La lingua siamo noi – We are the language

di emigrazione e di matrimoni

La lingua siamo noi

L’incidente tra un italiano e una donna dello Sri Lanka è nato perché lei parlava al cellulare nella sua lingua e l’italiano aveva preteso che lei parlasse l’italiano in pubblico.

di Gianni Pezzano

Una notizia da Milano di questi giorni non può passare inosservata e senza commenti da un sito che ha deciso di raccontare le storie dell’emigrazione italiana perché questa raccolta deve anche comprendere la migrazione verso l’Italia in questi anni che è il centro del dibattito politico nazionale.

Non entriamo nel merito dell’incidente. Saranno le autorità giudiziarie a decidere se e chi ha commesso un reato ma il punto centrale dell’incidente è una vicenda che molti italiani e i loro figli all’estero conoscono intimamente.

L’incidente tra un italiano e una donna dello Sri Lanka è nato perché lei parlava al cellulare nella sua lingua e l’italiano aveva preteso che lei parlasse l’italiano in pubblico.

Mentre leggevo la notizia dell’incidente milanese mi sono venuti in mente alcuni ricordi divertenti di parlare italiano in pubblico nel mio paese di nascita e poi sono tornati altri ricordi di incidenti meno leggeri.

 

Panchine e voti

Rundle Mall è la via centrale di Adelaide in Australia dove vivevo fino a otto anni fa. La via contiene tutti i negozi più importanti della città e per questo motivo da quarant’anni la via è chiusa al traffico e contiene tante panchine per i clienti.

Alcuni di queste panchine sono diventate il punto d’incontro di pensionati dove parlano mentre le mogli fanno le spese. Infatti, una della panchine è il centro di un gruppo di anziani italiani e, naturalmente e giustamente, si parlano nella nostra lingua. Come per gli italiani, c’è la panchina dei pensionati greci e non ho dubbi che altri gruppi simili si sono formati nel corso degli anni. Ognuno di questi gruppi parla nella lingua di nascita.

Poco distante dalla via pedonale c’era un bar italiano che per diversi anni era di modo tra i giovani italo-australiani e che è stato il soggetto di un nostro articolo non tanto tempo fa (https://bit.ly/2v0W0pa). Tra i clienti regolari del suo periodo più popolare c’era un gruppo di italiani giovani e non tanto giovani.

Naturalmente il soggetto delle chiacchiere erano spesso le belle ragazze che frequentavano il bar.

Durante l’estate quando erano seduti ai tavoli all’aperto questi italiani parlavano delle ragazze che passavano, rigorosamente in italiano, e ogni tanto cominciavano il gioco di dare il voto alle belle fanciulle, spesso con commenti più o meno spinti riguardo quelle con i voti più alti. Da tanto in tanto la ragazza era italiana e rispondeva ma per la maggior parte le ragazze non si sono mai rese conto di quel che dicevano.

 

Famiglia e turisti

Da giovane spesso andavo in centro con mia madre con mezzi pubblici e, come facevamo in casa, ci parlavamo sempre in italiano delle spese del giorno, della scuola, di dove dovevamo andare il weekend e delle altre cosa della vita quotidiana. Di solito questi discorsi passavano inosservati, ma ogni tanto sentivo dire “You’re in Australia, speak in English” (Siete in Australia, parlate in inglese). Da giovane non rispondevo, però ricordo ancora oggi la mia rabbia mischiata con un’altra emozione.

Altre volte, mentre giravo in centro con un amico italiano sentivo la stessa frase. Purtroppo, a volte l’altra persona era un turista in vacanza in Australia. La mia risposta in questi casi non era il silenzio perché lasciavo uscire la rabbia che non potevo svelare davanti a mia madre.

Erano i momenti che più mi vergognavo di essere nato in Australia. In entrambi i casi era perché c’è gente nella mia vita con cui non ho mai parlato in inglese e perché la mia capacità in italiano era meglio del loro inglese. In ogni caso, con parenti e amici intimi italiani la lingua era sempre e ovunque in italiano perché era la lingua che ci definisce per quel che siamo.

 

Conseguenze

Regolarmente la stampa in Australia e altri paesi riportano notizie del genere da tutto il mondo. Nel mondo mediatico oggi i testimoni alle aggressioni verbali, perché di questo si tratta, riprendono le scena sui cellulari e le mettono online. In quasi tutti i casi il linguaggio è cosi pieno di parolacce e bestemmie verso la vittima che il filmati sono una serie quasi ininterrotta di bip per coprire il linguaggio offensivo.

In molti casi l’aggressore è finito in tribunale per il suo comportamento e in non pochi di questi casi una delle accuse è istigazione all’odio razziale. Non cito i dettagli delle vittime perché in tutti i casi erano immigrati, turisti o studenti stranieri e quindi non importano le loro origini.

Come scoprirà l’italiano dell’incidente milanese ogni azione ha le sue conseguenze e indubbiamente i giornali ci faranno sapere quali saranno le sue. Ma nel frattempo facciamo qualche pensiero su cosa vuol dire un incidente del genere.

 

Pensieri

Il primo pensiero è che, quando qualcuno ti impedisce di parlare la tua lingua, lui ti toglie la libertà di esprimerti come vuoi. Benché sia giusto che atti legali siano nelle lingue dei paesi di residenza, l’individuo di un paese moderno deve avere la libertà di comportarsi a modo suo, a condizione che questo comportamento non faccia male ad altri.

Che male può incorrere un individuo che parla la propria lingua? Assolutamente nulla.

É naturale parlare con i genitori, parenti e amici nella loro lingua, è naturale parlare con i nostri amici nella loro lingua quando sai che non hanno mai potuto studiare altre lingue. Fa parte del vivere civile. Se ci sono altri che non parlano quella lingua nel gruppo allora uno deve assumere la responsabilità di tradurre e spiegare il discorso perché anche questo impone il vivere civilmente.

Ma quando la persona aggredita per aver parlato un’altra lingua è un turista, uno studente, o altro ospite nel paese, allora l’aggressore non fa male solo alla vittima, ma anche all’immagine del paese.

