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Sliman Mansour: l’artista palestinese e le tele contro la disumanità di Israele – Sliman Mansour: the Palestinian artist and canvases against Israel’s inhumanity

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Tempo di lettura: 18 minuti
di emigrazione e di matrimoni

Sliman Mansour: l’artista palestinese e le tele contro la disumanità di Israele.

Sliman Mansour è un artista palestinese che, con le sue opere tra realismo e immagini metaforiche, mantiene in vita l’identità del popolo oppresso dal regime d’occupazione d’Israele. In questa chiacchierata ci ha parlato della sua tecnica e delle opere ispirate da ciò che vede e vive ogni giorno nella sua terra.

La punta di un pennello, intinto nella nostalgia e in attimi di felicità sbiaditi, per esprimere l’identità negata di un popolo e la lotta quotidiana alla sopravvivenza: quella palestinese. A guidare sulla tela le fibre di questo pennello il tocco e lo sguardo vivo di Sliman Mansour link esterno, artista palestinese nato nel 1947 a Birzeit, un grande villaggio a Nord di Ramallah. Laureato in belle arti presso la Bezalel Art Academy di Gerusalemme, a 26 anni diventa famoso con l’opera Il cammello delle difficoltà raffigurante un anziano stremato ma non vinto, che porta sulle spalle la sua terra.

Considerato il maestro della prima intifada (la rivolta araba per porre fine all’occupazione israeliana in Palestina) ha dipinto diverse copertine per la rivista Al-Awda e ha esposto nelle gallerie della Giordania, degli Stati Uniti, di Londra, della Germania e dell’Italia. E proprio qui, ha assistito alla scomparsa di alcune opere, poi ritrovate grazie all’aiuto dell’europarlamentare Luisa Morgantini.

Le sue opere raffigurano giovani donne in scenari dai toni bruni e arancio, quasi fossero una piccola alba sulla condizione silente e stagnante dell’occupazione d’Israele. La sua è una terra dipinta anche con la terra, perché Sliman è membro del gruppo artistico New Vision (Vera Tamari, Nabil Anani, Tayseer Barakat) che ha sfidato il regime israeliano con il boicottaggio delle loro merci e prodotti, utilizzando per le tele solo elementi naturali come fango, henné, fieno e cuoio.

Nel 1973, invece, con un gruppo di artisti fonda la Lega degli Artisti Palestinesi, la prima testimonianza collettiva dell’arte palestinese sul territorio. Un movimento preso di mira negli anni ‘80 dalla censura delle autorità israeliane per i dipinti a sfondo politico e con i colori della bandiera palestinese (nero, rosso, bianco e verde, vietati dalle forze di occupazione d’Israele dal 1967). Da questa vicenda nasce l’aneddoto dell’anguria: secondo uno dei soldati qualunque dipinto con i colori della bandiera palestinese, anche un’anguria, sarebbe stato confiscato. Da allora, l’anguria è simbolo di lotta all’indipendenza palestinese.

Un’arte, dunque, che attraverso realismo e immagini metaforiche, anela alla libertà di un popolo, ogni giorno alle prese con confische di terre, file ai checkpoint, posti di blocco, arresti e uccisioni.

Dalla permanenza nel ghetto culturale della Cisgiordania, alle opere perse e confiscate, fino alla decisione dell’Onu di commemorare da quest’anno, il 15 maggio, la Giornata della Nakba (l’esodo forzato del popolo palestinese dalla loro terra); ecco cosa ci ha raccontato questo artista innamorato profondamente della sua terra e amato dai palestinesi, che hanno sulle pareti di casa almeno una sua opera.

 

Sliman Mansour

Sliman Mansour

Che ricordo hai di Birzeit?

«Questo villaggio era bellissimo, con molti uliveti intorno e molti altri alberi da frutto e diverse sorgenti e piscine naturali. Mio padre è morto quando avevo 5 anni. Così, mia madre ha messo me, i miei due fratelli e le mie tre sorelle in un collegio nell’area di Betlemme; ho trascorso la mia infanzia tra Betlemme, Gerusalemme e Birzeit».

