La Lidu di Savona celebra il suo esordio nel convegno “Tanti popoli. Una sola razza?”

Mercoledì scorso 18 luglio si é svolto con grande partecipazione di pubblico il primo convegno del  neocostituito comitato di Savona della Lidu con titolo ‘ Tanti popoli. Una sola razza?”.

di Cristina Franco

Il tema, in un anno in cui si ricordano tristemente gli ottant’anni dalla pubblicazione del manifesto sulla razza e dalla promulgazione delle vergognose leggi razziali in Italia, é comunque quanto mai attuale. Vista la delicatezza e l’importanza dell’argomento, il comitato savonese ha scelto di affrontarlo con approccio scientifico. Il relatore, prof. Antoni o Guerci e docente di Antropologia presso l’università degli studi di Genova, ha infatti sviluppato il suo contributo in prospettiva storico antropologica, densa di importanti spunti di riflessione,  che ha consentito un interessante dibattito e confronto con  e fra i partecipanti. Il secondo contributo è stato proposto dal vicario generale della Diocesi Savona Noli don Antonio Ferri, che, dopo aver ricordato le sue magnifiche esperienze di missionario in Sud America, fra popolazioni di diversa provenienza etnica, culturale e territoriale, ha richiamato tutti al  sentirsi solidali e uniti  da un comune destino.

Il prof. Guerci ha rappresentato il pensiero dei primi teorici europei della classificazione dell’umanità in razze, il percorso di quel pensiero per dimostrarne con evidenza la totale infondatezza ed erroneità. Anche gli italiani non hanno comune denominatore tale da indicarne una specificità essendo il risultato di un incredibile mescolanza di genti popoli culture che  hanno percorso con violenza o meno la nostra penisola nei millenni: henedi messapi celti unni goti eruli bizantini greci sassoni francesi sassoni e così via. Oltre tremila anni di invasioni esterne e migrazioni interne, con i relativi meticciamenti, hanno lasciato tracce genotipiche e fenotipiche assai evidenti caratterizzando un pool genico di estrema variabilità.

La Strage di Erba, un raro e perfetto caso tutto italiano di follia a due

Con Rosa Bazzi e  Olindo Romano non ci troviamo di fronte a un profilo criminologico di follia a due standard. Loro rientrano proprio nella sotto-categoria della follia simultanea, non in quella indotta da un partner dominante al sottomesso. Loro non sono serial killer, ma semplici pluriomicidi.

Di Luca Rinaldi

La “follia a due” è una particolare condizione delittuosa e criminale descritta per la prima volta nel 1871 da Legrandedu Saulle, psichiatra francese che svolse un ampio lavoro nell’ambito della psichiatria forense. Questi definì la folie a deux come “idee di persecuzione trasmesse, o delirio a due o tre persone”, riconoscendo in essa due fattori fondamentali: la presenza di una personalità dominante, più attiva, intelligente e autoritaria e quella di una personalità sottomessa, passiva, meno intelligente e più suggestionabile.

In seguito vennero create classificazioni e tipologie più segmentate di tale condizione, riuscendo a identificare però due requisiti basilari necessari per considerarsi in presenza di una follia a due: il fatto che i due soggetti avessero passato un periodo più o meno lungo della loro vita in uno stesso ambiente (casa, esercito, prigione, scuola…), condividendo di conseguenza lo stesso modo di vivere e gli stessi interessi, senza che ci fossero interferenze esterne, e il fatto che il delirio fosse reale, non solo fantasticato, e si basasse dunque su attività concrete dei due.

Questo è il quadro in cui inserire la tipologia criminologica della cosiddetta “coppia criminale”. Quando essa è formata da un uomo e una donna avremo generalmente due individui con le suddette caratteristiche che insieme commettono uno o più delitti. Il profilo criminologico standard prevede un loro coinvolgimento erotico o sentimentale, un rapporto di dominanza/sottomissione tra l’uomo e la donna, che vede una partner femminile di età compresa tra i 20 e i 25 anni, emotivamente vulnerabile, e quindi manipolabile, e solitamente usata come “esca” per attirare vittime, e un partner maschile, più grande di età, propenso al sadismo, che spesso ha già precedenti penali. Per queste sue caratteristiche,la follia a due è una condizione che si riscontra spesso in delitti seriali ma, come vedremo, non solo in essi.

Dal punto di vista clinico la follia a due è chiamata disturbo psicotico condiviso, una diagnosi che si effettua quando i sintomi psicotici si sviluppano nell’ambito di una relazione prolungata con un’altra persona già psicotica. Tra le varie tipologie di questa patologia ce n’è una detta follia simultaneache presenta a suo modo caratteristiche peculiari rispetto alla follia a due piùclassica che è, come detto,imposta o indotta dal partner dominante. La follia simultanea si manifesta invece in un sistema delirante che si sviluppa in maniera indipendente in due individui posizionati su livelli psicologici paritari,associati in una forma di relazione piuttosto stretta e che si influenzano reciprocamente, condividendo le stesse motivazioni.

Con Rosa Bazzi e Olindo Romano non ci troviamo di fronte a un profilo criminologico di follia a due standard. Loro rientrano proprio nella sotto-categoria della follia simultanea, non in quella indotta da un partner dominante al sottomesso.Loro non sono serial killer, ma semplici pluriomicidi.

Olindo non è un sadico alla ricerca costante di vittime, ma un uomo innamorato di sua moglie che non ha precedenti penali, se non una vecchia querela sporta contro di lui dal padre e dal fratello per una rissa avvenuta in famiglia; inoltre Rosa, all’epoca dei delitti,ha 43 anni, lui solo uno più di lei, decisamente fuori dal profilo standard; senza contare che lei è tutt’altro che vulnerabile nel rapporto con il marito: non è lui che ha le redini della vita quotidiana della coppia, non è lui che detta i ritmi dei pasti, dei momenti di riposo e di svago, non è lui che assegna le faccende di casa. Lo fanno entrambi, in realtà, in una perfetta comunione d’intenti, sviluppata e perfezionata in vent’anni di convivenza e matrimonio, in modo ossessivo, con cadenze maniacali. In una costante ricerca di ordine, contrapposto al perturbante caos esistente fuori dalle quattro mura domestiche, tanto che il loro stesso citofono avverte “pregasi non disturbare”: una richiesta di isolamento a protezione del nido, una precisa volontà di lasciar fuori le interferenze e i fastidi dalla loro vita semplice, regolare e felice. Non è un caso che entrambi abbiano tagliato da anni i rapporti con le rispettive famiglie e che durante il processoper i delitti a loro addebitati verranno descritti come persone molto chiuse e isolate, morbosamente attaccate l’uno all’altra.

