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Sono io la loro paura più grande – I am their greatest fear

By 19 Ottobre 2019 No Comments

di emigrazione e di matrimoni

Sono io la loro paura più grande

In tutti i casi noi emigrati e figli d’emigrati eravamo e siamo tuttora lo sconosciuto

Recentemente sono stato a un corso a Bologna sulle percezioni dei nuovi immigrati, non solo in Italia, ma anche in altri paesi europei e in modo particolare l’Ungheria, l’Austria e la Grecia. Le statistiche hanno dato a noi tutti presenti molto su cui pensare, a partire dai nostri pareri personali.

Sappiamo tutti che per la maggioranza della popolazione le percezioni personali dettano come reagiamo alla vita in generale, e non solo nel caso degli immigrati. Queste percezioni decidono perché votiamo per un politico piuttosto che un altro. Perciò, dobbiamo saper affrontare le percezioni in modo da non trasformarle in pregiudizi. Ma come dobbiamo sconfiggere i sentimenti e le emozioni che sono il frutto di queste percezioni?


La risposta non è facile, politici e insegnanti trattano questo tema da molti anni senza aver trovato una risposta definitiva. Ma noi qui vogliamo dare il nostro contributo a questo dilemma, fornendo un punto di vista diverso rispetto queste percezioni, quello di metterci nei panni degli “altri”, perché le nostre paure nascono da una fonte primordiale difficile da sconfiggere. Il punto di vista di chi era straniero nel proprio paese di nascita, di un figlio di emigrati italiani.

Australia

 Vogliamo tutti essere sempre come gli altri quando andiamo a scuola. Però diventa difficile quando già dal momento che apri il sacco con il tuo pranzo, è radicalmente diverso da quello degli altri.

Per noi figli di italiani le differenze con gli altri iniziavano vedendo il triangolo preciso dei sandwich dei nostri compagni australiani, che sembravano usciti dallo studio di un architetto, magari con la crosticina tagliata, lasciando soltanto il bianco in contrasto con il prosciutto cotto, pomodori e foglia di lattuga del suo ripieno. I nostri panini o fette massicce di pane casareccio, magari con il ripieno degli avanzi della parmigiana della sera prima, oppure anche la frittata di cipolle che emanava il suo profumo intorno a te, accompagnata da una fetta della torta di mele di mamma, sembravano venuti da un altro pianeta.

Sono tra i ricordi condivisi con i miei coetanei in Australia, e non ho dubbi che sono simili alle esperienze dei nostri parenti e amici in altri paesi di forti presenze italiane. Ma questi ricordi non sono che una parte di un lungo viaggio verso una scoperta, che durante gli anni di scuola non eravamo in grado di capire.

Sin dalla scuola sentivamo la domanda “and how do you spell that?” (“E come si scrive?”) a cui inevitabilmente seguiva la nostra risposta sul come ci chiamavamo. Per un nome come Mario Rossi era abbastanza facile, ma già il mio creava difficoltà per gli anglofoni, sia come ortografia che come pronuncia. Per noi italiani era difficile, figuriamoci per i greci con cognomi di dieci e più lettere. Questa domanda ci segue ancora oggi in quasi tutte le telefonate a uffici per qualche pratica di qualsiasi genere.

Vite diverse

Ovviamente, lunedì mattina, come in tutte le scuole, le prime domande erano su cosa avevamo fatto durante il weekend, visto che in Australia non si va a scuola di sabato. Per gli australiani il weekend era il football australiano e possibilmente un’uscita al cinema a un’età molto più precoce di noi figli di immigrati. Invece noi parlavamo della cena di sabato sera con questo o quell’altro compare, oppure di essere andati la domenica da una zia, o un’uscita, sempre di famiglia, alla festa di qualche santo o di Madonna per adempiere i nostri doveri religiosi. Senza scordare i weekend dedicati al vino, o al maiale dove c’era l’obbligo di stare tutti a casa per aiutare.

Durante l’adolescenza noi maschi di origine italiana avevamo una libertà che non esisteva per le nostre sorelle e cugine. Potevamo uscire per raggiungere i nostri amici e magari fare i nostri primi flirt. Per le ragazze italiane le uscite erano strettamente controllate e in molti casi accompagnate da almeno un adulto. Poi, quando cominciavano le prima storie d’amore delle ragazze ‘il soggetto’ amoroso era esaminato con occhi impietosi, spesso sospettosi verso ragazzi italiani provenienti da altre regioni, o peggio ancora per tanti genitori italiani, di ragazzi di altre nazionalità.

