Attualità
Caso Ranucci, nella battaglia mediatica il “giornalismo Mussolini” ha sconfitto il “giornalismo Hemingway”
Il “metodo report” ha perso il suo capitano ma ha contagiato il sistema mediatico e fatto trionfare la lottizzazione grillina.
di Toi Bianca
Fatta salva la – piccola, grande o immensa – quota di vanità che ci contraddistingue, noi giornalisti in linea di massima siamo riconducibili a due macro categorie: quelli che scrivono perché vogliono cambiare il mondo (il giornalismo è il mezzo), quelli che scrivono per raccontare il mondo (il giornalismo è il fine).
Per semplificare, chiameremo il primo il “giornalismo Mussolini”, il secondo il “giornalismo Hemingway” e ovviamente mi riferisco non alle posizioni politiche ma al metodo. Il futuro duce fu un gran giornalista e usò il mestiere come strumento per acquisire il potere. Il vecchio Hem fu un uomo con molti difetti ma che scriveva da dio e “viveva per raccontarla” (come diceva Garcia Marquez).
Nella grande telenovela dell’estate, il caso Ranucci, oltre ai nodi giudiziari e politici, si sono fronteggiati i due modelli di giornalismo. E ha vinto a mani basse il “giornalismo Mussolini”.

Report è, assieme al Fatto Quotidiano, la “casa madre” del “giornalismo Mussolini” e queste settimane hanno segnato il trionfo di quel metodo. Trionfo perché quel metodo ha contaminato quasi tutta la pubblicistica italiana con le inchieste che non devono scoprire ma dimostrare tesi precostituite, l’uso spregiudicato, spesso spudorato, di documenti privati che mettono in piazza fatti e parole che non dovrebbero essere rese note perché non hanno alcun valore pubblico, il ricorso metodico e ambiguo a veline e dossier dei servizi segreti o forniti sottobanco da altre istituzioni amiche, l’allusione come organico sistema di legittimazione e di character assassination e soprattutto la presunzione sovrana di essere quelli puri, duri, incontaminati e incontaminabili mentre gli altri sono schifosi corrotti servi del potere.
Ebbene Ranucci, gran maestro, secondo solo a Travaglio, del “giornalismo Mussolini”, è stato massacrato con le armi che lui ha creato, tagliato coi coltelli che lui ha affilato e di cui credeva di poter essere il solo lanciatore.

E’ stato fatto a pezzi dalle chat pubblicate, dalle indiscrezioni sull’inchiesta sparate in prima pagina, dalle testimoni che prima tacevano e ora raccontano delle sue avances (sommate a quelle che lui – nella presunzione che tutto gli fosse concesso – aveva scritto nel suo libro), è stato ridotto a grottesco trombone dagli amici e dalle amiche impresentabili, è precipitato nel ridicolo dell’attentato a fin di bene, ha tracimato nel delirio indifendibile e straniante quando s’è paragonato agli eroi civili ammazzati dalla mafia, con attentati purtroppo a fin di male, o a Giulio Regeni che non aveva amici nei servizi egiziani, ma solo carnefici.

E ad usare il metodo Ranucci contro Ranucci sono stati i nemici della sua parte politica (cinquestelle in primis, avs e un po’ di Pd), i giornali di destra – Tempo, Libero, Giornale, la Notizia – che hanno fatto le pulci alla vita, alle amicizie, agli affari e agli amori del giornalista, senza badare a riservatezza, privacy, segretezza di atti, coinvolgimento di terze persone; insomma hanno fatto a Ranucci (e ai suoi rabbiosi fedelissimi e fedelissime) quello che Ranucci e Report hanno fatto a tanti sistematicamente e di cui, senza alcun ritegno né senso del ridicolo, l’ex conduttore di Report – e vicedirettore di RaiTre a 240mila euro lordi l’anno, come si evince dal sito Rai.it – s’è pure lamentato minacciando querele e denunce.


I giornaloni – Corriere e Repubblica – hanno cercato l’equilibrio, l’equidistanza, finendo però per apparire grigi e noiosi “hemingwayani” di fronte ai fuochi d’artificio che le due curve dei “mussoliniani” sparavano nell’etere e sul web.
Alla fine Ranucci al momento sembra aver perso la battaglia personale ma vinto (lui e i suoi sponsor politici) la guerra “ideologica”. Il suo metodo ha contagiato stampa e – ovviamente – web e social network. La antichissima lottizzazione Rai è stata rivendicata dai puri e duri che volevano la “loro” trasmissione, il “loro” spazio e l’hanno mantenuto, con che credibilità si vedrà.
Il Benito Mussolini nella sua tomba di Predappio si starà inorgogliendo per tanti epigoni del suo modo di far giornalismo. Il vecchio Hemingway, nella sua tomba nel piccolo cimitero di Ketchum in Idaho, si consolerà per il suo verbo giornalistico ormai desueto in Italia, sorseggiando, nel cielo dei grandissimi, un Gibson o un Bloody Mary.
