, il successo dei libri di Camilleri ha portato moltissimi turisti sui luoghi dei suoi libri, portando soldi e lavoro alla regione Sicilia.

Quante altri regioni d’Italia potrebbero avere lo stesso successo come meta di turisti internazionali, se finalmente promuovessimo i nostri migliori autori nello stesso  modo di Camilleri?

L’ Italia avrebbe molto da guadagnare se ci impegnassimo, ma se non facciamo niente vedremo la nostra editoria diventare sempre più piccola e questo è un male per  tutto il paese.

 

di emigrazione e di matrimoni

Camilleri’s Last Lesson

Famed around the world, Andrea Camilleri has left us but his cultural legacy will be kept alive in the world

By Gianni Pezzano

The news had been expected for some time but seeing the announcement of the passing of the author and great character Andrea Camilleri brought a lot of sadness and struck the country in a special way because his Commissario Montalbano has been a part of the life of Italians for decades.

However, on the same day that he died the Sicilian master gave the country a very important final lesson because not only did we find out the numbers of the sales of his books and the television series inspired by them but especially because the manner with which the news spread around the world at the same time as Italy showed how much Camilleri was known internationally.

Even though he is no longer with us, with the multitude of articles published on his death around the world Andrea Camilleri today contradicted the politician who said that “you do not eat with Culture” and we have no doubt that he would have been very pleased with making such a denial.

Numbers

The numbers of the sales of his books are doing the rounds of the web and they are truly impressive

When we talk about the sales of the Sicilian author’s works we must bear in mind that they are divided into two parts, the first those of the books and the second the international sales of the television series.

Let us start with the books. Camilleri wrote more than 100 hundred novels that also include the books that narrate the adventures of Commissario Montalbano and his colleagues in Vigata. These books sold well over 30million copies only in Italy but overseas these books, and especially the Montalbano books, cashed in a figure that exceeds 65 million copies in 120 languages that includes Chinese.

Furthermore, the television series have been sold to more than 30 countries and therefore these too have given a big contribution to Italy’s economy.

Reaction

To reinforce the success of his books we only have to think that authoritative sites around the world, including the New York Times and the BBC, reported today’s news in a very brief time and not after a few days as often happens with the passing of famous Italians.

Many of these countries will surely take the opportunity to rebroadcast the episodes of Montalbano in the near future to honour the memory of the character’s creator. And this is more than just for an author who achieved great success at an age in which many only think about retiring rather than continue working. In fact, Camilleri also showed that the concepts of time and retiring change from person to person and his success undoubtedly proves this.

However, the numbers are only a taste of the lesson that the Sicilian author gave us today because they show that not only can you eat with Culture, and very well, but in particular he reminded us of what we often ignore or do not know.

Lesson

We have no doubt that Camilleri could have, as the former minister said, “eaten with Culture” only with the Italian sales but he went well beyond Italy’s borders, a deed that few Italian authors manage to achieve.

We must ask, why?

The answer is all too obvious and easy but many of our experts in cultural matters cannot perceive this. Camilleri’s books were translated into other languages so that the international public reads the books in their languages, starting with the biggest market in the world, that of the English language. And here we must recognize the work of the translators who did not have at all an easy task with the sections in Sicilian dialect and these efforts were fully rewarded with the success.

And we must not forget that these international sales, calculated in tens of millions, are subsequently important sources of money for our country.

In the past other authors have had international success. Umberto Eco, Roberto Saviano and Giorgio Faletti but Camilleri’s works are important proof that Italy’s publishing industry cannot grow simply thinking only of the internal market.

However, our country has a potential base of readers of our books in other languages, even before selling to foreigners. We are talking about the more than 85 million descendants of Italian migrants who have little knowledge of our language and therefore would never understand novels and other books in Italian.

Incentive

We know from our regular visits to the social media pages of Italians overseas in all the continents that there is great curiosity about their origins and the history of our country but these our relatives and friends overseas cannot do so because there are no suitable books in their languages.

Trying to sell our books overseas, as Camilleri did very well, not only gives us a potential market that is immensely bigger than only the Italian market but over time, and with the proper promotion, it could also encourage the grandchildren and great grandchildren of Italian migrants to finally learn the language that defines them as Italians.

This would have two effects. The first is obviously to increase the sales of our books in other languages but the second would be to expand the overseas market for our books in Italian, with natural benefits for our publishers.

Bad habit

And here we have the bad habit of wanting to carry out promotions only in Italian and often only with the experts in Italy, starting with the Estates General of the Italian Language which, considering the theme of promoting our language, have had little attendance from overseas experts and, even more absurdly, without the presence of the very sector of Italian industry that needs most help to expand, publishing.

Given Andrea Camilleri’s success overseas we must ask, why is it that other Italian authors have not sold overseas at the same levels as Camilleri?

It would be easy to understand that those responsible in our publishing houses are scared of the risk but we ask these timid managers, what effect has this refusal to look regularly overseas had?

We only have to look at the crisis in our publishing industry to have an answer.

Future

Therefore, we must forget that element of “you do not eat with Culture” because Camilleri proved that this is not at all true and aim regularly at promoting our authors overseas, in editions in other languages, to revive an industry that is essential for our Culture, the very literature that not only produced “The Divine Comedy” and “The Betrothed” but also gave the world six Nobel Prize winners for Literature.

Yes, we have a very great Culture, but what sense does it have if only we know it? Promoting our Culture properly overseas starting with making our authors known on the international market can only do us good.

Such promotion would also have another effect, and today’s news services showed us this very well, the success of Camilleri’s books brings large numbers of tourists to the places in his books, bringing money and work to the region of Sicily.

How many other regions in Italy would have the same success as a destination for international tourists if we finally promoted our best authors in the same way as Camilleri?

Italy would have much to gain if we committed ourselves but if we do nothing we will see our publishing industry become smaller and smaller and this is bad for the whole country.

Il vero orgoglio italiano – True Italian Pride

di emigrazione e di matrimoni

Il vero orgoglio italiano

Chissà quante persone si rendono conto di come sarebbe questo mondo senza invenzioni ed idee italiane. Queste invenzioni hanno creato il mondo in cui viviamo e in un modo che pochi conoscono.

Di Gianni Pezzano

L’orgoglio cieco è pericoloso, ci fa perdere di vista i veri eroi del nostro passato, non solo culturale ma in tutti i campi. Con l’annuncio di un altro sito UNESCO del Patrimonio Mondiale, il riconoscimento della colline del Prosecco nel Veneto, eravamo già il paese con più siti e senza dubbio ne arriveranno molti altri nel futuro.  Abbiamo una prova concreta della grandezza della nostra Cultura, ma i motivi d’orgoglio non sono solo la  Cultura, ma in tutti i campi, senza eccezioni.

Tristemente abbiamo il vizio di pensare che i nostri motivi d’orgoglio si limitano alla penisola con forma di stivale e quindi non ci rendiamo conto che i nostri connazionali all’estero hanno dato anche loro altri motivi da aggiungere al nostro orgoglio d’essere italiani,  ed è ora che noi tutti cominciamo a renderci conto che il nostro contributo al mondo non consiste con quale opera lirica, qualche grande artista (e ne abbiamo molti artisti, altro che qualche…) ma si  estende a persone all’estero di genitori e nonni italiani che ci fanno onore ogni giorno e non sono riconosciuti, sia nel loro paese di nascita e/o residenza, che nel loro paese d’origine, Italia.

Altrettanto tristemente, come tutti i popoli, senza eccezioni, abbiamo figure epocali che sono tutt’altro che “eroi”, ma  che molti figli e nipoti d’italiani all’estero vedono come figure da imitare e non si rendono conto che questi sono eroi fasulli,  che creano problemi per noi quando andiamo all’estero.

Vita migliore

Chissà quante persone si rendono conto di come sarebbe questo mondo senza invenzioni ed idee italiane. Queste invenzioni hanno creato il mondo in cui viviamo e in un modo che pochi conoscono.

Il caso più eclatante e anche triste di un’invenzione italiana è quella di Antonio Meucci. La sua invenzione, il telefono, ha rivoluzionato la comunicazione per sempre ed ha aiutato noi emigrati e discendenti d’italiani a tenerci in contatto facilmente con i nostri parenti lontani. Purtroppo, il caso è triste perché è stato  il centro di una controversia che vide Alexander Graham Bell come ‘l’inventore ufficiale’. Per fortuna, e a vantaggio della comunità italiana negli Stati Uniti, il secolo dopo è arrivato il riconoscimento ufficiale, anche se troppi tardi che per l’inventore.

Allo stesso modo due altri italiani ci hanno fornito mezzi essenziali per molti aspetti della nostra vita. Il primo è naturalmente Guglielmo Marconi con la radio che ci accompagna in  qualche modo ogni giorno. Il secondo è Evaristo Torricelli che ha inventato il barometro senza il quale le previsioni del tempo, fondamentali per molti di noi, non sarebbero state  possibili.

Eroi veri

Qualcuno sarà sorpreso, ma vorrei aggiungere una categoria particolare di emigrati italiani che dovremmo considerare veri eroi. Sappiamo tutti, iniziando da Michelangelo, Giotto e Bernini, che l’Italia ha fornito moltissimi scultori importanti, ma quanti pensano che l’Italia è anche il paese di una grande industria di lavorazione di pietre, e non solo il marmo dell’arte?

Ho capito questo quando era a scuola ad Adelaide in Australia e abbiamo visitato il Parlamento dello Stato del South Australia. Abbiamo scoperto  che tutta la facciata del bel palazzo era stato fatto da scalpellini italiani.

Nel corso degli anni ho saputo che questo non è successo solo ad Adelaide ma in moltissimi paesi dove ci sono italiani e persino a Washington DC negli Stati Uniti ci sono monumenti dove il lavoro di questi operai sconosciuti ha avuto un ruolo determinante.

Non abbiamo dubbi che molti lettori all’estero potrebbero fornire esempi di questi contributi nei loro paesi di nascita e/o residenza. Infatti, invitiamo loro a farci sapere dettagli per mettere alla luce questi bellissimi lavori dei nostri connazionali nel corso dei secoli della nostra emigrazione.

Guardare questi esempi dei nostri contributi in giro per il mondo diventa sempre più difficile, perché molti discendenti di italiani “ammirano” alcuni nostri connazionali che certamente non hanno portato onore al nostra patrimonio culturale e storico

Eroi fasulli

Da quando abbiamo cominciato a controllare le pagine degli italiani all’estero abbiamo notato la tendenza di molti di utilizzare immagini di personaggi italiani che non sono affatto esempi da seguire. E questo commento non si riferisce solo alle pagine degli italo-americani, ma anche ad altri paesi.

Non vogliamo nominare i personaggi veri utilizzati in questi post sui social. Volgliamo solo far notare che nessuno di loro ha fatto una bella fine, chi in galera, chi assassinato nelle faide tra cosche, chi semplicemente sparito. Ma con i loro reati e i loro delitti dobbiamo chiederci perché italiani e discendenti di italiani li ammirano, quando la grande maggioranza delle loro vittime erano altri italiani?

È interessante che i mafiosi più in voga siano quelli del cinema e la televisione e in particolare la famiglia Corleone del libro “Il Padrino” di Mario Puzo e poi dei film di Francis Ford Coppola. I nostri amici all’estero utilizzano frasi del film, ma hanno davvero capito che questi protagonisti non erano “eroi veri” bensì anti-eroi che muoiono soli e abbandonati?

Vito Corleone vide il suo primogenito ed erede Santino (Sonny) assassinato in una faida e lui stesso morì isolato dal mondo da lui creato. Michael Corleone che prese il suo posto morirà solo, dopo aver ucciso il fratello e cognato, per poi assistere alla morte violenta della figlia amata. Sono personaggi da ammirare loro? Basta leggere attentamente il libro e guardare bene il film per capire che non sono uomini liberi, ma uomini che vivono ogni giorno con la paura della morte o di essere traditi. E le cronache dei giornali di tutto il mondo ci dicono ogni giorno che questo è il vero destino dei “Boss” e non “l’onore” falso e la “gloria” fantomatica che i film ci fanno credere.

Vero orgoglio

Il vero orgoglio italiano non viene da un film di criminali, o da idee vaghe,  ma dal comprendere che il nostro contributo al mondo in tutti i campi è molto più grande di quel che spesso immaginiamo.

Il nostro orgoglio d’essere italiani deve venire dai  Premi Nobel che portano nomi italiani. Da quanti film italiani hanno vinto riconoscimenti in tutti i festival del cinema a partire dagli Oscar negli USA. Il nostro onore viene dal sentire le nostre canzoni cantate in tutte le lingue del mondo e vedere Hollywood copiare i nostri grandissimi film come fa regolarmente.