Questo è il rischio di imporre il non parlare altre lingue in pubblico. Ma la crescita di questi incidenti in giro per il mondo ha anche un colpevole ed è l’usanza degli ultimi anni di utilizzare la paura in programmi politici.

 

Paura

Senza giustificare il comportamento dell’aggressore, questo comportamento dimostra i timori dell’ignoto che è la causa dalla reazione alla lingua dello straniero. L’aggressore ha paura del volto nuovo perché politici e servizi televisivi utilizzano lo “straniero” come il motivo di disagi sociali.

Questo fenomeno non è limitato soltanto all’Italia. Lo vediamo nella politica di paesi che una volta erano moderati politicamente come gli Stati Uniti e l’Australia. L’incidente a Milano l’altro giorno non è il primo caso di aggressione verso uno straniero in Italia e alcuni di questi sono finiti con funerali invece del semplice intervento delle forze dell’ordine.

Come società dobbiamo capire che la paura ha un prezzo alto e che c’è qualcosa di sbagliato quando poter parlare un’altra lingua non è visto come segno di cultura, ma come un reato da cancellare.

Come società dobbiamo capire che poter parlare altre lingue è un bene e che aggredire per strada chi lo fa rischia il futuro del nostro turismo e altri scambi commerciali del paese perché ci vuole poco per far spargere la voca ad altri paesi che stranieri non sono benvenuti qui, non importa chi.

Da figlio di emigrati italiani, nato e cresciuto in un paese di lingua inglese, ero fiero della lingua d’origine della mia famiglia e non mi vergognavo mai di parlarlo fuori casa. Non capisco perché altri non possono fare altrettanto…

Inviate le vostre storie a: [email protected]

 

di emigrazione e di matrimoni

We are the language

The incident in the street between an Italian man and a woman from Sri Lanka happened because she was speaking on her telephone in her language and he demanded she speak Italian in public.

by Gianni Pezzano

A recent news item from Milan could not pass without comment by a site that decided to tell the stories of Italian migration because this collection must also include the migration into Italy of recent years that is at the centre of the country’s political debate.

We will not enter into the merit of the incident. The judicial authorities will decide if and by whom a crime was committed but the central point of the incident was a matter that many Italians and their children overseas know intimately.

The incident in the street between an Italian man and a woman from Sri Lanka happened because she was speaking on her telephone in her language and he demanded she speak Italian in public.

As I read the news of the incident some entertaining memories of speaking Italian in public in my country of birth came to mind and then other memories came back of less enjoyable incidents.

 

Benches and scores

Rundle Mall is the central street of Adelaide, Australia where I lived until eight years ago. All the city’s most important stores are in the street and for this reason it has been a pedestrian street for forty years and has many benches for the customers.

Some of these benches have become meeting points for pensioners where they talk as their wives do the shopping. In fact, one of the benches is the meeting point for a group of elderly Italian men and, naturally and rightly, they talk in their language. Like the Italians, there is a bench for Greeks pensioners and I have no doubts that other such groups have formed over the years. Each one of these groups speaks in their language of birth.

Not far away from this street there was an Italian bar that for some years was fashionable amongst the young Italo-Australians and it was the subject of an article not long ago (https://bit.ly/2v0W0pa ). Amongst the regular clients during its most popular period there was a group of young and not so young Italians.

Naturally the subjects of the discussions were often the beautiful girls that frequented the bar. In summer seated at the outside tables these Italians talked about the girls that walked by, strictly in Italian, and from time to time a game began of giving a score from one to ten to the beautiful young ladies, often with more or less risqué comments about the girls with the highest scores. At times the girl was Italian and answered back but for the most part the girls never realized what was being said.

 

Family and tourists

When I was young I often went to the city with my mother in public transportation and, as we did at home, we always spoke in Italian about the day’s shopping, school, where we had to go on the weekend and the other matters of daily life. Usually these discussions passed unobserved but every so often we heard “You’re in Australia, speak in English”. When I was young I did not answer but today I still remember my anger mixed with another emotion.

Other times I heard the same phrase as I walked around the city with an Italian friend. Often the other person was a tourist on holiday in Australia. In these cases my answer was not silence and I let go of the anger I could not reveal in front of my mother.

These were the times I was ashamed of being born in Australia. In both cases it was because there were people with whom I have never spoken in English because my skill in Italian was better than their English.   In any case, with relatives and close Italian friends the language was always and everywhere Italian because it is the language that defines what we are.

 

Consequences

The Press in Australia and other countries regularly reports news of this type from around the world. In today’s multimedia world the witnesses to these verbal aggressions, this is what they are, film the scene on their mobile phones and put them online. In almost all the cases the language is so full of swearing towards the victim that the films are an almost uninterrupted series of beeps that covers the offensive language.

 

In many cases the aggressor ends up in court and in not a few cases one of the accusations is instigating racial hatred. I won’t mention give details of the victims because in all the cases they were migrants, tourists or foreign students and therefore their origins do not matter.

As the man in the incident in Milan will find out, every action has a consequence and undoubtedly the newspaper will tell us what his will be. But in the meantime let us think about what such an incident means.

 

Thoughts

The first thought is that when someone stops you from speaking your language that person takes away your personal freedom to express yourself as you want. While it is right for legal documents to be in the language of the country of residence, in a modern country an individual must have the choice to behave as he or she wants, as long as this behaviour does not hurt others.

What harm can come from an individual speaking his or her own language? Absolutely none.

It is natural to speak with your parents, relatives and friends in their language and it is natural to speak with our friends in their language when you know that have never studied other languages. It is part of civil discourse. If there are others in the group that do not speak that language then someone has to take the responsibility to translate and explain the discussion because that is too is what living civilly imposes.

But when a person is attacked for having spoken another language is a tourist, a student or another guest in the country, then the aggressor does not hurt only the victim but also the country’s image.

This is the risk of forcing people not to speak other languages in public. But the growth of these incidents around the world also has a guilty party and this is the habit in recent years to use of fear in political platforms.

