Quel che i migranti odiano – What migrants hate


di emigrazione e di matrimoni

Quel che i migranti odiano

L’esperienza degli emigrati come i miei genitori e di conseguenza di noi figli di emigrati non è il semplice trasferimento da un paese a un altro, ma l’inizio di un percorso che porta eventualmente alla rottura di famiglia in rami nuovi

di Gianni Pezzano

La vita del migrante è segnata da viaggi e il primo è quello dal paese di nascita al nuovo paese di residenza. Poi, nel corso del tempo, i viaggi continuano. Magari si decide di cercare un altro paese nuovo, a volte si torna al paese di nascita per le vacanze, oppure anche per tornarci per sempre, può darsi perché non si trova al suo aggio nel paese nuovo o perché aveva fatto quel che voleva fare.

Nel corso di questi viaggi il migrante ripete un rito che non sembra così male all’inizio, però il tempo dimostra che il rito è l’anteprima di altri riti e perciò diventa un gesto odiato perché segna passaggi che a volte sono felici, ma quasi sempre sono pieni di dolore.


Una volta vedevamo il rito ai porti, ora sin dall’arrivo dei primi veri voli intercontinentali lo vediamo agli aeroporti internazionali e a volte lo vediamo ancora oggi alla stazione ferroviaria.

La partenza che vediamo in queste occasioni non segna solo l’inizio di un viaggio, spesso segna anche la fine di una fase della vita e solo il tempo fa capire al migrante, come anche alla famiglia che rimane a casa, il vero prezzo da pagare per cercare una vita nuova in un altro paese o continente.

Lacrime

La prima partenza che ricordo era quella di un cugino di mamma che decise di tornare in Italia perché si sentiva troppo spaesato nella terra nuova che era l’Australia dei primi anni 60.

La nave del cugino fece tappa di due giorni ad Adelaide dopo la partenza da Melbourne e così poteva farci un saluto. Per noi ragazzi andare al porto per prenderlo era un’avventura, molto più ancora che per la partenza siamo riusciti a salire a bordo per qualche ora per vedere quel che ci sembrava un sogno vivente.

Poi, con i coriandoli e gli strilli, e ancora di più le lacrime di molti adulti sulla nave e lungo il molo, vedevamo la nave allontanarsi. Era cosi lenta che siamo riusciti a metterci in macchina e seguire la prima parte del viaggio lungo la strada litorale. Mamma ha pianto tutto il giorno.

Qualche anno dopo la scena al porto era più straziante perché partivano i genitori di mamma alla fine del loro viaggio in Australia. Ho capito il motivo solo al nostro primo viaggio in Italia nel 1972.

All’inizio degli anni 70 con i voli meno costosi queste scene si sono trasferite all’aeroporto, con le famiglie che partivano per i primi viaggi in Italia, oppure qualcuno veniva dall’Italia in vacanza.

Il 2 dicembre 1972 eravamo noi a partire per il primo viaggio in Italia e in quei tre mesi noi ragazzi che eravamo seccati delle lacrime e le emozioni di occasioni che consideravamo come l’inizio di avventure e non occasioni tristi, abbiamo cominciato a capire il motivo.


Paesi d’origine

Naturalmente le prime tappe del viaggio erano i paesi di mamma e papà. In entrambi i casi i primi luoghi che abbiamo visitato erano i cimiteri per vedere i nonni. Al paese di mamma ho visto per la prima volta la tomba del nonno che avevo conosciuto per pochissimi mesi qualche anno prima, e nel paese di papà siamo andati alla tomba dei nonni che non ho mai conosciuto.

Dopo pochi giorni al paese di mamma siamo andati a Fondi per trovare i suoi cugini che vivevano a Melbourne e che noi giovani chiamavamo nel modo di famiglia, zio Antonio e zia Marianella. Erano tornati in Italia meno di due anni prima e zio Antonio era il fratello del cugino della prima partenza al porto. La loro figlia Sandra è la mia coetanea e per anni abbiamo condiviso molte occasioni e feste, scambiando visite regolarmente. Appena siamo arrivati alla loro casa lei ci ha accolti con una frase dal cuore “Riportatemi in Australia!”.