È proprio in questo contesto che Rosa Bazzi e Olindo Romano, una domestica e un netturbino di Erba (CO), due persone apparentemente comuni, l’11 dicembre 2006 sono arrivati a compiere quell’omicidio doloso plurimo, nell’appartamento di una corte ristrutturata nel centro di Erba. Un delitto di cui si sono occupati per anni quotidianinazionali e trasmissioni televisive, giudicandoli, additandoli e infine condannandoli.

In quella sera del 2006 vennero uccisi con due coltelli e una spranga quattro persone: Raffaella Castagna (30 anni), suo figlio Youssef Marzouk (2 anni), la madre di lei, Paola Galli (60 anni), e la vicina di casa, Valeria Cherubini (55 anni). Morì anche il cane di quest’ultima, soffocato dal monossido di carbonio sprigionato dall’incendio che fu appiccato successivamente a quella che venne poi definita “La strage di Erba”. Mario Frigerio (65 anni), marito della Cherubini, pur accoltellato alla gola, si salvò per una malformazione congenita alla carotide che deviò la pugnalata, rendendola non mortale.

I corpi vennero trovati da due vicini di casa, attirati dal fumo. Sull’uscio dell’appartamento trovarono Frigerio, ferito e con la gola tagliata, che, a gesti, indicò loro la presenza di qualcun altro intrappolato in casa, al piano superiore. L’interno dei due appartamenti rivela altri dettagli agghiaccianti: il corpo senza vita e in fiamme di una donna, Raffaella Castagna e, dal piano superiore, le richieste di aiuto di un’altra donna (che in seguito si scoprirà essere Valeria Cherubini). I due soccorritori improvvisati trascinarono il corpo della Castagna sul pianerottolo, spegnendo le fiamme che lo avvolgevano, ma nulla poterono contro il fumo denso presente al piano superiore, tanto da dover rinunciare al salvataggio della donna che chiedeva aiuto.

A seguito dell’intervento dei Vigili del Fuoco, vennero rinvenuti un totale di quattro corpi senza vita: oltre a Raffaella Castagna, aggredita con dodici coltellate, colpita ripetutamente con una spranga tanto che la causa del decesso risulterà essere una fattura cranica e infine sgozzata, venne trovato anche il corpo di Paola Galli, che subì la stessa sorte della figlia, e il corpicino del figlio di due anni di Raffaella, Youssef, morto dissanguato sul divano di casa a causa di un unico colpo alla gola che gli recise la carotide. Nell’appartamento al piano superiore, venne invece scoperto il cadavere di Valeria Cherubini, accorsa in casa Mazourk,decisa a prestare aiuto perché attirata dal fumo. Si scoprirà che l’aggressione alla donna avvenne sulle scale con un’arma da taglio, e come poi questa fosse riuscita a trascinarsi, ferita e sanguinante, fino al piano superiore dal quale aveva lanciato invano le sue grida di aiuto. Il monossido di carbonio presente nella stanza aveva fatto il resto e, con lei, sempre asfissiato, era morto anche il cane di famiglia. Unici sopravvissuti alla strage furono il marito della Cherubini, Mario Frigerio, che si salvò nonostante le percosse e la lacerazione alla gola, e che divenne, in fase processuale, il primo accusatore dei coniugi Romano, e il marito della Castagna, Azouz Mazourk, che al momento dei fatti si trovava in Tunisia in visita ai genitori.

I primi sospetti sui coniugi Romano, inizialmente non derivarono però dalla testimonianza di Frigerio, rimasto incosciente in ospedale nei giorni successivi ai fatti, ma dai Romano stessi, dal loro comportamento disinteressato alla vicenda, tanto diverso da quello degli altri vicini e curiosi, morbosamente alla ricerca di dettagli e di rassicurazioni dalle forze dell’ordine. Gli inquirenti misero allora in campo tutta la tecnologia a loro disposizione, ponendo sotto controllo l’automobile e l’abitazione dei Romano con intercettazioni ambientali e sequestrando alcuni indumenti. Inoltre i due sospettati presentavano ferite, anche sanguinanti, alle mani e alle braccia, e alle domande di rito fatte indistintamente a tutti i condomini si premurarono di consegnare, non richiesto, uno scontrino del McDonald’s risalente alla sera dei delitti,quasi a voler fornire un alibi che, proprio perché non richiesto, risultò ancora più sospetto. In ogni caso lo scontrino li poneva nel fast food due ore dopo i fatti e dunque, se quello fu un tentativo di sviare i sospetti dalle loro persone, fu sicuramente maldestro. Alla lista degli indizi si aggiunsero poi i frequenti diverbi esistenti tra i due coniugi e Raffaella Castagna, sfociati in una lite passata in cui i Romano avevano aggredito e percosso la Castagna e infine in una causa civile per ingiurie e lesioni che avrebbe dovuto svolgersi due giorni dopo la strage.

