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Italiani nel Mondo

Quel che ci divide, l’Italiano— That which divides us, Italian

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Tempo di lettura: 9 minuti
di emigrazione e di matrimoni

Quel che ci divide, l’Italiano

Il titolo di questo articolo sembrerà strano a molti lettori e non solo all’estero. Più che il luogo di nascita, l’Italia appunto, quel che ci distingue di più è la nostra lingua, ma è anche un fattore che causa divisioni non solo per un aspetto che condividiamo con moltissime altre lingue, ma anche perché, purtroppo, pensiamo in termini di chi emigra oggigiorno e non ci ricordiamo più la realtà di chi emigrava fino a non tanti anni fa, e questo condiziona quello che molti italiani in Italia ora pensano degli italiani all’estero, compresi i discendenti che pagano un prezzo doloroso di quel che in fondo non è colpa loro.

Il fattore di come la nostra lingua divide in Italia è uno che condividiamo con molte altre lingue. Abbiamo una forma informale e una formale quando parliamo con altri e anche nello scrivere. Quindi utilizziamo il tu con parenti e amici che ci fa sentire più vicini a loro. Invece utilizziamo il “lei” quando incontriamo persone che non conosciamo, oppure con professionisti, polizia, medici, e così via.

Certo, è una forma di cortesia, ma questa deferenza linguistica verso gli altri crea una barriera tra persone che spesso ha altri effetti, ed in modo particolare con una sfera che è sempre nei giornali, la politica. Molti non oserebbero utilizzare il tu con un politico, un sindaco del paese (soprattutto le città più grandi) e persino con assessori e burocrati che incontriamo spesso nella vita, ed è anche questo che ha portato alla creazione di una “casta” come il giornalista Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo hanno definito i privilegi dei politici che non si mettono a disposizione degli altri cittadini e che è diventato il titolo di un loro libro di grande successo nel 2007.

Ma altri paesi importanti, in modo particolare quelli di lingua inglese come il Regno Unito, gli Stati Uniti, l’Australia, il Canada, ecc., non hanno più il “thee” e “ye” che erano le forme informali e formali di una volta.

Anche se la lingua inglese è capace di fare grandi giri di parole, il rapporto tra elettori ed eletti è più stretto di quel che vediamo nei paesi dove la forma formale della lingua locale crea rapporti distaccati ed impersonali e questo distacco non è sano per qualsiasi democrazia moderna dove, almeno nelle Costituzioni delle democrazie, la parità di diritti e trattamento è garantita.

Ora guardiamo come l’italiano crea barriere tra gli italiani in Italia e gli italiani all’estero.

Ovviamente la lingua ci distingue all’estero e non credo non esista turista italiano all’estero che non abbia sentito un’emozione forte nel sentire qualcun altro parlare la nostra lingua. Che ci fa capire come la lingua ci distingue dagli altri.

Negli ultimi anni i social hanno creato un potenziale enorme per avvicinare gli italiani all’estero con il loro paese d’origine, anche da parte di discendenti quarta, quinta e oltre generazioni. Purtroppo, mentre molti vanno online proprio con questa intenzione, ogni giorno vediamo chi non ha colto questi mezzi nel modo giusto.

Infatti, oggi accade un fenomeno triste online con italiani in Italia che hanno scoperto un modo vergognoso di divertirsi, e cioè prendere in giro gli italiani all’estero e non solo per le ricette, ma anche per la lingua che parlano.

Già di per sé questi “divertimenti” sono sgradevoli e ora le pagine hanno iniziato a bloccare chi li fa, però questa incoscienza immatura rivela un aspetto della nostra emigrazione che gli italiani in Italia ovviamente non conoscono.

Hanno dimostrato che non sanno che fino a pochi anni fa in termini storici, la stragrande maggioranza dei nostri emigrati era analfabeta.

