Estate d’Arte 2016

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Dalle Isole al Continente, dai mari ai monti alle grandi città. Gli appuntamenti da non perdere

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Mare, sole, arte. Ma anche montagna, fresco e arte.  Molte le belle occasioni che ci spingono a mettere la visita ad una mostra o ad un museo nel nostro carnet di appuntamenti estivi. Eccone alcune, partendo dalle due isole maggiori. In Sardegna, il MAN di Nuoro offre un appuntamento imperdibile sia per chi ama la fotografia che la storia del costume: “Women (are beautiful)” di Garry Winogrand.  In Sicilia, l’invito è a lasciarsi coinvolgere dalla potenza del Grande Cretto di Gibellina, appena completato secondo il disegno di Alberto Burri. Siamo allo scorcio del Centenario della nascita del grande artista umbro, celebrato con molte iniziative in tutto il mondo e soprattutto nella sua Città di Castello, dove si può ammirare ciò che egli stesso voleva fosse mostrato della sua opera. Ancora in Umbria, ma a Perugia in Palazzo Baldeschi al Corso, “L’Umbria sullo schermo. Dal cinema muto a Don Matteo”, per rivivere un territorio che è stato, ed è, set di produzioni che sono diventate popolarissime nel mondo e un’altra spettacolare Mostra a Palazzo Lippi Alessandri “I Tesori della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia e il caravaggismo nelle collezioni di Perugia”. Nella vicina Toscana, Pienza celebra i vent’anni di riconoscimento del suo centro storico a Patrimonio Universale dell’Umanità. E lo fa con un ampio calendario di iniziative e proposte. A Viareggio, l’appuntamento di qualità è al Centro Matteucci con la mostra “Il tempo di Signorini e de Nittis. L’Ottocento aperto al mondo”. Opere davvero importati e straordinarie. A Ferrara, e siamo in Emilia Romagna, per il ciclo “l’arte per l’Arte”, il Castello Estense ospita una carrellata di artisti ferraresi di rilievo internazionale, “Da Previati a Mentessi, Da Boldini a De Pisis”. Oltre il Po, in Lombardia, alcuni appuntamenti diversissimi tra loro ma egualmente stimolanti. A Brescia, all’interno delle Stazioni della Metropolitana, istallazioni di arte contemporanea per il progetto “Sub-Brixia”. A Monza, e siamo nella Brianza contigua a Milano, continuano le visite a quella meraviglia restaurata che è la Cappella di Teodolinda, con la Corona Ferrea e il celebre Ciclo degli Zavattari. Nel Museo del Duomo monzese, stanno per prendere avvio le celebrazioni italiane per Carlo IV, Re di Boemia e Imperatore. Si ammireranno le sue 4 corone, i ritratti delle 4 mogli, testimonianze di un regno che segnò la storia d’Europa. Più a nord, in Valtellina, ed esattamente a Sondrio in Galleria Credito Valtellinese e al Musa in Palazzo Sassi dè Lavizzi, grande retrospettiva di Massimo Dolcini, il creatore della “Grafica per una cittadinanza consapevole”.  Tra Lombardia e Piemonte, le proposte dei Principi Borromeo su Lago Maggiore: innanzitutto le spettacolari fioriture di stagione all’Isola Madre e all’Isola Bella. Alla Rocca di Angera, sotto gli occhi dei visitatori riemergono le tappezzerie affrescate medievali sino ad oggi nascoste da spesse mani di calce. Oltre confine, nel vicino Canton Ticino, la pinacoteca Zust di Rancate propone due piccole, affascinati mostre. L’una dedicata a bastoni da passeggio, la seconda al gusto collezionistico di Giovanni Zust, passione, la sua, che spaziava dall’arte, alle antichità, agli argenti. Sempre in Svizzera ma nella parte francofona, a Verbier splendida località di montagna si tiene l’unico festival di musica classica in alta quota. Le più grandi bacchette e gli interpreti più famosi del mondo si danno appuntamento lì ogni anno. Importanti e molto diversificate le proposte del Triveneto. Partendo dal Trentino, dove a Trento, nel Castello del Buonconsiglio, ha preso avvio la mostra su Cesare Battisti “Tempi della Storia, Tempi dell’arte. Cesare Battisti tra Vienna e Roma”, nel centenario della sua fucilazione.  A Verona, e siamo al Veneto, due proposte da non perdere: la riapertura del magnifico Museo degli Affreschi e il nuovo allestimento nell’area archeologica del Teatro Romano, di uno spettacolare Museo Archeologico. E’ di grande fascino in Palazzo Barbaran da Porto, e siamo a Vicenza, la mostra “Nella mente di Scamozzi. Un intellettuale architetto al tramonto del Rinascimento”. In provincia di Vicenza, al Museo Civico di Bassano del Grappa, si può ancora ammirare “Il Magnifico Guerriero”, ritratto che, pro tempore, è giunto ad arricchire la sontuosa sezione museale dedicata ai Bassano. Ai Musei Nazionali Archeologici di Este ed Adria, nonché al Museo di Storia Orientale d Venezia, continua la preziosa esposizione di “Meraviglie dello Stato di Chu”, tesori della civiltà insediatasi 8 mila anni fa sulle rive del Fiume Azzurro. “Luigi Boille. Il segno infinito” è il titolo della prima retrospettiva dedicata all’artista pordenonese – romano recentemente scomparso. Un nucleo ampio di sue opere si può ammirare alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea Armando Pizzinato, naturalmente a Pordenone. Poi le grandi città. Cominciando da Roma dove l’Accademia di San Luca espone “Bendini ultimo (2000 – 2013)”, attento omaggio ad un socio Accademico e a un grande artista anch’egli recentemente mancato. A Milano, alle Gallerie del Credito Valtellinese, “Eadweard Muybridge (1830 – 1904). tra scienza e arte”. Pioniere della fotografia in movimento: la mostra è occasione anche per sperimentare le sue tecniche di ripresa. Ancora a Milano, al Museo di Storia Naturale, continua il grande successo della mostra “Vulcani. Origine, evoluzione, storie e segreti delle montagne di fuoco” Infine Venezia dove le Gallerie dell’Accademia sono protagoniste doppiamente: per le nuove Sale che rendono ancora più ricco il suo percorso d’arte e per essere protagoniste assolute della grande mostra “Venetian Renaissance paintings from the Gallerie dell’Accademia” a Tokyo e Osaka, in un tour culturale che ha conquistato il Giappone.