Il nostro vero onore è capire che il nostro contributo in giro per il mondo ha cambiato volto a moltissimi paesi con i nostri artigiani, architetti, prodotti e idee. La nostra gloria viene dal veder scienziati italiani in tutti i programmi scientifici più importanti del mondo e nel vedere un italiano, Luca Parmitano, a capo della Stazione Spaziale Internazionale.

Perché dobbiamo “ammirare” eroi fasulli quando il nostro paese e le nostre comunità italiane in tutti i continenti hanno fornito eroi e contributi importantissimi che sono motivi di vero Orgoglio Italiano?

Se volete segnalare contributi importanti da italiani in giro per il mondo, o anche contribuire un articolo scriveteci a: [email protected]

di emigrazione e di matrimoni

True Italian Pride

Who knows how many people understand that world this would have been without Italian inventions and ideas?

By Gianni Pezzano

Blind pride is dangerous because it makes us lose sight of the true heroes from the past, not only of Culture but in all fields. With the announcement of another UNESCO World Heritage Site for Italy with the recognition of the hills of Prosecco wine in the Veneto and undoubtedly many more in the future, we have real proof of the greatness of our Culture but the reasons for pride are much more than just Culture but in all fields and with no exceptions.

Sadly we have the bad habit of thinking that our reasons for pride are limited to the peninsula shaped like a boot and therefore we do not realize that our countrymen and women overseas have also given their reasons for adding to our pride of being Italians and it is about time that we all began to understand that our contribution to the world does not consist of a few operas, some great artists (and we have many artists and not just a few…) but extends to people overseas with Italian parents or grandparents who honour us every day and are not recognized in both their country of birth and/or residence and in their country of origin, Italy.

Just as sadly, just like all populations without exceptions, we have important figures who are anything but “heroes” that many children and grandchildren of Italians overseas see as figures to be imitated and they do not understand that these are fake heroes who make problems for us when we go overseas.

Better life

Who knows how many people understand that world this would have been without Italian inventions and ideas? These inventions have created the world in which we live and in ways many do not know.

The most striking and even saddest case of an Italian invention is that of Antonio Meucci. His invention, the telephone, revolutionized communication forever and helped us migrants to keep in touch with our relatives far away. Unfortunately this case is sad because it was at the centre of a controversy that involved Alexander Graham Bell who was named the inventor. Luckily, and to the credit of the Italian community in the United States, more than a century later the official recognition arrived even if it was too late for the inventor.

In the same way two other Italians gave us essential means for many aspects of our daily lives. The first is naturally Guglielmo Marconi with radio that accompanies us every day in some way. The second is Evaristo Torricelli who invented the barometer without which today’s weather forecasts, which are essential for many of us, would not be possible.

True Heroes

Some readers will be surprised but I would like to add a specific category of Italian migrants that we should consider as real heroes. We all know that, starting with Michelangelo, Giotto and Bernini, Italy has given us many important sculptors but how many also think of Italy as the country with a great stonework industry and not only in marble for art?

I understood this when I was at school in Adelaide in Australia and we visited Parliament House of the State of South Australia. We were surprised to learn that all the facade of that beautiful building was the work of Italian stonemasons.

Over the years I learnt that this had not happened only in Adelaide but in many countries where there are Italians and even in Washington DC in the United States there are monuments in which these unknown workers played a decisive role.

We have no doubt that many readers overseas could supply examples of these contributions in their countries of birth and/or residence. In fact, we invite them to let us know the details to highlight these beautiful works by our countrymen over the centuries of our migration.

Looking at these examples of our contributions around the world is becoming more and more difficult because many descendants of Italians “admire” some of our countrymen who have certainly not honoured our Cultural and historic heritage.

Fake heroes

Since we began checking the social media pages of Italians overseas we have noticed the trend of many to use images of Italians who are not at all examples to follow. And this comment refers not only to the Italian American pages but also in other countries.

We do not want to name these true people used in the posts on the social media. We only want to point out that none of them made a good end, some finished in jail, some were murdered in gang wars and others simply disappeared. But with their crimes and murders we must wonder, why do Italians and descendants of Italians admire them when the great majority of their victims were other Italians?

It is interesting that the most fashionable mafiosi are those of the movies and TV and especially the Corleone family from the book “The Godfather” by Mario Puzo and then the films by Francis Ford Coppola. Our friends overseas use phrases from the film but have they truly understood that these protagonists were not “real heroes” but rather anti-heroes who die alone and abandoned?

Vito Corleone saw his eldest son and heir Santino (Sonny) murdered in a gang war and he himself died isolated from the world he created. Michael Corleone who took his place died alone after having murdered his brother and brother in law and witnessing the violent death of his beloved daughter. Are these characters to be admired? We only have to read the book carefully and watch the films closely to understand that they are not free men but men who live every day with the fear of death or being betrayed. And the newspapers around the world tell us every day that this is the real fate of the “Bosses” and not the false “honour” and the unreal “glory” that the films make us believe.

True pride

True Italian pride does not come from films about criminals or vague ideas but from understanding that our contribution to the world in all fields is much greater than what we often imagine.

Our pride of being Italians must come from understanding how many Nobel Prizes have Italian names. From how many Italian films have been awarded in all the film festivals, starting with the Oscars. Our honour comes from hearing our songs sung in all the world’s other languages and from seeing Hollywood copying our great films as it does regularly.

Our true honour comes from understanding that our contribution around the world has changed many countries with our craftsmen, architects, products and ideas. Our glory comes from seeing Italian scientists in all the world’s most important scientific programmes and from seeing Luca Parmitano as the commander of the International Space Station.

Why must we “admire” fake heroes when our country and our Italian communities in all the continents have given us heroes and fundamental contributions which are real reason for Italian Pride?

If you want to point out important contributions from Italians around the world or also to contribute an article, write to us at: [email protected]

Il Debito d’Italia ai suoi Emigrati – Italy’s Debt to her migrants

di emigrazione e di matrimoni

Il Debito d’Italia ai suoi Emigrati

La prima generazione di emigrati spesso faceva due o anche tre lavori non solo per pagare le spese quotidiane, ma soprattutto perché una bella parte degli stipendi veniva inviata a casa ai genitori e i fratelli e sorelle in Italia

Di Gianni Pezzano

L’ultimo articolo degli italiani all’estero (https://thedailycases.com/nascere-italiano-all-estero-being-born-italian-overseas/) ha avuto molti commenti e reazioni da tutto il mondo, però uno mi ha sbalordito, non perché era l’unico commento negativo, ma perché lo scambio con il lettore ha dimostrato proprio quel che cerchiamo di dire, che Italia capisce pochissimo delle realtà all’estero e, peggio ancora, quasi tutti hanno dimenticato il debito che il paese ha verso i suoi emigrati, come anche verso i loro discendenti.

Non nomino il lettore e nemmeno il suo paese di residenza, diciamo soltanto che è un recente emigrato italiano non molto giovane. Da esperienza in Italia possiamo solo dire che il suo atteggiamento verso i nostri parenti e amici all’estero non è raro in Italia e quello scambio ci ha fatto capire come sia ora di mettere nero su bianco cosa sia il debito d’Italia.

Risposta

La mattina dopo l’uscita dell’articolo c’era un commento molto succinto sull’articolo sul social Fb, “Tu non sei italiano”, ma nessuna parola sul contenuto. Ero curioso di sapere il perché di quel parere e la sua risposta mi ha lasciato di stucco.

Bah, ho conosciuto tanti finti italiani che erano per niente solidali e non conoscevano nulla della nostra terra parlavano ma non sapevano convinti che è come gli raccontava il papà o il nonno

Già il “finti italiani” mi ha colpito, ma il resto della frase non ha fatto altro che confermare che il lettore non ha capito il senso dell’articolo, come di tutti gli articoli della nostra rubrica sugli “Italiani all’estero”. Infatti, non abbiamo mai trattato i nostri parenti e amici come “santi”, ma come esseri umani che hanno dovuto emigrare e per molte ragioni. Abbiamo sempre riconosciuto che tra i milioni di emigrati era inevitabile che alcuni di loro si sarebbero comportati in quel modo.

Il lettore ha giudicato gli emigrati italiani e i loro discendenti in quel lontano continente secondo le misure di chi non conosce la loro Storia che poi, come abbiamo sempre ritenuto, è anche la Storia d’Italia. Una Storia che ha segnato un passaggio essenziale per lo sviluppo d’Italia da un paese in rovine a essere ora una delle superpotenze economiche mondiali. E in gran parte grazie al contributo non solo degli emigrati italiani negli anni immediatamente dopo la seconda guerra mondiale, ma anche dei loro figli e nipoti e in molti casi anche dei loro pronipoti oggi.

Debito

L’emigrato italiano dell’immediato dopo guerra spesso non partiva per sua spontanea volontà. Molti di loro erano costretti a emigrare certamente dalle circostanze del paese all’epoca, ma anche dalle pressioni più o meno aperte anche delle autorità locali che non sapevano come gestire il grande numero di giovani disoccupati. Furono stabiliti accordi con altri paesi per lavoro in altri continenti e molti sono partiti per le pressioni. Sin dall’inizio questo ha creato tra molti d loro, compresi i miei genitori, un rapporto di amore/odio verso il loro paese di nascita.

Bisogna anche ricordare che la maggioranza di quella generazione, sia del sud del paese che dal nord, era di origini contadine e che avevano avuto poca scuola perché iniziarono il lavoro nei campi giovanissimi e nella maggioranza dei casi non parlavano che il loro dialetto. Inoltre, erano stati anche soldati durante la guerra ed anche per questo quel “finti italiani” è un’offesa per chi ha svolto il proprio dovere verso il paese.

Nei nuovi paesi di residenza non esistevano i servizi di assistenza tra italiani come ci sono oggi in molte di queste communità. Anzi, non avevano il tempo nemmeno di imparare la nuova lingua perché dovevano fare molto lavoro e non solo per permettersi di comprare la casa nel nuovo paese ed è questo la prima parte del debito d’Italia.

Quella generazione di emigrati spesso faceva due o anche tre lavori non solo per pagare le spese quotidiane, ma soprattutto perché una bella parte degli stipendi veniva inviata a casa ai genitori e i fratelli e sorelle in Italia. Ricordiamoci anche che molti dei nostri emigrati si sono trovati poi a lavorare con soldati che avevano combattuto durante la guerra e questo certamentamente non ha aiutato l’integrazione nel paese…

Oggigiorno si parla del “Boom Economico” degli inizi degli anni 60 che ha lanciato l’Italia verso il G8, ma pochi oggi ricordano che per oltre quindici anni i soldi inviati in Italia dai suoi emigrati erano tra le prime cinque fonti di valuta estera del paese e quindi una motore essenziale per il rilancio economico del paese, quando i parenti in Italia hanno cominciato a comprare i frigoriferi, le auto ed eventualmente il televisore, ecc., ecc.

E non solo. Questi soldi alle famiglie in Italia hanno permesso a fratelli e sorelle di poter non solo andare a scuola ma per molti di poter continuare l’università per diventare medici, avvocati, insegnanti, ingegneri e così via.

Non sappiamo se esistono le statistiche, ma sarebbe interessante sapere quanti dei professionisti laureatisi negli anni 50, 60 e 70 in Italia hanno potuto farlo grazie ai contributi degli zii all’estero.

Ma il contributo dei nostri parenti e amici all’estero non si limita solo ai soldi inviati alle famiglie in Italia. Con il tempo molti hanno cominciato ad aprire imprese che importavano prodotti italiani nei loro nuovi paesi di residenza. Non parliamo solo di prodotti alimentari, come dice il luogo comune, dai nostri innumerevoli pizzerie, ristoranti e pasticcerie, ma anche delle piastrelle, auto, lampadari, macchinari industriali, prodotti per produrre vestiti e molto di più per capire che i figli e nipoti di quella generazione tutt’oggi ancora svolgono un ruolo importante in queste esportazioni.

Scuola

È facile poi criticare i figli di non sapere la lingua del paese d’origine, ma per almeno i primi due decenni dopo la guerra non era possibile farlo perché pochissime scuole all’epoca davano l’italiano come materia scolastica. Al massimo potevi studiare il francese. E poi, come abbiamo descritto nell’ultimo articolo, la lingua in casa non era l’italiano ma il dialetto.

Infatti, molti di questi genitori “analfabeti”, ma per niente stupidi, hanno investito i loro soldi nell’educazione dei figli per farli diventare professionisti e per questo i loro figli non hanno mai avuto il tempo di studiare la nostra lingua.

