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Italiani nel Mondo

Le voci di casa— The voices of home

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Tempo di lettura: 9 minuti
di emigrazione e di matrimoni

Le voci di casa

Per gli emigrati la vita è una miscela eterna di lavoro per il futuro, spesso il motivo dell’emigrazione, e anche di ricordare chi hanno lasciato a casa. Questi legami sono importantissimi e molto spesso i ricordi vengono spontaneamente, e molto spesso si accompagnano ad aromi, sapori, pezzi di musica e anche scene di film.

Però,  c’è un aspetto della vita degli emigrati italiani che oggi abbiamo dimenticato e allora vogliamo raccontare due incidenti che fanno capire che, benché la nostra lingua ci definisce e abbiamo l’obbligo di insegnarla nel mondo, partendo dai discendenti dei nostri emigrati, la nostra identità è sì legata alla lingua che parliamo, però, nella maggioranza dei casi nel corso della nostra Storia,  NON è l‘italiano e, come il lettore leggerà nel primo episodio, questo vale anche per chi è emigrato all’interno dell’Italia stessa.

Una mattina dei primi giorni di febbraio 1973, io, i miei genitori e mio fratello Tony stavamo tornando al paese di mamma nel Lazio dopo aver lasciato la famiglia di papà in Calabria.  Quella partenza era stata straziante.

Quella mattina, avevo quasi diciassette anni e ho cominciato a capire il vero dolore delle partenze che segnano tappe della nostra vita da emigrati. Dovevo tornare a scuola in Australia ma nel mio cuore volevo rimanere in Italia per capire di più dei miei parenti, che avevo conosciuto di persona solo due mesi prima all’inizio del viaggio.

Nessuno parlava nella macchina, non c’erano parole per descrivere quella tristezza. L’unica cosa bella era la decisione di papà di viaggiare lungo la costa tirrenica della Calabria invece della strada lungo la costa ionica come avevamo fatto due volte in quelle settimane di emozioni forti.

Ad un certo punto un poliziotto della Stradale su una Moto Guzzi si è avvicinato per segnalare a papà di fermarsi. La procedura è iniziata nel modo tradizionale con la richiesta dei documenti di papà come autista, per fare poi una richiesta strana, i documenti di tutti.

Il poliziotto ha controllato i documenti, ma non ha fatto alcun segno di ridarceli, ha fatto solo uno sguardo strano, quasi triste. In ogni caso, ha continuato, in modo molto cortese, a fare domande su come ci trovavamo in Australia, perché eravamo tornati in Italia e cosa abbiamo fatto nel corso dei due mesi. Era ovviamente deluso dalla sua decisone di fermarci, ma non ne capivamo il motivo.

Alla fine mamma ha fatto la domanda che tutti volevamo fare “Scusi, ma perché ci ha fermati?”

Lui ha avuto un momento di imbarazzo, per poi dire nel suo accento campano, “Ho notato  che la targa della vostra macchina è di Caserta, e vi ho fermati sperando di sentire le voci del mio paese”

È stata mamma a dire, ”Capiamo la sua emozione, anche noi sentiamo la mancanza delle voci dei nostri parenti e amici”

Lui ha annuito prima di spiegare che non tornava a casa da quasi un anno e aveva il desiderio di poter parlare il suo dialetto.

Quello fu uno dei momenti che ricordo di quel viaggio perché è stata una chiave per poter trovare la mia identità nel corso degli anni.

Poi, quasi vent’anni dopo un amico di Faenza girava per il Parco Nazionale di Cleland nelle colline vicine ad Adelaide, Australia. Lui e la fidanzata erano in Australia per fare un giro anticipando l’epoca moderna dei working holiday che ora sono molto di voga per i giovani italiani. Lui e la fidanzata hanno fatto un salto nel sentire un’imprecazione in romagnolo. Era un altro romagnolo con la sua fidanzata.

