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Italiani nel Mondo

La canzone ipocrita— The hypocritical song

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Tempo di lettura: 9 minuti
di emigrazione e di matrimoni

La canzone ipocrita

C’è una canzone che descrive la nostalgia di un emigrato per il suo paese di nascita, e questo è giusto, ma è proprio questa canzone che mette in risalto l’ipocrisia di molti suoi connazionali che l’hanno accolta con molto fervore ma non hanno, oppure non hanno voluto, capire che il sentimento della canzone era condiviso anche dagli immigrati in quel paese.

Nei primi anni ’70 la cantante australiana Helen Reddy era famosa per il suo brano “I am Woman” (Sono donna) che è diventata l’inno del movimento femminista in tutto il mondo. Ma un paio di anni dopo ha annunciato una decisione che l’ha vista svilita nel suo paese di nascita.

Dopo anni di residenza negli Stati Uniti aveva deciso di ottenere la cittadinanza del suo nuovo paese. E proprio questa scelta le è valsa la critica dagli altri “Aussies” che l’hanno ritenuta una traditrice per avere rinunciato alla cittadinanza di quel che era soprannominato “The Lucky Country” (Il paese fortunato)

Il fatto che più mi ha colpito all’epoca, nei miei primi passi per riconoscere la mia vera identità da italo-australiano, era che la cantante aveva preso la decisione che gli australiani si aspettavano e pretendevano dai nuovi residenti del paese. Ed infatti, ho visto i miei genitori prendere quella decisione un paio di anni prima di Helen Reddy.

E per capire l’impegno della domanda di cittadinanza, bisogna sapere che parte della procedura in Australia all’epoca era di rinunciare alla cittadinanza italiana. Quindi non capivo i sentimenti di coloro che nelle discussioni nei pub, sulla stampa, alla radio e in televisione la criticavano così tanto. Ma pochi anni dopo un’altra canzone ha messo in luce l’ipocrisia delle loro critiche.

Nel 1980 Peter Allen, residente negli Stati Uniti dai primi anni ’60 e già famoso nel mondo per “I go to Rio” (Vado a Rio)  tre anni prima, ha lanciato il brano “I still call Australia home” (Chiamo ancora Australia la mia casa) che descriveva la nostalgia per il suo paese di nascita.

La canzone ha avuto un effetto enorme in Australia, diventando il secondo “Inno Nazionale” dopo “Advance Australia Fair” (Avanza Australia Bella) adottata nel 1974 per prendere il posto della britannica “God save the Queen” (Dio salvi la regina) che era stata l’inno sin dalla formazione della Federazione dell’Australia nel 1901.

La sua popolarità era tale che pochi anni dopo la linea aerea nazionale Qantas ha adottato la canzone per i suoi voli e per la colonna sonora delle sue campagne pubblicitarie, sia domestiche che internazionali, e questo succede ancora.  Infatti, ogni volo internazionale di Qantas con destinazione in Australia fa suonare la canzone immediatamente dopo l’atterraggio.

Ma in tutta questa popolarità e fierezza australiana per la canzone, quasi nessuno ha notato il fatto che in effetti è stata scritta e cantata da un uomo che viveva all’estero da quasi vent’anni e quindi era un emigrato.

E questo da un paese che non è gentile con i nuovi immigrati, e nemmeno con molti dei loro figli come ho descritto in articoli nel passato.

Con questo non intendo criticare Peter Allen per il brano, anzi, ha il merito di aver messo nero su bianco le emozioni di chi lascia il proprio paese per fare una vita nuova all’estero.

Però, e scrivo questo con vera tristezza e senza il minimo dubbio della sua veridicità, se un immigrato italiano in Australia avesse scritto “Chiamo ancora l’Italia la mia casa”, come minimo l’avrebbero deriso e sicuramente gli avrebbero detto “Go back to where you come from” (Torna da dove vieni), una frase che ho sentito per tutta la mia vita, anche recentemente online, malgrado il fatto che io sia nato in Australia e quindi ero proprio nel paese “da dove ero venuto”…

E questa ipocrisia deve farci capire che l’identità di una persona non è decisa da un documento ufficiale, cioè un certificato di nascita, oppure un certificato di naturalizzazione (cambio di cittadinanza).

