C’era una volta – Once upon a time


di emigrazione e di matrimoni

di emigrazione e di matrimoni

C’era una volta

C’era una volta un dittatore che voleva un Impero e per pochi anni lo ebbe, ma quel dittatore lasciò il paese in rovina, moltissimi, troppi morti in due continenti e stranieri a controllare il destino del popolo che si fidava dell “uomo forte”.

Di Gianni Pezzano

Sembra strano intitolare una riflessione storica con una frase che di solito si utilizza per iniziare una fiaba, però, recentemente molti politici, e non solo in Italia, hanno cercato nel passato un disegno politico per il futuro.


Questo comportamento dimostra che la nostra memoria è selettiva e troppi, molti intenzionalmente per motivi di politica moderna, cercano di scegliere i ricordi da evocare e fare finta che altre lezioni, molte più dolorose e sanguinose, non abbiano niente a che fare con il mondo d’oggi.

La selettività della memoria storica inizia con una parola quasi nuova il “sovranismo” che nasconde un’altra parola dai ricordi terribili, il “nazionalismo” che fu l’origine di due guerre mondiali. Infatti faceva persino parte del nome di un partito politico in Germania che diede vita a una dittatura che ha segnato la Storia del mondo, partendo dall’Europa.

Metro di giudizio

Ma come si giudica un periodo storico? Come si giudica il lavoro di un qualsiasi politico, sia eletto democraticamente oppure il capo di una dittatura?

Sono due domande importanti perché sentiamo sempre più spesso che il dittatore in soggetto abbia fatto “anche cose buone”. La frase potrebbe anche essere vera, ma giudicare solo alcune cose isolate e non nel contesto totale del periodo, non ci fa capire se davvero un periodo storico possa e debba essere utilizzato per preparare un programma politico per il futuro del paese.

Inizi

C’era una volta un dittatore che iniziò, come molte altri dittatori compreso Hitler, ottenendo il potere in modo democratico secondo la costituzione nazionale del paese.

Nel 1922 l’Italia soffriva ancora gli effetti della Grande Guerra e le sensazioni che i “poteri forti” avessero offeso il paese nelle conferenze internazionali, che cercavano di evitare future guerre del genere. Queste conferenze furono un fallimento e la guerra che scoppiò nel 1939 fu davvero mondiale e molto più sanguinosa di quella che doveva essere la “Guerra che pone fine alle guerre”.

Tralasciamo come il dittatore, che eventualmente formò la dittatura, prese il potere. Non nominiamo alcune delle “cose buone” che sono elencate regolarmente da chi sogna il ritorno di quell’epoca, non solo perché l’elenco è manipolato, ma perché l’unico giudizio, lo stato del paese alla fine del periodo di potere, è l’unico mezzo oggettivo per giudicare non solo l’operato di quella ventina di anni, che fu segnata anche da molti morti politici in tutta la penisola, ma di qualsiasi capo di governo.

Ne ricordiamo soltanto uno di questi morti perché la conseguenza di quell’episodio fu di aprire la porta alla dittatura.

Vittime

L’assassinio di Giacomo Matteotti fu senza dubbio un atto politico e ora sappiamo legato alle sue domande riguardo una serie di episodi che i giornali d’oggigiorno chiamerebbero “scandali e reati finanziari”.


Non guardiamo le azioni che vengono comprese tra le “cose buone” come le bonifiche di paludi, ecc., per creare città come la moderna Latina, che nacque con un nome legato alla dittatura.

Basta girare certe zone del paese per vedere le lapidi di vittime di coloro che facevano “cose buone”.

Basta vedere le strade e piazze nominate in memoria di don Giovanni Minzoni nell’Emilia Romagna per capire che le opposizioni alla dittatura non erano solo da parte della sinistra, ma anche azioni di preti. Persino don Camillo, delle serie fortunata di libri di un noto oppositore Giovanni Guareschi, certamente non era di sinistra. Come non lo erano due politici che faranno poi la Storia del paese, Giulio Andreotti e Alcide de Gasperi, che doveva nascondersi nel Vaticano per evitare gli uomini del dittatore che volevano fargli pagare la sua opposizione al regime.

Non dimentichiamo la decisione del dittatore di togliere la cittadinanza, il lavoro e la dignità di una parte importante del paese, gli ebrei che abitano in Italia dal tempo dell’Impero romano. Non per “ordini tedeschi” come dicono gli apologisti, ma per la propria volontà di mostrare che era “deciso” quanto Hitler verso la “razza infame”.