Dobbiamo anche ricordare che per gli emigrati oltreoceano le distanze e i costi non permettevano a molti di poter tornare facilmente ai loro paesi di nascita ed alcuni non sono mai più tornati. Allora è naturale che per loro l’Italia che immaginavano sia quella che avevano lasciato e non il paese moderno che hanno aiutato a trasformare con il frutto dei loro lavori. Poi, quando tornano finalmente non è insolito che vengonon derisi d’essere partiti perché “se fossero rimasti sarebbero divenati ricchi” come molti hanno sentito dire. Una beffa vera per loro.

I loro figli magari ci vanno in Italia per vacanze da tanto in tanto, vedono le bellezze del paese e non capiscono le differenze tra la realtà e i ricordi dei loro genitori/nonni. Ma questo non è colpa loro perché fino a non pochi anni fa non esistevano le trasmissioni RAI nel mondo (e solo in italiano…) e nemmeno l’internet, ecc., che ora ci permette di seguire notizie estere in tempo reale e non dopo settimane come succedeva nel passato.

Potremmo continuare per pagine di parlare di queste cose, ma crediamo di avere fatto capire al lettore in quel paese lontano che il suo giudizio non faceva altro che confermare quel che abbiamo sempre sostenuto nelle nostre rubriche.

L’Italia oggi ha dimenticato il suo debito verso i suoi emigrati e, peggio ancora, non ha mai capito i loro sforzi e sacrifici, le discriminazioni e in alcune casi, le persecuzioni che hanno dovuto subire per poter fare non solo la loro vita nuova all’estero, ma anche per poter contribuire alle loro famiglie rimaste a casa, e quindi anche all’Italia, per uscire dalle rovine della guerra.

Il nostro lettore ci ha dato lo spunto per fare ricordare agli italiani in Italia che se i nostri parenti e amici non fossero partiti, con le buone o con le cattive, dopo la guerra, il paese sarebbe molto diverso e certamente molto più povero di quel che è.

E come potrà l’ Italia ripagare questo debito? Non sarebbe poi così caro, aiutare i discendenti degli emigrati a conoscere la loro Cultura, che è la nostra e aiutarli a trovare le loro radici. Un prezzo che si paghrebbe da solo in poco tempo. Ma per farlo bisogna agire e non solo parlare degli italiani all’estero.

Se avete qualche storia da raccontare di queste esperienze dei genitori o nonni o anche personali, inviatele a: [email protected]

 

di emigrazione e di matrimoni

Italy’s Debt to her migrants

That generation of migrants often held two or even three jobs not only to pay their living expenses but above all because a good part of the wages was sent home to the parents and the brothers and sisters in Italy.

By Gianni Pezzano

The latest article about Italians overseas (https://thedailycases.com/nascere-italiano-all-estero-being-born-italian-overseas/) had many comments and reactions from all the world, however one astounded us, not because it was the only negative comment but because the exchange with the reader showed exactly what we are trying to say, that Italy understands very little about the realities overseas and, worse still, almost everybody has forgotten the country’s debt to her migrants, as well as to their descendants.

We will not name the reader and not even his country of residence, we will only say that he is a recent migrant and not very young. From past experience we can only say that his attitude towards our relatives and friends overseas is not rare in Italy and that exchange made us understand that it is time to write down what Italy’s debt is.

Reply

The morning after the article’s release there was a very brief comment on the social media, “You are not Italian” but not one word on the content. I was curious to know the reason for that opinion and his answer left me stunned.

Well, I have met many fake Italians who were not at all sympathetic and they knew nothing about our land they spoke but knew nothing convinced that it is like their father or grandfather told them”

That “fake Italians” struck me but the rest of the phrase only confirmed that the reader did not understand the sense of the article nor of all the articles in our “Italians overseas” section. In fact, we have never treated our relatives and friends overseas as “saints” but as human beings who had to migrate for many reasons. We have always recognized that amongst the millions of migrants it was inevitable that some of them would behave badly.

The reader had judged Italian migrants and their descendants in that far away continent according to the yardstick of someone who does not know their history which is, as we have always believed, also Italy’s history. A history marked by a fundamental passage for Italy’s development from a country in ruins to one that is now a world economic superpower. And largely thanks to the contribution not only of the Italian migrants immediately after World War Two but also to their children and grandchildren and in many cases today to their great grandchildren.

Debt

Italian migrants of the immediate post war period often did not leave of their own free will. Many of them were forced to migrate, certainly by the country’s circumstances at the time but also by more or less open pressure from the local authorities who did not know how to manage the great numbers of unemployed. Agreements were signed with other countries for them to work in other continents and many left due to pressure. From the beginning this created amongst many of them, including my parents, a love/hate relationship with their country of birth.

We also have to remember that the majority of that generation, from both the north and the south, were from farming backgrounds and they had little schooling because they began working in the fields at a very young age and in the majority of cases they spoke only their dialect. Furthermore, they had also been soldiers during the war and for this reason too that “fake Italians” was offensive to those who performed their duty to their country.

There were no welfare services amongst Italians in the new countries of residence as there are today in many of these communities. Indeed, they did not even have the time to learn the new language because they had to work hard and not only to be able to buy their own homes and this is the first part of Italy’s debt.

That generation of migrants often held two or even three jobs not only to pay their living expenses but above all because a good part of the wages was sent home to the parents and the brothers and sisters in Italy. Let us also remember that many of our migrants then found themselves working alongside soldiers they had fought against in the war and this certainly did not help their integration in the country…

Today we often talk about the “Economic Boom” of the early 1960s that launched Italy towards the G8 but few today remember that for more than fifteen years the money sent to Italy by her migrants were one of the country’s top five sources of foreign currency and therefore an essential engine for the country’s economic revival when the relatives in Italy began to buy refrigerators, cars and eventually televisions, etc, etc, etc…

And not just this. The money sent to the families in Italy allowed brothers and sisters to not only be able to go to school but for many to be able to continue onto university to become doctors, lawyers, engineers and so forth.

We do not know if there are statistics but it would be interesting to know how many professionals who graduated in Italy in the 1950s, 60s and 70s were able to do so because of the contributions from their uncles and aunts overseas.

But the contribution from our relatives and friends overseas was not limited to only sending money to their families in Italy. Over time many began to open up their own businesses that imported Italian products to their new countries of residence. We are not talking only about the clichés of our innumerable pizzerias, restaurants and pastry shops but also of tiles, cars, lighting, industrial machines, products for producing clothes and much more which makes us understand that the sons and grandchildren of that generation today still carry out an important role in these exports.

School

And then it is easy to criticize the children who do not know the language of the country of origin but for at least the first two decades after the war it was not possible to do so because few schools at the time taught Italian as a subject. At the most you could study French. And then, as we described in the last article, the language spoken at home was not Italian but dialect.

In fact, many of these “illiterate” but not at all stupid parents invested their money in their children’s education to make them professionals and for this reason their children never had the time to study our language.

We must also remember that for the migrants in other continents the distances and the costs did not allow them to return easily to their country of birth and some never went back. So it is natural for them to imagine Italy as it was when they left and not the modern country that they helped to transform with the fruit of their labour. And then, when they finally did go back it was not unusual for them to be derided for having left because “if they had stayed they too would have become rich” as many were told. This was a real slap in the face for them.

Their children may then go to Italy on holiday from time to time, they see the country’s marvels and they do not understand the differences between the reality and their parents/grandparents’ memories. But this is not their fault because up to a few years ago there were no programmes from RAI (and only in Italian…) and not even the internet that now allows us to follow overseas news in real time and not after weeks as happened in the past.

We could go on for pages speaking of these things but we think that we have made the reader in that far away country understand that his judgment had only confirmed what we have always stated in our articles.

Today’s Italy has forgotten its debt to her migrants and, worse still, has never understood their efforts and sacrifices, the discrimination and in some cases persecution that they had to endure to not only make a new life overseas but also to contribute to the families they left behind and therefore also to Italy being able to rise from the ruins of the war.

Our reader gave us the spark for making Italians in Italy remember that if our relatives and friends had not left by hook or by crook after the war that the country would have been very different and certainly much poorer that what it is.

And how will Italy be able to pay this debt? It would not be very expensive, by helping the descendants to know their Culture, which is also our Culture, and to help them find their roots. This is a price that would pay itself in only a short time. But to do so we must act and not simply talk about the Italian overseas.

If you have any stories to tell about these experiences of your parents or grandparents, or even your own, send them to: [email protected]

Nascere Italiano all’estero – Being born Italian overseas

di emigrazione e di matrimoni

Nascere Italiano all’estero 

Cosa vuol dire nascere italiano all’estero?

di Gianni Pezzano

A volte una domanda sembra fin troppo semplice, ma più leggo i post di italiani all’estero più mi rendo conto che per milioni di persone in tutti i continenti questa domanda è fondamentale per definire l’identità personale.

Questa rubrica è dedicata agli italiani all’estero e per questo motivo vado sempre più spesso nelle pagine dedicate alle nostre comunità in molti paesi. Questa ricerca è affascinante, ma non raramente mi trovo perplesso, perché il senso di cosa vuol dire essere “italiano” all’estero cambia davvero da persona a persona.

Allora vorrei fare qualche riflessione da figlio di emigrati italiani nato in un altro paese, nel mio caso in Australia, su cosa vuol dire essere figlio di due mondi, che in effetti è il senso di nascere italiano all’estero.

Ma partiamo spiegando di chi non parliamo in questo articolo.

Nati in Italia

Ovviamente chi nasce in Italia e emigra all’estero è davvero un “italiano all’estero”. Non importa se emigri per trovare lavoro, per raggiungere il marito partito prima per nuovo paese, oppure sei minorenne viaggiando con i genitori per iniziare una vita nuova lontano dal tuo paese di nascita.

In questi casi le esperienze sono quelle di integrarsi al meglio nel nuovo paese, di imparare la nuova lingua e i metodi di lavoro che quasi sempre cambiano da paese a paese. Senza dimenticare poi di mantenere i contatti con i parenti rimasti a casa, un fattore spesso ignorato (in entrambi i sensi della parola) quando si parla dei nostri emigrati, perché fino a non tanto tempo fa questo non era affatto facile.

Questi sono fattori che milioni di emigrati italiani hanno dovuto affrontare, ma quel che molti in Italia non hanno mai capito è che anche chi nasce all’estero ha problemi legati all’emigrazione, non solo dai genitori, ma anche dai nonni o bisnonni.

Nascere all’estero

È facile dire e pensare che se nasci in un altro paese che appartieni a quel paese, ma non è necessariamente l’unico caso. Nel senso legale questo è vero nei paesi di ius soli, come l’Australia e gli Stati Uniti, nascere in quel paese vuol dire nascere con la cittadinanza del paese e in molti casi, nei quali i genitori siano ancora cittadini italiani, nasci con la doppia cittadinanza.

Se sei della prima generazione nata all’estero, cioè i tuoi genitori sono emigrati italiani, questo vuol dire che abiti in una casa dove la lingua è quasi sempre l’italiano, le tradizioni sono per la maggior parte ancora italiane e i tuoi parenti e anche amici sono per la maggioranza italiani.

Ma quando inizi a scuola cominci a capire davvero che la tua famiglia non è come la maggioranza degli altri.

Per noi primi figli nati in Australia nell’immediato dopo guerra, abbiamo scoperto al prima giorno di scuola che non parlavamo la lingua dei mostri coetanei australiani.  Riguardo questo aspetto dobbiamo ricordarci che gli emigrati italiani fino agli anni sessanta non parlavano l’italiano ma il loro dialetto, e di conseguenza i loro figli spesso non capivano che non parlavano la nostra lingua, e molti di questi ragazzi hanno capito questo solo al primo viaggio in Italia.

Questa fattore di lingua già ti mette in disparte dai tuoi coetanei a scuola. I primi giorni sono sempre difficili, magari hai più attenzione (e a volte meno per le stesso motivo) dagli insegnati che devono affrontare questa mancanza linguistica. Magari i tuoi coetanei sono figli di chi non vede di buon occhio i nuovi arrivati nel paese, e allora cominciano le battute e i commenti che ti seguono per tutta la tua vita in un modo o in un altro. Senza dimenticare per la mia generazione che i padri dei nostri coetanei avevano combattuto contro soldati italiani durante la guerra.

