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Italiani nel Mondo

Qual è il nostro patrimonio personale? – What is our personal heritage?

Gianni Pezzano

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di emigrazione e di matrimoni

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Qual è il nostro patrimonio personale?

Partiamo dal punto di riferimento più facile e quindi il più riconoscibile; il nostro rapporto con l’Italia, il paese d’origine dei nostri genitori, nonni o bisnonni.

Di Gianni Pezzano

Nel corso di tutti gli articoli abbiamo parlato spesso del “patrimonio personale” dei figli e discendenti degli emigrati italiani in giro per il mondo, ma cosa vogliamo dire?

La risposta non è per tanto semplice come potrebbe sembrare. In fondo, la risposta vuol dire anche come vediamo non solo le nostre origini, ma anche la nostra identità, perché quello stesso patrimonio ne è una parte fondamentale.

Però, avvisiamo sin dall’inizio che non esiste una risposta che va bene per tutti. A secondo se siamo immigrati, figli di immigrati, oppure della terza generazione e oltre il nostro punto di riferimento cambia. Come cambia anche secondo il paese in cui viviamo, l’atteggiamento verso gli immigrati, le scuole che frequentiamo e cosi via.

Inoltre, la nostra identità viene da più di una fonte che a volte sono collegate tra di loro e questo rende la ricerca per il nostro patrimonio personale personale e unica.

Italia

Partiamo dal punto di riferimento più facile e quindi il più riconoscibile; il nostro rapporto con l’Italia, il paese d’origine dei nostri genitori, nonni o bisnonni.

Per la prima generazione nata all’estero spesso vuol dire parlare l’italiano in casa, magari aver uno stretto giro di parenti e amici che non solo sono italiani, possono anche essere paesani e allora già da giovani il nostro atteggiamento verso l’Italia è specificatamente verso una regione o un paese o paesino.

Di conseguenza, questa identità “italiana” si basa su aspetti dei paesi dei genitori che poi cambiano da famiglia a famiglia con le infinite variazioni di tradizioni e usanze che ora vediamo sulle pagine dei social quando la gente dice “questa è italiano perché è quel che facciamo in casa”. A complicare le cose è che hanno ragione e torto allo stesso tempo.

La capacità di parlare l’italiano dipende anche dal fatto che i figli nei loro paesi di residenza abbiano o meno la possibilità di studiare la lingua a scuola o alle classi di gruppi italiani come la Società Dante Alighieri. Ma sappiamo anche che in alcune famiglie, i genitori e/o i nonni hanno deciso di non parlare la lingua più in casa per aiutare i figli a integrarsi o, peggio ancora, assimilarsi nel paese nuovo.

Poi, inevitabilmente la famiglie italiane all’estero cambiano per via dell’entrata di componenti non-italiani nel nucleo famigliare. Ma questo vuol dire semplicemente un mutamento dell’identità personale dell’individuo e non la negazione della sua parte italiana.

Paese di residenza

A rendere l’identità personale più o meno difficile poi è l’atteggiamento del paese di residenza verso gli immigrati.

Se il governo segue una politica di “integrazione”, come i maggiori paesi di immigrazione, gli immigrati hanno la possibilità di mantenere tradizioni, (nel caso italiano, come fare il maiale, il vino, ecc.), la religione e così via. Come anche gli immigrati hanno più libertà di parlare le loro lingue per strada, qualcosa che spesso, purtroppo, mette in disagio chi ha già poca tolleranza dei nuovi residenti nel paese.

In quei paesi dove il governo cerca di “assimilare” i nuovi immigrati, questo vuol dire perdere grande parte della loro identità . Questo è successo per esempio in Brasile durante un periodo di dittatura quando gli immigrati avevano probito con la legge il dare nomi italiani ai loro figli. Naturalmente, in questi paesi, lezioni dell’italiano, mantenere certe tradizioni, anche religiose crea difficoltà per le generazioni nel futuro poter ritrovare le loro identità personale.

Infatti, l’assimilazione vuol dire la distruzione dell’identità italiana, greca, ecc., dell’immigrante. A lungo termine questa assimilazione rende il nuovo paese di residenza più povero. Basta vedere in giro per il mondo in paesi come gli Stati Uniti, Australia e altri i quartieri “italiani”, “francesi”, “cinesi” e altri per capire che i nuovi immigrati possono arricchire la vita del nuovo paese.

Bisogna riconoscere che molti paesi hanno avuto i loro periodi di “integrazione” e di “assimilazione”, ma alla fine la politica di integrazione ha dato molti più benefici dei periodi di assimilazione.

Cultura

Naturalmente la Cultura dominante di qualsiasi paese è quella locale, anche se nessuna Cultura, senza eccezioni, è priva di influenze straniere. A scuola, questo vuol dire che, inclusi i figli e i nipotini degli emigrati italiani, sanno poco o niente della Cultura italiana, come anche la lingua, che dovrebbe far parte del loro patrimonio personale.

Basta vedere le domande di “cultura generale italiana” su alcune pagine americane per capire che molti di loro conoscono poco o niente della Storia, musica, cinema e le arti d’Italia, malgrado il fatto che l’Italia abbia il patrimonio culturale più grande del mondo.

Il problema è che lo sappiamo noi in Italia ma non lo sanno gli altri. Perciò, molti italiani sono scandalizzati, chi più, chi meno quando incontrano i parenti dall’estero che conoscono poco dei loro paesini e sanno qualcosa solo dei grandi luoghi turistici come Roma, Venezia e Firenze e poco altro.

Ho visto più volte lo stupore di parenti e amici dall’estero nello scoprire città d’arte che fuori l’Italia sono nominate solo raramente. Città come Mantova, Urbino, Ravenna e Ferrara, per nominarne soltanto quattro, non appaiono quasi mai nella letteratura all’estero, tanto meno nelle guide turistiche più popolari per i turisti stranieri che sono quelle che i discendenti degli emigrati italiani leggono prima di partire alla scoperta delle loro origini.

Come risolvere

Presentare le barriere come abbiamo fatto sopra non è che l’introduzione alla domanda più difficile, come potremo aiutare i figlie e discendenti a trovare il loro patrimonio personale e quindi poter finalmente capire la parte italiana della loro identità?

La risposta non è facile, ma deve partire dal capire che i servizi indirizzati a loro non possono essere solo in italiano, ma nelle lingue che parlano all’estero. Inoltre, come paese dobbiamo riconoscere che dobbiamo finalmente istituire un programma realistico per incoraggiare questi discendenti a imparare la nostra lingua e la nostra Cultura.

Infine, dobbiamo finalmente promuovere ogni aspetto della nostra Cultura in un modo tale che sia più facile da capire e quindi da imparare.  

Questo sono solo i primi passi, ma i passi seguenti devono venire da collaborazioni più coordinate tra l’Italia e i gruppi italiani all’estero. I Comites e il CGIE non deve solo cercare di presentare proposte, ma devono creare sempre di più canali che permetteranno ai nostri parenti e amici all’estero di poter accedere al Bel Paese.

Perciò, l’Italia, sia lo Stato nazionale che le regioni, deve rivedere il suo ruolo per incoraggiare gli italiani all’estero a ritrovare il loro patrimonio personale.

Allo stesso tempo gli italiani all’estero devono anche capire che devono cambiare il loro atteggiamento verso il paese d’origine perché, nella stragrande maggioranza dei casi, non capiscono che vagamente, la vera grandezza del Patrimonio Culturale italiano, che è anche il loro.

