Chernobyl, 33 anni fa la tragedia della negligenza umana.

Era 26 aprile del 1986, quando ci fu l’esplosione all’interno della centrale nucleare di Chernobyl che cambierà le sorti di milioni di persone. Sostanze radioattive cento volte superiori a quelle delle bombe lanciate su Hiroshima e Nagasaki, provocando vittime, le cui stime ancora sono difficili da stabilire.

Luoghi di vita comune, animati dal vento, dove il tempo sembra essersi fermato, in cui tavole imbandite, trattori, fotografie si riducono ad attimi in decomposizione, in attesa che tutto venga ricoperto da un’altrettanta natura in ginocchio, dalle radici malate. Sono passati 33 anni dalla tragedia nucleare di Cernobyl del 1986, tra le più disastrose mai avvenute in una centrale nucleare, classificata con il livello 7, il massimo della scala internazionale degli eventi nucleari e radiologici (Ines) dell’agenzia internazionale per l’energia atomica (Iaea), insieme all’incidente nella centrale di Fukushima Dai-ichi nel 2011. Era la notte tra il 25 e il 26 aprile, quando si verificò l’esplosione al reattore numero 4 della centrale atomica, mentre era in corso un test durante il quale era stato staccato il sistema di sicurezza, per eseguire una prova di verifica del funzionamento della turbina in caso di mancamento improvviso di corrente elettrica. Il reattore non doveva scendere al di sotto di una soglia di energia minima e nonostante ciò, si decise di procedere ad una potenza molto più bassa di quella prevista dal regolamento. Errori umani, difetti strutturali sottovalutati e tecnica difettosa crearono le condizioni per il disastro. L’orologio segnava l’una, 23 minuti e 44 secondi.

Nell’atmosfera si dispersero sostanze con un’emanazione di radioattività circa cento volte maggiore a quella delle bombe su Hiroshima e Nagasaki nel 1945. Solo il 27 aprile, 36 ore dopo l’incidente, furono evacuati i 45mila abitanti di Pripyat, la cittadina a un passo da Chernobyl e nei giorni successivi circa 130 mila persone in un raggio di 30 km dovettero lasciare le proprie case, per un totale di circa 350 mila persone evacuate dalla regione e costrette a trasferirsi altrove. L’allarme in Europa giunse dalla Svezia il 28 aprile, quando venne registrata radioattività anomala nel Paese. Nei primi dieci giorni successivi alla catastrofe si tentò con ogni mezzo di fermare la fuga radioattiva: elicotteri militari versarono oltre 1800 tonnellate di sabbia e 2400 di piombo sul reattore, il 9 maggio dopo una nuova esplosione, venne creato un sarcofago per coprire il reattore nucleare. Migliaia le persone che parteciparono alle operazioni, tra militari e civili. Operai, pompieri, soldati, reclutati e volontari, adoperati nei mesi seguenti sono stati circa 700mila, provenienti non solo da Ucraina, ma anche da Russia e Bielorussia, repubbliche che all’epoca dell’incidente facevano parte appunto dell’Unione Sovietica. Da Mosca l’ammissione del disastro arrivò solo il 14 maggio da parte del segretario dell’allora Partito comunista sovietico Michail Gorbaciov. Le responsabilità furono addossate al direttore dell’impianto ed ai tecnici che eseguirono il test, processati e condannati. Resta difficile avere un numero preciso di chi si è ammalato gravemente per via del disastro di Cernobyl, e di chi ha già perso la vita o la perderà. Nel 2006 La Repubblica ha raccolto diverse testimonianze tra cui quella di Angelika Claussen, che presiede l’associazione tedesca dei “Medici contro la guerra nucleare”: “Le cifre dell’Onu sono assolutamente false, perchè parlano di 4000 casi di tumori alla tiroide: ma secondo i nostri dati, sono già 10mila le persone colpite da questo male e 50mila quelle che lo saranno tra breve”.

