Riders, Cavallaro (CISAL): necessario contratto di categoria

La CISAL rivendica norme ritagliate sulle specifiche esigenze dei lavoratori del food delivery

“I riders devono pretendere uno specifico CCNL di categoria. Applicare loro un contratto già esistente, ma concepito per tipologie lavorative diverse, toglierebbe non solo ai lavoratori, ma anche alle aziende del settore, la possibilità di essere rappresentati adeguatamente in sede di negoziazione. Un contratto collettivo non dedicato rischierebbe addirittura di compromettere il mantenimento del posto di lavoro per eccessiva rigidità o inapplicabilità delle norme”.

E’ quanto dichiara Francesco Cavallaro, Segretario Generale della CISAL, all’indomani dell’incontro con Luigi Di Maio presso il Ministero del Lavoro. “La CISAL – spiega Cavallaro -, ieri ha formalmente ribadito che le problematiche legate alla regolamentazione del rapporto di lavoro dei riders potranno essere risolte solo attraverso la sottoscrizione di un contratto nazionale ad hoc”. “Sia la particolare natura dell’attività lavorativa in questione – conclude -, sia l’anomala conformazione di molte aziende del settore, richiedono l’elaborazione di norme specifiche per il food delivery. Ogni equiparazione con lavoratori che operano in ambiti diversi e con modalità non omogenee risulterebbe semplicistica e inadeguata”.

L’impegno estivo della Guardia Costiera con la campagna ‘Traghetto Sicuro’

Intensificati, a partire dal 1° luglio, i controlli sulle navi traghetto di bandiera italiana, con particolare attenzione alle unità abilitate a svolgere viaggi internazionali.

In questi giorni, la Guardia Costiera sta attuando una campagna concentrata di monitoraggio su navi adibite al trasporto di veicoli e passeggeri (Ro-Ro/Pax) volta ad assicurare la massima sicurezza in concomitanza dell’intensificarsi del traffico marittimo verso le destinazioni turistiche nazionali e internazionali.

In particolare, secondo un piano stilato dal Comando Generale del Corpo delle Capitanerie di porto – Guardia Costiera, proprio in occasione della stagione estiva 2018, è stata potenziata la presenza di ispettori a bordo delle navi adibite al trasporto di veicoli e passeggeri che collegano sia i porti italiani che i principali porti esteri.

I team ispettivi composti da ufficiali e sottufficiali del Corpo, specializzati in sicurezza della navigazione, stanno conducendo verifiche tecniche ed amministrative sul mantenimento degli standard di sicurezza previsti dalle normative di settore, per garantire, a coloro i quali imbarcano, condizioni di massima tranquillità durante la navigazione, soprattutto in questi periodi di alta concentrazione di passeggeri su navi traghetto straniere e nazionali.

Al momento sono 9 le navi ispezionate su le 72 navi di bandiera italiana che effettuano questo collegamento e le verifiche eseguite, della durata di 2/3 giorni, vengono svolte sia in navigazione che in porto.

Durante le prime e approfondite ispezioni, sono state riscontrate delle deficienze su impianti e dotazioni di sicurezza, prontamente trattate dalle Società di gestione delle unità navali interessate e verificate nella loro ripristinata efficienza dai nuclei ispettivi della Guardia Costiera.

In un caso, è stato accertato il danneggiamento di un cavo del sistema di ammaino di una imbarcazione di salvataggio rendendola inutilizzabile. Tale grave deficienza ha portato al fermo della nave fino al completo ripristino delle funzionalità del mezzo collettivo di salvataggio.

L’obiettivo di tale campagna è anche quello di consolidare gli altissimi standard raggiunti dal naviglio nazionale, performance confermata dal passaggio dal 10° posto del 2015 al  7° posto raggiunto dell’Italia sui 73 Stati censiti nel 2017 ( Annual Report del Segretariato del Paris MoU), decretando il naviglio italiano tra le flotte più virtuose a livello internazionale.

Tra le raccomandazioni fornite durante le ispezioni ai Comandi di bordo, per esigenze legate alla sicurezza dei trasporti marittimi, vi è quella relativa all’identità dei passeggeri imbarcati. A tale scopo, tutti i passeggeri al momento dell’imbarco dovranno presentarsi a bordo con un documento d’identità in corso di validità. Il documento di riconoscimento dovrà essere esibito per tutti i componenti dei nuclei familiari, ivi inclusi i minori accompagnati.

UNICEF/Palestina: circa il 25% dei ragazzi (maschi) di 15 anni non vanno a scuola

Il motivo principale dell’abbandono scolastico include un’istruzione di scarsa qualità, che spesso è vista come un fattore non rilevante nelle loro vite, violenza fisica ed emotiva a scuola, sia da parte degli insegnanti che dei coetanei, e il conflitto armato.

Quasi tutti i bambini palestinesi, fra i 6 e i 9 anni frequentano la scuola, ma a 15 anni circa il 25% dei ragazzi e il 7% delle ragazze abbandonano gli studi, secondo il rapporto “State of Palestine: Country Report on Out-of-School Children” (Palestina: Rapporto sui bambini che non vanno a scuola).

Il rapporto, dell’UNICEF Palestina e dell’Istituto di Statistica dell’UNESCO, in collaborazione con il Ministero per l’Istruzione, sottolinea i molteplici, e spesso interconnessi, fattori per cui i bambini non frequentano la scuola.

Gli adolescenti maschi, fra i 14 e i 15 anni, rappresentano circa la metà di tutti i bambini che, fino all’età scolastica obbligatoria di 15 anni, non vanno a scuola. Il rapporto sottolinea che un numero maggiore di ragazzi in questa fascia di età non stanno frequentando la scuola in Cisgiordania (18,3%), rispetto alla Striscia di Gaza (14,7%).