 

Fear

Without seeking to justify the aggressor’s behaviour, this type of behaviour often reveals the fear of the unknown that is the cause of the reaction to the foreigner’s language. The aggressor is scared of the new face because politicians and television programmes use the “foreigner” as the reason for social unease.

This phenomenon is not limited only to Italy. We see it in the politics of countries that were once politically moderate such as the United States and Australia. The incident in Milan the other day is not the first case of aggression towards a foreigner in Italy and some ended in funerals and not just the intervention of the forces of law and order.

As a society we must understand that fear has a high price and that there is something wrong when to be able to speak another language is not seen as a sign of culture but as a crime to be erased.

As a society we must understand that being able to speak other languages is an asset and that verbally attacking someone who does so also puts at risk the future of our tourism and other commercial exchanges because it would not take much for the word to spread to other countries that foreigners are not welcome here, no matter who.

As the son of Italian migrants, born and raised in an English speaking country, I was proud to speak my family’s language of origin and I was never ashamed to speak it outside the home. I do not understand why others cannot do the same thing..

Send your stories to: [email protected]

Le bravate dei ragazzi sui social fanno male ‘da morire’

Muore a soli 17 anni ad Acquasparta per riprendere sdraiato a terra sull’asfalto l’amico che fa peripezie con lo scooter pensando al selfie da condividere sui social

Leggerezza e freschezza, dovrebbero essere queste le parole dei giorni di un’estate lontana dai banchi di scuola dei ragazzi. Le cronache, invece, raccontano di ben altri fatti. Dettati dall’impulsività e dal mancato giudizio critico. L’ultimo riporta una vicenda drammatica: un ragazzo di soli 17 anni muore ad Acquasparta, un paese vicino a Terni, perché asseconda un gioco assurdo, che consiste nel riprendere da sdraiato a terra sull’asfalto l’amico che passa facendo qualche peripezia con lo scooter. A oggi, le forze dell’ordine stanno cercando di capire cos’è successo mentre il cordoglio, l’indignazione e i facili giudizi sui social aumentano.

C’è un altro fatto che non deve passare inosservato: se anni addietro le bravate dei ragazzi, che esistono da che mondo e mondo, venivano tenute nascoste, oggi hanno sempre più bisogno di essere documentate e postate su un canale social. Succede così anche nel caso dei selfie estremi, quando i giovani si immortalano su una gru di un cantiere, o su palazzi altissimi (urban climbing). A tal proposito, stando ai dati raccolti dall’Università Carnegie Mellon della Pennsylvania, i morti per un selfie sono 170 all’anno e il numero è destinato ad aumentare. Succede così, quando colgono una sfida lanciata su un social, come lo è l’ultima tendenza dell’Ice Cube Challenge (si spalmano sale su una parte del corpo e pigiano la zona con l’aiuto di un cubetto di ghiaccio fino a procurarsi un’ustione). E ancora quando decidono di attraversare i binari di una ferrovia mentre un treno sta arrivando in stazione. «Non si tratta solo di narcisismo. Dobbiamo vedere questi fenomeni sotto una luce più ampia e considerare che il sistema limbico dei ragazzi, sede tra l’altro dell’emotività e dei comportamenti, si forma completamente intorno ai 20 anni. Anche per questo non hanno l’esatta contezza del pericolo che stanno correndo», spiega Giuseppe Lavenia, psicologo, psicoterapeuta e presidente dell’Associazione Nazionale Di.Te., che si occupa di Dipendenze Tecnologiche, GAP, e Cyberbullismo.

E allora di che si tratta? «L’identità dei ragazzi è fragile. Non riescono più a raccontare attraverso le parole ciò che provano. Lo fanno attraverso le immagini. Hanno bisogno di essere riconosciuti e tentano di mostrare attraverso i canali social una parte di loro che può identificarsi con il sogno di un altro ragazzo della loro età. Perché così, magari, vengono imitati e si sentono importanti. Dovremmo aiutarli non incutendogli timore, ma interessandoci a loro, a quello che fanno e chiedendo cosa provano. Nessun ragazzo dirà dell’intenzione di fare un selfie estremo o un video che mostra una bravata, ma i grandi lo sanno che potrebbero farlo. Ecco perché dobbiamo tornare quanto prima a conoscere davvero le loro emozioni e a trasmettere il senso del limite. E questo si fa ricominciando dalla parola, dal confronto, e con l’interesse da parte degli adulti. Tutti gli adulti», sostiene Giuseppe Lavenia.

Mega supermarket di lusso iraniano chiude ai marchi italiani. Colpa di Trump

Il tempio dello shopping iraniano stava per importare dall’Italia decine di milioni di euro di prodotti. Ma la guerra commerciale tra USA e Iran ha colpito anche l’export italiano.

di Vito Nicola Lacerenza

L’Iran era ormai considerata dai marchi del lusso italiani come un “nuovo far west” da conquistare, come una terra popolata da una sempre più numerosa classe media disposta a spendere oltre 10.000 euro all’anno per l’acquisto di prodotti Made in Italy. L’Iran Luxury Mall, uno dei centri commerciali più grandi del mondo,vero e proprio “tempio dello shopping costoso” costruito a Teheran, capitale dell’Iran, era pronto ad importare dall’Italia 30 milioni di beni di lusso, tra cosmetici, articoli di moda, prodotti di design per l’arredo. Ma la recente decisione del governo iraniano di sospendere le relazioni commerciali con l’occidente ha fatto svanire il  sogno di guadagni miliardari degli imprenditori italiani. Vittime senza colpa della guerra commerciale in corso tra Iran e USA, cominciata dopo che Trump ha stracciato l’accordo sul nucleare sottoscritto dai due Paesi insieme alle principali nazioni europee, Italia compresa. A causa delle tensioni internazionali, grandi brend della moda e del design italiano come Armani, Prada, Dolce e Gabbana, Versace, Roberto Cavalli,  Trussardi, Missoni, Etro e molti altri saranno i “grandi assenti” all’inaugurazione dell’Iran luxury mall prevista per settembre prossimo. Un momento di “lutto” per il Made in Italy che sperava di innalzare la sua bandiera in un Paese con un mercato interno di 80 milioni di abitanti, la cui metà ha meno di trent’anni e un reddito pro capite di circa 16.000 euro l’anno. Cifra di molto superiore a quella di altre nazioni emergenti come Cina, Brasile e India. A subire le conseguenze negative di tale situazione però non è solo l’industria manifatturiera italiana, ma anche lo stesso governo iraniano. Isolato come ai tempi della “rivoluzione Islamica” avvenuta trent’anni fa, quando si è instaurato il regime che tuttora governa il Paese.