La nostra identità è il risultato di dove siamo nati, di dove siamo cresciuti e anche da dove viviamo nel corso della nostra vita. La decisione di cambiare cittadinanza in Australia è stata dolorosa per molti italiani che hanno rifiutato di farla proprio perché comportava la rinuncia a quella italiana, ma molti di questi l’hanno fatto appena la legge è stata cambiata eliminando l’obbligo di rinuncia. E bisogna anche dire che altri italiani rifiutavano la nuova cittadinanza perché comportava fare un giuramento non al paese, bensì al suo sovrano e dopo le esperienze in Italia negli anni ’30 e ’40 non volevano più trovarsi ostaggio di una famiglia reale.

Ho guardato la scandalo su Helen Reddy con tristezza, ma chissà cosa avrei pensato se avessi saputo allora che sono anche cittadino italiano? Come moltissimi dei figli di emigrati italiani all’estero.

Ero ancora nel mio percorso personale che ha cominciato ad avere una direzione precisa nel 1979 quando il Console d’Italia all’epoca, il dott. Rubens Anna Fedele, mi ha detto che ero cittadino italiano. Ho preso il passaporto immediatamente, non per disprezzo verso l’Australia, anzi sono fiero del mio paese di nascita, ma perché per me era il simbolo di quel che avevo cominciato a sentire durante il mio primo viaggio in Italia nel 1972, d’essere il figlio di due mondi e non solo dell’Australia.

Però, nel mio orgoglio per il mio paese di nascita, non nascondo il mio sentimento negativo verso quella parte ipocrita della popolazione australiana che ha criticato Helen Reddy per la sua decisione e che ha poi accolto con gioia e lodi la canzone di Peter Allen, senza aver capito che i loro vicini di casa immigrati sentivano quello stesso sentimento descritto dal cantante australiano.

E per dare più forza a questo messaggio di identità bisogna dire che appena la legge australiana lo ha permesso, Helen Reddy ha ripreso la cittadinanza australiana perché chi nasce in un paese non perde mai il legame, non importa quanti anni stia all’estero.

E se vogliamo, come paese, veramente avvicinare le nostre comunità all’estero all’Italia, dobbiamo riconoscere che il legame NON è creato da un documento legale, la nostra cittadinanza, ma dalle nostre origini, dalle nostre tradizioni in casa, dal parlare l’italiano in casa all’estero e così via.

La nostra identità è composta da quella parte italiana e da quel che abbiamo imparato e vissuto nei nostri paesi di residenze e/o nascita.

Ma quella parte non italiana non deve nascondere una verità profonda, non importa quanto siamo “italiani”, “italo-australiani, “italo-americani”, italo-argentini”, “italo-brasiliani”, ecc., siamo TUTTI discendenti del paese di origine dei nostri genitori, nonni o bisnonni e una parte di noi sarà sempre italiana e il nuovo concetto di “turismo delle radici” deve fare capire a molti in Italia che non possono più ignorare gli italiani nel mondo perché siamo tutti loro parenti e amici e non un “semplice dettaglio del passato”…

The hypocritical song

There is a song that describes the longing of an emigrant for his country of birth, and this is proper, but it is precisely this song that highlights the hypocrisy of many of his fellow countrymen who welcomed it enthusiastically but did not, or did not want to understand that the sentiment of the song was also shared by the immigrants in that country.

In the early ‘70s the Australian singer Helen Reddy was famous for her song “I am woman” that became the anthem of the whole world’s feminist movement. But a couple of years later she announced a decision that saw her vilified in her country of birth.

After years of residency in the USA she had decided to obtain the citizenship of the new country. And this was precisely the reason that saw her criticized by the other “Aussies” who considered her a traitor for having renounced her citizenship to the country that was nicknamed the “Lucky Country”.

The matter that struck me most at the time, in my first steps towards recognizing my real identity as an Italo-Australian, was that the singer had taken the step that the Australians expected/demanded from the new residents in the country. And indeed, I saw my parents make that decision a couple of years before Helen Reddy.

