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Istat: l’Italia invecchia rapidamente

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Pubblicazione digitale “Sessant’anni di Europa”

“L’Italia, che negli anni Cinquanta era tra i paesi europei più giovani, rispetto agli altri è invecchiata di più e più rapidamente”. In questo modo l’Istat conferma quanto aveva rilevato l’Ocse nel suo ultimo studio .

Se nel 1957 la metà della popolazione italiana aveva meno di 31 anni – secondo i dati dell’Istat – ora ne ha più di 45. In sessant’anni, dunque, l’orologio della popolazione italiana si è spostato di oltre 15 anni. Lo stesso fenomeno si registra per gli altri Paesi europei, ma con un’intensità ‘minore’: lo spostamento è stato in media ‘di 11 anni: da 33 a 44 anni nei 6 Paesi fondatori e da 32 a 43 nel complesso dell’Ue.
L’Istat ha reso disponibile la pubblicazione digitale “Sessant’anni di Europa“, per celebrare la storica firma dei Trattati di Roma. Una pubblicazione che racconta l’evoluzione dell’Europa: “parte dai numeri per guardare oltre le differenze tra singoli paesi e si concentra sui mutamenti complessivi, sulle convergenze economiche e sociali, sugli effetti delle politiche”.
In quattro diversi temi – popolazione, società, lavoro, economia – i dati dell’Italia sono messi a confronto con quelli di sei Paesi fondatori (Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi) e dell’aggregato Ue28 (l’Unione europea a 28 Paesi).
Tra i dati messi in evidenza c’è anche l’età delle donne al parto, che “è in Italia strutturalmente superiore a quella rilevata negli aggregati europei, con un divario compreso tra i sei mesi e i due anni”. Si registra una tendenza verso l’aumento che “trova conferma anche nelle proiezioni” relative al periodo 2015-2020, quando in Italia l’età media si attesta sui 32 anni, contro i 30,9 dell’Unione europea nel su complesso. In Italia i minimi si sono toccati tra i 1975 e il 1980 quando l’età media al parto risultava pari a 27,5 anni (comunque più alta di quella dell’Ue, 26,8 anni).
Inoltre, rileva ancora l’Istat, “nel 2016 il tasso di occupazione in Italia è pari al 57,2% della popolazione in età attiva, un livello inferiore a quello osservato nel complesso dell’Ue e ancor più basso se si considerano i soli paesi fondatori”.
Anche se “il ritardo dell’Italia sul fronte della partecipazione al lavoro non è una novità” ma “i livelli massimi di divergenza si osservano durante la recente crisi: in questi anni il divario tra l’Italia e l’Europa dei sei fondatori, ma anche dei 28, è il più elevato mai riscontrato. L’obiettivo di Europa 2020 di un tasso di occupazione al 75% appare molto lontano”.
Quanto alla parità di genere, negli ultimi sessant’anni, si legge nel Report Istat, “le differenze fra l’Italia e i sei paesi fondatori si sono accentuate”, spiegando che “un cambio di passo interviene soltanto a partire dagli anni Settanta: i punti percentuali che separano i tassi di occupazione maschili e femminili sono 50 nel 1970, e si riducono a 18 nel 2016. Ma ancora molta strada ci separa dal complesso dei paesi dell’Ue e dall’aggregato dei sei fondatori”.
Infine l’Istat evidenzia che “contrariamente a una credenza radicata, il numero medio di figli per donna in Italia si mantiene inferiore ai valori europei (con riferimento sia ai 6 paesi fondatori sia al complesso dell’Ue) fino a metà degli anni Sessanta. Sebbene >leggi ancora da quella data inizi un diffuso declino, il tasso di fecondità totale rimane superiore ai 2 figli per donna sino alla metà degli anni Settanta. Negli anni Novanta si raggiungono i punti più bassi: nel quinquennio 1995-2000 per l’Italia e per l’insieme dell’Ue, rispettivamente con 1,22 e 1,47 figli per donna; nel quinquennio precedente per l’E6, con 1,44 figli per donna. Dall’inizio degli anni Duemila si registra un aumento per tutti gli aggregati considerati, da attribuire in buona parte alla componente straniera”.

Fonte: regioni.it

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