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Camilla Filippi e le figure universali di “Non esistono piccole donne”

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Camilla Filippi attrice in Non esistono piccole donne
Tempo di lettura: 8 minuti

Camilla Filippi, attrice, regista e artista bresciana ci racconta di sé e del suo spettacolo Non esistono piccole donne, per la regia di Susy Laude, basato sulle storie di sei donne universali e dimenticate dai libri di storia. Prossime tappe l’8 e il 9 marzo ad Acquapendente e Città della Pieve.

Un occhio di bue illumina le tavole di un palcoscenico dall’atmosfera intima, mentre sei donne si susseguono, ognuna con una storia personale e rivoluzionaria; a fare da tramite alle loro anime è Camilla Filippi (1979). All’attrice, regista e artista bresciana, l’onore di portare in scena donne universali nello spettacolo Non esistono piccole donne diretto da Susy Laude. Già apprezzato a febbraio dal pubblico all’OFF/OFF theatre di Roma, l’8 marzo farà tappa ad Acquapendente al Teatro Boni, mentre il 9 marzo a Città della Pieve al teatro degli Avvalorati.

Un monologo di emozioni sfaccettate, basato sulla raccolta delle storie di Johannes Bückler, che narra le vicende di vittime ed eroine dimenticate e poco annoverate sui libri di scuola: da Franca Viola, a Mary Ann Bevan, fino a Savina Rupel. 

E, di certo, non ci si stupisce che sia proprio Camilla a dargli voce. Impopolare, battagliera, democratica, dall’indole ribelle e ironica; ama sperimentare e avventurarsi in ambiti sempre nuovi, purché stimolanti. Qualche esempio? Il progetto del 2014 #psychedelicbreakfast, un diario emotivo di immagini tenuto su Instagram per 200 giorni, sul suo stato d’animo al mattino, esposto a Palazzo Collicola e al Ma.Co.F., seguito dalla partecipazione alla campagna mondiale Gucci Gram. Nel 2020, invece, Camilla segue l’ispirazione narrativa e dà alla luce il libro “La sorella sbagliata” (Harper Collins), su un viaggio avventuroso tra due sorelle. 

I ruoli di donne dalle vite straordinarie e complesse, dunque, sembrano scritti nel destino dell’attrice bresciana. Fra queste, una molto speciale: Giulietta Masina, che racconta in un incontro virtuale nella serie “Io e lei” in onda su Sky arte, frutto di uno studio intenso di fonti storiche e conoscenze speciali. 

Beccata in piena fase vitale, ci ha fatto entrare nel suo piccolo mondo fatto di sport, contatto con la natura e la recitazione, un contesto dove impegno e gioia infinita si mescolano anche al dolore per i  no e i giudizi, «a volte, difficili da sopportare a livello psicologico».

Su una foto su Instagram da ragazzina dici che eri “Da riformatorio”. Viene spontaneo chiederti qual è stata la cosa cosa più indisciplinata o pericolosa che hai fatto?

«Dico così un po’ per ironia. Ero vivace e faticavo a sopportare le regole. Le cose più pericolose che ho fatto? Qualsiasi cosa, anche il solo fatto di tornare a casa dalla discoteca con qualcuno era pericoloso. Mi piaceva uscire, fare casino e non mi piaceva stare in casa, a differenza di oggi che starei solo in casa. Inviterei tutti i miei amici e mi immagino un futuro, neanche troppo lontano, con una casa in campagna dove accoglierli».

Su Mymovies invece vieni definita «Molto zuccherosa, si è inserita con classe nel genere più sicuro, quello della fiction». Che ne pensi?

«Non capisco cosa voglia dire “più sicuro”. Parlare di serie tv (e non fiction), di cinema, o teatro per me non c’è differenza. Il lavoro è uno, quello di mettere in scena su qualsiasi palco sentimenti e vite di altri personaggi. Chi fa una distinzione pecca, dal mio punto di vista, di uno snobismo ignorante. È come se una persona fa un quadro e deve sapere se il quadro andrà in un museo grande o piccolo e allora si regola di conseguenza. L’espressione è espressione».