L’emblema del fallimento della politica internazionale iraniana sembra essere proprio l’Iran luxury mall. Un gigantesco centro commerciale di due milioni di metri quadrati, distribuiti su quattro piani, con 500 mila spazi dedicati agli acquisti rimasti vuoti. La struttura avrebbe dovuto essere il luogo di incontro tra i cittadini iraniani e il mercato occidentale. All’interno dell’Iran luxury mall, costato al governo tre miliardi di euro, sono stati costruiti teatri, alberghi a 5 stelle, ristoranti ed altre aree di intrattenimento dedicate agli accaniti consumatori del posto, che  adesso dovranno accontentarsi di acquistare soltanto beni provenienti da aziende locali, frustando il desiderio di Made in Italy. Su Instagram, danarosi trentenni iraniani hanno creato una pagina chiamata “I ricchi di Teheran”. Una vetrina online in cui loro espongono foto di sé con indosso costosissimi abiti firmati italiani, a bordo di Ferrari, Maseratie altre auto di lusso. I “ricchi” continueranno a soddisfare i loro capricci recandosi direttamente in Via Condotti a Roma o in Piazza del Duomo a Milano. Ma per i loro coetanei dal potere d’acquisto più modesto, l’unica via d’ accesso al Made in Italy è lo shopping via Internet, tramite i siti Digikala (l’ “Amazon iraniano”) e a-Sam (la versione iraniana di eBay ). La disponibilità dei prodotti però è sempre più scarsa, favorita sopratutto dalla volontà del regime iraniano di chiudere il mercato interno alla concorrenza straniera.

All’ospedale di Reggio Calabria i pazienti in ortopedia medicati con il cartone

La denuncia in Senato di Marco Siclari, senatore eletto in quota Forza Italia

di Tiziana Primozich

Se durante il giorno tutto sembra avere un senso, nelle ore notturne all’ospedale di Reggio Calabria succede di tutto. I malcapitati pazienti che si presentano oltre le 20 non solo non trovano personale medico a sufficienza, ma vengono medicati alla meno peggio con garze e pezzi di cartone, in attesa che il mattino dopo riapra il reparto di ortopedia. Pensate alla persona anziana che malauguratamente dovesse rompersi il femore dopo quell’ora. A cosa va incontro? E chi interverrà prontamente considerato che è una delle fratture più dolorose in assoluto? A tutte queste incognite ha cercato di chiedere una spiegazione ed un intervento il senatore Marco Siclari eletto in quota Forza Italia.

Siclari infatti ha colto la denuncia di Gianluigi Scaffidi medico in pensione da alcuni mesi e rappresentante dell’Anaao (l’associazione dei medici ospedalieri) della Calabria che, grazie ad immagini inviate dai colleghi, ha potuto denunciare le difficoltà dell’ortopedia degli ospedali riuniti di Reggio Calabria. Si tratta di immagini che mostrano gambe, braccia, piedi di pazienti adagiati sulle barelle: gli arti, anzichè da stecche, tutori o bende gessate sono tenute rigide da pezzi di cartone, cerotti e garze. “Una situazione che ormai non si vede più nemmeno in Africa e che invece succede nell’unico ospedale di una città italiana di 200.000 abitanti” ha denunciato il dott. Scaffidi.

Ma cosa capita al pronto soccorso reggino e come si è giunta a sostituire le ingessature con le «incartonature»? Lo racconta proprio Gianluigi Scaffidi: «Il reparto ortopedia è aperto solo fino alle 20, perché manca il personale che lo faccia funzionare. La sala gessi funziona solo in ortopedia, il pronto soccorso ne è sprovvisto. Così chi arriva con una frattura dopo le 20 deve attendere fino al mattino successivo l’arrivo degli specialisti. Ma al pronto soccorso mancano anche i tutori, le stecche rigide e le altre protezioni che facciano da rimedio momentaneo. Così il personale da qualche tempo si deve arrangiare con i pezzi di cartone».

Il tutto sembra essere la conseguenza del protrarsi del commissariamento della sanità calabrese, provvedimento preso in seguito ad un «buco» economico che si aggira attorno ai 100 milioni di euro. Ma come al solito chi ci va di mezzo è la popolazione contribuente. Da qui l’accorata difesa in Senato di Marco Siclari che chiede lo stop del commissariamento ed il ripristino di una sanità locale efficace ed equa.

Per L’estate in biblioteca un film per le detenute presso la Casa Circondariale di Rebibbia

Lunedì 30 Luglio 2018, Biblioteca Casa Circondariale Femminile di Rebibbia alle ore 15:00 SAMI BLOOD di Amanda Kernell. A cura di Veronica Flora

Sul tema della discriminazione è incentrato il quarto film della rassegna L’Estate in biblioteca – il Cinema legge il mondo. Sarà infatti Sami Blood della regista e sceneggiatrice svedese Amanda Kernell l’opera prescelta per una visione esclusiva per le detenute della Casa Circondariale Femminile di Rebibbia in programma lunedì 30 luglio alle ore 15 presso la Biblioteca del carcere. Un’occasione speciale e tutta al femminile per conoscere e commentare il film già vincitore del Premio Lux 2017, che sarà introdotto da Veronica Flora. Appuntamento poi giovedì 6 settembre con Made in Med, Cortometraggi dal Mediterraneo (Biblioteca Valle Aurelia), giovedì 13 settembre con La bella e le bestie di Kaouther Ben Hania (Biblioteca Goffredo Mameli), venerdì 21 settembre con Veleno di Diego Olivares (Biblioteca Goffredo Mameli), mercoledì 26 Settembre con gli altri corti del Made in Med (Biblioteca Valle Aurelia) e giovedì 27 settembre con Ammore e malavita di Antonio e Marco Manetti (Biblioteca di Rebibbia Terza Casa, in cui i registi accompagneranno la visione in carcere).

