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Italiani nel Mondo

I supermercati, metro di paragone per i cambiamenti culturali— Supermarkets, the yardstick for cultural changes

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Tempo di lettura: 9 minuti
di emigrazione e di matrimoni

I supermercati, metro di paragone per i cambiamenti culturali

Negli anni ’60 abitavamo in un quartiere popolare di Adelaide in Australia, non molto distante dal centro commerciale della città, e ogni sabato mattina mia madre, accompagnata da me e mio fratello Tony, aveva un rito settimanale particolare.

Prendevamo il pullman dalla fermata a pochi metri da casa e scendevamo alla fermata vicino alla casa del Governatore dello Stato dell’Australia Meridionale. Magari andavamo a Rundle Street, la via dei grandi magazzini, per qualche acquisto, ma poi andavamo alla vicina Hindley Street per il vero scopo di questo rito.

La prima sosta a Hindley Street era a un piccolo fruttivendolo gestito da due siciliani per comprare le verdure stagionali che lei non riusciva a crescere nell’orto di casa. Comprava i peperoni, i carciofi, le melanzane, ecc., e d’inverno persino la castagne che crescono nelle colline della città.

La seconda sosta era al primo incrocio con un semaforo, dove c’era lo “Star Grocery”, un generi alimentari gestito da greci, ma che aveva prodotti necessari anche per la nostra cucina, non solo la pasta, ma i fagioli secchi, le lenticchie, certamente l’olio d’oliva, l’origano, grani di pepe e altre spezie che mamma utilizzava.

Poi la terza sosta era a un gruppetto di negozi dall’altra parte del semaforo dove c’era l’Alfa Emporium, che vendeva giornali e riviste italiane. Infatti, fu qui che mi madre mi comprò i miei primi “Topolino” e  “Paperino” che furono l’inizio della mia conoscenza della lingua italiana. Ed infine in quello stesso gruppo di negozi c’era Flash, un bar-gelateria all’italiana dove assaggiai per le prima volta sia i gelati italiani che il cappuccino.

Poi, pian piano aprirono negozi/generi alimentari italiani in vari quartieri della metropoli, perché, benché molti pensano che Adelaide sia una città piccola, in realtà ha una popolazione di circa un milione trecentomila persone e si estende su cento chilometri per trenta. Una superfice enorme per una popolazione del genere paragonata alle città italiane, ma che fa capire la realtà della vita in Australia.

Questi sono i ricordi che mi vengono in mente quando vedo in Italia i negozi delle comunità di emigrati mentre faccio i miei giri non solo a Faenza, ma anche in altre parti del paese. 

E questi ricordi sono più attuali quando vado a fare la spesa nei supermercati in Italia, perché dentro di essi vedo lo stesso fenomeno che vidi nei supermercati australiani a partire dai primi anni ’70.

Delle soste nominate sopra solo il Flash esiste ancora, anche se in un altro palazzo non lontano dal palazzo originale che è stato abbattuto per dare via all’allargamento dell’incrocio. E questo vale per molti dei negozi italiani, greci e altri non solo ad Adelaide, ma anche nelle altre città australiane. Con un dettaglio importante, in molti casi questi negozi sono diventati negozi per le nuove comunità di emigrati arrivati nel paese nei decenni da allora.

Il motivo delle chiusure di questi negozi è facile da capire. Man mano che i proprietari dei supermercati, e non solo le grandi reti nazionali, si resero conto del potenziale mercato formato dai nuovi residenti del paese, cominciarono a offrire i prodotti delle loro cucine, prodotti che diventarono parte della cucina e lo stile di vita del resto della popolazione in quel paese.

Così i supermercati australiani ora hanno il reparto pasta e una selezioni di passate di pomodoro e altri prodotti per la nostra cucina. Vendono affettati di stile italiano, e non solo nostri, formaggi come quelli introdotti dagli immigrati, come il pecorino, la ricotta e la mozzarella da parte degli italiani. Naturalmente questo vale anche per il pane, le verdure, le spezie, olii, sottaceti, e altri prodotti delle molte culture che ora compongono il paese multiculturale.

E questo ora succede in Italia.

Quando mi sono trasferito in Italia nel 2010 ho visto i negozi delle comunità emigrate in giro per il paese, ma vedevo anche che allora il supermercato classico italiano era ancora identico a quello delle mie visite nel Bel Paese nel corso di quarant’anni.