And to understand the commitment to citizenship, it is necessary to know that part of the procedure in Australia at the time was to renounce Italian citizenship. Therefore I did not understand the feelings of those who criticized her so much in the discussions in the pubs, in the Press, on the radio and on television. But a few years later another song made us understand the hypocrisy of their criticism.

In 1980 Peter Allen, resident in the USA since the early ‘60s and already famous around the world for “I go to Rio” three years before, launched his song “I still Australia home” (link below) that describes his nostalgia for his country of birth.

The song had a huge effect in Australia becoming the “second national anthem” after “Advance Australia Fair” adopted in 1972 to take the place of the British “God save the Queen” that had been the anthem since Australia’s Federation in 1901.

Its popularity was such that a few years later the national airline Qantas adopted the song for its flights and for the soundtrack of its publicity campaigns, both domestic and international, and this still happens. In fact, every international Qantas flight with destination in Australia plays the songs immediately after landing.

But in all this popularity and Australian pride for the song almost nobody noticed the fact that the song had been written and sung by a man who had lived overseas for almost twenty years and was therefore an emigrant.

And this from a country that is not kind to its new immigrants nor to many of their children as I have described in articles in the past.

And with this I do not intend criticizing Peter Allen for the song, indeed, the song deserves recognition for having put in writing the emotions of those who leave their country to start a new life overseas.

However, and I write this with real sadness and without the slightest doubt of its veracity, if an Italian migrant in Australia had written “I still call Italy home” he had would at the very least have been mocked and they would surely have told him to “Go back to where you come from”, a phrase that I have heard all my life, even recently online, despite the fact I was born in Australia and therefore I was precisely in the country “where I came from”…

And this hypocrisy must make us understand that a person’s identity is not decided by an official document, in other words by a birth certificate or a naturalization (change of citizenship) certificate.

Our identity comes from there we are born, from where we grow up and also from where we live in the course of our lives. The decision to change citizenship in Australia was painful for many Italians who refused to do it precisely because it involved renouncing Italian citizenship but many of them did so as soon as the law was changed to remove the obligation to renounce. And we have to also say that other Italians refused the new citizenship because it involved swearing not to the country but rather to its sovereign and after their experiences in Italy during the ‘30s and ‘40s they no longer wanted to be subjects of a royal family.

I watched the scandal with Helen Reddy with sadness but who knows what I would have thought if I knew then that I am also an Italian citizen, like many other children of Italian migrants overseas.

I was in the middle of my personal path that began to take a precise direction in 1979 when Italy’s Consul at the time Dr. Rubens Anna Fedele, told me I was an Italian citizen. I got the passport immediately, not from contempt towards Australia, indeed I am proud of my country of birth, but because for me it was the symbol of what I began to feel during my first trip to Italy in 1972, of being the son of two worlds and not only Australia.

However, for all my pride for my country of birth, I do not hide my negative feelings towards the self-righteous part of Australia’s population that criticized Helen Reddy for her decision which then welcomed Peter Allen’s song with joy and praise without having understood that their immigrant neighbours felt the same emotion described by the Australian singer.

And to give more strength to this message of personal identity it must be said that as soon as Australia’s law allowed it, Helen Reddy regained her Australian citizenship because those born in a country never lose the link no matter how many years they spend overseas.

And if we truly want, as a country, to bring our Italian communities overseas closer to Italy we must recognize that the bond is NOT created by a legal document, our citizenship, but by our origins, by our traditions at home, by speaking Italian at home (for those families that do so), etc, etc, etc.

Our identity is made up of that Italian part and from what we have learnt and experiences in our countries of residence and/or birth.

But that non Italian part must not hide a profound truth, no matter how much we are “Italian”, “Italo-Australians”, “Italian Americans”, “Italo-Argentines”, “Italo-Brazilians”, etc, we are ALL descendants of the country of origin of our parents, grandparents or great grandparents and a part of us will always be Italian and the new concept of “Tourism of the origins” must make many people in Italy understand that they can no longer ignore the Italians overseas because we are all their relatives and friends and not a “mere detail of the past”…

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