Dobbiamo tutti, in Italia e all’estero, lavorare insieme per colmare queste lacune che impediscono la creazione di una rete internazionale molto più grande di italianità. Spetta a tutti noi farlo e non dobbiamo più aspettare gli “altri” per farlo.

Non abbiamo niente da perdere, anzi possiamo solo guadagnare dalla creazione di una rete del genere.

 

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What is our personal heritage?

Let us start from the easiest and therefore most recognizable point of reference, our relationship with Italy, the country origin of our parents, grandparents or great grandparents

By Gianni Pezzano

During all the articles we have often spoken about the “personal heritage” of the children and descendants of migrants around the world but what do we mean?

The answer is not as simple as it may seem. Basically the answer also means how we see not only our origins but also our identity because said heritage is a fundamental part of it.

However, we warn you from the start that there is no answer that is good for everyone. Our point of reference changes depending on whether we are migrants, the children of migrants or the third or more generation. Just as it changes according to the country in which we live, its attitude towards migrants, the schools we went to, etc.

Furthermore, our identity comes from more than one source, which at times are tied together, and this makes the search for our personal heritage purely personal and unique.

Italy

Let us start from the easiest and therefore most recognizable point of reference, our relationship with Italy, the country origin of our parents, grandparents or great grandparents.

For the first generation born overseas this often means speaking Italian at home, maybe with a tight circle of relatives and friends who are not only Italian but may also be from the same town and therefore from when we are young our attitude towards Italy is specifically towards a region a city or a town.

Subsequently this “Italian” identity is based on aspects of our parents’ towns that then changes from family to family with the infinite variations of traditions and habits that we now see on the social media pages when people say “this is Italian because it is what we do at home”. What makes things complicated is that they are right and wrong at the same time.

The capacity to speak Italian also depends on if the children in their countries of residence have the possibility to study the language at school or at classes by Italian groups such as the Dante Alighieri Society. But we also know that in some families the parents and/or the grandparents took the decision to no longer speak the language at home to help the children integrate or, worse still assimilate, in the new country.

And then inevitably the Italian families overseas change due to the entry of new non-Italian components into the family unit. But this simply means a change in the individual personal identity and not the negation of its Italian part.

Country of residence

What then made the personal identity more or less difficult is the attitude of the country of residence towards migrants.

If the government follows a policy of “integration”, as did the major countries of migration, the immigrants have the possibility to maintain traditions (in the Italian case, killing the pig, wine, etc), religion and so forth. Just as the migrants have more freedom to speak their language in the street, something that sadly often makes people who already have little tolerance for the new residents in the country feel uncomfortable.

In those countries where the government seeks to “assimilate” new migrants, this means losing a large part of their identity. For example, this happened in Brazil during one of its dictatorships when migrants were forbidden by law to give their children Italian names. Naturally, in these countries Italian language classes, maintaining certain traditions, even religious, can cause problems for future generations to be able to look for their personal identity.

In fact, assimilation means the destruction of the migrant’s Italian, Greek, etc identity. In the long term assimilation makes the country of residence poorer. We only have to look at countries around the world such as the United States, Australia and others to see “Italian”, “French”, Chinese” and other suburbs to understand that new migrants can enrich the life of the new countries.

We have to recognize that many countries have had periods of “integration” and of “assimilation” but in the end the politics of integration has given more benefits than the periods of assimilation.

Culture

Naturally the dominant Culture of any country is the local one, even if no Culture is absent from foreign influences, without exception. At school this means that the children and grandchildren of Italian migrants know little or nothing of Italian Culture and the language which should be part of our personal heritage.

We only have to look at the questions on “general Italian Culture” on some American pages to understand that many of them know little or nothing of Italian history, music, cinema and art, despite that fact that Italy has the world largest cultural heritage.

The problem is that we in Italy know it but the others do not. Therefore, many Italians are more or less shocked when they meet their relatives from overseas who know little about their small towns and know something only about the great tourist centres such as Rome, Venice and Florence and little else.

I have seen a number of times the surprise of relatives and friends from overseas when they discover the Cities of Art that are rarely mentioned overseas. Cities like Mantua, Urbino, Ravenna and Ferrara, to name only four, almost never appear in the literature overseas, let alone in the more popular tourist guides which are the ones that the descendants of Italian migrants read before leaving to discover their origins.

How to solve this

Presenting the barriers as we did above is only the introduction to the hardest question. How can we help the children and descendants to find their personal heritage and therefore to finally be able to understand the Italian part of their identity?

The answer is not easy but must start from understanding that the services directed at them cannot be only in Italian but in the languages they speak overseas. In addition, as a country we must recognize that we must finally institute a realistic programme to encourage these descendants to learn our language and Culture.

In conclusion we must finally promote every aspect of our Culture in such a way that it is easier to understand and therefore to learn.

These are only the first steps but the following steps must come from a more coordinated collaboration between Italy and Italian groups overseas. The Comites and CGIE (overseas Italian community representative bodies) must develop more channels that will allow our relatives and friends overseas to be able to access Italy.

Therefore Italy, the national State and the regions, must review its role in encouraging Italians overseas to rediscover their personal heritage.

At the same time the Italians overseas must also change their attitude towards their country of origin because in the overwhelming majority of cases they only vaguely understand the greatness of Italy’s Cultural Heritage, a greatness which is also theirs.

All of us, in Italy and overseas, must work together to bridge this gap that prevents the creation of a much bigger international network of Italianness. It is up to all of us to do this and we must not wait for the “others” to do it.

We have nothing to lose, rather we can only gain from the creation of such a network.

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L’Arma Illusoria: i Parlamentari dall’estero – The Illusory Weapon: the Parliamentarians from overseas

Gianni Pezzano

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L’Arma Illusoria: i Parlamentari dall’estero

Il concetto dei parlamentari italiani all’estero è stato il progetto del cuore di Mirko Tremaglia, un Deputato del Movimento Sociale Italiano che era anche il responsabile degli italiani all’estero.

In un articolo recente (Le ricette e i nomi ingannevoli – The deceptive recipes and names) ho trattato il tema degli italiani nel mondo e come dobbiamo diventare una vera comunità internazionale per mostrare all’Italia che siamo una vera risorsa per il paese e non solo il ricordo del passato.

Ora continuo con un tema che spiega l’aggettivo usato alla fine dell’articolo che alcuni penseranno sia una provocazione, ma non lo è affatto. Voglio dare un’occhiata a un aspetto del Parlamento italiano che doveva fare proprio lo scopo dell’articolo, ma che, per motivi che saranno spiegati, è diventato un impedimento per realizzare i progetti che potrebbero nascere da una vera collaborazione internazionale degli italiani in tutti i continenti.

Però, prima di iniziare nel cuore dell’articolo vorrei fare capire al lettore che non ho alcuna intenzione di criticare e/o giudicare l’operato dei Deputati e Senatori eletti nelle circoscrizioni estere in questi ultimi anni. Prima di tutto perché gli unici che hanno quel ruolo e diritto sono i loro elettori che esprimono questo giudizio con il voto, ma poi perché l’articolo vuole trattare i problemi del sistema stesso che spesso non permette ai parlamentari di svolgere un ruolo che potrebbe cambiare la vita dei loro elettori residenti all’estero.

Lotta politica

Il concetto dei parlamentari italiani all’estero era il progetto del cuore di Mirko Tremaglia, un Deputato del Movimento Sociale Italiano di cui era anche il responsabile degli italiani all’estero. Per anni ha girato il mondo per conoscere gli italiani e svolgere quelle attività politiche necessarie per presentare una proposta legge per realizzare il suo sogno di rappresentanza parlamentare dei nostri connazionali emigrati.