La vicenda giudiziaria dei Romano proseguì negli anni e nei tre gradi di giudizio previsti dall’ordinamento italiano. A corroborare la tesi accusatoria, oltre i già accennati comportamenti sospetti dei due presunti assassini e le escoriazioni e ferite rinvenute sulle braccia e sulle mani degli stessi, anche un’unica macchia di sangue, che si scoprìappartenere alla Cherubini grazie all’analisi del DNA, trovato dai RIS di Parma sulla pedana vicino allo sportello lato guidatore della Seat Arosa di Olindo Romano. Per l’accusa questo fu l’unico errore commesso dai due nella accurata pulizia attuata dai due coniugi dopo i delitti.  In aggiunta, dai rilievi effettuati dai RIS risultava la presenza in casa, durante gli omicidi, di una seconda persona, mancina come lo è Rosa Bazzi. A queste prove materiali e indiziarie si sommano le ammissioni,avvenute separatamente, di colpevolezza fatte dai due coniugi. Confessioni che, in alcuni casi, coincidevano perfettamente con i rilievi fatti nella casa, ma che in seguito vennero ritrattate in aula. Senza contare la testimonianza del sopravvissuto, Frigerio, che indicava Olindo e una non meglio specificata donna come responsabili dell’accaduto. A mettere un’ulteriore pietra accusatoria sui Romano ci pensarono infinestampa e tivù che trasformarono la vicenda in un processo mediatico decisamente colpevolista nei confronti dei due presunti assassini.

L’impianto accusatorio però, nei vari gradi di giudizio, subì non pochi scossoni, a partire proprio dalla ritrattazione delle confessioni dei Romano, motivate dal fatto che secondo lorofossero state estorte dagli inquirenti sotto la minaccia di tenerli separati per sempre e con la promessa di far loro ottenere sconti di pena e trattamenti di favore; in seguito la fondamentale testimonianza di Frigerio, che inizialmente sembrava puntare sui Romano, trovò l’opposizione della difesagrazie ad alcune intercettazioni precedenti, fatte in ospedale, che parevano dimostrare fossero stati i Carabinieri a “suggerire” all’uomo ferito e confuso il nome di Olindo come responsabile della strage; in aggiunta a ciò, Azouz Marzouk, marito della Castagna, che inizialmente chiese addirittura la pena di morte per i due imputati, diventòin seguito paradossalmente il primo a difendere l’innocenza dei Romano, indicando addirittura un possibile testimone oculare e lamentando la presenza di fatti poco chiari in tutta la vicenda; per quanto riguarda le prove materiali rinvenute, invece sono sostanzialmente due le rimostranze della difesa: innanzitutto il fatto che, a parte la macchia di sangue trovata sull’automobile di Olindo, considerata dagli avvocati difensivi una contaminazione successiva, nessun’altra traccia ematica, impronta digitale o orma di scarpa risalente a loro, fosse stata rilevata né in casa dei Romano, né sui loro effetti personali, né tantomenonell’appartamento dei Marzouk o sul pianerottolo, considerato anche che gli stessi Romano erano feriti. Secondariamente, ormai nel 2017, la difesa obiettò lo strano comportamento dei PM di volerprocedere alla distruzione di sette elementi di prova mai esaminati o esaminati solo in parte. La tempestiva richiesta da parte degli avvocati difensori, accordata dalla Cassazione, di bloccarne l’eliminazione è ad oggi la principale motivazione su cui si basa la richiesta di revisione del processo da parte della difesa.

Insomma, di motivi per dubitare della colpevolezza dei due coniugi di Erba ce ne sono, così come ne esistono altrettanti per additare i due come colpevoli. Della vicenda,oggi,è rimasta solo una certezza: la Corte di Cassazione ha condannato in via definitiva i coniugi Romano all’ergastolo con isolamento diurno per tre anni, il massimo consentito dalla legge, oltre che al risarcimento ai familiari delle vittime, riconoscendoli di fatto gli unici responsabili della strage e basando la motivazione sostanzialmente su tre elementi: la macchia di sangue della Cherubini trovata sulla Seat di Olindo, la testimonianza di Frigerio e il comportamento tenuto dai coniugi successivamente alla strage, confessioni e ritrattazioni comprese. Tutti elementi contestati dalla difesa per i motivi suddetti. Olindo Romano oggi sta scontando la sua pena nel carcere di Opera, mentre Rosa Bazzi fa altrettanto in quello di Bollate. Hanno l’autorizzazione a incontrarsi ogni 15 giorni e continuano a professarsi innocenti.

Rimangono quindi due sole alternative: l’innocenza, nel caso di un clamoroso errore giudiziario nei confronti di due persone che desideravano solo vivere tranquille, magari aggressive, arroganti e mal viste dal vicinato, ma pur sempre innocenti ed estranee ai fatti; e la colpevolezza, concretizzatasi inuno dei più rari e perfetti casi di folie a deux. Raro, perché non perfettamente allineato con lo standard di tale condizione, in quanto follia simultanea e non indotta da un partner dominante a quello sottomesso, che esclude oltretutto la presenza di motivazioni sadiche o di precedenti penali del protagonista dominante. Perfetto, perché d’altro canto rispecchia le varie definizioni date nel tempo alla patologia: due individui che hanno vissuto per un certo periodo nello stesso ambiente e a stretto contatto tra loro, volontariamente isolatisi da interferenze esterne che potessero disturbare la perfetta e simbiotica stabilizzazione di determinate routine e modalità di vita e che mettono in atto un comportamento criminoso dettato da un delirio condiviso e reale, acuito in questa circostanza da attività concrete come anni di scontri verbali, fisici e legali con i vicini di casa, e sfociato infine nella follia sanguinaria di una carneficina che non ha avuto pietà neanche di un bambino di due anni.

Ritrovato “l’uomo più solo del mondo”. Stava tagliando un albero con un’ascia.

E’ un indigeno brasiliano che vive isolato da anni. La sua tribù è stata sterminata ma lui resiste. Rifiuta il contatto con l’uomo bianco. Teme di morire.

di Vito Nicola Lacerenza

Si tratta dell’ultimo membro di una tribù indigena del’entroterra brasiliano rimasta isolata fin dalla notte dei tempi. Non si sa a quale etnia appartenga e neppure quale lingua parli. Gli attivisti dell’associazione no-profit brasiliana per la difesa degli indigeni, FUNAI, non sono mai riusciti a stabilire alcun contatto con l’aborigeno, sebbene lo seguano da decenni. I pochi che hanno provato ad avvicinarsi a lui sono stati ricevuti a frecciate. Negli ultimi tempi si avevano seri dubbi sul fatto che potesse essere ancora vivo. Ma pochi giorni fa, mentre alcuni volontari dell’associazione FUNAI perlustravano l’area della foresta amazzonica compresa nello Stato brasiliano di Rondonia, l’indigeno è apparso in forma smagliante mentre con la sua accetta era intento a tagliare un albero.