Sembrano quasi ridicoli oggi, ma erano la nostra realtà. Come gli sguardi sospetti dei passeggeri australiani sui mezzi pubblici durante un’uscita con mamma in centro. Erano sguardi che facevamo finta di non vedere, ma a volte lo sguardo si trasformava ne “l’ordine” di parlare in inglese visto che eravamo in Australia. Queste richieste, più o meno brusche, non sono mai sparite del tutto e ancora oggi che abito in Italia di tanto in tanto sulle pagine dei giornali australiano, vedo filmati di incidenti sui pullman o i tram australiani di passeggeri che si sentono offesi nel sentire altre lingue parlate vicino a loro.

Ogni emigrato italiano ha storie del genere e ognuno di noi ha reagito in modo diverso. C’è chi ha anglicizzato il nome per evitare i problemi, c’è chi ha avuto problemi a scuola e nella vita generale, perché la sua risposta era violenta e ogni variazione tra queste due scelte. Poi, come in tutte le questioni della vita, man mano che cresciamo e impariamo le lezioni che la vita ci da ogni giorno, ci rendiamo conto che questi comportamenti hanno legami in comune.


Paura

Sono tutte esperienze legate alla paura più comune di tutte, la paura dello sconosciuto. In parole povere, io rappresentavo questa paura.

In tutti i casi noi emigrati e figli d’emigrati eravamo e siamo tuttora lo sconosciuto, per chi ha vissuto in un paese con poca esperienza delle diversità delle altre culture. Eravamo la prova che fuori dalla realtà australiana esistevano idee e comportamenti diversi. Già per loro le differenze tra inglesi, gallesi, irlandesi e scozzesi erano difficili da capire, figuriamoci con l’arrivo di italiani, greci e tutti gli altri immigrati da un’Europa ancora devastata dalla Seconda Guerra Mondiale.

Ma queste ondate di lingue e tradizioni nuove per il paese non sono mai sparite del tutto, e ogni conflitto importante ha portato nuovi immigrati, dal Vietnam dopo la caduta di Saigon, dal Sud America dai paesi sotto le dittature militari e gli altri conflitti fino alle guerre e le stragi del Medioriente di questi anni. Ogni immigrato e profugo che arriva alimenta quella paura dell’ignoto che si nasconde nell’essere umano.

Europa oggi

Ora questa paura dell’ignoto che viene con i volti e le tradizioni nuove ha colpito l’Europa, soprattutto in quei paesi che non avevano mai avuto l’esperienza di far integrare grandi numeri di nuovi residenti con la loro varietà di religioni e sette, tradizioni e abitudini culinarie.

Ora che abito in Italia ogni giorno mentre guardo i notiziari, leggo i giornali e seguo dibattiti televisivi, sento frasi e commenti che sentii per la prima volta a scuola e che mi hanno accompagnato per tutta la vita. Sono la prova che pochi vogliono riconoscere la verità più profonda, che in fondo siamo tutti uguali e che abbiamo gli stessi bisogni e le stesse paure.

L’australiano del 1960 che disprezzava il figlio di un soldato italiano che aveva combattuto quindici anni prima e che abitava nel suo paese, non è diverso dall’italiano di oggi che vede arrivare gente da paesi dove soldati italiani hanno combattuto in nome della civiltà occidentale. Paesi europei che una volta erano campi di battaglia tra cattolici e protestanti, con milioni di morti che ora si trovano con fedeli di nuove religioni che fuggono da guerre religiose.


Sono paure e reazioni da capire e da superare, come è già accaduto volta dopo volta in altri paesi.

Sono la prova che viviamo sempre nella Storia e che stiamo scrivendo i libri di Storia che i nostri pronipoti studieranno a scuola tra qualche decennio. Abbiamo superato difficoltà peggiori. Dimostriamo che anche questa volta siamo in grado di superare questo periodo nel migliore dei modi.

Chi vuole sapere di più del sondaggio delle percezioni degli italiani può cliccare su questo link: https://www.ipsos.com/it-it/ciak-migraction-indagine-sulla-percezione-del-fenomeno-migratorio-italia

 

di emigrazione e di matrimoni

I am their greatest fear

In all these cases we migrants and children of migrants were and we still are the unknown

I recently attended a course in Bologna about the perceptions about new migrants, not only in Italy, but also in other countries and especially Hungary, Austria and Greece. The statistics gave all of us present much to think about, starting with our own personal opinions.


We all know that for the majority of the population these personal perceptions dictate how we react to life in general and not only to migrants in particular. These perceptions decide why we vote for one politician instead of another because he speaks directly to these perceptions.

Therefore, we must know how to deal with these perceptions so we understand that the reality is not always what we perceive. But how to we defeat the feelings and emotions that are the fruit of these perceptions?

The answer is not easy, politicians and teachers have been discussing this theme for many years without finding a definitive answer. But we of this newspaper want to give our contribution to this dilemma by supplying a different point of view to these perceptions, to put ourselves in the clothes of the “others” because our fears come from a primordial source that is difficult to defeat. The point of view is that of a foreigner in his country of birth, the son of Italian migrants.

