Il Destino più Crudele – The Cruellest Fate

di emigrazione e di matrimoni

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Il Destino più Crudele

Il weekend appena passato al Circuito Enzo e Dino Ferrari di Imola è stato il luogo del ‘Historic Minardi Day’ il sabato e la domenica e la commemorazione del 25° anniversario della morte del campione brasiliano Ayrton Senna il primo maggio

Di Gianni Pezzano

Il weekend appena passato al Circuito Enzo e Dino Ferrari di Imola è stato il luogo del ‘Historic Minardi Day’ il sabato e la domenica e la commemorazione del 25° anniversario della morte del campione brasiliano Ayrton Senna il primo maggio, e del pilota austriaco Roland Ratzenberger il giorno prima, entrambi organizzati da Gian Carlo Minardi insieme a Formula Imola. Queste due manifestazioni ci hanno dato molti momenti importanti, ma soprattutto ci hanno dato molto su cui pensare di quanto il Destino possa essere crudele.

L’Historic Minardi Day, ideato proprio dal manager di Faenza, è arrivato alla sua quarta edizione e ha messo in mostra oltre cinquant’anni di auto e di Storia di Motorsport e non solo della F1. Infatti, a dare un contributo in più a questi pensieri è stata la presenza di un gruppo particolare che rappresenta una fetta non indifferente della Storia della Formula 1, che ci ha fornito l’ispirazione principale per questo articolo.

Per mettere questi pensieri nel contesto giusto vorrei raccontare un incidente in un altro continente che è stato rievocato dal gruppo e da vedere i molti monoposto.

Melbourne

In uno dei primi gran premi d’Australia a Melbourne alla fine degli anni 90 mi trovavo ai box del Team Minardi quando ho visto arrivare Michael Schumacher per salutare Gian Carlo Minardi. Appena arrivato al box tutti gli appassionati, particolarmente i più giovani, sono corsi dal pilota tedesco per chiedergli l’autografo.

Dopo qualche secondo ho notato tre uomini di una certa età a pochi metri da questo gruppo che guardavano la scena, che si scambiavano sorrisi divertiti. Nessuno dei giovani ha riconosciuto che vicino a loro c’erano Jackie Stewart, Niki Lauda e Jack Brabham, cioè tre dei piloti più importanti dello sport che tra di loro hanno vinto 9 mondiali da piloti. Nel caso di Brabham, fu l’unico nella Storia dello Sport a vincere il campionato piloti e costruttori in una monoposto disegnata da lui stesso.

A stimolare ancora di più i miei pensieri era la presenza dei F1 Grand Prix Drivers Club (F1-GPDC, il club degli ex piloti di F1) che ha deciso di tenere la sua Assemblea Generale a Imola per poter partecipare alla commemorazione dei due piloti deceduti nel 1994.

Ho deciso di non nominare questi partecipanti, non per mancanza di rispetto verso loro, anzi meritano più rispetto possibile non solo per la carriera agonistica, ma ancora di più per le loro attività dopo il ritiro dal volante, ma per dimostrare quel che ho capito tra l’incidente di Melbourne e la commemorazione del Primo Maggio a Imola.

Camion

Naturalmente le monoposto di Senna e Ratzenberger erano sotto i riflettori per tutti i giorni imolesi. Ci sono state esibizioni di opere d’arte dedicate soprattutto al campione brasiliano e persino la presentazione di tre libri dedicati al compianto Senna. C’erano ovunque manifesti con il volto di Ayrton e tifosi con le sue magliette, molti dei quali sventolavano anche la bandiera del Brasile e non tutti questi erano i suoi connazionali.

Però a mettere la ciliegina sulla torta la mattina di mercoledì è stato l’arrivo del camion giallo che è diventato il punto di vendita dei souvenir e il merchandising dedicati al pilota di San Paolo.

Quel che mi ha più colpito era che le magliette, le immagini, i caschi e gli altri oggetti che i tifosi compravano in grandi quantità, erano gli stessi che vedevo in vendita ai circuiti nel corso degli anni della sua carriera.

Ed è stato in quel momento che ho capito quanto sia crudele il Destino, non solo verso Senna e Ratzenberger, ma anche verso gli altri piloti che hanno corso sui circuiti più importanti del mondo.

Volto giovane

Il volto di Senna che abbiamo visto in questi giorni era sempre quello del giovane pilota deceduto all’età di 34 anni e possiamo fare lo stesso discorso per un altro grande pilota morto in pista a una giovane età, lo scozzese Jim Clark.

Di Senna e Clark oggi non si parla solo delle loro vittorie e la scomparsa tragica, ma si specula anche su cosa avrebbero potuto ancora fare se non fosse stato per il Destino. Di quanti altri mondiali e quanti altri gran premi vinti e nel caso di Senna, della promessa da mantenere con Gian Carlo Minardi di correre per almeno un anno per la sua squadra, per dare il salto di qualità che lui e il team strameritavano.

E allo stesso momento è arrivata la realizzazione che il Destino è stato crudele anche con gli altri piloti perché alla fine della carriera vanno a fare altro, c’è chi non torna più in pista, chi fa altre categorie, chi rimane da dirigente, chi ha ruoli nel progettare auto e chi fa il manager per i giovani piloti.

Poi, l’età fa sentire gli effetti degli sforzi nell’abitacolo, degli incidenti inevitabili nel corso della carriera, senza dimenticare l’inesorabile declino fisico naturale di ciascuno di noi che spesso vuol dire che chi non ci vede dopo tanto tempo, spesso non ci riconosce più.

Ed è anche questo che ho notato a Melbourne, i giovani che non conoscevano la Storia dei tre grandi piloti e i più anziani presenti quel giorno che non hanno riconosciuto gli idoli della loro gioventù.

Casi particolari

Però, vorrei rompere la premessa dell’inizio dell’articolo di non nominare piloti del passato del F1-GPDC, perché troppi non sanno che ci sono state anche donne che hanno corso in F1. La prima fu l’italiana Maria Teresa de Filippis che fu anche Presidente del F1-GPDC e un’altra italiana, Lella Lombardi, fu l’unica donna ad ottenere punti nel campionato. Le altre donne a correre furono la scozzese Susie Wolff e un’altra italiana, Giovanna Amati.

Allora, per quanto sia giusto e doveroso ricordare i grandi campioni scomparsi, dobbiamo anche ricordare chi ha finito la carriera agonistica per prendere altre strade, in tutti e sensi, e che ora il pubblico stenta a ricordare e riconoscere. Hanno continuato a contribuire alla sport che tanto hanno amato e amano ancora ed è giusto che anche loro siano ricordati.

Per questo motivo dobbiamo chiederci se davvero il Destino più crudele sia di morire da giovane ed essere ricordato come l’eterno ragazzo che non cambierà mai più, come Senna e Clark prima di lui, oppure di finire la carriera ed essere dimenticato dal pubblico e diventare semplicemente una nota negli albi d’oro dei circuiti del mondo, e isolati paragrafi nel libri della Storia di Motorsport.

Abbiamo sentito dire tantissime volte ne corso degli anni che il Motorsport è pericoloso, ma bisogna sempre tenere in mente che, come il Destino, è anche molto crudele, sia in gara che dopo la carriera.

 

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The Cruellest Fate

In the weekend just passed Imola’s Enzo and Dino Ferrari Circuit was the stage for the Historic Minardi Day on Saturday and Sunday and the commemoration of the 25th anniversary of the deaths of Ayrton Senna on May 1st

by Gianni Pezzano

In the weekend just passed Imola’s Enzo and Dino Ferrari Circuit was the stage for the Historic Minardi Day on Saturday and Sunday and the commemoration of the 25th anniversary of the deaths of Ayrton Senna on May 1st and Austria’s Roland Ratzenberger the day before, both organized by Gian Carlo Minardi together with Formula Imola. These two events gave us many major moments but above all they gave us much to consider about how cruel Fate can be.

The Historic Minardi Day, created by the same manager from Faenza, was in its fourth edition and put on display more than fifty years of the cars and history of Motorsport, and not just F1. In fact, what gave an extra contribution to the considerations was the presence of a specific group that represents a not inconsiderable contribution to the history of Formula 1 and they provided the main inspiration for this article.

In order to put these thoughts in their proper context I would like to explain an incident in another continent that this group and seeing the many cars made me remember.

Melbourne

During one of the first Australian grands prix in Melbourne at the end of the 1990s I was at the pits of the Minardi Team when I saw Michael Schumacher come to greet Gian Carlo Minardi. As soon as he arrived all the fans, and especially the youngest, ran to the German driver to ask for an autograph.

After a few seconds I noticed three men of a certain age a few metres away from this group watching the scene and swapping amused smiles. None of the young people recognized that nearby there were Jackie Stewart, Niki Lauda and Jack Brabham, three of the sport’s most important drivers who between them won nine world driver’s championships. In the case of Brabham, he was the only person in the history of the sport to win the driver’s and constructor’s championship in a car he had designed.

Stimulating even more my considerations was the presence in Imola of the F1 Grand Prix Drivers Club (F1-GPDC) that decided to hold its General Meeting in Imola to be able to participate in the commemoration of the drivers who were died in 1994.

I have decided not to name these participants, not due to lack of respect for them, in fact they deserve as much respect as possible not only for their competitive careers and more even for their activities after retiring from the wheel, but to demonstrate what I understood between the incident in Melbourne and the commemoration on May 1st in Imola.

Truck

Naturally Senna and Ratzenberger’s cars were under the spotlights for all the days in Imola. There were exhibitions of works of art dedicated above all to the Brazilian champion and even the presentation of three books dedicated to the late Senna. There were posters everywhere with Senna’s face and fans with his t-shirts, many of whom even waved the Brazilian flag and not all of these where his countrymen and women.

However, what put the icing on the cake on Wednesday morning was the arrival of the truck that became the point of sale of the souvenirs and merchandising dedicated to the driver from Sao Paolo.

What struck me most was that the t-shirts, the images, the helmets and the other objects that the fans bought in large quantities were the same I saw on sale at the circuits over the years of his career.

And it was in that moment that I understood how cruel Fate can be, not only towards Senna and Ratzenberger, but also towards the other drivers who raced on the world’s most important circuits.

Young face

Senna’s face that we saw over those days was always that of the young driver who died at 34 and we can say the same thing about another great driver who died on the track at a young age, Scotland’s Jim Clark.

When we talk about Senna and Clark today we talk not only about their victories and tragic ends but we also speculate what they would still have done had it not been for Fate. Of how many other world championships and grands prix won and, in the case of Senna, keeping the promise made to Minardi to race for him for at least a season to give him and the team the leap in quality they so richly deserved.

And at the same time I realized that Fate was cruel towards the other drivers as well because at the end of their careers they went on to do something else. Some never returned to the track, some went on to other categories, some stayed on as administrators, some took the role of developing cars and some became managers for young drivers.

Then the years makes them feel the effects of their efforts in the cockpit, of the inevitable accidents during the career, without forgetting the inexorable natural physical decline that for each of us often means that those who do not see us for some time often no longer recognize us.

And this too I noticed in Melbourne, the young people did not know the history of the three great drivers and the older people present that day no longer recognized the idols of their youth.

Specific cases

However, I want to break the premise I made at the beginning of the article of not naming other past F1 drivers of the F1-GPDC because too many do not know that women also raced in F1. The first was Italy’s Maria Teresa de Filippis who was also President of the F1-GPDC and another Italian woman, Lella Lombardi, who was the only woman to score points in the championship. The other women who raced were Scotland’s Susie Wolff and another Italian, Giovanna Amati.

So, as much as it is right and dutiful to remember the great champions who have gone, we must also remember those who finished their competitive careers to take other roads, in every sense, and who the public now struggles to remember and recognize. They continued to contribute to the sport that they loved so much and still love and it is proper that they too are remembered.

For this reason we must wonder if it is truly crueller to die young and be remembered as the eternal young man who will never change again, just like Senna and Clark before him, or to finish the career to be forgotten by the public and to simply become a note in the winner’s lists of the world’s circuits and isolated paragraphs in the history books of Motorsport.

Over the years we have heard many times that Motorsport is dangerous but we must always bear in mind that, just like Fate, it is also very cruel, both in the races and after the career

Il Progetto che dobbiamo fare – The Project we must carry out

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Il Progetto che dobbiamo fare

Non basta dire che siamo fieri di quel che i nostri parenti e amici all’estero hanno fatto e continuano a fare. Abbiamo l’obbligo di far conoscere il più possibile quel che hanno fatto, quel che hanno subito e quel che continuano a fare.