Gli attivisti dei volontari FUNAI  sono riusciti ad avvicinarsi di soppiatto e a riprendere il momento con un cellulare. Il video è servito a garantire la sopravvivenza dell’indigeno, divenuto noto ai media internazionali come l’ “uomo più solo del mondo”.  Il misterioso aborigeno vive in un’area protetta di circa 4000 ettari, che, sebbene possano sembrare tanti per un’unica persona, non sono nulla in confronto all’originaria estensione della riserva. L’ “uomo più solo del mondo” non è sempre vissuto in totale isolamento. Fino a non molto tempo fa godeva della compagnia di almeno 60 membri della sua tribù, morti uno dopo l’altro man mano che la foresta veniva distrutta. Dove prima sorgeva il loro villaggio ora c’è un’autostrada.

Le aree verdi incontaminate, che in passato costituivano per gli indigeni terreno di caccia, ora sono diventate immense distese di campi coltivati. Persino gli animali selvatici stanno lasciando il posto ai grossi bovini che l’ “uomo bianco” lascia pascolare fino ai confini della foresta.

La distruzione dell’ habitat in cui per millenni gli indigeni hanno tratto i mezzi e il sostentamento per vivere, li ha condannati a morire di fame e di stenti. Il rischio d’estinzione delle tribù amazzoniche diventa sempre più concreto man mano che aumentano gli introiti della potentissima lobby degli agricoltori brasiliani, per i quali l’Amazzonia rappresenta semplicemente un terreno improduttivo e gli indigeni residui di un passato da cancellare. Molte sono state le tribù sterminate da bande di sicari armati. La FUNAI sospetta che i mandatari siano proprio i “lobbisti dell’agricoltura”, gli unici a poter desiderare la scomparsa delle antiche etnie locali.

La Costituzione brasiliana riconosce agli aborigeni il “diritto alla terra”, che sancisce l’inviolabilità delle aree verdi abitate dalle popolazioni amazzoniche, anche nel caso in cui sia soltanto un aborigeno ad occupare le zone protette. Ecco perché, grazie al video “dell’uomo più solo del mondo”, la FUNAI ha potuto salvare i 400 ettari di foresta, “la casa” del misterioso indigeno.  Senza una così importante prova visiva, sarebbe stato impossibile richiedere la protezione dell’area che sarebbe stata rasa al suolo dai taglialegna inviati dagli agricoltori.

L’Italia ha dimenticato “l’assegno del cafone” – Italy has forgotten “the bumpkin’s cheques”

di emigrazione e di matrimoni

L’Italia ha dimenticato “l’assegno del cafone”

La Storia non è composta soltanto da episodi. Quando parliamo del passato spesso utilizziamo grandi episodi per segnare inizio e fine per poi dimenticare che la Storia è composta dalle azioni di ciascuno di noi nelle nostre vite quotidiane. Purtroppo e fin troppo spesso dimentichiamo che queste azioni individuali possono svolgere un ruolo totale molto più grande di quel che immaginiamo.

di Gianni Pezzano

Nella nostra mente il periodo dopo la seconda  guerra mondiale ha segnato l’inizio di un periodo di ricchezza per i paesi occidentali, ma allo stesso tempo, particolarmente noi in Italia, dimentichiamo che le azioni di milioni di emigrati hanno dato un contributo fondamentale al loro paese di nascita che oggigiorno è stato dimenticato.

Peggio ancora, molti oggi non sanno che senza il comportamento dei nostri parenti e amici all’estero l’Italia d’oggi sarebbe molto, ma molto diversa.

 

Quella generazione sfortunata

Basta leggere i giornali di paesi come l’Australia, la Germania, gli Stati Uniti e altre mete dell’ondata post bellica d’emigrazione per vedere gli annunci funebri di quella generazione doppiamente sfortunata. Era la generazione che ha sofferto gli effetti non di una guerra mondiale ma di ben due. Era anche la generazione che ha pagato un prezzo altissimo per la famiglia sia quella rimasta in Italia che quella che hanno fatto nei loro paesi nuovi.

Sabato scorso mio zio Peppino (Joe per gli australiani) in Australia ci ha lasciati all’età di 92 anni ed era di quella generazione. I post dei suoi figli e nipoti sui social media hanno raccontato alcune della storie dei suoi primi anni nel paese e il suo esempio mette il faro sul ruolo fondamentale di quelli nati i Italia negli anni 20 e 30 del 900.

Zio non aveva contatti nel paese prima di partire e ha fatto ogni lavoro possibile per fare soldi. Infatti, i suoi nipoti dicono un dettaglio affascinante ed eroico allo stesso tempo. Per non spendere soldi ha vissuto i primi due anni nel nuovo paese in una tenda per poter inviare  più soldi possibili ai genitori e i parenti a casa.

Con il tempo sono arrivati poi anche sua sorella, mia madre e fratello, zio Gerardo. Questi erano i componenti della nostra famiglia che si sono trasferiti in Australia. Ma non erano gli unici parenti a emigrare e negli Stati Uniti c’è una grande comunità composta da cugini e paesani dal loro comune di origine.

Nel parlare di quell’ondata di emigrati italiani molti dimenticano il dettaglio più importante. L’Italia del 1945 era stata devastata da una guerra atroce che nel 1943 è diventata anche una guerra civile crudele. I bombardamenti da entrambe le parti avevano distrutto quel che ora chiamiamo le infrastrutture del paese, dalle ferrovie alle fabbriche e le imprese di tutto il paese.

A questo dobbiamo aggiungere uno stato che usciva da una dittatura e ben tre guerre (quella coloniale, l’intervento nella guerra civile spagnola e poi l’intervento disastroso nella seconda guerra mondiale) che hanno lasciato le casse dello stato vuote e una situazione politica confusa dalla ricerca di un nuovo modo di governare con la fine della monarchia e l’inizio dell’era repubblicana.