Hai vissuto nel ghetto culturale della Cisgiordania. Ci racconti di quel soggiorno?

«Noi artisti sotto occupazione avevamo un accesso molto limitato a libri o riviste d’arte, oltre alla totale mancanza di sale espositive o musei. Quindi, potevamo solo prendere in prestito libri dagli altri. C’era un artista che aveva studiato in Unione Sovietica negli anni Sessanta con una biblioteca piena di libri d’arte sovietici. Un altro, ha studiato in Iraq con molti libri su alcuni artisti iracheni, ma soprattutto sull’antica arte mesopotamica. Alcuni di noi, naturalmente, potevano guardare l’arte e i libri israeliani, ma sembrava ci fosse una sorta di muro psicologico che ci rendeva difficile conoscere l’arte israeliana. A volte, invece viaggiavamo e guardavamo le mostre, ma non era sufficiente».

La tua arte è stata definita di resistenza contro il regime sionista di occupazione israeliana. Tu invece, come la definiresti?

«Non definisco la mia arte come arte di resistenza, traggo le idee per la mia arte da ciò che vedo e vivo. Ho lavorato con altri artisti palestinesi sulla questione dell’identità e della nostra esistenza che è stata negata fino ad oggi.

Quando il tuo occupante ti dice che non esisti e che non hai una storia, questo ci fa arrabbiare e così molti dipinti riguardano l’identità. Per i sionisti è più facile negare la tua esistenza, perché così sarà più facile per loro prendere la tua terra, ucciderti, renderti rifugiato e imprigionarti. Così, rappresentare la nostra identità è un modo per difenderci».

Quali sono i tuoi soggetti preferiti?

«I soggetti che mi piacciono riguardano l’identità, la nostalgia e il ricordo dei bei tempi andati prima dell’occupazione. Negli anni Ottanta questi dipinti sono stati confiscati dai militari perché li consideravano incitanti. Due soggetti che amo dipingere sono gli aranceti che rappresentano la terra occupata nel 1948 e i campi di ulivi che rappresentano la terra occupata dopo il 1967».

Da cosa trai ispirazione?

«Mi ispiro a diverse fonti, una di queste è l’occupazione che crea tutti i soggetti: la prigionia, la confisca delle terre, i rifugiati, i martiri, la povertà, la frammentazione…»

 

Il muro, arte digitale - 2005

Il muro, arte digitale – 2005

Che tipo di tecnica artistica usi?

«Mi piace sperimentare con i materiali, come quelli tradizionali, gli olii, l’acrilico e l’acquerello, e la tempera all’uovo. Uso anche materiali che trovo in giro, come il fango e l’hennè e tinture naturali; per qualche tempo ho lavorato con l’acrilico sul ferro e ho usato come colore anche la ruggine».

Con la Lega degli artisti palestinesi nel 1973 hai organizzato mostre in tutto il mondo: Giordania, Londra, Stati Uniti. Cosa pensavano delle tue opere in cui era evidente la condizione di un popolo oppresso?

«Sì, mi ricordo che negli Stati Uniti quando abbiamo messo un annuncio su un giornale prima dell’inaugurazione abbiamo avuto molti nemici e anche molti sostenitori. Solo il nome “palestinese” era un problema e, molte volte, alcuni critici hanno ridicolizzato la mostra perché era arretrata e non si adattava all’arte del tempo e di propaganda. Ma abbiamo avuto anche molti sostenitori tra gli studenti e i rifugiati arabi, anche se non ne hanno parlato sui giornali americani.

Molti, invece, hanno scritto di noi sui giornali arabi e questo ha contribuito a renderci famosi nel mondo arabo. Inoltre, durante queste mostre abbiamo venduto molte delle nostre opere, il che è stato un modo positivo e piacevole di sostenere l’arte palestinese sotto l’occupazione».