Di Gianni Pezzano

Prima ancora di cominciare a scrivere i miei articoli quasi cinque anni fa ho capito che, come italiani e discendenti di italiani, sappiamo poco o niente delle esperienze dei nostri parenti e amici in altri paesi. Conosciamo le nostre esperienze personali, sappiamo che altri hanno avuto esperienze simili, ma non sappiamo le differenze non solo tra città e città, ma persino da paese e paese e da continente a continente.

C’erano tanti motivi per la decisione di scrivere questi articoli ma in fondo il motivo era, ed è ancora, l’intenzione che questi articoli sarebbero la rampa di lancio di un progetto che, come comunità italiana internazionale, avremmo dovuto iniziare molti anni fa.

Purtroppo due volte, quando eravamo sull’orlo di fare i primi passi solidi verso un progetto serio, le solite beghe politiche hanno vanificato la buona volontà di chi voleva realizzare un progetto tanto ambizioso quanto necessario.

Ora che condivido gli articoli sulle pagine del social di comunità italiane di molti paesi, oltre cinquanta nell’ultima condivisione, ho visto conferme di quel che sospettavo da anni, che le realtà delle nostre comunità italiane in tutti i continenti sono davvero infinite. Vediamo le differenze di lingua, di tradizioni e di atteggiamento, tutto sotto la bandiera d’essere “italiani”, ma quel che vediamo è complesso e per capirlo fino in fondo dobbiamo, finalmente, documentarle tutte in modo sistematico e internazionale.

Storia

Sappiamo tutti che la Storia dell’Emigrazione Italiana ha coinvolto milioni dei nostri connazionali che hanno deciso di lasciare il loro paese per fare una vita nuova all’estero, chi in Europa e chi in altri continenti.

Ma per capire la vera grandezza di questa realtà oggigiorno dobbiamo tenere in mente le cifre fornite qualche anno fa al primo Stati Generali della lingua italiana a Firenze dove l’allora Sottosegretario degli Affari Esteri Mario Giro ha fornita due cifre importanti secondo il suo Ministero. La prima, che i cittadini italiani all’estero sono circa cinque milioni, la seconda che i discendenti degli emigrati italiani in tutto il mondo sono circa ottantacinque milioni. Cioè, in totale circa una volta e mezzo la popolazione d’Italia oggi.

Per quanto sia grande, e per via di cambi inevitabili di cognomi a causa di matrimoni con non-italiani nel corso di due secoli di emigrazioni importanti, la cifra dei discendenti di emigrati è in ogni probabilità conservatrice e non sapremo mai il vero numero.

Però, nel fare il gioco dei numeri, per quanto siano grandi, dimentichiamo che parliamo di oltre novanta milioni di individui, ciascuno con le proprie esperienze e la propria storia. Questa cifra nasconde i migliaia e migliaia di circoli in tutto il mondo che rappresentano vere e proprie “colonie” di molti paesini e città di tutte le regioni d’Italia, perché sappiamo che non era insolito che gruppi interi dallo stesso paese partissero per l’estero.

Infatti, parliamo di circa due secoli d‘Emigrazione Italiana che iniziò prima ancora della nascita del paese che ora chiamiamo Italia.

Basti pensare che sulla nave di Capitano Cook quando scoprì la baia che sarebbe diventata la città di Sydney in Australia c’era James Matra, figlio di emigrati italiani nato a New York, allora una delle colonie britanniche che sarebbero poi diventate la base principale dei moderni Stati Uniti d’America. Oggi uno dei quartieri di quella metropoli australiana si chiama Matraville in suo onore.

Per oltre due secoli i nostri parenti e amici sono partiti per altri paesi e continenti. All’inizio verso le colonie dei grandi imperi europei, il britannico, il francese, il portoghese e lo spagnolo. Poi, con il cambio delle colonie in paesi indipendenti sono arrivati in paesi che erano democrazie, come c’erano monarchie e dittature.

Mi domando e dobbiamo tutti chiederci seriamente, cosa sappiamo davvero di quel che i nostri parenti e amici hanno subito davvero nei loro paesi di residenza? Temo la risposta sia, troppo poco.

Molti in Italia avrebbero avuto una sorpresa nell’apprendere la notizia recente delle scuse ufficiali della città di New Orleans del linciaggio di 11 connazionali in quella città nel 1891. Ma non erano gli unici a subire quella morte atroce. Almeno una cinquantina di italiani ne furono vittime in quel paese. Ci sono state stragi di italiani anche in altri paesi come la Francia, il Belgio e in molti paesi delle Americhe.

In molti casi, per via della documentazione rudimentale dell’epoca e per le circostanze locali, i parenti rimasti in Italia non hanno mai saputo di queste tragedie perché i loro figli, fratelli e sorelle partiti per la nuova “vita” all’estero sono semplicemente “spariti”.

Ovviamente questi son i casi più estremi ma, tristemente, pochi dei nostri connazionali e i loro figli possono dire di non aver sofferto qualche forma di discriminazione a causa delle loro origini. Naturalmente un motivo è l’eterno luogo comune dove “italiano” vuol dire “mafia”, ma non è l’unico. Il semplice fatto di parlare l’italiano per strada in un altro paese ha portato, come minimo, a derisione di moltissimi nostri connazionali. Nel caso dei nostri connazionali in Brasile, in uno dei suoi periodi di dittatura militare, la legge impediva loro di dare nomi italiani ai figli bensì le versioni in lingua portoghese.

Tradizioni e usanze

Poi, nel corso dei decenni e poi secoli, gli italiani all’estero sono cambiati. Hanno modificato quelle originariamente italiane, hanno creato tradizioni e usanze nuove e il loro linguaggio, la loro versione della lingua italiana, è cambiata secondo la lingua locale e l’istruzione degli italiani in quei luoghi.

Ora che le comunicazioni internazionali sono facili, veloci e costano poco, abbiamo dimenticato che fino a pochi anni fa tenere contatto con i parenti in Italia, e anche con le notizie di ogni tipo, era difficile e allora gli abitanti delle nostre comunità all’estero, soprattutto in altri continenti, non sapevano e spesso non potevano capire i grandissimi cambiamenti nel loro paese d’origine che una volta doveva esportare i suoi cittadini e ora non solo è tra le più grandi potenze economiche del mondo ma deve persino importare gente per svolgere certi lavori che molti italiani non vogliono più fare.

Progetto

Per poter capire le esperienze dei nostri parenti e amici all’estero, per capire come si sono sviluppate le nostre comunità in tutti i continenti e per capire come meglio insegnare ai discendenti dei nostri emigrati le loro origini e la grandezza del loro patrimonio linguistico e culturale, dobbiamo cominciare a capire la Storia dei nostri emigrati.

Abbiamo fatto il primo piccolo passo in questo giornale nel chiedere ai nostri lettori di inviare le loro storie. Però questo non è altro che una goccia in un oceano enorme.

Come comunità internazionale, a partire dall’Italia stessa, dobbiamo finalmente sviluppare un progetto che coinvolga tutte le comunità in tutto il mondo. Abbiamo l’obbligo di incoraggiare individui e gruppi a documentare le storie. Dobbiamo incoraggiare la gente a preservare i documenti dei   genitori, i nonni e i bisnonni. Dobbiamo incoraggiare studenti a sviluppare i loro studi verso la Storia della nostra Emigrazione.

Questo è un Progetto che dobbiamo fare per un motivo molto semplice. La Storia dell’Emigrazione Italiana è davvero la Storia di una parte fondamentale della Storia d’Italia.

Non basta dire che siamo fieri di quel che i nostri parenti e amici all’estero hanno fatto e continuano a fare. Abbiamo l’obbligo di far conoscere il più possibile quel che hanno fatto, quel che hanno subito e quel che continuano a fare.

Gli emigrati italiani hanno davvero contribuito a creare l’Italia d’oggigiorno ed è ora che questo contributo sia conosciuto e riconosciuto, particolarmente in Italia.

Inviate le vostre storie a: [email protected]

 

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The Project we must carry out

It is not enough to say we are proud of what our relatives and friends overseas did and continue to do. We have a duty to know as much as possible about what they did, what they suffered and what they continue to do.

By Gianni Pezzano

Even before starting to write my articles nearly five years ago I understood that, as Italians and descendants of Italians, we know little or nothing of the experiences of our relatives and friends in other countries. We know our own personal experiences, we know that others have had similar experiences, but we do not know the differences not only from city to city, but even from country to country and from continent to continent.

There were many reasons for the decision to write these articles but deep down the reason was and still is the intention that these articles would be the launch pad for a project that, as an international Italian community, should have begun many years ago.

Sadly, twice we were on the verge of taking the first steps towards a serious project but the usual political arguments thwarted the good will of those who wanted to create a project that is as serious as it is ambitious.

Now that I share these articles on the social media pages of Italian communities in many countries, more than fifty in the last share, I have seen confirmation of what I suspected for years, that the realities of our Italian communities in all the continents are truly infinite. We see the differences of language, traditions and attitude, all under the flag of being “Italians”, but what we see is complicated and in order to understand it fully we must, at last, document them all systematically and internationally.

History

We all know that the History of Italian Migration involved millions of our countrymen who decided to leave their country to start a new life, some in Europe and others in other continents.

But to understand the true size of this reality today we must bear in mind the numbers supplied a few years ago at the first Estates General of the Italian Language in Florence where Mario Giro, the then Deputy Minister for Foreign Affairs, supplied two important figures. The first, that there were about five million Italian citizens around the world and the second that the descendants of Italian migrants around the world numbered about eighty five million. In other words, a total of one and half times Italy’s population today.

Large as it is, and due to the inevitable changes of surnames caused by marriages with non-Italians over two centuries of migration, the figure of the descendants of migrants is probably conservative and we will never know the real number.

However, when we play with numbers, no matter how large they are, we forget that we are talking more than ninety million individuals with their own experiences and their own stories. This figure hides the thousands upon thousands of Italian clubs around the world which represent true “colonies” of many towns and cities from all of Italy’s regions because we know that it was not unusual for whole groups from the same town to leave for overseas.

In fact, we are talking of about two centuries of Italian Migration that began even before the birth of the country we now call Italy.

We only have to think that on the ship Captain Cook sailed when he discovered the bay that would become the city of Sydney in Australia there was James Matra, the son of Italian migrants born in New York that was then one of the British colonies that would form the foundation of the modern United States of America. Today one of the suburbs of the Australian metropolis is called Matraville in his honour.

For more than two centuries our relatives and friends have been leaving for other countries and continents. In the beginning they went to the colonies of the great European Empires, the British, French, Portuguese and Spanish. And then, with the change from colonies to independent countries they went to countries that were democracies, just as there were monarchies and dictatorships.

I ask myself, and we all must seriously ask ourselves; what do we truly know of what our relatives and friends suffered in their countries of residence? I fear the answer is, too little.

Many in Italy would have been surprised when they learnt the recent news of the official apology by the City of New Orleans for the lynching of 11 eleven Italians in that city in 1891. But they were not the only ones to suffer that horrible death. At least fifty Italians were victims were victims of those impromptu gallows in that country. There were massacres of Italians also in other countries such as France, Belgium and in many countries in the Americas.

In many cases, due to the rudimentary documentation of the time and the local circumstances, the relatives in Italy never knew of these tragedies because their sons and daughters, their brothers and sisters who left for the new “life” overseas simply “disappeared”.

Obviously these are the extreme cases but sadly few of our countrymen and women and their children can say they never suffered some form of discrimination due to their origins. Naturally one reason is the eternal cliché that “Italian” means “Mafia” but it is not the only one. The simple fact of speaking Italian in the street of another country draws at least scorn to many of our fellow Italians. In the case of our countrymen and women in Brazil, during one of its periods of military dictatorship the law prevented them from giving Italian names to their children but rather the Portuguese versions.

Traditions and customs

Subsequently, over the decades and then centuries the Italians overseas changed. They changed what was originally Italian, they created new traditions and customs and their language, their version of Italian, changed according to the local language and the education of the Italians in those places.

Now that international communications are easy, fast and cost little we have forgotten that until a few years ago keeping in touch with relatives in Italy, and also with news of every type, was difficult and so the inhabitants of our communities overseas, especially in other continents, did not know and often did not understand the great changes in their country of origin that once exported its citizens and now is not only one of the world’s great economic powers but it even imports people to carry out certain jobs that many Italians no longer want to do.

Project

In order to understand the experiences of our relatives and friends overseas, in order to understand how our communities in all the continents developed and in order to understand how to best teach the descendants of our migrants their origins and the greatness of our linguistic and cultural heritage, we must begin to understand the History of our migrants.

We have taken the first small step on this site when we ask our readers to send in their stories. However, this is but a drop in an enormous ocean.