In parole povere, malgrado gli interventi del Piano Marshall americano, l’Italia non aveva i mezzi di poter dare lavoro e da mangiare alla propria popolazione. Per questo motivo emigrare non era una scelta personale, ma un obbligo per permettere alla famiglia di sopravvivere. Infatti, c’erano anche zone d’Italia dove le autorità locali costringevano i giovani a partire perché non sapevano cos’altro potevano fare.

 

Fonte valuta estera e memoria corta

Quell’ondata post bellica composta da milioni di nostri parenti e amici ha vuto due effetti, ha ridotto il serbatoio di giovani e meno giovani in cerca di lavoro, ma ha avuto un effetto ancora più grande e fondamentale per l’eventuale sviluppo di quel che è ora uno dei primi paesi industriali del mondo. E per un motivo molto semplice.

I milioni di nostri emigrati inviavano soldi alle loro famiglie rimaste in Italia e i soldi erano tra le prime fonti di valuta estera per il paese per almeno due decenni e fu una delle basi del celebre “boom” economico all’inizio degli anni 60.

Questo contributo ora è dimenticato dal paese.

Infatti, molti hanno cominciato a dimenticarlo sin dall’inizio. Mio zio Gerardo racconta che quando arrivavano i soldi dal fratello Peppino in Australia, e cosi anche alle altre famiglie di emigrati, i paesani si riferivano ai pagamenti come “l’assegno dei cafoni”.

I miei genitori hanno avuto una prova della memoria selettiva nel primo viaggio in Italia dopo quasi vent’anni all’estero quando un giorno hanno sentito dire da paesani “Ma perché ve ne siete andati? Se foste rimasti avreste trovato la vostra America qui in Italia come noi…”

Ricordo benissimo la rabbia di papà e le lacrime di mamma quel giorno. Sapevo quando soffrivano per la distanza dei cari e la malinconia ogni volta che arrivava un telegramma per dirci della morte di un parente.

Però, il sedicenne di allora che ero non sapeva ancora che i genitori spedivano soldi regolarmente in Italia alle famiglie e ora capisce di più che quelle parole non erano altro che una beffa enorme ai loro sacrifici.

 

Due paesi

Quando parliamo d’emigrazione troppi, soprattutto chi non ha mai vissuto da emigrato, non capiscono che gli effetti dell’emigrazione sono multipli e cambiano la vita di due paesi, quello d’origine e il nuovo paese di residenza.

Quel sedicenne che ha visto la reazione dei genitori alle offese quel giorno ora abita in Italia e mentre scrivo penso agli uffici in ogni città d’Italia da dove gli immigrati che ora vengono nel Bel Paese trasferiscono soldi ai loro genitori, fratelli e sorelle nei loro paesi di nascita. Proprio come facevano i miei genitori.

Con il lavoro gli immigrati aiutano i loro paesi di residenza a crescere e con i soldi che spediscono a casa aiutano chi non poteva partire per trovare i mezzi per rimuovere le condizioni che li avevano costretti a emigrare.

Questo fa parte della Storia d’emigrazione che è tutt’ora sconosciuta in Italia o, peggio ancora, dimenticata.

Chi non è mai partito dal paese di  nascita per far una vita nuova non capisce il prezzo pagato dagli emigrati e i loro figli per questa decisione dura e ancora più crudele.

Le discriminazioni che non hanno risparmiato nessuno, italiani compresi all’estero, l’inevitabile allontanamento tra rami di famiglie a causa delle distanze enormi, i litigi in famiglia quando i figli portano a casa fidanzate o fidanzati che non sono italiani (o tedeschi, americani, ecc., ecc…), la tristezza di non poter andare ai funerali o matrimoni dei nostri parenti più vicini, come anche le crisi d’identità dei figli di emigrati quando finalmente si pongono la domanda più difficile, chi e cosa sono?

 

Ricordare è un obbligo

Nel cercare le storie dell’Emigrazione italiana dobbiamo davvero parlare di molto, ma dobbiamo anche fare capire in Italia quel che ora è dimenticato da quasi tutti. L’emigrazione italiana era e continua a essere un motore economico molto importante per il paese ed è ora che sia riconosciuta, a partire da quelle autorità che spesso tralasciano i nostri parenti e amici all’estero.

Ricordare e far ricordare è un obbligo e nell’inviare la storie dell’emigrazione italiana chiediamo ai nostri lettori di farci anche sapere quel che i loro genitori e parenti hanno fatto per aiutare  chi è rimasto in Italia.

È ora che si sappia che senza i nostri emigrati l’Italia oggi sarebbe stata un paese totalmente diverso e certamente non per il meglio.

Inviate le vostre storie a: gianni.pezzano@thedailycases.com

 

di emigrazione e di matrimoni

Italy has forgotten “the bumpkin’s cheques”

History is not made up of only episodes. When we speak of the past we often use great episodes to mark beginnings or endings and then we forget that history is made up of the actions of each one of us in the course of our daily lives. Sadly and all too often we forget that these individual actions can play a role that is much greater than what we imagine.

by Gianni Pezzano

In our minds the period after the Second World War marked the beginning of a period of prosperity for western countries but, at the same time, especially in Italy, we forget that the actions of millions of migrants gave an essential contribution to our country of birth that has been forgotten.

Worse still, many today do not know that without the behaviour of our relatives and friends overseas Italy today would be very, very different.

 

That unlucky generation

We only have to read the newspapers of countries such as Australia, Germany, the United States and the other destinations of post war migration to see the death notices of a generation that was doubly unfortunate. It was the generation that suffered the effects of not one but two world wars. It was also the generation that paid a very high price for the family, both the one that stayed in Italy and the one they made in their new countries.

Last Saturday in Australia my Uncle Peppino (Joe for the Australians) left us at the age of 92 and he belonged to that generation. The posts by his children and grandchildren on the social media tell some stories of his first years in the country and his example puts the spotlight on those born in Italy in the 1920s and 1930s.