Leonid Bolshov, direttore dell’Istituto per l’energia atomica russa, per il quale Chernobyl è stato soltanto un incidente tecnico e non una catastrofe diceva: “I dati parlano chiaro: 47 persone sono morte quasi sul colpo, e nove bambini di tumore alla tiroide”. Opposto è il parere di Viaceslav Grishine, che in quei fatidici giorni lavorò allo spegnimento dell’incendio della centrale: “Degli oltre 600mila “likvidatory”, ossia quei tecnici, pompieri e soldati che dall’Ucraina, Russia e Bielorussia furono spediti a Chernobyl per tentare di arginare il disastro, 45mila sono morti e quasi 120mila sono rimasti gravemente invalidi”. Per la sezione russa di Greanpeace, lo scopo del rapporto Onu, sarebbe quello di sostenere il programma nucleare di Mosca, che prevede la costruzione di 40 nuovi reattori entro il 2030. Vladimir Ciuprov, responsabile dell’organizzazione, citava i dati stilati da un centro di ricerca dell’Accademia delle Scienze secondo cui, tra il 1990 e il 2004, la nube radioattiva avrebbe ucciso 67mila persone solo in Russia. Per un bilancio corretto, bisognerebbe poter paragonare i casi di tumore nelle regioni contaminate prima e dopo la catastrofe. Ma la maggior parte di quei dati sono oggi sotto chiave negli archivi di Mosca che li considera segreti di Stato e quindi inaccessibili all’Ucraina, teatro della tragedia, che nel 1991 divenne indipendente. Tra le vittime, soprattutto bambini circa 8milioni e mezzo rispetto agli 11 milioni e mezzo, con un aumento dei casi di tumore di sei volte. Nel 2015 con telecamere situate in diversi punti dall’accaduto, si è rilevata la presenza di ben 15 specie di animali differenti nonostante le zone ancora altamente contaminate e nelle quali, si stima, le persone potranno tornare dopo almeno 600anni. Novantasette piccoli centri abitati evacuati ed una tragedia che ancora oggi segna come un marchio la pelle delle persone coinvolte, in memoria di una catastrofe che forse, anzi certamente poteva essere evitata.

“Caravaggio experience”, dialogo tra Caravaggio e Minniti e realtà virtuale a Siracusa

Inaugurata ieri la mostra “Caravaggio. Per una crocifissione di Sant’Andrea” fino al 10 gennaio 2020 nel Palazzo della Soprintendenza di Siracusa. A dialogare con la Crocifissione di Sant’Andrea della collezione privata Spier di Londra, gemella a quella di Cleveland, due opere di Mario Minniti, amico e allievo durante il soggiorno siracusano. A maggio un percorso virtuale dell’esperienza creativa del Merisi nell’ipogeo della città.

Il taglio di un nastro che cela dietro di sé una stanza buia, contenente la Crocifissione di Sant’Andrea, con un gioco sapiente delle luci per rievocare la cifra stilistica di uno dei più importanti artisti di fine ‘500 e primi anni del ‘600, che ha contribuito a creare una vera e propria maniera, Michelangelo Merisi da Caravaggio. Ieri a Siracusa, alla presenza del sindaco Francesco Italia, il presidente della Regione Nello Musumeci e la soprintendente Irene Donatella Aprile, l’inaugurazione della mostra “Caravaggio. Per una crocifissione di Sant’Andrea” aperta al pubblico fino al 10 gennaio 2020 nel Palazzo della Soprintendenza. Curata dagli storici dell’arte Pierluigi Carofano e Nicola Barbatelli e organizzata da Sicilia Musei con il patrocino della Regione Siciliana, Assessorato regionale dei Beni Culturali, soprintendenza dei Beni Culturali e Ambientali della provincia di Siracusa e la città aretusea.

Un primo step della “Caravaggio experience” che, oltre alla tela del Merisi 198×148,5 della collezione privata Spier di Londra, vedrà in esposizione anche due tele dell’amico e allievo Mario Minniti provenienti dal Polo Museale di Messina: Miracolo della vedova di Naim e Maddalena ai piedi della croce; insieme ad un dialogo con l’altra opera del maestro della luce nella Chiesa di Santa Lucia alla Badia, Il seppellimento di Santa Lucia. Il secondo step è previsto il 15 maggio dove, nell’ipogeo della città, a due passi dalla mostra, con proiezioni, realtà virtuale e suggestioni sonore, il visitatore sarà accompagnato in un percorso che ripropone l’esperienza creativa del pittore. Due le tematiche prevalenti: il soggiorno siciliano dell’artista ed il tormento degli ultimi anni di vita. La città aretusea è la prima in Italia che vede il ritorno dell’opera gemella di quella conservata nel museo di Cleveland, dove è stata esposta anche essa nel 2017 per sostituire l’originale durante un restauro. Benché identiche, le due tele presentano delle differenze, quella della collezione Spier raffigura gli ultimi istanti di vita del martire precedenti alla crocifissione, che in quella di Cleveland è già compiuta. Non era inusuale per il maestro della luce dipingere versioni gemelle delle sue stesse opere, sia per una questione economica sia per il fatto di non essere mai soddisfatto, tra i casi più noti: Il Fanciullo morso dal Ramarro, il Suonatore di liuto, San Francesco in meditazione, la Medusa.