Sei uno dei fondatori del gruppo “Nuove visioni”, artisti che durante la prima Intifada (rivolte arabe per porre fine all’occupazione israeliana in Palestina) hanno boicottato le merci israeliane, comprese le vernici. Così avete utilizzato legno, cuoio, henné, fango. Com’è stato usare questi prodotti?

«La prima Intifada è stata molto forte ed efficace e ha attirato molti reporter che hanno girato video e mostrato foto efficaci. E, in un certo senso, abbiamo pensato che sarebbe stato impossibile per noi competere con tutte le immagini che venivano inviate da qui anche se la nostra arte era realistica. L’intifada stessa si basava su una politica di boicottaggio dei prodotti israeliani e di tutti i prodotti importati attraverso Israele e la gente doveva fare affidamento su se stessa per il proprio sostentamento. Questo ha creato un senso di unità tra la gente e alcuni artisti che hanno pensato di fare lo stesso con i materiali artistici, così ognuno ha iniziato a pensare ai materiali da utilizzare.

E in questo, i ricordi d’infanzia ci hanno influenzato. Io ho scelto il fango, il fieno e i colori naturali e ho iniziato a sperimentare con questi materiali; Babil ha scelto il cuoio e l’henné per la sua arte; Tayseer ha scelto il legno vecchio da bruciare e graffiare e ha usato anche tinture naturali fatte da lui stesso e Vera, un’artista della ceramica molto istruita e con la tendenza a scrivere in modo filosofico i nostri concetti. Il nostro lavoro ha influenzato anche altri artisti, e molti che hanno iniziato a usare il collage e pennellate molto forti. La “nuova visione” la considero il legame che unisce l’arte che è stata fatta dopo la Nakba e l’arte che i giovani artisti stanno facendo ora con le nuove tecnologie, mezzi e concetti».

Quali reazioni ha suscitato il boicottaggio?

«Non lo so, ma sono sicuro che la prima Intifada sia stata un fattore importante per creare il BDS (la campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele). Il nostro lavoro artistico era molto apprezzato e la gente annusava le opere e le toccava, ma non era ancora sicura della loro durata».

Com’è la vita degli artisti nei territori occupati?

«Il mercato dell’arte è davvero molto debole e ci sono pochissimi collezionisti. Gli artisti non ricevono alcun sostegno da fonti governative, se non in rare occasioni. Le città non hanno programmi artistici e l’unico lavoro che gli artisti possono trovare è quello di insegnante di arte nelle scuole o nelle istituzioni, con stipendi per niente buoni».

 

Campo di ulivo, olio su tela - 2011

Campo di ulivo, olio su tela – 2011

Sulla tua pagina Instagram si possono vedere alcune opere perse, confiscate o distrutte. Qual è quella che ti sta più a cuore?

«Naturalmente mi interessano tutte, ma ce ne sono due in particolare che mi rattristano: una donna con le arance del 1978 (credo), e una donna che allatta il suo bambino del 1976 (credo)».

Le tue opere sono state perse anche in Italia durante alcune mostre. Dove hai esposto e come è stato possibile perderle?

«Abbiamo partecipato a mostre con artisti italiani e le opere non sono tornate indietro. Una volta abbiamo fatto una mostra nel 1990 a Salerno, credo, che poi è stata spostata a Napoli e non sappiamo cosa sia successo a delle opere che non sono più tornate indietro.

Avevamo problemi con la lingua, ma grazie all’aiuto di Luisa Morgantini ne abbiamo trovate e recuperate alcune. Uno dei motivi per cui molte opere sono andate perdute è che le istituzioni avevano i soldi per spedire le opere, ma non per rispedirle indietro; quindi, sono state messe nei magazzini e, con il tempo, sono andate perdute».

Nelle opere sono sempre presenti scorci della terra d’origine. Che legame hai con la tua terra?