My uncle knew nobody in Australia before leaving Italy and he took every job possible in order to make money. In fact, his grandchildren tell a detail that is fascinating and heroic at the same time. So as not to spend money, he lived the first two years in the new country in a tent in order to send as much money as possible to his parents and relatives at home.

Over time his sister Giovanna, my mother and brother Gerardo arrived as well. These were the members of the family that migrated to Australia. But they were not the only relatives to migrate, in the United States there is a big community made up of cousins and people from the same town.

When we talk about this wave of Italian migration many forget the most important detail. Italy in 1945 had been devastated by a ferocious war that in 1943 had also become a cruel civil. The bombings from both sides had destroyed what we now call the country’s infrastructure, from the railways to the factories and companies all around the country.

To this we must add a State that was emerging from a dictatorship and three wars (the colonial war, the intervention in the Spanish Civil War and then the disastrous participation in the Second World War) that left the State’s coffers empty and a confused political situation in the search for a new way of governing after the end of the monarchy and the beginning of the republican era.

In simple words, despite the intervention of the American Marshall Plan, Italy did not have the means to create jobs and to feed its population. For this reason migration was not a personal choice but an obligation to allow the family to survive. In fact, there were areas of Italy where the local authorities forced young men to leave because they did not know what else they could do.

 

Source of foreign currency and short memory

That post war wave of migration made up of millions of out relatives and friends had two effects. It reduced the pool of young and not so young looking for work but it also had an even bigger and more essential effect for the eventual development of what is now one of the world’s most important industrial powers. And the reason is very simple.

The millions of or migrants sent money to their families in Italy and that money was one of the country’s top sources of foreign currency for at least two decades and as such was one of the bases of the famous economic “boom” at the beginning of the 1960s.

This contribution has now been forgotten by the country.

In fact, many in the country began to forget about it from the start. My uncle Gerardo tells that when the money came from uncle Peppino in Australia, and also to the other families of migrants, the other town folk called the payments “the bumpkin’s cheques”.

My parents had further proof of this selective memory in their first trip to Italy after nearly twenty years overseas when one day they heard town folk say “Why did you leave? If you had stayed you would have found your America (fortune) here in Italy as we did…”

I well remember my father’s anger and my mother’s tears that day. I knew that they suffered the distance from their loved ones and the melancholy every time a telegrammed came to tell us of the death of a relative.

However, the sixteen year old that I was that day did not yet know that his parents regularly sent money to their families in Italy and I now understand that those words were only an enormous insult to their sacrifices.

Two countries

When we speak of migration too many, especially those with no experience of being a migrant, do not understand that the effects of migration are many and that they change the lives of two countries, that of origin and the new country of residence.

The sixteen year old who saw his parent’s reaction at the insult that day now lives in Italy and as I type these words I think of the many offices around Italy from which many migrants who now come to Italy transfer money to their parents, brothers and sisters in their countries of birth. Just like my parents did.

With their work migrants help their countries of residence to grow and with the money they send home they help those who could not leave to find the means to remove conditions that had forced them to migrate.

This is part of the history of migration that is now unknown in Italy, or worse still forgotten.

Those who have never left their country of birth to set up a new life do not understand the price paid by migrants and their children for this hard and even crueller decision.

Discrimination that spared nobody overseas, Italians included, the inevitable drawing away of branches of families due to the enormous distances, family arguments when children bring home boyfriends or girlfriends who are not Italian (or German, American, etc, etc…), the sadness of not being able to attend funerals or weddings of our closest relatives, as well as the identity crisis of the children of migrants when they finally ask themselves, “who and what am I”?

 

Remembering is a duty

In our search for stories of Italian migration we really must talk about many things but we must also make Italy understand what nearly everyone has forgotten. Italian migration was and still is a very important economic motor for the country and it is time that this is recognized, beginning with the authorities that often abandon our relatives and friends overseas.

Remembering and making people remember is a duty and when sending their stories of Italian migration we ask our readers to also let us know what their parents and grandparents did to help those who stayed in Italy.

It is time that it is known that without our migrants Italy today would be a totally different country and certainly not for the better.

Send your stories to: gianni.pezzano@thedailycases.com

Borsalino: Haeres Equita vince l’asta e rilancia il marchio

Termina una lunga battaglia portata avanti da tutta la città di Alessandria e si riparte subito con un nuovo piano di sviluppo.

di Rossella Langone

Dopo tre anni di difficoltà e di incertezze, l’azienda dei celebri cappelli Borsalino è salva grazie a Haeres Equita, la società di cui è presidente esecutivo l’imprenditore italo –svizzero Philippe Camperio, che ha vinto l’asta per l’assegnazione del patrimonio della società.

Camperio gestisce il marchio Borsalino dal dicembre 2015 attraverso una formula di affitto aziendale ed ha rimesso in opera la società, che all’epoca era indebitata per trenta milioni di euro e posta in procedura di concordato preventivo. L’imprenditore ha investito in un team commerciale, macchinari produttivi e comunicazione e nel giugno 2017, attraverso Haeres Equita, ha acquistato il marchio Borsalino che era stato venduto dall’ex proprietario ad una banca. I due piani presentati nel corso degli ultimi anni da Haeres Equita sono stati revocati dal tribunale che ha dichiarato il fallimento di Borsalino lo scorso dicembre, mettendone all’asta tutti i beni. L’esito dell’asta è stato annunciato dai curatori fallimentari Stefano Ambrosini e Paola Barisone, che hanno concluso il percorso in meno di sette mesi.  L’assegnazione ad Haeres Equita riguarda lo stabilimento di produzione di Spinetta (Alessandria), tutti i macchinari e le attrezzature, i contratti di lavoro e  diritti delle boutique di vendita al dettaglio.