“Donne e guerra”, Euripide e Aristofane per le rappresentazioni classiche di Siracusa

Dal 9 maggio al 6 luglio 2019 il 55esimo ciclo delle rappresentazioni classiche nel Teatro Greco di Siracusa, dal tema “Donne e guerra: Le Troiane, Elena e Lisistrata”, figure carismatiche a condanna della violenza generata dai conflitti. «Una proposta culturale-dice Pier Francesco Pinelli, consigliere delegato Inda- e teatrale nel solco di una ricerca innovativa ma anche di approfondimento, riflessione e divulgazione del teatro antico».

Un grido di disappunto, per gli atti nefandi che l’uomo arreca ai suoi simili per mezzo delle guerre, si propaga dalla cavea del Teatro Greco di Siracusa e ad esserne fautrici sono le donne, vittime e protagoniste di miti e leggende. Dal 9 maggio fino al 6 luglio 2019, sarà possibile immergersi nell’emozionante ciclo di rappresentazioni classiche che, quest’anno, giunto alla 55esima edizione vedrà come tema “Donne e guerra”: “Le Troiane”, “Elena” e la commedia di Aristofane “Lisistrata”, tre nuove produzioni inserite dalla Fondazione Inda- Istituto Nazionale del Dramma Antico. I titoli esprimono con modi, trame e personaggi tra loro diversi, una critica contro tutti i conflitti. Ne “Le Troiane” di Euripide, tragedia straziante e corale, per la quarta volta in scena dopo le edizioni del 1952, 1974 e 2006, le prigioniere troiane, sono rese schiave e soggiogate dagli eroi greci che hanno vinto la guerra di Troia.

Il dolore delle donne più illustri, Ecuba, Cassandra, Polissena, Andromaca esplode in episodi distinti e mette in risalto l’ineluttabilità del destino di morte e violenza, con cui la volontà di potenza che domina l’universo maschile ha schiacciato l’universo femminile. “Elena“, messa in scena nel 1978, è invece una tragedia sui generis, a tratti comici, nella quale Euripide propone una inquietante dialettica tra vero e falso, tra realtà e apparenza con una vicenda parallela a quella narrata da Omero, dove la vera Elena è stata portata da Hermes nell’isola di Faro in Egitto ed è solo la “sua immagine” ad essere andata con Paride a Troia, dove si consumerà l’inutile strage. In “Lisistrata”, dopo l’edizione del 2010, l’ eroina e portatrice di pace, induce le donne ateniesi, spartane, tebane a uno sciopero del sesso e costringendo gli uomini a stipulare la pace.

“L’impossibile è Noto”, l’esposizione sull’inverosimile ed inaudito nell’arte novecentesca

Cento opere in mostra a Noto, nel Convitto delle Arti dall’11 aprile al 15 novembre, con la mostra “L’impossibile è Noto”. Un percorso di dieci tappe che ripercorre i movimenti artistici del Novecento: Futurismo, Cubismo, Metafisica, Dada e Surrealismo con i loro grandi artisti. A fine mostra un omaggio al surrealista Salvador Dali, con un’intera sala a lui dedicata, per il trentesimo anniversario dalla morte.

