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C’è ancora posto per la cultura in Rai?

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Tempo di lettura: 3 minuti

Dal maestro Manzi a Fabio Fazio, come è cambiata la qualità dei programmi RAI? Si può ancora affermare che il servizio pubblico sia qualitativamente e culturalmente il migliore?

di Mira Carpineta

Il dibattito non è recente, ma torna puntuale ad ogni appuntamento con i cambiamenti sociali, di costume, tecnologici. Soprattutto questi ultimi, con le nuove piattaforme digitali hanno dato un impulso notevole alla trasformazione della Rai, da “servizio pubblico” ad azienda di servizi.

Già con l’avvento delle tv commerciali, negli anni 80, quando nasce la competizione per guadagnare la fiducia degli inserzionisti pubblicitari e i loro lauti compensi, il palinsesto inizia a introdurre enormi cambiamenti.

Dalla missione formativa e informativa per il pubblico degli esordi, con programmi come le lezioni del maestro Manzi, che insegnò a leggere e scrivere a milioni di italiani, alla produzione degli “sceneggiati” (antesignani dei moderni serials) tratti dai grandi classici come I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni ed altri celebri romanzi, all’intrattenimento leggero dei quiz di Mike Bongiorno o del Varietà di tradizione teatrale, il livello qualitativo dell’offerta televisiva ha visto un lento, ma costante, decadimento.

La nascita dell’Auditel, il meccanismo che raccoglie i dati del gradimento dei programmi, necessari per la gestione delle inserzioni pubblicitarie, determina anche la scelta editoriale di quella che è ormai a tutti gli effetti un’azienda legata all’economia del mercato.

Passando da un obiettivo culturale ad un obiettivo economico la televisione ha progressivamente adeguato l’offerta ai costumi della società in mutamento divenendone lo specchio. Con rare eccezioni, che riescono a sopravvivere alle effimere mode (ad esempio i programmi divulgativi di Piero Angela come Superquark) la RAI non solo rincorre, ma talvolta riesce ad anticipare i gusti del pubblico con programmi innovativi.

La tv degli anni 80 e 90 è un caleidoscopio colorato e vivace, con programmi di intrattenimento come Indietro tutta o Quelli della notte , serie come La piovra, che racconta la mafia mentre giudici come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino la combattono a costo della vita. Il pomeriggio è invece dedicato ai bambini e ai giovani, con programmi educativi e divertenti, cartoni, musica, sport, per una generazione ancora inconsapevole dei social e del digitale che era vicino, ma non ancora manifesto.

Tra le innovazioni di maggiore successo nasce l’infoteinement, ovvero l’informazione che fa anche intrattenimento, i primi talk show, il cui precursore è Maurizio Costanzo. Con il suo Bontà Loro nasce il luogo dove le notizie trovano spazio per essere discusse, commentate, con una pluralità di voci a confronto. La notizia non è più confinata al Telegiornale, ma diventa protagonista offrendo al pubblico l’elaborazione a più voci.

Nel 2000 con la liquidazione della holding pubblica IRI, il 99,5% delle azioni passano a Rai Holding S.p.A., in mano al Ministero dell’economia. Inizia la rivoluzione digitale, i programmi vengono settorializzati in specifiche divisioni. La fascia oraria di programmazione si espande sempre più fino a coprire le 24 ore. Arrivano nuove piattaforme e la Rai si adegua creando i suoi canali digitali.

E’ sempre l’Auditel il giudice supremo che determina le scelte di programmazione e gli anni 2000 segnano un altro cambio di passo. I giovani e giovanissimi incominciano a disertare la tv di stato per favorire i nuovi attori digitali.

La cultura trova casa in orari più notturni e su canali dedicati. Le reti Rai offrono una quotidianità più semplice al mattino con programmi di cucina e diversificata per rete nella fascia serale. E’ il debutto dei Format, programmi caratterizzati da una uniformità strutturale adatta e adattabile a diverse tipologie di società. Lo stesso programma infatti può essere prodotto in ogni Stato, in ogni lingua, cambiando solo gli attori.

Tuttavia il Format, con la sua struttura ben definita, sancisce, semmai non ce ne fossimo ancora accorti, la definitiva trasformazione del programma in un prodotto, che soddisfa principalmente il requisito di mercato con buona pace della qualità e della cultura.

È il mercato, con le sue regole economiche e commerciali a dettare oggi i palinsesti di tutte le tv, Rai compresa, ma la Rai, in quanto di proprietà dello Stato, quindi destinatrice di denaro pubblico, oltre a quello derivante dalle inserzioni pubblicitarie, un compito da assolvere ce l’ha ancora ed è quello di fornire un servizio pubblico, pluralista, culturalmente soddisfacente, non condizionato, né dai mercati né dalla politica.

Osservando l’attuale offerta Rai, in cui prevale l’amarcord per l’intrattenimento, le eterne repliche di programmi già visti, i talk show lottizzati, su questo punto, oggi, credo sarebbe d’accordo anche l’Auditel.

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