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Italiani nel Mondo

In fondo, è tutta una questione di identità— Basically it is all a question of identity

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Tempo di lettura: 10 minuti
di emigrazione e di matrimoni

In fondo, è tutta una questione di identità

Gli ultimi due articoli (1° articolo, 2° articolo ) hanno preso spunto da scambi sui social che ogni giorno hanno un ritmo prevedibile in cui la lingua italiana, e anche un aspetto particolare della nostra Cultura, la cucina, invece di unirci ci dividono perché dimostrano che le nostre comunità in giro per il mondo, e qui comprendiamo ANCHE gli italiani in Italia, hanno differenze notevoli di età, lingua, usanze e tradizioni.

Però, man mano che stavamo finendo il secondo articolo in cui abbiamo mostrato episodi in Italia, che ci fanno ricordare benissimo che la nostra emigrazione non si limita solo a chi prese un bastimento per un altro continente, ma anche treni per altre regioni d’Italia, abbiamo capito fin troppo bene che non abbiamo avuto ancora una risposta definitiva al famoso commento di Massimo D’Azeglio del 1861: “Fatta l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani”

E, come diremo in fondo all’articolo, è una questione che condividiamo con due altri paesi che sorprenderebbe molti nostri lettori.

Ogni giorno sulle pagine dei social vediamo post come “Cosa pensate di questo…”(con foto di un piatto), oppure “Chi altro da giovani ha avuto questa esperienza particolare con i genitori?”, oppure, e non solo sulle pagine degli italo-Americani, “siamo tutti cresciuti con queste parole/frasi” presentando un elenco che è ovviamente composta da parole/frasi dialettali che sono cambiate nel corso delle generazioni in modo del tutto naturale in paesi di altre lingue e dove non insegnavano l’italiano.

E nello scrivere i due articoli, e quindi legare insieme molti fili e scambi online, alcuni molto accesi tra italiani all’estero e italiani in Italia, ci siamo resi conto che questi scambi avevano una cosa in comune; erano tutti espressioni d’essere “italiani”, oppure “italo-XXX”, non importa in quale paese o continente, cioè italiani, e non necessariamente cittadini, nati e/o cresciuti all’estero.

Queste pagine hanno tutte in comune una qualità non sempre ovvia a chi non è mai andato oltre il confine del Bel Paese o persegue l’intento vergognoso di prendere in giro gli italiani all’estero, hanno la volontà di condividere le proprie esperienze da emigrati, oppure figli o discendenti di emigrati, all’estero ED in Italia.

E nel mostrare le proprie esperienze, e chiedere pareri agli altri utenti, chi fa i post esprime il desiderio di volere vedersi confermato(a) come “italiano(a)”. 

E questa tendenza viene doppiamente confermata con i numerosi post di chi vuole far vedere i risultati delle prove di DNA e anche il grido di sdegno di chi vede segni di altre nazionalità in questo controllo scientifico.

E chi fa queste prove dimentica qualcosa che non è da poco conto, il DNA dimostra da dove veniamo, ma NON dimostra chi siamo perché ciascuno di noi è il risultato di dove è nato, dove è cresciuto, gli studi fatti (o non fatti), ecc., ecc. Per cui siamo tutti diversi, perché ci son differenze notevoli tra regioni in Italia e quindi non deve assolutamente stupire che ci sono differenze ancora più grandi tra gli italiani all’estero.

Per dare un esempio già citato nel passato, una volta un utente di Ravenna ha definito come “roba da arabi” un piatto meridionale, “la capuzzella”, cioè la testa di agnello cotta nel forno, dimostrando che nemmeno lui sapeva quel che contiene la nostra piccola penisola ed invece va in giro sul web a criticare gli italiani all’estero per piatti che lui non conosce ma che hanno origini in Italia.

Quando trattiamo con gli italiani, tutti gli italiani, dobbiamo riconoscere che queste differenze son naturali ed il risultato di innumerevoli fattori che cambiano non solo da generazione a generazione, ma anche di anno in anno, come sentiamo chiaramente ogni volta che ascoltiamo la nostra musica alla radio, oppure alla TV, e che ha subito cambi enormi dalla seconda guerra mondiale in poi, come ogni altro aspetto del nostro paese…

Allora, per poter definire chiunque, non importa dove nato e/o cresciuto, dobbiamo considerare ogni aspetto della vita di ogni individuo.