Addentrarsi nei dedali della mente, cogliere gli aspetti che sfuggono, euforici e dirompenti come fiumi in piena e resi unici perché privi di senso ed impossibili, sono le opere degli artisti dei movimenti rivoluzionari del Novecento che approdano nella città del barocco con una mostra dal titolo “L’impossibile è Noto”, da giovedì 11 aprile al 15 novembre al Convitto delle Arti di Noto. Cento i capolavori, provenienti da fondazioni, archivi e importanti collezioni private, per l’esposizione curata da Giancarlo Carpi e Giuseppe Stagnitta e prodotta da Sicilia Musei con il patrocinio del comune netino. Il Futurismo, il Cubismo, la Metafisica, Dada, il Surrealismo, saranno i protagonisti indiscussi con opere dei loro maggiori esponenti: Picasso; Braque; Boccioni; Balla; Severini; De Chirico; Klee; Kandinskij; Masson; Ernst; Dalì; Mirò; Carrà; Man Ray; Marinetti, per citarne alcuni.

Un progetto che non vuole solo ripercorrere il mezzo secolo più importante dell’arte del Novecento, ma anche allenare l’occhio e la mente alla percezione di queste diverse correnti estetiche e di pensiero le quali, proprio quando sono poste l’una accanto all’altra, esprimono meglio la loro essenza, nella loro opposizione e differenza, a volte nel loro conflitto. Un percorso espositivo di 10 tappe: l’invenzione del movimento nella fotografia e nella pittura; Futurismo e Cubismo; Metafisica e Dada tra Europa e Italia; Surrealismo; il Futurismo negli anni trenta; tra volo-sogno e cosmo; Astrattismo e Astrattismo lirico; Mirò e Depero; l’Astrattismo e la materia; Dalì stravaganze, focus sul futuro. In conclusione, un tributo a Salvador Dalì, per il trentesimo anniversario dalla sua morte, con un’intera sala a lui dedicata con opere uniche, bozzetti, oggetti e stravaganze in suggestivo allestimento multimediale. Un’appendice della mostra si troverà nelle due sale esterne che danno sul cortile del Museo, per un approfondimento del dialogo tra movimenti significativi che hanno cambiato ed influenzato parte dell’arte novecentesca, mettendo a confronto due grandi uomini e rivoluzionari: Marinetti e Rammelzee.

Addio a Salvatore Napoli, figlio dei grandi pupari catanesi

È scomparso all’età di 73 anni Salvatore Napoli, membro della famiglia di pupari catanesi, che ha contribuito a mantenere viva la tradizione di famiglia conosciuta ed apprezzata in tutto il mondo. A dare la notizia, ieri, i parenti su facebook.

Orlando e Rinaldo, Carlo Magno, Angelica e Gano di Maganza, hanno perso un membro della famiglia, andranno in scena con la consapevolezza di non vedere più tra i suoi spettatori e accanto al palco, colui che apparteneva alla tradizione di infondere loro la vita, per poi riporli a riposo in un angolo fino alle prossime imprese, Salvatore Napoli. Si è spento all’età di 73 anni, a darne l’annuncio la famiglia sulla pagina facebook. Figlio d’arte, secondogenito di Natale e Italia Chiesa, era esponente della tradizione secolare dei pupari catanesi, come ideatore delle luci e fonico, apportando negli anni ’60 innovazione con i nuovi sistemi di amplificazione ed illuminazione, contribuendo nell’attività di famiglia a portare avanti la tradizione secolare dei pupari catanesi, affermata in tutto il mondo.

La compagnia venne fondata nel 1921 a Catania, da Gaetano Napoli e oggi, giunta alla sua quarta generazione, rappresenta una significativa e importante realtà dell’opera dei pupi, arte nata nella seconda metà dell’Ottocento, formata non semplici marionette ma da opere d’arte il cui meccanismo è stato perfezionato durante gli anni con la realizzazione di un’asta di metallo, al posto di fili, che dall’interno fa muovere braccia e gambe. Vicinanza al dolore dei parenti è stata espressa dal sindaco di Belpasso, Daniele Motta: «Partecipiamo al cordoglio della famiglia Napoli, per la scomparsa di Salvo “Turi”. Abbiamo avuto il piacere di ospitare i loro spettacoli nel nostro Comune, di apprezzarne la straordinaria competenza e la capacità di “modernizzare” l’opera dei pupi pur restando fedeli ad una complessa arte popolare che per essere espressa a livelli d’eccellenza, come i Napoli fanno da sempre, richiede passione, professionalità e sacrificio».