Il motivo principale dell’abbandono scolastico include un’istruzione di scarsa qualità, che spesso è vista come un fattore non rilevante nelle loro vite, violenza fisica ed emotiva a scuola, sia da parte degli insegnanti che dei coetanei, e il conflitto armato.

“Raggiungere i bambini più a rischio di abbandono scolastico, come questi ragazzi adolescenti, e affrontare le problematiche che incontrano prima che sia troppo tardi, è fondamentale per farli continuare ad andare a scuola”, ha dichiarato Genevieve Boutin, Rappresentante Speciale dell’UNICEF in Palestina. “Creare lavoro per i giovani diplomati è pure una priorità, specialmente nella Striscia di Gaza, in cui oltre il 60% dei giovani sono disoccupati”.

Il rapporto sottolinea come un’istruzione che risponda meglio alle loro esigenze e servizi di supporto per andare incontro ai bisogni dei singoli studenti, in particolare per coloro che rimangono indietro, può aiutare a ridurre l’abbandono scolastico. Fra queste misure, un curriculum flessibile, diverse tipologie di opportunità di recupero scolastico e servizi di consulenza nelle scuole.

“L’accesso a istruzione di qualità in un ambiente scolastico sicuro aiuterà tutti i bambini a continuare a frequentare la scuola e a sviluppare le conoscenze e le competenze necessarie per progredire nella vita”, ha dichiarato Boutin.

Andare a scuola può anche rappresentare una sfida per gli adolescenti, maschi, in Palestina. In Cisgiordania, i bambini sono spesso costretti ad attraversare diversi checkpoint, blocchi stradali e di aggirare gli insediamenti israeliani solo per raggiungere l’aula. Questo più essere difficile soprattutto per gli adolescenti maschi, visto che hanno maggiori probabilità di essere fermati e interrogati lungo la strada per andare a scuola.

Nella Striscia di Gaza, le aule sono sovraffollate, con in media 37 alunni per classe. Fra coloro che sono iscritti dal primo al decimo anno scolastico, circa il 90% frequentano scuole organizzate su due turni. Ciò riduce le ore per l’apprendimento e la capacità degli insegnanti di supportare adeguatamente i bambini, soprattutto quelli che hanno difficoltà di apprendimento e comportamentali.

“I bambini rimasti indietro a scuola hanno maggiori probabilità di abbandono scolastico e quindi incorrono in un rischio maggiore di abusi e sfruttamento fuori dalla scuola”, ha dichiarato Boutin. “Essere a scuola non aiuta solo i bambini palestinesi a imparare e svilupparsi, ma fornisce inoltre una stabilità e delle abilità utili per la vita che sono di particolare importanza in questi ambienti molto stressanti”, ha aggiunto Boutin.

Il rapporto sottolinea inoltre che le violenze colpiscono l’istruzione in diversi modi. Oltre due terzi dei bambini che frequentano dal primo al decimo anno scolastico sono esposti a violenze emotive e fisiche nelle loro scuole e, a causa dei conflitti, per oltre 29.000 bambini nel 2017 il loro percorso scolastico è stato interrotto a causa di 170 attacchi e minacce di attacchi su scuole, studenti o insegnanti, che colpiscono ulteriormente la frequenza scolastica.

Per realizzare il diritto all’istruzione di ogni bambino in Palestina, l’UNICEF chiede di:

migliorare la qualità dell’istruzione nelle scuole che hanno basso rendimento;

aumentare l’accesso a servizi per l’istruzione su misura, fuori e dentro la scuola, fra cui programmi di recupero scolastico durante tutto l’anno;

migliorare la formazione e il supporto tecnico agli insegnanti per un’istruzione che sia inclusiva;

differenziare per target e personalizzare i servizi di supporto sia a scuola sia fuori, come consulenza, programmi di assistenza sociale e servizi sanitari;

migliorare e ampliare i programmi di prevenzione alla violenza, fra cui formazione sull’educazione positiva per gli insegnanti;

proteggere le scuole dalla violenza legata al conflitto, fra cui incursioni da parte delle forze militari e di sicurezza.

L’Isis rivendica attentato a Toronto. La polizia replica: non c’è nessuna prova

Quello che la polizia canadese licenzia come il gesto di uno squilibrato potrebbe essere in realtà l’attacco terroristico di un lupo solitario

Di Tiziana Primozich

Faisal Hussain 29 anni presumibilmente di origini pakistane, è stato identificato dalla polizia come il killer che ha aperto il fuoco nella notte tra il 22 e il 23 luglio scorso su un’affollata strada di Toronto nella zona di Greektown, uccidendo una bambina di 10 anni Julianna Kozis e la diciottenne Reese Fallon, oltre a lasciare dietro di sè 13 feriti di cui alcuni gravi. È stato trovato morto poco dopo, ma non è chiaro se si sia suicidato o se le stesse forze dell’ordine lo abbiano colpito durante l’inseguimento e la sparatoria che ne è seguita .

Mentre la polizia canadese non scioglie il nodo sul movente, nelle ore successive l’agenzia di stampa ufficiale dell’Isis, Amaq, ha rivendicato il tragico evento come un vero attentato terroristico compiuto da “uno dei soldati dello Stato islamico” che ha seguito gli “appelli a prendere di mira i cittadini dei Paesi della coalizione”. Il Canada infatti fa parte della coalizione internazionale contro Daesh in Siria e Iraq.

