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La lezione mai imparata- The lesson not learned

By 28 Ottobre 2019 No Comments

di emigrazione e di matrimoni

La lezione mai imparata

Molti oggigiorno non  ricordano che prima dell’attacco a Pearl Harbor nel 1941, il Giappone aveva già iniziato una grande campagna militare contro culture considerate “inferiori” dai giapponesi, specificamente la Corea e la Cina.

 

La vita è piena di lezioni, alcune le impariamo e cerchiamo di utilizzarle, in modo che ci permettano di evadere il nostro obbligo a non ripetere sbagli del passato. Sarebbe bello dire che le lezioni siano servite, purtroppo non è proprio così, particolarmente in casi dove le lezioni hanno avuto in bilancio numeri di vite umane che difficilmente riusciamo a immaginare.


Sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale sentiamo ripetere la frase “Mai Più” riferita alla Shoah, che fu una delle basi principali della fondazione dello stato moderno d’Israele. Quella serie di stragi, che ancora oggi alcuni malintenzionati cercano di smentire, ha avuto un ruolo importante nella psiche internazionale. Ma quello non fu l’unico caso di stragi orrende del ventesimo secolo.

Una in particolare viene nominata e, come lo Shoah, è soggetta a controversia perché il paese responsabile non riconosce la cifra ufficiale di oltre trecentomila vittime in una sola città.

Mentre facciamo qualche pensiero a quel massacro tra le due guerre mondiali, ricordiamoci che il fenomeno responsabile per quelle tragedie sta tornando prepotentemente nel mondo d’oggi, ma con un altro nome.

Nel passato l’orgoglio per il proprio paese si è trasformato in “purezza razziale”, e fu la “scusa” per questi massacri infami e questo concetto non è mai sparito del tutto nel mondo, come vediamo fin troppo spesso nelle cronache internazionali.

Con l’idea di “purezza” diventa facile considerare gli altri “inferiori”, e quindi pensare che la vita di questi non vale quanto la vita dei “nostri”. La conseguenza è che le guerre e le stragi diventano facili da “giustificare”.

Guerra e cifre

Molti oggigiorno non  ricordano che prima dell’attacco a Pearl Harbor nel 1941, che portò all’entrata degli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale, il Giappone aveva già iniziato una grande campagna militare contro culture considerate “inferiori” dai giapponesi, specificamente la Corea e la Cina.

Nel corso della Seconda Guerra Sino-Giapponese, le forze armate nipponiche hanno catturato l’allora capitale cinese, Nanchino. Con inizio il 13 dicembre 1937, il giorno della caduta della città, e fino almeno alle prime settimane del febbraio seguente, i soldati giapponesi cominciarono sistematicamente a uccidere sommariamente soldati cinesi e poi, con la scusa che alcuni di questi si nascondevano in borghese tra la popolazione civile, i giapponesi hanno esteso la strage anche ai civili.

In questo modo l’esercito nipponico ha seviziato, stuprato e infine ucciso un numero enorme di cinesi. Infatti, proprio per l’estensione di questo eccidio, quelle settimane infernali sono conosciute non solo come “il Massacro di Nanchino”, ma anche come “Lo stupro di Nanchino”. Perché moltissime delle vittime furono gettate nelle acque del grande fiume Yangtse, e non sapremo mai con precisione la cifra precisa dei morti.

Oggi il monumento ai caduti nella città utilizza le cifre ufficiali del governo cinese, cioè oltre 300.000 caduti. Una cifra che il governo giapponese ancora oggi contesta con forza. Altre cifre riferiscono 190.000 soldati e 150.000 civili, e una recente stima americana calcola persino oltre 500.000 vittime.


Ma a complicare le accuse verso i responsabili è stato il rifiuto dei governi alleati di processare il vero Capo di Stato giapponese, l’ex imperatore Hirohito. È anche molto possibile che alcuni dei soldati hanno nascosto il loro ruolo per un senso d’onore verso colui che prima della resa nipponica era una “divinità” per i suoi sudditi. Infatti, la rinuncia a questo titolo faceva parte delle condizioni di resa firmata dal governo giapponese dopo le bombe atomiche a Hiroshima e Nagasaki.

La vera causa

Ma se torniamo indietro del tempo, la radice delle guerre Sino-Giapponesi e dei due conflitti mondiali, e persino delle guerre nel Balcani non tanti anni fa, era il nazionalismo che nacque di seguito alla Rivoluzione Francese del 1789.

Questo nazionalismo ha avuto molti effetti nel corso degli oltre due secoli da allora, uno dei quali fu la nascita di due paesi che non erano mai esistiti fino ad allora, l’Italia e la Germania. Un eco distante di questo richiamo per paesi nuovi, si trova oggi nei giornali sul destino crudele dei curdi nel Medioriente, che vedono i loro sogni di un paese proprio negato non solo da Turchia, Siria, Iran e Iraq, ma persino dalle superpotenze, che regolarmente interferiscono nel destino politico di questi paesi tormentati per le loro ambizioni politiche e anche nazionaliste.