L’ESTATE IN BIBLIOTECA – IL CINEMA LEGGE IL MONDO
La Rassegna, diretta da Ginella Vocca e realizzata dall’Associazione Methexis, in collaborazione con le Biblioteche di Roma e il MedFilm Festival, entra dalle biblioteche comunali (tra cui anche quelle di Istituti penali), per arricchirne l’offerta culturale, con una panoramica varia e interessante della produzione cinematografica contemporanea di qualità.  Il cinema legge il mondo, perché il mondo ci guarda e ci riguarda: dalla Norvegia al Marocco, dalla Spagna al Belgio, passando per la Siria, l’Algeria, la Tunisia, Israele e la Croazia, fino all’Italia, con l’obiettivo di fornire possibili chiavi di lettura del mondo d’oggi, stimolando ragionamenti su tematiche e contraddizioni della società contemporanea.

Da Linkedin le competenze più richieste dalle aziende nel 2018

Partendo dal suo enorme database di informazioni, generate dagli oltre 500 milioni di utenti iscritti, LinkedIn ha  individuato le competenze maggiormente ricercate dalle aziende.

Quali competenze è necessario possedere affinché gli occhi dei cacciatori di teste si rivolgano verso di noi? Quali le skills essenziali per far svettare il nostro nome sopra a quelli degli altri candidati in un processo di ricerca e selezione di personale qualificato? A dare una risposta piuttosto precisa a queste domande è una indagine condotta e firmata da LinkedIn, tesa a individuare le hard skills e le soft skills più richieste dalle aziende a livello internazionale.

Partendo dal suo enorme database di informazioni, generate dagli oltre 500 milioni di utenti iscritti, LinkedIn ha così individuato le competenze maggiormente ricercate dalle aziende.

Per capirne di più abbiamo chiesto di delucidarci in merito alla “cacciatrice di teste” Carola Adami, Founding Partner della società di ricerca e selezione del personale di Milano Adami & Associati, chiedendole innanzitutto la differenza che intercorre tra hard skills e soft skills:

«Quando si parla di hard skills si fa riferimento ad un set di competenze tecniche facilmente e rapidamente quantificabili: ricadono per esempio in questo gruppo la conoscenza di lingue straniere, la capacità di utilizzare un determinato software e via dicendo» ha spiegato la head hunter.

«Diverso il discorso per quanto riguarda le soft skills, le quali invece corrispondono alle cosiddette ‘abilità trasversali’, ovvero a quelle competenze che hanno a che fare con la comunicazione e con la sfera interpersonale».

Le hard skills insomma si imparano, le soft skills, in linea di massima, no.

«Le competenze trasversali non si possono apprendere con corsi specifici. Dipendono dalla cultura personale, dal carattere, dall’ambiente di provenienza, dall’esperienza vissuta dal singolo, e vanno a influenzare concretamente ogni tipo di interazione» aggiunge l’head hunter.

Le soft skills, nonostante il nome, sono tutt’altro che ‘morbide e leggere’: stando al 58% degli imprenditori, infatti, queste competenze hanno un’importanza maggiorerispetto a quella riconosciuta alle competenze tecniche. La più apprezzata tra le soft skills è la capacità di leadership, e quindi di guidare in modo efficace un team. Subito dietro si piazzano le capacità comunicative, la capacità di lavorare in gruppo e il sempre più ricercato time management, qualità cruciale nell’epoca dello smart working.

Guardando alle hard skills, è la tecnologia a fare la parte del leone: si cercano infatti soprattutto professionisti con ottime competenze nel campo del cloud computing, del software middleware, del data mining, dell’analisi statistica, dell’architettura web e dell’user interface design.

«Va sottolineato che laddove solitamente nei curricula le hard skills vengono evidenziate in modo appropriato, le soft skills finiscono spesso per essere trascurate, se non espresse in modo poco chiaro» conclude Carola Adami.

Di certo il recruiter esperto è in grado di individuare e riconoscere le capacità trasversali durante il colloquio di lavoro, e inserire le proprie capacità nel curriculum potrebbe essere l’arma vincente: se infatti si mira al lavoro dei propri sogni perché rischiare di non approdare alla seconda cruciale fase del processo di ricerca e selezione del personale proprio a causa di un curriculum vitae totalmente a digiuno di soft skills?

A Trento il Pink Floyd Day 2018

Confermata la presenza di Harry Waters (figlio di Roger Waters) e Larry McNally.

La manifestazione, giunta alla sua settima edizione, sarà presentata da Emi Baronchelli, la “professoressa del Rock” nonché conduttrice di molti concerti e animatrice di vari eventi musicali e da Stefano Leto, giornalista, esperto musicale e direttore della testata giornalistica Onda Musicale.

L’appuntamento per quest’anno è fissato a Trento per il prossimo il 29 settembre presso la prestigiosa location dell’Auditorium Santa Chiara e prevede un’intera giornata dedicata ai Pink Floyd, una delle più importanti rock band della storia della musica.

I partecipanti al Pink Floyd Day potranno visitare la mostra che si terrà nella sala sottostante l’Auditorium Santa Chiara che comprende oltre 400 metri quadri di spazio espositivo e che culminerà con il grande concerto serale dei Wit Matrix, una delle più apprezzate cover band dei Pink Floyd italiane.

Alla mostra saranno esposti oggetti di assoluta bellezza e rarità per gli appassionati del “mondo Floydiano”, come locandine originali di concerti, biglietti originali di concerti, dischi d’oro, foto inedite e tantissimi altri oggetti memorabilia , dischi, poster, CD e DVD introvabili provenienti da tutto il mondo.