Nel corso degli anni nella case italiane la lingua in casa è cambiata, non più solo l’italiano, ma italiano con i genitori e inglese tra i figli. Questo succede poi nei raduni con parenti, paesani e amici italiani. Così i figli parlano tra di loro l’inglese (o lo spagnolo, portoghese, ecc., in altri paesi) e con ogni figlio che nasce in famiglia il livello d’italiano del figlio calava, perché imparavano a parlare l’inglese con i fratelli e non solo l’italiano dai genitori.

Conosco poche famiglie in Australia che hanno deciso di non parlare più l’italiano in casa per poter integrarsi, o nei casi estremi assimilarsi ai i nuovi concittadini. Questo poi diventava un problema per i nipoti e i pronipoti degli emigrati perché quando arriva la voglia naturale di molti di volere sapere le proprie origini si rendono conto che quel poco che sanno dell’italiano non è poi tanto “italiano”, ma spesso variazioni di parole e frasi che più che italiano è un dialetto, spesso molto stretto di paesini isolati dove i figli lavoravano nei campi da giovani invece di andare a scuola. Questo poi non è il caso non solo nel sud, come dicono i luoghi comuni, ma anche nel nord dove zone ora ricche come il Veneto e il Friuli erano povere e considerate “il Sud del Nord”.

Nipoti e pronipoti

Per i nipoti e pronipoti degli emigrati i ricordi dei nonni italiani sono vaghi e approssimativi. I loro legami con  le loro origini sono spesso la cucina, magari qualche tradizione come il maiale, fare il vino, magari il ragù della domenica. Ma ormai queste tradizioni non sono più quelle di una volta, ma le variazioni naturali di chi vive all’estero.

Ormai a questo punto i legami con i parenti in Italia sono spesso tenui e certamente la barriera della lingua si sente, particolarmente nei casi dove parenti e nonni avevano imposto di non parlare più l’italiano in casa.

Quindi per i discendenti degli emigrati essere “italiani” vuol dire quel che fanno in casa e poichè non sono stati mai in Italia nella maggioranza dei casi, le loro idee del paese d’origine della famiglia sono antiche e non tengono conto dei cambiamenti enormi nel Bel Paese negli ultimi decenni.

Litigi e origini

Inoltre, e probabilmente la causa principale per i litigi frequenti che vediamo sulle pagine degli italo-americani, non capiscono la varietà enorme di tradizioni in Italia, dalle ricette principale, agli ingredienti che cambiano da famiglia a famiglia e non solo da regione a regione. Per loro “italiano” è quel che fanno loro e quel degli altri “non è italiano”.

Questo è un aspetto che dobbiamo capire e considerare perché fa parte del sapere come meglio affrontare e promuovere la nostra Cultura, in tutti i suoi aspetti, all’estero. I nipoti e i pronipoti dei nostri emigrati sono fieri delle loro origini e vorrebbero conoscere le loro radici, magari i parenti in Italia, se ce ne sono ancora, ma non sanno come fare le ricerche e certamente non hanno i mezzi linguistici per poterlo fare nel miglior modo possibile.

Considerando che i discendenti di emigrati italiani in giro per il mondo è oltre 85 milioni (e probabilmente molto di più) ,  l’Italia ha la possibilità di accogliere ogni anni milioni di italiani all’estero che vogliono riscoprire le loro origini.

Ma per poterlo fare dobbiamo capire chi sono davvero i nostri parenti e amici all’estero e non basarci più su luoghi comuni ma su realtà che non capiamo fino in fondo.

Perciò dobbiamo seriamente stabilire un progetto per capire la Storia degli italiani all’estero, perché è molto più ricca e variegata di quel che molti pensano. E dobbiamo farlo perché i genitori, nonni e bisnonni di queste generazioni hanno anche contribuito a cambiare l’Italia e dunque la loro Storia è anche la nostra Storia.

Come paese abbiamo un debito enorme verso loro che non è mai stato riconosciuto in pieno, a partire dai nostri governanti.

Se vuoi raccontare la tua storia da italiano all’estero invia la tua storia a: [email protected]

 

di emigrazione e di matrimoni

Being born Italian overseas

What does being born Italian overseas mean?

by Gianni Pezzano

At times a question seems all too simple but the more I read posts from Italians overseas the more I understand that for millions around the world this question in essential for defining their personal identity.

This section is dedicated to Italians overseas and for this reason I read more and more often the social media pages dedicated to our communities in many countries. This research is fascinating but often I am perplexed because the sense of what it means to be “Italian” overseas truly changes from person to person.

So, as the son of Italian migrants born overseas, in my case in Australia, I would like to make some reflections on what it means to be the son or daughter of two worlds, which is the effect of being born Italian overseas.

But let’s start with who we are not talking about.

Born in Italy

Obviously those born in Italy and who migrate overseas are “Italians overseas”. It does not matter if they migrate to look for work, to reach the husband who migrated first for the new country or if they are a children travelling with their parents to start a new life far away from their country of birth.

In these cases the experiences are those of integrating in the best way possible in the new country and to learn a new language and work methods that change from country to country. Without forgetting maintaining contact with the relatives who stayed behind, a factor that is often ignored when we talk about our migrants because up to not long ago this was not at all as easy.

These are the factors that millions of Italians had to deal with but what many in Italy have never understood is that even those born overseas have problems tied to migration, not only that of their parents but also grandparents and great grandparents.

Being born overseas

It is easy to say and think that if you are born in another country that you belong to that country but this is not necessarily the case. In the legal sense this is true in those countries with citizenship laws based on place of birth such as Australia and the United States where being born in that country means being born with the country’s citizenship and in many cases, those when the parents are still Italian citizens, you are born a dual citizen.

If you are one of the first generation born overseas, that is your parents are Italian migrants, this means that you live in a home where the language is almost always Italian, the traditions are mainly still Italian and your relatives and friends are for the great part Italians.

But when you start school you begin to really understand that your family is not like most of the others.

So we first children born in Australia in the years after World War Two discovered on our first day at school that we did not speak the language of our Australian peers. Concerning this matter we must remember that the up to the early sixties Italian migrants mainly did not speak Italian but their dialects and subsequently their children often did not understand they did not speak our language and many of these young people found out only in their first trip to Italy.

This matter of language already set us apart from our peers at school. The first days at school are always difficult and maybe the teacher who had to deal with this linguistic gap paid you more attention (and at times less for the same reason). Maybe your peers are children of those who have little regard for the new arrivals in the country and so the jokes and the comments you will hear for all your life begin. Without forgetting that for my generation the fathers of our peers had fought against Italian soldiers during the war.

Over the years the language spoke in Italian homes changed, no longer only Italian but Italian with the parents and English between the children. This then also happened in the get-togethers with relatives, people from the same towns and Italian friends. So the children talked to each other in English (or Spanish, Portuguese, etc…in other countries) and with the birth of each new child the level of Italian in the family declined because they learnt to speak English from their brothers and sisters and not Italian from the parents.

I know few families in Australia that decided to no longer speak Italian at home in order to integrate and in some extreme cases, to assimilate, with their new countrymen. This then became a problem for the migrants’ grandchildren and great grandchildren because when the natural desire came to know their origins they understood that the little they knew of Italian was not very “Italian” but often variations of words and phrases that were dialects more than Italian, often of isolated small towns where the sons worked in the fields from childhood instead of going to school. And this was not the case only in the country’s southern regions as the clichés state but also in the north where areas that are now rich, such as the Veneto and the Friuli, were poor and considered the “south of the north”.

Grandchildren and great grandchildren

For the grandchildren and great grandchildren of migrants the memories of the Italian grandparents are vague and approximate. Their ties to their origins are often the cuisine and some traditions such as the pig, making wine and maybe the Sunday pasta sauce. But by now these traditions are no longer those of long ago but natural variations for those who live overseas.

At this point the ties with Italy are often weak and the language barrier is certainly felt, especially in the cases where the parents and grandparents had decided to no longer speak Italian at home.

Therefore for the descendants of migrants being “Italian” means what they do at home and because in the majority of cases they have never been to Italy their ideas of the family’s country of origin are ancient and they do not realize the enormous changes in Italy over the decades.

Arguments and origins

Furthermore, and probably the main cause of the frequent arguments we see on the Italian-American pages, they do not understand the enormous variety of traditions in Italy, of the main recipes, of the ingredients that change from family to family and not only from region to region. For them “Italian” is what they do at home and what the others do is “not Italian”.

This is an aspect that we must understand and bear in mind because it is part of knowing how to best promote our Culture in all its aspects overseas. Our migrants’ grandchildren and great grandchildren are proud of their origins and would like to know their roots, maybe their relatives in Italy if there are any, but they do not know how to do the research and they certainly do not have the linguistic skills to do so in the best was possible.

Bearing in mind that there are more than 85 million descendants of Italian migrants around the world (and probably many more) Italy has the potential to welcome millions of Italians overseas every year who want to discover their origins.

But in order to do so we must understand who our relatives and friends really are and not base our ideas on clichés more than on realities that we do not understand in depth.

For this reason we must seriously consider establishing a project to understand the history of Italians overseas because it is much richer and much more varied than many think. And we must do this because the parents, grandparents and great grandparents of these generations contributed to changing Italy and therefore their history is also our history.

As a country we owe them a huge debt that has never been fully recognized, starting with our governments.

If you want to tell your story as an Italian overseas send your story to: [email protected]

Il libro Proibito: Il Testimone Scomodo – The Forbidden Book: The Troublesome Witness

di emigrazione e di matrimoni

Il libro Proibito: Il Testimone Scomodo

Dieci anni fa doveva uscire il mio libro The Troublesome Witness (Il Testimone Scomodo). Il libro doveva essere la prima biografia in lingua inglese del grande giornalista italiano Indro Montanelli.

di Gianni Pezzano

Dieci anni fa doveva uscire il mio libro The Troublesome Witness (Il Testimone Scomodo). Il libro doveva essere la prima biografia in lingua inglese del grande giornalista italiano Indro Montanelli, un libro che contiene una selezione dei migliori articoli dei suoi sette decenni di carriera e cronache che farebbero meravigliare il mondo, ma questo ancora non è successo.

Infatti, a quasi diciotto anni dalla sua morte Indro Montanelli è ancora sconosciuto al grande pubblico anglosassone, e in modo specifico agli italiani all’estero che con le sue opere avrebbero capito meglio le glorie del nostra passato e la nostra Cultura.

Purtroppo la Fondazione Montanelli e i suoi eredi hanno deciso di bloccare il libro per motivi a me incomprensibili. Peggio ancora, non mi hanno mai dato l’opportunità di poter trovare una risoluzione amichevole a questo stallo, anzi, hanno rifiutato ogni tentativo di comunicazione e hanno fatto persino minacce di azioni legali, malgrado il fatto che io non abbia mai commesso atti illeciti nei loro riguardi e abbia più volte cercato di parlare in modo conciliante con loro.

Cultura

Ho svolto per decenni attività per la promozione della nostra Cultura in Australia e nel corso di quegli anni ho capito che dobbiamo utilizzare mezzi e messaggi preparati specificatamente per promuoverla al grande pubblico internazionale, a partire dagli italiani all’estero, che conosce poco o niente della nostra Cultura, Storia e politica. Ho scritto il libro con questo concetto ben in mente.

Inoltre, da laureato in Storia Moderna, ho trovato il personaggio Indro Montanelli d’enorme interesse per due motivi particolari. Il primo di tutti è che lui è stato davvero il“testimone di un secolo” come venne descritto alla sua morte nel 2001 all’età di 92 anni e una carriera di ben 70anni. Il secondo motivo, e di importanza fondamentale, era la sua capacità straordinaria di mettere in poche parole concetti complicati e di spiegare in modo chiarissimo e inequivocabile quel che aveva visto, esprimendo   pareri chiari su incidenti di importanza anche mondiale, che lo rendono un personaggio chiave come rampa di lancio per promuovere la nostra Cultura e Storia.

Perciò spieghiamo chi era Indro Montanelli.

Carriera incredibile

Senza dubbio Indro Montanelli era e rimane ancora oggi il nostro giornalista più importante e per molti versi anche il più controverso. Fu ufficiale dell’esercito italiano in Eritrea durante la guerra coloniale (che all’epoca descrisse in un libro di successo), fu esiliato dopo la cronaca controversa di una “battaglia” nella Guerra Civile in Spagna che coinvolse soldati italiani e finì per questo in esilio come castigo e per un periodo sospeso come giornalista, fece il corrispondente di guerra durante la seconda guerra mondiale in Polonia (dove incontrò Hitler), vide l’invasione sovietica dei paesi baltici, vide l’invasione tedesca della Norvegia e in modo particolare e spettacolare vide le due guerre tra la piccola Finlandia e l’Unione Sovietica nel 1940 e vide la guerra italiana nei Balcani. Fu  arrestato e condannato a morte dai tedeschi prima di fuggire in Svizzera per un periodo. Al ritorno in Italia fu testimone di quel che Ferruccio Parri descrisse come la “macelleria messicana” in Piazzale Loreto nell’aprile del 1945.

