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Italiano si, italiano no?- Italian yes, Italian no?

By 23 Ottobre 2019 No Comments

di emigrazione e di matrimoni

Italiano si, italiano no?

Chi è cresciuto in Italia sa poco della vita vera degli italiani all’estero

La cucina è probabilmente l’aspetto della Cultura italiana e le sue tradizioni che più vediamo all’estero, e non solo con la diffusione della pizza che ormai è nel mondo in modo incontrollabile per variazioni e gusti. Ovunque ci siano emigrati italiani ci sono anche ristoranti italiani e questi sono spesso il simbolo dei cambi inevitabili e a volte, per alcuni beffardi, quando due e più culture si incontrano.

Un programma televisivo in Italia cerca di fare capire al Bel Paese questo volto dei nostri emigrati in giro per il mondo. Ma fin troppo spesso il presentatore, come anche i protagonisti, cadono nel tranello dei “duri e puri” e dimostrano che non capiscono che la cucina italiana nel mondo è la riflessione spesso vera e crudele della vita che i nostri parenti e amici all’estero hanno dovuto affrontare, come conseguenza della decisione difficile di lasciare il paese di nascita per fare una vita nuova all’estero.


Per questo motivo possiamo davvero utilizzare la cucina per decidere se un locale, o una persona, sia davvero “italiano” o no?

Non è facile scrivere un articolo su qualcuno che cerca di fare il proprio lavoro, ma ultimamente questo programma in Italia, non solo ha portato a ricordare esperienze personali, ma anche a capire per l’ennesima volta che chi è cresciuto in Italia sa poco della vita vera degli italiani all’estero

Balanzone Adelaide, Australia

Il nome diceva tutto e ci sono andato con molto piacere il weekend dell’apertura. I titolari Paola e Vincenzo erano bolognesi DOC e non potevano non dare al loro ristorante il nome della maschera della loro città di nascita. Erano figli d’arte e la famiglia di Paola gestiva una delle trattorie più vecchie della città. Erano anche amici di un mio amico e volevamo dare il nostro contributo al nuovo ristorante.

Ricordo benissimo il piatto che ho ordinato quella sera dei primi anni 80, è senza dubbio uno dei simboli della città rinomata anche come “la Grassa” per la sua cucina, la lasagna alla bolognese. Semplicemente, quel piatto era degno della fama della cucina bolognese, con la sua sfoglia verde, besciamella e il ragù bolognese cotto ad arte.

Infatti, non era un caso che durante gli anni dei gran premi di Formula 1, in quella città ‘Balanzone’ era tra i locali più frequentati non solo dai giornalisti italiani ma anche dai meccanici e i dirigenti della Ferrari e il Team Minardi perché, da veri emiliani e romagnoli, i piatti serviti erano molto conosciuti da loro. Ma non c’era più un piatto.

Pochi mesi dopo l’apertura del locale Paola e Vincenzo hanno dovuto rimuovere la lasagna perché troppo spesso era rispedita in cucina con il messaggio che “questa non è lasagna”.

Per i clienti locali, abituati a ristoranti di altre cucine italiane, e in modo particolare quelle delle regioni italiane meridionali, quella lasagna non rifletteva l’idea dei clienti dei piatti “italiani”. Eventualmente queste concezioni della cucina italiana hanno assicurato che la vita del ristorante non sia stata troppo lunga.

Con il senno del poi possiamo dire che Balanzone era stato aperto troppo presto e che oggigiorno avrebbe avuto ben altro destino, ma quello stesso destino dimostra perché programmi come “Little Big Italy”, presentato sul canale televisivo Nove dal noto ristoratore romano Francesco Panella, non tengono presente i problemi pratici della ristorazione italiana all’estero e non solo nei paesi anglosassoni.

Gusti e cibi

Nel mondo anglosassone esiste il detto “The customer is always right”, cioè il cliente ha sempre ragione. Per questo motivo i ristoratori italiani devono considerare i gusti e le preferenze della grande maggioranza dei loro clienti. Per la cucina italiana questo spesso vuol dire pasta scotta, e le verdure al dente, proprio l’opposto dei gusti dei clienti in Italia.


Inoltre, usanze locali vuol dire che l’ordine dei piatti può cambiare, come anche del modo di mangiare. Mi ricordo un giorno a Milano e poi a Bologna con parenti americani che hanno insistito per avere insalata servita con la pasta, e alternavano pasta e insalata mentre mangiavano.

Inoltre, chi vive, oppure chi è nato e cresciuto all’estero, ha la possibilità di comprare prodotti italiani e di pensare di conoscere i gusti d’Italia, ma quando vengono in Italia in vacanza si rendono conto che i prodotti che comprano qui non hanno gli stessi gusti del prodotto venduto all’estero.

Non parliamo tanto della pasta secca, in fondo non c’è molto da cambiare, ma quando parliamo di formaggi italiani, e in modo particolare il re del formaggio, il Parmigiano Reggiano, e il suo fratellastro il Grana Padano, ci rendiamo conto che i piatti che mangiamo all’estero non possono avere gli stessi favori e intensità dei piatti serviti in Italia.