L’effetto del nazionalismo e il suo figliastro, lo sciovinismo, è di considerare il proprio paese e la nostra Cultura migliore di quella degli altri.

Per via di questi sogni di indipendenza nazionalistica i Balcani rimangano una potenziale polveriera, e non solo nei paesi dell’ex Jugoslavia, ma anche con i territori contestati tra molti paesi di cui l’Ucraina e la Russia sono solo un esempio.

Quindi, per cercare di evitare i dubbi legati al nazionalismo i fautori del “prima i…” hanno deciso di definirsi “sovranisti”. Ma cosa vuol dire questa parola?


Una nuova tendenza, il Sovranismo

La parola nel senso politico attuale viene originariamente dalla parola francese souverenainisme  e si riferiva alla volontà dei francofoni del Québec in Canada d’avere la propria sovranità politica. Non a caso, e come dimostrazione di questa volontà, il Québec è l’unico territorio francofono nel mondo a utilizzare “arrêt” al posto di “stop” sulle strade. Questa parola è poi diventata l’inglese “sovreignist” e di conseguenza è venuta a noi come sovranista.

In molti sensi l’imbroglio politico attuale nel Regno Unito conosciuto come Brexit è la conseguenza della voglia di una parte della popolazione di riprendere i diritti nazionalisti che ritengono persi a misteriosi “burocrati europei”, dimenticando che i burocrati seguono poi le decisioni degli europarlamentari eletti dai loro concittadini.

Benché possiamo capire il desiderio di vedere una politica di “Prima i…” in qualsiasi paese, l’effetto pratico spesso non è proprio quel che molti pensano. Il primo, e anche il più grave, è di limitare i diritti dei residenti del paese che non siano cittadini. Ci vuol poco a capire che se tutti i paesi del mondo facessero politiche del genere verso gli immigrati, a partire dagli emigrati italiani in altri paesi, avrebbero una vita molta più povera e limitata in ogni senso.

Non intendiamo puntare il dito a un qualsiasi singolo partito o personaggio politico sia in Italia che all’estero. Una lettura attenta della stampa dimostra che questo fenomeno non si limita solo ad un paese, ma esiste in molti e in tutti i continenti. Senza dimenticare che spesso le intenzioni dei capi politici sono poi interpretate in modi inattesi dai loro seguaci. E anche questo aspetto deve essere considerato dai politici, di tutti i colori, quando fanno discorsi pubblici.

Diritti umani

La soluzione ai problemi internazionali non viene da un aumento del senso nazionalistico, come vediamo anche nel Parlamento Europeo, ma dal poter convivere e dal riconoscere che i diritti umani e universali valgono per tutti, non importa la loro cittadinanza.

Nel momento in cui il nazionalismo limita questi diritti universali, apriamo la porta alla mentalità che permette stragi come Nanchino perché a quel punto non consideriamo più gli “altri” come nostri pari, ma come inferiori in ogni senso.


Perciò, Nanchino e altre stragi del genere devono servire come lezioni per farci ricordare sempre i pericoli del nazionalismo esagerato, e se pensiamo che questo non potrebbe accadere nell’Europa del 21° secolo, dobbiamo solo ricordarci che recentemente il governo austriaco ha proposto di dare la cittadinanza ai cittadini di Bolzano e gli altri territori che sono diventati italiani dopo la Grande Guerra. Se tutti i paesi cominciassero su quella strada dove finiremmo?

Desidero ringraziare mio fratello Tony che ora si trova proprio a Nanchino le cui foto hanno ispirato questo articolo e che ci ha gentilmente concesso il permesso per la foto in testa all’articolo.

di emigrazione e di matrimoni

The lesson not learned

Many today do not remember that before the attack on Pearl Harbor , Japan had already begun a great military campaign against cultures the Japanese considered “inferior”, specifically Korea and China.

Life is full of lessons, we learn some and we try to manipulate others to let us avoid our duty to prevent mistakes from the past. It would be nice to say that the lessons served a purpose but it is not exactly so, especially in cases where lessons were paid for in numbers of human lives that we cannot imagine.

Since the end of the Second World War we have heard the phrase “Never Again” repeated in reference to the Holocaust that was one of the main principles for the foundation of the modern state of Israel. That series of massacres, that today some still try to deny, played an important role in the world’s psyche. But that was not the only case of horrific massacres in the twentieth century.

One in particular is often mentioned and, like the Holocaust, is the subject of controversy because the country responsible does not recognize the official figure of more than three hundred thousand victims in a single city.

As we make some considerations on that massacre between the two world wars, let us remember that the phenomenon responsible for these tragedies is coming back forcefully into today’s world, but with another name.


In the past pride for one’s own country became the concept of “racial purity” that was the “excuse” for these infamous massacres and this has never fully disappeared from the world, as we see all too often in the international news.