As an international community, starting with Italy herself, we must finally develop a project that involves all the communities around the world. We have a duty to encourage individuals and groups to document the stories. We must encourage people to keep their parents’, grandparents’ and great grandparents’ documents. We must encourage students to develop their studies towards the History of our Migration.

We must do this Project for one very simple reason. The History of Italian Migration is truly the History of an essential part of Italy’s History.

It is not enough to say we are proud of what our relatives and friends overseas did and continue to do. We have a duty to know as much as possible about what they did, what they suffered and what they continue to do.

Italian migrants truly contributed to making today’s Italy and it is time that this contribution is known and recognized, especially in Italy.

I Pilastri della Famiglia – The Pillars of the Family

di emigrazione e di matrimoni

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I Pilastri della Famiglia

In molti modi i veri pilastri delle famiglie italiane erano e sono le madri.

Di Gianni Pezzano

Quando abbiamo parlato della famiglia degli emigrati italiani nell’ultimo articolo (https://thedailycases.com/le-famiglie-infrante-the-splintered-families/) abbiamo lasciato a parte un dettaglio particolare delle nostre famiglie che è spesso dimenticato quando si parla della Storia dell’Emigrazione Italiana.

Il maschio che partì per trovare un lavoro all’estero è quasi sempre il punto di riferimento delle ricerche, però, non erano i maschi che tenevano insieme le famiglie nelle terre nuove e che tramandavano ai figli e poi i nipotini le tradizioni e anche la lingua che permette loro di identificarsi come italiani.

In molti modi i veri pilastri delle famiglie italiane erano e sono le madri, non solo nelle cucine e negli orti per preparare i pranzi, le cene e i prodotti di famiglia che tutti conosciamo, ma erano anche quelle che seguivano di più gli studi dei figli, che insegnavano ai figli la basi della religione e che erano la prima persona che i figli cercavano dopo gli inevitabili scontri a scuola non solo con i coetanei, ma spesso anche con insegnanti a causa delle loro origini.

Rito e Spezie

Uno dei ricordi più forti della mia gioventù erano gli aromi del rito annuale del maiale. Non nel senso dell’odore della carne e le budella che mio fratello odiava, ma nel senso della fase finale di tutta la procedura, la preparazione delle salsicce.

Lei preparava attentamente le spezie che venivano seccate, secondo le tradizioni del suo paese nel Sud Pontino. Il pepe, peperoncino, i semi di coriandolo e finocchio venivano macinati e aggiunti insieme al sale. Poi, la sera metteva un campione della miscela di carne macinata e spezie in padella per friggere per assicurare il gusto giusto e di solito ci volevano tre o quattro piccole padellate per ottenere la   miscela giusta. Quegli aromi riempivano la casa e il gusto particolare delle salsicce era l’accompagnamento perfetto per i broccoli, per preparare sughi e poi con pane fresco quando seccati e messe sotto sugna per conservarle per le occasioni e le visite speciali.

Abbiamo avuto la fortuna sempre di aver avuto case con terreno sufficiente per far orti che producevano verdure fresche e adatte anche da mettere sott’olio e/o aceto, come i carciofi, le melanzane e i peperoni, che inevitabilmente riempivano i nostri panini per il pranzo a scuola.

Purtroppo, quella stagione non c’è più in casa nostra, però i ricordi rimangono forti e mi accompagneranno fino al giorno che raggiungerò di nuovo i miei genitori.

Quello era solo un modo con il quale noi figli di emigrati italiani abbiamo imparato che siamo diversi dai nostri coetanei in Australia. Però, non dobbiamo cadere nel tranello eterno di farci identificare solo dal nostro cibo come fanno molti.

Dante Alighieri

Nel mio caso voleva dire andare il sabato mattina (in Australia non ci sono lezioni di sabato) in una classe per lezioni della lingua italiana organizzate dalla Società Dante Alighieri. Nei giri in centro con mamma era lei che comprava i fumetti di Topolino che erano le mie prime letture vere in italiano.

Come nelle altre famiglie italiane dell’ondata post seconda guerra mondiale, era mia madre e le moglie dei nostri amici e pochi paesani che organizzavano le feste dopo le prime comunioni e cresime. Erano loro spesso che preparavano i vestiti speciali per le figlie e portavo noi maschi ai negozi per i vestiti giusti per le occasioni.

Sabato sera, e non raramente la domenica, c’erano le cene e i pranzi con compari e paesani e i loro figli. La tavole piene dei prodotti di casa e i profumi dei dolci fatti in casa. Alla fine dei pasti i maschi andavano in salotto per parlare di lavoro, calcio o altri soggetti, magari anche per partite di scopa, briscola o tresette. Le mogli rimanevano in cucina dopo aver lavato i piatti tutte insieme per parlare degli ultimi sviluppi in casa, notizie dall’Italia, oppure in molti casi, modi per poter avvicinare il figlio di una con la figlia di un’altra nella speranza di unire le famiglie.

Scuola

I padri erano sempre impegnati a lavoro. Nel caso di mio padre e zio che lavoravano insieme per anni ha voluto dire che andavano via per fare lavori in compagna per una settimana o due alla volta, perché pagava di più e allora mia madre e zia (zio e zia vivevano con noi allora) tenevano a bada casa e figli. Perciò erano le madri che tenevano le famigli unite.

Quando c’erano problemi a scuola erano le madri che sapevano tutto e andavano agli insegnanti per sapere dei problemi, oppure per capire i motivi di qualche brutto voto. Erano le madri che ci portavano dai medici per le visite e controlli quando eravamo malati, ed erano quasi sempre le madri che capivano se i figli avessero problemi che nascondevano ai genitori.

Ma in un caso particolare, erano i padri che decidevano per la famiglia e le madri, almeno pubblicamente, dovevano far finta d’essere d’accordo col marito, ma certamente nella stanza da letto dicevano le loro opinioni sull’accaduto.

Le figlie

Inevitabilmente, per tutte le famiglie, i figli arrivano al punto di cercano la libertà personale. Per i figli delle ondate post belliche, le famiglie erano nella stragrande maggioranza di origine rurale, spesso provenienti da piccoli villaggi e paesi e quindi con un atteggiamento particolare verso le figlie. Dobbiamo specificare che in questo caso non c’erano differenze regionali tra le regioni meridionali e quelle del Veneto e il Friuli.

Di solito i figli avevano una libertà che non era permesso alle loro sorelle. I maschi uscivano in gruppi per fare quel che potevano, le figlie dovevano rimanere in casa e quelle poche volte che potevano uscire erano ben controllate, e non era insolito vedere madri accompagnare le coppiette nei loro appuntamenti.

A decidere questo non era quasi mai la madre, ma il padre. Solo anni dopo abbiamo capito che l’atteggiamento del padre dipendeva dal proprio passato, ma da giovani non potevamo capire che anche i nostri genitori e zii una volta erano stati giovani in cerca degli stessi divertimenti. Ed erano le madri che tenevano la pace in casa.

Ma con il tempo questo è cambiato, qualche circolo italiano cominciava a organizzare serate per i giovani e questi erano considerati luoghi “sicuri” dove lasciare le figlie per qualche ora. Poi, le ragazze hanno capito che se uscivano in gruppo di cugine i genitori, anzi i padri, pensavano che sarebbero state meno propense a seguire i loro istinti naturali.

Cosi son iniziati i primi veri passi dei figli nel loro nuovo paese di nascita ed è stata la fine di quel periodo dove le famiglie vivevano davvero in due mondi. In casa con la lingua e le tradizioni dei genitori, e a scuola e poi lavoro dove si interagivano sempre di più con non italiani e magari eventualmente sposavano non il figlio del compare o il paesano, ma qualcuno con un cognome strano alle orecchie italiane.

A sorvegliare questi cambi di tradizioni e usanze all’interno delle famiglie erano quasi sempre le madri che più dei padri capivano da vicino che i loro figli dovevano fare parte del loro paese di nascita, a tutti gli effetti. Poi le madri sono diventate le nonne che hanno passato ai nipotini alcuni degli aspetti del loro passato, e quindi sono state le nonne ad assicurare che i loro discendenti avrebbero matenuto parte della loro identità italiana nel nuovo paese di residenza.

Queste poche parole dimostrano che in tutti i sensi i pilastri del cambiamento da famiglia italiana a famiglia italo-australiana, italo-brasiliana, italo-americana, ecc sono le donne. Per questo motivo dobbiamo tenere vivi questi ricordi degli sforzi dei milioni di madri e donne italiane in giro per il mondo e quindi ripetiamo il nostro appello ai lettori di inviare le loro storie per assicurare che i loro ricordo duri il più possibile.

Inviate le vostre storie a: [email protected]

 

di emigrazione e di matrimoni

The Pillars of the Family

In many ways the true pillars of Italian families were, and still are, the mothers

By Gianni Pezzano

When we spoke of the family of Italian migrants in the last article (https://thedailycases.com/le-famiglie-infrante-the-splintered-families/) we left aside a specific detail of our families that is often forgotten when we talk about the history of Italian migration.

The men who left to find work overseas are almost always the point of reference of the research, however, the men were not the ones who kept the families together in the new lands and who passed on to the children and grandchildren the traditions and also the language that allowed them to identify themselves as Italians.

In many ways the true pillars of Italian families were, and still are, the mothers. Not only in the kitchens and in the gardens to prepare the lunches and dinners and the family’s products that we all know but they were also the ones who most closely followed the children’s studies, who taught the children the basics of religion and who were the first person the children looked for after the inevitable clashes at school not only with the other students but often also with the teachers due to their origins.

Rite and spices

One of the strongest memories of my childhood was the aromas of the annual ritual of the pig. Not in the sense of the smells of the meat and the innards that my brother hated but in the sense of the final phase of all the procedure, the preparation of the sausages.

She carefully prepared the spices that were dried according to the traditions of her town in the south of the Lazio region. The pepper, chilli and the coriander and fennel seeds were ground and added together with the salt. Then in the evening a sample of the mix of minced meat and spices was thrown into a pan to be fried to ensure the right flavour and it usually needed two or three small pans full to achieve the right mix. These aromas filled the house and the special flavour of the sausages were the perfect accompaniment for broccoli, to prepare sauces and then with fresh bread when dried and put into dripping to preserve them for special occasions and visits.

We were lucky that we always had houses with enough room for a garden that produced fresh vegetables that were suitable for preserving in oil and/or vinegar, such as the artichokes, eggplants, and capsicums (peppers) that inevitably filled our sandwiches for school lunches.

Sadly that season has ended in our home, however, the memories are still strong and will accompany me until the day I will be together with my parents once more.

That was only one way that we children of Italian migrants learnt that we are different from our peers in Australia. But we must not fall into the trap of identifying ourselves only by our food as many do.

Dante Alighieri

In my house this meant going to lessons of Italian organized by the Dante Alighieri Society on Saturday mornings. In our trips into the city centre with Mamma she was the one who bought the Topolino (Italian name for Mickey Mouse) comics that were my first real readings in Italian.

Just like the other Italian families of the post Second World War migration, my mother and the wives of our friends and the few paesani, people from the same towns, were the ones who organized the celebrations for the First Communions and Confirmations. Often they made the special dresses for the daughters and took the sons to the shops to buy the right outfits for the occasions.

Saturday evenings and often on Sundays there were the dinners and lunches with the compari (the sponsors on the occasions) and the paesani with their children. At the end of the meals the men went into the lounge to talk about work, football or other subjects and maybe to play card games. The wives stayed in the kitchen after having washed the dishes together to talk about the latest developments, news from Italy or, in many cases, ways to bring the son of one closer to the daughter of another in the hope of uniting the families.

School

The fathers were always busy at work. In the case of my father and uncle who worked together for years this meant they went to work in the countryside for a week or two at a time because it paid more and so my mother and aunt (my uncle and aunt lived with us then) looked after the house and children. And so the women kept the family together.

When there were problems at school the mothers were the ones who knew everything and went to the teachers about problems, or to understand the reasons for a bad grade. The mothers were the ones who took us to the doctor for the checkups when we were sick and almost always the mothers knew if the children had problems that they hid from their parents.

But in one specific case, the fathers decided for the family and the mothers, at least in public, had to pretend they agreed with the husbands, but in the bedroom they surely stated their opinions on what happened.

The daughters

Inevitably and in all families, the children reach the point they look for more personal freedom. For the children of the post war waves of migration the majority of families came from rural backgrounds, often from small villages and towns and therefore there was a particular attitude towards the daughters. We must explain that in this case there were no regional differences between the southern regions of Italy and the Veneto and the Friuli.

Usually the sons had a degree of freedom that was not allowed for the daughters. Although the sons went out in groups to do what they could, the daughters had to stay at home and the few times they could go out they were well controlled and it was not unusual to see mothers accompanying young couples on their dates.