Poi, il primo segno di questi cambiamenti in Italia è stato determinato dalla moda che non è mai sparita in Italia, cioè la vendita di sushi giapponese in formato preconfezionato, una moda testimoniata anche dalla presenza di molti ristoranti dedicati al prodotto in tutto il paese.

Pian, piano, ho visto l’arrivo del couscous di vari tipi nella Romagna, un prodotto che fa parte della cucina siciliana da secoli, ma certamente non della cucina della Romagna che ora ha molti lavoratori magrebini, nei cantieri e in particolare nei campi prosperosi della regione.

Da allora ho visto l’arrivo di nuove spezie, non solo arabe e indiane, ma anche cinesi, giapponesi, e anche prodotti per la cucina messicana che il romagnolo DOC da molte generazioni non avrebbe mai immaginato nel suo supermercato locale. Un sentimento che, indubbiamente, l’australiano medio avrebbe avuto fino agli anni ’70…

Ma chi vede questi nuovi prodotti con preoccupazione non si ricorda che non è un fenomeno nuovo in Italia, ma risale molto prima anche dell’Impero Romano. I fenici vendevano prodotti nella penisola per secoli prima della nascita di Cristo. I greci che crearono quel che ora si chiama la “Magna Grecia” (che vediamo nella mappa sotto) portarono i loro prodotti, stile di cucina, ecc., con loro. E possiamo dire altrettanto dei vari invasori/signori non solo arabi/saraceni, soprattutto in Sicilia dove vediamo tutt’oggi gli effetti della loro occupazione, come anche i Normanni, gli Spagnoli, i Francesi, gli Austriaci e ogni gruppo di invasore nel corso dei secoli.

Ora, gli emigrati che entrano in Italia fanno quel che i nostri parenti e amici hanno fatto nei loro paesi prima di residenza e poi di nascita in tutti i continenti, dove ora troviamo ristoranti italiani e prodotti italiani di moltissimi generi nei supermercati del mondo.

Qualcuno in Italia storcerà il naso nel vedere questi cambiamenti, ma questo gesto è tanto vano quanto inutile perché nessuna Cultura rimane uguale in eterno, anzi una Cultura sana e viva è in cambiamento perpetuo, e questo fenomeno nei nostri supermercati non è altro che la conferma di quel che ogni studente serio della Storia capisce profondamente.

Che difatti, c’è solo un aggettivo per descrivere una Cultura che non cambia mai: morta.

Ogni incontro di Culture porta al cambiamento di ciascuna di loro e spesso sono il catalizzatore per epoche importanti della Storia, ed una di queste furono le Crociate grazie alle quali la vita in Europa cambiò radicalmente partendo dall’introduzione di frutta nuova come l’albicocca (il cui nome derive dal nome arabo) e lo zucchero, anch’esso un’invenzione araba con il nome السكر, pronunciata al sukar.

Quindi sono cambi che ogni generazione ha dovuto affrontare in un modo o l’altro e che hanno creato la Cultura in cui ora viviamo, per cui non ne dobbiamo avere paura perché migliorano la nostra vita.

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di emigrazione e di matrimoni

Supermarkets, the yardstick for cultural changes 

In the 1960s we lived in a working class suburb of Adelaide in Australia not far from the city’s commercial heart and every Saturday morning my mother, accompanied by my brother Tony and I, had a particular weekly ritual.

We took the bus from the stop not far from home and got off at the stop close to the residence of the Governor of the State of South Australia. Maybe we would go to Rundle Street where the major department stores were for a few items but then we went to the nearby Hindley Street for the real purpose of the ritual.

The first stop in Hindley Street was a small greengrocer run by two Sicilians to buy seasonal vegetables that she could not grow in the garden at home. She bought capsicums, artichokes, eggplants, etc. and in winter she even bought chestnuts that grow in the city’s hills.

The second stop was at the first intersection with traffic lights where there was the “Star Grocery” run by Greeks but it also had products needed for our cooking, not only pasta but dried beans, lentils, certainly olive oil, oregano, peppercorns and other spices she used.