“E’ una storia allucinante ma preferisco lasciare questo trambusto alle nostre spalle e guardare avanti. Il nostro obiettivo è di aprire una boutique in media all’anno. La prima inaugurazione sarà realizzata nel 2019 a New York, nel quartiere di SoHo”, ha riferito Philippe Camperio aggiungendo “Ora possiamo attivare il nostro piano di sviluppo, sospeso negli ultimi anni. Esso prevede tre linee guida: il prodotto, con l’introduzione dei cappelli più fashion per piacere di più ai millennials   e alla clientela femminile, lo sviluppo di nuovi mercati e l’e-commerce con il lancio del nostro nuovo sito tra settembre ed ottobre”.

Il marchio Borsalino, che nel corso del 2017 ha raggiunto un fatturato di circa 17,5 milioni di euro, punterà alla Cina, mercato in cui non è ancora presente e ampliarà le proprie vendite in Europa, Stati Uniti e Giappone.

L’Honduras vende le città alle multinazionali per creare lavoro e sicurezza

È un esperimento economico senza precedenti nella storia. Le città hanno proprie leggi, polizia autonoma e alte mura che le separano dall’esterno, dove domina  la violenza.

di Vito Nicola Lacerenza

L’Honduras, situato nell’America centrale, è il primo Paese al mondo ad aver scelto di rinunciare alla propria sovranità nazionale, cedendo ampi territori alle multinazionali americane e europee, che ergono città ultramoderne con tanto di grattacieli, università, ospedali, centri commerciali, centri benessere e tante altre strutture in grado di soddisfare ogni necessità o capriccio. Ma non è tutto. Sebbene si trovino nel bel mezzo di metropoli onduregne, tali comunità hanno leggi proprie, basate sulla giurisprudenza anglosassone. La stessa vigente nei Paesi da cui gli investitori provengono. Persino la lingua nazionale dell’Honduras, lo spagnolo, non è utilizzata nei ricchissimi centri urbani costruiti dalle multinazionali, dove si parla solo inglese. Non a caso, anglofono è anche il nome con cui le città autonome vengono chiamate: “Charter Cities” (città a noleggio).

«Aree metropolitane con istituzioni alternative concepite per attrarre investimenti- ha spiegato l’ideatore delle Charter Cities, l’economista americano Paul Romer- Ti danno la possibilità di creare nuovi luoghi, con  regole nuove a cui i residenti devono sottostare. Sono città abbastanza grandi da garantire, ai dipendenti delle multinazionali che vi abitano, numerosi vantaggi. Come la sicurezza.” L’Honduras è  tra le nazioni più violente del mondo con una media di 15 omicidi al giorno. Nel 2017 sono state registrate 3.791 morti violente, 619 solo nei primi due mesi del 2018. Negli ultimi 7 anni sono stati uccisi 4.599 bambini, spesso raggiunti da proiettili vaganti esplosi durante le sparatorie tra bande criminali. In Honduras, dove il 54% della popolazione è disoccupata e 6 cittadini su 10 vivono sotto la soglia di povertà, le attività illecite rappresentano per molti disperati l’unica fonte di sostentamento. Ma da quando le multinazionali straniere investono in Honduras migliaia di abitanti del posto sono stati assunti e si sono trasferiti nelle sicurissime  Charter Cities. Circondate da alte mura ricoperte da alberi e sorvegliate 24 ore su 24 da polizia privata e guardie armate. In un Paese dove la gente convive quotidianamente con la morte e la miseria, le Charter Cities appaiono come “isole felici” popolate da uomini d’affari stranieri e onduregni, che vivono da forestieri nella loro nazione. Alcuni esperti sono ottimisti riguardo al progetto iniziato dall’Honduras, ritenendolo l’unico modo per rilanciare una nazione sull’orlo del baratro. Ma moltissimi altri hanno definito tale progetto di sviluppo economico come “una nuova forma di colonialismo” delle potenze occidentali, che avrà come unico risultato la disgregazione dello Stato dell’Honduras.

Aumentano i divorzi over 60. A rompere sono quasi sempre gli uomini

Con l’avanzare dell’età alcuni mariti scoprono “nuovi orizzonti sentimentali”. Spesso con donne più giovani.

di Vito Nicola Lacerenza

“Rinuncia al tuo potere di attrarmi ed io rinuncerò alla mia volontà di seguirti”, scriveva il poeta inglese William Shakespeare, interpretando inconsapevolmente il pensiero dei milioni di divorziati che sarebbero seguiti nei secoli avvenire. L’assenza di attrazione tra i partner è sempre stata il principale motivo di rottura dei matrimoni tra i 30 e i 40 anni, età in cui è ancora possibile immaginare il proprio futuro con una “nuova metà”. Ma negli ultimi anni sono stati sempre più frequenti i divorzi degli over 60. Un nuovo fenomeno che ha sorpreso molti sociologi, specie se si considera che, mentre nelle coppie intorno ai 40 anni d’età sono per lo più le donne a chiedere il divorzio, in quelle più grandi di vent’anni sono gli uomini. «Gli uomini si illudono che una giovane possa innamorarsi di un vecchio- ha detto una donna lasciata da suo marito a 65 anni dopo un lungo matrimonio- mio marito mi ha lasciata per una donna di 30 anni più giovane di me».

Coloro che studiano da vicino il fenomeno dei “divorzi senior” non hanno potuto fare a meno di evidenziare un elemento biologico che, almeno in parte, può servire a spiegare perché sono quasi sempre i mariti a chiedere il divorzio dopo i 60 anni. Per quanto anziani, gli uomini possono comunque procreare, avvalendosi anche del supporto offerto da innovativi prodotti farmaceutici, mentre le donne, raggiunti i 60 anni, sono già entrate in menopausa. Tale semplice constatazione può far nascere in alcuni mariti l’ illusione di poter porre fine ad un matrimonio decennale  per risposarsi con un’altra donna. Lo scorrere del tempo però è inesorabile e gli anni passano per tutti. «L’attuale seconda moglie ha 40 anni,- ha raccontato un uomo che ha divorziato a 60 anni- All’inizio ero perplesso, prima di compiere la rottura definitiva con mia moglie ho atteso che le due figlie crescessero. Ora ne ho altre due, di 11 e 10 anni. Cerco di dare loro tutto ciò che posso e il pensiero del futuro mi angoscia».