Dopo la guerra continuò a fare il corrispondente internazionale per il celebre “ Il Corriere della Sera” di Milano in conflitti in giro per il mondo dove fu testimone alla fine dell’occupazione americana del Giappone, la guerra in Corea, la divisione del subcontinente in India e Pakistan, l’inizio delle guerre d’indipendenza del Vietnam  e dell’ Algeria e la creazione dello stato di Israele. Finì la carriera internazionale nel 1956 con la Battaglia di Budapest che porse fine alla rivolta degli ungheresi contro la strapotenza sovietica, e le cronache di quella battaglia non solo sono capolavori ma furono anche la causa di molte controversie in Italia. Tutti questi episodi sono descritti con i suoi articoli nel libro.

Al ritorno in Italia seguì la politica italiana, creò un giornale nuovo “Il Giornale” dopo il suo abbandono dal Corriere della sera, fu gambizzato dalle Brigate Rosse, cedette il giornale a Silvio Berlusconi per poi litigare con lui e lasciare il giornale dopo l’entrata in politica del magnate nel 1994.

Tornò al Corriere della Sera per diventare di nuovo il suo opinionista più importante e curava la rubrica “La Stanza di Montanelli” nella quale rispondeva alle domande dei lettori. Continuò in questi ruoli fino alla sua morte per cancro il 22 luglio, 2001.

Come disse con stupore il mio ora ex editore australiano all’epoca, come fa il pubblico internazionale a non conoscere un uomo del genere? Infatti, proprio questo fu il motivo che mi ha spinto a scrivere il libro. Infatti, come si fa?

Editori in Australia e Italia

Quindi mi sono avvicinato all’editore australiano e tramite lui ho avuto il permesso della Rizzoli Libri in Italia, l’editore storico di Montanelli, a fare le ricerche su di lui. Tramite la Rizzoli ho avuto la collaborazione anche del Corriere della Sera che mi ha dato accesso al suo archivio storico per scegliere i migliori articoli.   Alla fine ho consegnato il manoscritto per l’approvazione dell’editore italiano e il suo consulente Franco Grassi non solo l’approvò per l’estero, ma persino ne consigliò un’edizione italiana.

Il libro non è una semplice antologia e non racconta solo la vita del Montanelli giornalista presentando i migliori articoli di ogni fase della sua carriera. Il volume narra anche la Storia d’Italia nelle fasi più importanti del ventesimo secolo, e lo fa con l’ordine cronologico della vita stessa del grande Indro.

Purtroppo non ero al corrente dell’errore dell’editore australiano nelle trattative per i diritti degli articoli, tradotti, lo ripeto, nella mia madrelingua, l’inglese, ben consapevole delle difficoltà con l’italiano degli anglosassoni e degli stessi italiani di seconda e oltre generazione. L’editore a mia insaputa non fece accordi legali con gli eredi come consigliato dalla responsabile della Rizzoli. Quando nel 2009 annunciò finalmente l’uscita del libro la risposta dell’Italia dagli eredi fu prima un rinvio, poi seguito dall’ordine di non pubblicare il libro.

Purtroppo a pagare il prezzo dell’errore dell’editore australiano non è stato lui, ma io che dopo tanto lavoro, ancora oggi ho scritto un libro che non posso pubblicare.

Battaglia importante

Questa battaglia è importante perché libri del genere sono fondamentali per far conoscere la nostra Storia e la nostra Cultura al mondo, a partire dai nostri parenti e amici all’estero che nel loro percorso scolastico non hanno mai avuto il modo di poterlo fare, soprattutto nella lingua dei loro paesi di residenza.

Indro Montanelli è certamente un personaggio controverso, ma chi meglio di lui può spiegare al pubblico internazionale l’Italia del ‘900? Chi meglio di lui ha conosciuto i potenti e le figure centrali nel corso di un secolo che non solo ha visto due guerre mondiali, ma ha anche visto milioni di italiani costretti a emigrare?

La risposta è semplice, nessuno.

Lottare

Il libro è stato scritto anche nella speranza di dare poter dare luce anche ad altri nostri autori e giornalisti nel corso del tempo. Il mondo anglosassone e le varie generazioni di italiani all’estero, conoscono davvero poco dei nostri grandi del giornalismo e della letteratura italiana. Eppure l’Italia è stata culla di civiltà e di cultura.

Da autore, e ora giornalista,   mi sento discriminato perché non appartengo al gotha della cultura italiana, ma sono semplicemente il figlio di emigrati italiani, laureato in Storia Moderna e quindi più che capace di scrivere un libro del genere come testimonia Franco Grassi, il consulente italiano che ha approvato il manoscritto. E soprattutto porto nel mio cuore il grande amore per la cultura insita nel mio Dna, e trovo davvero ingiusto il blocco al libro da me scritto con un No senza alcuna spiegazione. Gli eredi hanno sempre rifiutato anche solo 5 minuti di incontro con me, un atteggiamento inspiegabile dagli eredi di un uomo che ha sempre difeso la Libertà di Stampa.

Gli sbagli che fecero bloccare il libro non furono i miei, ma a pagarne il prezzo sono io. E lo stesso Indro Montanelli che scrisse “la memoria degli italiani per i loro autori è scritta sull’acqua”. Ma quello che dovrebbe far riflettere di più è che un grande autore come Montanelli , che nel 2001 fu dichiarato “Eroe della Stampa Mondiale” per il suo lavoro per la libertà di stampa nel mondo, sia così poco conosciuto all’estero, nel senso vero e proprio della parola ‘conoscenza’. Per conoscerlo bisogna leggerlo, ma lasciare le sue opere solo in italiano non è la soluzione per raggiungere la conoscenza internazionale della sua grande opera.

 

di emigrazione e di matrimoni

The Forbidden Book: The Troublesome Witness

Ten years ago my book “The Troublesome Witness” should have been released. The book was to be the first English biography of the great Italian journalist Indro Montanelli.

by Gianni Pezzano

Ten years ago my book “The Troublesome Witness” should have been released. The book was to be the first English biography of the great Italian journalist Indro Montanelli, a book that contains a selection of his best articles over a seven decade career and reporting that would have amazed the world but this is still to happen.

In fact, nearly eighteen years after his death Indro Montanelli is still unknown to the great English language public and more specifically to the Italians overseas who with his works would have understood better the wonders of our past and our Culture.

Unfortunately the Montanelli Foundation and his heirs decided to block the book for reasons I have never understood. Worse still, they have never even given me the chance to be able to find an amicable solution to this impasse, rather, they have refused every attempt to communicate with them and they have even threatened legal action, despite the fact I have never committed an illegal act in their regards and that I have repeatedly tried to speak in a conciliatory way with them

Culture

I carried out decades of activity for the promotion of our Culture in Australia and over those years I understood that we must use means and messages specifically prepared for promoting Culture internationally, starting with the Italians overseas who know little or nothing about our Culture History or politics. I wrote the book with this well in mind.

Furthermore as a university graduate in Modern History, I found Indro Montanelli of enormous interest for two specific reasons. The first is that he was truly the “witness to a century” as he was described in 2001 after his death 92 and a seventy year career. The second highly essential reason was his extraordinary capacity to write complicated concepts in a few words and to explain clearly and unambiguously what he had seen and to express clear opinions on important incidents, even of worldwide interest. The two points make Montanelli a key person as a launching ramp for promoting our Culture and History.

Therefore let us explain who was Indro Montanelli.

Incredible career

Undoubtedly Indro Montanelli was and still is our most important journalist and for many reasons also the most controversial. He was an officer of Italy’s army during the colonial war (which at the time he described in a bestselling book), he was exiled after a controversial report after a “battle” in the Spanish Civil War involving Italian soldiers for which he was exiled for a time and for a period suspended as a journalist as punishment. He was a war correspondent during the Second World War in Poland (where he met Hitler), he saw the Soviet invasion of the Baltic States, he was present at the German invasion of Norway and in an especially spectacular way he witnessed the two wars between tiny Finland and the Soviet Union in 1940 and Italy’s war in the Balkans. He was arrested by the Germans and sentenced to death before fleeing to Switzerland. On his return to Italy he witnessed the incident in Milan’s Piazzale Loreto described by Ferruccio Parri as the “Mexican butcher shop” when the former dictator and his followers were displayed after their execution in April 1945.

After the war he continued as a international correspondent for Milan’s famous Il Corriere della Sera during which he witnessed the end of the American occupation of Japan, the Korean War, the division of the sub-continent into India and Pakistan, the beginning of the wars on Independence in Vietnam and Algeria, and the creation of the state of Israel. He ended his international career in 1956 with the Battle of Budapest that strangled the revolt of the Hungarians against the Soviet supremacy and the reports of that battle are not only masterpieces but were also the cause of much controversy in Italy. All these incidents are described in his articles in the book.

On his return to Italy he followed Italian politics, he created a new newspaper Il Giornale” (literally “The Newspaper) after leaving Il Corriere della Sera, he was kneecapped by the Red Brigade terrorists, he sold the newspaper to Silvio Berlusconi to then argue with him and leave the newspaper after the tycoon entered politics in 1994.

He returned to Il Corriere della Sera to become its most important opinion writer and he wrote the daily La Stanza di Montanelli (literally “Montanelli’s Room) section in which he answered readers’ questions. He continued in these roles until his death by cancer on July, 22nd, 2001.

As my stunned now ex Australia n publisher said at the time, how can the international public not know a man such as this? Indeed, this was the very reason that led me to write the book. Indeed, how can he not be known?

Publishers in Australia and Italy

So I approached an Australian publisher and through him we obtained the permission of Rizzoli Libri in Italy, Montanelli’s historic publisher, to carry out the research on him Through Rizzoli I also obtained the collaboration of Il Corriere della Sera which gave me access to its historic archives to choose his best articles. In the end I delivered the manuscript for their approval and their consultant Franco Grassi not only approved it for overseas release he even recommended an Italian edition.

The book is not simply an anthology and it does not tell only Montanelli’s life as a journalist by presenting the best articles from every stage of his career. The book also narrates Italy’s history in the most important stages of the twentieth century and it does so chronologically in line with the great Indro’s life.

Unfortunately I was not aware of my Australian publisher’s mistake in the negotiations for the rights to the articles that I had translated into my mother tongue English, I repeat, because I was well aware of the problems of English language speakers, including even Italians of second and later generations overseas, with Italian. Unknown to me the publisher had not signed an agreement with the heirs as advised by Rizzoli publisher’s director. When he finally announced in 2009 the release of the book the answer from Italy was first to ask for a delay and then to order that the book not be published.

Sadly the person paying the price for the Australian publisher’s mistake was not he but me who, after a lot of work, I still find myself with a book I wrote and cannot publish.

Important Battle

This battle is important because books such as this one are essential to make our History and Culture known to the world, starting with our relatives and friends overseas who during their schooling never had the manner to do so, above all in the languages of their countries of residence.

Indro Montanelli is certainly a controversial person but who better that he can explain Italy of the 20th century to the international public? Who better than he who met the powerful and central figures of international politics during the century and who saw not only two world wars but also saw millions of Italians forced to migrate?

The answer is simple, nobody.

Fight

The book was also written in the hope of over time putting other Italian writers and journalists under the spotlight. The English speaking world and the various generations of Italians overseas truly know little of the great exponents of Italian journalism and literature and yet Italy was the cradle of Civilization and Culture.

As an author and now a journalist I feel discriminated because I do not belong to the elite of Italian Culture but am simply the son of Italian migrants with a degree in Modern History and therefore more than capable of writing such a book as stated by Franco Grassi, the consultant who approved the manuscript. And above all I carry in my heart and DNA a great love for our Culture and I truly find it unjust that the book I wrote was blocked with a refusal that has never explained. The heirs have always refused me even a few minutes minutes of discussion, an unexplainable attitude by the heirs of a man who always defended Freedom of the Press.

The mistake that led to the blocking of the book was not mine but I am the one paying the price. The same Indro Montanelli also wrote that “Italy’s memory for its authors is written on water” And what should make us think even more is that a great author such as Montanelli, who in 2001 was declared a “Hero of the World’s Press” for his work for Freedom of the Press, is so little known overseas, in the true sense of the word “known”. To be known he must be read but to leave his works only in Italian is not the answer to achieving international knowledge of his great work.