In giugno inoltre il Canada, impegnato su più fronti internazionali, ha dato il via ad una nuova missione di pace nel Mali con l’arrivo il 24 giugno, dei primi soldati in una base delle Nazioni Unite vicino alla città di Gao. Questa decisione era stata annunciata nel marzo scorso dal governo canadese che assicurava sostegno militare e logistico alla missione delle Nazioni Unite nel paese (Minusma). Una missione di pace che ha tutti i connotati di una guerra: nata nel 2013 la Minusma è considerata la missione più pericolosa per i caschi blu. Ad oggi sono infatti 150 i militari uccisi in questo ambito.

Faisal Hussain viene descritto dai conoscenti e dalla famiglia come un ragazzo semplice e innocuo che lavorava come commesso in un negozio. “Nostro figlio aveva gravi problemi mentali, ha lottato per tutta la sua vita con psicosi e stati di depressione. I nostri cuori sono a pezzi per le vittime e per la nostra città” hanno detto i genitori in un comunicato in cui esprimono solidarietà e dolore per le persone uccise ed i feriti. I giornali canadesi riportano anche alcuni particolari sulla famiglia Hussain che aveva avuto di recente altri lutti e difficoltà. La sorella di Faisal Hussain era morta a causa di un incidente stradale, mentre un altro fratello era stato ricoverato per un ictus.

L’intelligence canadese non ha ancora fatto luce sull’accaduto che, al di là della affermazione del ministro della sicurezza pubblica Ralph Goodale che ha detto:” In questa fase, in base allo stato delle indagini, che sono guidate dal servizio di polizia di Toronto, non c’è alcun legame tra la sicurezza individuale e quella nazionale”, la pista del terrorismo internazionale resta un’ipotesi possibile. Faisal Hussain potrebbe essere in effetti un soggetto radicalizzato nel paese ospitante che, ancorché realizzare una vera integrazione, non considera la possibile pericolosità delle culture che accoglie, licenziando l’accaduto come l’atto di un pazzo, in una città dove le morti causate dalla violenza armata sono aumentate del 53% nel 2018 .

Una triste e preoccupante realtà che troppo spesso avviene in Europa. Soprattutto in quei paesi schierati in prima linea contro Daesh ed in Africa.

La cooperazione allo sviluppo in Senegal per ‘aiutarli a casa loro’

Un giovane componente del gruppo Nathan’s Council della Lidu onlus racconta la sua esperienza in Senegal. Scorci antropologici dei mille volti di Dakar

di Andrea Marco Silvestri

Arrivare in un luogo sconosciuto, estero, non è mai un’esperienza che passa inosservata o che possa lasciarci indifferenti. Anche il mio arrivo a Dakar è stato infatti molto movimentato e carico di emozioni. Dopo un viaggio molto lungo e alcuni ritardi aerei già tenuti in conto, l’atterraggio nel nuovo aeroporto di Dakar segna l’inizio di un’esperienza per me molto importante e formativa che mi accompagnerà per i prossimi 3 mesi.

Sono Andrea Marco Silvestri, studente di Antropologia Culturale ed Etnologia all’Università di Torino, studio inoltre presso L’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) di Milano per conseguire un Advanced Diploma in Cooperazione allo sviluppo, coordinato da Javier Schunk. Come da titolo, sono anche membro del gruppo giovanile della LIDU, il Nathan’s Council, che negli ultimi mesi, mi ha accolto nei suoi ranghi facendomi un grande onore.

I diritti umani sono infatti da sempre uno dei miei interessi principali e ritengo siano una delle più grandi conquiste dell’essere umano. La loro implementazione però non è sempre facile come dovrebbe. Mi trovo qui in Senegal per affiancare un progetto di cooperazione della associazione torinese CISV come borsista del progetto UNI.COO (Università di Torino).

CISV (www.cisvto.org) è un’associazione comunitaria da oltre 50 anni impegnata nella lotta alla povertà e per i diritti umani. Interviene nei settori agricoltura e allevamento, risorse idriche, microfinanza, diritti umani, di donne e dell’infanzia in 12 Paesi di Africa e America Latina (Benin, Burkina Faso, Mali, Senegal, Guinea, Niger, Burundi, Brasile, Colombia, Guatemala, Haiti, Venezuela). In Italia si occupa di diritti dei migranti, accoglie profughi e richiedenti asilo, svolge attività di educazione nelle scuole e animazione del territorio su sviluppo, sicurezza alimentare, consumo critico. Da alcuni anni ha sviluppato una rete di giovani contadini, promuovendo il ritorno alla terra delle nuove generazioni. È proprio grazie a CISV e all’Università di Torino infatti che mi trovo qui, a fare ricerca su temi ambientali e ad occuparmi, insieme ad una collega torinese, di mappature GIS (Geographical Information System) e di Governance ambientale.

Senza dubbio Dakar è la città adatta in cui lanciare un progetto di cooperazione di stampo ecologista. Ci si rende presto conto, stando qui, che la città versa in uno stato ambientale catastrofico e abbastanza disperato da molti punti di vista. Le sue strade dissestate e sabbiose non sono di certo il problema principale di questa realtà urbana. L’inquinamento che imperversa senza sosta e la speculazione edilizia che permette alla città di espandersi continuamente e a ritmi incredibili sono le cause principali della delicata situazione in cui i cittadini si trovano in questo remoto angolo dell’Africa Occidentale.

