Italiani nel Mondo

Questa nostra grande comunità internazionale sconosciuta – Our Great Unknown International Community

By 3 Novembre 2020 Novembre 10th, 2020 No Comments

di emigrazione e di matrimoni

Questa nostra grande comunità internazionale sconosciuta

Italo-australiano, italo-americano, italo-argentino, italo-brasiliano, italo-tedesco, italo-francese, italo-canadese, italo-belga e così via per ogni paese di residenza, descrive una parte importante della popolazione locale e tutti questi aggettivi hanno una cosa in comune, la prima parte.

Sono nato e cresciuto in un paese dove la lingua nazionale era l’inglese, ma la lingua che parlavamo in casa era l’italiano. Sono nato in una famiglia dove c’erano parenti non solo in Italia, ma anche in Germania e negli Stati Uniti.

Non scrivo queste parole per dire che vengo da una grande famiglia sparsa in quattro paesi, ma lo dico per il semplice fatto che è vero e come noi milioni di persone in giro per il mondo possono dire quasi esattamente la stessa cosa con cambi solo di paesi e di lingua.


Italo-australiano, italo-americano, italo-argentino, italo-brasiliano, italo-tedesco, italo-francese, italo-canadese, italo-belga e così via per ogni paese di residenza, descrive una parte importante della popolazione locale e tutti questi aggettivi hanno una cosa in comune, la prima parte.

Ovviamente la parola italo che descrive vagamente le origini, ma dobbiamo chiederci, cosa vuol dire davvero quella prima parte e cosa sappiamo veramente di questa gente?

Risposta ovvia e anche sbagliata

Per molti la prima risposta ovvia sarebbe di dire che hanno in comune due cose, però in effetti una delle due cose in comune non lo è affatto.

L’aspetto che certamente non è sbagliato è che le famiglie e persone descritte con questi aggettivi hanno le origini nel paese che oggigiorno si chiama Italia, ma che, per molte famiglie nelle Americhe, non esisteva quando sono iniziate le prime grandi ondate d’emigrazione verso i due continenti che all’epoca si chiamavano ancora il “Nuovo Mondo”.

Ma è proprio per via di queste prime ondate, fino alle ondate dopo le due guerre mondiali, che cadiamo nel tranello di utilizzare l’aggettivo “italo” nel modo sbagliato, perché la grande maggioranza di questi emigrati nel corso di ben oltre centocinquant’anni nemmeno parlava la lingua che li definisce ancora di più del luogo d’origine.

In questi casi la lingua parlata in casa era il dialetto d’origine ed è questo che molti dei discendenti oggigiorno riconoscono come “l’italiano” e non la lingua che si sente nei programmi, musica e film trasmessi dalla Rai o nel cinema moderno.

E un caso preciso ci fa capire quanto il dialetto fosse il punto di riferimento, invece della lingua italiana.

Brasile e il Talian

Nel 2014 il Governo Federale del Brasile ha riconosciuto il “Talian” come una lingua ufficiale del paese. Il Talian non è altro che la versione locale del dialetto di una comunità importante degli emigrati da una regione d’Italia che oggi moltissimi qui stentano a ricordare, che era una regione povera fino a solo pochi decenni fa e per questo motivo era una delle grandi fonti della nostra emigrazione, il Veneto.

Solo questo fatto deve fare capire a chi è nato e cresciuto in Italia che aspettare, tantomeno pretendere, che i discendenti degli emigrati italiani conoscessero l’italiano moderno è, come minimo sciocco, se non addirittura ignoranza delle realtà degli emigrati italiani. E questo è un aspetto delle nostre comunità all’estero che ancora non abbiamo capito fino in fondo.

Sappiamo dei cambi di parole, come descritto in un recente articolo riguardo un progetto in Canada(L’Italiese e le altre lingue che non conosciamo in Italia – Italiese and the other languages we do not know in Italy).  Eppure dobbiamo nominare alcuni italiani che si “divertono” a prendere in giro i nostri parenti e amici all’estero per le loro parole e frasi sulle pagine social dedicate agli italiani all’estero e questi non fanno alcun onore sia all’Italia che a loro stessi ed il motivo è semplice.