La Tortura dell’Anima – The Torture of the Soul

di emigrazione e di matrimoni

La Tortura dell’Anima

Per nascita e quindi per legge Sara Gama, capitano delle Azzurre, è italiana a tutti gli effetti. Il razzismo non ha un ruolo in una società moderna, è l’antitesi del concetto che siamo tutti nati con gli stessi diritti e doveri

Di Gianni Pezzano

Per la terza volta mi sono trovato a subire due ore di tortura durante una partita di calcio. La partita tra le nazionali della mia anima, l’Italia e l’Australia, nel mondiale femminile in Francia ha suscitato i ricordi delle altre due volte, nei giochi olimpici di Sydney del 2000 vinta dagli Azzurri con un gol di Pirlo e poi il quarto di finale nei mondiali del 2006 in Germania con la vittoria italiana su rigore di Totti che ha portato alla conquista del nostro quarto titolo mondiale.

Però, la partita di domenica aveva un aspetto particolare e non solo perché ora abito in Italia.

In Australia il calcio è ancora considerato da molti il wogball, lo sport dei non australiani che non è degno d’essere giocato da “uomini veri” che praticano il football australiano, oppure una delle due versioni del rugby, l’Union e il League. Era lo sport che molti utilizzavano per giustificare le discriminazioni che abbiamo subito.

Come sempre durante queste partite mi sono trovato a festeggiare e disperarmi allo stesso tempo: al vantaggio delle Matildas australiane, poi al pareggio e al gol vittoria della Azzurre. Non so mai per chi tifare in queste partite e alla fine mi trovato stremato emozionalmente.

A partita finita volevo mettere in parole i miei sentimenti e pensieri, ma davanti al pc ho capito che non ero pronto per farlo e la notte mi ha fatto capire il perché. Quel che devo raccontare non è l’esito della partita, ma quel che molti all’estero non hanno visto e che non ci fa onore, anzi…

Bigotti

Come ormai è consuetudine nei tornei sportivi internazionali la FIGC, la Federazione Italiana Giuoco Calcio ha rilasciato sulla stampa e ai social media, la foto di gruppo ufficiale delle giocatrici che rappresentano il paese al torneo francese. I volti sorridenti delle ragazze sono belli da vedere, ma in pochi minuti una parte del paese si è fatta sentire perché offesa da un dettaglio della foto.

Abbiamo letto frasi come “perché è in mezzo lei?”, “ma quella non è italiana”, “come fa a essere italiana?” oppure, peggio ancora, “quella non mi rappresenta”. A rendere questa campagna denigratoria ancora peggiore sono state le accuse che la federazione voleva “fare politica” contro il Ministro dell’Interno, Matteo Salvini della Lega.

Ma cosa c’era in quella foto che ha attirato i commenti della parte ‘bigotta’ del paese?

La risposta è semplice, è la bella ragazza in mezzo nella prima fila che ha la pelle scura, i capelli ricci e, per molti dei critici ancora più allarmante, è soprattutto la “capitana” della nostra nazionale.

La Capitana

E chi è Sara Gama, l’azzurra che porta il numero 3 e anche la fascia da leader delle Azzurre?

La trentenne è nata e cresciuta a Trieste, da padre congolese e madre italiana. Attualmente gioca per la Juventus della quale è anche capitano della squadra che ha vinto gli ultimi scudetti e una Coppa Italia. Dal 2008 gioca per la Nazionale per la quale ha giocato ben oltre cento partite segnando cinque reti. Bisogna far notare che la tradizione italiana è che il capitano della nazionale è sempre colui o colei che ha giocato più partite.

In parole povere, per nascita e quindi per legge Sara Gama è italiana a tutti gli effetti.

Il nuovo volto

Quindi la domanda da fare ai critici è: come fa una ragazza nata e cresciuta in Italia che, cittadina del paese, ci rappresenta nei tornei sportivi internazionali più importanti a NON essere italiana?

Tristemente chi scrive le offese sui social media non pensa a questo, ma nega quel che deve essere ovvio a tutti ormai, il volto d’Italia sta cambiando e succede da tempo.

Per essere nato e cresciuto in Australia da genitori italiani, posso testimoniare che questi comportamenti non succedono solo nel Bel Paese. Purtroppo, i pregiudizi di alcuni non si limitano solo ai pensieri, ma si esprimano sempre sui social media e, come vediamo nei giornali e i telegiornali anche in pubblico, mezzi pubblici, ai bar e persino nei campi sportivi.

Infatti, troppe volte negli ultimi anni giocatori stranieri negli stadi italiani sono stati soggetti di cori vergognosi da parte di tifosi avversari per il motivo sciocco del colore della pelle.

Senza colore o passaporto

Noi che abbiamo vissuto all’estero abbiamo sentito innumerevoli volte la battuta che italiano  è sinonimo di Mafia, anche se la stragrande maggioranza di noi non ha mai commesso un atto criminale. Ma questo non cambia il fatto che il ‘bigotto’ straniero ci vede cosi.

Il giudizio che gli stranieri hanno fatto di noi non si basa sui nostri atti personali ma sulle nostre origini, sul nostro passaporto e anche sul colore della nostra pelle, perché in alcune paesi non siamo considerati “bianchi”.

I bigotti, cioè i razzisti, giudicano la persona dal colore della pelle, dall’accento, dalle origini e dal passaporto.

Ma chi utilizza la “razza” per disprezzare e odiare il vicino non vuol capire che la Bellezza e la Stupidità, il Genio e la Criminalità non hanno colore di pelle, non hanno origini specifiche e certamente non hanno una lingua o un passaporto che identifica una persona in una di queste quattro categorie.

Si deve giudicare l’individuo solo sul comportamento sociale, sulle proprie capacità e i propri talenti, sulle proprie imprese, i propri reati e nei propri delitti. E questo non succede con il razzismo.

Anima

Chi crede nel Cristianesimo crede nell’anima e altri credono nel Karma che premia o castiga il comportamento individuale. Ma nel razzismo, che vediamo sta tornando alla ribalta in troppi paesi, quasi sempre come volto del “nazionalismo” cieco vediamo che sta tornando di moda grazie a certi politici in molti paesi, compreso il nostro, il metro per giudicare le persone è proprio quello degli aspetti che nessuno di noi potrà mai controllare perché non decidiamo il colore della nostra pelle, dove nasciamo e con quale passaporto.

Allora perché disprezzare, criticare, inveire contro il volto nuovo e nei casi estremi aggredire e persino uccidere persone perché sono diverse da noi?

Sì, la partita di domenica per me è stata l’ennesima battaglia tra le due parti della mia anima, ma nei giorni prima e dopo la partita la mia anima si è sentita ancora più torturata perché i commenti feroci contro la nostra rappresentante in Azzurro erano quelli che ho sentito contro di me troppe volte e resi ancora peggiori perché non erano in inglese ma in italiano.

Il razzismo non ha un ruolo in una società moderna, è l’antitesi del concetto che siamo tutti nati con gli stessi diritti e doveri. Ma il razzista crede che pelle, passaporto e origine decidono quali diritti possiamo godere e quali non. Questo non può far parte di una Democrazia moderna, in nessun paese, a partire dal nostro.

Perciò, se davvero vogliamo vedere una società equa dove tutti abbiano gli stessi diritti e doveri, è ora che prendiamo posizione contro un Nemico della nostra Costituzione, il razzismo.

Il nostro calcio ha finalmente cominciato a capire che bisogna agire contro i cori razzisti, ma non basta, è la battaglia di tutti noi che crediamo nei valori di quel che molti chiamano la “Costituzione più bella del mondo”. Il razzismo non ha ruolo nel nostro paese perché il momento che l’accettiamo contro una sola persona apriamo la porta ai pregiudizi e le discriminazioni.

Basta vedere i monumenti in giro per tutto il paese per ricordare l’esito di pregiudizi come questi.

 

di emigrazione e di matrimoni

The Torture of the Soul

By birth and therefore by law Sara Gama, the captain of our national female team, is Italian in all respects. Racism has no role in a modern society, it is the antithesis of the concept that we are all born with the same rights and duties.

By Gianni pezzano

For the third time I found myself suffering two hours of torture during a football match, The game between my soul’s two national teams, Australia and Italy in the women’s World Cup in France raised memories of the other two times, in the 2000 Sydney Olympics won by Italy with a goal by Pirlo and then the quarter final of the 2006 FIFA World Cup in Germany won by Italy with Totti’s penalty that led to our fourth World title.

However, Sunday’s game has a particular aspect and not only because I now live in Italy.

In Australia football (soccer) is still considered by many as wogball, the sport of non-Australians that is not worthy of being played by “true men” who play Australian rules football or one of the two versions of rugby, Union or League. It was the sport that many used to justify the discrimination we suffered.

As always during these games I found myself celebrating and despairing at the same time, when the Australian Matildas took the lead, then after the draw and winning goal by Italy’s Azzurre. I never know who to support in these games and at the end I was exhausted emotionally.

At game’s end I wanted to put my emotions and thoughts into words but when I was sitting at the PC I understood I was not ready to do so and the night made me understand why. What I had to tell was not the outcome of the game but what many overseas did not see and that does us no credit, rather…

Bigots

As is now the habit during international sporting competitions the FIGC, Italy’s Football Federation, released to the press and social media the official group photo of the players who represent the country in the tournament in France. The smiling faces of the young ladies are beautiful to see but in a few minutes a part of the country made itself heard because it felt offended by a detail in the photo.

We read phrases like “why her in the middle?”, “but she is not Italian”, “how can she be Italian?”, or worse still “that one does not represent me”. What made this derogatory campaign even worse were the accusations that the Federation was “playing politics” with the target Italy’s Interior Minister Matteo Salvini of the Lega.

What was in that photo that drew these comments from the bigoted part of the country?

The answer is simple, it was the beautiful young lady in the middle of the front row who has dark skin and curly hair and, for many critics even more alarmingly, is above all the captain of our national team.

The Captain

And who is Sara Gama, the Italian player who wears the number 3 and also the armband of the team’s leader?

The thirty year old was born and raised in Trieste of Congolese father and Italian mother. She currently plays for Juventus of which she is also the captain of the team that won the last two Italian national titles and an Italian Cup. She has been playing for the Italian national team since 2008 with which she has played more well over 100 games and scored five goals. It is worth noting that the Italian tradition is that the captain of the national team is always the player with the most games.

Put simply, by birth and therefore by law Sara Gama is Italian in all respects.

The new face

Therefore the question we must ask the critics is how can someone born and raised in Italy and then born an Italian citizen and who represents us in the most important international sporting competitions NOT be Italian?

Sadly those who write the offensive comments on the social media do not think of this but deny what must be obvious to everyone by now, Italy’s face is changing and this has been happening for some time.

As someone born and raised in Australia of Italian migrant parents I can testify that this behaviour does not happen only in Italy. Unfortunately, the prejudice of some is not limited only to thoughts but is always expressed on the social media and, as we are seeing, in the newspapers and TV news, in public, on public transport, in the bars and even in the sporting stadiums.

In fact, too many times in recent years foreign players in Italian stadiums have been subjected to shameful chants from opposing fans for the stupid reason of the colour of their skin.

Without colour or passport

Those of us who have lived overseas have heard countless times the crack that Italian is synonymous with Mafia, even if the vast majority of us have never committed a criminal act. But this does not change the fact that the foreign bigot sees us like this.

The judgments that foreigners have made of us is not based on our personal actions but on our origins, on our passport and also on the colour of our skin because in some countries we are not considered “white”.

The bigots, or rather the racists, judge a person on the colour of the skin, on the accent, on the origins and on the passport.

But those who use “race” to scorn and hate the neighbour do not want to understand that Beauty and Stupidity, Genius and Criminality do not have a skin colour, they have no specific origins and they certainly do not have a language or a passport that identifies a person as belonging to one of these categories,

Individuals must be judged purely on their social behaviour, on their personal skills and talents, on their deeds, their crimes and on their murders. And this does not happen with racism.

Soul

Those who believe in Christianity believe in the soul and others believe in Karma which rewards or punishes individual behaviour. But in the racism that is returning to the limelight in too many countries, almost always with the face of blind “nationalism”, we see coming back into fashion, thanks to certain politicians in many countries including our own, that the yardstick for judging people are those very aspects that none of us will ever be able to control because we do not decide the colour of our skin, where we are born and with which passport.

So why despise, criticize, revile the new face and in the extreme cases assault and even kill people because they are different from us?