Siracusa e Caravaggio, in arrivo la Crocifissione di Sant’Andrea tela gemella di quella esposta a Cleveland

Il 13 aprile sarà inaugurata a Siracusa la mostra in itinere su Caravaggio e l’amico Mario Minniti, organizzata dalla Soprintendenza e l’assessorato regionale ai Beni culturali fino al 10 gennaio 2020. A dialogare con “Il seppellimento di Santa Lucia” dipinta dal Merisi per la città, la tela con la “Crocifissione di Sant’Andrea” gemella di quella già esposta nel museo d’arte di Cleveland.

Un’arte solenne, dove predomina la realtà con un utilizzo maestoso della penombra e della luce tali da rendere ciò che si ha davanti agli occhi espressione di naturalezza e di una drammatica potenza espressiva, appartenente al pittore e maestro della luce Caravaggio, pseudonimo di Michelangelo Merisi. A beneficiare di tanta bellezza, la città di Siracusa, dove il 13 aprile sarà  inaugurata la mostra “Caravaggio Experience” curata dalla Soprintendenza e l’assessorato regionale ai Beni culturali, che proseguirà fino al 10 gennaio, dedicata al pittore e al suo amico Mario Minniti, conosciuto durante gli ultimi anni romani e che gli fu accanto durante il suo soggiorno nella città aretusea. Atteso l’arrivo  della “Crocifissione di Sant’Andrea” opera gemella della più celebre del museo di Cleveland, proveniente dalla collezione privata Spier di Londra, ed in precedenza appartenuta alla Back Vega di Vienna, come specificato dal quotidiano La Sicilia di oggi.

Un’occasione unica, poiché l’opera dialogherà con “Il seppellimento di Santa Lucia” sull’altare maggiore della chiesa di Santa Lucia alla Badia a piazza Duomo con un percorso itinerante: il capolavoro in prestito sarà esposto nella sala Caravaggio della Soprintendenza, in piazza Duomo, a pochi passi dalla chiesa dove si trova il quadro dipinto dal pittore a Siracusa. Poco distante, entrando da un portone nelle mura dell’arcivescovado, si potrà ammirare la mostra dedicata a Mario Minniti allestita tra l’intrico di vie dell’Ipogeo siracusano. «Il dialogo tra le due opere di Caravaggio – dice Fabio Granata, assessore alla Cultura del Comune – consentirà il miracolo della percezione di un paesaggio caravaggesco originale e inedito, reso ancora più suggestivo dalla contestuale “Caravaggio Experience” allestita nel tratto sotterraneo della stessa piazza, nel cuore dei suoi misteriosi ipogei». Saranno esposte alcune opere di Minniti per completare il contesto espositivo, dove si potrà assistere all’arte pittorica basata sulla “maniera” caravaggesca dell’artista siciliano e siracusano”.

“The Leopard” la serie tv tratta dal romanzo di Tomasi di Lampedusa

Dopo Il nome della rosa, una serie tv dedicata a Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Un progetto da definire dal titolo “The Leopard” di otto o dieci puntate, le cui riprese inizieranno entro fine 2019 con un sceneggiatura da scrivere ed una certezza, le riprese avverranno quasi tutte in Sicilia, in particolare a Palma di Montechiaro.

Don Fabrizio, la sua famiglia e lo sbarco di Garibaldi che ha cambiato per sempre le sorti della Sicilia, arrivano sul piccolo schermo con una serie tv dal titolo “The Leopard”, ispirata al famoso romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa Il Gattopardo, da cui è stato tratto nel 1963 il colossal diretto da Luchino Visconti. La notizia arriva in concomitanza alla conclusione dell’adattamento Il nome della rosa dal romanzo di Umberto Eco, i cui ultimi due episodi sono andati in onda lo scorso 25 marzo totalizzando più di 3 milioni di telespettatori. Un progetto di otto o addirittura dieci puntate, le cui riprese inizieranno entro fine 2019, in coproduzione con la società inglese Moonage ed un broadcaster inglese.