Quindi, quando il discendente di emigrati cerca di utilizzare la lingua che parlavano i nonni, utilizzano memorie infantili, magari di decenni fa, dunque memorie cambiate del tempo, come succede a tutti, e nel leggere gli elenchi di parole che le pagine mettono regolarmente, un fatto è ovvio a chi le legge con la mente aperta.

Quel che ricordano e cercano di capire non sono parole in italiano, bensì parole in dialetto. Dunque quel che loro conoscono come italiano è qualcosa che deriva del dialetto d’origine dei genitori, nonni, bisnonni, ecc. Di conseguenza, quando gli incoscienti in Italia li prendono in giro per il loro “italiano” pessimo, non fanno altro che offendere i ricordi più cari di noi tutti ed è naturale che gli scambi diventino molto aggressivi da entrambe le parti.

Ho visto italiani in Italia dire “ma voi come fate a non sapere XXX, o YYY dell’Italia?”  e qui dimostrano che la loro ignoranza degli italiani all’estero è causata da una loro ignoranza ancora più vergognosa, quella della Storia della nostra Emigrazione che dovrebbe essere insegnata in Italia perché ha condizionato lo sviluppo dell’Italia in moltissimi modi da oltre un secolo e mezzo.

La risposta alla loro domanda sciocca su come fanno i discendenti a non sapere qualcosa dell’Italia è di una semplicità disarmante e triste. Un motivo per cui non lo sanno è perché non esisteva ancora la tv con documentari, e anche perché quando i loro genitori/nonni/bisnonni son emigrati, quasi sempre non avevano mai viaggiato in Italia fuori dai loro paesi di nascita.

E per capire in fondo perché i discendenti degli emigrati non conoscono l’italiano è anche perché non hanno mai avuto l’opportunità di impararlo a scuola per cui, se l’avessero imparato avrebbero capito che la lingua in casa era un dialetto e non l’italiano.  Senza dimenticare che ci sono famiglie che, per evitare le inevitabili discriminazioni e pregiudizi verso i figli, decisero di NON parlare la lingua in casa per assicurare che i figli diventassero il più “americani”, “australiani”, “argentini”, ecc. possibile.

Però, dobbiamo anche riconoscere che l’Italia non ha mai fatto abbastanza per incoraggiare i discendenti dei nostri emigrati a volere imparare la nostra lingua ed i social che hanno ispirato questo articolo dimostrano un aspetto che molti in Italia, partendo dai responsabili per insegnare la nostra lingua all’estero, non hanno ancora capito.

Se i discendenti dei nostri emigrati hanno creato queste pagine social per sapere di più delle loro origini, dobbiamo TUTTI capire che questo vuol dire che anche dopo varie generazioni si sentono almeno in parte italiani e dobbiamo aiutare loro non solo a rintracciare le loro famiglie in Italia, ma anche aiutarli a poter imparare quel che le loro scuole non hanno mai fatto, il loro Patrimonio Culturale che non è secondo a nessuno nel mondo.

E questo NON si fa prendendoli in giro, come fanno gli incoscienti in Italia, ma aiutandoli a poter capire finalmente le loro origini e di conseguenza renderli consapevoli che conoscere le loro origini è davvero una fonte di orgoglio…

 

That which divides us, Italian

This article’s headline may seem strange to many readers and not just overseas. More than the place of birth, Italy precisely, what distinguishes us most is our language but it is also a factor that causes divisions not only due to an aspect that we share with many other languages, but also because we often think in terms of those who migrate today and we no longer remember the reality of those who migrated until many years ago and this conditions how many Italians in Italy now think about the Italians overseas, including the descendants who pay a painful price for what basically is not their fault.

The factor of how our language divides in Italy is one we share with many other languages. We have informal and formal forms when we speak with others, and also in writing. Therefore we use “tu” with relatives and friends and this makes us feel closer to them. On the other hand, we use “lei” when we meet people we do not know, or with professionals, police, doctors, etc, etc, etc.