Se i discendenti dei nostri emigrati non conoscono bene la nostra lingua, in paesi dove spesso le lingue straniere una volta non erano considerate bene dagli autoctoni, e in alcuni casi questa mentalità esiste ancora, abbiamo l’obbligo di chiedere che cosa ha fatto il governo italiano di concreto negli ultimi decenni a rendere l’insegnamento della nostra lingua più facile e accessibile all’estero, tranne organizzare tre Stati Generali della Lingua Italiana negli ultimi sei anni che, fino a prova contraria, non hanno ancora prodotto un progetto valido e concreto in questa direzione?

Ma le versioni della lingua italiana e i dialetti all’estero non sono che una parte delle differenze tra la nostra comunità da paese a paese e alcune di queste differenze hanno storie tristi e tragiche.

La Guerra

La Seconda Guerra Mondiale vide l’Italia diventare le nemica di molti dei paesi dove i nostri parenti e amici sono emigrati. Quanti in Italia hanno capito il prezzo pagato da molti italiani in questi paesi per la decisione del governo a Roma?

In quasi tutti questi paesi gli italiani, come anche i tedeschi e giapponesi, furono messi in campi come “nemici” e ancora oggi c’è tanta amarezza per il trattamento malvagio a chi non aveva colpa per la decisione del governo di allora.

Inoltre, come raccontato dal giornalista Gian Antonio Stella, in troppi casi, e in modo particolare nei paesi sudamericani, gli immigrati italiani furono trattati in modo atroce e non pochi sono morti per le condizioni orrende di lavoro, ma i pregiudizi non venivano solo dai soliti datori di lavoro spietati verso gli stranieri.

In Australia e gli Stati Uniti gli italiani furono soggetti a pregiudizi anche a livello ufficiale con inchieste e rapporti che hanno dichiarato gli italiani “indesiderabili”, per via non solo della malavita ma delle usanze di vivere in gruppi chiusi, e anche per via della religione.

E anche questi sono aspetti di cui si sa poco in Italia. Allo stesso modo dimentichiamo che, malgrado le sofferenze, questi emigrati non hanno mai dimenticato le loro origini ed hanno continuato a dare contributi fondamentali, e soprattutto finanziari, al loro paese di nascita.

Rimesse e contributi economici

Indubbiamente le rimesse degli emigrati italiani hanno svolto un ruolo importante per l’Italia in tutti questi anni e sono considerati uno di fattori fondamentali per il “boom economico” in Italia degli anni ’50 e ’60 che, benché è spesso nominato e lodato qui, molti quasi sempre ignorano. Anzi, alcuni oggi negano questo fatto importante.

Difatti, nel passato quando abbiamo parlato delle rimesse degli emigrati italiani nel corso di questi lunghi anni alcuni lettori hanno contestato il ruolo economico delle rimesse degli emigrati italiani, ma questa nostra constatazione ha una prova ufficiale fornita proprio dal Senato da un rapporto dell’Osservatorio della Politica Internazionale che riconosce le rimesse degli emigrati italiani dopo l’ultimo conflitto mondiale (http://www.parlamento.it/application/xmanager/projects/parlamento/file/repository/affariinternazionali/osservatorio/approfondimenti/PI0060App.pdf).

E gli emigrati continuano a fornire assistenza economica al Bel Paese non solo con rimesse, che non sono  mai finite, anche se non ai livelli di una volta, ma anche comprando prodotti italiani e in molti casi diventando importatori dei nostri prodotti di ogni genere nei loro paesi di residenza.

E anche questi son aspetti che molti in Italia non riconoscono e che abbiamo l’obbligo di fare conoscere.

Storia

Per questo motivo il giornale The Dailycases ha creato questa rubrica degli “Italiani nel mondo”, per dare voce non solo a emigrati, ma anche i figli e discendenti degli emigrati, per cominciare a fare capire che la Storia dell’Emigrazione Italiana non è soltanto nei luoghi comuni che spesso vediamo nei film e le fiction televisive.

