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Il passare di una generazione – The passing of a generation

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Tempo di lettura: 10 minuti
di emigrazione e di matrimoni

Il passare di una generazione

A volte cominci a pensare al prossimo articolo per poi avere una notizia che cambia le tue intenzioni. Infatti, ieri mi ha chiamato mio zio Gerardo da Adelaide per darmi una notizia che sapevo in arrivo ma che speravo sempre che non arrivasse.

Lo zio mi ha detto che era deceduta la mamma di Sandra di Fondi che era malata da tempo. Non ho capito immediatamente che fosse la cara zia Marianella, vedova di zio Antonio della mia gioventù, e da quel momento vedevo nella mia mente le occasioni che avevamo condiviso per oltre un decennio tra Adelaide, dove abitavamo, e Melbourne, dove gli zii e Sandra hanno vissuto fino alla decisione di tornare al paese di nascita in Italia nel 1971.

In seguito, ho capito che c’è solo un modo per rendere omaggio non solo a questi zii, ma anche ai miei genitori, passati a migliore vita anni fa.

Cioè, di fare capire non solo agli italiani in Italia, come anche ai figli, nipoti e pronipoti della loro generazione di emigrati italiani, come le nostre famiglie hanno vissuto all’estero secondo le tradizioni del paese (in entrambi i sensi) d’origine degli adulti.

Innanzitutto, in realtà gli “zii” di Melbourne non erano zii, bensì il primo cugino di mia madre e sua moglie e nell’utilizzare questo titolo abbiamo seguito le tradizioni della nostra famiglia di entrambe le parti. Certo, la loro figlia Sandra era sempre la cugina di mio fratello ed io, però, di secondo grado.

Infatti, i miei genitori e tutti i miei zii, sia da parte materna e paterna, come anche gli zii a Melbourne facevano parte dell’enorme ondata di emigrazione post-guerra. E come loro milioni di altri, chi in Australia, chi nella Americhe, e chi in Europa.

Ora, ogni giorno nei giornali di tutti questi paesi vediamo gli annunci funebri di questa generazione che ha cambiato non solo i loro nuovi paesi di residenza, ma anche e soprattutto l’Italia perché le loro rimesse erano un volano fondamentale per quel che ora si chiama il “boom economico” d’Italia degli anni ’60.

I miei parenti erano sparsi tra quattro zone del continente australe e abbiamo cercato in ogni modo di tenerci in contatto, e non solo con lettere. E per questo motivo i contatti più frequenti erano con i parenti di Melbourne che era distante “solo” 800km da Adelaide, contro i 1.000km da Sydney, ed i 3.000km da Perth. Che fa capire benissimo l’enorme grandezza di quel paese.

Per noi questo voleva dire scambi di visite tra Adelaide e Melbourne durante le feste. Non solo Natale e Pasqua, ma anche le grandi occasioni come fidanzamenti, matrimoni, prime comunioni, ecc., anche con i compari e comari che avevamo in queste due città. Anche quest’ultimi appartenenti a quella generazione.

Oggi, parlando con Sandra, ci siamo ricordati le risate e la nostra gioia durante queste occasioni. E devo spiegare un dettaglio che molti in Italia non capirebbero, su come vivevamo in quel continente lontano.

Naturalmente, i pranzi e le cene di queste occasioni seguivano le tradizioni dei nostri paesi di origine, nel Lazio di mia madre, due zii e una zia, la Calabria di papà, uno zio e due zie, la Campania di una zia, ed il Piemonte di un altro zio.

Gli osti di turno mettevano sul tavolo i risultati del “maiale”, il vino casalingo, i sottaceti e altri prodotti casalinghi che ancora non si trovavano in Australia. I dolci erano quelli tradizionali dei nostri paesi di origine, tutti strettamente fatti in casa con amore, magari con l’aggiunta, in estate, dei primi gelati italiani prodotti da altri artigiani italiani di quella generazione.

Viste le differenti regioni di origine, gli scambi tra gli adulti erano in italiano, un’eccezione, visto che di solito gli emigrati oltreoceano si sposavano con paesani, o al massimo, corregionali, ed in questi casi la lingua era ovviamente il loro dialetto.