«Poiché la mia terra d’origine è in pericolo e rischia di scomparire a causa di confische e insediamenti, il legame è speciale e romantico. Molte immagini che uso per simboleggiare l’identità
provengono dalla terra come alcuni alberi, piante, uccelli, fiori e case di villaggio… Inoltre, tutta la mia infanzia l’ho trascorsa nei campi di Birzeit, dove abbiamo una terra che la mia famiglia ha ereditato dai miei nonni; quindi, fa parte dei miei ricordi d’infanzia».

Se dovessi realizzare un’opera che mostra la Palestina libera, che aspetto avrebbe?

«Non ci ho pensato, ma sono sicuro che avrebbe una giovane donna, dei bambini e il mare».

Cosa rappresenta per te la libertà?

«La mia arte non influenzata dalle azioni di soldati e politici stranieri».

 

Pace, fango su legno - 2007

Pace, fango su legno – 2007

Come contribuisce l’arte alla lotta contro il regime coloniale israeliano d’apartheid?

«Il regime sionista ha insistito e insiste tuttora sul fatto che non esiste un popolo palestinese. Ma ha fallito, perché ci sono circa 14 milioni di palestinesi e la metà di loro si trova in Palestina. Stanno cercando di disumanizzare i palestinesi non solo agli occhi del mondo, ma anche agli occhi dei palestinesi stessi. Il nostro lavoro come artisti palestinesi, in tutti i campi, è quello di combattere questa battaglia e presentare il popolo palestinese come un popolo umano e colto».

In che modo vogliono disumanizzarli?

«Attraverso il potere dei media dell’Occidente ufficiale. Cercano di limitare la loro presenza su ogni palcoscenico internazionale. Per esempio, almeno un terzo della squadra nazionale di calcio palestinese è stata colpita alle gambe con armi da fuoco».

Come ci si sente a sapere che i tuoi lavori sono appesi in ogni casa palestinese?

«Naturalmente, mi rende orgoglioso e felice. Ogni artista, credo, vorrebbe avere influenza sulla propria società. Penso che la mia arte faccia amare ai palestinesi la loro patria, soprattutto ai giovani».

Com’è cambiata la tua visione artistica nel tempo?

«Credo che alcuni dei miei lavori siano diventati più politici di prima e meno romantici».

Se dico anguria cosa le viene in mente?

«L’ufficiale militare che ci diede l’ordine di non dipingere in rosso verde nero e bianco».

 

Dal fiume al mare II, olio su tela - 2021

Dal fiume al mare II, olio su tela – 2021

Ha mai pensato che sarebbe diventato un simbolo della resistenza palestinese?

«All’epoca no, ma in seguito ho notato che tutto ciò che fa arrabbiare gli israeliani diventa un simbolo di resistenza».

Sei cresciuto sotto l’occupazione israeliana, pensi che la pace a fine dell’occupazione arriverà o hai perso la speranza?

«Sono sicuro che la pace arriverà come uno Stato unico con uguali diritti per tutti».

Ben Gurion, il fondatore di Israele, disse: “I vecchi rifugiati moriranno e i giovani dimenticheranno”. I giovani palestinesi perdono la vita ogni giorno per la loro terra, combattendo contro il regime coloniale israeliano di apartheid. Cosa ne pensi?

«Il problema di questo detto è che i sionisti non lasciano in pace le persone, continuano a umiliarle, ucciderle, prendere la loro terra e a mettere in pericolo i loro luoghi sacri, pensando che in questo modo possono costringere le persone a lasciare la loro patria».

L’ONU commemorerà per la prima volta nel 2023 la Giornata della Nakba, che segna la creazione dello Stato di Israele nella Palestina storica. Pensi che sia in ritardo o è già una svolta evolutiva?

«Penso che sia una svolta evolutiva. Israele è stato creato dalle grandi potenze e senza il loro consenso all’ONU non ci può essere una soluzione. Penso che ci sia una svolta. Israele ha dimostrato di essere un progetto problematico che va verso il fascismo e non c’è altra strada se non diventare realmente democratici e accettare i palestinesi in Israele e tutti gli altri come vicini».