This is of course a form of courtesy but this linguistic deference towards others creates a barrier between people that often has other effects, and especially with a world that is always in the newspapers, politics. Many would not dare use “tu” with a politician, a town’s mayor /above all the biggest cities), and even with town councillors and bureaucrats that we often meet in life and this is also what led to the creation of the “casta” (caste) as journalists Gian Antonio Stella and Sergio Rizzo defined the privileges of the politicians that are not available to other citizens and became the title of their highly successful book in 2007.

But other major countries, especially the English speaking countries such as the United Kingdom, the United States, Australia, Canada, etc, no longer have “thee” and “ye” that were the informal and formal forms of the past.

Even if English is also capable of beating around the bush, the relations between the electors and elected representatives are closer than what we see in the countries where the formal form of the local language creates detached and impersonal relations and this detachment is not healthy for any modern democracy where, at least in the Constitutions of the democracies, equality of rights and treatment are guaranteed.

Now let us look at how Italian creates barriers between the Italians in Italy and Italians overseas.

Obviously the language distinguishes us overseas and I do not believe there is any Italian tourist overseas who has not felt a strong emotion on hearing someone else speaking our language. This makes us understand how the language distinguishes us from the others.

In recent years the social media has created huge potential to bring Italians overseas closer to their country of origin, even on the part of the descendants of fourth, fifth and beyond generations. Unfortunately, while many go online with this precise intention, every day we see those who have not grasped this means in the right way.

Indeed, today there is a sad online phenomenon with Italians in Italy who have discovered a shameful way of enjoying themselves, by mocking the Italians overseas and not only for recipes, but also in the language they speak. 

This “entertainment” is already unpleasant on its own and now the pages have began to block those who do it, but this immature thoughtlessness reveals an aspect of migration that many Italians in Italy obviously no longer know.

They have shown that they do not know that until a few years ago in historical terms the vast majority of our migrants was illiterate.

So, when the descendant of migrants tries to use the language that the grandparents spoke they use childhood memories, maybe from decades ago, therefore memories that have changed over time as happens to us all, and in reading the lists of words that the pages post regularly, one fact is obvious those who read them with an open mind.

What they remember and try to understand are not Italian words but words in dialect. Thus what they know as Italian is a derivative of the dialect of origin of the parents, grandparents, great grandparents, etc. Subsequently, when the thoughtless people in Italy mock them for their poor “Italian” all they do is offend the most cherished memories we all have and it is natural that the exchanges become very aggressive on both sides.

I have seen Italians in Italy say “But can you not know XXX or YYY about Italy?” and in this they show that their ignorance of the Italians overseas is caused of their even more shameful ignorance of the history of our Migration that should be taught in Italy because it has conditioned Italy’s development in very many ways for than a century and a half.

The answer to their foolish question of how come the descendants do not know about something in Italy is disarming and sad. One reason they do not know it is because there was not yet the TV with documentaries and also because when their parents/grandparents/great grandparents migrated almost always they had never travelled in Italy outside their birthplaces.

And to fully understand why the descendants of migrants don’t know Italian, it is also because they never had the chance to learn it at school, so if they had studied it they would have understood that the language at home was dialect and not Italian. Without forgetting that there are families that, to avoid the inevitable discrimination and prejudice towards their children, decided to NOT speak Italian at home to ensure that their children became as “American”, “Australian”, “Argentinean”, etc as possible.

However, we must also recognize that Italy has never done enough to encourage the children of our migrants to want to learn our language and the social media that inspired this article show something that many in Italy, starting with those responsible for teaching our language overseas, have not yet understood.

If the descendants of our migrants have created these social media pages to know more about their origins, ALL of us must understand that this means that even after several generations they feel at least partly Italian and we must help them not only to trace their families in Italy but also to help them to be able to learn what their school never did, their Cultural Heritage that is second to none in the world.

And this is not done by mocking them, as the thoughtless ones in Italy do, but by helping them to finally be able to understand their origins and subsequently to make them understand that their origins a really a source of pride…

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