And then the third stop was in a group of shops on the other side of the traffic lights where there was “Alfa Emporium” that sold Italian newspapers and magazines. In fact, it was here that my mother bought me my first “Topolino” and “Paperino” (Italian Mickey Mouse and Donald Duck comics) that were the start of my knowledge of Italian literature. And finally, in that same group of shops there was also “Flash” an Italian bar/gelateria where I tasted both Italian gelati and cappuccino for the first time.

Gradually Italian shops/groceries opened in various suburbs of the metropolis because, although many people consider Adelaide a small town, in truth it has a population of about one million three hundred thousand people and extends one hundred kilometres by thirty kilometres. A huge area for such a population compared to Italian cities but this lets us understand the reality of life in Australia.

These memories are what come to mind in Italy when I see the stores of the immigrant communities now in the country when I do the rounds not only of Faenza but also of other parts of the country.

And these memories are reinforced when I go shopping in supermarkets in Italy because inside them I see the same phenomenon that I saw in Australian supermarkets starting from the early 1970s.

Of the stops mentioned above, only Flash still exists, even if in a building not far away due to the demolition of the original building because of the expansion of the intersection. And this is true for many of the Italian, Greek and other stores not only in Adelaide but also in other Australian cities.  With one major detail, in many cases these stores have become stores for the new immigrant communities who arrived in the country in the decades since then.

The reason for the closures of these stores is easy to understand. As the owners of supermarkets, and not only the big national chains, realized the potential market made up of the country’s new residents they too began to offer products of their cuisines, products that then became part of the cuisine and lifestyle of the rest of the country’s population.

So Australian supermarkets now have pasta sections and a selection of tomato sauces and other products for our cuisine. They have Italian style small goods, and not only ours, cheeses based on types of cheeses introduced by immigrants such as pecorino, ricotta, mozzarella by the Italians. Of course this is also applies to breads, vegetables, spices, oils, pickles and other products of the many cultures that now make up the multicultural country.

And this is now happening in Italy.

When I moved to Italy in 2010 I saw stores of the immigrant communities around the country but I also saw that the classic Italian supermarket was still the same to what I had seen in my visits to the country over forty years.

Then the first sign of these changes in Italy was due to a fashion that has never disappeared in the country, the sale of pre-packaged Japanese sushi, a fashion also testified by the presence of many restaurants dedicated to the product around the country.

Gradually I saw the arrival of various types of couscous in the Romagna, a product what has been part of Sicilian cooking for centuries but certainly not of the cuisine of the Romagna that now has many workers from the Maghreb (Morocco, Algeria and Tunisia) in construction sites and particularly in the prosperous fields of the region.

Since then I have seen the arrival of new spices, not only Arab and Indian but also Chinese, Japanese and even products of Mexican cuisine that a genuine Romagnolo of many generations would never have imagined in his local supermarket. A feeling that undoubtedly the average Australian would have had until the 1970s…

But those who view these products with concern do not remember that it is not a new phenomenon in Italy but dates back much earlier than even the Roman Empire. The Phoenicians sold their products in the peninsula for centuries before the birth of Christ. The Greeks who created what we now know as the “Magna Grecia” (Greater Greece, as seen in the map below) brought their products, their style of cooking, etc with them. And we can say the same of the  various invaders/lords not only Arab/Saracen, especially in Sicily where we still see today the effects of their occupation, but also the Normans, the Spanish, the French, the Austrians and every group of invaders over the centuries.

Now, the migrants who come to Italy are doing what our relatives and friends did in their countries, first of residence and then of birth, in all the continents where there are now Italian restaurants and Italian products of many kinds in the world’s supermarkets.

Some in Italy will undoubtedly turn up their noses at these changes but this gesture would be as vain as is it useless because no Culture remains the same forever, indeed, a healthy and living Culture is in perpetual change and this phenomenon of our supermarkets is nothing more than the confirmation of what any serious student of history deeply understands.

That, in fact, there is only one adjective to describe a Culture that never changes; dead.

Every meeting of Cultures brings change to each of them and often they are the catalyst for major epochs of history and one of these were the Crusades thanks to which life in Europe changed radically starting with the introduction of new fruit such as the apricot (whose name comes from its Arab name) and sugar, this too an Arab invention with the name السكر,  pronounced al sukar.

Hence they are changes that every generation has had to face in one way or another and that created the Culture in which we now live and that we must not be afraid of because they improve our lives.

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