I diritti del libro sono stati comprati da Indiana Production in collaborazione con Giangiacomo Feltrinelli, casa editrice che ne pubblica la versione letteraria, con il sostegno di Gioacchino Lanza Tomasi, musicologo e figlio adottivo dello scrittore “Sono quattro anni-dice Gioacchino- che hanno comprato i diritti sul libro per questa fiction e da altrettanto tempo attendo una sceneggiatura da potere esaminare e a cui potere dare il mio ok, ma non mi hanno ancora chiamato. Questa serie a puntate, se si farà, sarà l’occasione per raccontare il libro nella sua totalità: il film di Luchino Visconti, ferma il racconto al 1860, mentre il libro si estende al 1910”. Dunque un lavoro di sceneggiatura ancora da definire: sia italiani che inglesi gli scrittori che saranno reclutati, per assicurare autenticità al linguaggio, binario culturale dell’Italia e della Sicilia di quei tempi. Le riprese saranno, quasi tutte effettuate in Sicilia, in particolare a Palma di Montechiaro.

Ciclopica, la mostra inedita con 100 sculture pensata per Siracusa

Ciclopica, la mostra di sculture mai realizzata prima in Sicilia, dal 27 marzo al 30 ottobre a Siracusa nell’ex concento di San Francesco D’Assisi con ben 100 statue. Affinità di artisti e materiali accompagnano lo spettatore stimolando la sua intelligenza e invitandolo a scoprire piccoli ed imponenti pezzi artistici che secondo il curatore Vincenzo Sanfo “resteranno in mente e vi ritorneranno nel tempo”.

Un’impresa imponente, complessa quella che ha permesso di portare in Sicilia ben 100 statue dei più grandi artisti italiani ed internazionali per una mostra mai realizzata prima nell’Isola, unica per complessità e completezza ed il suo nome lo conferma, Ciclopica inaugurata mercoledì ed aperta al pubblico dal 27 marzo al 30 ottobre nel complesso dell’ex convento di San Francesco D’Assisi a Siracusa. La mostra, a cura di Vincenzo Sanfo, presidente del Centro Italiano delle Arti e la Cultura di Torino, è un progetto di Sicilia Musei, in collaborazione con Diffusione Italia International Group e l’associazione Dietro le quinte con il patrocinio della città aretusea.

Ricco l’elenco di artisti, da quelli noti ai minori: Rodin; Alberto Giacometti; Man Ray; Roberto Capucci osannato da Valentino Garavani e Karl Lagerfeld; Franco Garelli; Sebastian, il più grande scultore messicano vivente ed erede della monumentalita di Diego Rivera; Umberto Mastroianni; Floriano Bodini; Giuseppe Maraniello; Rabarama; Mario Giasone che vantava tra i suoi affezionati collezionisti Umberto e Gianni Agnelli, e molti altri. Opere di piccole e grandissime dimensioni che dialogano con lo spazio, realizzate in marmo, bronzo, carta, terracotta, poliuretano, plastica e vetroresina per una mostra che non ha un andamento cronologico, ma cerca di stimolare l’intelligenza dello spettatore con assonanze tra artisti, sculture e materiali. È una panoramica sul concetto di scultura dalla fine dell’’800, anche se la prima opera è una testa di Buddah del 1600, ai giorni nostri con tre direzioni geografiche: Africa, con le maschere tribali; Europa con statue greco-romane e Asia con opere di artisti della seconda generazione tra cui le teste dei Guerrieri di Xian, rivisitate da Zhang Hongmei, artista della scena contemporanea cinese.

Il ritorno di Battiato: un compleanno festeggiato con il ventennale “Fleurs”

Venerdì scorso, l’uscita del vinile di Franco Battiato “Fleurs”, per il ventennale anniversario (1999-2019), con copertina realizzata dall’art-director e storico amico Francesco Messina, con un particolare del dipinto di Battiato “Derviscio con Rosa”. L’artista, riconosciuto come musicista, compositore e cantautore, è anche regista e pittore.

Una copertina inedita, che racchiude al suo interno un 33 giri di 180 grammi rosso con una riproduzione del dipinto “Derviscio con Rosa”, per celebrare il ritorno del musicista catanese Franco Battiato, ha il titolo di “Fleurs – Esempi Affini di Scritture e Simili”. L’uscita del disco di grande successo è avvenuta venerdì, occasione per festeggiare il 74° compleanno, il 23 marzo, ed il 20° anniversario dalla pubblicazione avvenuta nel 1999. Pubblicato dalla Universal Music Italia per la prima volta in vinile e registrato in soli due giorni nella sua casa di Milo alle pendici dell’Etna, “Fleurs” è un concept album ed i brani sono collegati da un filo comune, quell’affinità di scrittura richiamata nel sottotitolo, unita a una sottile malinconia. Al suo interno alcuni brani scelti da Battiato con un tributo ad autori italiani come: Fabrizio de André, Sergio Endrigo; e francesi: Charles Aznavour, Jacques Brel, Charles Trenet; alla romanza napoletana con “Era De Maggio” ed ai Rolling Stones con “Ruby Tuesday”, singolo scelto per il lancio del disco nell’ottobre 1999 e presente nella colonna sonora del film “I Figli Degli Uomini” di Alfonso Cuaròn.