With this concept of “purity” it becomes easy to consider others as “inferior” and therefore to think that their lives are not worth the same as the lives of “our people”. The consequence is that wars and massacres become easy to “justify”.

Wars and numbers

Many today do not remember that before the attack on Pearl Harbor that led to the United States entry into the Second World War Japan had already begun a great military campaign against cultures the Japanese considered “inferior”, specifically Korea and China.

During the Second Sino-Japanese War the Nipponese armed forces captured the then Chinese capital of Nanking. Starting on December 13th, 1937, the day the city fell, and until the first week of the following February, the Japanese soldiers began to systematically and summarily kill Chinese soldiers and then, with the excuse that some of these soldiers dressed in civilian clothes to hide amongst the civilian population, the Japanese extended the massacre to civilians as well.

In this way the Nipponese army tortured, raped and finally killed a huge number of Chinese. In fact, due to the very extent of this massacre, those horrendous weeks are known not only as the “Nanking Massacre” but also the “Rape of Nanking”. Because a very large number of the victims were thrown into the great Yangtze River we will never know the precise number of the victims.

Today the monument to the fallen uses the official Chinese government figure of more than 300,000 victims. This is a figure that the Japanese government still contests strongly. Some figures refer to 190,000 soldiers and 150,000 civilians and a recent American estimate even calculates more than 500,000 victims.

But complicating the charges against those responsible was the refusal by the Allied governments to put the Japan’s true Head of State on trial, former Emperor Hirohito. It is also possible that some of the soldiers hid his role due to a sense of honour towards the man who, before the Japan’s surrender, was a “divinity” for his subjects. In fact, renouncing this title was one of the conditions for the surrender signed by the Japanese government after the atomic bombs on Hiroshima and Nagasaki.

The true cause

But if we go back in time, the roots of the Sino-Japanese Wars, the two World Wars and even the wars in the Balkans not many years ago, was nationalism that was born following the French Revolution in 1789.

Nationalism had many effects over the more than two centuries since then and one of these was the birth of two countries that had never existed before then, Italy and Germany. A distant echo of these new countries can today be found in the newspapers in the destiny of the Kurds in the Middle East who see their dream of their own country denied not only by Turkey, Syria, Iran and Iraq, but even by the superpowers that regularly interfere in the political destiny of these tormented countries for reasons of their own political and even nationalist ambitions.

The effect of nationalism and its step brother, chauvinism, is to consider one’s own country and Culture better than the others.

Due to these dreams of nationalistic independence the Balkans remains a potential powder keg, not only the countries of the former Yugoslavia but also the other contested territories of which the Ukraine and Russia are only one example.

Therefore, in order to try and avoid the doubts tied to nationalism the preachers of “(country) first” decided to define themselves as “sovreignists”. But what does this word mean?

A new trend: Sovereignism

The word in its current political sense originally came from the French word souverenainisme that referred to the desired of French speakers in Quebec, Canada, to have their own sovereignty. Not coincidentally and by way of demonstration of this desire, Quebec is the only French speaking city in the world that uses “arrêt” in place of “stop” on street signs. This word then became the English “sovreignist” and subsequently became the Italian word, sovranista.

In many ways the current political tangle known as Brexit is the consequence of the desire of a vocal part of the population to take back the nationalist rights they believe have been lost to mysterious “European bureaucrats”, forgetting that the bureaucrats then follow the decisions of the European parliamentarians elected by their fellow citizens.

Although we can understand the desire to see politics of “(country) first” in any country, the practical effects is often not exactly what many think. The first, and also the most serious, is to limit the rights of the country’s residents who are not citizens. It takes little to understand that if all countries in the world carried out this type of policy towards the migrants, starting with Italian migrants in other countries, they would have a life that would be much poorer and limited in every way.

We have no intention of pointing the finger at any one party or politician in Italy or overseas. Careful reading of international news shows that this phenomenon is not limited to only one country but exists in many and in all the continents. Without forgetting that often the intentions of the political leaders are then interpreted in unexpected ways by their followers. And this aspect must also be borne in mind by political leaders, of all colours, when they speak publicly.

Human rights

The solution to international problems does not come from an increase in the sense of nationalism, as we sometimes see even in the European Parliament, but also from being able to live together and to recognize that human and universal rights apply to everyone, no matter their citizenship.

The moment that the sense of nationalism takes the road to limiting these universal rights we open the door to the mentality that allows massacres such as Nanking because at that point we no longer consider the “others” as our equals but as inferior in every sense.

Therefore, Nanking and other such massacres must serve as lessons to make us understand the dangers of exaggerated nationalism and if we think that this could not happen in 21st century Europe we must only remember that recently the Austrian government proposed giving their citizenship to the people of Bolzano and the other territories that became Italian after the Great War. If all countries started to take that road where would we end up?

I wish to thank my brother Tony who is currently in Nanking whose photos inspired this article and who kindly gave us permission to use the photo at the head of the article.

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