Immaginavo Dakar diversa, una metropoli avanzata in cui anche i meno abbienti avessero una serie di possibilità che noi occidentali consideriamo spesso, troppo spesso come “dovute”.  La realtà è che questa è la seconda città più inquinata del mondo, ha un posto nella top 5 delle città più “irrespirabili”. L’aria fortemente contaminata, l’inquinamento delle falde acquifere e i diversi problemi legati alla mancanza di un servizio funzionante di raccolta dei rifiuti, sommati al clima caldo ed umido, portano Dakar ad essere una città fortemente malsana e difficile per chi la abita. Inoltre, le particolari condizioni geografico-climatiche in cui molti paesi del Sahel si trovano fanno sì che le città di questa regione del mondo soffrano di molti problemi sanitari di diversa scala. Vivere qui, soprattutto per la popolazione locale, non è un’impresa sempre facile.

Queste prime impressioni però, che derivano dallo sguardo di un italiano abituato ad altri stili di vita, non rispecchiano affatto la vera natura di una città grande ed importante come quella in cui ci troviamo. Dare un’immagine di un contesto così lontano dal nostro per trasmettere, almeno qualcosa di quello che vedo ai lettori italiani, non è di certo impresa semplice. Mi trovo qui solo da poche settimane ma è come se ci abitassi da più tempo. La percezione di alcune sfaccettature della vita senegalese che i primi giorni mi sembravano estranee e quasi assurde, adesso sono invece familiari e rassicuranti. Il Muezzin che alle 4 del mattino canta l’invito alla preghiera interrompendo il sonno dei non musulmani era qualcosa di vagamente fastidioso all’inizio del mio viaggio. Adesso è una presenza notturna che mi fa capire che ore sono, quasi un appuntamento a metà della notte che ti ricorda di essere in un paese che non è il tuo, ti ricorda di essere un viaggiatore…non uno straniero.

Le contorte strade della città che inizialmente mi sembravano caotiche e disordinate ora sono posti conosciuti e “vicini”. Abitare a Dakar dà la possibilità di conoscere una delle città più grandi dell’Africa, capitale dell’economia traino dell’Africa Occidentale, ma permette anche di conoscere cittadini provenienti da tutti gli angoli del mondo. Le numerose ONG ed organizzazioni internazionali presenti qui sono un mondo parallelo tutto da conoscere e capire.

Nei prossimi mesi in cui mi troverò in questo paese cercherò di portare con me i valori del CISV e della LIDU in modo da rendere la mia esperienza utile per gli altri e non soltanto per me, credo sia di questo che ci dovremmo tutti occupare qui in fondo. Approfitto di quest’occasione per ringraziare la Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo e specialmente Alessandro Strozzi per avermi coinvolto in questa organizzazione, dandomi la possibilità di migliorarmi professionalmente e come essere umano.

Femminista anti-Putin si suicida a 31 anni

È stata la prima donna a protestare col seno nudo. Costretta a fuggire dall’Ucraina, viveva da rifugiata politica in Francia facendo la pittrice.

di  Vito Nicola Lacerenza

Si è tolta la vita all’età di 31 anni la femminista ucraina Oxana Shachko. Il corpo senza vita è stato ritrovato nel suo appartamento a Parigi da alcuni amici che da tre giorni provavano invano a mettersi in contatto col lei. La donna che,  per protestare contro la rielezione del leader russo Vladimir Putin del 2012, è entrata in un seggio elettorale seminuda, mostrando sul petto scoperto la scritta “fuck dictator” (vaffanculo al dittatore).

È stato l’episodio che più d’ogni altro ha contribuito a rendere famosa Oxana Shachko e Femen, il movimento femminista da lei fondato insieme ad altre due amiche: Anna Gustol e Alexandra Shevchenko. Le tre hanno incominciato la loro militanza nel 2006, nella città ucraina di Khmelnytskyi, dove hanno fondato un’associazione chiamata “Nuova Etica Femminile” con l’intento di proporre un femminismo  innovativo diverso dal passato.

«Il problema era che prima, le femministe molte volte cercavano di essere uomini- spiegava Oxana Shachko- si tagliavano i capelli, non si truccavano, camminavano come uomini, si fasciavano il petto e vestivano in modo maschile. Si sono trasformate in uomini e noi abbiamo pensato che fosse una strada pericolosa per il femminismo», che per Oxana era racchiuso proprio nel corpo della donna.

Pittrice, prima ancora che attivista, Oxana era esperta di storia dell’arte ed era consapevole della potenza simbolica racchiusa nel nudo femminile. Per lei “l’immagine di una ragazza nuda” era “l’immagine più pacifica, ma anche la più rivelatrice” del dominio di sé stessa e del proprio corpo da parte della donna, la cui difesa risulta veramente difficile in Ucraina.

Un Paese ex sovietico dove l’estrema povertà spinge moltissime ragazze a “vendersi come spose” alle agenzie matrimoniali che le “offrono come mogli” a chiunque sia disposto a pagare 2000 euro. Di solito i “mariti” provengono da nazioni europee più ricche e sono molto più anziani rispetto alle loro partner. Il fenomeno, a lungo sottaciuto, è stato portato alla luce da “Nuova Etica Femminista”, divenuta Femen nel 2008. Sotto il nuovo nome, il movimento ha raccolto seguaci in ogni parte del mondo e ha cominciato battaglie su temi di respiro internazionale come l’aborto e il maschilismo predominate nel mondo della chiesa.

È internazionalmente famoso lo slogan  “Dio è una donna” gridato  da  Oxana Shachko, finita in carcere con l’accusa di terrorismo nel 2012 proprio quando il movimento da lei fondato, Femen, era all’apice della popolarità. Arrestata in Russia in seguito alla sua manifestazione anti-Putin, Oxana è stata estradata in Ucraina nel 2013, anno in cui è stata scarcerata.