Qual è stato il momento in cui hai capito che la recitazione era la tua strada?

«Sono nata pensando che avrei fatto l’attrice. Quando ero piccola ho fatto una scuola pubblica sperimentale dove c’era come materia teatro e questo mi ha fatto credere, in un’epoca storica molto più complessa di quella attuale perché non c’era internet, che anche recitare poteva essere un lavoro».

A tal proposito, al vvfilmf Festival internazionale cinema per ragazzi hai dichiarato che quando hai iniziato a fare l’attrice non c’era internet e non era così semplice come lo è ora.  Secondo te in cosa consiste il vantaggio?

«Qualsiasi domanda hai da fare la scrivi su un motore di ricerca e quello ti dà una risposta. Mentre nel 1990 se magari eri nato a Roma già i set li vedevi per strada, ma a Brescia e nelle piccole province era impossibile. Oggi, è tutto molto diverso. Se ti piace un attore guardi che scuola ha fatto e poi la contatti anche se fosse in Inghilterra, Francia e America».

C’è un insegnamento che da sempre guida il tuo lavoro di attrice?

«Sì, però non ha a che fare con gli studi, ma con un’attitudine di vita. Nel momento in cui ci si impegna a fare qualcosa bisogna cercare di farla al meglio, che non significa riuscirci sempre, però almeno l’idea iniziale dev’essere quella. Che siano i rapporti con le persone o il lavoro».

Durante la tua carriera ti sei mai pentita di non aver accettato un ruolo o, magari, di averlo accettato?

«Credo molto che ci sia un destino, quindi tutte le cose che ho fatto mi hanno insegnato qualcosa e quelle che non ho fatto qualcos’altro; va bene così. Sono in una fase della vita in cui accetto quello che arriva. Prima di tutto, penso che bisogna cercare di lavorare su se stessi, perché abbiamo una vita sola e un mondo solo. Quando si è giovani è normale essere irrequieti e combattivi su cause inutili, quando si diventa grandi si capisce quali sono le cose per cui vale la pena combattere e le priorità».

“Io e lei”

Quali sono le tue priorità?

«Cercare di comprendere e vivere nel rispetto di se stessi e delle persone che ci stanno accanto, vicine e lontane. Credo molto in una democrazia vera. Faccio sempre questo esempio: io non mangio mai né carne, né pesce ma ai miei figli li cucino perché è il mio senso di democrazia; ognuno è libero di fare quello che vuole, finché la tua libertà non limita quella dell’altro».

Nel 2014 nasce il progetto #psychedelicbreakfast. Possiamo dire che ha anticipato un po’ quello che è successo durante la pandemia in cui ognuno esternava i propri stati d’animo?

«Mah, no! Posso dire che Instagram da quando c’è, è quella cosa lì. Le persone raccontano qualcosa di sé quotidianamente, la mia è stata più un’analisi sull’uso di Instagram e della narrazione di noi stessi. Si è sempre scelta (anche se le cose stanno leggermente cambiando) una narrazione felice. Così, ragionando su questa cosa mi dicevo che era molto finto e se avessi reinterpretato le mie emozioni attraverso immagini già codificate potevo raccontare in maniera più onesta il mio stato d’animo e tutte le sfumature di sentimenti che esistono».

«Vergognatevi di mandare a quel paese qualcuno, non di dirgli ti amo o ti voglio bene» scrivi su Instagram. Quanto è importante guardare in faccia le emozioni belle o brutte e dargli risalto?

«È fondamentale per me esprimerle. Si dovrebbe ragionare di più sul mandare a cagare le persone e meno sul fatto di dire ti voglio bene o ti amo, o quelle che sono le emozioni positive. Sembra che sia quasi sdoganato un diritto a dire cose brutte rispetto ai sentimenti belli». 

Non esistono piccole donne

Pensi che questa cosa sia degenerata con i social? 