Tracce 2018: Accostamenti tra dipinti e moda in mostra a Firenze

Il secondo capitolo di una serie di allestimenti nelle sale di Palazzo Pitti è dedicato alle tele e sculture moderne e a capi unici dell’alta moda.

Di Rossella Langone.

Tracce 2018 – Lasciarsi guidare dalla Moda, la nuova mostra della Galleria del Costume è stata inaugurata a Palazzo Pitti il 16 luglio e potrà essere visitata fino al 31 dicembre 2018. L’esposizione, curata da Caterina Chiarelli e Simonetta Condemi, propone accostamenti tra pitture e sculture provenienti dalle collezioni della Galleria di Arte Moderna, con abiti e accessori che sono pezzi unici del prét-à-porter, come il sontuoso abito bianco dal tono madreperlaceo che Capucci ha realizzato nell’86 come costume della Vestale per la Norma di Bellini, accostato ai candidi personaggi di Eterno Idioma dipinto nel 1899 da Giulio Bargellini.

La mostra include una sezione dedicata alla passione per il viaggio e al galateo della moda legato ai mezzi di trasporto e continua il tema della mostra  The Elegance of Speed (L’eleganza della velocità) nell’Andito degli Angiolini a Palazzo Pitti fino al 16 settembre, che espone fotografie e cimeli di auto d’epoca e di gare automobilistiche dal 1934 al 1965, dall’Archivio Foto Locchi.

Nella sezione Tracce 2018 dedicata al viaggio una serie di capi e accessori tra cui cappelli, foulard, guanti, occhiali, borse, beauty case e valigie, esprimono la possibilità di vestire con gusto e stile anche nei momenti dedicati agli spostamenti e all’avventura. Sono capi pratici e comodi, come tailleur, giubotti ma anche evocativi di situazioni particolari, come in completo di Emilio Pucci camicetta e gonna a palloncino che fa pensare al viaggio in automobili scoperte, con il foulard svolazzante al collo, tipico dei film americani degli anni ’50.

I cani viaggiano in treno gratis. Italo sostiene la campagna anti-abbandono

La Lega italiana per i diritti degli animali ha raggiunto un accordo con Italo per offrire alle famiglie più posti gratis per gli amici a quattro zampe.

di Vito Nicola Lacerenza

“Andrei a piedi certamente a Bologna per un amico in più”, ha cantato Riccardo Cocciante dedicando il brano al suo “discreto amico muto”, che per milioni di italiani è molto spesso il proprio cane. Romanticismo a parte, si sa, non tutti sono grandi camminatori e per chi vuole spostarsi in treno senza rinunciare alla compagnia dell’amico a quattro zampe i costi per un posto a sedere risultano elevati, 50 euro a tratta. Ma scegliendo di viaggiare coi treni Italo le  famiglie potranno usufruire dei 200 biglietti gratis dedicati esclusivamente al migliore amico dell’uomo.L’iniziativa di Italo è stata realizzata grazie  alla campagna anti-abbandono voluta dalla presidente  della Lega per la difesa degli animali Vittoria Brambilla, che agli italiani ha chiesto di “non abbandonare i cani” prima di partire per le vacanze e  ha annunciato che sui treni Italo saranno presto disponibili posti per i cani di grossa taglia.

«Ci stiamo impegnando a individuare posti in aggiunta a quelli già previsti-  ha detto il capo dell’ufficio commerciale di Italo, Fabio Bona- Per i cani oltre i 10 kg, ai quali sono già stati dedicati nei mesi scorsi 400 biglietti gratis.” Per Vittoria Brambilla, la collaborazione tra Italo e la Lega italiana per la difesa degli animali  è una “grande vittoria” sul fronte dell’abbandono dei cani, tipico del periodo estivo. Sono ancora molte le persone che, pur di risparmiare per le vacanze o semplicemente per fare a meno di qualche fastidio, preferiscono abbandonare il proprio cane. I più “sensibili” decidono di lasciarlo davanti un canile, gli altri in autostrada o in aperta campagna, destinando l’animale a morte sicura.

In Spagna carcere per chi fa sesso senza il consenso della donna

Il governo iberico vuole approvare una legge che rende obbligatorio l’assenso della donna prima di un rapporto sessuale dopo lo stupro di una ragazza da parte di cinque uomini.

di Vito Nicola Lacerenza

La vicepresidente del governo spagnolo, Carmen Calvo, ha presentato una proposta di legge che riconosce come reato di violenza sessuale qualunque atto sessuale avvenuto senza l’esplicito consenso della donna. La stessa vicepresidente ha dichiarato di voler imitare la Svezia, dove questa norma è già vigente. Ma ad aver spinto il governo a prendere provvedimenti in merito ai reati a sfondo sessuale è stato un caso di cronaca che ha scosso l’opinione pubblica spagnola. Nel 2016 una ragazza è stata violentata da cinque uomini durante una festa nella città di Pamplona. I giudici hanno dovuto verificare se i colpevoli, nel commettere il reato, avessero sottomesso la vittima con la forza e con minacce oppure avessero approfittato del suo stato di semicoscienza.

Nel primo caso la legge spagnola prevede una pena detentiva fino a 15 anni per il reato di “violenza sessuale”, mentre nell’altro può assegnare al reo un massimo di  12 anni di carcere per il crimine di “abuso sessuale”. I cinque violentatori di Pamplona sono stati condannati a 9 anni di reclusione per il reato di abuso sessuale, dopo che la vittima ha ammesso di aver ingerito molto alcol durante la festa  e di non aver subito da parte degli aggressori né minacce né percosse. La sentenza ha lasciato insoddisfatta gran parte della società civile spagnola. Moltissimi si sono chiesti se il fatto che cinque uomini circondino una ragazza col chiaro intento di stuprarla non costituisca, già di per sé, una minaccia. È stata proprio tale perplessità a muovere il governo spagnolo verso l’introduzione  del consenso verbale obbligatorio della donna prima di un rapporto sessuale con un uomo.

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