Benché fosse il simbolo della legge che porterà il suo nome, la Legge Tremaglia (Legge 459 del 27 dicembre 2001), ebbe l’appoggio anche dei Ds e la Margherita che formerà poi l’Ulivo di Romano Prodi che contesterà per le seguenti elezioni. Ma per capire i problemi inerenti alla presenza dei parlamentari eletti all’estero bisogna guardare come la proposta è arrivata in aula.

Infatti, la svolta arrivò con l’appoggio del Governo di cui lui faceva parte. Tremaglia aveva assicurato il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che gli elettori all’estero avrebbero ripagato la legge votando per il suo partito. Ovviamente il calcolo di Berlusconi era quello normale per qualsiasi partito, cercare di vincere le elezioni. Purtroppo per le intenzioni di Tremaglia, i risultati ottenuti dall’estero non rispettarono affatto le sue previsioni.

Il destino ha voluto che nel primo voto con la nuova legge del 9 e 10 aprile 2006 la maggioranza degli eletti all’estero non è andata ai partiti della coalizione berlusconiana, bensì al neonato Ulivo e sono stati proprio questi voti a dare la vittoria, e quindi il Governo, a Romano Prodi, non solo alla Camera dei Deputati, ma e più importante, anche la maggioranza nel Senato, anche se minima.

Ci vuole poco per capire la delusione, e varie cronache politiche dell’epoca riferiscono anche la rabbia, di Berlusconi a questa svolta politica che avrebbe dovuto ripagare il suo gesto verso gli italiani all’estero.

Non ci tratteniamo su questo punto tranne per dire che da allora Forza Italia non ha espresso mai, oltre un certo sforzo, gli stessi interessi verso le circoscrizioni estere nelle elezioni, al punto che in Argentina è nato poi un gruppo il MAIE (Movimento Associativo Italiani All’Estero) che è riuscito a fare eleggere i suoi parlamentari al nostro Parlamento.

Ma sin dall’inizio, e particolarmente per via delle maggioranza minima nel Senato, abbiamo cominciato a vedere le debolezze del sistema dei Parlamentari eletti all’estero, non importa per quale partito. Ed è per via di queste debolezze che i parlamentari eletti all’estero sono diventati un’arma illusoria per realizzare progetti grandi per gli italiani all’estero.

Realtà politiche

Chiunque abbia partecipato alla politica, in qualsiasi forma e livello, capisce che c’è una regola di ferro: chi ha i numeri in Aula vince. Dunque, per il Governo i voti dei parlamentari, siano eletti in Italia oppure all’estero, erano destinati a garantire la sopravvivenza e per l’opposizione a cercare di farlo cadere.

Nelle due Camere del Parlamento italiano ci sono mille parlamentari tra Deputati e Senatori (che ora saranno ridotti per via del recente referendum) ed i diciotto parlamentari dall’estero, dodici Deputati e sei Senatori, erano visti solo come numeri in questo gioco eterno dei numeri che è la realtà della politica.

Inoltre, per via del loro numero questi parlamentari, sparsi tra vari partiti, non avrebbero potuto mai dare un contributo efficace e a largo raggio in favore dei loro concittadini all’estero. Magari questo sarebbe potuto cambiare se questi parlamentari avessero lavorato insieme per ottenere vantaggi per gli italiani all’estero, ciascuno all’interno del proprio partito, ma non lo sapremo mai perché questo non è successo.

Purtroppo, anche altri aspetti altrettanto crudeli e potentissimi hanno determinato quel che i parlamentari potevano fare per i loro territori.

Il primo aspetto è certamente economico. In un periodo difficile economicamente per il paese negli anni dall’introduzione della legge, l’economia italiana non poteva permettersi molte spese che gli elettori in Italia, e non pochi parlamentari, avrebbero considerato “inutili” e, dobbiamo dire che i progetti a favore degli italiani all’estero fanno parte di questa categoria.

Per loro non importa il fatto che promuovere la nostra Cultura, l’insegnamento della nostra lingua e altri progetti importanti simili, abbiano il potenziale di aumentare la vendite dei nostri prodotti nel mondo e quindi anche gli introiti dall’estero di cui la nostra economia ha davvero bisogno.

Ed in questo cadiamo nel tranello di non capire che la nostra Cultura, compresa la lingua, deve essere considerata come un’industria e non soltanto un gioiello prezioso da tenere in cassaforte e da mostrare nelle occasioni di prestigio come simbolo della nostra grandezza.

Il secondo aspetto, una realtà che molti italiani all’estero non capiscono, è che il Parlamento italiano può fare poco per cambiare il tenore della loro vita quotidiana, tranne per quei pochi che hanno pensioni italiane, oppure hanno proprietà nel Bel Paese.

Perciò devono capire che il ruolo effettivo dei nostri Parlamentari eletti all’estero per i loro elettori è davvero molto limitato. Ma non per questo dobbiamo pensare che non possano fare qualcosa.

Visione e azioni

In primis, i parlamentari danno voce agli italiani all’estero, ma non lo possono fare senza il contributo dei nostri parenti e amici all’estero. Non solo le poche migliaia che votano, ma tutti, cittadini italiani e non, perché sono loro che devono formare vere comunità italiane all’estero e non solo assembramenti di individui con interessi personali come fin troppo spesse accade, anche in Italia.

Parliamo di “italiani all’estero” ma in realtà non esiste una vera rete degli italiani nel mondo e per realizzare i nostri sogni dobbiamo assumerci la responsabilità di essere più attivi non solo creando questa rete, ma anche e soprattutto per promuovere la nostra Cultura e la nostra lingua, a partire dai figli e particolarmente i discendenti oltre la terza generazione che, per via che dei sistemi scolastici dei loro paesi di nascita/residenza, non sanno niente della vera grandezza del loro Patrimonio Culturale, il più grande del mondo.

E per fare questo dobbiamo fare squadra, per realizzare progetti volti alla promozione di scambi di tutti i tipi tra l’Italia e le sue comunità nel mondo. Dobbiamo incoraggiare e aiutare i discendenti degli emigrati italiani nel corso dei secoli a riscoprire le loro origini. Dobbiamo anche farci carico della promozione di prodotti italiani di ogni genere per fare capire agli italiani in Italia che siamo una vera risorsa e non solo un dettaglio storico da ricordare come gesto simbolico.

E purtroppo i parlamentari eletti all’estero sono diventati un gesto simbolico perché la loro elezione ha dato l’impressione di fare qualcosa, ma per i motivi spiegati sopra, effettivamente la loro presenza nella Camera dei Deputati e nel Senato ha bloccato la volontà politica di fare progetti seri per il bene del paese che coinvolgano i nostri parenti e amici all’estero.

Dobbiamo tutti capire che la loro presenza nel Parlamento, insieme alle azioni delle comunità italiane all’estero, ha il potenziale di fare crescere gli scambi con l’Italia di ogni genere, culturali e commerciali, che farebbe bene a tutti, a partire dall’Italia stessa.

E per fare questo tutti dobbiamo finalmente capire, come l’esempio di Tremaglia ci mostra benissimo, che le buone intenzioni non valgono niente se non sono seguite da azioni. In parole povere, dobbiamo agire tutti e non pensare che un manipolo di parlamentari da soli hanno i mezzi per migliorare i rapporti tra l’Italia e i suoi figli all’estero.

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The Illusory Weapon: the Parliamentarians from overseas

The concept of Italian Parliamentarians overseas was the project closest to the heart of Mirko Tremaglia, a Deputy of the Movimento Sociale Italiano (Italian Social Movement) for which he was also the person responsible for the Italians overseas.