In quelle tre parole ho visto in prima persona che le partenze che noi giovani vedevamo con pensieri “romantici” erano separazioni crudeli, perché non sai se e quando ci rivedremo. Per Sandra la partenza era la perdita delle amiche del cuore e di scuola che ha lasciato a Melbourne e che ancora le mancavano molto

Era l’inizio del percorso che ha portato alla consapevolezza che l’esperienza degli emigrati come i miei genitori e di conseguenza di noi figli di emigrati non è il semplice trasferimento da un paese a un altro, ma l’inizio di un percorso che porta eventualmente alla rottura di famiglia in rami nuovi.

Comunicazione e contatti


Per i giovani d’oggi è difficile capire che fino a non tanti anni fa le comunicazioni erano una barriera vera tra membri di famiglie e che ancora oggi lo è tra chi vive in altri continenti e chi è rimasto in Italia.

I contatti moderni erano inesistenti, lettere impegnavano settimane ad arrivare e la risposta veniva settimane dopo. Le telefonate erano rare e costose, tanto che le notizia brutte arrivavano nel modo più crudele, con un telegramma, anche di notte, come ci è successo alla morte di nonno nel 1968.

Però, la distanza si fa ancora sentire come sanno coloro con parenti in Australia e le Americhe. A qualche punto noi tutti abbiamo dimenticato il fuso orario che è la prove della distanza trovando i nostri parenti ancora a letto, oppure nelle ora piccole come capiamo dalle loro voce al telefono.

Ma il distacco più difficile da accettare, come anche da capire per chi non l’ha mai sentito, è quello di non poter fare l’ultimo omaggio ai nostri cari.

La partenza finale

In effetti anche il funerale è una partenza, la nostra partenza finale, e il rito del funerale è un mezzo fondamentale per fare passare il dolore della perdita.


Questo è il motivo vero perché i migranti odiano le partenze al porto, all’aeroporto o alla stazione. Non sanno mai se sarà l’ultima volta che vedranno i genitori, fratelli, sorelle, zii o cugini.

In un caso alla fine di un viaggio in Italia ho avuto un’esperienza dolorosa, andare a trovare due zii in Calabria. Erano la sorella di papà e il marito. Erano entrambi malati e li ho salutati ben sapendo che non li avrei mai più visti.

Quel giorno, travolto dalle emozioni di quella partenza, uscendo dalla loro casa sono andato alla chiesa a pochi metri e mi sono seduto per quasi un’ora, ricordando tutte le partenze della mia vita. Ho visto di nuovo i visi di molte persone che non ci sono più, compresa la cugina Marina fulminata da una malattia crudele a diciotto anni.

Separazione

Certo, partiamo con il pensiero che il saluto sia un arrivederci, ma fin troppo spesso ci rendiamo conto solo dopo che il saluto è un addio anticipato e che non avremo l’opportunità di dare il saluto finale al funerale perché la distanza non ci permette di arrivare in tempo.

Ogni emigrato ha sentito questa emozione e per questo motivo odia le partenze perché non sappiamo mai il suo vero significato. Tristemente queste partenze finali sono i passaggi che creano le rotture tra parenti che portano alla perdita definitiva di contatti tra emigrati e discendenti e le famiglie in Italia.


Anche queste esperienze devono far parte delle storie che chiediamo ai nostri lettori. Abbiamo il dovere di documentare la nostra Storia perché non dobbiamo dimenticare i prezzi che noi tutti abbiamo pagato per fare una vita nuova e di tutti i prezzi questo è certamente la più dolorosa.

Inviate le vostre storie e: [email protected]  

 

di emigrazione e di matrimoni

What migrants hate

The experience of migrants such as my parents and subsequently of we children of migrants is not the simple transfer from one country to another but the beginning of a path that eventually leads to the breaking up of families into new branches.

By Gianni Pezzano

The life of migrants is marked by journeys and the first is from the country of birth to the new country of residence.   Then, over the years the journeys continue. They may decide to seek another new country, at times they go back to the country of birth for a holiday or to go back for good, possibly because they were not at ease in the new country or because they had done what they set out to do.

During these journeys migrants repeat a ritual that does not seem so bad at the beginning, however time shows that this ritual is the preview of other rituals and therefore it becomes a gesture that is hated because it marks passages that at times are happy but almost always are full of pain.

Once we saw this ritual at the ports and since the arrival of the first true intercontinental flights we see it at international airports and at times we still see it today at railway stations.

The departure we see on these occasions not only mark the start of a journey, but often also marks the end of a phase of life and only time lets migrants understand, and also the family that stays at home, the true price to pay for seeking a new life in another country or continent.