Women are beautiful” di Garry Winogrand

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Al MAN di Nuoro dal 15 luglio al 9 Ottobre

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La grande fotografia ancora una volta al MAN. A un anno dal successo della mostra di Vivian Maier, il Museo della Provincia di Nuoro è lieto di annunciare l’imminente apertura di un nuovo progetto espositivo, in anteprima nazionale, dedicato a Garry Winogrand, padre della street photography. Negli ultimi anni il lavoro di Winogrand (1928-1984) è stato in più occasioni accostato a quello di Vivian Maier. Anche lui, come l’ormai celebre tata fotografa, operò nelle strade di New York a partire dai primi anni Sessanta, portando avanti un lavoro capillare e ossessivo di reportage. Winogrand è stato uno dei più importanti cronisti della società americana, oltre che uno dei più celebri fotografi internazionali degli anni Sessanta e Settanta. Il suo sguardo sulle abitudini dei cittadini statunitensi, apparentemente distratto, quasi casuale, spesso ironico, fu influenzato soprattutto dalla fotografia sociale di Robert Frank e Walker Evans, che reinterpretò in una forma nuova e radicale. Winogrand individuò negli anonimi abitanti delle città americane il soggetto ideale per dare corpo alla propria visione del mondo, raccontando storie laterali, prive di copione o colpi di scena, catturate sempre in luoghi pubblici: nei parchi, allo zoo, nei centri commerciali, nei musei, negli aeroporti, oppure in occasione di manifestazioni politiche ed eventi sportivi. La sua tecnica si contraddistingue per l’utilizzo di obiettivi grandangolari. I tanti provini giunti sino a noi dimostrano come Winogrand ricercasse volontariamente la presenza di uno spazio esterno al soggetto, spesso forzando l’inclinazione della macchina fotografica. Com’è stato scritto in più occasioni, sarebbe sbagliato liquidare questi sfondi come elementi secondari, come un “rumore” visivo irrilevante. Secondo l’originale visione di Winogrand, i dettagli esterni, inclusi nella cornice della fotografia, contribuivano invece ad accrescere la forza e il significato del soggetto ritratto.  La mostra al MAN, a cura di Lola Garrido, realizzata in collaborazione con di Chroma Photography, presenta, per la prima volta in Italia, la collezione completa delle fotografie che, nel 1975, andarono a comporre il celebre volume “Women are Beautiful”, divenuto oggi un oggetto di culto. Immagini istantanee, qui proposte attraverso una serie distampe originali, che celebrano la figura femminile con uno sguardo autentico, in cui si mescolano ammirazione e ironia, venerazione e sarcasmo.  Un lavoro per molti aspetti controverso, parallelo a quello dei poeti della Beat Generation, a cui non furono risparmiate pesanti critiche. Se infatti agli occhi di alcuni interpreti le fotografie apparirono come una gioiosa riflessione sull’emancipazione della donna e sulla sensualità, altri – per la presenza di figure formose, in abiti sbracciati o minigonne, o per l’indugiare dello sguardo di Winogrand sui seni e i fondoschiena – le avvertirono invece comel’espressione contorta di una visione maschilista e misogina. Ciò che appare evidente è che non si tratta di una riflessione superficiale sui nuovi concetti di bellezza, ma piuttosto di una descrizione delle conseguenze sociali della controcultura americana, oltre che di una dichiarazione di sostegno ai diritti e alla libertà delle donne in un momento in cui il conservatorismo puritano sembrava volere rimettere in discussione alcune delle più importanti conquiste del dopoguerra. Il noto fotografo Joel Meyerowitz, ha parlato di “un urto e un abbraccio allo stesso tempo: lui è una contraddizione e le immagini sono contradditorie”.