In a recent article (Le ricette e i nomi ingannevoli – The deceptive recipes and names) I dealt with the issue of Italians in the world and how we must become a true international community to show Italy that we are a real resource for the country and not only a memory of the past.

I now continue with an issue that explains the adjective used at the end of the article that some readers will consider provocative but it is not at all. I want to take a quick look at an aspect of Italy’s Parliament that was supposed to carry out the very purpose of the article but that, for reasons that will be explained, has become an impediment to setting up the projects that could arise from real international collaboration between Italians in all the continents.

However, before starting at the heart of the article I would like to make the reader understand that I have no intention of criticizing and/or judging the actions of the Deputies and the Senators elected in recent years in the overseas electorates. First of all because the only ones who have this role and right are their electors who express this judgment with their vote and then because the article wants to deal with the problems of the system itself that often do not allow the parliamentarians to play a role that could change the lives their electors residing overseas.

Political battle

The concept of Italian Parliamentarians overseas was the project closest to the heart of Mirko Tremaglia, a Deputy of the Movimento Sociale Italiano (Italian Social Movement) for which he was also the person responsible for the Italians overseas. For years he travelled around the world to get to know the Italians and to carry out the political activities needed to present a Bill to fulfil his dream of parliamentary representation of our countrymen and women who migrated overseas.

Although he was the symbol of the law that would bear his name, the Tremaglia Law (Law 459 of 27 December, 2001), the proposal had the support of the Democratici di Sinistra (Democrats of the Left) and the Margherita that together would form Romano Prodi’s Ulivo (Olive Tree) Coalition that went on to contest the following elections. But to understand the problems inherent in the presence of parliamentarians elected overseas we have to look at how the bill reached the Chambers of Parliament.

In fact, the turning point came with the support of the Government of which he was a part. Tremaglia had assured Prime Minister Silvio Berlusconi that the electors overseas would have rewarded the law by voting for his party. Obviously Berlusconi’s calculation was the normal one for any Party, to try and win the elections. Unfortunately for Tremaglia’s intentions the results obtained overseas did not at all respect his expectations. 

Destiny wanted that in the first vote under the new law on 9 and 10 April, 2006 the majority of the candidates elected overseas did not go to Berlusconi’s coalition but to the newly born Ulivo and these were the votes that gave the victory, and therefore the Government, to Romano Prodi, not only in the Chamber of Deputies but also and even more importantly, the majority in the Senate even if with the slimmest of margins.

It takes little to understand the disappointment, and a number of political reports of the time say also the anger, of Silvio Berlusconi at this political turnaround that should have repaid his gesture towards the Italians overseas.

We will not linger on this point except to say that since then Berlusconi’s Forza Italia party has never expressed beyond a certain effort the same interest towards the overseas elections to the point that a group was created in Argentina, the MAIE (Movimento Associativo Italiani All’Estero / Associative Movement of the Italians overseas), that has managed to get its parliamentarians elected to our Parliament.

But from the very beginning, and particularly due to the minimal majority in the Senate, we started to see the weaknesses of the system of Parliamentarians elected overseas, no matter for which party. And it is because of these weaknesses that the Parliamentarians elected overseas have become an illusory weapon for setting up large projects for Italians overseas.

Political reality

Whoever has taken part in politics, in any form or level, understands that there is a golden rule: who has the numbers on the floor wins. Therefore, for the Government the votes of the Parliamentarians, whether elected in Italy or overseas, were destined to guaranteeing its survival and for the opposition to try and make the Government fall.

There are a thousand parliamentarians in the two Chambers of Italy’s Parliament between Deputies and Senators (which will be reduced due to the recent referendum) and the eighteen Parliamentarians from overseas, twelve Deputies and six Senators, were seen only as mere numbers in the eternal game of numbers that is the reality of politics.

Furthermore, due to their number these parliamentarians, spread amongst various parties, could never make an effective and wide ranging contribution in favour of their fellow citizens overseas. Maybe this would have changed if these parliamentarians had worked together to obtain advantages for Italians overseas, each one working within his or her party, but we will never know because this did not happen.

Unfortunately other issues, just as cruel and very powerful, also determined what the parliamentarians could do for their territories.  

The first issue is certainly economical. In a difficult period economically for the country in the years since the introduction of the law, Italy’s economy could not afford many expenses that voters in Italy, and not a few parliamentarians, would have considered as “useless” and we must say that projects for Italians overseas are part of this category.

For them it does not matter that promoting our Culture, teaching our language and other similar major projects have the potential to increase the sales of our products internationally and therefore also the income from overseas that our economy truly needs.

And here we fall for the trap of not understanding that our Culture, including our language, must be considered like an industry and not just a precious jewel that is kept in a safe to be shown on prestigious occasions as a symbol of our greatness.

The second issue, and a reality that many Italians overseas do not understand, is that Italy’s Parliament can do little to change the tenor of their daily lives, except for the few who have Italian pensions or own property in Italy. Therefore, they must understand that the effective role of our parliamentarians elected overseas for their voters is truly very limited. But this does not mean that they cannot do something.

Visions and actions

First of all, the parliamentarians give Italians overseas a voice but they cannot do this without the contribution from our relatives and friends overseas. Not only the few thousand who vote but everybody, whether or not they are Italian citizens, because they are the ones who must form real Italian communities overseas and not just gatherings of individuals with personal interests that happens all too often, even in Italy.

We talk about “Italians overseas” but in reality there is no real network of Italians around the world and to fulfil our dreams  we must take the responsibility of being more active not only by creating this network but also and above all by promoting our Culture and language, starting with the children and particularly the descendants beyond the third generation who, due to the school systems of their countries of birth/residence, know nothing of the true greatness of their Cultural Heritage, the world’s greatest.

And to do this we must come together as a team to create projects aimed at the promotion of exchanges of all types between Italy and her communities around the world. We must encourage and help the descendants of Italian migrants over the centuries to rediscover their origins. We must also take charge of the promotion of Italian products of every kind to make Italians in Italy understand that we are a true resource and not only a historical detail to be remembered as a symbolic gesture.

And unfortunately the parliamentarians elected overseas have become a symbolic gesture because their election has given the impression of doing something but, for the reasons explained above, their presence in the Chamber of Deputies and the Senate has effectively blocked the political will to carry out serious projects for the country’s good that involve our relatives and friends overseas.

We must all understand that their presence in the Parliament together with actions of the Italian communities overseas have the potential to increase the exchanges of every kind with Italy, cultural and commercial, which would be good for everyone, starting with Italy herself.

And to do this we must all finally understand, as Tremaglia’s example shows very well, that good intentions are worth nothing if they are not followed by actions. Put simply, we must act together and not think that a handful of parliamentarians alone have the means to improve relations between Italy and her children overseas.

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L’Emissario del Diavolo: Niccolò Machiavelli – The Devil’s Emissary: Niccolò Machiavelli

Gianni Pezzano

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L’Emissario del Diavolo: Niccolò Machiavelli

Generalmente una frase viene utilizzato per descrivere il libro “Il Principe” di Niccolò Machiavelli, “i fini giustificano i mezzi”, ma questa è un’interpretazione superficiale del saggio di meno di 140 pagine

Nel 1516 Sir Thomas More, il teologo e poi Cancelliere d’Inghilterra sotto il Re Enrico VII, ha scritto un libro il cui titolo descrive un’isola dello stesso nome con una società perfetta. Infatti, quel nome è entrato nel vocabolario del mondo per descrivere una società ideale, Utopia.