A quale opera stai lavorando in questo momento?

«Recentemente, mi sono reso conto che il mare è assente nella maggior parte dell’arte palestinese, così ho realizzato e sto realizzando diversi dipinti sul mare».

Sliman Mansour: the Palestinian artist and canvases against Israel’s inhumanity.

Sliman Mansour is a Palestinian artist, who with his own works between realism and metaphorical images, keep alive the identity of the people oppressed by Israel’s occupation regime. In this talk, he told us about his technique and works inspired by what he observes and experiences every day in his land.

The tip of a brush, dipped in nostalgia and faded moments of happiness, to express the denied identity of a people and the daily struggle for survival: the Palestinian one. Guiding the fibers of this brush onto canvas is the touch and gaze of Sliman Mansour, a Palestinian artist born in 1947 in Birzeit, a large village in the north of Ramallah. A Fine Arts graduated from the Bezalel Art Academy in Jerusalem, he became famous at age 26 with his work The Camel of Hardship depicting an exhausted but unconquered elderly man carrying his land on his shoulders.

Considered the master of the first Intifada (the Arab rivolt to end the Israeli occupation in Palestine), he painted several covers for Al-Awda magazine and exhibited in galleries in the United States, Japan, Germany and Italy. And it was precisely in the last country that he witnessed the disappearance of some of his works, later found them with the help of Member of the European Parliament Luisa Morgantini.

His works depict young women in settings of brown and orange tones, almost as if they were a small dawn on the silent and stagnant condition of Israel’s occupation. His is a land painted with earth as well, because Sliman is a member of the New Vision Art Group (Vera Tamari, Nabil Anani, Tayseer Barakat) that challenged the Israeli regime boycotting their goods and products, using only natural elements such as mud, henna and leather for canvases.

In 1973, however, with a group of artists he founded the League of Palestinian Artists, the first collective witness of Palestinian art in the territory. A movement targeted in the 1980s by Israeli authorities’ censorship for the paintings with a political background and with the colors of the Palestinian flag (black, red, white and green, banned by Israel’s occupation forces since 1967). From this event was born the watermelon anecdote: according to one of the soldiers any painting in the colors of the Palestinian flag, even a watermelon would has been confiscated. Since then, the watermelon has become a symbol of the struggle for Palestinian independence.

An art, then, that through realism and metaphorical images yearns for the freedom of a people who daily grapple with land confiscations, hours in line at checkpoints, arrests and killings.

From his stay in the West Bank’s cultural ghetto, to his lost and confiscated works, to the UN’s decision to commemorate from this year, May 15, Nakba Day (the forced exodus of the Palestinian people from their land); here is what this artist told us about being deeply in love with his land and beloved by Palestinians, who have at least one of his works on the walls of their homes.

 

Sliman Mansour

Sliman Mansour

What is your memory of Birzeit?

«This Village was a beautiful one with lots of olive grooves around it and many other fruit trees and several natural springs and natural pools. My father died when I was 5 years old, so my mother put me and my two brothers and three sisters in a boarding school in the Bethlehem area. So I spent my childhood between Bethlehem, Jerusalem, and Birzeit».

You lived in the West Bank cultural ghetto. What do you remember about that stay?

«We as artists under occupation had very limited access to art books or magazines, besides total lack of exhibition halls or museums. So, we only could borrow books from each others. There was an artist who studied in the Soviet Union in the sixties with a library full of Soviet art books. Another one studied in Iraq with many books about some Iraqi artists, but mostly about ancient Mesopotamian art. Some of us, of course, could look at Israeli art and books but it seems there was a kind of psychological wall that made it hard for us to know zisraeli art. We travelled sometimes and looked at exhibitions but that was not enough».

Your art has been called an Art of resistance against the Israeli occupation Zionist regime. How would you define it?