Garry Winogrand (1928-1984) nasce in una famiglia operaia del Bronx. Inizia a fotografare durante il servizio militare. Studia pittura al City College di New York e fotografia presso la Columbia University. Nel 1949 frequenta un corso di fotogiornalismo presso la New School for Social Research di New York e dal 1952 fino al 1969 lavora come fotoreporter freelance. La sua prima esposizione di rilievo si tiene al MOMA nel 1963. Nel 1966 espone le sue foto all’interno della mostra Toward a social landscape alla George Eastman House di Rochester, insieme a Lee Friedlander, amico e compagno di peregrinazioni. Con lui e con Diane Arbus partecipa alla mostra New Documents (MOMA, 1967). Ha vinto tre volte il Gugghenheim Fellowship Awards (1964, 1969, 1979) e un a volta il National Endowment of the Arts Award(1979). Le fotografie documentaristiche di Garry Winogrand sono apparse in riviste come “Sports Illustrated”, “Fortune” e “Life”. Alla sua morte, avvenuta nel 1984 a causa di un tumore, ha lasciato un enorme archivio di immagini, molte delle quali mai sviluppate. Alcune di queste sono state raccolte, esposte e pubblicate dal MOMA nel volume Winogrand. Figments from the Real World (1988). Opere di Winogrand sono presenti nelle collezioni dei più importanti musei del mondo, come il MOMA di New York, la Tate Modern di Londra, il Centre Pompidou di Parigi. Lola Garrido è una storica dell’arte specializzata in fotografia. E’ stata responsabile della collezione della Fondazione Banesto, che oggi arricchisce il patrimonio del Museo Reina Sofia. Come critica d’arte ha collaborato con i più importanti giornali spagnoli. La sua personale collezione di fotografia è stata oggetto di numerose mostre.

Il Museo MAN è un’Istituzione della Provincia di Nuoro, sostenuta dalla Regione Autonoma della Sardegna e dalla Fondazione di Sardegna.