A chiusura dell’album due brani inediti: “Medievale” che rimanda al gusto dell’artista per la musica d’Oriente e “Invito al Viaggio”, in cui il compianto amico filosofo, saggista e cantautore Manlio Sgalambro recita versi liberamente ispirati ad un’omonima poesia di Baudelaire. Soffici melodie create da Michele Fedrigotti (pianoforte e co-arrangiamenti) e dagli archi del Nuovo Quartetto Italiano, accompagnati dal virtuosismo canoro di Simone Bartolini (sopranista), conducono in una dimensione quasi mistica. E a chi fa commenti riguardo alla salute, il musicista dice: “Il peggio è passato. Ora va molto meglio, sono tornato a mio agio con la pittura e talvolta mi siedo al pianoforte. E sto lavorando ad un brano nuovo».

Il Cristo vittorioso del Maestro Vincenzo Panuccio diventa CD

Il maestro Vincenzo Panuccio racconta la genesi ed il significato dell’opera “A Passiuni ru Signuri” in dialetto bagnaroto, divenuta Cd e disponibile sulle piattaforme digitali.

a cura di Mariella Restuccia

Una gestualità della mano da cui tutto ebbe origine, per stabilire l’andamento ascendente o discendente della melodia, la cui funzione nel corso dei secoli venne infusa inizialmente ad un bastone, all’archetto di violino, a pezzi di carta arrotolati fino ad arrivare alla sottile bacchetta, impugnata con maestria dal direttore, in grado di coordinare i musicisti. Un mestiere fatto di sacrificio e dedizione che il maestro Vincenzo Panuccio, classe 1975, conosce bene. Nato a Bagnara Calabra, direttore, professore, giornalista e presidente della Pia Unione di Santa Cecilia, in occasione degli avvenimenti della Passione celebrati dai cristiani durante la Settimana Santa, che precede la Pasqua, uscirà il Cd della sua opera “A Passiuni ru Signuri” in dialetto bagnaroto, al quale sarà dedicato in questi giorni un servizio su Rai3. Registrato nell’aula Magna della Scuola Civica di musica di Bagnara Calabra, prodotto da Mariella Restuccia per Musitalia Srl, in collaborazione con l’Istituto Centrale dei Beni Sonori e Audiovisivi, il Cd racchiude una composizione strutturata da due voci guida, tre solisti maschili il coro e l’orchestra di fiati. Un lavoro impegnativo dalla «Scrittura modesta nella struttura armonica, ma molto efficace nella sua realizzazione» frutto di una sfida, che mette in luce un Cristo vittorioso sulla croce e non sconfitto.

Partiamo dalle origini. Quando si avvicina alla musica?
«All’età di 7-8 anni, anche prima, ho ricevuto per Natale un piccolo pianoforte con cui giocavo. Poi ho cominciato a suonare il flauto e sono stato indirizzato nella banda musicale, con dei corsi di orientamento indetti dalla Regione. Così, a 10 anni, ho iniziato gli studi della musica»

Cosa significa per lei comporre?
«Riuscire a parlare a molti, cosa molto difficile. Riuscire a comunicare ciò che si pensa»

La soddisfa maggiormente comporre o dirigere?
«Dirigere, perché sono un direttore. Ho studiato e mi sono laureato in direzione, anche se la composizione è qualcosa che necessariamente un direttore deve conoscere, infatti in passato i direttori erano solo compositori, poi da fine ‘700 sono diventate due figure diverse e lo sono tutt’oggi»

La cosa più difficile del suo mestiere?
«Riuscire a fare appassionare le nuove generazioni alla musica, perché richiede tanto impegno e tantissima dedizione. Oggi si è un po’ più frivoli»

