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È morto Alain Touraine. Con lui muore la vecchia sociologia

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Il più grande dei sociologi-filosofi, di quelli che cioè continuano ad anteporre in Sociologia la riflessione teorica a qualsiasi dimensione sperimentale, Alain Touraine, ci ha lasciato in queste ore.

Di Sergio Bevilacqua

Il più grande dei sociologi-filosofi, di quelli che cioè continuano ad anteporre in Sociologia la riflessione teorica a qualsiasi dimensione sperimentale, Alain Touraine, ci ha lasciato in queste ore.

Touraine è arrivato molto vicino alla risoluzione del problema epistemologico della Sociologia, già affrontato con successo dalla Psicologia con il grande viaggio clinico, e quindi a suo modo sperimentale, della psicoanalisi freudiana (1880-1930) e poi con lo sviluppo, sperimentale classico, delle neuroscienze. Freud e tutto il filone della psicoterapia hanno creato dei fondamenti nuovi per lo studio delle scienze sociali: l’acquisizione dell’analisi in contesto dialettico dinamico, strutturato intorno a “ciò che sfugge” alla nostra conoscenza definitiva e stabile, definito a-la-fois inconscio (la psicoanalisi), aconcettuale (T. W. Adorno), effetti di principio di indeterminazione (Heisenberg), teoria della relatività (Einstein), entanglement (ad esempio Bohm), vengono considerati ambiti di sapere per la prima volta in termini scientifici. In essi, la condizione di sistema si verifica come parziale e instabile, ma non esclusa: “sistemi” sì, ma cosiddetti “aperti”. La Psicologia ha così maturato il dato di fatto centrale della natura del proprio oggetto di studio come “sistema aperto”, ed è questa la clamorosa innovazione evidenziata in logica dei sistemi da Von Bertalanffy: esistono ambiti di realtà che sono per loro natura intrinseca impermeabili al sapere esatto, cardine del cosiddetto sapere scientifico. In tali ambiti, che vanno secondo Bertalanffy dagli “organismi” alle “organizzazioni” (e dunque alle società umane), il semplice metodo sperimentale non è sufficiente. Dunque, se da una parte ciò mette in discussione l’assetto euristico totalizzante della scienza post-galileiana, confermandone peraltro le condizioni pratiche straordinarie (il più importante fatto nuovo dell’umanità dell’ultimo millennio), dall’altra parte apre un diverso capitolo gnoseologico, basato su un adattamento della tecnica sperimentale alla natura di questa enorme quantità di soggetti, i sistemi aperti, di cui le società umane sono certamente una grande parte, e che ho calcolato nella misura di 50 miliardi, contro i circa otto miliardi di individui umani oggi.

Perché questo uccide la vecchia sociologia filosofica? Perché essa muore con Touraine e si porta dietro tutta la storia del pensiero sociologico venuto prima della Sociatria, e in particolare di quella Organalitica?

Intanto, perché la scienza dei sistemi aperti apre in sociologia degli spazi di prassi e di euristica non basati sulla pura speculazione intellettuale e sui dati, spesso infondati o manovrabili, ottenuti da semplici statistiche ed elaborazioni quantitative, soprattutto di sovrasistema. Tali elementi portarono i vecchi sociologi ad essere ascoltati dal Potere, con un gioco di rimbalzo dovuto, da una parte all’attribuzione opportunistica di rilievo oggettivo attribuita dai politici appunto ai loro elaborati perché facilmente manipolabili e, dall’altra parte, all’occupazione dell’Accademia come ulteriore piedistallo di affidabilità conoscitiva. Va detto, comunque, in aggiunta, che non tutto ciò che ha danneggiato la scienza sociologica è dovuto all’opportunismo politico e all’asfittico ambiente universitario: l’università, per profili didattici di professionalità organizzativa caratteristici nel campo delle scienze sociali, non vede nell’iter di carriera della docenza aspetti clinici sufficienti, di esperienza di campo, come ormai consolidato per esempio nella psicologia. Certo è che, prima della Sociatria Organalitica, come in Psicologia prima della prassi clinica freudiana, nessuno aveva pensato di porre al centro della disciplina il Vero Soggetto della Sociologia, cioè le diverse e varissime (anche se alcune ampiamente prevalenti) Società Umane (Aziende, Enti pubblici, Bacini di area, Stati, Famiglie, Organizzazioni amicali e amorose, Chiese, Società occasionali, ecc.) e di svolgere sopra di esse un intenso percorso di ricerca attraverso la clinica, per constatarne così, empiricamente e sperimentalmente, anche la natura di possibile oggetto scientifico.

In assenza di tale percorso, conclamato solo oggi dopo quasi 50 anni di Sociatria Organalitica con circa 1000 casi dei quali 500 documentati, e dunque in assenza di prassi alternative conclamate allo studio teorico e alle rudimentali tecniche statistiche, era facile sostenere che la Sociologia sarebbe stata un campo per creativi teorici e intellettuali, e non un campo di serio lavoro clinico e di applicazione di appropriate tecniche sperimentali, come in tutti i campi del Sapere degno di questo nome.