Il grande Roman Signer al MAN di Nuoro

Dal 22 Aprile al 3 Luglio 

lancio-verniceRoma, 13 Aprile – Il Museo MAN è lieto di annunciare l’imminente apertura della mostra Roman Signer. Films and Installations, a cura di Lorenzo Giusti e Li Zhenhua. Ricca di oltre duecento film e di una serie di nuove installazioni realizzate per questa occasione, quella al MAN di Nuoro sarà la prima mostra personale di Roman Signer in un museo italiano.  Signer ha iniziato la carriera di artista nella seconda metà degli anni Sessanta, dopo avere lavorato come disegnatore per un architetto, come ingegnere radio apprendista, e, per un breve periodo, come tecnico in una fabbrica di pentole a pressione. Conosciuto per avere definito un nuovo concetto di scultura legato alla processualità, alla trasformazione e al movimento, Signer crea installazioni come azioni, esperimenti, quasi sempre solitari, per i quali utilizza oggetti d’uso comune (ombrelli, tavoli, stivali, contenitori, cappelli, biciclette) attivati da polveri da sparo o da forze naturali, come il vento o l’acqua. Processi di esplosione o di collisione che si tramutano in esperienze estetiche visivamente ed emotivamente coinvolgenti e che interpretano l’approccio empirico come una questione artistica. Il progetto al MAN di Nuoro si divide in due segmenti. Il primo, nato dalla collaborazione con il Chronos Art Center di Shanghai, presenta l’intera produzione di filmati in Super 8 realizzati dall’artista nel corso della propria attività. Un nucleo di 205 opere che vanno dal 1975 al 1989 – anno in cui Signer abbandona la pellicola per passare ad altri supporti – presentate all’interno di un’affascinante videoinstallazione a 100 canali realizzata in Cina e qui riproposta in una nuova versione arricchita e sviluppata. Video girati nel proprio “laboratorio” di San Gallo oppure in spazi naturali, soprattutto a Weissbad, nel cantone di Appenzell. Il secondo segmento del progetto presenta tre nuovi lavori scultorei creati per la mostra al MAN, connotati come sempre da un’ironia sottile. Tra le nuove produzioni, Ombrelli (2016) è un’opera site specific per la scalinata del museo, un sistema bizzarro di parapioggia tenuti insieme da un equilibrio instabile.Installazione (2016) è una scultura attraversabile che occuperà un’intera sala del museo, un percorso surreale che riflette sulla percezione di sé e del proprio corpo, in cui l’osservatore si fa oggetto osservato. Chiude il percorso Occhiali (2016), un oggetto insolito, composto da un proiettore Super 8 e da un paio di occhiali ad alterarne la proiezione luminosa, che sembra gettare uno sguardo dissacrante sulla produzione dell’artista, sempre al confine tra scultura e video, tra staticità e movimento, tra azione e visione. Completerà la mostra un catalogo con testi di Lorenzo Giusti, Li Zhenhua, Barbara Casavecchia e Rachel Withers. Oltre alla documentazione delle nuove opere, la pubblicazione conterrà anche un dvd con una raccolta delle azioni realizzate da Signer in Italia, a partire dall’inizio degli anni Novanta, in località come Civitella d’Agliano, Stromboli, la Maremma, ma anche Venezia, in occasione della Biennale del 1999.

Roman Signer (Appenzell, 1938) ha partecipato alle più importanti rassegne artistiche internazionali, come “documenta” a Kassel (1987), lo Skulptur Projekte di Münster (1997), la Biennale di Shanghai (2012). Nel 1999 ha rappresentato la Svizzera alla Biennale di Venezia. Tra le ultime mostre personali si ricordano: Bonnefantenmuseum di Maastricht (2000), Camden Arts Centre di Londra (2001); OK Centrum für Gegenwartskunst di Linz (2005); Aargauer Kunsthaus di Aarau (2006); Hamburger Bahnhof di Berlino (2007); Sala de Arte Publico Siqueiros di Città del Messico (2011); Hangar à Bananes di Nantes, Kunsthalle di Mainz (2012), Kunstmuseum di San Gallo (2014), Barbican Centre di Londra, Kunsthus di Zug e Centre Culturel Suisse di Parigi (2015). In Cina il suo lavoro è stato recentemente presentato presso l’Accademia d’arte di Hangzhou, il CAFA Art Museum di Pechino (2014), il GAFA Art Museum di Guangzhou e l’OCT di Shenzhen (2015).

Roman Signer. Films and Installations è un progetto del museo MAN, a cura di Lorenzo Giusti e Li Zhenhua, realizzato in collaborazione con CAC – Chronos Art Center di Shanghai, con la partnership tecnica di WTI International Co. Limited, il supporto di Pro Helvetia e il contributo di Regione Sardegna, Provincia di Nuoro e Fondazione di Sardegna.