Ed in questo modo quei turisti romagnoli hanno sentito tutta la forza di quel legame che solo chi ce l’ha può capire.

Queste erano le voci delle famiglie italiane sia in Italia che all’estero, come anche le voci degli emigrati e le esperienze dei milioni di italiani che hanno deciso di emigrare nelle regioni del nord dove i dialetti, le tradizioni, le usanze, la cucina, e quasi ogni aspetto della vita erano diverse dai paesi di origine.

E la lezione da imparare da queste esperienze è che, nel programmare come promuovere la nostra lingua all’estero, dobbiamo capirle fino in fondo la forza delle emozioni legate a loro.

E dobbiamo dire, con tristezza, che proprio queste esperienze non sono considerate perchè i nostri addetti alla promozione della nostra lingua NON tengono conto quando programmano le campagne all’estero, che i figli e gli altri discendenti dei nostri emigrati, particolarmente coloro che non hanno mai avuto la possibilità di visitare il Bel Paese, non sanno che quel che parlavano, anzi, in molti casi ancora parlano, non è l’italiano.

Però, abbiamo anche l’obbligo di ricordare un altro fatto della lingua italiana parlata all’estero.

Dobbiamo ricordare che quelli che parlavano il dialetto avevano quasi tutti fatto poca scuola in Italia per cui il loro vocabolario non era grande ma limitato a quel che avevano visto nei loro paesi di nascita, molto spesso in zone agricole.

Per questo motivo quando incontravano cose nuove non conoscevano le parole italiane per le nuove strutture, istituzioni, ecc., e di conseguenza adottavano le parole locali, magari italianizzandole, cosa che poi spesso creava equivoci con i parenti in Italia.

Il risultato di tutto questo è che quel che parlano i figli/discendenti degli emigrati è una miscela di dialetto, italiano e lingua locale, che descrive una realtà profonda. Ogni paese ha una versione diversa della nostra lingua secondo le condizioni locali.

E anche in questo caso, abbiamo l’obbligo di documentare questi cambi di lingua perché ANCHE questo fa parte della Storia dell’Emigrazione Italiana che non abbiamo affatto studiato al livello che merita.

Quindi ricordiamoci la forza della lingua e l’effetto emotivo e funzionale di parlare e capire la nostra lingua all’estero. Non è proprio quel che molti in Italia pensano perché le loro idee sulla realtà della nostra Emigrazione sono troppo limitate.

Ed è ora che iniziamo veramente a capire queste differenze, non solo per il dovere di documentarle, ma anche per un motivo altrettanto importante.

Capire queste differenze ci fa comprendere come meglio promuovere la nostra Cultura all’estero, partendo proprio dalla nostra lingua. E questo non è un concetto campato in aria perché solo promuovendo per bene la nostra Cultura molte persone in Italia capirebbero quel che il resto del mondo capisce già da anni.

Al contrario di una affermazione sfortunata di un nostro ministro del passato, con la Cultura si mangia, non solo bene, ma benissimo. Ma per poterlo fare dobbiamo finalmente capire il nostro pubblico potenziale ed in questo siamo ancora solo nei primissimi passi…

The voices of home

For migrants life is an eternal mixture of working for the future, often the reason for migration, and also remembering those they left at home. These links are very important and very often the memories come spontaneously with aromas, flavours, pieces of music and also scenes from films.

However, there is an aspect of the lives of Italian migrants that we have forgotten today and so we want to tell two stories that makes it clear that, although our language defines us and we have an obligation to teach it around the world, starting with the descendants of migrants, that our identity is yes, tied to the language we speak, however, in the majority of cases in the course of the history of our migration it is NOT Italian and, as the readers will see in the first episode, this also applies to those who migrated within Italy itself.

One morning in early February 1973 me, my parents and my brother Tony were going back to my mother’s home town in Lazio after having left my father’s family in Calabria. That departure was heartbreaking.