Però, noi figli in tutti questi casi parlavamo con gli adulti in rudimentale italiano e/o dialetto, ma tra di noi parlavamo in inglese. Questo spiega benissimo le differenze di capacità linguistiche in italiano dei figli degli emigrati e perché i più grandi parlano l’italiano/dialetto meglio dei fratelli e sorelle più giovani

Con gli scambi di visite abbiamo imparato a memoria la strada tra le città al punto che all’arrivo di Melbourne sapevamo perfettamente come arrivare alle case dei parenti ed i compari. Appena arrivati a Sydney Road e Bell Street del quartiere di Coburg sapevamo che il viaggio stava per finire.

Per capire i cambi in Australia nei decenni da allora, basta dire che in quegli anni moltissime vetrine, negozi ed imprese in Coburg portavano nomi italiani e comprendevano forni e pasticcerie artigianali italiani. Invece, l’ultima volta che ho visitato quel quartiere quegli stessi palazzi portavano nomi ed insegne in altre lingue per riflettere i nuovi emigrati della zona dopo la partenza delle famiglie italiane ad altri quartieri, man mano che il successo economico permetteva loro di abitare nei quartieri più ricchi che non si potevano permettere al loro arrivo.

Per la mia famiglia la fine di questi scambi di visite fu dovuta alla decisione di zio Antonio e zia Marianella di tornare a Fondi nel 1971. Fu un colpo duro per i miei genitori e zii, come anche per noi cugini che volevamo bene ai parenti di Melbourne.

Naturalmente, quando la mia famiglia andò in Italia in vacanza alla fine del 1972 la prima visita è stata proprio agli zii e Sandra, e per il sedicenne che ero allora quella visita è stata la prima vera lezione di cosa voleva dire emigrare, anche se l’emigrazione fosse stata verso il paese d’origine.

Infatti, appena aperta la porta di casa, la prima parole di Sandra sono state “Riportatemi in Australia”. Le mancavano i parenti, i compari e gli amici di quel paese e nel corso degli anni ho saputo che anche le sue amiche hanno avuto problemi ad abituarsi alla vita senza di lei.

Però, la vita è strana anche in altri modi, come Sandra ed io abbiamo discusso oggi al telefono, visto che non ho potuto andare a Fondi per il funerale.

Anche in quel primo viaggio in Italia Sandra ed io abbiamo parlato in inglese. Ma, nel corso degli anni ed i miei vari viaggi in Italia, come anche il suo viaggio di nozze in Australia, dove, naturalmente, lei e suo marito Costantino erano ospiti in casa nostra, non ci parliamo più in inglese, ma in italiano e questo è un segno giusto per i cambi della nostra vita da quegli anni da giovani in Australia, alle nostre vite nuove in Italia.

Quindi, queste parole povere sono il mio omaggio a zia Marianella, zio Antonio, i miei genitori e gli altri zii in Australia che non ci sono più perché non dobbiamo assolutamente perdere questi ricordi perché, grazie a queste esperienze, abbiamo capito che siamo figli di due mondi, l’Italia e il nostro paese di nascita, chi più e chi meno, e che dobbiamo essere fieri di queste origini.

E l’unico modo di onorare il ruolo dei nostri genitori, parenti, compari e comari, paesani e amici è di tenere vivi questi ricordi che compongono la nostra Storia, e allora abbiamo l’obbligo di documentarli nel miglior modo possibile.

The passing of a generation

Sometimes you begin to think about the next article to then hear some news that changes your intentions. In fact, my uncle Gerry in Adelaide called me yesterday to give me news I knew was coming, but that I always hoped would never come.

My uncle told me that Sandra’s mother had passed away in Fondi in Italy after a long sickness. I did not understand immediately that it was the dear zia (aunt) Marianella, the widow of zio (uncle) Antonio of my childhood and from that moment I saw in my mind the occasions we had shared for more than a decade between Adelaide where we lived and Melbourne where zia, zio and Sandra lived until the decision to return to their place of birth in Italy in 1971.

Later I understood that there is only one way to pay tribute not only to this uncle and aunt, but also to my parents how had gone to a better life years ago.

That is, to make not only Italians in Italy, but also the children, grandchildren, and great grandchildren of their generation of Italian migrants understand how our families lived overseas according to the traditions of the country and place of origin of the adults.

First, in reality the “uncle” and “aunt” in Melbourne were not so, but the first cousin of my mother and his wife, and in using these titles we followed the traditions of both sides of our family. Of course, their daughter Sandra was always my brother and I’s cousin, but in the second degree.