Quel che More non poteva sapere è che tre anni prima un autore fiorentino aveva già scritto un libro che mostrava in modo freddo e meticoloso perché il sogno del teologo inglese era irrealizzabile, non perché non volesse una società perfetta ma perché, per la prima volta un autore aveva il coraggio di mettere sulla carta le realtà dure e crude della politica vera, e in modo particolare dei giochi necessari prima per ottenere e poi mantenere il potere.

Il destino ha voluto che More fosse giustiziato dal suo sovrano per aver mantenuto fede alla dottrina della sua religione, ma nel 2000 Papa Giovanni Paolo II ha dichiarato Thomas More, ora santo, sia per i cattolici che per gli anglicani, il Santo Patrono dei politici. Al contrario, qualche decennio dopo la morte del suo autore l’uscita del libro italiano in Inghilterra ha sconvolto così tanto i lettori del paese, che hanno inventato un soprannome nuovo per il Diavolo, Old Nick, ispirato dal nome dell’autore perché, secondo loro, il libro poteva essere stato scritto solo dall’Emissario del Diavolo. L’autore era Niccolò Machiavelli.

Generalmente una frase viene utilizzato per descrivere il libro “Il Principe” di Niccolò

Machiavelli, “i fini giustificano i mezzi”, ma questa è un’interpretazione superficiale del saggio di meno di 140 pagine e per capire il perché diamo un’occhiata breve alla sua vita.

Tempi burrascosi

Niccolò Machiavelli nato a Firenze il 3 maggio 1469 era un autore, funzionario e diplomatico per la sua città. Questi mestieri volevano dire, soprattutto nel suo ruolo di ambasciatore, che doveva essere non solo intelligente, ma anche un osservatore acuto e capace di dedurre velocemente da quel che osservava personalmente e dai documenti che doveva leggere per il suo lavoro.

Inoltre, viveva in quel che erano davvero tempi burrascosi ed ha visto personaggi storici, uno dei quali, Cesare Borgia, era il modello del Principe del libro, sia nei pregi che nei difetti. Ha visto rivolte contro il governo fiorentino, particolarmente la cacciata dei Medici da parte di Savonarola e lui stesso è stato esiliato dalla sua città di nascita.

“Il Principe” quindi era il risultato di quel che aveva visto nel corso della sua vita e doveva essere considerato una specie di “guida” per un “Principe” capace. Anche se il libro è dedicato a Lorenzo de Medici, Duca di Urbino, nipote del celebre Lorenzo il Magnifico, le crude verità rivelate dal libro erano troppo per chi voleva predicare le utopie e non ammetteva pubblicamente quel che facevano davvero i regnanti per ottenere e mantenere il potere.

Per Machiavelli, il Principe non era un “uomo perfetto” ma un essere umano, e sapeva che ogni essere umano era soggetto a regole come anche a desideri personali e questi vengono descritti nel libro. Lui sapeva che ci voleva un uomo forte per poter sopravvivere in un luogo, l’Italia rinascimentale, che in molti modi poteva essere anche l’ambiente dei giochi politici spietati della serie televisiva “Trono di Spade”, senza i draghi e la magia, ma certamente con i suoi massacri, assassini e guerre continue.

Quindi “Il Principe” non mostra solo gli esempi di forza e crudeltà, e a volte anche atti spietati e furbi necessari in tempi burrascosi, e che sono gli incidenti che ispirano l’interpretazione sbagliata della frase citata sopra, ma ci sono anche i mezzi per giudicare il suo lavoro.

Regole

Benché l’aggettivo “machiavellico” sia stato inventato in risposta al libro pensando alle realtà crude dell’epoca, Machiavelli va oltre per dire che il Principe non deve pensare solo a se stesso, ma anche, e soprattutto, alla popolazione la cui vita dipende dalle sue decisioni.

Difatti, quando il Principe decide di andare in guerra deve farlo in modo da poterlo finire il più presto possibile e per motivi che sono davvero molto moderni. Le guerre sono periodi che fanno male a tutti, dai più poveri ai più potenti, sia in termini di vite umane, sia per quel che ora consideriamo condizioni economiche, e quindi il Principe che decide di ricorrere al mezzo più atroce deve essere deciso e spietato, anche se per motivi “etici” il ricorso alla guerra deve essere evitato, se possibile. Questo è il mezzo con cui il Principe è giudicato.

L’autore fiorentino riconosce anche i fattori che possono decidere la sorte dei Principi come la “Fortuna”, che spessa è cieca e può cambiare da un momento all’altro per moltissimi motivi non controllabili dal Principe. Un esempio di questo è stata la morte prematura di Papa Alessandro VI che fu decisiva per la caduta di suo figlio Cesare Borgia.

Dopo l’interregno brevissimo di Papa Pio III è subentrato Giuliano Della Rovere con il nome Giulio II che, non solo per motivi di potere personale, ma anche e soprattutto perché era anche disposto a entrare in guerra personalmente, ha messo fine alle ambizioni della famiglia Borgia. Inoltre, questo Papa è ora considerato uno dei mecenati d’Arte più importanti della Storia e, per chi non lo sapesse, è stato proprio questo Papa guerriero a commissionare Michelangelo a dipingere la Cappella Sistina.

Allo stesso modo Machiavelli aveva anche riconosciuto i pericoli delle compagnie di mercenari stranieri dei “Capitani di ventura” che combattevano per chi pagava di più, e quindi spesso non erano leali con chi li pagava.

Infine, Machiavelli fa appello a Lorenzo de Medici di prendere atto di quel che scriveva per mettere fine alle azioni dei francesi e spagnoli in Italia, e di mettersi a capo dei molti stati “italiani” che esistevano all’epoca. In un certo senso il primo sentore dei pensieri che porteranno poi al Risorgimento quattro secoli dopo la sua morte.

Purtroppo pochi hanno voluto capire questo aspetto del suo pensiero. Anzi, basta pensare che, per mantenere la loro Signoria, i Gonzaga di Mantova hanno stabilito rapporti forti con gli austriaci e per questo motivo non è proprio un caso che la loro è stata la Signoria più longeva della penisola, e certamente molto più lunga dei celebri de Medici fiorentini.

Quel che scrive Machiavelli è moderno perché riconosce molti aspetti della vita della politica che oggigiorno consideriamo normali con la parola “pragmatico”. Il Principe deve agire entro i limiti della legge e la moralità, ma in certi tempi, come in guerra, per dare l’esempio più lampante, si trova a dover prendere decisioni dure che non si prenderebbero mai in altri tempi.

Italia

Per capire davvero Machiavelli e per rendersi conto perché la frase spesso citata sia sbagliata, bisogna leggere bene e attentamente non solo “Il Principe” ma anche i suoi “Discorsi su Tito Livio”, dove spiega in modo più dettagliato i suoi pensieri. Sarebbe bello pensare che se i “Principi” dell’epoca di Machiavelli gli avessero dato retta con ogni probabilità l’Italia sarebbe nata molto prima, ma così non è stato e per un motivo molto semplice.

Per quanto Machiavelli fosse un grande osservatore un suo amico, Francesco Guicciardini, anche lui diplomatico e grande autore politico e pensatore, era ancora più realista. Con la sua frase “O Franza o Spagna purché se magna” ha dimostrato d’aver capito perfettamente le debolezze dei “Principi” italiani che pensavano solo ai propri interessi invece di agire insieme, e di conseguenza hanno creato le condizioni per cui la nostra penisola è rimasta un campo di battaglia per eserciti stranieri per secoli.