That morning I was almost 17 years of age and I began to understand the real pain of departures that marked the stages of our lives as migrants. I had to go back to school in Australia but in my heart I wanted to stay in Italy to understand more about the relatives that I had met in person only two months before at the start of the trip.

Nobody spoke in the car and there were no words to describe that sadness. The only good thing was the papà had decided to travel along the Tyrrhenian coast of Calabria instead of along the Ionian coast as we had done twice in those weeks of strong emotions.

At one point a member of the Polizia Stradale (Traffic Police) on his motorcycle pulled alongside to signal papà to stop. The procedure began on the traditional way with the request for papà’s documents as the driver to then make a strange request, asking for everyone’s documents.

The policeman checked the documents but he gave no sign of giving them back, he only had a strange, almost sad, expression. In any case, he continued, in very polite way, to ask questions of how we were in Australia, why we had come back to Italy and what we had done over the two months. He was obviously disappointed by his decision to stop us but we could not understand the reason.

In the end mamma asked the question we all wanted to ask, “Excuse me, but why did you stop us?”

He had a moment of embarrassment to then tell us in his accent from the Campania region, “I saw that the plates on your car were from Caserta (Campania) and I stopped you hoping to hear the voices of my home town”

It was my mother who said, “We understand your feelings, we too miss the voices of our relatives and friends”

He nodded before explaining that he had not gone back home for almost a year and had a desire to speak in his dialect.

That was one of the moments I remember of that trip because it was a key to being able to find my identity over the years.

Then, almost 20 years later, a friend from Faenza was walking around Cleland National Park in the hills above Adelaide, Australia. He and his fiancée were in Australia to make a trip anticipating the modern period of working holidays that is so much in vogue for young Italians.  He and his fiancée stopped when they heard a curse in Romagnolo dialect. It was another Romagnolo with his fiancée.

And in this way those tourists from Romagna felt all the strength of that link that only those who have felt it understand.

These were the voices of Italian families both in Italy and overseas, as they were the voices of the migrants and the experiences of millions of Italian who decided to migrate to the regions of the north where the dialects, tradition customs, cuisine and almost every aspect of life were different from the hometowns.

And the lesson to be learned from these experiences is that, in planning how to promote our language overseas, we must understand them fully and the strength of the emotions tied to them.

And we must also sadly say that these very experiences are not considered when our experts in the promotion of language do NOT consider them when they plan the overseas campaigns because the children and other descendants of our migrants, especially those who have never had the opportunity to visit Italy, do not know that they spoke, indeed in many case still speak, is not Italian.

However, we also have an obligation to remember another fact about the Italian language spoken overseas.

We must remember that almost all those who spoke in dialect had little schooling in Italy so their vocabulary was not large and limited to what they had seen in their hometowns, very often in rural areas.

For this reason, when they encountered new things they did not know the Italian words for the new structures, institutions, etc and consequently they adopted local words, maybe  Italianizing them, that then created misunderstandings with the relatives in Italy.

The result of all this is what the children/descendants of migrants speak is a mixture of dialect, Italian and the local language which means a profound reality. Every country has a different version of our language depending on the local conditions.

And even in this case, we have an obligation to document these changes of language because these TOO are part of the history of Italian Migration that we have not at all studied at the level it deserves.

Therefore, let us remember the strength of the language and the emotional and functional effects of speaking and understanding our language overseas. It is not at all what many people in Italy think because their ideas of the reality of our Migration are too limited.

And it is time we really began to understand these differences, not only to have to document them but also for an equally important reason.

Understanding these differences lets us understand how to best promote our Culture overseas, starting precisely with our language. And this is not a far-fetched concept because only by promoting our Culture well would many people in Italy understand what many people around the world have understood for years.

Unlike an unfortunate “saying” by one of our treasurers of the past, we do eat with Culture, not well, but very well. But to be able to do this we must finally understand our potential public and in this we are still only in the very first steps…

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