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Il petrolio come garanzia: come Washington ha preso un quinto delle riserve venezuelane

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Il 29 agosto 2026 Donald Trump ha annunciato su Truth Social quello che ha definito “il più grande accordo petrolifero nella storia del mondo”.

di Antonio Martinelli Carraresi

Il 29 agosto 2026 Donald Trump ha annunciato su Truth Social quello che ha definito “il più grande accordo petrolifero nella storia del mondo”. Dietro la retorica tipicamente trumpiana si nasconde un evento che merita una lettura più fredda: gli Stati Uniti hanno ottenuto il controllo diretto di circa 65 miliardi di barili di riserve petrolifere venezuelane, pari a un quinto del totale accertato del Paese (oltre 300 miliardi di barili, le maggiori riserve provate al mondo). L’Assemblea nazionale venezuelana ha successivamente ratificato l’intesa, che riguarda 17 giacimenti e prevede concessioni di durata pluridecennale.

Da Maduro a Rodríguez: la cornice politica dell’accordo

Per comprendere la portata dell’operazione occorre partire dal contesto in cui matura. Sette mesi prima, a gennaio 2026, Nicolás Maduro è stato catturato in seguito a un’operazione militare statunitense, ponendo fine a oltre due decenni di chavismo al potere. Al suo posto si è insediata Delcy Rodríguez, già vicepresidente del governo Maduro, ora alla guida di un esecutivo ad interim la cui legittimità resta oggetto di dibattito, ma che di fatto governa un Paese economicamente dissanguato e privo di alternative credibili al riavvicinamento con Washington.

È un paradosso non da poco: la stessa Rodríguez che nel 2024 accusava l’opposizione di voler “consegnare agli Stati Uniti le ricchezze del Paese, a partire dal petrolio”, firma oggi un’intesa che fa esattamente questo. Il governo interinale presenta l’accordo come “storico” e capace di generare un flusso di investimenti — circa 100 miliardi di dollari, secondo le cifre diffuse da Caracas — destinato a ricostruire le infrastrutture dell’industria petrolifera nazionale, in condizioni di degrado dopo anni di sottoinvestimento e sanzioni.

I termini: cosa ottiene Washington

L’architettura dell’accordo è ancora parzialmente opaca, ma alcuni elementi sono chiari. Un veicolo societario riconducibile agli Stati Uniti entrerebbe nel capitale con una partecipazione pubblica e diritti di governance significativi, oltre a un diritto di acquisto a prezzo di costo su una quota della produzione. Il Dipartimento della Difesa americano, secondo quanto dichiarato dal segretario di Stato Marco Rubio, disporrebbe di un conto speciale per acquisire questa percentuale degli asset. Restano da chiarire il ruolo della compagnia di Stato PDVSA — che sotto Maduro deteneva per legge almeno il 60% nelle “imprese miste” — e l’identità definitiva dell’operatore privato coinvolto.

Rodríguez ha inoltre corretto alcuni dettagli forniti da Trump: la durata del progetto sarebbe di 25 anni e non di un secolo come inizialmente lasciato intendere, con un obiettivo produttivo superiore a 1,5 milioni di barili al giorno e un ritorno stimato per lo Stato venezuelano di circa 209 miliardi di dollari nell’arco dell’accordo, equivalenti a 19 dollari per barile estratto.

Perché ora: petrolio, sanzioni e midterm

La tempistica non è casuale. Le riserve strategiche statunitensi si trovano al livello più basso dal novembre 1982, conseguenza degli sforzi per calmierare i prezzi del greggio in un contesto reso instabile dalla guerra in Medio Oriente e dalle tensioni nello stretto di Hormuz. Trump ha incontrato i vertici delle compagnie petrolifere alla Casa Bianca proprio nel tentativo di raffreddare i prezzi alla pompa, e ha collegato esplicitamente l’intesa venezuelana a questo obiettivo, promettendo un calo “sostanziale” dei prezzi della benzina in vista delle elezioni di midterm di novembre, nelle quali il Partito repubblicano rischia di perdere il controllo del Congresso.

In questa lettura, l’accordo con Caracas non è soltanto una mossa energetica ma un tassello della strategia elettorale interna dell’amministrazione: un modo per mostrare risultati tangibili sul fronte dei prezzi dell’energia, capitalizzando su una posizione di forza geopolitica acquisita con la caduta di Maduro.

Le reazioni e i nodi aperti

Non mancano le voci critiche. L’ex ministro del Petrolio Manuel Quevedo ha parlato di un Paese trasformato nel “Dubai dei Caraibi”, accusando il governo Rodríguez di svendita. Sul piano internazionale, la portavoce del ministero degli Esteri russo ha inserito l’accordo in una narrazione più ampia sull’uso occidentale delle crisi regionali a proprio vantaggio. Caracas starebbe inoltre valutando un’uscita dall’OPEC, mossa che avrebbe conseguenze non banali sugli equilibri del cartello e sulla capacità dei produttori mediorientali di coordinare l’offerta.

Resta poi la questione di fondo: un quinto delle riserve provate di un Paese passa sotto il controllo diretto di una potenza straniera senza un vero processo di legittimazione democratica interna. È un precedente che va oltre il caso venezuelano e che si inserisce in una tendenza più ampia della politica estera statunitense recente — l’uso di risorse naturali come garanzia geopolitica, sul modello già sperimentato con altri accordi minerari — in un momento in cui il multilateralismo energetico tradizionale, penalizzato da OPEC+ indebolito e mercati frammentati, lascia sempre più spazio ad accordi bilaterali asimmetrici.

Per l’Europa, che osserva la vicenda da spettatrice, l’episodio offre un’indicazione utile sulla direzione che la competizione per le risorse energetiche sta prendendo: non più solo prezzo e approvvigionamento, ma controllo diretto degli asset a monte della filiera. Una lezione che difficilmente resterà confinata all’emisfero occidentale.

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