L’intero evento sarà presentato da Emi Baronchelli la “professoressa del Rock”, e da Stefano Leto uno dei giornalisti più apprezzati del panorama musicale nazionale.

Saranno presenti anche alcuni scrittori che presenteranno i loro libri sui Pink Floyd e che si intratterranno con gli ospiti.

Alla mostra si potranno ammirare anche le chitarre di alcune rock star come  Rolling Stones, Beatles, Jimi.Hendrix, Led Zeppelin, perché’ il Pink Floyd Day è un evento adatto non solo agli appassionati dei Pink Floyd ma anche a tutti gli amanti della musica in genere.

A rendere speciale e impedibile questa edizione del Pink Floyd Day, che lo scorso anno si è svolta a Pergine Valsugana, sarà la straordinaria partecipazione di Harry Waters, tastierista e figlio di Roger Waters e Larry McNelly chitarrista e autore per Eagles, Joe Cocker e Rod Stewart .

C’è dunque grandissima attesa e curiosità di vedere il figlio di Roger Waters che si esibirà per la prima volta assoluta in Italia il quale eseguirà, insieme ai Wit Matrix, alcune fra le più belle canzoni dei Pink Floyd nel concerto serale.

Harry Waters, alla sua prima assoluta in Italia con una tribute band, è un talentuoso musicista che ha suonato con suo padre in tre tour mondiali, alternandosi alle tastiere con il grande Jon Carin. Harry Waters era inoltre presente anche al Desert Trip 2016 dove ha suonato con suo padre sullo stesso palco dove si sono esibiti Rolling Stones, Bob Dylan, Neil Young, The Who e Paul McCartney.

Larry McNelly è un cantautore e musicista americano nonché autore di artisti come Eagles, Joe Cocker, Rod Stewart, Don Henley e Bonnie Raitt. Da qualche tempo ha aderito al progetto di Harry Waters fondando il duo McNelly-Waters.

Nel pomeriggio del sabato Harry Waters e Larry John McNelly incontreranno i fans in una conferenza stampa che si terrà in uno spazio all’interno della mostra e che sarà l’unico momento in cui sarà possibile scambiare alcune battute con loro e scattare alcune fotografie.

Il Pink Floy Day si preannuncia dunque come un evento dove, chi almeno una volta nella vita ha canticchiato “Hey Teacher leave them kids alone” non può assolutamente mancare.

I biglietti sono disponibili alla Cassa del Teatro Auditorium Santa Chiara, presso la redazione di Onda Musicale a Trento oppure online sul circuito www.primiallaprima.it.

Furti estivi: ecco come proteggersi dai ladri di appartamenti

Si avvicina l’estate e aumentano a dismisura i furti in appartamento. Una triste realtà confermata anche dalle statistiche. Ma come difendersi e rendere la vita difficile ai ladri?

Non tutti sanno che esistono alcune regole e consigli, suggeriti dalla Polizia, su come difendersi dai ladri. Vediamoli insieme.

 

Come difendersi dai furti in casa

Rendere sicure porte e finestre, installando i così detti “sistemi di protezione passiva” come porte blindate e inferriate alle finestre

Non lasciare a casa somme di denaro, gioielli, oggetti di valore e nemmeno chiavi di altre abitazioni, auto o moto (magari parcheggiate nelle vicinanze o in garage). Nel caso, installare delle casseforti in luoghi nascosti

Lasciare in casa qualche luce accesa

I vicini di casa possono essere davvero preziosi: con alcuni gesti come svuotare la cassetta della posta quando siamo in vacanza o aprire le finestre della casa temporaneamente vuota, possono far sembrare che sia abitata.

Evitare di rendere noto il periodo della nostra assenza, anche sui “social network” (oggi si parla di ladri 2.0)

Oltre a questo vademecum, anche segnalare alla polizia un’anomalia nel quartiere o persone sospette è fondamentale: ogni dettaglio può essere prezioso. Così come anche chiamare subito il 113 se al ritorno dalle vacanze trovate la porta aperta: non entrate da soli, perchè i ladri potrebbero essere ancora lì.

Le case di prestigio sono sicuramente le mire preferite dei ladri, dove sperano di trovare qualcosa di più prezioso. Ma di solito queste abitazioni sono protette da sistemi di allarmee video-sorveglianza, che rendono la vita difficile al ladro medio o improvvisato, che quindi cerca altri punti dove colpire.

Quindi, quali sono le abitazioni più a rischio per posizione, struttura, piano?

“Le abitazioni più a rischio di furti nei periodi estivi sono sicuramente quelle più isolate, come anche i piani bassi e gli ultimi piani” ” ci racconta Andrea Sicchiero, esperto in sicurezza passiva di Tecno Sicur.

“Questo per ovvie ragioni” continua Sicchiero “per i ladri è molto facile accedere direttamente ad appartamenti a piano terra, rialzato oppure anche arrampicarsi ai primi piani (dipende dall’altezza) così come anche passare dal tetto introducendosi in un appartamento attraverso un velux o un balcone.”

Per questo tipo di abitazioni, le inferriate alle finestre rappresentano il primo sistema di sicurezza e anche il più importante, tanto che in Italia sono previste delle agevolazioni fiscali per l’apposizione di grate sulle finestre o loro sostituzione.

Infatti (come indicato a pagina 7 della “Guida Ristrutturazioni edilizie 2018” dell’Agenzia delle entrate) queste spese risultano fiscalmente detraibili in quanto sono considerate un intervento per “l’adozione di misure finalizzate a prevenire il rischio del compimento di atti illeciti da parte di terzi”.

Per saperne di più sulle agevolazioni fiscali rimandiamo all’articolo “Detrazione Fiscale Inferriate 2018: guida alla normativa” sul sito Tecnosicur.it, che fornisce tutti i dettagli sul tema.