Quattro volte

Ricordiamoci che in quella ventina di anni il dittatore dichiarò quattro volte guerra ad altri. La prima volta con la guerra coloniale che creò un impero effimero che doveva sfidare gli altri grandi imperi, che già allora avevano cominciato a dubitare sul valore di quelle terre in altri continenti.

Le seconda volta con la partecipazione alla Guerra Civile spagnola al fianco del futuro alleato nella guerra futura, la Germania.


La terza volta nel 1940 quando il dittatore dichiarò guerra perché, secondo lui il paese aveva bisogno di “qualche migliaia di morti per sedere al tavolo della pace”.

La quarta volta fu nel 1941, insieme a Hitler, agli Stati Uniti, che non erano una minaccia diretta perché il Congresso americano aveva autorizzato il Presidente Franklin Delano Roosevelt a fare guerra solo al Giappone, che aveva attaccato Pearl Harbor qualche giorno prima. In questo modo i due dittatori decisero la propria sorte.

Risultato

Ed è il risultato di queste ultime due dichiarazioni che deve essere considerate quando giudichiamo l’operato della ventina di anni di dittatura nel nostro paese che alcuni “nostalgici” evocano regolarmente oggigiorno: lo stato del paese nel 1945.

Il 25 luglio 1943 quando il Gran Consiglio votò la fine della dittatura l’Italia era già stata invasa dagli alleati. Soldati e civili italiani morivano già a causa della guerra che doveva avere solo “qualche migliaia di morti”. Oltre duecentomila soldati italiani erano partiti per la guerra nell’Unione Sovietica e solo poche migliaia ne fecero ritorno.

Nell’aprile 1945 quando morì il dittatore, vestito in una divisa tedesca mentre fuggiva in Svizzera, l’Italia non controllava più le terre all’estero, nemmeno quelle che deteneva prima della Grande Guerra.

Nell’aprile 1945 il paese che il dittatore lasciò alla Storia era devastato e con tante centinaia di migliaia di morti italiani. La penisola non era più controllata da italiani ma da forze armate straniere.


A causa di queste condizioni nel paese nei due decenni seguenti milioni di italiani furono costretti a emigrare e infatti furono i loro soldi inviati alle famiglie in Patria ad aiutare il paese distrutto dal dittatore a uscire dalle rovine e diventare una delle superpotenze economiche del mondo.

Giudizio

C’era una volta un dittatore che voleva un Impero e per pochi anni lo ebbe, ma quel dittatore lasciò il paese in rovina, moltissimi, troppi morti in due continenti e stranieri a controllare il destino del popolo che si fidava dell “uomo forte”.

Pensando a come lasciò il paese e lo stato della popolazione come possiamo considerare quelle “cose buone” come la testimonianza e il giudizio di vent’anni di dittatura?

Eppure oggi c’è chi   sogna il suo ritorno e dobbiamo farci soltanto una domanda, Perché?

Come disse un esponente di spicco della dittatura, editore e giornalista Leo Longanesi che una volta credeva nel “uomo forte”, “Dobbiamo vivere in una dittatura per apprezzare la Democrazia”.

Questa è la lezione che dobbiamo ricordare e non le “cose buone”…


 

di emigrazione e di matrimoni

Once upon a time

Once upon a time there was a dictator who wanted an Empire and for a few years he had it but that dictator left the country in ruins, with too many dead in two continents and foreigners controlling the fate of the people who believed in the “strong man”.

By Gianni Pezzano

It seems strange entitling a reflection on history with a phrase that is normally used to start a fairy tale, however, recently many politicians, and not just in Italy, have looked to the past for a political agenda for the future.

This behaviour shows how our memory is selective and too many people, many of them for reasons of modern politics, try to choose the memories to evoke and they pretend that the other lessons, many of which were much more painful and bloodier, have nothing to do with today’s world.

The historical selectivity begins with a word that is almost new, “sovreignism”, that hides a word with horrible memories, the “nationalism” that was the origin of two world wars. In fact, it even formed part of the name of a political party in Germany that gave life to a dictatorship that stamped world’s history, starting in Europe.

The yardstick

How do we judge a historical period? How do we judge the work of any politician, whether elected democratically or the head of a dictatorship?