Racism has no role in a modern society, it is the antithesis of the concept that we are all born with the same rights and duties. But the racist believes that skin, passport and origins decide which rights we can enjoy and which not. This cannot be part of a modern Democracy in any country, starting with ours.

Therefore, if we truly want to see a fair society we must all have the same rights and duties and it is time that we make a stand against our Constitution’s Enemy, racism.

Our football has finally begun to understand that we must act against the racist chants but it is not enough, it is the battle of all of us who believe in the values of what many call the “world’s most beautiful Constitution”. Racism has no role in our country because the moment we accept it against one single person we open the doors to prejudice and discrimination.

We only have to see the monuments around the country to remember the outcome of prejudices such as these.

Il Diritto e il Dovere – The Right and the Duty

di emigrazione e di matrimoni

Il Diritto e il Dovere

Non   votando il cittadino decide di non contribuire alla decisione di chi governerà il paese

Di Gianni Pezzano

In un periodo nel quale la parola elezioni in Italia ha un senso quasi permanente con ministri che sembrano in modalità campagna elettorale eterna, dobbiamo fare qualche pensiero a quel che è l’essenza stessa del nostro modo di governare, votare.

La Democrazia, in qualsiasi forma, si basa sul concetto che i cittadini abbiano una voce nella decisione di chi governerà il paese per un periodo di tempo. Ogni paese ha la propria versione di Democrazia, e quella italiana fu scritta con un pensiero particolare, di evitare il più possibile il ritorno di una dittatura nel paese. Questo era il compito della nostra Costituzione e la decisione della popolazione italiana nel referendum del 2 giugno 1946 fu che questo modo doveva essere nella forma di una Repubblica.

La Costituzione italiana scritta dall’Assemblea Costituente del 1946 stabilì che votare sia un diritto importante per tutti i cittadini italiani maggiorenni e infatti questo portò al diritto costituzionale di di voto anche   alle donne. Ma dobbiamo ricordarci che questo diritto non è stato un “regalo” dei potenti, ma un diritto acquisito con il sangue di quelli che hanno lottato per la caduta della dittatura.

Ruolo fondamentale

La Costituzione italiana nacque da un periodo particolare della nostra Storia, nacque da un paese in rovine e diviso da oltre vent’anni di dittatura e centinaia di migliaia di morti. La democrazia precedente aveva permesso l’ascesa della dittatura dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti e gli uomini e donne che fecero parte dell’Assemblea Costituente erano ben coscienti di questo fallimento.

Perciò la Costituzione da loro redatta mise ben in mostra i diritti e doveri di ciascun cittadino e quello più importante cioè il voto.

Purtroppo oggigiorno la diminuzione di presenze alle urne alle elezione europee due settimane fa, ha confermato che molti italiani hanno perso il senso dell’importanza di questo diritto.

Nel fare queste considerazioni non vogliamo limitarci solo all’Italia, ma desideriamo estendere il pensiero a tutte le democrazie perché ognuna sta attraversando un periodo di delusione verso la propria forma di governo, che ha garantito loro non solo successo economico nel caso della maggioranza dei paesi più grandi, come il nostro, ma anche una libertà personale impossibile nelle altre forme di governo.

Alle urne

Nel corso dei decenni a partire dal 1946 e le moltitudini di governi, politici e tecnici, abbiamo visto i cittadini italiani perdere fiducia nel sistema di governo. La risposta di molti è stata di abbandonare l’urna elettorale con la mentalità del “tanto non cambia niente”.

Però è proprio questa mentalità che mette in pericolo qualsiasi Democrazia moderna. Se, come nel caso delle elezioni presidenziali americane del 2016 nelle quali solo la metà circa dei cittadini ha votato, come fa il vincitore a dire che in realtà possa “rappresentare” il paese?

Questo non è un giudizio sull’operato del Presidente Donald Trump che sarà fatta solo nel futuro dalla Storia, ma una domanda seria perché è la base stessa del processo democratico. Infatti, la presenza italiana alle urne due settimane fa non è stata molto sopra la percentuale americana del 2016.

È facile per un qualsiasi cittadino criticare i politici e infatti il diritto d’opinione ed espressione è altrettanto fondamentale per una Democrazia efficace, ma basta criticare ed esprimere la critica in modo ufficiale non votando?

La risposta deve essere senza dubbio negativa.

Nel non votare il cittadino decide di non contribuire alla decisione di chi governerà il paese. Nel non votare il cittadino da più potere politico a gruppi e gruppetti minori che potrebbero anche avere ragione su alcune vicende, ma senz’altro non esprimono le idee e i pareri della maggioranza del paese.

Senza il voto della maggioranza dei cittadini l’esito di qualsiasi elezione non sarà mai fedele del tutto alle opinioni e idee del paese in generale, bensì i governi da queste elezioni indirizzeranno sempre le loro decisioni in base al loro elettorato che li ha votati.

In questi casi il cittadino che non ha votato deve davvero capire che la situazione che lui non gradisce non sono state determinate dai politici, ma dalla sua decisione di non votare invece di decidere direttamente chi sarebbe stato il suo candidato preferito.

Questo è il senso della frase in testa a questo articolo. Chi vota decide sempre il governo ma la croce di quella decisione sarà portata anche da chi NON ha votato.

Ma come si fa ad assicurare che il maggior numero di cittadini possibile voterà?

Obbligatorio

Nel caso italiano e di molti altri paesi il voto è libero e la decisione di non votare è rispettata. Ma davvero questa è il miglior modo di dar voce alla maggioranza?

In Australia esiste da 95 anni l’obbligo del voto e chi non si presenta all’urna elettorale rischia di dover pagare una multa. Questa decisione ha assicurato che le presenze siano alte ai seggi, anche se c’è sempre stato chi ha presentato scheda bianca o nulla (spesso con commenti ironici verso politici in generale). Naturalmente nessuno saprà mai chi siano questi cittadini, ma almeno i cittadini non possono dire che una minoranza rumorosa abbia deciso l’elezione.

Attualmente una ventina di paesi hanno il voto obbligatorio, tra questi ci sono la Grecia, il Belgio e l’Argentina.

Non sappiamo se questa sia una risposta ma come paese dobbiamo seriamente pensare a come far capire ai cittadini non votanti che devono far sentire le loro voci nella procedure che decidono i nostri governi per il prossimo futuro.

Politici

Ma non dobbiamo esentare i politici dal dibattito sulla bassa presenza di elettori alle urne.

Fin troppo spesso i nostri governanti hanno guardato soprattutto i loro sostenitori e dimenticano che chi siede ai banchi del governo in Parlamento non rappresenta solo minoranze, ma tutto il paese. Nel rappresentare gli interessi di gruppi particolari danno sempre l’impressione ai cittadini di non voler fare il bene per il paese in generale.

Inoltre, sentiamo la lamentela di non voler “votare il meno peggio”. Questa frase rivela il fatto che i programmi elettorali dei nostri partiti e candidati non sono veri e propri programmi governativi, ma spot da presentare in salotti televisivi e da urlare a quei sempre meno comizi elettorali che vediamo nel paese, per persuadere i loro elettori a continuare a votarli, ma quasi mai cercano di attirare chi non li ha votati nel passato. Per questo vediamo relativamente pochi cambiamenti nei voti a livello nazionale in paragone ad altri paesi.

Allora spetta anche e soprattutto ai politici incentivare i cittadini a votare perché, in fondo il voto del più povero conta quanto il voto del più ricco o più potente, ma nella maggioranza dei casi, le decisioni dei politici colpiscono i più deboli.

Quindi da paese dobbiamo capire che votare non è solo un Diritto ma anche un Dovere perché dobbiamo essere noi tutti a decidere chi ci governa e non solo i gruppi e gruppetti rumorosi.

 

di emigrazione e di matrimoni

The Right and the Duty

By not voting the citizen decides not to contribute to deciding who will govern the country

By Gianni Pezzano

In a period in Italy in which the word election has an almost permanent sense with ministers in eternal campaign mode, we must think about what is the very essence of our way of government, voting.

Democracy, in any form, is based on the concept that the citizens have a voice in deciding who will govern the country for a period of time. Every country has its own form of Democracy and the Italian form was designed with a specific thought in mind, to avoid as much as possible the return of a dictatorship to the country. This was the basic role of our Constitution and the decision of Italy’s population in the referendum of June 2nd, 1946 was that this had to be in the form of a Republic.

Italy’s Constitution written by the 1946 Constituent Assembly established that voting was an important right for all of Italy’s adult citizens and in fact this was also the Italian Constitution that extended the right to voting to women. But we must also remember that this right was not a “gift” by the powerful but a right bought with the blood of those who fought for the fall of the dictatorship.

Fundamental role

Italy’s Constitution was born in a particular period in our history; it was born in a country in ruins and divided by more than twenty years of dictatorship and hundreds of thousands of dead. The previous Democracy had allowed the ride of the dictatorship after the assassination of Giacomo Matteotti and the men and women who took part in the Constituent Assembly were well aware of this failure.

Thus, the Constitution written by them put well on display the rights and duties of each citizen and the most important of these was the right to vote.

Unfortunately, today the decreasing attendance at the polling booths at the European elections two weeks ago confirmed that many Italians have lost the sense of importance of this right.

In making these consideration we do not want to limit ourselves only to Italy but we wish to extend the thoughts to all Democracies because each one is passing through a period of disappointment towards its form of government that guaranteed not only economic success in the case of the majority of the countries with the biggest economies, such as ours, but also personal freedom that is impossible in other forms of government.

At the ballot box

Over the decades and the many governments, political and technical, since 1946 we have seen Italian citizens lose confidence in the system of government. The answer of many has been to abandon the ballot box with the state of mind that “in any case nothing will change”.

However, it is this very state of mind that puts any modern Democracy in peril. If, as we saw in the case of the American presidential elections in 2016 in which only about half the citizens voted, how can the winner say that in reality he or she “represents” the country?

This is not a judgment on the work of President Donald Trump which will be made only in the future by history, but a serious question because it is the very basis of the democratic process. In fact, the Italian attendance at the ballot box two weeks ago was not much higher than the American percentage in 2016.

It is easy for any citizen to criticize politicians and in fact the right to freedom of opinion and expression are just as essential for an effective Democracy, but is it enough to express the criticism officially by not voting?

The answer must without doubt be in the negative.

By not voting the citizen decides not to contribute to deciding who will govern the country. By not voting the citizen gives more political power to small and minor groups that could be right on some matters but they certainly do not express the ideas and opinions of the majority of the country.

Without the votes of the majority of citizens the outcome of any election will never be faithful to all the ideas and opinions of the country in general, rather, the governments of these election will always address their decisions according to the electoral base that elected them.

In these cases the citizens who did not vote must truly understand that the situation that they do not like was not created by politicians but by their decision not to vote instead of deciding directly who would have been their preferred candidate.

This is the sense of the phrase written in the head of this article. Who votes always decides the government but the cross of that decision will always be borne also by those who did NOT vote.

But how do we ensure that the greatest number of citizens possible will vote?

Compulsory

Is the case of Italy and many other countries voting is free and the decision not to vote is respected. But is this really the best way to give voice to the majority?

There has been compulsory voting in Australia for 95 years and those who do not go to the polling booth risks having to pay a fine. This decision has ensured that the attendance is high at the polling stations, even if there have always been those who present a blank or informal ballot paper (often with ironic comments on politicians in general). Naturally no one will ever know who these citizens are but at least the citizens cannot say that a noisy minority decided the election.

At the present time about twenty countries have compulsory voting, including Greece, Belgium and Argentina.

We do not know if this is the answer but as a country we must seriously think about how to make nonvoting citizens understand that they must make their voices heard in the procedure that decides our government for the near future.

Politicians

But we must not exempt politicians from the debate on the low attendance at the ballot box by electors.

All too often those who govern us have looked after their supporters above all and forget that those who sit at the government benches in parliament do not represent only minorities but all the country. By representing specific interest groups they always give citizens the impression of not wanting to do good for the country in general.

Furthermore, we hear the complaint of not wanting to “vote the least worst”. This phrase reveals the fact the electoral programmes/agendas of our parties and candidates are not true programmes for governing but advertising spots to be presented in television salons and to be yelled at the increasingly fewer campaign meetings that we see to persuade their electors to continue voting for them but they almost never try to attract those who did not vote for them in the past. For this reason we see relatively few changes in votes nationally compared to other countries.

So it is also and above all up to politicians to give encourage citizens to vote because, essentially the vote of a poor person counts just as much as the vote of the richest or most powerful but in the majority of cases the decisions of the politicians damage the weakest.

Therefore, as a country we must understand that voting is not only a Right but also a Duty because we must all decide who governs us and not only noisy minorities.