Infatti, non basta il contributo di una sola testata per fare onore agli impegni e i sacrifici dei milioni di italiani che sono emigrati nel corso di questi centocinquanta e più anni di emigrazione.

Per fare conoscere la Storia dei nostri parenti e amici all’estero dovremmo istituire un progetto internazionale per raccogliere non solo le testimonianze dirette di chi è ancora con noi, ma anche e soprattutto la raccolta della documentazione di queste esperienze in ogni paese dove ci sono emigrati italiani.

Però, un progetto del genere non può essere realizzato solo con contributi da parte di privati, ma deve avere anche la collaborazione e il contributo di quegli enti che agli italiani all’estero non hanno mai dato l’importanza che hanno meritato con il loro lavoro, a partire non solo dal governo nazionale, ma anche dai governi regionali che hanno la responsabilità per i rapporti tra gli emigrati e il loro paese d’origine.

E un progetto del genere non può mai trattare solo gli emigrati, ma anche i loro discendenti, perché ogni giorno vediamo prove sui social che anche loro, chi più chi meno, sentono il richiamo del paese e non riescono ad identificare che quel che sentono; è la parte italiana della loro identità che non ha mai avuto modo di conoscere il paese dei loro nonni e bisnonni.

Questo progetto è già molto, ma molto in ritardo. Quanto tempo dovremo aspettare ancora per realizzarlo?

 

di emigrazione e di matrimoni

Our Great Unknown International Community

Italo-Australian, Italian American, Italo-Argentinean, Italo-Brazilian, Italo-German, Italo-French, Italo-Canadian, Italo-Belgian and so forth for every country of residence describes a major part of the local population and all these adjectives have one thing in common, the first part.

I was born and raised in a country where the national language was English but the language we spoke at home was Italian. I was born into a family which had relatives not only in Italy but also in Germany and the United States.

I do not write these words to say that I come from a big family spread across four countries but I say this for the simple fact that it is true and like us millions of people around the world can say almost exactly the same thing with changes only to the countries and the languages.

Italo-Australian, Italian American, Italo-Argentinean, Italo-Brazilian, Italo-German, Italo-French, Italo-Canadian, Italo-Belgian and so forth for every country of residence describes a major part of the local population and all these adjectives have one thing in common, the first part.

Obviously the word Italo, or Italian in the American case, which vaguely describes the origins but we must ask ourselves, what does the first part truly mean and what do we really know about these people?

An obvious answer and also wrong

For many the first obvious answer would be to say that they have two things in common but effectively one of the two things is not at all in common.

The aspect that is certainly not wrong is that the families and the people described with these adjectives have origins in the country that today we call Italy but which for many families in the Americas did not exist at the start of the first great waves of emigration towards the two continents that at the time were still called the “New World”.

But it is precisely because of these first waves, up to the waves after the two world wars, that we fall into the trap of using the adjective “Italo” in the wrong way because the vast majority of these migrants over more than one hundred and fifty years did not even speak the language that defines them even more than their place of origin.

In these cases the language spoken at home was the dialect of origin and this is what many of the descendants today recognize as “Italian” and not the language that we hear in the programmes, music and films that RAI broadcasts around the world or in modern movies.

And one specific case makes us understand how much the dialect was the point of reference instead of the Italian language

Brazil and Talian

In 20014 the Federal Government in Brazil officially recognized “Talian” as an official language of the country. Talian is nothing other than the local version of the dialect of a major community of migrants from a region in Italy that many here find it hard to remember was a poor region until only a few decades ago and for this reason was one of the great sources of our migration, the Veneto.

This fact alone should make those born and raised in Italy understand that to expect, much less demand, that descendants of Italian migrants know modern Italian is, at the very least foolish, if not downright ignorance, of the realities of Italian migrants. And this is one aspect of our communities overseas that we have not yet fully understood.