In fact, my parents and all my uncles and aunts, on both sides, as well and the relatives in Melbourne, were all part of the huge wave of post-war Italian migration. And like them, millions of others, whether in Australia, the Americas and Europe.

Now, every day in the newspapers of all these countries we see funeral notices of this generation that changed not only their new countries of residence, but also and above all Italy, because the money sent back to their families in Italy were a fundamental driving force for what is now called Italy’s “economic boom” of the 1960s.

My relatives were spread between four areas of the southern continent, and we tried to keep in touch in every way, and not only with letters. For this reason, the most frequent contacts were with the relatives in Melbourne which was “only” 800km from Adelaide, against the 1,000km from Sydney and the 3,000km from Perth. Which lets us understand very well the enormous size of that country.

For us this meant exchanges of visits between Adelaide and Melbourne during the holidays. Not only Christmas and Easter, but also grand occasions such as engagements, weddings, first communions, etc. Even with the Godparents we had in these two cities, they too of that generation.

Today, as I spoke with Sandra, we remembered the laughter and our joy during these occasions. And I must explain a detail that many people in Italy would not understand of how we lived in that faraway continent.

Naturally, the lunches and dinners of these occasions followed the traditions of their places of birth, in the Lazio region of my mother, two uncles and an aunt, the Calabria region of my father, an uncle and two aunts, the Campania region of an aunt and the Piedmont region of another uncle.

The hosts of each occasion put on the table the results of “the pig” (salame and other products), homemade wine, pickled vegetables and other homemade products that were not yet available in Australia. The desserts were according to the traditions of their places of origin, all strictly homemade with love, perhaps with the addition, in summer, of the first Italian gelato products by other Italian craftsmen of that generation.

Seeing the different regions of origin, the discussions between adults were in Italian, an exception considering that migrants overseas usually married paesani (people of the same hometown), or at most from the same region, and in these cases the language was obviously their dialects.

We children of all these cases spoke with the adults in rudimentary Italian and/or dialect, but we spoke to each other in English. This explains very well the differences in the Italian language skills of the children of migrants and why the older children speak Italian/dialect better than their younger brothers and sisters.

With the exchanges of visits, we learnt by heart the road between the cities to the point that on arrival in Melbourne we knew perfectly well how to reach the homes of the relatives and the Godparents. As soon as we reached Sydney Road and Bell Street in the suburb of Coburg we knew that the trip was coming to an end.

In order to understand the changes in Australia in the decades since then, I only have to say that in those years the shop windows, the stores and businesses in Coburg bore Italian names and included Italian craft bakeries and pastry shops. Instead, the last time I visited that suburb, those same buildings bore names and signs in other languages to reflect the new migrants of the areas after the departure of the Italian families for other suburbs as their financial success allowed them to live in more affluent suburbs that they could not afford when they arrived.

For my family the end of these exchanges of visits was due to the decision by zio Antonio and zia Marianella to return to Fondi in 1971. It was a hard blow for my parents, uncles and aunts, as well as for us cousins who loved our relatives in Melbourne.

Naturally, when my family went on holiday in Italy at the end of 1972 the first visit was precisely to zio, zia and Sandra and for the sixteen-year-old that I was then that visit was the first real lesson of what it meant to migrate, even if the migration was towards the country of origin.

In fact, the first words Sandra said to us when she opened the door was “Take me back to Australia”. She missed the relatives, Godparents, and friends in that country and over time I found out that her friends also had trouble adjusting to life without her.

However, life is strange also in other ways, as Sandra and I discussed today when we spoke on the telephone since I could not go to Fondi for the funeral.

Even in that first trip to Italy Sandra and I spoke in English. But, over the years and my various trips to Italy, as well as her honeymoon in Australia where, of course, she and her husband Costantino were guests in our home, we no longer speak to each other in English but in Italian and this is a good sign of the changes in our lives since those years as children in Australia, to our new lives in Italy.

Therefore, these poor words are my tribute to zia Marianella, zio Antonio, my parents and the other uncles and aunts in Australia who are no longer with us because we absolutely must not lose these memories because, thanks to these experiences, we have understood that we are the children of two worlds, Italy, and our country of birth, and we must be proud of these origins.

And the only way to honour the role of our parents, relatives, Godparents, paesani and friends is to keep alive these memories that make up our history, and so we have a duty to document them in the best way possible.

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