A causa di numerose intimidazioni è emigrata in Francia, dove viveva da quattro anni. Aveva ottenuto lo status di rifugiata politica e, pur non facendo più parte di Femen, ha continuato la sua lotta per i diritti delle donne attraverso la sua arte, attraverso i dipinti volutamente provocatori. Come quello che raffigura una donna crocifissa al posto di Gesù Cristo per denunciare la disuguaglianza ancora esistente tra i due generi. Un modo per “mettere la donna al centro del femminismo”.

«La più grande conquista che abbiamo ottenuto con Femen»- diceva Oxana, che, iscritta all’accademia delle belle arti di Parigi, si preparava ad esporre le sue opere da cui  sembra risuonare ancora forte il suo appello: “Donne di tutto il mondo, uniamoci e lottiamo insieme!”.

L’eterno straniero – The eternal foreigner

di emigrazione e di matrimoni

L’eterno straniero

Il figlio degli immigrati vive in due mondi perché a casa vive con le regole e le tradizioni della famiglia, la base più importante di qualsiasi individuo e quindi, a tutti gli effetti nel paese d’origine dei genitori. Poi, quando va a scuola si trova in un mondo sconosciuto, costretto a imparare una nuova lingua e nuove regole di comportamento

Di Gianni Pezzano

Nel corso di queste prime settimane in cui abbiamo chiesto ai nostri lettori di inviare le loro storie dell’emigrazione italiana molti hanno risposto non solo alle storie, ma anche agli articoli sui vari temi che proponiamo per ispirare potenziali contributori alla nostra raccolta.

Di tanto in tanto qualcuno fa domande riguardo chi scrive per sapere come mai il figlio di emigrati italiani in Australia si è trasferito in Italia e ora cerca di far conoscere e raccogliere le storie e la Storia dell’emigrazione italiana in giro per il mondo.

Infatti, anche questo fa parte dei temi che proponiamo ai lettori perché dimostra, possibilmente più di molti altri temi, che il fenomeno dell’emigrazione, e non solo italiana, non è semplicemente in bianco e nero ma che i luoghi comuni e gli stereotipi non sono nemmeno minimamente riflessioni delle innumerevoli realtà complesse tra i nostri parenti e amici nel mondo.

 

Due mondi

Il primo fattore che colpisce il figlio di immigrati in qualsiasi paese, particolarmente di famiglie che non condividono la lingua del paese di residenza, è che non si rende conto subito che la sua famiglia è diversa delle altre nel suo quartiere. Questo non cambia da generazione a generazione perché è una costante del fenomeno di migrazione.

Per molti, a partire da chi scrive, il primo vero e a volte traumatico momento   in cui si rende conto della sua situazione è quando comincia la scuola e si accorge che non parla la stessa lingua dei suoi coetanei e insegnanti. Questo è il caso di tutti i primi figli, ma diminuisce con ogni figlio di una famiglia.

Già a questo punto lo studente si trova al centro dell’attenzione da parte degli insegnanti e gli altri studenti come “lo straniero”. Nel mio caso questo è il primo momento vero che ricordo con chiarezza, anche a oltre cinquant’anni di distanza…

Da quel momento il figlio degli immigrati vive in due mondi perché a casa vive con le regole e le tradizioni della famiglia, la base più importante di qualsiasi individuo e quindi, a tutti gli effetti nel paese d’origine dei genitori. Poi, quando va a scuola si trova in un mondo sconosciuto, costretto a imparare una nuova lingua e nuove regole di comportamento.

Però, con il tempo cambia anche la casa. Con il primo figlio la lingua di casa è esclusivamente quella dei genitori, ma con l’arrivo di ogni fratello e sorella la capacità nella lingua dei genitori si riduce, soprattutto a causa della scuola fino al punto che in molte di queste case si parlano due lingue in casa, con i genitori in una lingua e nella lingua del paese con fratelli e sorelle.

 

Etichetta

L’identità personale si forma in base agli scambi con gli altri, a scuola e sport e con parenti e amici di famiglia e ognuno si identifica come australiano o americano o tedesco, ecc., però viene trattato come “l’italiano” dai suoi coetanei. Alcuni accettano queste identità, ma anche questo cambia, particolarmente quando fa il primo viaggio al paese dei genitori.

Quando arriva in Italia non è più “l’italiano” per i suoi interlocutori di turno ma è “australiano” (o americano, tedesco, ecc.) per via del suo italiano imperfetto, l’accento e suoi modi di comportarsi che sono una miscela tra l’italiano e quello dei suoi coetanei nel paese di residenza.

Per molti di noi il primo viaggio diventa uno spartiacque e la scoperta può avere effetti su come si identifica personalmente.

Quel che poi rende questa situazione più complicata è che in molti, ma non tutti i casi, i genitori non capiscono i problemi dei figli colpiti da questa crisi d’identità perché credono che una volta nati in un paese i figli fanno parte di quel paese. Tristemente non è cosi, anche a livello ufficiale quando pensiamo al dibattito recente in Italia dello ius soli.

Questo diventa poi una odissea molto personale per trovare la propria “etichetta” cioè la propria identità. Per questo motivo solo l’individuo può scegliere cosa fare e, nel futuro, capire se ha fatto la scelta giusta.

 

Uno, l’altro o entrambi?

Per alcuni la risposta naturale sarebbe di scegliere una o l’altra “etichetta”. Di essere “italiano” o “australiano”, americano”, ecc., ma comporta un prezzo alto all’individuo che fa questa scelta. Vuol dire smentire una parte di se stesso ei favorire una parte della propria personalità.