Poi, questo discorso vale ancora di più per altri prodotti non facilmente reperibili all’estero, come i nostri salumi, carni, e altri tipi di formaggi, a partire della mozzarella di bufala che non è mai stata prodotta all’estero con lo stesso gusto e qualità.

Presentatore

Inoltre nel programma Francesco Panella richiede al ristoratore la sua “voglia” del giorno, per vedere come il ristoratore riesce a eseguire tipici piatti italiani. In questo caso, e non solo per i motivi spiegati sopra, la prova non è del tutto realistica, perché le origini di molti di questi ristoratori all’estero non sono della ristorazione italiana, ma nella cucina di casa dei primi ristoranti italiani all’estero e i discendenti di questi pionieri hanno continuato la tradizione dei genitori e anche i nonni.

Il programma cade nel solito tranello che, perché sappiamo qualcosa in Italia, presumiamo che si sappia anche all’estero e spesso non è così. Prendiamo una specialità particolare che è stato il soggetto di questa “voglia” del presentatore. Le olive all’ascolana che ormai sono in tutti i paesi, ma fino a non tantissimi anni fa non erano conosciute nemmeno in Italia fuori delle Marche, figuriamoci poi all’estero tra le famiglie di altre regioni. Poi, possiamo davvero chiedere a un ristoratore all’estero di prepararle bene entro il tempo di un pasto, magari dovendo anche cercare i prodotti che non ci sono nel locale?


Conosco molti ristoratori in Australia e sono tutti fieri della loro cucina, ma pochi di loro sarebbero in grado di superare le prove del programma, perché la loro conoscenza della cucina italiana è limitata alle loro origini famigliari e non alla loro istruzione nei locali in Italia o in nostri istituti alberghieri.

Cambi

L’emigrato, di qualsiasi paese, è un agente di cambiamento culturale, ma non cambia solo il suo nuovo paese di residenza, cambia anche quel che fa in casa. La mancanza di materie prime, magari la scoperta di verdure e frutti nuovi, come anche altri tipi di pesce e di carne, vogliono anche dire cambi di cultura e tradizioni entro le famiglie italiane stesse, e non solo nei ristoranti italiani in giro per il mondo.

Da figlio di emigrati italiani, nato e cresciuto all’estero, capisco profondamente che chi abita all’estero non può mai essere “solamente italiano”. Il migrante, e ancora di più i figli e i nipoti di emigrati, sono il risultato di una miscela di culture, e uno dei luoghi che più dimostra di più i cambiamenti inevitabili delle tradizioni e usanze italiane è proprio la cucina dei ristoranti italiani.

Programmi televisivi come “Little Big Italy” sono importanti, ma non perché devono dimostrare la “purezza” del prodotto di quei locali all’estero. Dovrebbero invece dimostrare le realtà della vita all’estero, i compromessi e i cambi necessari per vivere in un paese nuovo che ha anche le sue cultura e usanze, come anche i suoi prodotti che non si trovano in Italia.

Gli italiani all’estero sono fieri delle loro origini, ma dobbiamo anche tenere ben in mente che questi cambi sono anche il frutto naturale e inevitabile di vivere all’estero, e sono fieri anche di queste loro imprese.

Per questo motivo invitiamo ai nostri lettori, e ripetiamo la richiesta ancora oggi, di inviarci le loro storie personali della loro vita da emigrati o figli o discendenti di emigrati italiani, perché dobbiamo fare capire al nostro paese d’origine che la loro realtà è ben diversa di quel che molti nel Bel Paese sanno.


Inviate le vostre storie a: [email protected] .

di emigrazione e di matrimoni

Italian yes, Italian no?

Who have grown up in Italy knows little about the real lives of the Italians overseas.

Cooking is probably the aspect of Italian Culture and traditions that we most see overseas and not only with the distribution of pizza that has now spread around the world uncontrollably with many variations and tastes. Wherever there are Italians migrants there are also Italians restaurants and these are often the symbol of the inevitable and at times sardonic changes when two or more cultures meet.

A TV programme in Italy tries to let the country understand this face of Italian migrants around the world. But all too often the presenter, and also the protagonists, fall into the trap of the “righteous” and they show that they do not understand that Italian cooking around the world is the reflection, often real and cruel, of the lives that our relatives and friends overseas had to deal with as a consequence of the hard decision to leave their country of birth to make a new life overseas.

For this reason can we truly use cooking to decide whether or not an establishment or a person is truly “Italian”.

It is not easy writing an article about someone trying to do their job but recently this programme not only made me remember personal experiences but also to understand once again that those who have grown up in Italy knows little about the real lives of the Italians overseas.