Un investimento in sicurezza prezioso e che fino al 31 dicembre 2018 può essere detratto fiscalmente al 50%, per scegliere la sicurezza a costi molto vantaggiosi.

Unicef denuncia: ogni tre minuti un’adolescente viene contagiata dall’HIV

Lanciato nuovo rapporto “Women: at the heart of the HIV response for children”. Nel 2017, ogni ora, circa 30 adolescenti – tra i 15 e i 19 anni – sono stati contagiati da HIV. Di questi due terzi sono ragazze

Secondo un nuovo rapporto dell’UNICEF, nel 2017, ogni ora, circa 30 adolescenti – tra i 15 e i 19 anni – sono stati contagiati da HIV. Di questi due terzi sono ragazze.

Women: at the heart of the HIV response for children (Donne: al centro della risposta all’HIV per i bambini) offre statistiche ponderate sulla epidemia globale di AIDS ancora in corso e sui suoi impatti sui più vulnerabili. L’anno scorso, 130.000 bambini e adolescenti sotto i 19 anni sono morti a causa dell’AIDS, mentre 430.000 – circa 50 all’ora – hanno contratto il virus dell’HIV.

Presentato alla Conferenza Internazionale sull’AIDS che si svolge questa settimana ad Amsterdam, il rapporto rileva che gli adolescenti continuano a sopportare il peso di questa epidemia e che i progressi del mondo fatti negli ultimi 20 anni per affrontare l’epidemia di AIDS stanno rallentando. Il rapporto mostra che: gli adolescenti tra i 10 e i 19 anni rappresentano circa i due terzi dei 3 milioni di persone – tra 0 e 19 anni – che vivono con HIV; anche se, dal 2010, le morti per tutti gli altri gruppi di età, compresi gli adulti, sono diminuite, tra gli adolescenti (15- 19 anni) non ci sono state riduzioni;

Nel 2017 circa 1,2 milioni di adolescenti tra i 15 e i 19 anni vivevano con HIV – 3 su 5 erano ragazze. La diffusione dell’epidemia tra le ragazze adolescenti è alimentata da rapporti sessuali precoci, anche con uomini più grandi, da rapporti sessuali forzati, dalla povertà e dalla mancanza di accesso a servizi di consulenza e di test riservati.

“Dobbiamo rendere le ragazze e le donne abbastanza sicure economicamente così che non debbano ricorrere alla prostituzione. Dobbiamo essere sicuri che abbiano le giuste informazioni su come si trasmette l’HIV e come proteggersi”, ha dichiarato Angelique Kidjo, Goodwill Ammassador dell’UNICEF in un contributo presente nel rapporto. “E, certamente, dobbiamo assicurare loro accesso a ogni servizio o medicina di cui abbiamo bisogno per rimanere in salute. Dobbiamo favorire soprattutto l’empowerment delle donne e delle ragazze e l’istruzione spesso è la strada migliore.”

Per contribuire a frenare l’epidemia, l’UNICEF – lavorando con UNAIDS e altri partner – ha lanciato un serie di iniziative:

“All In to end Adolescent AIDS”, che ha l’obiettivo di raggiungere gli adolescenti in 25 paesi nel mondo con il più alto numero di adolescenti che vivono con HIV;

“Start Free, Live Free, AIDS Free”, che ha l’obiettivo di ridurre il numero di nuovi contagi da HIV tra adolescenti e giovani donne a meno di 100.000 entro il 2020;

L’HIV Prevention 2020 Road Map, un piano di azione per ampliare la prevenzione dell’HIV concentrandosi su ostacoli strutturali – come leggi punitive e la mancanza di servizi adeguati – e sottolineando il ruolo delle comunità.

Secondo il rapporto, queste iniziative, e le altre precedenti, hanno portato a successi significativi nel prevenire la trasmissione materno infantile dell’HIV. Il numero di nuovi contagi tra i bambini tra 0 e 4 anni è diminuito di un terzo tra il 2010 e il 2017. Ora 4 donne in stato di gravidanza su 5 che vivono con HIV hanno accesso a cure per rimanere in salute e ridurre il rischio di trasmissione ai loro bambini. Per esempio nella regione dell’Africa Meridionale, lungo l’epicentro della crisi di AIDS, Botswana e Sud Africa adesso hanno un tasso di trasmissione materno infantile del solo 5% e oltre il 90% delle donne con HIV segue un regime di cure per l’HIV efficace. Mentre quasi il 100% delle donne in stato di gravidanza in Zimbawbe, Malawi e Zambia conosce il proprio status HIV.

“È una crisi di salute nonché una crisi di azione” ha dichiarato Henrietta Fore, Direttore generale UNICEF. “In molti paesi, le donne e le ragazze non hanno accesso a informazioni e servizi o non hanno il potere di dire no ad un rapporto sessuale non protetto. L’HIV prospera tra i più vulnerabili e ai margini, lasciando le ragazze adolescenti al centro di questa crisi. Le donne sono le più colpite dall’epidemia – sia nel numero di contagi sia in qualità di persone che si prendono cura di coloro che sono colpiti dalla malattia – e dovrebbero continuare ad essere in prima linea nella lotta contro questa malattia,” ha dichiarato Fore. “Questa lotta non è ancora finita.”

Secondo un nuovo rapporto dell’UNICEF, nel 2017, ogni ora, circa 30 adolescenti – tra i 15 e i 19 anni – sono stati contagiati da HIV. Di questi due terzi sono ragazze.

Women: at the heart of the HIV response for children (Donne: al centro della risposta all’HIV per i bambini) offre statistiche ponderate sulla epidemia globale di AIDS ancora in corso e sui suoi impatti sui più vulnerabili. L’anno scorso, 130.000 bambini e adolescenti sotto i 19 anni sono morti a causa dell’AIDS, mentre 430.000 – circa 50 all’ora – hanno contratto il virus dell’HIV.