We know of the changes of words, as we described in a recent article about a project in Canada (L’Italiese e le altre lingue che non conosciamo in Italia – Italiese and the other languages we do not know in Italy). And yet we must mention some Italians who “enjoy” themselves on the social media pages dedicated to the Italians overseas by making fun of the words and phrases of our relatives and friends overseas and they do no honour to both Italy and themselves and the reason is simple.

If the descendants of our migrants do not know our language well in countries where foreign languages were once not considered well by the natives, and in some cases this mentality still exists, we have an obligation to ask ourselves; what has the Italian Government done in recent decades to make teaching Italian easier and more accessible overseas, except to organize three Estates General of the Italian Language in the last six years that, until proven otherwise, have not yet produced a valid and concrete project in this direction?

But the versions of the Italian language and dialects overseas are only one part of the differences between our communities from country to country and some of these differences have sad and tragic histories.

The War

The Second World War saw Italy become an enemy of many of the countries where our relatives and friends migrated. How many people in Italy have understood the price many Italians in these countries paid for the Government’s decision in Rome?

In almost all these countries Italians, as well as Germans and Japanese, were placed in camps as “enemy aliens” and today there is much bitterness for the savage treatment of those who had no blame for the government’s decision.

Furthermore, as journalist Gian Antonio Stella tells us, in too many cases, especially in South American countries, Italian migrants were treated atrociously and no small number died because of the horrible working conditions but the prejudice did not come only from the usual employers who were ruthless with foreigners.

In Australia and the United States Italians were subject to prejudice also at an official level with investigations and reports that declared that Italians were “undesirable” due not only to organized crime but also to the habit of living in closed groups and even because of their religion.

And these are aspects people in Italy know little about. In the same way we forget that, despite the suffering, these migrants never forgot their origins and continued to give fundamental, and above all financial, contributions to their country of birth.

Money transfers and financial contributions

Undoubtedly the transfer of money by Italian migrants played an important role for Italy over all these years and is considered one of the essential factors for Italy’s “economic boom” of the ‘50s and ‘60s that while often mentioned and praised here, many almost always ignore these contributions. In fact, some people today deny this important fact.

Indeed, in the past when we spoke about these money transfers by Italian migrants during these long years some readers contested the financial role of the transfers but our statement has official proof provided by Italy’s Senate in a report of the Observatory of International Politics that recognized the transfers by Italian migrants after the last world War (http://www.parlamento.it/application/xmanager/projects/parlamento/file/repository/affariinternazionali/osservatorio/approfondimenti/PI0060App.pdf).

And migrants continue to provide economic assistance to Italy not only with money transfers, which have never stopped, even if not at previous levels, but also by buying Italian products and in many cases by becoming importers of our products of every type in their countries of residence.

And these too are aspects that many in Italy do not know and that we have a duty to make known.

History

This is the reason that this newspaper, The Dailycases, created the “Italiani nel mondo “ (Italians in the world) column, to give a voice not only to migrants but also to the children and descendants of migrants to start to make it clear that the History of Italian Migration is not only in the stereotypes that we often seen in films and TV shows.

In fact, the contribution of a single newspaper is not enough to honour the commitment and sacrifices of millions of Italians who migrated over these more than one hundred and fifty years of migration.

In order to make the history of our relatives and friends overseas known we should set up an international project to gather not only the direct testimony of those who are still with us but also and above all to gather the documentation of these experiences in every country where there are Italian migrants.

However, a project such as this cannot come to be only with the contribution of private citizens but must also have the collaboration and the contribution of those Bodies that have never given Italians overseas the importance that their work deserved, starting not only from Italy’s National Government but also from the Regional Governments that are responsible for relations between the migrants and their country of origin.

And a project of this kind cannot deal only with the migrants but also with their descendants because every day we see proof on the social media that they too, some more, some less, feel the call of the country and they cannot identify that what they feel is the Italian part of their identity that never had a chance to know the country of their grandparents and great grandparents.

This project is already very, very late. How long must we still wait to make it happen?


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