Balanzone Adelaide, Australia

The name said everything and I went there with a lot of pleasure on the weekend of the opening. The owners Paola and Vincenzo were true people of Bologna and they could not fail to give their restaurant the name of Balanzone, the mask of their city of birth. They were children of restaurant owners and Paola’s family ran one of the city’s oldest trattorie. They were also friends of a friend and we wanted to give our contribution to the new restaurant.


I remember very well what I ate that evening of the early 1980s. It is without doubt one of the symbols of the city famous as “La Grassa” (The Fat) due to its cuisine, lasagne alla Bolognese. Put simply, that dish was worthy of the fame of the city’s cuisine with its green egg pasta sheets, bechamel sauce and perfectly cooked ragù Bolognese.

In fact it was no coincidence that during the years of the Formula 1 grands prix in the city Balanzone was one of the restaurants most frequented not only by Italian journalists but also by the mechanics and managers of the Ferrari and Minardi Teams because, as true people of the Emilia-Romagna region, they knew the dishes served very well. But one plate was no longer there. 

A few months after the opening Paola and Vincenzo had to remove the lasagna because too often the dish was sent back to the kitchen with the message “this is not lasagna”.

For the local clients who were used to restaurants of other Italian cuisines, and especially those of Italy’s southern regions, that lasagna did not reflect the client’s ideas of “Italian” dishes. Eventually this conception of Italian cuisine ensured that the restaurant did not have a very long life.

With the benefit of hindsight we can say Balanzone had opened too soon and that today it would have had another Fate but that same Fate shows why programmes such as “Little Big Italy” presented on Channel Nine in Italy by well known Roman restaurateur Francesco Panelli do not bear in mind the practical problems of Italian catering overseas and not only in English speaking countries. 

Tastes and foods

The English speaking world says “The customer is always right”. For this reason many Italian restaurateurs had to consider the tastes and preferences of the large majority of their clients. For Italian cuisine this often means overcooked pasta and al dente vegetables, the exact opposite of Italian clients.

Furthermore, local habits mean that the order of the courses may change, as well as the way of eating. I remember a day in Milan and then another in Bologna with American relatives who insisted on having salad served with the pasta and they alternated pasta and salad as they ate.

In addition, those who live or those who are born and raised overseas have the chance to buy Italian products and think they know the flavours of Italy, but when they come here on holiday they learn that the products they buy here do not have the same taste as the product sold overseas.

We are not talking so much about dry pasta, essentially there is not much to change, but when we speak about Italian cheese, and particularly the king Parmigiano Reggiano, and its relative Grana Padano, we understand that the dishes that we eat overseas cannot have the same flavours and intensity as the dishes served in Italy.

And this is then even truer for other products that are not easily found overseas such as our smallgoods, meats and other types of cheese, starting with buffalo milk Mozzarella that has never been produced overseas with the same taste and quality.

Presenter

Moreover, during the programme Francesco Panelli asks the restaurateur his “desire” of the day to see how the restaurateur manages to carry out typical Italian dishes. In this case, and not only for the reasons explained above, the test is not very realistic because the origins of these restaurateurs overseas are not in Italian catering but in the family kitchen which were the first Italian restaurants overseas and the descendants of these pioneers continued the traditions of the parents and grandparents. 

The programme falls into the usual trap that because we know something in Italy we presume it is known overseas as well and this is often not the case. Let us take a specific specialty that was the subject of the presenter’s “desire”. The olive all’ascolana (Ascoli style olives) are now spread over all the country but until not very many years ago they were not known even in Italy outside the Marche region, let alone overseas amongst the families from other regions. And then, can we truly ask a restaurateur to prepare them well in the time of a meal, maybe also having to look for the ingredients that are not on the premises?

I know many restaurateurs in Australia and they are all proud of their cuisine but few of them would be able to pass the programme’s test because their knowledge of Italian cuisine is limited to their family origins and not by the education of premises in Italy or our cooking schools.

Changes

A migrant, from any country, is an agent of cultural change but he does not change only his country of residence, he also changes what he does at home. The lack of raw materials, maybe the discovery of new fruits and vegetables, as well as other types of meats and fish, also mean changes of culture and traditions within Italian families and not only Italian restaurants around the world.

As the son of Italian migrants, born and raised overseas, I understand deeply that those who live overseas cannot ever be “purely Italian”. The migrant, and even more the children and descendants of migrants, are the result of a mixture of cultures and one of the places that most show the inevitable changes of Italian traditions and habits is precisely the kitchen of Italian restaurants. 

Television programmes such as “Big Little Italy” are important, but not because they must show the “purity” of the products of these establishments overseas. Rather, they should show the reality of life overseas, the compromises and the changes needed to live in a new country that also has its own culture and habits, as well as its own products that are not found in Italy.

Italians overseas are proud of their origins but we must also bear in mind that these changes are also the natural and inevitable result of living overseas and they are proud of their own deeds as well.

For this reason we invite our readers, and we repeat the invitation again today, to send us their personal stories of their lives as migrants or as children or descendants of Italian migrants because we must let our country of origin know that our reality is very different from what many in Italy know.

Send your stories to: [email protected] .

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