Paul Klee, dal 30 ottobre al MAN di Nuoro

Inaugurazione Venerdì 30 ottobre, ore 19.00

lancio-INVITONuoro, 28 ottobre- Dopo la mostra dedicata al rapporto tra l’opera di Alberto Giacometti e la statuaria arcaica, il MAN_Museo d’Arte della Provincia di Nuoro prosegue la propria programmazione rivolta ad analizzare aspetti poco indagati della produzione dei più importanti artisti del XX secolo con una mostra dedicata a Paul Klee (1879-1940). La mostra conta circa 50 opere, tra dipinti, acquerelli e disegni provenienti da collezioni pubbliche (Museo della Città Locarno, Museo di Ascona – Fondazione Richard und Uli Seewald, Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, GAM Galleria d’Arte Moderna e contemporanea di Torino, MART, Pinacoteca Nazionale di bologna, Museo del Territorio Biellese) e private, sia svizzere sia italiane. Inedito in Sardegna, Klee è uno degli autori più complessi e originali del secolo scorso. Con questa rassegna, realizzata dal Museo MAN con il contributo della Regione Autonoma della Sardegna, della Provincia di Nuoro e della Fondazione Banco di Sardegna, curata da Pietro Bellasi e Guido Magnaguagno, con il coordinamento scientifico di Raffaella Resch, si intende esplorare un elemento fondamentale nell’opera dell’artista, ovvero la percezione della presenza di un principio vitale, generativo, insito nella materia delle cose. “L’iniziale disorientamento di fronte alla natura si spiega con ciò, che si comincia con lo scorgerne soltanto le ultime ramificazioni, senza risalire alla radice. Una volta però che uno se ne sia reso conto, può riconoscere anche nella più lontana fogliolina la manifestazione dell’unica legge che regola il tutto e trarne vantaggio” (Paul Klee, Diari, n. 536). In senso specifico Klee non ha mai parlato di “animismo”, tuttavia la sua opera appare permeata di uno spirito animato avvertito in tutta la realtà materiale ed evocato dall’azione creativa dell’artista. “Creatura superiore” (Diari, n. 660), l’artista, attraverso il proprio sguardo vivificatore, porta alla luce l’elemento generatore presente nei diversi mondi che popolano il cosmo, nascosto sotto la superficie delle cose. Che siano uomini, bambini, animali, oggetti, paesaggi o architetture, i mondi di Klee obbediscono tutti alla medesima legge della natura, che l’artista indaga e imita. Un unico principio vitale governa l’intero ordine naturale, dalle cose grandi a quelle infinitesimamente piccole. Questo principio sembra palesarsi in molte opere dell’artista, in particolare nei disegni e negli acquarelli degli anni Venti e Trenta. Opere come Feigenbaum(Fico), del 1929, o Im Park (Nel parco), del 1940, presenti in questa mostra, o ancora l’importante dipinto Wohin? (Dove?) del 1920, proveniente dalle collezioni della Città di Locarno, esposto nel 1937 all’interno della mostra “Arte degenerata”, organizzata dal regime nazionalsocialista tedesco. La rappresentazione del mondo animale offre una serie di parabole, di favole morali, dove l’animale è innalzato al ruolo di essere umano, nei suoi vizi e nelle sue virtù. Ecco