E qui dobbiamo tirare le orecchie a coloro all’estero che si considerano “100% italiano” solo in base ai nonni o bisnonni, ma non parlano l’italiano e sanno pochissimo del loro paese di origine. Se davvero vogliono essere più “italiani” la soluzione è semplice, comincino ad imparare la nostra lingua e studiare la nostra Storia…

Vogliamo essere tutti accettati dagli altri, ma dobbiamo anche capire che siamo individui e voler essere come gli altri non è altro che negare un aspetto della propria identità.

Difatti, e proprio per questi motivi, sarebbe interessante chiedere a coloro all’estero che si dichiarano “100% italiano” se questo vuol dire che rinnegano quella parte della loro identità dovuta al paese dove sono nati e/o cresciuti…

Per questi motivi utilizzare ragionamenti semplicistici per definire cosa vuol dire essere italiani non è altro che una forma di apartheid, cioè razzismo perché apriremmo le porte a scegliere criteri che escluderebbero molti dalla definizione del “italiano puro”.

E per dimostrare questo, basta fare una domanda molto scomoda per alcuni; essere “italiani” vuol dire per forza bisogna essere “cattolici”? E la risposta è certamente assolutamente NO, perché questa penisola ha sempre avuto altre religioni, partendo dagli ebrei portati qui dai romani oltre duemila anni fa e quindi con il pieno diritto di chiamarsi italiani, anche se proprio questo è successo in Italia non tanti anni fa in termini storici, in uno dei periodi più bui della nostra Storia…

Quindi non utilizziamo differenze di lingua e/o tradizioni e usanze per creare barriere tra gruppi in Italia e tra l’Italia e gli italiani all’estero.

Accettiamo che essere italiani vuol dire molte cose e che essere “italo-XXX” non dovrebbe essere un titolo di spregio come fanno alcuni, ma un titolo d’onore di chi ha avuto esperienze che non poteva avere in Italia, e per capire che questo problema non è proprio italiano, guardiamo due altri paesi avanzati, che sorprenderanno i nostri lettori.

Il primo è l’India che non solo ha una popolazione enorme, ma contiene centinaia di lingue, tradizioni e religioni. Con gente dagli occhi blu alla pelle scurissima, ed il cinema indiano spesso fa proprio queste domande perché le cronache degli ultimi anni dimostrano i risultati dell’insofferenza nel paese a chi è diverso.

Il secondo paese è gli Stati Uniti d’America che negli ultimi anni ha avuto grandi problemi di differenze interne, per cui il grande dibattito sull’aborto non è il problema, ma un sintomo di differenze essenziali che il paese deve affrontare in modo serio nel prossimo futuro.

Allora, smettiamola di timbrare la gente come “italiani” in base a pregiudizi ed ignoranza, ma cominciamo a capire che “italiano” è chiunque  opera in modo da portare onore al paese, anche nel lavoro più umile, e questo vale anche e soprattutto per gli italiani all’estero che non sono estranei, ma sono i nostri amici e parenti nel vero senso di queste due bellissime parole. 

E finiamo l’articolo con una domanda: cosa direbbe Massimo D’Azeglio nel sapere che 161 anni dopo la fondazione del Regno d’Italia non abbiamo ancora finito il lavoro iniziato dal Risorgimento?

 

Basically it is all a question of identity

The last two articles (1° articolo, 2° articolo ) were inspired by exchanges on the social media that every day have a predictable rhythm in which the Italian language and also a particular aspect of our Culture, the cuisine, which, instead of uniting us, divide us because they show that our communities around the world, and here we ALSO include the Italians in Italy, have notable differences in age, language, customs and traditions.

However, as we were finishing the second article in which we showed episodes in Italy that make us understand remember very well that our migration is not limited only to those who took a ship for another continent but also trains for other regions in Italy itself, we understood all too well that we have not yet had a definitive response to a famous comment by Massimo D’Azeglio in 1861, “Fatta l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani” (Having made Italy, now we have to make the Italians).

And, as we will say at the end of the article, this is a question that we share with two other countries that will surprise many of our readers.