It was almost never the mothers who decided this, but the fathers. Only years later we understood that the attitude of the father depended on their own past but when we were young we could not understand that our parents and uncles and aunts had also been young once and looked for the same entertainment. And the mothers were the ones who kept the peace at home.

But over the years this changed, some Italian clubs began organizing evenings for the young people and these were considered “safe” places where they could leave the daughters for a few hours. And then the girls understood that if they went out as a group of female cousins the parents, or rather the fathers, thought they would be less likely to follow their natural instincts.

In this way the children began their first true steps in their country of birth and it was the end of the period in which the families lived in two worlds. At home with the language and traditions of the parents and at school and then at work where they interacted more and more with non Italians and maybe eventually married not the son of the compare or paesano, but with someone with a surname that sounded strange to Italian ears.

Watching over these changes of traditions and habits within the families were almost always the mothers who understood much more than the fathers that their children had to be part of their country of birth, in every way. And then the mothers became the grandmothers who passed on to their grandchildren some of the aspects of their past and therefore were the ones who ensured that their descendants will keep part of their Italian identity in their country of residence.

These few stories show that in every way the pillars of the change of Italian families into Italo-Australian, Italo-Brazilian, Italian-American, etc, families are the women. For this reason we must keep alive these memories of the efforts of millions of Italian mothers and grandmothers around the world and therefore we repeat our appeal to readers to send in their stories to ensure that they live for as long as possible.

Send your stories to: [email protected]

Le famiglie infrante – The splintered families

di emigrazione e di matrimoni

Le famiglie infrante

Per molti figli di emigrati italiani in altri continenti i nonni erano quelle persone lontane che regolarmente inviavano pacchi regali per le grandi feste, e che sentivamo alla cornetta del telefono per fare gli auguri fugaci e ringraziare loro per i regali.

Di Gianni Pezzano

Quando si parla degli italiani all’estero si nota una parola che si ripete ogni giorno, e anche sulla grande maggioranza dei post sulle pagine dei social dedicate alle moltissime comunità italiane all’estero.

Quella parola è Famiglia.

Il paradosso è che, benché la famiglia sia al centro della vita di ciascuno di noi, la decisione di emigrare ha un effetto immediato e quasi sempre irreversibile, di frantumare le famiglie nel corso del tempo. L’effetto di questo è di separare genitori dai figli e fratelli e sorelle tra di loro, tristemente spesso per sempre. Alla fine, spesso in una sola generazione, la famiglia diventa molte famiglie in più paesi che perdono contatto tra di loro.

Inoltre, chi paga il prezzo più alto non sono solo gli emigrati stessi ma anche i loro figli e discendenti, che crescono senza nonni e zii e così hanno poca idea del loro passato e delle loro origini.

Nel trattare il tema dei cambiamenti dei rapporti tra le famiglie dobbiamo guardare soprattutto l’emigrazione oltreoceano dove le distanze, in modo particolare nei primi decenni, voleva dire che i rapporti tra parenti erano molti più difficili da mantenere. Questo vale per le Americhe e l’Australia che erano e sono tutt’ora le mete più comuni dell’emigrazione italiana.

Partire

La decisione di partire è sempre difficile e nessuno sa quale sarà l’effetto di lasciare i cari per un altro continente. Nel caso dei miei genitori l’effetto immediato nel lasciare i loro paesi in Italia per andare in Australia, è stato che dal giorno della loro partenza i miei nonni non hanno più visto i loro figli tutti insieme.

Mio padre fu il primo a partire per l’Australia per raggiungere il cognato Filippo partito un paio d’anni prima, e poi fu raggiunto da suo fratello Rocco qualche anno dopo. Zio Filippo tornò in Italia dopo pochi anni per tornare insieme alla moglie e i figli. Dopo la sua partenza mio padre non ha più rivisto i genitori e non è mai stato presente ai loro funerali e quelli dei fratelli e sorelle.

Nel caso di mia madre, lei partì con il fratello Gerardo per raggiungere il fratello Giuseppe che si trovava già in Australia. Lasciarono al paese non solo i genitori, ma anche due sorelle, Virginia che andrà anche lei in Australia tre anni dopo e la più giovane, Maria. I miei genitori si conobbero proprio in casa di zio Giuseppe dove abitava anche lui.

Quando i nonni materni sono venuti in Australia nel 1966 zia Maria è rimasta in Italia per gli studi. Ricordo benissimo il giorno del loro ritorno in Italia e le lacrime di mia madre. Avevo 10 anni e solo anni dopo ho capito fino in fondo cosa sentiva mia madre.

Non abbiamo più visto nonno. Due anni dopo una brutta malattia l’ha portato via e la sua tomba è stata la prima tappa del nostro viaggio in Italia nel 1972. Abbiamo visto nonna altre volte, poi è arrivato il giorno che anche lei se n’è andata.

Nipotini

Per molti figli di emigrati italiani in altri continenti i nonni erano quelle persone lontane che regolarmente inviavano pacchi regali per le grandi feste, e che sentivamo alla cornetta del telefono per fare gli auguri fugaci e ringraziare loro per i regali.

Nel mio caso ho avuto l’opportunità di conoscere nonna in tre occasioni, una per quasi un anno durante un lungo soggiorno in Italia e lei mi ha dato tanta voglia di voler sapere più delle mie radici. Mi dispiace sempre di più di non aver potuto conoscere i miei nonni paterni e sento il vuoto della consapevolezza della mancanza di una Storia famigliare molto particolare.

Naturalmente la tecnologia ha reso i contatti tra parenti molto più facili, ma la grande distanza rende ancora i rapporti tra parenti in altri continenti più tenui di quelli in Italia con parenti in paesi europei.

Per le emigrate italiane la distanza quasi sempre vuol dire non avere la madre presente alla nascita dei figli/nipotini. Per i nipotini vuol dire non avere i nonni che trasmettono tradizioni e racconti del loro passato.

Per mia madre emigrare voleva dire lasciare la sorella tredicenne e vederla solo quasi vent’anni dopo quando era già madre di due figli, e non aver potuto essere al suo matrimonio, come lei non c’era stata ai matrimoni dei fratelli e sorelle in Australia. E non ho dubbi che molti altri si trovavano in situazioni simili.

Questi sono i prezzi dell’emigrazione che non si possono valutare in soldi, ma in emozioni e nella mancanza di una legame profondo con le origini e il passato famigliare.

Quando finalmente incontriamo le persone che abbiamo conosciuto tramite le telefonate i rapporti non sono profondi come quando cresciamo insieme. Fratelli e sorelle non condividono le esperienze, particolarmente quelle più crudeli, come la malattia che ha portato via mia cugina diciannovenne Marina, e sento ancora il grido di dolore di mia madre alla telefonata con le notizia terribile come anche il suo dolore per non aver potuto stare vicino alla sorella durante quei brevi mesi di disperazione.

Effetti

Alla fine gli effetti di queste grandi distanze tra l’Italia e gli altri continenti sono che, piano piano le famiglie si separano e perdono contatto, particolarmente quando muoiono gli emigrati. Si perde contatto con i parenti lontani e magari anche la documentazione dei nonni è persa e diventa sempre più difficile per future generazioni rintracciare l’albero genealogico e i propri patrimoni personali, come ora capita sempre più spesso all’estero e non solo negli Stati Uniti.

Naturalmente a rendere questa situazione ancora più ardua è l’incapacità dei discendenti di parlare la lingua dei nonni e i bisnonni. Poi, l’inevitabile cambio di pronuncia e gli effetti del tempo alla memoria creano versioni approssimative della Storia famigliare originale.

Nel caso dell’emigrazione dopo la seconda guerra mondiale con i passaporti e visti, rintracciare le famiglie è abbastanza facile, ma per le generazioni precedenti e specialmente quelli prima del 1924 e l’introduzione dei passaporti, i mezzi per poter identificare precisamente nomi e luoghi d’origine in Italia rendono molto più difficile fare le ricerche.

Ma alla fine l’effetto è lo stesso, una famiglia diventa poi un numero di rami in paesi diversi con nessun o poco contatto tra di loro, e quando finalmente si conoscono le realtà del raggiungimento sono spesso deludenti perché i punti in comune sono pochi se non inesistenti.

Anche per questo dobbiamo tenere vivi i contatti tra i rami e far conoscere le storie dei nostri emigrati all’estero e uno dei modi è di conoscere le realtà che hanno infranto le famiglie.

Perciò invitiamo i nostri lettori a inviarci le proprie esperienze e storie per fare capire in Italia e anche in tutti gli altri paesi che la Storia della nostra emigrazione è veramente molto più vasta e variegata di quel che i luoghi comuni fanno capire.

Inviate le vostre storie a: [email protected]

 

di emigrazione e di matrimoni

The splintered families

For many children of Italian migrants overseas the grandparents were the people far away who regularly sent packages of gifts for the holidays and feasts and who we heard on the phone to give them our fleeting greetings to thank them for their gifts.

By Gianni Pezzano

When we talk about Italians overseas we note a word repeated every day and also on the great majority of posts on the social media pages dedicated to the great many Italian communities overseas.

That word is Family

The paradox is that, even though the family is at the centre of life for each one of us, the decision to migrate has the immediate and nearly always irreversible effect of splintering the family over time. The effect is to separate parents from their children and brothers and sisters from each other, sadly often for always. In the end, often in a single generation, the family becomes many families in more than one country that lose contact with each other.

Furthermore, the ones who pay the highest price are not only the migrants themselves but also their children and descendants who grow up without grandparents, uncles and aunts and so have little idea of their past and origins.

When dealing with the theme of the changes in relationships between families we must look particularly at the migration to other continents where the distances, especially in the early decades, meant that the relations between relatives were much harder to maintain. This is true for the Americas and Australia that were and are still today the most common destinations for Italian migration.

Leaving

The decision to leave is never easy and nobody knows what will be the effect of leaving behind the loved ones for another continent. In the case of my parents the immediate effect of leaving their towns in Italy to go to Australia was that from the day they left my grandparents never again saw their children all together.

My father was the first to leave for Australia to join his brother in law Filippo who had left a couple of years before and then he was joined by his brother Rocco a couple of years later. Uncle Filippo returned to Italy after a few short years to go back to his wife and children. After his departure my father never saw his parents again and was never at their funerals or those of his brothers and sisters.

In the case of my mother, she left with her brother Gerardo to join their brother Giuseppe who was already to Australia. They left behind not only their parents but also two sisters, Virginia who also went to Australia three years later and Maria, the youngest member of the family. My parents met in Uncle Giuseppe’s house where he also lived.

When my maternal grandparents went to Australia in 1966 Aunt Maria stayed behind to study. I remember very well the day of their return to Italy and my mother’s tears. I was ten and only years later I understood fully what my mother felt.

We never saw nonno (grandfather) again. A terrible disease took him away two years later and his tomb was the first place we visited in our trip to Italy in 1972. We saw nonna (grandmother) other times and then came the day that she too left us.

Grandchildren

For many children of Italian migrants overseas the grandparents were the people far away who regularly sent packages of gifts for the holidays and feasts and who we heard on the phone to give them our fleeting greetings to thank them for their gifts.

In my case I had the chance to know nonna on three occasions, one for nearly a year during a long stay in Italy and she gave me a desire to know more about my roots. I am sad that I never got the chance to meet my paternal grandparents and I feel the gap in my knowledge of a very particular family situation.

Naturally technology has made contacts between relatives much easier but the great distances makes relations between relatives weaker than those in Italy with relatives in European countries.

For Italian women who migrate the distance almost always means not having the mother present at the birth of the children/grandchildren. For the grandchildren it means not having the grandparents to pass on traditions and stories of their past.

For my mother migrating meant leaving behind a thirteen year old sister and to see her only nearly twenty years later when she was already a mother with two children. My mother was not at her wedding, as she was not at the weddings of her brothers and sisters in Australia. And I have no doubts many others found themselves in similar situations.

These are the prices of migration that cannot be estimated in money, but in emotions and the loss of deep links with the family’s origins and past.

When we finally meet the people we knew from the telephone calls the relations are not as close as when we grow up together. Brothers and sisters do not share experiences, especially the cruellest, such as the sickness that took away my nineteen year old cousin Marina and I can still hear my mother’s cry of pain during the telephone call of the terrible news at not having been with to her sister during her few short months of desperation.

Effects

In the end the effects of these great distances between Italy and the other continents are that very slowly the families separate and lose touch, especially when the migrants pass away. They lose touch with the relatives far away and maybe also the grandparents’ documentation is lost and it becomes harder for future generations to trace their family trees and their personal heritage, as is happening increasingly often overseas and not only in the United States.