che nel disegno Tierfreundschaft (Amicizia tra animali) del 1923, ad esempio, un cane e un gatto si accompagnano bonariamente in una tranquilla passeggiata, incarnando il senso di amicizia che può nascere tra due esseri umani. Lo studio delle opere architettoniche rivela l’interesse di Klee verso la percezione della forma e la comprensione dell’elemento organico, vivo, dentro di essa, evidente in alcuni acquarelli come Americanisch – Japanisch (Americano – giapponese), realizzato nel 1918, dove a svettanti palazzi stilizzati è affiancata l’icona dell’occhio. “Una volta che si è compreso l’elemento numerico del concetto di organismo”, scrive Klee, “lo studio della natura procede più spedito e con maggiore esattezza” (Diari 536). Ma il principio generativo insito in tutte le cose è ravvisabile soprattutto in quelle opere che, in maniera dichiarata, evocano o imitano il mondo dell’infanzia, come in Hier der bestellte Wagen! – Ecco la carretta richiesta, del 1935, ma anche nel finissimo dipintoGetrübtes – Turbato, del 1934, proveniente dalle collezioni della GAM di Torino, o ancora in quei lavori dove le figure sono rappresentate con tratti semplici, stilizzati, alla maniera dei bambini, come nel dipinto Gebärde eines Antlitzes (Espressioni di un volto), del 1939, proveniente dalla collezione del Museo del Territorio Biellese. Forme di vita organiche e spiriti della materia animano i diversi soggetti presenti nelle opere di Klee. Un’immagine che sembra trovare una sintesi formale in un’opera come Figurale Blätter (Foglie figurate), un lavoro del 1938 dove alcune figure antropomorfe, come piccoli feti, vivono rannicchiate all’interno di foglie–incubatrici. Artista immerso nello spirito del suo tempo, dove si avvicendano eclatanti scoperte scientifiche, Klee recepisce gli sconvolgimenti provocati dalle teorie della relatività e della fisica quantistica, così come le evoluzione degli studi psicoanalitici, rielaborandoli in maniera indipendente all’interno di una visione magico-fenomenica dell’universo. L’esposizione sarà accompagnata da un catalogo pubblicato da Magonza Editore con saggi di Pietro Bellasi, Guido Magnaguagno e Raffaella Resch, oltre alla riproduzione completa delle opere in mostra e un apparato bio-bibliografico. Pietro Bellasi è uno studioso di antropologia dell’arte, ha insegnato all’Università di Bologna e alla Sorbona, è curatore di diverse mostre e cataloghi, tra le quali “Giacometti e l’arcaico”, Nuoro 2014; “Corpo, automi e robot”, Lugano 2010, “I Giacometti. La valle e il mondo”, Milano e Mannheim, 2000-2001; “Un diavolo per capello”, Bologna 2005; Tinguely e Munari, La Spezia, 1994 Guido Magnaguagno, storico dell’arte svizzero; è stato vicedirettore del Kunsthaus di Zurigo e per lunghi anni direttore del Museo Tinguely di Basilea. Ha curato numerose mostre di arte contemporanea ed è studioso di storia dell’arte di elvetica. Raffaella Resch ha organizzato e coordinato numerose mostre e cataloghi presso la Fondazione Antonio Mazzotta. Attualmente collabora con diverse istituzioni e artisti come free lance.