Quella Razza Vile – That Vile Race

di emigrazione e di matrimoni

Quella Razza Vile

È facile parlare di quel che gli italiani all’estero hanno fatto, ma pochi in Italia sanno che queste imprese non sono state affatto facili, soprattutto perché per molti altri all’estero, noi italiani siamo sempre stati “la razza vile”.

Di Gianni Pezzano

L’immagine in testa a questo articolo appare regolarmente sulle pagine degli italo-americani sul social media. È l’annuncio per un bando per lavori civili in quel paese e dice esplicitamente che la società vincitrice doveva formalmente firmare un impegno di non impiegare mano d’opera italiana nel corso dei lavori.

Purtroppo non è stato un caso isolato. Peggio ancora, come molti hanno imparato in seguito alle scuse formali della Città di New Orleans per il linciaggio di undici connazionali nel 1891, le discriminazioni che subivamo come nazionalità non si limitavano solo a qualche parola di sdegno da persona ignorante. E non tanto raramente le discriminazioni potevano anche arrivare da persone o istituzioni inaspettate.

Allora cosa vuol dire subire discriminazioni per un emigrato italiano e i suoi figli, anzi per qualsiasi immigrato di qualunque paese?

Facciamo una carrellata di incidenti che testimoniano quel che italiani, adulti e bambini hanno subito all’estero e nemmeno in anni tanto lontani.

Scuola

And you mark that wog bastard even closer, he’s scoring too much” ( “E tu marca più stretto quel bastardo di wog, ha già segnato troppo”).

Quel wog bastard ero io e le parole furono pronunciate a metà tempo, durante una partita di pallacanestro tra la mia scuola e la squadra di coetanei di un prestigioso collegio privato e protestante di Adelaide in Australia negli anni 70. Furono pronunciate dall’allenatore avversario dopo che avevo segnato un bel numero di punti. L’allenatore non era nemmeno un genitore qualsiasi che prestava servizio alla scuola, ma un uomo che all’epoca era anche uno sportivo a livello internazionale, che regolarmente rappresentava l’Australia sui campi di gioco in giro per il mondo.

Sarebbe facile parlare di “ignoranti” isolati. Tristemente per me e molti, troppi altri figli di migranti italiani della generazione nata dopo la seconda guerra mondiale, le battute e i commenti che sentivamo erano incessanti. Sentivamo le battutacce sui soldati italiani, di carri armati italiani con sei marce, la prima e cinque retromarce, sentivamo barzellette dove un italiano era sempre l’antagonista.

Se rispondevamo ai commenti, a volte anche con i pugni, il commento del bulli di turno era spesso “Tornate da dove venite!”. Cosa potevamo dire in risposta essendo anche noi nati in quel paese? Quel commento di tornare “da dove siete venuti” lo vedi a volte ancora oggi sui social media se una persona con un nome italiano scrive qualcosa che altri considerano critico del nostro paese di nascita.

Solo anni dopo abbiamo capito che i ragazzini non potevano sapere niente dei soldati o carri armati italiani, e che le frasi e i commenti erano state pronunciate dei genitori e gli altri adulti in casa. Infatti, in molti casi, i padri avevano proprio combattuto contro soldati italiani in una guerra dove l’Italia aveva dichiarato guerra agli altri e mai viceversa.

Le scuole poi, anche quelle cattoliche per le famiglie che se le potevano permettere, aggiungevano la loro discriminazione, perché giudicavano le capacità degli studenti per la pronuncia sbagliata o non della lingua inglese, e allora gli studenti italiani erano spesso limitati alle materie che gli insegnanti consideravano appropriate per le loro “capacità limitate”. Non tenevano conto che questo era perché parlavamo l’italiano in casa e non indicava minimamente il nostro vero livello d’intelligenza o di capacità.

Nel caso delle studentesse italiane, i pregiudizi si tramutavano in consigli a cercare lavori come commesse e parrucchiere perché i più adatti alle ragazze italiane.

Per fortuna molti figli di migranti italiani hanno dato torto a queste discriminazioni con lauree e altre qualifiche, diventando professionisti in molti campi specializzati.

Neri non bianchi

Ma le cose non erano migliori per i nostri genitori. Per via degli stessi pregiudizi verso le loro figlie,   le madri italiani in moltissimi casi potevano solo fare i lavori più umili. Lavoravano come domestiche in ospedali, ecc., lavanderie, magari a cucire per riparare vestiti e così via, smentendo poi i loro detrattori nel dare ai loro figli la forza di finire gli studi per accedere ai lavori non permessi a loro e ai padri.

Nel caso dei padri, le discriminazioni non si limitavano solo ai luoghi di lavoro, ma anche in quei posti dove si recavano dopo lavoro, ai pub per fare una birra rilassante prima di tornare a casa.

Come ha descritto un nostro lettore l’anno scorso, c’erano i pub in Australia che non permettevano agli italiani, anzi i wogs e i dagos, ecc. di bere con “uomini veri”. Come negli Stati Uniti noi non eravamo “bianchi” ai loro occhi e non era raro che l’italiano fosse “invitato” a fare la sua birra all’altro pub dove andavano gli aborigeni, naturalmente questa non era la parola che utilizzavano ma altre molto più offensive non degne d’essere ripetute.

Cinema, televisione e realtà

Poi, in tutti i campi della nostra esistenza la nostra immagine non era aiutata dai programmi televisivi e nei film gialli e polizieschi inevitabilmente l’antagonista era chiaramente italiano. Allora, come succede fin troppo spesso, per molta gente in ogni paese “italiano” era sinonimo di “mafia”.

Purtroppo a peggiorare questo è il fatto che la base di questa opinione non era poi tanto falsa, come abbiamo visto negli Stati Uniti con i gangster italiani. A peggiorare l’immagine degli italiani, in modo particolare nella prima metà del ‘900, era la presenza massiccia di italiani tra gli anarchici che hanno seminato terrore, attentati e assassini in molti paesi.

Tristemente l’Italia ha anche fornito munizioni per i nostri detrattori, perché nei decenni dal 1946 la successione di governi nel Bel Paese ha dato argomenti a chi vuole trovare motivi per discriminare contro di noi. I costanti cambi di governo erano la “prova” che non siamo capaci di fare le cose per bene. Lasciamo stare il fatto che molti emigrati italiani e i loro discendenti hanno trovato successo all’estero.

Peggio ancora, il terrorismo italiano degli Anni di Piombo, i decenni di terrorismo domestico con i suoi attentati, moltissimi morti e i suoi troppi misteri che non sono mai stati svelati, a partire da Piazza Fontana nel 1969, hanno solo confermato certi pregiudizi, senza dimenticare che le attività delle cosche criminali, compresi gli attentati e innumerevoli morti, sono ancora una vergogna per noi italiani onesti che siamo tutti macchiati dai loro delitti.

È facile parlare di quel che gli italiani all’estero hanno fatto, ma pochi in Italia sanno che queste imprese non sono state affatto facili, soprattutto perché per molti altri all’estero noi italiani siamo sempre stati “la razza vile”. Abbiamo dovuto lottare contro pregiudizi e discriminazioni per avere una vita nuova e questo ci da ancora più onore.

Però dobbiamo anche capire che ovunque ci siano immigrati, senza eccezioni, ci sono pregiudizi e discriminazioni contro l’immigrato di turno. Proprio a causa della nostra Storia ed esperienze, dovremmo essere i primi a lottare contro le ingiustizie.

Impariamo dalla nostra Storia e non ripetiamo gli errori altrui.

Come sempre invitiamo i nostri lettori a inviare le proprie storie personali a: [email protected]

 

di emigrazione e di matrimoni

That Vile Race

It is easy talking about what Italians overseas have done but few in Italy know that these deeds were not at all easy, especially because for many overseas we Italians have always been the “vile race”.

By Gianni Pezzano

The image at the head of this article appears regularly on the Italian-American pages of the social media. It is an advertisement for a tender for civil works in that country stating that the winning company must formally commit to not hiring Italian labour for the work.

Unfortunately it was not an isolated case. Worse still, as many learned following the City of New Orleans’s formal apology for the lynching of 11 Italians in 1891, the discrimination we suffered as a nationality was not limited only to words of disdain by ignorant people. And not very rarely the discrimination could even have come from people or institutions that you least expect.

So what does it mean for an Italian migrant and his or her children, or rather any migrant, to suffer discrimination, no matter in which country?

Let’s take a look at some incidents that testify what Italians, adults and children, suffered overseas and not even so long ago.

School

“And you mark that wog bastard even closer, he’s scoring too much. “

I was that wog bastard and the words were pronounced at half time of a basketball game between my school and a team from a prestigious private, and Protestant, college in Adelaide, Australia in the 1970s. They were spoken by the opposing coach after I had scored a good number of points. The coach was not just any parent helping the school but a man who at the time was an international sportsman who regularly represented Australia on the playing fields around the world.

It would be easy to say that we are talking about isolated “ignorant” people. Sadly for me and many, too many other children of Italian migrants of the generation born after the Second World War the jokes and comments we heard were unceasing. We heard the bad jokes about Italian soldiers, of Italian tanks with six gears, first and five reverse gears and we heard stories in which an Italian was always the antagonist.

If we answered the comments, sometimes with fists, the comment of the bully at that moment was often “Go back to where you come from!” What could we say in reply because we too were born in that country? I still see that comment of “go back to where you come from!” at times in comments on the social media if a person with an Italian name writes something others consider critical of our country of birth.

We only understood years later that the boys at school could know nothing about Italian soldiers or tanks and they had heard the comments at home pronounced by the parents and other adults. In fact, in many cases the father had actually fought against Italian soldiers in a war in which Italy had declared war on the others and not vice versa.

The schools, even the Catholic ones for those families that could afford them, then added their discrimination because they judged students by their right or wrong pronunciation of English and so the Italian students were often limited to the subjects that the teachers considered appropriate for our “limited skills”. They did not take into account that this was because we spoke Italian at home and this did not in the least indicate our true level of intelligence or skill.

On the case of Italian schoolgirls, the prejudice meant they were advised to look for work as shop assistants or hairdressers because they were the most suitable for Italian girls.

Luckily many children of Italian migrants proved these discriminations wrong with degrees and other qualifications and became professionals in many specialized fields.

Black not white

But things were no better for our parents. Due to the same prejudices towards their children Italian mothers in many cases could find only the humblest jobs. They worked as cleaning ladies in hospitals etc, laundry women, maybe seamstresses repairing clothes, etc. and then they belied their detractors by giving their children the strength to access the jobs they and their fathers were not allowed.

In the case of the fathers the discrimination was not limited only to work places but also in those places they frequented after work, in the pubs for a relaxing beer before going back home.

As one of our readers described last year there were pubs in Australia that did not allow Italians, rather wogs and dagoes, to drink with “real men”. As in the United States we were not “white” in their eyes and it was not rare for an Italian to be “invited” to have his beer in another pub where the Aborigines went, naturally this was not the word they used but others what were much more offensive and not worthy of being repeated.

Cinema, television and reality

And then, in all the fields of our existence, our image was not helped by television programmes, and films with crime stories in which the antagonist was inevitably Italian. So, as all too often happens, for many people “Italian” is synonymous with “mafia”,

Unfortunately this was made worse by the fact that the basis for this was not so false, as we saw in the United States with the Italian gangsters. Ruining even more the image of Italians, especially in the first half of the 20th century, was the heavy presence of Italians amongst the anarchists who spread terror with their bombings and assassinations in many countries.

Sadly Italy also supplied ammunition for our detractors because in the decades since 1946 the succession of governments in the country gave arguments for those looking for reasons for discriminating against us. The continual changes of government were the “proof” that we cannot do things well.

Worse still, the Italian terrorism of the so-called Anni di Piombo (Years of Lead), the decades of domestic terrorism with bombings, many, many dead and their many mysteries that have not yet been revealed, starting with the Piazza Fontana bombing in 1969, only confirmed certain prejudices, without forgetting that the activities of the Italian criminal organizations are still a disgrace for we honest Italians who are all stained by their crimes and murders.

It is easy talking about what Italians overseas have done but few in Italy know that these deeds were not at all easy, especially because for many overseas we Italians have always been the “vile race”. We have had to fight the prejudice and discrimination in order to make a new life and this gives us even more honour.

However, we must also understand that wherever there are migrants, without exception, there are prejudice and discrimination against the migrants. Precisely because of our history and experience we should be the first to fight against injustice.

Let us learn from our history and not repeat the mistakes of others.

As always we invite readers to send in their personal stories to: [email protected]

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