Infine, non possiamo scrivere un articolo su Niccolò Machiavelli senza nominare un’altra sua opera, la commedia teatrale “La Mandragola” considerata la più grande commedia del Rinascimento. Nel farci vedere le vite dei fiorentini della sua epoca non solo ci fa ridere, e molto anche, ma ci fa vedere che le debolezze umane non son mai cambiate e i messaggi di questa opera sono ancora validi oggi quanto i messaggi politici de “Il Principe”, e perciò vediamo chiaramente anche nelle sue opere che Machiavelli non è affatto “machiavellico” quanto l’aggettivo moderno potrebbe farci pensare. Per chi ha voglia di vederlo vale la pena cercare online il film “La Mandragola” del regista Alberto Lattuada interpretato magistralmente dal grande Totò e Philippe Leroy che ci fa rivivere quell’epoca affascinante.

Se i nostri lettori vogliono davvero capire l’Italia e la sua Storia farebbero bene a cercare autori come Machiavelli e Guicciardini, perché hanno visto con i propri occhi quel che ora esiste solo nei libri di Storia e dunque sono capaci di trasportarci in un mondo che non esiste più, ma senza il quale il nostro paese sarebbe molto diverso.

di emigrazione e di matrimoni

The Devil’s Emissary: Niccolò Machiavelli

One phrase is generally used to describe Niccolò Machiavelli’s book Il Principe (The Prince), “the ends justify the means”. But this is a superficial interpretation of the book of less than 140 pages

In 1516 the English theologian Sir Thomas More, later King Henry VIII’s Chancellor, wrote a book whose title described an island of the same name with a perfect society. In fact, that name entered the world’s vocabulary to describe an ideal society, Utopia. 

What More could not have known was that three years earlier a Florentine author had already written a book that coldly and meticulously showed why the English theologian’s dream was unattainable, not because he did not want a perfect society but because, for the first time, an author had the courage to put on paper the harsh and crude reality of real politics and especially of the games needed first to obtain and then to maintain power.

Destiny wanted that More be executed by his sovereign for having kept faith with the doctrine of his religion but in 200 Pope John Paul II declared Thomas More, now a saint for both the Catholics and the Anglicans, the Patron Saint of Politicians. On the other hand, a few decades after its author’s death the publication of the Italian book in England horrified that country’s readers so much that they invented a new nickname for the Devil, “Old Nick” inspired by the author’s name because, according to them, the book could only have been written by the Devil’s Emissary. The author was Niccolò Machiavelli.

One phrase is generally used to describe Niccolò Machiavelli’s book Il Principe (The Prince), “the ends justify the means”. But this is a superficial interpretation of the book of less than 140 pages and to understand why let us take a quick look at his life.

Stormy times

Niccolò Machiavelli, born in Florence on May 3, 1469, was an author, functionary and diplomat for his city. These professions meant, especially in his role as an ambassador, that he had to be not only intelligent but also a keen observer and to be able to deduce quickly from what he observed personally and from the documents he had to read for his work.

Furthermore, he lived in what were truly stormy times and he saw firsthand historic characters, one of whom was Cesare Borgia, the model for the book’s Prince, both in strengths and weaknesses.  He saw revolts against Florence’s government, especially the expulsion of the de Medici family by Savonarola, and he himself was exiled from his city of birth.

“The Prince” therefore was the result of what he had seen in the course of his lifetime and had to be considered a sort of “guide” for the good “Prince”. Even though the book is dedicated to Lorenzo de Medici, the Duke of Urbino, grandson of the famous Lorenzo the Magnificent, the harsh truths revealed in the book were too much for those who preached Utopia and did not admit publicly what rulers really did to obtain and keep power.

For Machiavelli the Prince was not a “perfect man” but a human being and he knew that every human being was subject to rules and also personal desires and these are recognized in the book. He knew that a strong man was needed to be able to survive in a place, Renaissance Italy, which in many ways could have been the setting for the ruthless political games of the TV series “Game of Thrones”, without the dragons and the magic but certainly with its massacres, murders and continuous wars.

Therefore, “The Prince” shows not only examples of strength and cruelty but sometimes also the ruthless and cunning actions necessary in stormy times and these are the incidents that inspire the wrong interpretation of the phrase quoted above, but there are also the means to judge his work.

Rules

Although the adjective “Machiavellian” was invented in reply to the book thinking about the harsh reality of the period, Machiavelli goes further to say that the Prince must not only think of himself but also and above all of the population whose life depends on his decisions.

Indeed, when the Prince decides to go to war he must do so in a manner to be able to end it as quickly as possible and for reasons that are truly modern. Wars are periods that hurt everybody, from the poorest to the most powerful, both in terms of human lives and of what we now consider economic conditions and therefore the Prince who decides to resort to the most atrocious means must be decisive and ruthless, even if for “ethical” reasons resorting to war must be avoided, if possible. This is the means by which a Prince is judged.

The Florentine author also recognizes the factors that can decide the fate of Princes, such Fortuna (Fortune, effectively Luck) that is often blind and can change from one moment to the next for many reasons beyond the control of the Prince. One example of this was the premature death of Pope Alexander VI that was decisive in the eventual fall of his son Cesare Borgia.

After the very short interregnum of Pope Pius III, Giuliano Della Rovere took over with the name Julius II and it was he who, not only for reasons of personal power but also and above all because he was also prepared to go to war personally, put an end to the ambitions of the Borgia family. In addition, this Pope is now considered one the greatest patrons of Art in history and, for those who do not know, it was this warrior Pope who commissioned Michelangelo to paint the Sistine Chapel.

In the same way Machiavelli had recognized the dangers of the companies of foreign mercenaries that fought for those who paid the most and therefore they often did not remain loyal to those who paid them.

Finally Machiavelli appealed to Lorenzo de Medici to take note of what he wrote to put an end to the actions of the French and the Spanish in Italy and to put himself at the head of the many “Italian” states that existed at the time. In a certain sense this was the first glimpse of the thoughts that would lead to Italy’s Unification four centuries after his heath.

Unfortunately, few wanted to understand this aspect of his ideas. Indeed, we only have to think that, in order to keep its status, the Gonzaga family of Mantua established strong relations with the Austrians and for this reason it was not at all a coincidence that theirs was the peninsula’s longest lived Ruling House that was certainly much longer than that of the famous de Medici family of Florence.

What Machiavelli wrote is modern because it recognizes many aspects of political life that we today consider normal with the word “pragmatic”. The Prince must act within the Law and morality but in certain times, such as in a war to give the most striking example, he finds himself having to make difficult decisions that he would never make in other times.

Italy

In order to truly understand Machiavelli and to understand why the phrase often quoted is wrong we must read well and carefully not only “The Prince” but also his Discorsi su Tito Livio (Discourses on Livy) in which he explains his thinking in a much more detailed way. It would be nice to think that if the “Princes” in Machiavelli’s time had listened to him in all likelihood Italy would probably have been born much earlier but this was not so and for one very simple reason.

As much as Machiavelli was a great observer one of his friends, Francesco Guicciardini, also a diplomat and a great author and thinker, was even more realistic. With is phrase O Franza o Spagna purché se magna (Either France or Spain as long as we eat) he showed that he had understood perfectly the weaknesses of the Italian “Princes” who thought only of their own interests instead of acting together and, as a result, they created the conditions that our peninsula remained a battlefield for foreign armies for centuries.