Australia

When we go to school we all want to be like the others. However, it becomes hard when from the moment you open your lunch bag it is radically different from the others.

For us children of Italians the differences from the others began when we saw the precise triangles of our schoolmates’ lunches that seemed to have come out of an architect’s office, maybe with the crust removed leaving only the white in contrast with the ham, tomatoes and lettuce of the filling. Our rolls or thick slices of home-style bread, maybe filled with the leftovers of the previous evening’s eggplant parmigiana or even an onion frittata that everyone around us smelt, accompanied by a slice of mamma’s apple pie, seemed to have come from another planet.

These are some of the memories I share with my peers in Australia and I have no doubt that they are similar to those of our relatives and friends in other countries with a heavy Italian presence. But these memories are only a part of a long journey to the discovery that we could not understand during our years at school.


Starting from school we heard the question “and how do you spell that?” that inevitably followed our reply to give our names. Names such as Mario Rossi were easy but mine already created difficulty for English language speakers in both writing and pronunciation. If it was hard for us Italians, we can only imagine the Greeks with their surnames of ten or more letters. This question still follows us today in almost all the telephone calls to offices about matters of any type.

Different lives

Of course on Monday mornings, as in all schools, the first questions were of what we had done during the weekend since there is no school on Saturdays in Australia. For the Australians the weekend was football and possibly an outing to the movies at a much younger age than for we children of Italian migrants. We, on the other hand, spoke about dinner of Saturday evening with this or that compare, or Sunday at an aunt’s house or an outing, always as a family, to the feast of one saint or another to fulfil our religious obligations, Without forgetting the weekends dedicated to the wine or the pig when it was compulsory for everybody to be at home.

We adolescent boys of Italian origin had freedom that did not exist for our sisters or cousins. We could go out to catch up with friends and maybe having our first flirts. For the Italian girls the outings were strictly controlled and in many case accompanied by at least one adult. And then, when these young girls started their first love stories the potential boyfriend was inspected with merciless eyes that were often suspicious of Italian boys from other regions or, horror of horrors for many Italian parents, boys of other nationalities.

These seem almost ridiculous today but they were our reality. Like the suspicious looks of Australian passengers on public transport during an outing with mamma in the city centre. There were looks that we pretended not to see but at times the look became “the order” to speak in English because we were in Australia. These more or less brusque requests never disappeared fully and today, now that I live in Italy, from time to time on Australian newspaper pages I see films of incidents on Australian buses or trams of passengers that feel offended hearing other languages spoken close to them.

Every Italian migrant has stories of this type and each one of us has reacted differently. There are those who anglicized their names to avoid problems, there are those who had problems at school and in life in general because their reaction was violent and every variation between these two choices. Then, as in all questions of life, as we grew and learnt the lessons that life gives us every day we understood that these behaviours all had one thing in common.

Fear

They are all experiences tied to the most common fear of all, that of the unknown. In simple words, I represented this fear.

In all these cases we migrants and children of migrants were and we still are the unknown for those who lived in a country with little experience of the diversity of other cultures. We were the proof that outside the Australian reality there were different ideas and behaviour. For them the difference between the English, Welsh, Irish and the Scots were already hard to understand, let alone the arrival of Italians, Greeks and all the other migrants from a Europe devastated by the Second World War.

But these waves of new languages and traditions for the country have never fully disappeared and each new major conflict brought new migrants, from Vietnam after the fall of Saigon, from South America under the military dictatorships and all the other conflicts up to the wars and massacres in the Middle East in recent years. Every migrants and refugee who comes feeds that fear that hides in every human being.

Europe today

Now that fear of the unknown that comes with the new faces and traditions has hit Europe, especially in those countries that never experienced the integration of large numbers of new residents with their variety of religions and sects, traditions and culinary traditions.

I now live in Italy and every day while I watch the news services, read the newspapers or follow television debates I hear phrases and comments that I heard for the first time at school and that have accompanied me for all my life. They are the proof that few want to recognize the deepest truth, that deep down we are all equal and that we all have the same needs and the same fears.

The Australian of 1960 who despised the son of an Italian soldier he had fought fifteen years before and who lived in his country is no different from the Italian today who sees people arrive every day from countries where Italian soldiers once fought in the name of Western civilization. European countries that were once fields of battle between Catholics and Protestants with millions of dead now find themselves with the faithful of new religions who are fleeing religious wars.

They are fears and reactions that are to be understood and to be overcome, as has happened time and time again in other countries.

They are the proof that we are always living in history and that we are writing the history books that our great grandchildren will read in a few decades. We have overcome worse hardships. Let us how that even this time we can overcome this period in the best of ways.

For those who want to know more about the survey of perceptions of Italians can click on the link below:

https://www.ipsos.com/it-it/ciak-migraction-indagine-sulla-percezione-del-fenomeno-migratorio-italia

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