Siamo il risultato di molti fattori e questo comprende quel che impariamo a casa come quel che apprendiamo a scuola ed eventualmente a lavoro. Perciò scegliere una parte o l’altra vuol dire cambiare, in molti casi radicalmente, quel che siamo e come ci comportiamo.

Rimane l’amore dei genitori, ma ci sono casi di figli che chiedono ai genitori di non utilizzare l’italiano con i loro figli, oppure di abbandonare la tradizioni di famiglia per rifare un’identità davvero nuova.

Esiste poi la terza scelta, quella di accettare entrambi i due mondi, di scegliere quelle parti dei due mondi che dovranno essere la base dell’identità personale. Questa è stata la scelta di chi scrive, ma solo dopo anni ho deciso tra le prime due scelte perché creare un’identità nuova composta di due mondi vuol dire tracciare una strada nuova.

Per questo mi definisco “l’eterno straniero “ perché a un punto molti anni fa mi sono reso conto che per alcuni sarò sempre “l’italiano” e per altri sarò sempre “l’australiano”. In effetti questo sono, italo-australiano, il risultato dei due mondi e il mio unico rimpianto non è tanto non averlo fatto prima, ma non aver potuto mai poterlo spiegare fino in fondo ai miei genitori che hanno visto il figlio soffrire senza aver mai capito il   motivo.

Ho persino scritto un libro di racconti delle esperienze non solo personali, ma anche di chi ho incontrato nel corso della mia vita che dimostra che essere immigrato o figlio di migranti, in qualsiasi paese, è la ricerca di identità e non solo la ricerca per un lavoro perché la vita vera inizia soltanto quando capiamo davvero chi siamo.

 

Ricerca

Da qui è nata per la prima volta l’idea di raccogliere le storie degli emigrati italiani e sempre con l’intenzione di pubblicare anche le storie dei figli e dei discendenti di questi emigrati italiani perché queste generazioni non hanno cambiato solo il paese dove risiedono ma anche il paese di origine dei genitori.

Ora abito in Italia e ora capisco più che mai come ero un pesce fuori d’acqua in Australia ma ciò non vuol dire che non amo il mio paese di nascita. Vuol dire semplicemente che non era il paese adatto a quel che volevo fare e quel che sono.

Non è una scelta facile, ma è una che molti di noi dobbiamo fare e spero che questo articolo come anche le storie che pubblichiamo faranno capire a chi sta passando questa fase che non sono soli e che altri hanno affrontato gli stessi problemi.

In fondo le storie che pubblichiamo non servono solo per riempire pagine ma per aiutare quelli che non riescono a esprimere i propri disagi a trovare la forza di potere finalmente capire chi sono davvero.

Inviate le vostre storie a: gianni.pezzano@thedailycases.com

 

di emigrazione e di matrimoni

The eternal foreigner

The child of migrants lives in two worlds because at home he or she lives with the rules and regulations of the family, the most important foundation for any individual and therefore, for all effects, in the parents’ country of origin. And then, at school he or she is in an unknown world, forced to learn a new language and new rules of behaviour.

By Gianni Pezzano

During these first few weeks of asking our readers to send us their stories of Italian migration many have answered not only about the stories by also about the articles on the various themes that we propose to inspire potential contributors to our collection.

From time to time someone asks about the person writing to ask how come the son of Italian migrants in Australian moved to Italy and is now looking to collect stories of Italian migration around the world.

In fact, this too is one of the themes that we propose to readers because it shows, possibly more than other themes, that the phenomenon of migration, and not only Italian, is not simply in black and white and that the clichés and stereotypes are not in the least reflections of the countless complex realities amongst our relatives and friends around the world.

 

Two worlds

The first factor that strikes the child of migrants in any country, particularly of families that do not speak the language if their country of residence, is that he or she does not understand that the family is different from the others in their suburb. This does not change from generation to generation because it is fixed to the phenomenon of migration.

For many, beginning with the writer, the first true and at times traumatic moment that he or she understands her situation is at the start of school and realizes that he or she does not speak the same language as the other students and teachers. This is the case of the first born but diminishes with each new child in a family.

At this point the child is the centre of attention for the teachers and the other students as the “foreigner”. In my case this is my first clear memory, even after more than fifty years…

From that moment the child of migrants lives in two worlds because at home he or she lives with the rules and regulations of the family, the most important foundation for any individual and therefore, for all effects, in the parents’ country of origin. And then, at school he or she is in an unknown world, forced to learn a new language and new rules of behaviour.

However, time also changes the home. With the first child the language in the home is exclusively that of the parents but, with the arrival of each brother and sister the children’s ability in the language of the parents decreases, especially because of school, to the point that in these cases two languages are spoken at home, with the parents in one language and the language of the country between brothers and sisters.

 

Label

Personal identity is formed according to exchanges with others, at school sport and with relatives and friends of the family and each one identifies as Australian or American, German, etc, however we are treated as the “Italian” by our peers. Some accept these identities but this too changes, especially after the first trip to the parents’ home country.

On arrival they are no longer the “Italian” for those they meet but the “Australian” (or American, German, etc…) due to their imperfect Italian, accent and manner of behaviour that is often a mix between Italian and that of the peers in the country if residence.

For many of us the first trip is a decisive moment and the discovery can have effects on how they personal identity.

What then makes this situation even more complicated is that in many cases, but not all, the parents do not understand the problems f their children hit by this identity crisis because they believe that once born in a country the children a part of that country. Sadly this is not the case, even at an official level when we think about the recent Italian debate on ius solis, the citizenship law based on lace of birth.

This then becomes a very personal odyssey to find their own “label”, that is their own identity. For this reason only the individual can choose what to do and, in the future decide is he or she made the right choice.