Finally we cannot write an article about Niccolò Machiavelli without mentioning another one of his works, the play La Mandragola (The Mandrake), considered the Italian Renaissance’s greatest comedy. In letting us see the lives of the Florentines of his times he not only makes us laugh, and very well at that, he lets us see human weaknesses that have never changed and the messages of this work are still just as valid as the political messages of “The Prince” and in these works we clearly see that Machiavelli was not at all as “Machiavellian” as the adjective might lead us think. For those who want to see the play it is worth searching online for the film La Mandragola by director Alberto Lattuada interpreted masterfully by the great Totò and Philippe Leroy which lets us relive that fascinating time.

If our readers truly want to understand Italy and her history they would do well to look for authors such as Machiavelli and Guicciardini because they saw with their own eyes what now exists only in history books and therefore they can transport us to a world that no longer exists but without which our country would be very different.

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Italiani nel Mondo

Italiani nel mondo: una chiamata alle armi – Italians in the world: A Call to Arms

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Italiani nel mondo: una chiamata alle armi

Cosa sanno davvero in Italia delle moltissime realtà che sono gli Italiani nel mondo? E allo stesso modo, che armi hanno i nostri parenti e amici all’estero per farle conoscere agli italiani in Italia?

Ci sono tante armi, ma non tutte uccidono o feriscono. Anzi, molte delle armi che hanno avuto effetti molto longevi sono quelle che tanti non considerebbero mai come armi, le parole e le immagini.

Questa rubrica “Italiani nel mondo” è stata creata con un’intenzione specifica e vogliamo cogliere l’occasione dell’anno nuovo scrivendo questo articolo, e in seguito un altro nel prossimo futuro, su quel che i nostri lettori possono fare non solo per migliorare i loro rapporti con il paese d’origine dei loro genitori, nonni o bisnonni, ma anche su quel che possono fare per avvicinare il Bel Paese alle sue comunità di figli e discendenti di emigrati italiani sparsi in tutto il mondo.

Difatti, in questo articolo vorrei proporre ai lettori, e in modo particolare a quelli che hanno cominciato a leggere questi articoli di recente, solo alcune considerazioni sui mezzi a disposizione per fare capire ai parenti e amici in Italia le realtà delle loro vite, e delle vite dei loro genitori e avi, quando sono arrivati nei paesi all’estero dove cercavano una vita nuova per i loro figli.

E soprattutto, allo stesso tempo, di documentare per il futuro la vita degli emigrati ed i loro figli e discendenti, perché la Storia non documentata è destinata ad essere dimenticata e considerando il contributo di questi emigrati non solo alla Storia d’Italia, anche economicamente cosa che molti in Italia non ricordano più, abbiamo il dovere finalmente di raccogliere la Storia dell’Emigrazione italiana.

Ma prima dobbiamo chiederci cosa sanno davvero in Italia delle moltissime realtà che sono gli Italiani nel mondo? E allo stesso modo, che armi hanno i nostri parenti e amici all’estero per farle conoscere agli italiani in Italia?

La risposta alla prima domanda è un triste poco o niente delle realtà dell’emigrazione e per questo per rispondere alla seconda domanda bisogna fare una brevissima spiegazione di alcuni fatti dell’emigrazione per inserire la riposta nel suo contesto storico.

Secoli

L’emigrazione italiana non è un fenomeno nuovo e infatti risale a molto prima della nascita del nuovo regno chiamato Italia del 1860. All’estero c’erano già emigrati da tutta la penisola ed incredibilmente il figlio di uno di loro, James Matra, era sulla nave del Capitano inglese James Cook quando, nel 1770 , ha scoperto Botany Bay vicino a quel che sarebbe diventata poi la città di Sydney in Australia, la prima colonia britannica del continente.

Non sapremo mai quanti milioni di emigrati sono partiti dalla penisola nel corso dei secoli, ma una cosa è sicura, molte persone in Italia oggi non sanno di avere parenti sconosciuti all’estero, compreso anche gente partita nel ‘900. Anche in zone che non molti oggi pensano come zone di massiccia emigrazione come il Veneto e il Friuli.

Le intenzioni di questa rubrica non sono solo di dare informazioni su aspetti della nostra Cultura che i nostri parenti e amici all’estero non conoscono, ma soprattutto di cercare di avvicinare in ogni modo l’Italia ai figli e discendenti degli emigrati, che spesso sentono un vuoto che non riescono a spiegare del tutto, spesso nemmeno a loro stessi, ma che è il vuoto creato dal non conoscere le proprie origini.

Stranieri

È difficile spiegare, a chi non l’ha mai sentita, la sensazione di sentirsi uno straniero nel proprio paese, per poi scoprire di essere anche straniero nel paese d’origine dei suoi genitori. Eppure questo è quel che sentivo da giovane e per cui ho impegnato anni per prima riconoscere e poi capire.

E nel corso degli anni, e ancora di più da quando ho cominciato a scrivere questi articoli, durante gli scambi con lettori in altri paesi, ho capito che la sensazione non è affatto rara ed il solo fatto di tenerla dentro di noi non ha fatto altro che farci pensare che solo noi la sentivamo.

Ed è stato proprio nello scrivere queste mie emozioni che ho finalmente capito che noi figli e discendenti di emigrati italiani dobbiamo documentare le nostre emozioni ed esperienze, come gli emigrati stessi hanno il dovere di fare altrettanto, perché è solo tramite questi mezzi, queste armi emotive, che riusciamo a capire noi stessi e anche aiutare coloro che non riescono ad identificare il disagio che sentono ogni giorno.

Documenti

Ovviamente le armi nelle mani degli italiani all’estero per fare conoscere le loro realtà sono le parole e le immagini.

Tramite le armi potentissime dei libri e gli articoli che mettono in parole le nostre esperienze e sensazioni diamo testimonianze importanti che fino ad ora scarseggiavano, anche se ci sono individui in ogni paese che già svolgono questo compito fondamentale.

Poi, come ogni individuo è diverso, anche ogni paese è diverso e dobbiamo finalmente riconoscere che, benché i desideri degli individui siano uguali, le esperienze in ogni paese sono diverse e che non ne sappiamo abbastanza. Basta pensare alla legge in Argentina che obbligava gli immigrati ad adottare nomi spagnoli al posto dei loro nomi di nascita e allo stesso modo non permetteva a loro di dare nomi italiani ai loro figli nati in quel paese. In effetti questa legge negava loro l’identità personale di cui il proprio nome dovrebbe essere un diritto. Il fatto che questa legge sia stata abolita solo nel 2015 deve farci capire le difficoltà di vivere da italiani e figli di italiani in altri paesi che nessuno in Italia riesce a immaginare.

Ma scrivere libri e articoli non sono solo alcune delle armi a disposizione per documentare le nostre esperienze, la nostra Storia da figli e discendenti di italiani. Immagini, siano in fotografie che nei film, sono anche armi emotive, potenti ed importantissime per ritenere e trasmettere queste storie.

Recentemente abbiamo pubblicato un articolo (La Sicilia che non Ricordiamo – The Sicily we do not remember) riguardo il film “Maccaruni” ideato e prodotto da figli/discendenti di emigrati siciliani in Tunisia nel quale sentiamo e vediamo le testimonianze di queste esperienze. Quanti in Italia sanno di questo e di film simili in altri paesi come gli Stati Uniti e l’Australia, e non solo?

Allo stesso modo, sappiamo di gruppi teatrali in altri paesi che hanno scritto e rappresentato pezzi teatrali per tenere vivi i ricordi ed esperienze del loro passato. Molte di queste opere non sono in italiano e nemmeno nelle lingue dei paesi si residenza, ma spesso mettono insieme i dialetti dei genitori e nonni con la lingua locale, per creare lingue franche nuove, e temporanee, utilizzate per colmare i vuoti dei vocabolari delle famiglie immigrate per le nuove e spesso inattese esperienze in questi paesi.