Naturally this situation is made even harder by the incapacity of the descendants to speak the language of their grandparents and great grandparents. Then the inevitable change of pronunciation and the effects of time on the memory create approximate versions of the original family history.

In the case of migration after the Second World War with passports and visas tracing the family is fairly easy but for the previous generations and especially those before 1924 and the introduction of passports, the means of identifying exactly names and places of origin in Italy make the research much harder.

But in the end the final effect is the same, a family becomes a number of branches in various countries with little or no contact between them and when they finally meet the reality of the getting back together are often disappointing because the points in common are few or nonexistent.

For these reasons too we must keep the contacts between the branches open and make known the stories of migrants overseas and one of the means is to know the realities that splintered families.

Therefore, we invite our readers to send us their own experiences and stories to let Italy and also all the other countries know that the History of our migration is truly must wider and varied than what the clichés often let us understand.

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Le fabbriche delle delusioni – The disappointment factories

di emigrazione e di matrimoni

Le fabbriche delle delusioni

Nessuno scrive un libro per motivi banali. Ogni autore ci mette una parte della propria identità e anima. Ogni libro rappresenta uno sforzo non indifferente per esprimere un messaggio che sia valido per lettori nuovi.

Di Gianni Pezzano

Molti hanno sognato di scrivere un libro, di mettere parole su una pagina per descrivere un mondo che non esiste, o per esprimere emozioni e messaggi importanti, o anche nella speranza di avere un successo mondiale e in quel modo avere il futuro assicurato.

Ma la realtà è ben diversa da quel che molti pensano e per questo motivo chi cerca editori per il proprio libro deve stare attento a non cadere in tranelli che sembrano passi verso il futuro sperato, e invece sono solo un modo per ingannare e deludere chi crede nel proprio lavoro.

Realtà

Il mondo dell’editoria è crudele, e non solo in Italia. Il potenziale mercato per un libro è letteralmente mondiale, e per questo motivo molti editori non cercano autori nuovi con prodotti innovativi, come fanno le altre industrie importanti, ma cercano nomi già conosciuti e quindi facili da vendere con una spesa minore.

Questo è il caso anche per una filiale dell’editoria che è ancora più selettiva per i suoi clienti, il mondo degli agenti letterari che, almeno in teoria, si interessano di far pubblicare i libri di chi è ai primi passi in questo mondo, e invece preferiscono ancora di più chi ha già avuto successo, magari in altri campi e dunque molto ‘vendibile’.

Queste circostanze rendono la vita ancora più difficile per l’autore nuovo e/o sconosciuto.

Tra i grandi editori sono pochi quelli che accettano i manoscritti direttamente dagli autori e alle loro condizioni per la presentazione di una proposta precisano che accettano i manoscritti solo da agenti letterari.

I motivi sono due e il primo è la propria comodità. Nello specificare solo agenti effettivamente pretendono che siano gli agenti ad assicurare che i manoscritti siano già stati finalizzati e un livello più alto di quel che molti autori sono in grado di fare da soli. In effetti questo vuol dire che l’editore deve spendere meno per preparare il libro per l’eventuale pubblicazione.

Il secondo motivo, purtroppo per l’aspirante autore, è che questo rapporto consolidato tra agente ed editore vuol dire che non conviene cercare autori nuovi che si devono pubblicizzare, oppure su temi o soggetti nuovi che comportano un rischio per l’editore.

Crudeltà

Quel che rende questo mondo ancora più crudele è che editori e agenti pretendono che gli autori facciano solo una presentazione alla volta che vuol dire che il tempo necessario per trovare agente/editori è lungo. A meno che l’autore non faccia di nascosto multiple presentazioni nella speranza che qualcuno accolga la domanda.

Peggio ancora, nella stragrande maggioranza dei casi editori e agenti non rispondono alle presentazioni. Dicono soltanto che “se non rispondiamo entro 3/4/5/6 mesi vuol dire che non siamo interessati e allora potrai provare con altri”. Allora l’autore si trova nel purgatorio di incertezza tra speranza e dubbio che finisce   poi in delusione.

Inoltre, nei casi di risposta il messaggio è succinto al massimo, senza parole di incoraggiamento oppure suggerimenti per migliorare il manoscritto e quindi presentabile per altri.

Poi, dulcis in fundo, a rendere la procedura ancora più crudele e deludente ci sono gli editori che offrono un servizio che “aiuta il nuovo autore a mettere il proprio libro sul mercato”.

Di tutte le crudeltà del mondo editoriale, questa è probabilmente la peggiore perché vuol dire che l’autore paga per la delusione di vedere il libro sparire in poco tempo,   con la complicazione che l’uscita vuol dire sicuramente che il libro non uscirà mai con un editore serio. Anche se il libro è più che valido.

Nome beffa

Questi editori si offrono di aiutare nuovi autori a uscire, previo pagamento di parte delle spese della prima edizione. In cambio il libro avrà una presentazione, magari un’intervista in un programma televisivo, aiuto a presentare il libro nel paese/città dell’autore e cosi via. Nel leggere il contratto inviato ai possibili autori, questo sembra promettente ma la pratica è ben lontana da quel che succede dopo la firma.

Questa parte del mondo editoriale ha un nome bruttissimo nel mondo anglosassone, si chiama vanity press, cioè la stampa della vanità. E chissà quanti libri validi sono spariti nella voragine di questi editori.

Quel che il contratto non dice è che la presentazione del libro non è individuale, ma insieme a tre, quattro, cinque o più autori, magari in una libreria piccola che pochi conoscono. Il programma televisivo dove appare l’intervista non è nazionale, ma un programma di un canale minore che quasi nessuno vede perché è tra quelli su cui si passa velocemente con il telecomando quando si è in cerca di qualcosa di nuovo da vedere.

È facile immaginare la delusione degli autori quando si rendono conto che il contratto era solo un modo per poter fare soldi da parte di   un editore che non è interessato a scoprire autori nuovi.

Infine, arriva la beffa una volta che il contratto scade,   quando l’autore cerca un editore serio per il libro e tra le condizioni legge che il libro deve essere “inedito”. Lasciamo stare che il libro è semplicemente sparito dalla circolazione e che quasi nessuno l’ha comprato perché bisogna cercarlo appositamente e come fai a sapere che esiste se non è pubblicizzato nei media e giornali importanti?

Delusioni

Nessuno scrive un libro per motivi banali. Ogni autore ci mette una parte della propria identità e anima. Ogni libro rappresenta uno sforzo non indifferente per esprimere un messaggio che sia valido per lettori nuovi.

Sarebbe interessante sapere quanti di questi libri escono ogni anno non solo in Italia ma anche negli altri paesi in giro per il mondo. Chissà quanti autori poi, dopo la delusione del primo libro, hanno deciso di non scrivere più perché non hanno fiducia in un sistema dove al centro non c’è il manoscritto ma il guadagno facile di pseudo editori .

Poi, il peggiore dei casi, chissà quanti di questi libri siano stati davvero validi e non saranno mai letti dal grande pubblico proprio perché l’autore non sapeva più come fare per mettere in mostra la propria capacità.

Naturalmente ci sono quelli che vogliono semplicemente mettere il loro libro su uno scaffale per mostrare ai parenti, amici e nuovi conoscenti che hanno scritto un libro. Ma quanti scrivono per motivi di semplice vanità, come indica il nome di questi editori in inglese?

Il prezzo vero delle delusioni

Ci sono quelli che scrivono perché hanno davvero idee nuove da proporre, altri scrivono perché hanno capito che ci sono vuoti nell’editoria moderna che non copre certi soggetti e vorrebbero farli conoscere al grande pubblico. E ci sono anche autori nuovi che hanno scritto storie veramente originali, che meritano di essere incoraggiati a sviluppare i loro talenti per scrivere libri importanti.

Invece non scrivono più perché la delusione è stata grande e dolorosa e questo è il prezzo vero di questo tipo di editoria.

Sappiamo che il mondo degli editori è in crisi e non solo in Italia, ma sappiamo anche che i libri giusti vendono ancora in quantità grandi con la giusta promozione, allora dobbiamo porre una domanda agli editori e agli agenti letterari.

Ma davvero devono rendere la vita così difficile a futuri autori importanti per poter finalmente esporre i loro talenti?

Gli editori si lamentano della mancanza di vendite, ma potrebbe anche essere che nella ricerca del “successo sicuro” non riescono più a vedere potenziali successi futuri perché si concentrano solo su personaggi famosi e influencer che oggi sono famosi ma domani non ci saranno più.

Questa è una sfida da affrontare e risolvere perché l’editoria non è solo una parte importante del nostro mondo industriale, ma è ancora molto più importante per migliorare la nostra Cultura e la qualità della nostra vita con libri veri e divertenti e/o informativi che ora si perdono in queste fabbriche delle delusioni.

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Il vizio della Cultura italiana – Italian Culture’s Bad Habit

di emigrazione e di matrimoni

Il vizio della Cultura italiana

Abbiamo davvero il patrimonio culturale più grande del mondo, ma dimentichiamo che ogni Cultura si considera tale e quindi, come paese, non ci rendiamo conto che all’estero quasi nessuno sa delle ricchezze contenute nel nostro stivale.

Di Gianni Pezzano

In queste settimane RAI in Italia, e non dubitiamo RAI World all’estero, ha trasmesso la serie di documentari presentata da Alberto Angela, “La penisola dei tesori”. L’archeologo/presentatore ha dato al pubblico nazionale e internazionale una visione di alcuni dei luoghi che rendono l’Italia un forziere della Cultura mondiale.

Per chi scrive rivedere luoghi già visitati come San Vitale a Ravenna, il Palazzo Ducale di Urbino e lo straordinario Palazzo del Te a Mantova ha dato la voglia di rivederli e anche gli altri luoghi presentati da Angela. Vivere nel cuore della Romagna offre la possibilità unica di poter vedere decine di luoghi UNESCO, ma poi viene in mente che questo programma non fa altro che rinforzare ulteriormente un’impressione che abbiamo da anni, che come paese, l’Italia ha un vizio che ci impedisce di realizzare in pieno il nostro potenziale culturale e conseguentemente anche turistico.

Abbiamo davvero il patrimonio culturale più grande del mondo, ma dimentichiamo che ogni Cultura si considera tale e quindi, come paese, non ci rendiamo conto che all’estero quasi nessuno sa delle ricchezze contenute nel nostro stivale.

Come paese abbiamo il vizio di pensare che tutti nel mondo sappiano la grandezza della nostra Cultura e quindi non ci rendiamo conto che tra il grande pubblico la realtà all’estero non è affatto cosi.

Scuole all’estero

Nel mio percorso scolastico in Australia in scuole cattoliche e facendo quel che in Italia verrebbe considerato il liceo classico, ho studiato solo due libri non inglesi in “letteratura”, entrambi in lingua inglese. Questi non erano italiani ma francesi, “Il Rosso e il Nero” di Stendhal e “Lo Straniero” di Camus. Ma il paradosso è che uno dei libri inglesi che abbiamo studiato fu ispirato da un classico della letteratura italiana.

Geoffrey Chaucer fu l’ambasciatore del re inglese alla corte milanese dove scoprì le opere di Dante, Petrarca e particolarmente Boccaccio. Infatti, il “Decamerone” di Boccaccio lo colpì così tanto che decise di scrivere “I Racconti di Canterbury”.

Noi figli di italiani non abbiamo mai saputo di questo legame con il nostro patrimonio culturale, così come abbiamo studiato poco la Storia d’Italia tranne qualche riferimento fugace al Risorgimento e il ruolo del Papa quando abbiamo studiato la Riforma e la Controriforma.

Non ho dubbi che se chiedessimo ai nostri parenti e amici che hanno frequentato scuole all’estero, sentiremmo la stessa storia con leggere variazioni.

Cultura in generale

In un mondo ora connesso eternamente con i social dimentichiamo che fino a non tanti anni fa era quasi impossibile per chi abita all’estero poter seguire la musica, il cinema e le altre forme di cultura italiana. Fino agli anni ‘90 gli emigrati italiani e i loro figli e discendenti non potevano vedere i programmi televisivi ora disponibili con RAI World.

Quei film italiani che arrivavano all’estero erano per un pubblico che conosceva poco o niente della “Alta Cultura” italiana, e ricordo che i due cinema italiani ad Adelaide proiettavano i film di Totò e Peppino, Amadeo Nazzari e Yvonne Sanson e di Franco e Ciccio, e spesso noi figli capivamo poco di quel che faceva ridere o piangere così tanto i nostri genitori. Alla fine arrivavano alcuni altri film di artisti come Gianni Morandi, Mal dei Primitives e attori del genere, ma per molti di noi giovani c’era poca voglia di vedere film che ci facevano diventare preda facile per i nostri connazionali che cercavano di prenderci in giro per qualsiasi motivo legato alle nostre origini.