 

One, the other or both?

For some the natural answer would be to choose one or the other “label”. To be “Italian” or “Australian”, “American”, etc. but this comes at a heavy price for the individual that makes this choice. This means denying a part of themselves in favour of another part of their personality

We are the result of many factors and this means that what we learn at home, just like what we learnt at school and eventually at work. Thus choosing one part or another means changing, in some cases drastically, what we are and how we behave.

There is still love for the parents but there are cases of children telling their parents not to use Italian with their children or abandon family traditions to remake a truly new identity.

There is then a third choice, to accept both worlds, to choose those parts from the two worlds that will be the basis of personal identity. This was the choice of the writer but only after years of deciding between the first two choices because creating a new identity made of two worlds means taking a new road.

That is why I consider myself as the “eternal foreigner” because at one point many years ago I understood that for some I will always be “Italian” and for the others I will always be the “Australian”. Effectively that is what I am, Italo-Australian, the result of two worlds and my only regret is not having not done so earlier   but never having been able to explain it to my parents who saw their son suffer without ever understanding the reason.

I even wrote a book of short stories of these experiences, not only personal, but also of those I met in my life that shows that being a migrant or the child of migrants, in any country, is the search for personal identity and not only the search for work because true life only begins when we understand who we truly are.

 

Search

This is where the idea for the search to collect the stories of Italian migrants began and always with the intention of also publishing the stories of the children and descendents of these Italian migrants because these generations not only changed the countries where they live but also their parents’’ country of origin.

Now that I live in Italy and I understand more than ever that I was a fish out of water in Australia but that does not mean I do not love my country of birth. It simply means that it was not the right country for what I want to do and what I am.

It was not an easy choice but it is one that many of us have to make and I hope that this article, like the stories that we publish, will make those that are now passing through this stage understand that they are not alone and that others have dealt with the same problems.

Deep down, the stories we publish not only serve to fill pages but to help those that cannot express their unease to find the strength to finally understand who they truly are.

Send your stories to: gianni.pezzano@thedailycases.com

È morto Sergio Marchionne. L’uomo che ha salvato la FIAT dal fallimento.

Prima del suo arrivo l’azienda torinese perdeva più di due milioni di euro al giorno. Oggi è la sesta casa automobilistica mondiale  e si chiama Fca.

di Vito Nicola Lacerenza

Si è spento all’età di 66 anni nell’ospedale universitario di Zurigo Sergio Marchionne, ex amministratore delegato della casa automobilistica Fca (Fiat-Chrysler Automobile), in seguito a due arresti cardiaci sopravvenuti durante un intervento chirurgico alla spalla. Rimasto alla guida della casa automobilistica torinese per 14 anni, Marchionne non riusciva ad immaginare il suo futuro professionale dopo la carriera da manager di Fca, che riteneva essere, “senza dubbio”, l’azienda in cui poter esercitare “tutte le sue capacità”, evidenti già durante gli anni della sua giovinezza. Laureatosi in filosofia, Marchionne consegue altri due titoli universitari in Canada, Paese  in cui si era trasferito con la famiglia all’età di 14 anni lasciandosi alle spalle la sua città natale, Chieti. La sua esperienza da manager è cominciata in Italia, nel 2004, quando è stato nominato amministratore delegato dell’allora FIAT. Ad un anno di distanza dalla sua nomina, Marchionne ha rotto l’accordo commerciale col colosso automobilistico americano General Motors, incassando 2 miliardi e mezzo di euro. Denaro necessario per rilanciare l’industria dell’auto italiana con nuovi modelli, come la “nuova 500”. Uscita sul mercato nel 2007, l’auto simbolo del “boom economico del 60” conquista i mercati internazionali, specie quello americano. Ed è proprio negli USA che l’ex manager di FIAT compie un’altra mossa vincente, l’acquisizione del 20% della casa automobilistica americana Chrysler, divenuta totale, al 100%, nel 2014. Dal 2009 la FIAT è diventata Fca e l’anno successivo Marchionne è riuscito a introdurre negli stabilimenti italiani il nuovo contratto aziendale. Condizione indispensabile, secondo l’ex amministratore delegato del gruppo FIAT, per investire in Italia e rendere di nuovo competitive le fabbriche di Mirafiori e Pomigliano. L’operazione è stata resa possibile grazie all’uscita di Marchionne da Confindustria e alla rottura con la Fiom, il sindacato degli operai metalmeccanici che lo accusava di privare i dipendenti di Fca dei loro diritti. Critica duramente respinta da Sergio Marchionne  che rispondeva: «Se continuiamo a vivere di diritti, di diritti moriremo. Ho grande rispetto per gli operai e ho sempre pensato che le tute blu scontino, senza avere responsabilità, le conseguenze degli errori compiuti dai colletti bianchi». Sebbene il parere degli esperti sull’operato di Marchionne sia tutt’altro che unanime, i risultati positivi della sua gestione sono sotto gli occhi di tutti. Dal 2004 a oggi il valore del gruppo FIAT è salito da 5 miliardi a 60 miliardi di euro, diventando la sesta casa automobilistica più grande sul mercato internazionale. Proprio oggi il nuovo amministratore delegato di Fca, l’inglese Mike Manley, ha fatto sapere che l’enorme debito che pesava sui bilanci della FIAT e che causava all’azienda la perdita di 2 milioni e mezzo di euro al giorno, è stato estinto. Anche la Ferrari, di cui Marchionne  era divenuto dirigente nel 2014, ha visto un notevole incremento delle vendite come non accadeva dal 2000. Ora la guida della casa di Maranello passa al manager maltese Louis Camilleri.