Tears

The first departure I remember was that of my mother’s cousin who decided to return to Italy because he felt too out of place in the new land that was Australia of the early 1960s.

The cousin’s ship stopped for two days in Adelaide after leaving Melbourne and in this way he could say farewell. For us young children going to the port to pick him up was an adventure and even more so at the departure when we managed to climb aboard for a few hours to see what looked like a dream come true.

And then, with the streamers and the yells and even more the tears of many adults on the ship and on the wharf, we saw the ship draw away. It was so slow we managed to get into the car and follow the first part of the trip along the coast road. Mamma cried all day.

A few years later the scene at the port was even more devastating because the ones leaving were mamma’s parents at the end of their trip to Australia. I only understood the reason at our first trip to Italy in 1972.

At the beginning of the 1970s with cheaper flights these scenes moved to the airports with the families who left for the first trips to Italy or when someone came from Italy on holiday.

On December 2, 1972 we were the ones leaving for the first trip to Italy and in those three months we young boys who were fed up with the tears and the emotions of the occasions that we considered the beginning of an adventure and not sad occasions began to understand the reason.

Towns of origin

Naturally the first stages of the trips were to the home towns of mamma and papà. In both towns the first places we visited were the cemeteries to see our grandparents. In mamma’s hometown I saw for the first time the tomb of the grandfather I had known for only a short time a few years before and in papà’s hometown we went to the tombs of the grandparents that I never got to know.

After a few days in mamma’s town we went to Fondi to visit her cousins who had lived in Melbourne and that we children call Uncle Antonio and Aunt Marianella as was our family tradition. They had come back to Italy less than two years before and Uncle Antonio was the brother of the cousin of the first departure at the port. Their daughter Sandra was born the same year as me and for years we shared many occasions and holidays, regularly exchanging visits. As soon as we arrived she welcomed us with a phrase that came from her heart “Take me back to Australia!”

In her words I saw firsthand that the departures that we children saw “romantically” were cruel separations because you never know if and when we will see each other again. For Sandra the departure was the loss of her closest friends that she left behind in Melbourne and that she still missed a lot.

It was the beginning of a path that brought awareness that the experience of migrants such as my parents and subsequently of we children of migrants is not the simple transfer from one country to another but the beginning of a path that eventually leads to the breaking up of families into new branches.

Communications and contacts

It is difficult for young people today to understand fully that until not so long ago communications were a real barrier between members of families and that it still is today between those who live in other continents and who is left in Italy.

Today’s modern contacts did not exist, letters took weeks to arrive and the answer came weeks later. Telephone calls were rare and expensive, so much so that bad news came in the cruellest way, with the arrival of a telegram, even at night as happened with my grandfather’s death in 1968.

However, distance is still felt today as those with relatives in Australia and the Americas know. At some stage we have all forgotten the time difference that is the proof of the distance and we found our relatives still in bed on the early hours of the morning as we understand from their voices on the phone.

But the separation that is hardest to accept, and also to understand for those who have never felt it, is not being able to pay our final respects to our loved ones.

The final departure

Effectively a funeral is a departure, our final departure, and the funeral rite is the fundamental means of passing the pain of the loss.

This is the true reason why migrants hate departures at the port, the airport or at the railway station. They never know if it will be the last time they will see the parents, brothers, sisters, uncles, aunts or cousins.

In one case at the end of a trip to Italy I had the painful experience of going to visit an uncle and aunt in Calabria. They were papà’s sister and her husband. They were both ill and I said goodbye knowing full well that I would never see them again.

That day, overcome by the emotion of the departure, when I left their home I sent to the church nearby and I sat there for nearly an hour, remembering all the departures of my life. I saw once more the faces of many people that are no longer with us, including my cousins Marina who was taken away from us by a cruel illness at eighteen years of age.

Separation

Certainly we leave with the thought that the greeting is a “see you later” but all too often we understand only later that it is an early “adieu” and that we will never have the chance for a final farewell at the funeral because the distance does not allow us to get there in time.

Every migrant has felt this emotion and for this reason hates departures because we do not know its true meaning. Sadly these final departures are the passages that create the breaking up of families that lead to the definitive loss of contacts between migrants and their descendants with the families in Italy.

These experiences must also be part of the stories we ask of our readers, We have the duty to document our history because we must not forget the prices we have all paid to make a new life and of all the prices this is certainly the most painful.

Send your stories to: [email protected]

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