«I social sono un mezzo spesso usato male, non il male. Secondo me è un problema sociale, le persone non si vergognano più di essere ignoranti. Anni fa ci si vergognava a essere ignoranti ed era una grandissima forma d’intelligenza, perché si può essere ignoranti ma intelligenti. Il problema è quando sei ignorante e stupido. Anche io sono ignorante; ci sono persone molto più colte di me, però ho pudore della mia ignoranza che mi spinge a migliorarmi e a crescere. La domanda è: “Perché siamo arrivati in un momento storico dove l’ignoranza è diventata un valore?”. Ci sarebbe da chiederselo, non ho una risposta!».

Com’è stato dar voce alle figure femminili dello spettacolo Non esistono piccole donne?

«Molto bello e credo che mai come in questo momento ci sia bisogno di memoria, ne abbiamo un po’ troppo poca. Se pensi che Franca Viola è stata la prima donna a dire di no al matrimonio riparatore, che solo nel 1996 lo stupro è diventato un reato contro la persona e non contro la morale. Helen Louise Hulick, nel 1938 con la sua battaglia in America ha permesso alle donne di indossare i pantaloni anche nelle aule di tribunale e nel 2023 ci rompono ancora i cog…ni su come ci vestiamo! Abbiamo fatto molti passi, ma purtroppo c’è tanta strada da fare, come il diritto all’aborto. Io sono per le battaglie anche per cose di cui non usufruirei; penso sia importante lottare per tutti, perché fare o meno una cosa è una scelta privata e nessuno si può permettere di dire sì o no». 

La storia che ti ha ispirato di più o hai sentito più vicina a te?

«Tutte, non ce n’è una da meno, perché ogni donna ha contribuito volontariamente o involontariamente a costruire la strada che noi stiamo percorrendo per essere diverse. Non è uno spettacolo femminista, ma di esseri umani che hanno lottato per un mondo più democratico».

Camilla Filippi attrice in Non esistono piccole donne

Non esistono piccole donne

Il 14 febbraio su Sky arte hai preso parte a uno dei capitoli di “Io e lei” dedicato a Giulietta Masina. Come ti sei preparata per questo documentario?

«È stata una mia ricerca su di lei, quindi ho rivisto tutti i suoi film e vedendoli da grande ne ho potuto apprezzare le sfumature; ho visto tutto quello che si poteva vedere online e ho conosciuto sia sua nipote, che quella di Fellini. È stato un viaggio incredibile, Giulietta Masina era una grande attrice e donna, super rock rispetto a quello che si immagina e, purtroppo, troppo poco ricordata perché oscurata dal marito, quando invece il talento di entrambi è stato alimentato anche dal loro amore».

Secondo te qual era l’unicità di Giulietta Masina? 

«Aveva la capacità di trasporre sullo schermo l’umanità delle persone. Attraverso gli occhi riusciva a far passare l’anima dei suoi personaggi; una dote incredibile».

Se avessi la possibilità di incontrarla realmente, cosa le diresti?

«Parlerei di tutto tranne di lavoro. Parlerei della società, della famiglia allargata, di com’è cambiata l’umanità e di quanto purtroppo siamo diventati individualisti e poi parlerei di cucina, che le piaceva come me. Invitava sempre gente e cucinava, io sono così; per me la casa dev’essere un porto di mare, chi passa entra e anche due minuti prima mi chiama e un piatto in più c’è sempre». 

“Io e lei”

C’è un regista con cui vorresti lavorare?  

«Dei grandi italiani, io ho un amore folle Gianni Amelio, però ci sono tanti giovani incredibili; sono aperta a tutti».

«Uno dei miei sogni è quello di fare un film d’azione, interpretare un personaggio fisico, che mena e che corre» dici a 1977magazine. È sempre tra i tuoi desideri?

«Assolutamente sì, sono una sportiva e quindi mi divertirei a stare con i cavi sospesa in aria; sarebbe proprio una gioia». 

Prossimi progetti?

«Da marzo uscirà Cristian 2 su Sky e sono sul set di un film Amazon, ma non posso dire nulla». 

 

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