Dal 10 Luglio, Vivian Maier al MAN di Nuoro

La prima mostra in un museo italiano 120 fotografie, 10 filmati e una serie inedita di provini a contatto della “tata” più famosa d’America

lancioNuoro, 7 luglio- Dopo gli Stati Uniti il fascino di Vivian Maier sta incantando l’Europa. Bambinaia per le famiglie benestanti di New York e Chicago sino dai primi anni Cinquanta del secolo scorso, per oltre cinque decadi ha fotografato la vita nelle strade delle città in cui ha vissuto senza mai far conoscere il proprio lavoro. Mai una mostra, neppure marginale, mai una pubblicazione. Ciò che ha lasciato è un archivio sterminato, con più di 150.000 negativi, una miriade di pellicole non sviluppate, stampe, film in super 8 o 16 millimetri, registrazioni, appunti e altri documenti di vario genere che la tata “francese” (la madre era originaria delle Alpi provenzali) accumulava nelle stanze in cui si trovava a vivere, custodendo tutto con grande gelosia. Confinato infine in un magazzino, il materiale è stato confiscato nel 2007, per il mancato pagamento dell’affitto, e quindi scoperto dal giovane John Maloof in una casa d’aste di Chicago. La mostra al MAN di Nuoro, a cura di Anne Morin, realizzata in collaborazione con diChroma Photography, sarà la prima di Vivian Maier ospitata da un’Istituzione pubblica italiana. Partendo dai materiali raccolti da John Maloof, il progetto espositivo fornisce una visione d’insieme dell’attività di Vivian Maier ponendo l’accento su elementi chiave della sua poetica, come l’ossessione per la documentazione e l’accumulo, fondamentali per la costruzione di un corretto profilo artistico, oltre che biografico. Insieme a 120 fotografie tra le più importanti dell’archivio di Maloof, catturate tra i primi anni Cinquanta e la fine dei Sessanta, la mostra presenta anche una serie di dieci filmati in super 8 e una selezione di immagini a colori realizzate a partire dalla metà degli anni Sessanta. Privi di tessuto narrativo e senza movimenti di camera, i filmati fanno chiarezza sul suo modo di approcciare il soggetto, fornendo indizi utili per l’interpretazione del lavoro fotografico. Gli scatti degli anni Settanta raccontano invece il cambiamento di visione, dettato dal passaggio dalla Rolleiflex alla Leica, che obbligò Vivian Maier a trasferire la macchina dall’altezza del ventre a quella dell’occhio, offrendole nuove possibilità di visione e di racconto.La mostra sarà inoltre arricchita da una serie di provini a contatto, mai esposti in precedenza, utili per comprendere i processi di visione e sviluppo della fotografa americana. A conquistare il pubblico, prima ancora delle fotografie, è la storia di “tata Vivian”, perfetta per un romanzo esistenziale o come trama di una commedia agrodolce; talmente insolita, talmente affascinante, da non sembrare vera. Ma al di là del racconto, al di là delle note biografiche, dei piccoli grandi segreti rivelati dalle persone che l’hanno conosciuta, al di là del suo ritratto di donna eccentrica e riservata, dura e curiosa come pochi altri, custode di un mistero non ancora svelato, al di là di tutto c’è il grande lavoro fotografico di Vivian Maier, su cui molto rimane ancora da dire. Vivian Maier ha scattato perlopiù nel tempo libero e a giudicare dai risultati si può credere che, in quel tempo, non abbia fatto altro. I suoi soggetti prediletti sono stati le strade e le persone, più raramente le architetture, gli oggetti e i paesaggi. Fotografava ciò che improvvisamente le si presentava davanti, che fosse strano, insolito, degno di nota, o la più comune delle azioni quotidiane. Il suo mondo erano “gli altri”, gli sconosciuti, le persone anonime delle città, con cui entrava in contatto per brevi momenti, sempre mantenendo una certa distanza che le permetteva di fare dei soggetti ritratti i protagonisti inconsapevoli di piccole-grandi storie senza importanza. Ogni tanto però, in alcune composizioni più ardite, Vivian Maier si rendeva visibile, superava la soglia della scena per divenire lei stessa parte del suo racconto. Il riflesso del volto su un vetro, la proiezione dell’ombra sul terreno, la sua silhouette compaiono nel perimetro di molte immagini, quasi sempre spezzate da ombre o riflessi, con l’insistenza un po’ ossessiva di chi, insieme a un’idea del mondo, è in cerca soprattutto di se stesso. In questa indagine senza fine talvolta coinvolgeva anche i bambini che le venivano affidati, costringendoli a seguirla in giro per la città, in zone spesso degradate di New York o di Chicago. A uno sguardo sensibile e benevolo per gli umili, gli emarginati, univa una vena sarcastica, evidente in molti scatti rubati, che colpiva un po’ tutti, dai ricchi borghesi dei quartieri alti agli sbandati delle periferie.“Di Vivian Maier – afferma Lorenzo Giusti, Direttore del MAN – si parla oggi come di una grande fotografa del Novecento, da accostare ai maestri del reportage di strada, da Alfred Eisenstaedt a Robert Frank, da Diane Arbus a Lisette Model. Le grandi istituzioni museali fanno però fatica a legittimare il suo lavoro, vuoi perché, in tutta una vita, non ebbe una sola occasione per mostrarlo, vuoi per la diffusa – e legittima – diffidenza verso l’attività degli “hobbisti”. Ma i musei, si sa, arrivano sempre un po’ in ritardo. Delle opere di Vivian Maier non colpisce soltanto la capacità di osservazione, l’occhio vigile e attento a ogni sensibile variazione dell’insieme, l’abilità di composizione e di inquadramento. Ciò che più impressiona è la facilità nel passare da un registro all’altro, dalla cronaca, alla tragedia, alla commedia dell’assurdo, sempre tendendo saldamente fede al proprio sguardo. Una voce rimasta per molto tempo fuori dal coro, ma senza dubbio ben accordata”.

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