Il musicista o direttore che è stato più importante per lei?
«Non c’è un musicista. Ho avuto tanti maestri che ricordo con affetto, che mi hanno guidato nella formazione. Chi ha questo dono e lo mette a disposizione degli altri è e rimarrà sempre un simbolo per gli allievi»

Come nasce “A Passiuni ru Signuri”?
«Nasce un anno fa nella sede della Pro Loco, il presidente aveva invitato le varie realtà culturali del paese per un confronto, un momento di verifica e progettazione. Da questo incontro si è discusso riguardo la lingua dialettale, che non è molto usata e conosciuta, quando invece è un patrimonio che va tutelato e riacquistato come valore. Così mi hanno lanciato una sfida: “Perché non fare qualcosa che possa unire la musica, veicolo trainante di qualsiasi cosa e la lingua dialettale?”. Ho accettato ed in un mese ho composto all’Oratorio “A grutta i Betlemmi”, che ha avuto un buon successo. Dopo il Natale , ho pensato di fare il racconto della Passione, un momento importante per un cristiano. Realizzata in due mesi, composta dalle 3 alle 6 del mattino. La prima è avvenuta a marzo del 2018, poi a distanza di un anno è venuta fuori l’idea della produzione del Cd»

Da dove ha preso ispirazione?
«Non c’è stata ispirazione da qualcosa. Essendo credente e osservante, conosco bene la Passione di nostro Signore, solo che il mio non è il racconto delle sofferenze di un uomo, ma è la vicenda vista attraverso gli occhi di un cristiano. Così ho presentato un Cristo trionfante, una Passione in cui di triste c’è ben poco. I toni, i colori, la musica è tutto un’acclamazione della sua regalità ed alla vittoria finale»

Quali saranno le tappe attenzionate della Passione?
«Si parte dall’Orto degli Ulivi, che non è narrato nel Vangelo. Il mio Cristo si confronta con il Padre e chiede come possa affrontare questa battaglia. Poi ci sono i vari passaggi del racconto evangelico, mettendo in luce tre personaggi, tra i quali Pietro. Nel Vangelo non c’è nessuna testimonianza del pentimento di Pietro dopo aver rinnegato il Signore, mentre nella mia opera chiede perdono tre volte. In tutta la struttura della Passione c’è molto simbolismo, il numero della Trinità ricorre spesso nelle citazioni dei passi»

Quale momento predilige?
«Mi piace in maniera particolare il colloquio tra nostro Signore e le pie donne che lo seguono in lacrime, in cui le invita a non piangere per lui ma per i loro figli»

Nel 2011 il suo sfogo alla Regione Calabria per la mancanza di fondi alle bande ed orchestre cittadine. A Catania il Teatro Massimo Bellini rischia di chiudere per la mancanza fondi. Secondo lei la musica è sottovalutata in questo momento storico?
«Non solo in questo momento. La musica è considerata una Cenerentola dai nostri politici e da qualsiasi altro ordine ed ente. C’è disinteresse perché, secondo il loro pensiero, la musica non crea grosse economie. Posso dire, però, che in tutti questi anni di formazione ho preparato tantissimi ragazzi, molti dei quali insegnano nelle scuole, quindi ho creato formazione. Non saranno centinaia, ma stanno educando nuove generazioni. La musica è cultura e traino di messaggi e tradizioni, come la mia Passione, che parla un linguaggio che apparteneva ai nostri genitori. L’apprezzamento migliore in assoluto che mi hanno fatto, in uno dei quattro concerti, è stato quello di un signore anziano che mi ha ringraziato perché ha risentito il racconto come lo narrava sua madre quando era bambino. Ora non è più di moda essere cristiani e vivere la propria fede, invece un tempo ci si riuniva con i genitori e nonni che raccontavano e scandivano i tempi della propria vita attorno agli eventi come il Natale e la Pasqua»

Perché “non è di moda essere cristiani”?
«Perché la famiglia, oggi, è globale. Gli interessi non sono più quelli legati alla propria scuola, alle proprie radici ed al proprio Paese»

Con “A Passiuni ru Signuri” crede di essere riuscito a trasmettere ciò che aveva in mente?
«In linea di massima sì, perché lo scorso anno è stata eseguita quattro volte in quattro città: Reggio Calabria, Villa San Giovanni, Taurianova e Melicucco e ha ricevuto unanime consenso»

 

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