Anche qui c’era un paradosso che abbiamo scoperto solo anni dopo, molti dei successi che ascoltavamo alla radio in Australia e altre paesi erano cover locali di grandi successi italiani, come la “Tar e cement” di Verdelle Smith, numero uno nel mondo, che era la versione inglese di “Il Ragazzo della Via Gluck” di Adriano Celentano.

Scoperta

Per alcuni di noi che abbiamo deciso di frequentare l’università è finalmente arrivato il momento di conoscere un’altra Cultura italiana, partendo dal cinema d’autore di registi come Bertolucci, Pasolini, Fellini e Wertmuller.

Per altri la scoperta della ricchezza della nostra Cultura è arrivata con il primo viaggio in Italia quando non solo abbiamo scoperto cantanti straordinari e film nuovi, ma anche luoghi come, naturalmente Roma, Pompei e Firenze, che ci hanno fatto capire che il nostro passato era molto più ricco di quel che pensavamo.

Un altro problema nella promozione della Cultura italiana all’estero era ed è tutt’ora la diffidenza dei burocrati esteri verso la nostra Cultura. Nelle scuole anglosassoni il francese in particolare era considerato la lingua da studiare, e in questo l’Alliance Française è stata molto più efficace della nostra Società Dante Alighieri.

Ma era troppo tardi per moltissimi dei figli e poi i nipoti degli emigrati italiani, conoscevano si e no il dialetto e poco della lingua italiana moderna. La grande maggioranza di loro non ha le capacità di poter capire e quindi di apprezzare davvero il nostro cinema, letteratura e musica, e conoscono poco o niente della nostra Storia.

Ma questo non è colpa loro ma delle circostanze nei loro paesi di residenza. Però, non manca la volontà in molti di volerlo imparare. Alcuni sin da giovani e altri anche quando vanno in pensione e hanno finalmente il tempo di poterlo fare.

Realtà

Questa è la realtà e basta fare una visita sulle pagine dei social degli italiani all’estero per capirlo. E questa è la realtà che chi in Italia vuole promuovere la nostra Cultura all’estero non capisce fino in fondo.

Ho sentito addetti ai lavori parlare di promuovere di più la lirica. Ma che senso ha se il pubblico internazionale non capisce le parole delle opere?

Dobbiamo capire che per promuovere la nostra Cultura non può partire dalla lingua italiana, ma nelle lingue dei paesi di residenza dei nostri parenti e amici all’estero. Dobbiamo dare a loro il modo di poter iniziare la strada che li porterà a imparare la nostra lingua e   poter finalmente accedere a tutti i livelli della nostra grandissima Cultura.

Non ho dubbi che molti in Italia leggendo queste parole penseranno che sia ridicolo non iniziare con la nostra lingua, ma risponderei con una domanda semplice: se il pubblico internazionale non capisce Gianni Morandi o Adriano Celentano che hanno un linguaggio pulito e semplice, come fanno a capire Fabrizio de André considerato il poeta dei cantautori e come potremmo pretendere che capisse qualsiasi opera lirica?

Questo discorso è altrettanto valido per i nostri comici, spettacoli teatrali, documentari e qualsiasi mezzo di informazione.

I nostri responsabili per la Cultura devono cominciare a capire le dure realtà all’estero per trovare il modo di incoraggiare i figli, nipoti e pronipoti dei nostri emigrati a imparare la nostra Cultura e la nostra lingua.

Molti di loro vogliono davvero imparare le loro origini e quindi, come paese, dobbiamo fornire a loro i mezzi di poterlo fare.

Qualche politico direbbe sicuramente che queste sono spese inutili e che il paese ha altre priorità. Ma con oltre 90 milioni di italiani all’estero tra emigrati italiani e i loro discendenti, abbiamo un potenziale mercato enorme per turisti che verrebbero qui per imparare di più delle loro radici, come anche del loro patrimonio culturale personale.

Ma per farlo dobbiamo togliere il vizio di pensare “tutti sanno quel che abbiamo”, non è vero e non è mai stato. Allo stesso tempo dobbiamo anche capire che il potenziale guadagno nel futuro è molto più grande delle spese iniziali per mettere in azione programmi mirati per insegnare al mondo la grandezza della nostra Cultura.

Partendo dagli italiani all’estero.

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L’emigrazione vista con l’occhio sbagliato – Migration seen with the wrong eye

ellis island
di emigrazione e di matrimoni

L’emigrazione vista con l’occhio sbagliato

Le moderne leggi dell’emigrazione cominciarono ad apparire tra le due guerre e solo dopo la Secondo Guerra Mondiale sono entrati in vigore a livello internazionale i moderni visti di immigrati con le quote e prerequisiti, ecc., che ora rendono difficile emigrare nei paesi occidentali.

di Gianni Pezzano

Ci sono temi che sai, prima ancora di scrivere, che faranno arrabbiare qualche lettore, però non per questo dobbiamo evitarli. Il concetto centrale della rubrica “italiani nel mondo” è quello di incoraggiare la ricerca della Storia della nostra emigrazione in giro per il mondo. Purtroppo, ci sono aspetti di questo fenomeno che non sono chiari e per motivi di onestà intellettuale e correttezza abbiamo l’obbligo di analizzare ogni aspetto che ci riguarda.

Inoltre, abbiamo anche spesso il vizio di guardare il passato con l’occhio puramente moderno e non sempre ci accorgiamo che il passato è altrettanto complicato quanto il mondo moderno del quale spesso ci lamentiamo. Per questo dobbiamo capire bene le circostanze del passato e guardarlo con l’occhio dell’epoca.

Per quanto vogliamo credere che tutti i nostri connazionali siano partiti per farsi una nuova vita all’estero, e la stragrande maggioranza dei nostri connazionali ha fatto proprio così, dobbiamo riconoscere e analizzare che non era così per una percentuale che non sapremo mai quanto sia grande.

C’è una data che dobbiamo considerare nello studiare questo aspetto, e coincide più o meno con la fine della Grande Guerra, perché prima di allora non esistevano i passaporti come li conosciamo ora e questo rendeva più facile poter veramente iniziare una vita da capo per alcuni, che per un motivo o l’altro dovevano fuggire dal Bel Paese.

Ellis Island

Il simbolo della migrazione, non solo americana ma ora anche internazionale, è Ellis Island a New York.

Letteralmente milioni di immigrati sono passati per le sue porte per accedere agli Stati Uniti. Su questo luogo ci sono molte leggende e verità. Ma guardiamo da vicino un esempio di come poteva arrivare un nostro connazionale negli Stati Uniti nel 1901.

Questo filmato è tratto dal celebre film Il Padrino 2 del regista italo-americano Francis Ford Coppola che fa vedere il giovane Vito Andolini, che fuggiva da una faida in Sicilia dopo la morte della sua famiglia. Vediamo la reazione degli immigrati nel vedere la Statua della Libertà, ma nella seconda metà vediamo come si svolgevano all’epoca le procedure d’entrare in America.

E così il ragazzo siciliano è diventato Vito Corleone, uno dei due principali protagonisti dei primi due film della serie insieme al figlio Michael Corleone. Questa scena ci fa capire due cose molto importanti, quando cominciamo a considerare l’aspetto di entrata legale e illegale di immigrati nei paesi d’immigrazione nel passato.

Il primo è ovviamente la conferma delle molte storie che sentiamo su come i burocrati hanno cambiato i cognomi e anche i paesi d’origine di moltissimi immigrati, e ora per questo motivo i loro discendenti hanno problemi a rintracciare l’albero genealogico e le loro radici. Il secondo punto importante da notare è che non c’era un passaporto, perché all’epoca non esistevano, figuriamoci passaporti con microchip, impronte digitali, ecc., come quelli moderni. Se fosse stato così i burocrati non avrebbero potuto sbagliare a capire nomi e di conseguenza cambiarli.

Il giovane del film si è trovato con un’identità nuova per caso. Ma, se vogliamo essere onesti, dobbiamo riconoscere che questo rendeva molto più facile per emigrati all’epoca, entrare nel paesi per motivi meno nobili e a volte meno legali dei luoghi comuni che pensiamo quando trattiamo le grandi ondate dell’emigrazione nel mondo, italiana e non.

Motivi illeciti

Vito Andolini poi Corleone non era semplicemente un’invenzione letteraria. Le faide nel sud d’Italia non erano rare all’epoca e infatti succedono ancora oggi. Chi scrive ha conosciuto un nostro connazionale che emigrò in Australia dalla Calabria negli anni 80 proprio per quel motivo, e ogni tanto sentiamo ancora di casi legati a faide, anche se molto meno del passato.

La mancanza di documentazione sicura rendeva molto facile sia per le vittime che per gli assassini di queste faide fuggire dall’Italia. Chi per salvarsi la vita e chi per evitare le conseguenze legali o rappresaglie, iniziando cambiando facilmente nome e luogo d’origine.

Naturalmente, questa mancanza di documentazione sicura rendeva anche più facile per la nostra criminalità organizzata, a partire da quel che ora chiamiamo la “mafia siciliana”, diffondersi in tutti i continenti. Infatti, ancora oggi, in un periodo di documenti sicuri, vediamo casi come la strage del Duisburg in Germania nel 2010, come le nostre cosche continuano a espandersi nel mercato illecito internazionale, a partire dall’Nrangheta calabrese che ormai è il gruppo italiano più potente.

Però, nel riconoscere questo aspetto dell’emigrazione, ci sono anche quelli che sono fuggiti dall’Italia per evitare le conseguenze delle loro azioni in Patria. Chissà quanti emigrati, e ripeto non solo italiani, sono fuggiti da fallimenti delle società, da debiti e altri problemi che non sapevano più come affrontare o risolvere.

Sappiamo anche di casi di italiani, tedeschi, e altri paesi particolarmente da parte dell’Asse, che sono fuggiti all’estero, spesso anche con l’assistenza delle autorità dei nuovi paesi di residenza, perché utili per combattere la Guerra Fredda contro il nuovo nemico l’Unione Sovietica, per evitare i processi per stragi, e altri reati commessi prima, durante e a volte dopo la Seconda Guerra Mondiale. Questi ultimi hanno ottenuto nuove identità dalle autorità locali e in ogni probabilità le loro nuove famiglie all’estero non sanno niente del vero passato del coniuge o padre.

Poi, dobbiamo considerare un gruppo di emigrati “non nobili” che non erano rari e che ancora oggi sentiamo dire in un modo o l’altro.

Vedove bianche

Prima del 1971 in Italia non esisteva il divorzio, tranne nei casi di personaggi celebri, oppure ricchi che si potevano permettere la spese per poter annullare il matrimonio tramite la Sacra Rota.

Quindi, per decenni per il marito la soluzione più pratica era di emigrare all’estero con il pretesto di chiamare la famiglia una volta stabilitosi nel nuovo paese. Molti mariti hanno fatto proprio così, ma altri sono arrivati al nuovo paese e sono semplicemente “spariti”.

Naturalmente questo era molto più facile nel periodo pre-passaporti, ma ci sono casi moderni di questo fenomeno. I mariti infelici potevano arrivare nel nuovo paese cambiare identità, prendere un divorzio locale, oppure fingersi scapolo e sposarsi con una ragazza locale. Non mancano nemmeno casi, particolarmente nell’emigrazione in Europa, di emigrati con famiglia in Italia che hanno famiglia anche nel nuovo paese.

In questi casi è stato inventato un soprannome molto crudele per le mogli rimaste a casa, le “vedove bianche”. Questo è particolarmente crudele perché non sempre i mariti sono spariti in quel modo, ma in alcuni casi sono morti o sono stati uccisi all’estero, particolarmente in Sud America, e le autorità locali non sapevano come rintracciare i parenti in Italia per mancanza dei dettagli anagrafici precisi.

Radici e legalità

Non vogliamo dire che questi casi siano stati la regola, anzi erano la minoranza, ma sono il motivo per cui non possiamo dire che tutti gli emigrati all’estero siano stati onesti nelle loro azioni e intenzioni. Senza dubbio, nel mondo d’oggi sarebbero considerarti clandestini, ma all’epoca questa categoria non è davvero esistita, a partire degli Stati Uniti.

Le moderne leggi dell’emigrazione cominciarono ad apparire tra le due guerre e solo dopo la Secondo Guerra Mondiale sono entrati in vigore a livello internazionale i moderni visti di immigrati con le quote e prerequisiti, ecc., che ora rendono difficile emigrare nei paesi occidentali.