These are two important questions because all too often we hear that the dictator in question had “also done some good things”. The phrase may well be true, but judging only some isolated things and not in the total context of the period does not let us understand if the historical period truly can and should be used to prepare a political agenda for the country’s future.

Beginnings

There was once a dictator who began, as did many other dictators including Hitler, by achieving power democratically according to the country’s constitution.

In 1922 Italy was still suffering the effects of the Great War and the feeling that the “strong powers” had insulted the country during the international conferences that were trying to avoid future wars. These conferences failed and the war that started in 1939 was truly a world war and much bloodier than the one that should have been the “War to end all wars”,

Let us overlook how the dictator how the dictator who will eventually founded the dictatorship took power. We will not name some of the “good things” that are regularly listed by those who dream of the return of that period, not only because the list has been manipulated, but also because the only judgment, the state of the country at the end of the period of power, is the only objective means for judging not only the work of those twenty years that were also marked by many political deaths, but for the work of any head of government.

We remember only one of these deaths because the consequence of the incident was to open the door to the dictatorship.

Victims

The murder of opposition politician Giacomo Matteotti was undoubtedly a political act and we now know it was linked to his questions about a series of episodes that today’s newspaper would call “financial scandals and crimes”.

Let us not look at the actions that are included in the “good things” such as draining the marshes, etc, to create cities such as the modern Latina which was founded with a name tied to the dictatorship.

We only have to walk around certain areas of the country to see the tombstones and plaques for the victims of those who did “good things”.

We only have to see the streets and piazzas in the region of Emilia-Romagna named in memory of Catholic priest don Giovanni Minzoni to understand that the opposition to the dictatorship was not only by the left but also by priests. Even don Camillo of the famous series of books by a noted opponent Giovanni Guareschi who was certainly not from the left. As were not two politicians who went on to make history in the country, future Prime Ministers Giulia Andreotti and Alcide de Gasperi who had to hide in the Vatican to avoid the dictator’s men who wanted to make him pay for his opposition to the regime.

Let us not forget the dictator’s decision to take away the citizenship, work and dignity of an important part of the country, the Jews who have lived in Italy since Roman times. Not because of “German orders” as the apologists say, but by his   desire to show that he was just as “determined” as Hitler regarding the “wicked race”.

Four times

Let us remember that during those twenty years the dictator declared war four times. The first was the Colonial War that created the short lived empire that was supposed to challenge the other great empires that were already beginning to doubt the value of those lands in other continents.

The second time was with the participation in the Spanish Civil War alongside its future ally in the war to come, Germany.

The third time was in 1940 when the dictator declared war because, according to him, the country needs “a few thousand dead to sit at the peace table”.

The fourth time was in 1942 together with Hitler on the United States which was not a direct threat because America’s Congress had authorized President Franklin Delano Roosevelt to make war only with Japan that had attacked Pearl Harbor a few days before. In this way the two dictators sealed their own Fate.

Result

And it is the result of the final two declarations that must be considered when we judge the work of about twenty years of dictatorship in our country that some “nostalgics” regularly evoke today: the state of the country in 1945.

On July 25th, 1943 when the Grand Council voted to end the dictatorship Italy had already been invaded by the Allies. Italian soldiers and civilians were already dying due to a war which should only have had “a few thousand dead”. More than two hundred thousand Italian soldiers had left for the war in the Soviet Union and only a few thousand returned.

In April 1945 when the dictator died dressed in a German uniform as he fled to Switzerland, Italy no longer controlled its territories overseas, not even those she held before the Great War.

In April 1945 the country that the dictator left to history was devastated and with many hundreds of thousands of dead. The peninsula was no longer controlled by Italians but by foreign armies.

Due to these conditions in the country, in the following two decades millions of Italians were forced to migrate and in fact the money they sent to their families at home helped the country devastated by the dictator to come out of the ruins and to become one of the world’s economic superpowers.

Judgment

Once upon a time there was a dictator who wanted an Empire and for a few years he had it but that dictator left the country in ruins, with too many dead in two continents and foreigners controlling the fate of the people who believed in the “strong man”.

Considering how he left the country and the state of the population, how can we consider those “good things” as the testimony and judgment on twenty years of dictatorship?

And yet today there are those who dream of his return and we must only ask one question: Why?

Publisher and journalist Leo Longanesi a leading member of the dictatorship who once believed in the “strong man” said, “We must experience a dictatorship to appreciate Democracy”.

This is the lesson that we must remember, not the “good things”…

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