Every day on the social media pages we see posts such as (with a photo of the dish) “What do you think of this…” or “Who else as a child had these particular experiences with their parents?”  or, and not only on the Italian American pages, “We all grew up with these words/phrases” presenting a list that is obviously made up of words/phrases that have changed over the generations in a completely natural way in countries with other languages and where they do not teach Italian.

And in writing the two articles and therefore tying together many threads and online exchanges, some of them very heated between Italians overseas and Italians in Italy, we understood that these exchanges had one thing in common; they were all expressions of being “Italian”, or “Italo-XXX”, no matter in which country or continent, that is Italian and not necessarily citizens, born and/or raised overseas.

These pages all share one quality that is not always obvious to those who have never gone beyond Italy’s borders or have the shameful desire to make fun of the Italians overseas, they wish to share their experiences as migrants or the children or descendants of migrants, overseas AND in Italy.

And in displaying their experiences and asking the opinions of other users those who write the posts express their desire to be confirmed as “Italian”.

And this trend is confirmed twice over by the many posts of those who want to show the results of their DNA tests and also the cries of dismay of those who see signs of other nationalities in this scientific test.

And those who do these things forget something that is not at all insignificant, the DNA shows where we come from and does NOT demonstrate who we are because each one of us is the result of where we are born, where we grew up, the studies done (or not done), etc, etc. So we are all different because there are notable differences between regions in Italy and therefore we must not absolutely be surprised that there are even greater differences between the Italians overseas.

To give an example already mentioned in the past, once a user from Ravenna defined as “Arabian stuff” a southern Italian dish, “la capuzzella”, the oven roasted head of a lamb, that showed us that not even he knew what our very small peninsula contains and instead he goes onto the web to criticize Italians overseas for dishes that he does not know but have their origins in Italy.

And when we talk about Italians, all Italians, we must recognize that these differences are natural and the result of countless factors that change not only from generation to generation but also from year to year, as we clearly hear every time we listen to our music on the radio or on TV which has undergone huge changes since World War Two, like every aspect of our country…

So, in order to define anyone, no matter where he or she was born and/or raised, we must consider every aspect of the life of each individual.

And here we must scold those people overseas who consider themselves as “100% Italian” only on the basis of their grandparents or great grandparents but do not speak Italian and know very little of their country of origin. If they really want to be more “Italian” the solution is simple, they must start to learn our language and study our history…

We all want to be accepted by the others but we must also understand we are individuals and wanting to be like the others is nothing more than denying an aspect of one’s identity.

In fact, and for these very reasons, it would be interesting to ask those people overseas who declare “100% Italian% if this means they deny that part of their identity due to the country where they were born and/or raised…

For these reasons using simplistic reasoning to define what it means to be Italian is nothing more than a form of apartheid, in other words racism, because we would open the doors to choosing criteria that would exclude many from the definition of “pure Italian”.

And to demonstrate this we only have to ask a question that is very uncomfortable for some people; does being “Italian” necessarily mean being “Catholic”? And the answer is certainly and absolutely NO because this peninsula has always had other religions, starting with the Jews brought here by the Romans more than two thousand years ago and therefore fully entitled to call themselves Italians, even if precisely this happened in Italy not many years ago in historical terms in one of the darkest periods of our history…

Therefore we must not use differences in language and/or traditions and customs to create barriers between groups in Italy ad between Italy and Italians overseas.

Let us accept that being Italian means many things and that being “Italo-XXX” should not be a title of contempt as some do but an honourable title for those who have had experiences they could not have had in Italy and to understand that this problem is not only Italian let us look at two other advanced countries, which will surprise many readers.

The first is India that has not only an enormous population but has countless languages, traditions and religions. With blue eyed people to very dark-skinned people and Indian cinema often asks these very questions because the press reports in recent years have been full of the results of the intolerance in the country towards those who are different.

The second country is the United States of America that in recent years has had major internal differences for which the great debate on abortion is not the problem but a symptom of essential differences that the country must seriously address in the near future.

So, let us stop labelling people as “Italians” according to prejudices and ignorance but let us start to understand that “Italian” is whoever works in such a way that brings honour to the country, also in the humblest job, and this also and above all applies to the Italians overseas who are not strangers but our relatives and friends in the true meaning of these two wonderful words.

And we end this article with a question: what would Massimo D’Azeglio say if he knew that 161 years after the foundation of the Kingdom of Italy we have still not finished the job started by the Risorgimento?

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