From his stay in the West Bank’s cultural ghetto, to his lost and confiscated works, to the UN’s decision to commemorate from this year, May 15, Nakba Day (the forced exodus of the Palestinian people from their land); here is what this artist told us about being deeply in love with his land and
«I don’t define my art as resistance art. I get ideas for my art from what I see and experience. I worked with other Palestinian artists about the question of identity and our existence which denied until today. When your occupying tells you that you don’t exist and you don’t have a history; it makes us angry and so many paintings are about identity. For the Zionists its easier to deny your existence because then it will be easier for them to take your land, kill you, make you refugee and imprison you. So depicting our identity is a way to defend ourselves».

What are your favorite subjects?

«The subjects I like are about identity and nostalgia and remembering the good old days before the occupation. In the eighties such paintings were confiscated by the military because they considered them inciteful. Two subjects I love to paint, one about orange groves that represent land that was occupied in 1948 and the other are about olive fields which represent land occupied after 1967».

What do you take inspiration from?

«I take my inspiration from several sources, one of them is the occupation which creates all subjects like imprisonment, land confisications, refugees, martyrs, poverty, fragmentation…».

 

Il muro, arte digitale - 2005

Il muro, arte digitale – 2005

 

What kind of artistic technique do you use?

«I like to experiment with materials like the traditional materials, oils, acrylic and watercolour, and egg tempera. I use also materials I find around like mud and henna and natural dyes and I worked for some time acrylic on iron and I used the rust as a color too».

With the League of Palestinian Artists in 1973 you started organizing exhibitions around the world: Jordan,
London, United States. What did they think of your works in which the condition of an oppressed people was evident?

«Yes I remember like in the USA only when we put an advertisement in a newspaper, immediately even before the opening we have lots of enemies and lots of supporters. Just the name “Palestinian” was a problem, but anyway many times some critics ridiculed the exhibition because its backward and does not fit the art of the day and its propaganda art.

On the other hand we had lots of supporters from students and Arab refugees but they were not vocal in Anerican newspapers. Also, many wrote in Arabic newspapers in the Arab World which helped to make us famous in the Arab world and also we sold many of our art during these exhibitions which was a good and nice way to support Palestinian art under occupation».

You are one of the founders of the “New Visions” group, artists who boycotted Israeli goods during the first Intifada, including paints. Instead you used wood, leather, henna, mud. What was it like using these products?

«The first intifada was very strong and effective and it attracted a lot of reporters who filmed many effective videos and photos. Our art which was realistic in a way we thought it will be impossible for us to compete with all the images that were sent from here. The intifada itself with a policy to boycott Israeli products and all products imported through Israel and people should rely on themselves for their living. This created a sense of unity among the people and some artists thought why don’t we as artists do the same.

So, each one started to think about materials to use and of course childhood memories were a major influence. I choose mud and hay and natural colors and started to experiment with this materials. Babil choose leather and henna to do his art. Tayseer choose old wood to burn and scratch and also using natural dyes that he did himself and Vera who is a ceramic artist but very educated and wit a tendency to write in a philosophical way our concepts. So we created from these four artists the New Vision group, our work affected other artists also like many started to use collage and very strong brush strokes. The “New vision” I consider the link that ties the art of that was done after Alnakba and the art that young artists are doing now with the new technologies and mediums and concepts».

What reactions has the boycott elicited?

«l don’t know , but I am sure the first Intifada was a major factor to create the BDS. It was supported by most people at the time. Our art work was very much appreciated and people were smelling the works and touching them, but still they were not sure about the longevity of the works».

How the artists live in the occupied territories?

«Life is very hard, because except for very few can support themselves by their art. The art market is really very weak and there are very few collectors. Artists do not get support from any governmental sources, except in rare occasions. Municaplities don’t have any art programs and the only work artists can find is through teaching art in schools or institutions and the salaries are really not good at all. There is no art union because of political problems».

 

Campo di ulivo, olio su tela - 2011

Campo di ulivo, olio su tela – 2011

On your Instagram page you can see some lost, confiscated or destroyed works. Which one you cared about the most?