Infatti, se guardiamo le statistiche della demografia della grande maggioranza degli emigrati italiani, fino agli anni 60 era composta principalmente da gente della campagna ed artigiani, spesso analfabeta e più spesso che parlava solo il dialetto. Per questo motivo hanno iniziato la vita nuova con i lavori più umili.

Anche per questo motivo le loro imprese all’estero sono ancora più importanti, non solo a livello imprenditoriale, ma per il fatto che i figli di moltissimi di loro sono diventati laureati e professionisti importanti.

Eppure, allo stesso tempo, dobbiamo anche riconoscere che se questi stessi immigrati chiedessero oggi un visto per emigrare negli stessi paesi, sicuramente sarebbero rifiutati in base ai regolamenti esigentissimi moderni.

Si, dobbiamo essere fieri dei nostri emigrati del passato e anche d’oggigiorno, ma dobbiamo essere onesti che non tutti erano “puliti” e che una percentuale iniziò la nuova vita come clandestini o peggio.

Anche questo fa parte della nostra Storia e negare questa realtà in effetti diminuisce la grandezza di quelli che sono emigrati in modo aperto e legale.

Vedendo il passato semplicemente con l’occhio moderno non possiamo capire che il nostro passato non è sempre quel che avremmo voluto..

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Un problema da risolvere – A problem to solve

di emigrazione e di matrimoni

Un problema da risolvere

Il tema dello ius soli è tornato alla ribalta nelle recenti settimane, sia per la vittoria del cantante Mahmood al Festival di Sanremo che per via di alcuni giocatori della Nazionale italiana di calcio. Il Ministro dell’Interno Matteo Salvini ha fatto capire che il tema non è in programma per il governo, ma uno sviluppo recente ci fa capire che l’attuale ius sanguinis ha dei problemi pratici che dobbiamo affrontare.

Per anni, quando l’Italia esportava i suoi cittadini in giro per il mondo una legge basata sul sangue era da considerare naturale, in vista di un possibile ritorno di una percentuale degli emigrati. Però, al di fuori delle considerazioni che hanno portato alla proposta l’anno scorso per lo ius soli, dobbiamo chiederci se davvero estendere la cittadinanza italiana ai discendenti di emigrati italiani di quinta, sesta e oltre generazione sia utile e praticabile.

Potrebbe sembrare una domanda crudele, ma una vicenda riportata dalla Polizia di Stato in Piemonte ci fa capire che la situazione della cittadinanza italiana è anche soggetta ad altre considerazioni non riferite ai legami con il paese d’origine dei bisnonni.

Operazione Super Santos e calcio

Il 26 marco u.s. la Polizia di Stato ha annunciato l’esito dell’Operazione Super Santos (https://bit.ly/2uOHRuZ) diretta verso agenzie gestite da brasiliani che davano, tra i loro servizi, anche quello di ottenere la cittadinanza italiana. Tutta la vicenda coinvolgeva un giro d’affari di oltre cinque milioni di Euro, come anche la falsificazione di documentazione per ottenere la cittadinanza italiana a chi non ne aveva diritto.

Non ce ne meravigliamo, benché la maggior parte delle agenzie che fanno queste pratiche siano oneste, perché dimostrare i legami ininterrotti tramite quattro, cinque e più generazioni non è facile.

Inoltre un caso sportivo del passato aveva già dimostrato che, come nel caso odierno, i passaporti non servivano per dimostrare legami con il Bel Paese, ma per ottenere permessi di lavoro in paesi dove i passaporti stranieri sono uno svantaggio.

Nel 2001 uno scandalo di passaporti falsi per giocatori di origini sudamericane ha scosso il calcio Europeo. Furono coinvolte anche l’Inter con Alvaro Recoba e la Lazio con Juan Sebastian Veron in Italia. Nel caso dell’Inter il giocatore Recoba e il dirigente interista Gabriele Oriali patteggiarono una pena di sei mesi, poi trasferitasi in multa di 21.420 Euro per i reati di concorso in falso e ricettazione.

Le cronache dell’epoca descrivevano ricerche ai cimiteri dei paesi dei giocatori per trovare omonimi da utilizzare come base per la documentazione, per dimostrare la linea di discendenza diretta che avrebbe dato diritto alla cittadinanza e quindi di poter giocare per i club europei importanti non come extracomunitari soggetti ai limiti imposti all’epoca.

Come descrive l’articolo della Polizia di Stato i possessori di cittadinanza italiana e dunque di passaporti italiani della recente operazione volevano poter emigrare negli Stati Uniti e Canada dove il passaporto italiano rende più facile l’immigrazione.

Effetti e origini

I due casi citati dimostrano non solo che la caccia a passaporti italiani dia la possibilità di comportamenti illeciti di agenzie meno oneste, ma anche le difficoltà pratiche di poter dimostrare il diritto alla cittadinanza oltre la terza generazione nata all’estero. Diremo di più, nei casi delle grandi comunità italiane nelle Americhe, molti dei nostri parenti e amici ci sono emigrati da prima del ‘900,  quando la documentazione era meno sicura e più facile a falsificare, rendendo il lavoro di verificare la veridicità della documentazione ancora più difficile, senza dimenticare che in molti casi la documentazione di uffici anagrafe di molti comuni, colpiti da guerre, ormai è irrimediabilmente incompleta.

Oltre il fattore del passaporto italiano, dobbiamo anche ricordarci che la cittadinanza italiana da anche il diritto di voto ai nostri connazionali all’estero, e soprattutto per questo motivo dobbiamo essere sicuri che gli aventi diritto abbiano davvero le carte in regola per esercitare questo diritto fondamentale, perché i loro rappresentanti alla Camera dei Deputati e il Senato decidono le leggi del paese.

Questo però non toglie la voglia naturale dei discendenti di poter trovare le loro radici e di capire da dove vengono, e quali siano i loro patrimoni famigliari e culturali personali.

Allora cosa fare?

Decisione.

Nella grande maggioranza dei casi la lingua parlata a casa dalla prima generazione all’estero era l’italiano e quindi i figli potevano capire qualcosa delle loro origini. Però, come vediamo spesso sulle pagine Facebook degli italiani all’’estero, particolarmente ma non solo negli Stati Uniti, nonni e/o genitori hanno deciso di non utilizzare più l’italiano in casa per potersi integrare nel nuovo paese di residenza. In alcuni casi questo ha portato anche al cambio di cognomi e persino nomi per non sembrare più “stranieri” nei loro nuovi paesi.

Questo non ha avuto sempre successo, ma ha avuto un effetto sulla nuove generazioni, quello di rendere ancora più difficile trovare le loro radici e origini, come leggiamo regolarmente in queste pagine Facebook.

Passaporto o no?

Alcuni decidono di ricercare la cittadinanza persa, alcuni di fare ricerche per le loro origini che sono spesso carissime e non sempre precise, considerando il grande numero di omonimi che spesso troviamo in tutte la penisola, grazie alle vecchia tradizione di dare i nomi dei nonni ai neonati, e quindi un nuovo livello di difficoltà per identificare i bisnonni veri invece dei loro cugini omonimi.

Certo, molti sono riusciti a trovare le origini, ma è davvero realizzabile e praticabile dare il diritto alla cittadinanza dopo un certo numero di generazioni,  considerando anche che spesso chi lo chiede, per via della condizioni di educazione nei loro paesi di residenza, conosce poco o niente della nostra lingua, Storia e Cultura?

Mentre battiamo questa parole immaginiamo già la delusione e anche rabbia di alcuni nel leggere questo paragrafo, ma non avere il diritto alla cittadinanza non nega il diritto di potere cercare la propria identità e il proprio passato.

Per questo motivo l’Italia dovrebbe assumersi l’impegno di aiutare i discendenti dei suoi emigrati a trovare questa identità, ma senza dover continuare a dare la cittadinanza in eterno.

Di origine italiana

Tutte le regioni hanno avuto numeri di emigrati. Nel caso delle regioni del sud ma anche il Veneto e il Friuli/Venezia Giulia, le ondate sono state enormi. Per questo motivo queste regioni sono soggette sempre più ad interesse dei discendenti dei loro corregionali partiti chissà quanti anni fa.

Perciò, potrebbe essere utile, non solo per i diretti interessati, ma anche per le regioni stesse, creare una categoria di turismo specifico, quella dei turisti “d’origine italiana”.

Le regioni e i comuni possono offrire servizi ai discendenti dei loro residenti nella ricerca delle loro origini e per conoscere queste zone.  Possiamo già immaginare le proteste di alcuni che le regioni e, peggio ancora, i comuni, non abbiano i mezzi di poterlo fare, ma quasi nessuno dei nostri parenti e amici all’estero pretenderebbero mai di avere servizi gratuiti, i benefici di un turismo del genere sono potenzialmente enormi per molti regioni e paesi, a partire dal sud d’Italia.

Queste amministrazioni possono aiutare a rintracciare nonni, bisnonni ,ecc. Allo stesso tempo possono offrire sconti ai musei e le mostre o per acquistare prodotti locali, ecc. ai nuovi turisti in cerca di identità e quindi promuovere i prodotti locali, di tutti i genere, culturali e commerciali, all’estero.

I vantaggi di un sistema del genere sono ovvi. Dando incentivi concreti a chi pensa di venire in Italia per motivi di famiglia diamo la possibilità a zone poche conosciute all’estero di trovare nuovi mezzi di promozione internazionale.

Tutto questo può essere offerto sia a chi ha la cittadinanza italiana come a chi non ne ha diritto. In fondo, sono tutti i figli d’Italia, anche se non hanno mai visto il Bel paese.

Però, a prescindere da questo, il parlamento italiano ha l’obbligo davvero di affrontare il tema della cittadinanza, non solo come “battaglia morale” da entrambe le parti, ma soprattutto a livello pratico perché il sistema attuale non fa altro che aiutare quelli che cercano di ingannare.

La cittadinanza non è un regalo, ma nemmeno possiamo dire a quelli che non ne hanno il diritto che non possono e non devono interagire con il loro paese d’origine. Anche questo è un diritto, ma non comporta il dovere di votare, ecc.

Troviamo una soluzione e non la rinviamo ancora per chissà quanto tempo.

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Memoria di un orrore a New Orleans – Memory of a horror in New Orleans

di emigrazione e di matrimoni

Memoria di un orrore a New Orleans

Il prossimo 12 aprile a New Orleans negli Stati Uniti, per la terza volta autorità americane chiederanno scusa per ingiustizie di anni fa verso nostri connazionali.

Di Gianni Pezzano

Nel primo caso nel 1977, Michael Dukakis, allora governatore dello stato di Massachusetts, riconobbe ufficialmente il processo farsa di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti che finì con la loro esecuzione sulla sedia elettrica nel 1927. Il secondo caso è stato il riconoscimento ufficiale nel 2002 da parte del Congresso americano di Antonio Meucci come inventore del telefono e non Alexander Graham Bell come si pensava fino ad allora.

Purtroppo la cerimonia del 12 aprile riconoscerà ufficialmente un orrore che non era uno sbaglio giudiziario bensì un delitto vero e proprio verso 11 nostri connazionali, tutti di origini siciliane, nel 1891. Poteva andare peggio perché altri 8 erano destinati al patibolo, ma riuscirono a nascondersi dalle decine di migliaia di persone che quel giorno volevano linciarli. Ma l’incidente  lasciò un altro segno che ancora oggi segna gli italiani ovunque siano.

Molti sanno delle difficoltà dei nostri emigrati all’estero, ma pochi in Italia si rendono conto che molti di loro hanno pagato il prezzo più alto per la loro decisione di trovare una vita nuova all’estero.

New Orleans 1890

Alla fine dell ‘800 New Orleans era una città con una grandissima comunità italiana. Era così grande che il vecchio quartiere francese era stato soprannominato “Little Palermo” (la piccola Palermo) e c’erano oltre tremila imprese italiane.

Purtroppo gli italiani non erano ben visti, gli abitanti del luogo consideravano la maggioranza siciliana “di colore” e li consideravano analfabeti e criminali. In un contesto che si è ripetuto fin troppo spesso, e non solo negli Stati Uniti e anche oggigiorno, malgrado una popolazione immigrata per la stragrande maggioranza pacifica e rispettosa delle leggi locali, qualsiasi reato commesso da immigrati finiva nelle prima pagine dei giornali per peggiorare l’immagine dei nuovi residenti della città.

Poi, un giorno un agguato e la morte di una persona scatenò l’inferno

Dagoes

La notte del 15 ottobre 1890 mentre tornava a casa alla fine della giornata lavorativa, David Hennessy, il Capo della polizia di New Orleans, fu vittima di un agguato ordito da un numero indeterminato di sconosciuti. Fu colpito più volte prima dell’arrivo del Capitano della Polizia William O’Connor.