Sfuggendo al rigore del metodo della Storia e al pragmatismo della Psicologia, e resistendo ad essi, la Sociologia fino ai 93 anni di Alain Touraine è stata semplicemente una nuova filosofia. Con tutte le caratteristiche pre-scientifiche di tale importantissima funzione conoscitiva umana, che ha generato nel suo alveo anche le condizioni rivoluzionarie del metodo sperimentale.

Il più grande forse filosofo moderno, Theodor Wiesengrund Adorno, avveduto del percorso scientifico (caratteristico…) condotto dalla psicoanalisi freudiana, affermò in sostanza che il qui-unde-quo umano, oggetto prevalente della filosofia fino a lui, era ormai decaduto di fronte ai risultati pratici freudiani, e che si apriva un altro oggetto per la filosofia, non più platonico e aristotelico, ma originale e nuovissimo, che era la Società Umana: egli intendeva dire che ci sarebbe stato in futuro molto bisogno di pensare a ciò che era l’aggregazione umana e di mettere tale aspetto dell’Umanità al centro di tutto ciò che è il lavoro dell’intelligenza umana, filosofica e non, perché proprio lì, come per millenni sull’individuo, rischiava di “cascare l’asino”, cioè di cambiare il qui-unde-quo, magari pure pericolosissimamente come con le guerre e i disturbi sociali violenti.

Se un grande filosofo intendesse oggi il percorso clinico compiuto dalla Sociatria Organalitica e, da grande filosofo appunto, non lo considerasse una lesione della sua intelligenza solo teorica, come Adorno aveva inteso la psicoanalisi da grandissimo intellettuale, intriso di quell’onestà intellettuale che sola rende grandi, potrebbe argomentare che è avvenuto un altro salto di conoscenza scientifica: la Sociologia ha meso i pantaloni lunghi, non è più il campo degli intelligentoni e degli astuti, ma quello degli onesti lavoratori del sapere, che come ovunque dopo Galileo, è fatto di grande lavoro empirico/sperimentale di campo e non solo di circolazione tra aule d’insegnamento, biblioteche e studio personale ben chiuso, con studenti costretti a un’adorazione bovina, da Vitello d’oro, e convegni ove cantare il canto del cigno.

E prenderebbe ben altra piega l’assimilazione tourainiana, corretta concettualmente, tra Sociologia e Politica, così necessaria a modernità e democrazia. Visto che però essa è deformata da 1. assenza di alimentazione pratica strutturata e 2. assenza di quel sapere transitorio e gestibile derivato dalla clinica societaria, e rimane collegata al semplice convincimento e non alla prova, acquisendo a fondamento miti quantitativi e visione profetica, allora possiamo aspettarci solo disastri.

La natura dell’oggetto di ricerca sociologico si avvale solo in parte di ciò che è quantificabile: la natura di sistema aperto, la sua conoscenza, passa attraverso l’azione di cambiamento e l’intervento clinico, proprio come in psicologia. Tali oggetti di conoscenza non possono essere raggiunti dalla filosofia e sono solo minimamente rappresentati dalla statistica: non possono essere raggiunti da loro, filosofia e statistica da sole, perché come oggetti di studio si mostrano davvero unicamente alla pratica clinica, dunque nella loro caratteristica logico-operativa e nei loro versanti psicologici e socioculturali. I sistemi aperti, gli organismi, le organizzazioni e le società umane sono impermeabili alla semplice teoria: per conoscerli, bisogna muoversi fisicamente, andare cioè dove le società sono, con salde ipotesi logiche e il massimo di competenze appropriate; e poi, vederle muoversi, produrre cambiamenti e constatare come la loro natura evolve.

Così, sino al livello antropologico, interessato oggi dalle 4 rivoluzioni sincroniche di Globalizzazione, Antropocene, Mediatizzazione estrema e Ginecoforia: una epoca neo-diluviana senza una Nuova Sociologia non porrà barriere, e il nuovo diluvio sommergerà tutto. Già la accidia sociologica ha sommerso l’ottimismo, perché, misconoscendo la naturalità della coesione societaria umana, che si capisce bene solo sul campo, decade non solo l’ottimismo, ma l’equilibrio della coscienza sociologica, generando fantasmi spesso malefici e distruttivi. Ecco: il pessimismo di Touraine non è una profezia azzeccata o errata, ma un errore epistemologico, quello dell’intera sociologia fino a lui.

Perché, se si vuole sotto metafora, l’Uomo si salva da solo, ma si danna in Società e la cura delle società è assolutamente possibile, come dimostrano i circa 1000 casi clinici della Sociatria Organalitica. Senza i quali, si fa solo opinionismo e filosofia.

Buon viaggio Alain Touraine, qui noi andiamo avanti.

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