«I of course care about all, but there are two specifically make me sad: one a woman with oranges 1978 I think, and the other one a woman breastfeeding her child 1976 I think».

Your works are also been lost in Italy during some exhibitions. Where did you exhibit and how was it possible to lose them?

«We participated in exhibitions with Italian artists and the works didn’t come back. We once made an exhibition in 1990 in Salerno I think and then it was moved to Napoli and we don’t know what happened. But mainly we have a problem with language. We found some of them and got them back thanks to Luisa Morgantini, who helped us a lot.

One of the reasons that many works were lost is because the institution have money to ship the works and they didn’t have money to ship it back and it was put in storage places and with time it got lost».

Glimpses of your homeland are always present in your works. What connection do you have with your land?

«Because my homeland is in danger of getting lost through confisicatiins and settlement buildings this dager make our connection with the homeland special and romantic. Also, scenes of the homeland exexpress also identity visually. Many images that i use to symbolise identity are from the land like some trees and plants and birds and flowers and village houses etc… Also all my childhood I spent it in the fields of Birzeit where we have land that my family inherited it from my grandfathers, so its part of my childhood memories».

If you were to make a work showing a free Palestine, what would it look like?

«I really didn’t think about that, but I am sure it will include a young woman, some children, a sea».

What does freedom represent for you?

«Is that my art will not be influenced by the actions of foreign soldiers and politicians».

 

Pace, fango su legno - 2007

Pace, fango su legno – 2007

How does art contribute to the struggle against the Israeli apartheid colonial regime?

«The zionest regime insisted and still insist that there is no Paestinian people. Now, he failed in that because there are all around about 14 million Palestinians and half of them are in Palestine. Now they are trying to dehumanised the Palestinians not in the eyes of the World, but also in the eyes of the Palestinians themselves our work as Palestinian creates in all fields is to fight this battle and present the Palestinian people as a humane and cultured as possible».

How does it dehumanize them?

«They dehumanise Palestinians by the power of media that the official West have. They try to limit their presence in any international stage. For example, at least one third of the Palestinian national football team was shot in the legs».

How does it feel to know that your works are hung in every Palestinian home?

«Of course that makes me proud and happy, every artist I think likes to have an effect on his or her society. I think my art makes Palestinians love their homeland, especially the young ones».

How has your artistic vision changed over time?

«I think some of my work became more political than before and became less romantic».

If I say watermelon what comes to your mind?

«I remember the military officer who gave us orders not to paint in red green black and white».

 

Dal fiume al mare II, olio su tela - 2021

Dal fiume al mare II, olio su tela – 2021

Have you ever thought that you would have become a symbol of Palestinian resistance?

«Not at that time, but later I noticed anything that makes Israelis angry it becomes a symbol of resistance».

Did you grow up under Israeli occupation, do you think peace with the end of the occupation will come or have you lost hope?

«I am sure peace will come like a one state with equal rights for everybody».

Ben Gurion, the founder of Israel said: “The old refugees will die and the young will forget”. Young Palestinians lose their lives every day for their land, fighting against the Israeli apartheid colonial regime. What do you think?

«The problem with this saying is that the Zionists are not leaving people alone, they keep humiliating them, killing them, taking their land and endangering their holy places, thinking that this way they can force people to leave their homeland».

For the first time in 2023, the UN will commemorate Nakba Day, which marks the creation of the state of Israel in historical Palestine. Do you think it is late or is already an evolutionary twist?

«I think it is an evolutionary twist. Israel was created by the big powers and without their consent in UN no such resolution can take place. I think there is a twist Israel proved to be a problematic project going towards fascism and there is no other way for Israel or they become real democratic and accept the Palestinians in Israel and accept the other Palestinians as neighbours».

What work are you working on right now?

«I realised recently that the sea is absent in most Palestinian art, so I did and still doing several paintings about the sea».

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