Secondo la leggenda, contestata da alcuni, Hennessy ebbe il tempo di dire a O’Connor “The dagoes” (gli italiani) alla domanda di chi fossero gli aggressori.

Hennessy morì poche ore dopo in ospedale. Il funerale fu grandioso e poco tempo dopo il sindaco Joseph Shakespeare dichiarò ”Dobbiamo fare a questa gente una lezione che non dimenticherà mai”.

Sin dall’inizio i giornali cominciarono ad aizzare la rabbia della popolazione contro gli immigrati e persino il celebre, e lontano,  New York Times parlava del delitto come “the Italian assassination” (l’assassinio italiano”), in effetti dichiarando guerra ai nostro connazionali.

Nei mesi seguenti si cominciava a parlare di una segreta e fino ad allora sconosciuta organizzazione chiamata la “mafia”, e fu proprio questo incidente che mise alla luce per la prima volte nel paese la parola che ancora oggi ci segue ovunque andiamo.

In quei mesi la polizia in New Orleans arrestò oltre duecento italiani e alla fine diciannove di loro furono imputati per la morte di Hennessy.

Processo

Però, le prova a carico degli imputati non erano pari alla rabbia popolare alimentata dalla xenofobia e i giornali. La procedura giudiziaria non riuscì a fornire un verdetto contro i “criminali stranieri”.  Il 28 febbraio 1891 il verdetto di non colpevolezza creò scompiglio e rabbia tra coloro convinti della colpevolezza dei diciannove e il giorno dopo un giornale locale pubblicò un grido d’azione. Infatti, una vignetta di una rivista dell’epoca faceva intendere che fu la “mafia” a minacciare la giuria per scarcerare gli imputati.

Dopo settimane di proteste e titoloni dei giornali,  il 14 marzo 1891 durante una protesta John C. Wickliffe fece un appello contro gli italiani al pubblico, “Alien hands of oath bound assassins set the blot of blood upon your vaunted civilization” (“Mani aliene di assassini giurati hanno posato una macchia di sangue sulla civiltà di cui vi vantate”). La gente presente capì il messaggio e rispose “Yes! Yes! Hang the dagoes!” (“Si! Si! Impicchiamo i dagoes!”)

E cosi ebbe inizio il linciaggio più grande della Storia degli Stati Uniti.

Orrore

Secondo le cronache decine di migliaia di cittadini presero d’assalto il carcere. Alla testa delle file c’erano oltre trecento armati di fucili. Le guardie cercarono di sbarrare il cancello ma la folla cominciò a spingere e a martellarlo. Le guardie avvisarono gli italiani di cercare di nascondersi, ma tragicamente per la maggioranza il destino era segnato.

I primi catturati furono uccisi a fucilate e gli altri furono portati in mostra per le strade della città e infine impiccati su lampioni. Otto si salvarono nei loro nascondigli.

Il titolo più vergognoso fu del New York Times che dichiarò “Chief Hennessy Avenged” (“Capo Hennessy vendicato”).

La folla fu “soddisfatta” d’aver fatto “giustizia” contro gli assassini del loro defunto capo della polizia. Nessuno fu indagato per il linciaggio, la polizia non cercò nemmeno i colpevoli e, bisogna dirlo, visto che il processo finì con il verdetto di “non colpevolezza”, la polizia locale non fece più niente per cercare gli assassini del loro Capo defunto.

Non fu l’unico linciaggio di italiani negli Stati uniti, almeno una cinquantina morì in quel modo atroce.

Non fu nemmeno l’unico paese dove morirono immigrati italiani per mano di locali, basti pensare ad Aigues Mortes in Francia, casi in Belgio e anche in Sud America per capire che il sogno di molti italiani finì nel modo più crudele.

Consiglio comunale

Ora il consiglio comunale di New Orleans ha deciso di chiedere scusa per quel giorno infame.

Il 12 aprile prossimo al centro locale dell’associazione Italian Sons and Daughters of America  (Figli e Figlie Italiani d’America) il sindaco della città della Lousiana, LaToya Cottrell, presenterà “The Official Apology” (Le Scusa Ufficiali) per il tragico incidente del 1891, 138 anni dopo la morte dei nostri connazionali.

Bisogna ricordare sempre non solo che alcuni di loro furono dichiarati innocenti dell’assassinio di Hennessy, ma alcuni di loro non furono nemmeno imputati per il delitto.

Così si chiuderà quell’episodio, almeno ufficialmente, ma tutti dobbiamo pensare a quel che ha portato a quell’orrore.

Leggendo le cronache di quel periodo si vede la diffidenza dei locali verso gli immigrati nuovi, si vedono i giornali dell’epoca sottolineare i reati di una minoranza degli immigrati per fare incrementare l’odio verso gli “stranieri”. Vediamo politici che utilizzano il disagio e il disprezzo verso gli immigrati per scopi elettorali.

Per quel motivo dobbiamo chiederci, ma davvero qualcosa è cambiato da allora?

Tristemente leggendo le cronache dei giornali di oggi da molti paesi, leggendo i commenti di politici in giro per il mondo e molti episodi che identificano gli “immigrati” come fonte del male che affligge la “civiltà” come dichiarò Wilckliffe il 14 marzo del 1891, dobbiamo dire che non abbiamo imparato affatto la lezione.

Anzi e peggio ancora, oggi esiste un mezzo, i social media che, come abbiamo visto il giorno della strage alla Moschea di Christchurch in Nuova Zelanda due settimane fa, è ancora più efficace nel trasmettere i messaggi di odio e razzismo che non sono mai spariti. Non a caso, proprio in questi giorni Facebook ha deciso di eliminare le pagine che diffondono messaggi di odio razzista che “ispirano” assassini e attentati.

Diamo il benvenuto alle scuse del sindaco di New Orleans il 12 aprile prossimo. Ma quel messaggio non basta perché l’unico modo di togliere le macchie di sangue come quelle del 1891 è di eliminare il razzismo e l’odio e di insegnare ai nostri giovani, sin dalla scuola, che non si giudica una persona dalle origini e il colore della pelle, ma dal proprio comportamento.

Quello sarà il giorno che avremo veramente imparato il messaggio di tutti i linciaggi e non solo quello di New Orleans 138 anni fa.

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Chiediamoci perchè fuggono – Let’s ask ourselves why they run away

di emigrazione e di matrimoni

Chiediamoci perchè fuggono

L’Africa è un continente che, almeno in teoria, dovrebbe essere ricco, ma per motivi legati non solo alle politiche dei loro governanti, ma anche per via di decisioni prese in uffici governativi in altri continenti, non riesce a trovare la stabilità necessaria per poter superare le crisi create da guerre e disastri naturali.

di Gianni Pezzano

Da decenni, i giornali e i servizi giornalistici, prima la televisione e ora anche via internet e particolarmente i social media, sono pieni di immagini di gente che scappa da disastri. In molti di questi casi i servizi si concentrano sui disagi che creano nei paesi di destinazione e pochi degli utenti si chiedono cosa spinge milioni di persone a lasciare i paesi di nascita per affrontare sfide e rischi che noi nei paesi avanzati stentiamo a capire.

Un continente in particolare è stato soggetto a guerre, colpi di Stato e altri scontri che spesso nemmeno vengono nominati nella stampa occidentale e quindi ci meravigliamo dei barconi che sfidano le acque, del traffico di gente che fin troppo spesso capisce benissimo che rischia di non arrivare a destinazione, come hanno dimostrato alcuni carabinieri italiani parlando delle lettere alle famiglie che spesso trovano sui corpi di non ce l’ha fatta.

L’Africa è un continente che, almeno in teoria, dovrebbe essere ricco, ma per motivi legati non solo alle politiche dei loro governanti, ma anche per via di decisioni prese in uffici governativi in altri continenti, non riesce a trovare la stabilità necessaria per poter superare le crisi create da guerre e disastri naturali.

Burundi

Negli ultimi giorni guardando sui social media alla ricerca di   notizie e per avere scambi con utenti da altri paesi, abbiamo ricevuto una domanda di amicizia da un gruppo nel paese africano di Burundi. Dopo uno scambio amichevole di battute in francese ci hanno offerto di inviare informazioni sulle loro occupazioni in quel paese e, malgrado il linguaggio asciutto e formale, la lettura di alcuni passaggi del documento ci ha fatto venire i brividi perché rivela realtà orrende che si possono intuire solo vedendo chi fugge, ma non sappiamo niente di quel che è veramente accaduto.

L’A.P.S.H., L’Association pour la promotion de la promotion de la Santé Umaine (l’Associazione per la promozione delle Salute Umana) del paese lavora con gli orfani, gli svantaggiati e le altre vittime dei disastri che hanno colpito quel piccolo paese africano. Nel leggere una parte della loro presentazione si capisce   di più la piaga che affligge non solo il Burundi ma molti paesi africani da troppo tempo.

Un paragrafo riferisce: “In seguito alle guerre etniche-socio-politiche nel Burundi, in seguito al flagello del HIV/AIDS che fa scomparire molte famiglie, in seguito alla mancanza di terre coltivabili che causano carestie delle famiglie, in seguito al cambiamento delle condizioni climatiche che a volte causano carestie, così i bambini lasciano le loro famiglie per andare nella città e scoprire come vivere.”

La Bibbia Cristiana parla dei “Quattro Cavalieri dell’Apocalisse”,   e in queste poche righe si può immaginare il secondo Cavaliere che rappresenta la Guerra, il terzo Cavaliere della Carestia/Giustizia Sociale e il quarto Cavaliere che rappresenta la Morte. L’Unico che manca è il primo Cavaliere che rappresenta l’Anti-Cristo che annuncia l’arrivo dell’Apocalisse, ma non dubitiamo che per molta gente in Africa l’Apocalisse in qualche forma sia già arrivata.

Aiuti

L’opuscolo dell’A.P.S.H. parla di   aiuti che dati non solo agli orfani del loro paese, ma anche alle vedove e le altre vittime colpite fisicamente dalle guerre, scontri e le condizioni locali. Forniscono cibo, indumenti, protezione   e medicine per chi ne ha bisogno e cercano di aiutare chi vuole fare una vita nuova.

I loro aiuti vanno anche alla famiglie che stanno ancora insieme e non consiste solo in aiuti materiali, cibo ecc., ma soprattutto nell’aiuto più importante che si possa dare ai più giovani, perché è sempre la chiave per un futuro migliore, l’educazione, perché noi occidentali spesso dimentichiamo che se una famiglia non riesce a dare da mangiare ai figli, la scuola è semplicemente impossibile.

L’educazione della popolazione a lungo termine è l’unico mezzo efficace per aiutare i paesi a uscire dalle loro crisi.

Naturalmente le vittime non si limitano solo ai più giovani, ma anche a coloro che spesso hanno visto più di un disastro e che sanno che tutto continuerà in modo sempre più crudele.

Gli anziani occidentali sono abituati a programmare la vecchiaia, magari con investimenti, con le pensioni pagate da anni di lavoro e in città serene e comode. Come fa la gente in Africa a programmare un futuro, di qualsiasi tipo, se non sanno se e quando arriverà la prossima guerra, carestie o epidemia causate da condizioni sanitarie atroci?

Occidentali

Mentre noi occidentali guardiamo le immagini dei barconi e magari di una delle guerre che occasionalmente vediamo sui nostri schermi televisivi, spesso non ci rendiamo conto che le armi utilizzate per queste guerre, civili e non, sono state fornite dai nostri governi per proteggere risorse naturali importanti, provenienti proprio da quei paesi africani e destinati per le nostre industrie, a partire dall’elettronica, che ormai è fondamentale per la qualità della nostra vita.

Per proteggere il lavoro di operai in Europa, America e altri paesi, i governi cercano di assicurarsi la fornitura di materie prime importanti e il costo in vite umane perse e in ondate di profughi non è altro che un effetto collaterale di questi interessi non solo nazionali, ma anche di molte società multinazionali.

Assistenza

Raccontare di aiuti a questa gente come fa l’A.P.S.H., non può fare molto per cambiare le strategie economiche e politiche dei nostri governi, però, possiamo aiutare chi cerca di dare assistenza alle vittime delle guerre e i disastri, che producono come conseguenza i profughi che cercano una vita migliore in Europa e altri paesi.

Il futuro del continente è nei suoi bambini e se non aiutiamo gli orfani, che sono le vittime più innocenti di tutte le guerre, come possiamo iniziare a pensare che i paesi del continente troveranno la strada per costruire paesi nuovi?

Per contribuire in supporto alle attività dell’A.P.S.H. qui di seguito i riferimenti:

L’A.P.S.H. (Burundi) sito web www.apshburundi.org, email: [email protected], numero telefono: +25 779366347.

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