Presentato alla Conferenza Internazionale sull’AIDS che si svolge questa settimana ad Amsterdam, il rapporto rileva che gli adolescenti continuano a sopportare il peso di questa epidemia e che i progressi del mondo fatti negli ultimi 20 anni per affrontare l’epidemia di AIDS stanno rallentando. Il rapporto mostra che:

gli adolescenti tra i 10 e i 19 anni rappresentano circa i due terzi dei 3 milioni di persone – tra 0 e 19 anni – che vivono con HIV;

anche se, dal 2010, le morti per tutti gli altri gruppi di età, compresi gli adulti, sono diminuite, tra gli adolescenti (15- 19 anni) non ci sono state riduzioni;

Nel 2017 circa 1,2 milioni di adolescenti tra i 15 e i 19 anni vivevano con HIV – 3 su 5 erano ragazze. La diffusione dell’epidemia tra le ragazze adolescenti è alimentata da rapporti sessuali precoci, anche con uomini più grandi, da rapporti sessuali forzati, dalla povertà e dalla mancanza di accesso a servizi di consulenza e di test riservati.

“Dobbiamo rendere le ragazze e le donne abbastanza sicure economicamente così che non debbano ricorrere alla prostituzione. Dobbiamo essere sicuri che abbiano le giuste informazioni su come si trasmette l’HIV e come proteggersi”, ha dichiarato Angelique Kidjo, Goodwill Ammassador dell’UNICEF in un contributo presente nel rapporto. “E, certamente, dobbiamo assicurare loro accesso a ogni servizio o medicina di cui abbiamo bisogno per rimanere in salute. Dobbiamo favorire soprattutto l’empowerment delle donne e delle ragazze e l’istruzione spesso è la strada migliore.”

Per contribuire a frenare l’epidemia, l’UNICEF – lavorando con UNAIDS e altri partner – ha lanciato un serie di iniziative:

“All In to end Adolescent AIDS”, che ha l’obiettivo di raggiungere gli adolescenti in 25 paesi nel mondo con il più alto numero di adolescenti che vivono con HIV;

“Start Free, Live Free, AIDS Free”, che ha l’obiettivo di ridurre il numero di nuovi contagi da HIV tra adolescenti e giovani donne a meno di 100.000 entro il 2020;

L’HIV Prevention 2020 Road Map, un piano di azione per ampliare la prevenzione dell’HIV concentrandosi su ostacoli strutturali – come leggi punitive e la mancanza di servizi adeguati – e sottolineando il ruolo delle comunità.

Secondo il rapporto, queste iniziative, e le altre precedenti, hanno portato a successi significativi nel prevenire la trasmissione materno infantile dell’HIV. Il numero di nuovi contagi tra i bambini tra 0 e 4 anni è diminuito di un terzo tra il 2010 e il 2017. Ora 4 donne in stato di gravidanza su 5 che vivono con HIV hanno accesso a cure per rimanere in salute e ridurre il rischio di trasmissione ai loro bambini. Per esempio nella regione dell’Africa Meridionale, lungo l’epicentro della crisi di AIDS, Botswana e Sud Africa adesso hanno un tasso di trasmissione materno infantile del solo 5% e oltre il 90% delle donne con HIV segue un regime di cure per l’HIV efficace. Mentre quasi il 100% delle donne in stato di gravidanza in Zimbawbe, Malawi e Zambia conosce il proprio status HIV.

“È una crisi di salute nonché una crisi di azione” ha dichiarato Henrietta Fore, Direttore generale UNICEF. “In molti paesi, le donne e le ragazze non hanno accesso a informazioni e servizi o non hanno il potere di dire no ad un rapporto sessuale non protetto. L’HIV prospera tra i più vulnerabili e ai margini, lasciando le ragazze adolescenti al centro di questa crisi. Le donne sono le più colpite dall’epidemia – sia nel numero di contagi sia in qualità di persone che si prendono cura di coloro che sono colpiti dalla malattia – e dovrebbero continuare ad essere in prima linea nella lotta contro questa malattia,” ha dichiarato Fore. “Questa lotta non è ancora finita.”

Salvamamme riceve in dono un autoveicolo per mamme in difficoltà

Mobilità garantita: donato a Salvamamme un veicolo per l’assistenza alle famiglie e persone con problemi di mobilità. Massimiliano Buzzanca testimonial per l’associazione

Il 25 luglio a Villa Leopardi è stato presentato il progetto: “Mobilità Garantita”, della PMG Italia Spa che ha consegnato all’Associazione “I Diritti Civili nel 2000 – Salvabebè/ Salvamamme” un veicolo, acquistato grazie alla collaborazione delle realtà produttive del territorio.

Il primo giro di prova è stato affidato all’attore romano Massimiliano Buzzanca, testimonial dell’evento, che ha ottenuto il Patrocinio del Municipio Roma II.

Il mezzo, concesso al Salvamamme in comodato d’uso gratuito, è attrezzato per mamme e bimbi e persone con problemi di mobilità, in specie donne in stato di gravidanza e con problemi di salute, con l’obiettivo di migliorare i servizi di assistenza già forniti alle famiglie, utenti dell’Associazione. Il veicolo sarà anche utilizzato nel corso di eventi e manifestazioni pubbliche, nonché in ogni caso di necessità e situazioni emergenziali, per garantire il primo supporto alle madri con figli piccoli. L’Associazione cercherà di rispondere alle richieste degli utenti ogni volta che sarà possibile, nei limiti del calendario degli impegni e coglierà anche questa occasione per continuare l’importante opera di sensibilizzazione sull’uso del seggiolino, per questo che sono state invitate a partecipare le mamme dell’Associazione con i neonati.

In rappresentanza del Municipio Roma II, è intervenuta la Presidente, Francesca del Bello, la Presidente dell’Associazione Salvamamme, Maria Grazia Passeri, Marco Accorsi e Alessandra Cucco della PMG Italia S.p.A. Presente anche l’Assessore alle Politiche Sociali e Sanitarie, Cecilia D’Elia.

Al termine della cerimonia il produttore Claudio Alfredo Alfonsi ha presentato il cortometraggio “L’altra metà della luce”, che affronta il delicato tema del rapporto tra una signora anziana e la sua badante.

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