L’eclissi della notte del 27 luglio renderà la Luna rossa

Nella notte tra il 27 e il 28 luglio l’unico appuntamento da segnare in agenda è quello con l’eclissi totale di Luna, la più lunga del XXI secolo.

di Tiziana Primozich

Durerà 103 minuti l’eclissi totale della Luna prevista nella notte tra il 27 ed il 28 di luglio. L’evento unico sarà visibile anche dall’Italia con inizio a ridosso delle ore 21. Da quel momento la Terra si troverà tra il Sole e la Luna e proietterà sul satellite un cono d’ombra. La fase di totalità sarà tra le 21:30 e le 23:13, mentre il massimo dell’eclissi è previsto alle 22:22. Lo spettacolo si concluderà all’1:30 della notte del 28 luglio. Ma non è finita: in questo frangente già magico di per sé, anche Marte farà la sua parte come in un copione degli dei dell’antica Grecia. Infatti sarà più luminoso che mai perché proprio la sera del 27 luglio si troverà nella posizione opposta al Sole rispetto alla Terra nel punto più vicino, un fenomeno che gli scienziati chiamano opposizione. Molti i luoghi in cui si potrà osservare ed ammirare tale evento unico nel suo genere: a piazza del Colosseo a Roma grazie al Virtualtelescope sarà possibile assistere alla super eclissi grazie all’organizzazione   del Ministero dei Beni Culturali ed il Parco archeologico del Colosseo. Saranno sei i telescopi a disposizione per mostrare a tutti la Luna e Marte sopra l’anfiteatro e l’arco di Costantino. Su territorio nazionale dal Veneto alla Sicilia, dalla Campania alla Sardegna l’Istituto nazionale di astrofisica ha organizzato una serie di eventi coinvolgendo i propri astrofisici delle sedi e dei telescopi sparsi per il paese. Ma l’evento naturale sarà visibile anche in paesi come il Marocco, la Macedonia, la Turchia, la Spagna, la Tanzania e il Nepal. Quindi occhio al cielo, dovunque siate.

 

 

Cuba vuole abolire la Costituzione comunista. Fine della “revolución”?

L’Assemblea Nazionale Cubana ha approvato la bozza della nuova Costituzione che sostituirà quella sovietica di epoca castrista. La proprietà privata sarà legale.

di Vito Nicola Lacerenza

L’Assemblea Nazionale Cubana, l’organo istituzionale più importante dell’isola caraibica, ha approvato pochi giorni fa la bozza della nuova Costituzione che potrebbe sostituire quella sovietica del 1976, attualmente vigente, voluta dal padre della rivoluzione comunista cubana Fidel Castro.

Al momento non è stato rilasciato alcun testo di quella che potrebbe diventare  la futura Costituzione dell’isola, ma dal dibattito tenutosi in Assemblea sono emerse alcune importanti novità che sembrano rivolte a cambiare in modo significativo la vita dei cubani. Prima tra tutte c’è il riconoscimento della proprietà privata, proibita durante l’era Castro. Assolutamente rilevanti sono anche l’introduzione della figura del primo ministro e l’istituzione dei governatorati, finora impensabili a Cuba, ritenuta una delle dittature più ferree del mondo. Inoltre, nella nuova Costituzione è prevista “la presunzione d’innocenza” per gli imputati, che non potranno più essere incarcerati prima di essere stati sottoposti ad un regolare processo. Tali riforme fanno parte di un progetto che, secondo il presidente cubano Miguel Díaz-Canel “contribuirà a rendere più forte l’unità tra i cubani” senza rinunciare alla “rivoluzione”.

Non sono stati il desiderio di smantellare il regime o l’ambizione di fare di Cuba un Paese capitalista ad aver convinto il presidente  Díaz-Canel a rinnovare la nazione, ma la necessità di attirare investimenti stranieri sull’isola. L’unico modo per risollevare un’economia distrutta da decenni d’embargo e fermare una recessione divenuta ancor più grave quest’anno. Secondo quanto reso noto dalle autorità cubane, l’economia nazionale ha registrato nel primo semestre del 2018 una crescita del 1.1%. Un dato che ha deluso le aspettative dei mercati internazionali, dove Cuba esporta sigari, caffè e soprattutto zucchero.

L’uragano Irma, abbattutosi sull’isola l’anno scorso, ha distrutto gran parte delle piantagioni e delle coste, danneggiando anche il  turismo. Duramente colpita nei suoi settori economici più redditizi, Cuba  rischia di non essere più in grado di importare dall’estero materie prime e mezzi tecnologici. Fondamentali per il rilancio dell’economia . L’agricoltura cubana è tra le più arretrate al mondo.

La maggior parte dei braccianti agricoli, impegnati nella coltivazione del caffè e dello zucchero, utilizzano aratro di legno trainati da buoi, trasportano il raccolto su carri trainati da cavalli e ripuliscono i campi dalle piante di troppo col machete. I pochi trattori o mietitrici, presenti in alcune campagne, sono obsoleti e quasi sempre fermi a causa dell’assenza di pezzi di ricambio o della scarsissima qualità degli stessi. Sebbene la situazione sia critica, il progetto di rinnovamento iniziato dal governo cubano lascia ben sperare gli esperti, che adesso attendono l’approvazione definitiva della nuova Costituzione cubana. In una data compresa tra il 15 agosto e il 5 novembre di quest’anno, verrà indetto il referendum popolare in cui i cubani saranno chiamati a scegliere tra un sistema politico-economico più moderno rispetto al passato  e quello attualmente esistente, ispirato all’ex Unione Sovietica.

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