L’Arma illusoria

Si parla tanto di avvicinare l’Italia con le sue comunità all’estero, ma non possiamo farlo in modo efficace se sappiamo poco o niente di quel che è successo e continua a succedere ai nostri parenti e amici all’estero.

Però la responsabilità di creare questi legami più stretti spetta sia all’Italia che agli italiani all’estero stessi, che devono cominciare a essere più attivi come comunità e non lasciare questo compito solo a pochi individui, alcuni dei quali lo fanno solo per motivi d’interesse personale e non solo per le comunità in generale.

Allora, gli italiani in Italia e gli italiani nel mondo devono agire insieme con queste armi potenti e creare opere in parole ed immagini che non solo spieghino la Storia degli italiani all’estero da paese a paese, ma anche per creare un sistema per fare crescere legami sempre più stretti tra l’Italia e le sue comunità.

Una rete mondiale delle comunità italiane nel mondo con l’Italia al centro non solo avrebbe effetti importanti a livello emotivo, ma, se impostata bene con scopi specifici, avrebbe anche effetti economici importanti per tutti, a partire dall’Italia stessa, ma solo se finalmente riconosciamo a livello ufficiale che gli italiani all’estero sono anche una risorsa fondamentale per il futuro del paese e non solo il ricordo dell’emigrazione del passato.

Infine, nel prossimo futuro pubblicheremo un articolo su un’altra arma a disposizione ideata con questi scopi ma che, per motivi fuori il controllo degli italiani all’estero, è diventata un semplice illusione che ha bloccato una visione più vasta del fenomeno degli italiani nel mondo.

I lettori sono invitati come sempre a inviare le loro storie ed esperienze per pubblicazione a: [email protected] 

di emigrazione e di matrimoni

Italians in the world: A Call to Arms

What do people in Italy really know about the many realities that the Italians in the world are? And, at the same time, what weapons do our relatives and friends overseas have to make them known to Italians in Italy?

There are many arms (weapons) but not all of them kill or injure. In fact, many of the weapons that have very long term effects are those that many would never consider as weapons, words and images.

The column “Italiani nel Mondo” (Italians in the world) was created with a specific intention and we want to take the opportunity of the new year to write this article, and another in the near future, on what our readers can do, not only to improve their relations with the country of origin of their parents, grandparents or great grandparents, but also on what they can do to bring Italy closer to her communities of children and descendants of Italian migrants scattered around the world.

Indeed, in this article we would like to offer our readers, and in particular those who began reading these articles recently, only some considerations on the means available to make the relatives and friends in Italy understand the realities of their lives and the lives of their parents and forebears when they arrived overseas where they tried to make a new life for their children.

And especially, at the same time to document for the future the lives of the migrants and their children and descendants because undocumented history is destined to be forgotten and considering the contribution of these migrants not only to Italy’s history, and also her economy as many in Italy no longer remember, we have a duty to finally collect the History Of Italian Migration.

But first we must ask ourselves, what do people in Italy really know about the many realities that the Italians in the world are? And, at the same time, what weapons do our relatives and friends overseas have to make them known to Italians in Italy?

The answer to the first question is a sad little or nothing about the realities of migration and for this reason to answer the second question we have to make a brief explanation of some facts of migration to put the answer in its historic context.

Centuries

Italian migration is not a new phenomenon and in fact dates back to long before the birth of the new kingdom of Italy in 1860. Overseas there were already migrants from all the peninsula and incredibly the son of one of these, James Matra, was on the ship of the English Captain James Cook when he discovered Botany Bay in 1770, near to what would become the city of Sydney in Australia, the continent’s first British colony.

We will never know how many millions of migrants left the peninsula over the centuries but one thing is certain, many people in Italy today do not know they have unknown relatives overseas, also including people who left during the 20th century. Even in areas that not many today think of as areas of heavy migration, such as the Veneto and the Friuli.

The intention of this column is not only to give information on aspects of our Culture that our relatives and friends overseas do not know but above all to try to bring Italy closer in every way to the children and descendants of migrants who often feel an emptiness that they cannot fully explain, often not even to themselves, but which is the emptiness created by not knowing their origins.

Foreigners

It is hard to explain to those who have never felt it the feeling of being a foreigner in your own country to then discover that you are also a foreigner in your parents’ country of origin. And yet this is what I felt as a young man and that took me years to first recognize and then understand.

Over the years, and even more since I began to write these articles and during the exchanges with readers in other countries, I have understood that the feeling is not at all rare and the mere fact of keeping it inside ourselves does nothing but make us feel that only we feel it.

And it was precisely in writing about my emotions that I finally understood that we children and descendants of Italian migrants must document our emotions and experiences, like the migrants themselves have a duty to do the same thing, because it is only through these means, these emotional weapons, that we can understand ourselves and also help those who cannot identify the discomfort that they feel every day.

Documents

Obviously the weapons in the hands of the Italians overseas to make their realities known are words and images.

Through the very powerful weapons of books and articles that put our experiences and feelings into words we give important testimonies that, until now, have been in short supply, even if there are individuals in every country who already carry out this fundamental task.

And then, just as every individual is different, every country is also different and we must finally recognize that, although the desires of individuals are the same, the experiences in every country are different and that we do not know enough about them. We only have to think about the law in Argentina which required that immigrants adopt Spanish names in place of their birth names and in the same way did not allow them to give Italian names to their children born in that country. In effect this law denied them their personal identity of which their own name should be a right. The fact that this law was abolished only in 2015 has to make us understand the difficulty of living as Italians and children of Italians in other countries that nobody in Italy can imagine.

But writing books and articles are only some of the weapons available to document our experiences and our history as the children and descendants of Italians. Images, both in photos and in films, are also emotional, powerful and very important weapons to retain and transmit these stories.

We recently published an article (La Sicilia che non Ricordiamo – The Sicily we do not remember) about the film “Maccaruni” conceived and produced by children/descendants of Sicilian migrants in Tunisia in which we hear and see testimonies of these experiences. How many in Italy know about this and similar films in other countries like the United States, Australia and beyond?

Similarly we know about theatre groups in other countries that have written and performed plays to keep the memory of their past and their experiences alive. Many of these works are not in Italian and not even in the languages of the countries of residence but often combine the dialects of the parents and grandparents with the local language to create the new temporary lingua franca used to fill the gaps in the vocabularies of the immigrant families for the new and unexpected experiences in these countries.

The illusory weapon

There is a lot of talk about bringing Italy closer to her communities overseas but we cannot do this effectively if we know little or nothing about what happened and continues to happen to our relatives and friend overseas.

But the responsibility for creating the closer ties belongs to both Italy and the Italians overseas themselves who must begin to be more active as a community and not leave it only to a few individuals, some of whom do so only for reasons of personal interest and not just for the community in general.

So, Italians in Italy and Italians overseas must act together with these powerful weapons to create works in words and images that not only explain the History of the Italians overseas from country to country but also to create a system to make ever closer ties between Italy and her communities.

A worldwide network of Italian communities in the world with Italy at its centre would not only have major effects emotionally but would also, if set up with specific goals, have important economic effects for everyone, starting with Italy herself, but only if we finally officially recognize that the Italians overseas are also a fundamental resource for the future of the country and not just a memory of the migration of the past. 

Finally, in the near future we will publish an article about another weapon available that was conceived for these purposes but which, for reasons beyond the control of the Italians overseas, became a mere illusion that blocked a much wider vision of the phenomenon of the Italians in the world.

The readers are, as always, invited to send their stories for publication to: [email protected] 

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